Il Karpura Gauram (o Karpur Gauram Karunavataram) รจ un potente shloka sanscrito dedicato a Lord Shiva, noto anche come Shiva Yajur Mantra. Proviene dal Yajur Veda, uno dei quattro Veda dell’induismo, ed รจ comunemente recitato durante l’Aarti (l’adorazione con la luce) o le cerimonie di puja, specialmente al mattino (Mangala Aarti). Questo mantra glorifica Shiva come incarnazione di purezza, compassione e essenza dell’esistenza, invocando la sua presenza nel cuore del devoto insieme a Parvati (Bhavani). ร considerato uno dei mantra piรน sacri e puri, paragonabile a un loto bianco, e porta un’estasi spirituale a chi lo recita con devozione.
lode poetica a Shiva, simboleggiando la sua natura trascendente e compassionevole.
“Mi inchino a Shiva, bianco come il camphora, incarnazione della compassione, essenza del mondo, colui che porta il re dei serpenti come ghirlanda. Sempre dimorante nel loto del cuore, insieme a Bhavani (Parvati).
Recitare il Karpura Gauram con sinceritร e costanza (idealmente 108 volte al giorno, usando un japa mala) porta numerosi benefici spirituali e pratici, secondo le tradizioni vediche. Ecco i principali:
Pratica Quotidiana: Recitarlo durante l’Aarti amplifica i suoi effetti; si consiglia di farlo con un cuore aperto, senza aspettative, per massimizzare l’impatto.
Purezza e Pulizia Interiore: Aiuta a purificare la mente e l’anima, rimuovendo negativitร e attaccamenti, simile al camphora che brucia puro.
Compassione e Protezione: Invoca la misericordia di Shiva, offrendo sollievo dal dolore, guida nelle difficoltร e protezione dai mali.
Estasi Spirituale: Porta a uno stato di beatitudine (ananda), rafforzando il legame con il divino e favorendo la meditazione profonda.
Equilibrio Energetico: Bilancia Shiva (coscienza) e Shakti (energia), promuovendo armonia interiore e relazioni equilibrate.
Risposta Rapida dalle Divinitร : ร particolarmente efficace per i devoti di Shiva (Shaiviti), attirando benedizioni rapide per salute, prosperitร e moksha (liberazione).
ยซRicordati che il tuo principio direttivo diventa invincibile quando, rinserrato in se stesso, si contenta di sรฉ e non fa niente che non voglia [โฆ] La mente libera da passioni รจ una fortezza [akrรณpolis]: lโessere umano non ha niente di piรน forte dove rifugiarsi ed essere sempre inespugnabileยป.
dai Pensieri (Ta eis heauton) di Marco Aurelio, precisamente dal libro VIII, paragrafo 48. I ยซฮฮญฮผฮฝฮทฯฮฟ แฝ ฯฮน ฯแฝธ แผกฮณฮตฮผฮฟฮฝฮนฮบฯฮฝ ฯฮฟฯ แผฮฝฮฏฮบฮทฯฮฟฮฝ ฮณฮฏฮฝฮตฯฮฑฮน, แฝ ฯฮฑฮฝ ฮตแผฐฯ แผฮฑฯ ฯแฝธ ฯฯ ฯฯฮฑฮปแฟ ฮบฮฑแฝถ แผฯฮบฮตแฟฯฮฑฮน แผฮฑฯ ฯแฟท, ฮผฮทฮดแฝฒฮฝ ฯฮฟฮนแฟถฮฝ แฝ ฮผแฝด ฮธฮญฮปฮตฮน, ฮบแผฮฝ แผฮปฯฮณฯฯ แผฮฝฯฮนฯฮฌฯฯฮทฯฮฑฮน. [โฆ] แผฯฮฑฮธแฝดฯ ฮฝฮฟแฟฆฯ แผฮบฯฯฯฮฟฮปฮนฯยท ฮฟแฝ ฮณแฝฐฯ แผฯฮตฮน แผฮฝฮธฯฯฯฮฟฯ ฮฟแฝฮดแฝฒฮฝ แผฐฯฯฯ ฯฯฯฮตฯฮฟฮฝ ฯฮฟฯฯฮฟฯ , ฮตแผฐฯ แฝ ฮบฮฑฯฮฑฯฯ ฮณแฝผฮฝ แผฮฝฮฌฮปฯฯฮฟฯ แผฯฯฮฑฮน.ยป Traduzione in latino (approssimativa, poichรฉ non esiste una versione latina originale): ยซMemento quod principatus tuus invictus fit, cum in se ipsum contractus sibi sufficit, nihil faciens quod nolit, etiam si irrationabiliter resistat. [โฆ] Mens sine passionibus arx est; nihil enim homo fortius habet, in quod confugiens inexpugnabilis sit.ยป
เคชเฅเคฐเคพเคฃเฅ เคตเคพ เค เคเฅเคเคฟเคฐเคธเค เคชเฅเคฐเคพเคฃเฅเคจ เคนเคฟ เคธเคฐเฅเคตเค เคชเฅเคฐเคพเคฃเคคเคฟ Prฤแนo vฤ aแน girasaแธฅ prฤแนena hi sarvaแน prฤแนati tratta dalla *Chandogya Upanishad* (5.1.1): “Il respiro (prฤแนa) รจ in veritร il piรน eccellente; poichรฉ attraverso il respiro ogni cosa vive.”
Lo so, lo so. เคคเคธเฅเคฎเคฟเคจเฅเคจเฅเคคเฅเคเคพเคฎเคคเฅเคฏเคฅเฅเคคเคฐเฅ เคธเคฐเฅเคต เคเคตเฅเคคเฅเคเคพเคฎเคจเฅเคคเฅ เคคเคธเฅเคฎเคฟเคเคถเฅเค เคชเฅเคฐเคคเคฟเคทเฅเค เคฎเคพเคจเฅ เคธเคฐเฅเคต เคเคต เคชเฅเคฐเคพเคคเคฟเคทเฅเค เคจเฅเคคเฅ เฅค เคคเคฆเฅเคฏเคฅเคพ เคฎเคเฅเคทเคฟเคเคพ เคฎเคงเฅเคเคฐเคฐเคพเคเคพเคจเคฎเฅเคคเฅเคเคพเคฎเคจเฅเคคเค Per saperne di piรน Bene E tu? เคถเฅเคฐเฅเคคเฅเคฐเค เค เคคเฅ เคชเฅเคฐเฅเคคเคพเค เคชเฅเคฐเคพเคฃเค เคธเฅเคคเฅเคจเฅเคตเคจเฅเคคเคฟ เฅฅ เฅช เฅฅ
โPerciรฒ offeso si alzรฒ, stava uscendo dal corpo. Ma quando il Respiro esce, allora tutti gli altri vanno con lui, e quando il Respiro rimane tutti gli altri rimangono; quindi come le api con l’ape regina: quando lui esce tutti escono con lui, e quando lui rimane tutti rimangono, cosรฌ fu con la Parola e la Mente e la Vista e l’Udito; allora furono compiaciuti e inneggiarono al Respiro per adorarlo. La Prusna Upanishad dell’Athurvaveda
Forza vitale, m. (da praแนi, vivere a lungo. Pra + ana + a. Agire per mezzo della vita). Brahma. Questo รจ il resto del Trikanda. Hrinmaruta. (Come affermato nei Veda, “La forza vitale รจ situata nel cuore e nel retto, e il respiro รจ ugualmente situato nell’ombelico.“) La creatura poetica. Il vento. Forza. (Come menzionato nella dinastia di Hari, 86, 36, “Gli eroi erano pieni della vita delle loro braccia alla presenza dell’assemblea.”) Pลซrite, tre. Questo รจ il Medini. La coscienza del corpo sottile รจ il tutto. L’aria che fluisce dalla punta del naso si muove in avanti. Questa รจ l’essenza del Vedanta. Il suo uscire dall’azione. Questo รจ Sridharswami. La forma e i luoghi della Suprema Personalitร di Dio sono i seguenti: Questo รจ l’oceano dello yoga. (Come menzionato nel Mahabharata 12:328:35 “Il vento trasporta i movimenti di tutti gli esseri viventi separatamente dalla forza vitale di tutti gli esseri viventi”) Le cinque forze vitali sono anche descritte nella forma plurale della parola ‘prฤแนa’ Il figlio del metallo. Come menzionato nella letteratura vedica, “Ayati e Niyati erano le figlie della grande anima Monte Meru e la moglie di Dhฤtrividhatra. Ebbero due figli di nome Prฤแนa e Mแนkaแนแธu, mio โโpadre di grande fama.” Questo รจ il capitolo sulla creazione di Rudra nel Mฤrkaแนแธeya ลrฤซmad-Bhฤgavatam. (Come menzionato nel Matsya Purฤแนa 5:23-24 “Draviแนa e Havyavฤha erano i due figli di Nara, la figlia della Persona Suprema di Dio di nome Kalyanini, di nome Prฤแนa, Ramana e ลiลira”)
10) โColui che conosce lo Spirito senza ombra, senza colore, senza corpo, luminoso e imperituro, raggiunge l’Imperituro, perfino l’Altissimo. O bel figlio, egli conosce il Tutto e diventa il Tutto. Di ciรฒ รจ la Scrittura. La Prusna Upanishad dell’Athurvaveda
Dea dell’orso Corpus Inscriptionum Latinarum XIII 5160 (da Muri, Canton Berna, Svizzera, II secolo d.C.?): Dea Artioni Licinia Sabinilla
Licinia Sabinilla per la Dea Artio L’iscrizione si trova sulla base di un gruppo statuario in bronzo conservato nel Museo storico di Berna con il numero di inventario 16170/16210. Le seguenti fotografie di Stefan Rebsamen compaiono in Annemarie Kaufmann-Heinimann, Dea Artio, the Bear Goddess of Muri: Roman Bronze Statuettes from a Country Sanctuary (Berna: Museo storico di Berna, 2002):
La statuetta bronzea di Artio rinvenuta a Muri, in Svizzera, รจ la prova piรน nota del culto di questa dea.
Questa statua la raffigura come una figura femminile che tiene in mano frutti e fiori e una tazza, mentre un’orsa avanza con il muso proteso verso di lei.
Questa immagine della dea in sintonia con l’animale รจ stata la ragione per cui Artio รจ stata definita da alcuni la “dea degli orsi”.
Berna รจ una localitร appropriata per il gruppo di statue, poichรฉ secondo l’etimologia popolare deriva dal tedesco Bรคr e presenta un orso sullo stemma.
Il termine arto- ‘orso’ ha una ricca storia etimologica nelle lingue indoeuropee, riflettendo sia il suo significato letterale che il suo valore culturale. Ecco una sintesi basata sui dati forniti: Goidelico (Antico Irlandese): art [o m], significa ‘orso’, ma anche ‘eroe’ o ‘guerriero’, suggerendo un’associazione metaforica tra la forza dell’orso e le qualitร eroiche. Gallese (Gallese Medio): arth [m e f], significa direttamente ‘orso’. Bretone: Il Bretone Antico usa Ard- o Arth- come prefissi, mentre il Bretone Moderno usa arzh [m] per ‘orso’. Gallico: Artio, un teonimo (nome divino), probabilmente legato a una dea-orso, indicando l’importanza culturale o religiosa dell’animale. Proto-Indoeuropeo (PIE): Ricostruito come hโrtko- ‘orso’ (Pokorny, IEW: 845), la radice da cui derivano questi termini. Cognati: Avestico: tauruna- (forse correlato, anche se non citato direttamente nella query). Sanscrito: แนkแนฃa- ‘orso’. Greco: arktos ‘orso’. Latino: ursus ‘orso’. Albanese: ari ‘orso’.
Ranko Matasoviฤ, Dizionario Etimologico del Proto-Celtico (Leida: Brill, 2009), pp. 42-43:
Artioย (ย Dea Artioย nellaย religione gallo-romanaย ) รจ unaย deaย celticaย raffigurante l’orso . Prove del suo culto sono state trovate in particolare aย Bernaย , in Svizzera. Il suo nome deriva dalla parolaย gallicaย per “orso”,ย artosย .ย
Il teonimo gallico Artiล deriva dalla parola celtica per ‘orso’, artos (cfr. antico irlandese art , medio gallese arth , antico bretone ard ), a sua volta dal protoindoeuropeo * hโลฬฅtแธฑos (‘orso’). Una forma celtica ricostruita come * Arto-rix (‘Re Orso’) potrebbe essere la fonte del nome Artรน , tramite una forma latinizzata * Artori(u)s . Si presume anche che il basco hartz (‘orso’) sia un prestito celtico. [ 2 ] [ 3 ]
ยซlโaltro mondo non รจ un posto, ma la negazione mitica delle nostre coordinate spazio-temporali [โฆ]. Ciรฒ vuol dire che lโaltro mondo puรฒ trovarsi addirittura nel bel mezzo del mondo degli uomini, differenziandosi da esso solo per la sua qualitร ontologicaยป.
Carlo Donร
Ordinario di Letterature comparate all'Universitร di Messina. Medievista di formazione, cerca di indagare i territori tra letteratura, mito e folklore, avvicinandosi ai testi letterari soprattutto dal versante antropologico. Ha indagato in particolare il simbolismo animale (relativamente al cervo, al lupo e al serpente), e pubblicato numerosi contributi sulla tradizione della fiaba e sui cantari, sul tema mitico dell'animale guida (Per le vie dell'altro mondo, Rubbettino, 2003) e, negli ultimi anni, sulla donna serpente (La fata serpente. Indagine su un mito erotico e regale, Write Up site, 2020) e sulla storia culturale della spada.
Era cosรฌ pure provata la parentela linguistica tra la designazione dellโorso in greco, in latino e in celtico: arktos in greco, ursus in latino, arthos in celtico erano tutti imparentati con la radice sanscrita *rksas, che significa โdistruggereโ, in cui il nome dellโagente suona *rks-os (โdistruttoreโ, sottinteso del favo di miele), come aveva dimostrato il grande linguista Emile Benveniste .Allโorigine del nome di orso in greco, latino e celtico vi era stata dunque una perifrasi, una circonlocuzione per dire lโanimale, cosรฌ come rintracciata in molte altre lingue: behr o bรซro in antico tedesco, bera in anglosassone, bjรถrn in norvegese e islandese, bjorn in svedese, Bรคr in tedesco moderno, bear in inglese rimandano tutti al colore del manto lucente e al significato di โbrunoโ, a sua volta nome proprio dellโorso nel Roman de Renart; presso gli Slavi lโorso รจ โil mangiatore, il ladro di mieleโ: medvรจdi in slavo antico, medved in russo e ceco, medvjed in serbo; โil leccatoreโ รจ per Lituani (loki lituano antico, lokys lituano moderno) e Lettoni (lacis). In questo gioco della perifrasi i piรน creativi risultano tuttavia essere i Lapponi, presso i quali maggiormente si puรฒ avvertire la tonalitร del tabรน, vale a dire del nome che non si deve pronunciare, ricorrendo per questo a immagini che sottolineano il misterioso rapporto con lโorso, capace, come lโuomo, di tenere la stazione eretta e sentito pure per questo come un โdoppioโ selvatico: questo alter-ego lappone รจ cosรฌ designato come โil nonnoโ, โlโantenatoโ, โil vecchio della forestaโ, โil vecchio con la pellicciaโ, โcolui che dorme dโinvernoโ, โquello che cammina con passo leggeroโ….. Proprio in relazione al greco e al celtico, unโaltra parentela ha tuttavia attirato lโattenzione degli studiosi, una volta appurata lโesistenza di una dea Artio: รจ cioรจ possibile stabilire un rapporto linguistico tra Artio e Artemide? In altre parole, potrebbe Artemide, la โsignora degli animaliโ (potnia theron) avere per cosรฌ dire generato storicamente la celtica Artio? Posto che non tutti ritengono accettabile la radice linguistica comune (fa problema la sparizione della lettera k di arktos in greco nel nome della dea-orsa Artemide, perchรฉ di questo si tratterebbe), lโipotesi รจ stata addirittura ribaltata: la dea greca deriverebbe da una dea celto-illirica o dacio-illirica introdotta in Grecia dai Dori, che nel corso delle loro migrazioni lโavrebbero mutuata da quelle popolazioni…. Lโorso nelle religioni dellโantichitร , nel quale intuiva per primo lโunitร del gruppo bronzeo di Muri e ricollegava appunto il tema dellโorso, anzi dellโorsa, alla sua piรน generale teoria, quella di una fase prestorica di diritto materno le cui tracce si potevano riscontrare nel mito, un mondo nel quale โ per dirla con Claude Lรฉvi-Strauss โ lโuomo e lโanimale non sono ancora differenziati. In questo mondo del mito le dee dai caratteri ursini sostanziavano una delle configurazioni di un motivo cruciale:
il contatto con realtร marginali, liminali e transitorie, ma non per questo meno pericolose e bisognose dunque di particolari cautele. Nelle vesti di orse, Artio e Artemide si presentavano cioรจ al confine tra cultura e natura, tra lo spazio disciplinato e la foresta, tra lโumano e il bestiale, tra la vita e la morte, e si prestavano per questo pure a proteggere le partorienti. Ancora nelle fonti medievali lโattitudine materna dellโorsa รจ del resto condivisa, dal momento che il giudizio degli antichi (Aristotele, Plinio) era passato al medioevo attraverso il libro XII (De animalibus) delle Etimologie di Isidoro di Siviglia: ยซursus fertur dictus quod ore suo formet fetus, quasi orsus. Nam aiunt eos informes generare partus, et carnem quandam nasci quam mater lambendo in membra conponit. Unde est illud: โSic format lingua fetum cum protulit ursaโยป. Insistendo su una terminologia โmorfologicaโ โ formet, informes, conponit, format โ Isidoro rendeva conto dellโidea che lโorsa crea, modella la propria progenie e dร forma allโinforme: in essenza e simbolicamente, la sua appare essere una funzione ordinatrice contro il caos della natura indisciplinata. Non รจ allora un caso se, andando alla ricerca della genesi enigmatica del sabba stregonesco, Carlo Ginzburg abbia identificato in queste dee orse un tramite riconosciuto, e di lunga durata, nellโuniverso mentale degli adepti di un culto estatico volto a entrare in contatto con lโalteritร e con lโalteritร per eccellenza, il mondo dei morti: nel meraviglioso itinerario percorso in Storia notturna, Ginzburg individuava infatti una costellazione riconducibile a esperienze sciamaniche di viaggio nellโaldilร , un viaggio spesso in forma di animale con lโeroe che, ad esempio e ยซsemplicemente, come in un racconto siberiano, scavalca un tronco dโalbero abbattuto e si trasforma in orso, entrando nel mondo dei mortiยป, e questo perchรฉ ยซtra animali e anime, animali e morti, animali e aldilร esiste una connessione profondaยป.
Gli orsi e le orse che abbiamo incontrato sono stati, ontologicamente e nello stesso tempo, vicini e lontani rispetto a uomini e donne e hanno rappresentato a volte un modo per โpassareโ nellโaltro mondo o per avere rapporti con esso: forse anche per questo conservano ancora qualche eco di antiche tonalitร affettive.
Confer Lโorso nelle tradizioni celtiche e germaniche Germana Gandino Universitร del Piemonte Orientale
BLATTER PER LA STORIA, L’ARTE E L’ANTICHITร BERNESE.
In area โgermanicaโ, vi fosse spazio per modelli simbolici di regalitร non riconducibili a un unico tipo, quello dellโorso quale re indiscusso delle selve e dellโorizzonte gerarchico mentale. In secondo luogo รจ da rilevare che nella visione compare lโassociazione tra orsi e lupi, animali che spesso viaggiano insieme nei dossier relativi al germanesimo primitivo in quanto โimpersonatiโ dai berserkir, i guerrieri dalla pelle dโorso, e dagli ulfedhnar, i guerrieri dalla veste di lupo,
Nella Ynglinga saga, scritta dallโislandese Snorri Sturluson verso il 1220-1230, cosรฌ entrano in scena i berserkir, i guerrieri โpelle dโorsoโ:41 ยซOdhinn aveva il potere di rendere i suoi nemici ciechi e sordi nella battaglia, o come paralizzati dalla paura, e le loro armi non tagliavano meglio che dei bastoni. In compenso, i suoi uomini andavano senza corazza, selvaggi come lupi o cani. Mordevano i loro scudi ed erano forti come orsi o tori. Uccidevano gli uomini e nรฉ il fuoco nรฉ lโacciaio potevano nulla contro di loro. Questo si chiamava berserksgangr [furore del berserkr]ยป.
Ginzburg: ยซin primo luogo, la Weiser aveva accostato lโestasi degli sciamani eurasiatici alla scatenata frenesia guerriera (Raserei) dei berserkir. In secondo luogo, aveva segnalato la presenza di divinitร femminili alla testa della โcaccia selvaggiaโ, interrogandosi sul rapporto tra la germanica Perchta e la mediterranea Artemide. Al primo punto andava fatta risalire verosimilmente lโipotesi cautamente avanzata che il complesso mitico-rurale analizzato avesse radici non solo indoeuropee ma addirittura pre-indoeuropee. Al secondo punto gli accenni alle connessioni con i temi della fertilitร . Dietro le associazioni guerriere germaniche sโintravedeva qualcosa di piรน vasto e complicato non specificamente guerriero nรฉ specificamente germanicoยป. Combattere in estasi in Ginzburg 1989 Anche lo stesso G. Dumezil nella sua opera ” Gli dei dei germani ” sottolinea l’aspetto sciamanico relativamente ad Odino e dunque i suoi seguaci
C’รจ una differenza tra un combattente e un artista marziale. Un combattente si allena per uno scopo: combattere. Io sono un artista marziale: non mi alleno per combattere. Mi alleno per me stesso. Mi alleno continuamente. Il mio obiettivo รจ la perfezione. Ma non la raggiungerรฒ mai.โ Georges St. Pierre
PLATONE si dice che ฮ ฮปฮฑฯฯฮฝ (Platon), provenga dal termine ฯฮปฮฑฯฯ ฯ (platys, “largo”), “dalle spalle larghe”., uno dei massimi filosofi greci antichi ,il cui vero nome perรฒ era Aristocle. Si narra che fu un altro Aristone, un lottatore di Argo, suo maestro di ginnastica, a chiamarlo per la larghezza delle spalle “Platone” (dal greco ฯฮปฮฑฯฯฯ, platรฝs, che significa “ampio”) Platone praticava infatti il pancrazio, una sorta di lotta e pugilato assieme. Gli atleti impegnati in una competizione di pancrazio โ cioรจ i pancraziasti (sing. ฯฮฑฮณฮบฯฮฑฯฮนฮฑฯฯฮฎฯ, plur. ฯฮฑฮณฮบฯฮฑฯฮนฮฑฯฯฮฑฮฏ) โ utilizzavano una varietร di tecniche per colpire il loro avversario e portarlo a terra al fine di applicare una tecnica di sottomissione.
Quando i pancraziasti combattevano in piedi, il combattimento era chiamato Ano pancrazio (แผฮฝฯ ฯฮฑฮณฮบฯฮฌฯฮนฮฟฮฝ, โpancrazio superioreโ), pugni e calci, lotta in pidi,mentre quando portavano il combattimento a terra, lotta a terra e colpi da terra, si parlava di Kato pancrazio (ฮบฮฌฯฯ ฯฮฑฮณฮบฯฮฌฯฮนฮฟฮฝ, โpancrazio inferioreโ)
Altri autori danno del nome un’altra derivazione, come l’ampiezza della fronte o la maestร dello stile letterario.
I concetti di Mannerbund, guerrieri iranici, Marut, Kรณryos (gruppo di guerra) e i Culti Indoeuropei sono strettamente collegati allโinterno del contesto delle tradizioni guerriere e religiose delle societร indoeuropee. Questi termini riflettono aspetti sociali, mitologici e spirituali legati ai gruppi di giovani guerrieri maschi e al loro ruolo nella cultura antica.Mannerbund e Kรณryos: La Fratellanza Guerriera Mannerbund (o Mรคnnerbund) รจ un termine usato negli studi indoeuropei per indicare una confraternita di giovani uomini non sposati che formavano una societร guerriera. Questi gruppi rappresentavano un rito di passaggio: i giovani lasciavano le loro famiglie per vivere insieme, allenarsi e partecipare a guerre, razzie o cacce. Il Kรณryos, invece, รจ un termine proto-indoeuropeo ricostruito che significa “gruppo di guerra” o “banda di guerrieri”. Esso rappresenta la radice linguistica e sociale di queste formazioni, fondamentali nella struttura delle prime societร indoeuropee. I membri del Kรณryos dimostravano il loro valore attraverso atti di coraggio prima di stabilirsi come adulti. Questo modello si ritrova in varie culture indoeuropee, come i Germani (es. i berserker) o gli antichi Greci (es. la Crypteia spartana). Guerrieri Iranici e il Mannerbund Con “iranica” si fa probabilmente riferimento agli elementi iranici o persiani allโinterno del ramo indo-iranico delle culture indoeuropee. Nelle societร iraniche antiche, come quelle dei Persiani, Sciti e Medi, esistevano gruppi di guerrieri che incarnavano il concetto del Mannerbund. Questi erano spesso giovani guerrieri dโรฉlite, dediti alla guerra e alle razzie. Testi come lโAvesta suggeriscono lโesistenza di tali confraternite, evidenziando lโimportanza della prodezza marziale e della fratellanza. Questi gruppi avevano anche una dimensione religiosa, spesso legata al culto di divinitร come Mitra, dio degli giuramenti e dei codici guerrieri, che rafforzava il loro senso di coesione e identitร . I Marut: Il Riflesso Mitologico del Gruppo Guerriero Nella mitologia indรน, i Marut sono un gruppo di divinitร delle tempeste, compagni di Indra, dio del tuono e della guerra. Descritti come giovani guerrieri vigorosi armati di armi dorate, i Marut rappresentano unโimmagine mitologica del Mannerbund o del Kรณryos. Sono una fratellanza divina di combattenti feroci, associati alle forze della natura come tempeste e venti, che assistono Indra in battaglie epiche, come quella contro il serpente Vritra. La loro figura riflette le societร guerriere umane, dove i giovani venivano iniziati in gruppi che combinavano qualitร marziali e divine. Culti Indoeuropei: La Dimensione ReligiosaI gruppi guerrieri come il Mannerbund e il Kรณryos non erano solo istituzioni sociali o militari, ma erano profondamente radicati nei culti indoeuropei. Partecipavano a rituali che invocavano protezione divina o canalizzavano il potere di dรจi legati alla guerra e agli elementi naturali. I Marut, ad esempio, non sono solo guerrieri, ma anche esseri divini che dominano le forze della natura, simbolizzando lโunione tra ruolo marziale e spirituale. Nei contesti germanici, i berserker entravano in stati di furia rituale che li rendevano invincibili, un tratto che richiama la “furia guerriera” presente in altre culture indoeuropee, come la lyssa greca o il concetto vedico di eis (frenesia). Nelle tradizioni iraniche, i guerrieri erano spesso legati al culto di Mitra, che presiedeva a giuramenti e contratti, elementi chiave per la lealtร di questi gruppi. Il Mannerbund, i guerrieri iranici, i Marut e il Kรณryos sono espressioni diverse di una stessa tradizione indoeuropea: quella delle societร di giovani guerrieri. Il Mannerbund e il Kรณryos ne rappresentano le basi sociali e linguistiche; i Marut ne offrono una versione mitologica, incarnando lโarchetipo divino del gruppo guerriero; i guerrieri iranici mostrano una specifica manifestazione culturale, spesso intrecciata ai culti religiosi. Insieme, questi elementi evidenziano il ruolo centrale delle confraternite guerriere nelle societร indoeuropee, unendo aspetti marziali, sociali e spirituali in un unico quadro culturale.
Nel contesto dei popoli indo-iranici, si condivideva un pantheon di divinitร simili, inclusa una serie di divinitร guerriere, come ad esempio Indra nel mondo indiano, che nel mondo iranico corrisponde a Verthragna (uno degli epiteti di Indra, significante “l’uccisore del serpente” o “il distruttore dell’ostacolo”). Questo indica la presenza di un aspetto guerriero nella loro mitologia condivisa. In tale contesto dei popoli indo-iranici e, in particolare, dello Zoroastrismo, il fuocoย riveste un ruolo centrale e possiede una concezione esoterica e spiritualeย profonda.
Ecco alcuni punti chiave relativi al fuoco e al suo significato esoterico: Centro della liturgia e mediatore divino: Il fuoco รจ il fulcro della liturgia ed รจ considerato un mediatore nel dialogo con il divino. Deve essere acceso e mantenuto in modi specifici. Fuochi permanenti nella tradizione iranica: A differenza del mondo indiano, dove il fuoco puรฒ essere estinto dopo una liturgia (anche se lunga, come 12 giorni e notti), la tradizione iranica insiste sulla creazione di fuochi permanenti, che non possono essere estinti. Templi del fuoco e continuitร sacra: Esistono i cosiddetti “templi del fuoco”, in particolare in India (a Mumbai e nel Gujarat), dove le fiamme sono state mantenute accese per diverse centinaia di anni. Si dice che uno di questi fuochi, nel Gujarat, provenga da carboni ardenti portati direttamente dall’Iran sasanide. Purezza e rituali di purificazione: La contaminazione di un fuoco sacro richiede liturgie complesse per purificarlo e generare una nuova fiamma con la potenza divina purificata.
George Dumizil in Mitra e Varduna, pag. 115 effettua una comparazione tra Germani e altre confraternite indoeuropee ” ciรฒ che emerge nell’insieme delle testimonianze (sin da Tcito De Germania,31) รจ che la morale economica, cosรฌ come quella sessuale e piรน in generale il comportamento di questi guerrieri, in pace come in guerra, non ha niente in comune col resto della societร ” Nessuno di loro riferisce Tacito(loc.cit) in merito alla ”societร militare” dei Chatti, ha una casa, nรจ campo, ne preoccupazione alcuna: si presentano presso chiunque e ne ricevono nutrimento, prodighi di beni altrui, indifferenti ai loro” ”Nulli domus aut ager aut aliqua cura: prout ad quemque uenere, aluntur: prodigi alieni, contemptores sui ”
Rapiditร come vento, calma come foresta, aggressivitร come fuoco, stabilitร come montagna
La traduzione in giapponese della frase รจ “Fลซrinkazan” (้ขจๆ็ซๅฑฑ), che letteralmente significa “Vento, Foresta, Fuoco, Montagna”. Questa espressione รจ una sintesi di due passaggi del capitolo 7 di L’arte della guerra di Sun Tzu:
Capitolo 7, passaggio 17: “ๆ ๅ ถ็พๅฆ้ขจ๏ผๅ ถๅพๅฆๆ” (“Sii rapido come il vento, tranquillo come una foresta”).
Capitolo 7, passaggio 18: “ไพตๆ ๅฆ็ซ๏ผไธๅๅฆๅฑฑ” (“Aggressivo come il fuoco, immobile come una montagna”).
In giapponese, ogni carattere rappresenta una qualitร :
้ขจ (Fลซ): Vento, simbolo di velocitร e rapiditร .
ๆ (Rin): Foresta, simbolo di tranquillitร e calma.
็ซ (Ka): Fuoco, simbolo di aggressivitร e intensitร .
ๅฑฑ (Zan): Montagna, simbolo di stabilitร e immobilitร .
Le parole latine periculum (pericolo) ed experiri (sperimentare, provare) condividono una radice comune che svela un’affascinante connessione concettuale tra l’idea di rischio e quella di esperienza. Il loro legame etimologico risiede nel verbo perior, un termine arcaico che significa “tentare” o “provare”.
Periculum, che in latino significa “prova, esperimento, rischio”, si รจ evoluto nell’italiano “pericolo”. La sua struttura morfologica รจ composta dal suffisso -culum, che indica uno strumento o un mezzo, attaccato alla radice peri-, derivata appunto da perior. In origine, quindi, il periculum non era altro che l’atto di tentare, di mettere alla prova, un’azione che intrinsecamente comporta un elemento di incertezza e, di conseguenza, di potenziale rischio.
Dall’altra parte, il verbo deponente experiri si traduce con “sperimentare, mettere alla prova, fare esperienza”. La sua composizione รจ trasparente: il prefisso ex-, che indica un movimento da, un’uscita, si unisce alla stessa radice peri- di perior. L’experiri รจ quindi letteralmente un “trarre fuori dalla prova”, un apprendere attraverso il tentativo e l’esposizione a una determinata situazione. Da experiri derivano parole italiane come “esperienza” ed “esperto”.
L’analisi etimologica rivela dunque una profonda veritร : non puรฒ esserci esperienza senza una qualche forma di “pericolo” o, piรน neutralmente, di “prova”. Ogni tentativo di acquisire conoscenza o abilitร (l’experiri) implica necessariamente un’esposizione a un periculum, a un rischio, seppur minimo. ร attraverso il superamento della prova, l’affrontare il rischio, che si forgia l’esperienza.
In sintesi, la connessione tra periculum ed experiri ci insegna che il concetto di pericolo non รจ unicamente negativo, ma รจ intrinsecamente legato al processo di apprendimento e di crescita. L’esperienza non รจ altro che la conoscenza distillata dal rischio che si รจ corso e dalla prova che si รจ superata.
L’essenza di un Uomo รจ di giocare, rischiare (vivere, lottare non soltanto per vivere o far sopravvivere la specie); a differenza degli animali l’uomo รจ homo ludens. Dunque egli fa delle cose ”inutili” ovverossia contrario alla propria stessa esistenza: la morale รจ esattamente questo. L’uomo รจ un giocatore ed ogni esperienza autentica umana รจ una messa in gioco, talvolta pericolosa l’ “esperienza”-รจ etimologicamente legata al “pericolo”; in latino experiri = sperimentare, ha la medesima radice di periculum = pericolo).
OMAR VECCHIO
Pakistan – 31 luglio 2000 – quota 5700m
CONFER
Homo ludens รจ una locuzione latina che si traduce come “Uomo che gioca” o “Uomo ludico”.
Il termine รจ stato reso celebre dallo storico e teorico della cultura olandese Johan Huizinga nel suo influente libro del 1938, intitolato appunto Homo Ludens.
L’Idea Centrale
L’argomento centrale di Huizinga รจ che la capacitร umana di giocare non รจ un’attivitร banale o secondaria, ma una condizione primaria e fondamentale che dร origine alla cultura umana. Egli contrappone l’ Homo ludens ad altre definizioni dell’essere umano, come:
Homo sapiens: Uomo saggio
Homo faber: Uomo artefice (o fabbricante)
Huizinga credeva che, prima ancora di essere saggio o artefice, l’uomo fosse un giocatore. Per lui, il gioco non รจ qualcosa che avviene all’interno della cultura; piuttosto, la cultura stessa nasce e si sviluppa come e nel gioco.
La Definizione di Gioco secondo Huizinga
Secondo Huizinga, il gioco รจ un’attivitร distinta con diverse caratteristiche chiave:
Carattere Non Materialistico: Nella sua forma piรน pura, il gioco non รจ produttivo. ร fine a se stesso, non รจ volto al guadagno materiale o alla produzione di beni (Huizinga riconosceva che questo principio si complica con lo sport professionistico, ma l’essenza dello spirito ludico non รจ il profitto).
Volontarietร : Il gioco รจ un’attivitร scelta liberamente. Non รจ mai un compito o un dovere. Se รจ forzato, cessa di essere gioco.
Separazione dalla Vita “Ordinaria”: Si svolge al di fuori della realtร quotidiana. Costituisce una fuga temporanea in una sfera a parte.
Limiti di Tempo e Spazio: Il gioco ha un inizio e una fine precisi. Avviene all’interno di un’area designata: un campo da gioco, una scacchiera, un palcoscenico. Huizinga chiamรฒ questo concetto il “cerchio magico”, un mondo temporaneo all’interno del quale si applicano le regole del gioco.
Creazione di Ordine: Il gioco ha le proprie regole, che sono assolutamente vincolanti all’interno del cerchio magico. Crea un mondo temporaneo, perfetto e ordinato. Il “guastafeste” (in inglese, spoilsport) non รจ solo un cattivo perdente; รจ colui che frantuma questo fragile mondo rifiutando di rispettarne le regole.
Presenza di Tensione: Il gioco include un elemento di incertezza e di caso. C’รจ una sfida da superare e una risoluzione, ed รจ questo che lo rende coinvolgente.
Agire come se ogni atto fosse lโultimo , fosse necessario, inevitabile, fondamentale, totale pur sapendo in cuor suo , come rammentava don Juan a Castaneda che รจ solo un compito inutile rispetto allโAssoluto, nonostante i paradossi dellโesistenza, nonostante la dualitร apparente, ma greve, ruvida non di rado tagliente.