Con mitologia norrena, mitologia nordica o mitologia scandinava ci si riferisce all’insieme dei miti appartenenti alla religione tradizionale pre-cristiana dei popoli scandinavi, inclusi quelli che colonizzarono l’Islanda e le Isole Fær Øer, dove le fonti scritte della mitologia norrena furono assemblate. È da ritenersi un ramo della mitologia germanica (che include anche la mitologia anglosassone o inglese), che è il nucleo mitematico più antico. La mitologia germanica ha radici nella mitologia indoeuropea.
Per la maggior parte dell’età vichinga venne trasmessa oralmente e le nostre conoscenze al suo riguardo sono principalmente basate su testi medievali (in particolare le due versioni dell’Edda), compilati successivamente all’introduzione del Cristianesimo tra i popoli germanici.
La bacchetta della veggente vichinga. Lo spiedo era già leggermente piegato quando fu deposto nella sepoltura.
Forse, prima di un’importante battaglia, diede del giusquiamo ai guerrieri e agli abitanti di Fyrkat per infondere loro forza e coraggio?
I ritrovamenti principali e più significativi di giusquiamo nero (Hyoscyamus niger) sono avvenuti in siti archeologici legati all’epoca vichinga, in contesti costantemente rituali e mai domestici.
La scoperta più famosa e importante è avvenuta nel 1977 a Fircat, in Danimarca, all’interno di una fortezza anulare costruita durante il regno di re Harald Bluetooth. In questo sito, gli archeologi danesi hanno esaminato la tomba di una donna di altissimo rango, vissuta intorno al 980 d.C. e identificata come una völva (un’esperta di rituali norrena). Tra i suoi oggetti funerari è stata rinvenuta una piccola borsa di cuoio sigillata che conteneva diverse centinaia di semi di giusquiamo nero.
Questa non è stata l’unica scoperta. Scavi successivi in tutta la Scandinavia hanno portato alla luce ulteriori semi di giusquiamo. Questi rinvenimenti sono stati effettuati in siti specifici, come:
Sepolture di guerrieri
Tombe di individui di alto rango
Depositi rituali
Queste scoperte archeologiche hanno confermato che il giusquiamo non era una semplice erba da cucina, ma una vera e propria sostanza controllata: veniva deliberatamente coltivata, raccolta, conservata e somministrata da specialisti all’interno di un’istituzione organizzata BERSERKER
I composti attivi del giusquiamo nero, in particolare gli alcaloidi tropanici come la iosciamina e la scopolamina, provocavano una serie di reazioni sul sistema nervoso che combaciano in modo millimetrico con i resoconti delle saghe norrene. Gli effetti specifici sul corpo e sulla mente dei guerrieri includevano:
Esaurimento e collasso prolungato: Una volta terminato lo scontro e svanito l’effetto della droga, i guerrieri andavano incontro a un crollo fisico devastante. Entravano in una fase di spossatezza così profonda da lasciarli inabili a funzionare per diversi giorni.
Forte agitazione e tremori: A differenza di altre sostanze sedative, il giusquiamo induceva un’intensa attività violenta; i tremori che i Berserker manifestavano prima del combattimento corrispondono alla fase iniziale di agitazione tipica di questo avvelenamento.
Allucinazioni vivide e paranoia: La pianta alterava profondamente la mente, causando deliri spesso associati a contenuti violenti, portando i guerrieri a ululare e mordere i bordi dei propri scudi.
Dissociazione dal dolore: Il giusquiamo produceva un’analgesia dissociativa. Questa drastica riduzione della sensibilità al dolore conferiva ai guerrieri un’apparente immunità alle ferite in battaglia, permettendo loro di mantenere un’efficienza coordinata nonostante traumi che avrebbero fermato un uomo comune.
Tachicardia e calore estremo: L’intossicazione causava un drastico aumento della frequenza cardiaca e una tipica sensazione di pelle arrossata e calda, spiegando così perché questi uomini combattessero sfidando il freddo, senza armatura o addirittura a torso nudo.
Schiuma alla bocca: Questo famigerato tratto distintivo dei Berserker era un sintomo clinico diretto causato dalla scopolamina, che agisce sopprimendo il normale riflesso della deglutizione dell’individuo.
A volte si fanno ritrovamenti archeologici davvero insoliti. Ad esempio, c’è la singolare tomba di una donna vichinga, rinvenuta nella fortezza circolare di Fyrkat, vicino a Hobro, in Danimarca. Tra le circa 30 tombe del sito, si distingue per il suo insolito corredo funerario. Si tratta della tomba di una donna, forse una veggente.
La veggente sepolta di Fyrkat – disegno di ricostruzione di Thomas Hjejle Bredsdorff.
le ricerche tossicologiche hanno delineato chiaramente le differenze chimiche e sintomatologiche tra l’Amanita muscaria (il fungo erroneamente associato ai guerrieri) e il giusquiamo nero (la vera sostanza utilizzata). Ecco i dettagli:
Giusquiamo Nero (Hyoscyamus niger)
Composizione chimica: I composti attivi della pianta sono alcaloidi tropanici, in particolare la iosciamina e la scopolamina. Appartengono alla stessa famiglia chimica che produce gli effetti della belladonna e della datura.
Effetti sul corpo: A differenza dei depressivi, il giusquiamo scatenava reazioni eccitanti e dissociative che corrispondono perfettamente ai racconti delle saghe norrene.
Provoca forte agitazione iniziale (compatibile con i tremori dei Berserker) e allucinazioni vivide, spesso con contenuti violenti o paranoici.
Genera un’estrema analgesia dissociativa, che riduce la sensibilità al dolore permettendo di combattere nonostante le ferite.
Induce tachicardia (aumento drastico della frequenza cardiaca) e una sensazione di forte calore sulla pelle.
La scopolamina inibisce specificamente il normale riflesso della deglutizione, causando il celebre sintomo della schiuma alla bocca.
Nella fase di recupero, causa un profondo collasso e un esaurimento che può lasciare l’individuo inabile per diversi giorni.
Fungo Amanita Muscaria
Composizione chimica: I composti attivi del fungo sono il muscimolo e l’acido ibotenico.
Effetti sul corpo: Si tratta di potenti neurotossine che funzionano come depressivi del sistema nervoso centrale, non come stimolanti.
I sintomi predominanti includono forte sedazione, nausea, vomito, profusa sudorazione e atassia (una grave perdita di coordinazione muscolare).
A dosi significative, causano confusione, difficoltà di linguaggio e perdita di coscienza.
Di conseguenza, un guerriero sotto l’effetto di questo fungo avrebbe avuto maggiori probabilità di rimettere e addormentarsi piuttosto che caricare una linea di scudi nemica con furia e coordinazione.
Al momento della sepoltura, la donna indossava abiti raffinati blu e rossi ornati con fili d’oro, segno di status regale. Fu sepolta, come le donne più ricche, nella cassa di una carrozza trainata da cavalli. Le erano stati offerti doni comuni a una donna, come fusi e forbici. Tuttavia, vi erano anche oggetti esotici provenienti da terre lontane, a indicare che la donna doveva essere benestante. Indossava anelli d’argento alle dita dei piedi, un tipo di anello che non si trova in nessun altro luogo della Scandinavia. Inoltre, nella tomba sono state rinvenute due ciotole di bronzo, che potrebbero essere arrivate addirittura dall’Asia centrale.
Nella tomba è stata rinvenuta anche una cosiddetta spilla a scatola proveniente da Gotland. La völva, a quanto pare, riutilizzava la spilla cava come contenitore per il biacca. Il biacca è un colorante bianco utilizzato in medicina da oltre 2000 anni, ad esempio nelle pomate per la pelle. È velenoso nella sua forma concentrata.
Tra gli oggetti insoliti, sono stati rinvenuti un bastone di metallo e semi della pianta velenosa di giusquiamo. Questi due oggetti sono associati alla veggente. L’oggetto più misterioso è il bastone di metallo, parzialmente disintegrato dopo la lunga permanenza nel terreno. Consiste in un’asta di ferro con finiture in bronzo. Potrebbe trattarsi di un bastone utilizzato nella pratica magica, un bastone da völva o un bastone magico.
I semi di giusquiamo sono stati trovati in una piccola borsa. Se gettati sul fuoco, questi semi producono un fumo leggermente allucinogeno. Assunti nelle giuste quantità, possono provocare allucinazioni ed euforia. Il giusquiamo era spesso usato dalle streghe in epoche successive. Poteva essere utilizzato come unguento magico per produrre un effetto psichedelico, se i praticanti di magia lo applicavano sulla pelle. La donna di Fyrkat faceva forse così? Nella fibbia della sua cintura è stato trovato del biacca, talvolta utilizzato come ingrediente in unguenti per la pelle.
Altri oggetti rinvenuti nella tomba avvalorano ulteriormente l’ipotesi che la donna fosse una veggente. Ai suoi piedi si trovava una scatola contenente vari oggetti, come borre di gufo e piccole ossa di uccelli e mammiferi. Oltre a questi, c’era un amuleto d’argento a forma di sedia: il seid, o sedia magica?
Coppa di bronzo, probabilmente proveniente dall’Asia centrale. Presentava un rivestimento in erba e conteneva una sostanza grassa
Una misteriosa tazzina, che la donna di Fyrkat aveva con sé nella tomba. La sua funzione è sconosciuta, ma potrebbe essere stata una piccola tazza per bere.
IPOTESI Per molto tempo si è ipotizzato che i Berserker rappresentassero una stirpe etnica distinta, una tribù biologicamente separata dai comuni contadini scandinavi. Tuttavia, un fondamentale studio del 2020 guidato dall’Università di Copenaghen, che ha sequenziato oltre 400 genomi di resti dell’epoca vichinga, ha smantellato completamente questa teoria.
I resti scheletrici appartenenti a questi guerrieri d’élite non hanno mostrato alcuna firma genetica unica o isolata. Al contrario, si inserivano perfettamente nella mappa genetica della Norvegia e della Svezia dell’epoca, risultando indistinguibili dai pescatori, dai contadini o dagli artigiani sepolti nelle tombe vicine. La loro spaventosa efficienza bellica non risiedeva nei geni, ma nel rigido sistema sociale che li selezionava, li addestrava e somministrava loro le dosi di giusquiamo nero. Il Berserker non era un’eccezione genetica, bensì un “prodotto” culturale e farmacologico.
Quando la Scandinavia fu cristianizzata e le leggi vietarono esplicitamente queste pratiche rituali, l’istituzione scomparve, ma gli uomini no. I testi documentano che questi guerrieri semplicemente smisero di essere Berserker e tornarono alla vita civile. Si stabilirono nei loro villaggi, coltivarono le valli, si sposarono e la loro linea genetica rifluì in modo naturale nel bacino della popolazione norrena principale.
Gli ampi studi sulle biobanche odierne confermano una continuità genetica diretta tra la popolazione dell’epoca vichinga e quella odierna. Gli stessi aplogruppi del cromosoma Y documentati nelle sepolture dei Berserker sono presenti oggi con alta frequenza negli uomini norvegesi. I discendenti di questi guerrieri non sono mai scomparsi: vivono ancora oggi nelle stesse valli e nelle stesse fattorie da cui i loro antenati partivano per le razzie, con lo stesso identico aspetto di tutti gli altri.
Alle donne vichinghe venivano donati anche pendenti a forma di zampa d’anatra, realizzati in argento.
attorno alla sua vita erano concentrati diversi oggetti. Si pensa che fossero appesi alla cintura, come mostrato in questo disegno di Hayo Vierck. Vi si trovano un coltello, il cui fodero è avvolto in argento, e una cote di ardesia. Dato che i Vichinghi e gli Anglosassoni prediligevano le cote decorate, che spesso si trovano nelle tombe o in altri contesti cerimoniali, è plausibile immaginare che un sacrificio fosse preceduto da una drammatica affilatura dello strumento di morte. (Immaginate questo atto accompagnato da canti e tamburi, mentre la tensione cresce). L’oggetto numero 5 nel disegno è un’ipotesi sull’origine di numerosi piccoli frammenti di vetro sottile, che potrebbero rappresentare una piccola ampolla di questo tipo. Si trattava di una forma comune di amuleto protettivo nel mondo classico e il suo utilizzo continuò in epoca cristiana, quando venivano riempite con l’acqua usata per lavare le tombe dei santi. L’oggetto numero 2 è una presunta borsa contenente semi di giusquiamo. Il giusquiamo può provocare forti allucinazioni ed è una delle piante più comunemente associate alla magia nell’Europa settentrionale.
L’oggetto numero 4 è questo amuleto a forma di sedia. Si tratta di uno degli oggetti più fortemente associati alla magia norrena, noto solo grazie alle tombe di donne sospettate di essere veggenti o streghe. Probabilmente rappresenta l'”alto seggio” su cui una völva sedeva per pronunciare le sue profezie, come descritto in diverse fonti norrene.
Vi starete chiedendo perché non ho chiamato Fyrkat 4 una völva , visto che è così che gli autori moderni si riferiscono solitamente alle donne magiche o profetesse norrene. Ma la terminologia norrena antica relativa alla magia e ai praticanti di magia è uno di quegli argomenti che, una volta approfonditi, si rischia di non approfondire. Ci sono diversi termini il cui significato è cambiato nel corso dei secoli. È del tutto possibile che questa donna considerasse “völva” un insulto così insopportabile da far tagliare la lingua a chiunque l’avesse chiamata così, prima di profetizzare la rovina di tutta la sua famiglia (come “strega”). Quindi è più sicuro evitare del tutto i termini norreni e usare qualcosa di generico e inglese. Per inciso, potreste pensare di sapere perché una saggia donna norrena veniva chiamata völva , termine che sembra evocare il mistero femminile. In realtà significa “portatrice di bastone”. Il che mi porta all’altro oggetto innegabilmente magico di Fyrkat 4, un bastone o una bacchetta di ferro gravemente corrosa con finiture in bronzo.
Quella tradizione aveva molti elementi. Il più noto e probabilmente centrale era la profezia. Le saghe ci raccontano che i veggenti viaggiavano regolarmente attraverso le terre norrene, facendo tappa in ogni fattoria importante. Lì venivano accolti con grande entusiasmo e a loro e ai loro seguaci veniva offerto un banchetto. Presiedevano a un rituale che prevedeva canti e, in epoca precristiana, sacrifici animali. Poi si vestivano con elaborati costumi – fu forse in questa occasione che la maga Fyrkat si dipinse il viso di bianco? – prendevano posto su una sedia posta su una piattaforma e profetizzavano ciò che l’anno avrebbe portato alla famiglia. Secondo le nostre fonti, di solito davano buone notizie. Sempre secondo le nostre fonti, potevano essere corrotti e avrebbero pronunciato profezie migliori per coloro che li nutrivano meglio. Questa stessa accusa veniva ovviamente rivolta agli oracoli nel mondo antico ed è ancora rivolta agli sciamani moderni, spesso da altri sciamani, quindi questo dibattito sembra essere parte integrante dell’intera questione della profezia.
La figura della “Dama Pagana” (The Pagan Lady) di Peel è una delle scoperte archeologiche più affascinanti dell’Isola di Man, unendo il rigore della storia al fascino cupo della mitologia norrena. Sebbene il riferimento a Thorhallur Thrainsson sia più strettamente legato alle leggende di spettri e folklore nordico (come il celebre glámr delle saghe), la scoperta della Dama Pagana nel Castello di Peel è un fatto storico documentato che sembra uscito direttamente da una ballata vichinga.
La Scoperta (1982) Durante gli scavi diretti dall’archeologo David Freke presso il Castello di Peel (sull’isolotto di St Patrick’s Isle), è stata rinvenuta una sepoltura risalente alla metà del X secolo. All’interno non vi era un guerriero, ma una donna di alto rango la cui tomba conteneva un corredo rituale straordinario. Il Corredo della “Maga” Ciò che rende questa donna una sospetta Völva (una sciamana o profetessa vichinga) sono gli oggetti che l’accompagnavano: L’Ala di Cigno: Il dettaglio più poetico e inquietante. La donna è stata sepolta con l’ala intera di un cigno selvatico posta sotto il suo braccio. Nella simbologia norrena, i cigni sono legati alle Valchirie e alla capacità di viaggiare tra i mondi. La Collana di Perle: Una magnifica collana composta da oltre 70 perle di vetro, ambra e corniola provenienti da tutta Europa e dall’Oriente, segno di un prestigio immenso. Strumenti Rituali: Accanto a lei sono stati trovati un coltello, una borsa di pelle contenente aghi d’osso e una “bacchetta” di ferro, spesso interpretata come il distaff (conocchia) usato dalle sciamane per “tessere” il destino.
Il Significato Simbolico La presenza dell’ala di cigno suggerisce un rituale di trasformazione o protezione. Le Völur erano figure temute e rispettate, capaci di praticare il Seiðr, una forma di magia che permetteva di vedere il futuro e influenzare gli eventi. Nota Storica: La sepoltura della Dama Pagana rappresenta un momento di transizione unico. È stata trovata in un cimitero cristiano, ma il suo corredo è inequivocabilmente pagano. Questo suggerisce che, nonostante l’avanzata della nuova fede, il potere spirituale di queste “streghe” vichinghe fosse ancora troppo grande per essere ignorato.
Il Collegamento con Thorhallur Thrainsson Sebbene Thrainsson sia un nome noto nelle saghe islandesi per incontri con il soprannaturale, il legame qui è tematico: il Castello di Peel è rinomato per essere uno dei luoghi più infestati delle isole britanniche (celebre è il Moddey Dhoo, il cane nero spettrale). La Dama Pagana incarna perfettamente quella “presenza norrena” che Thrainsson e altri cronisti del folklore hanno cercato di descrivere: un mondo dove il confine tra i vivi, i morti e le creature mitologiche era sottile come un colpo d’ala di cigno. Oggi, i resti e i tesori della Dama sono conservati presso il Manx Museum a Douglas, dove la sua collana rimane uno dei pezzi più iconici dell’eredità vichinga nell’Isola di Man.
La “Pagan Lady of Peel” è stata sepolta con diversi oggetti che presentano connotazioni magiche, religiose o rituali:
Amuleti: Tra gli oggetti ritrovati nella sua tomba, ed in particolare associati alla piccola borsa di pelle che indossava, vi erano alcuni amuleti.
Perle di preghiera: La donna indossava una preziosa collana, considerata un cimelio di famiglia che raccontava la storia e i viaggi dei suoi antenati. Una di queste perle era molto antica, risalente al sesto secolo (avendo quindi 400 o 500 anni al momento della sua sepoltura), e si ritiene potesse appartenere originariamente al rosario (perle di preghiera) di uno dei monaci che vivevano in precedenza sull’isola.
Corredo funerario pagano: Nonostante fosse sepolta in un cimitero cristiano, la tomba conteneva un corredo funerario di tradizione pagana pensato per accompagnarla nell’aldilà. Il rituale prevedeva che non potesse passare al mondo successivo senza i suoi attrezzi quotidiani, tra cui un kit da cucito, due coltelli, uno spiedo per arrostire e persino un’ala d’oca.
L’intero rituale di sepoltura è stato eseguito con grande cura: la donna è stata deposta facendole riposare il capo su un cuscino di piume d’oca e facendole indossare una piccola cuffia bianca, a dimostrazione del grande affetto di chi l’ha seppellita.
La statuetta “Portatore di bastone” o “Danzatore con arma” proveniente da Birka, in Svezia.
Gran parte di questo materiale proviene da Neil Price, The Viking Way: Magic and Mind in Late Iron Age Scandinavia.
La “Dama Pagana” del Castello di Peel, Isola di Man, maga vichinga sepolta con un’ala di cigno. Di Thorhallur Thrainsson.
È interessante notare che le fonti delle saghe dicono poco riguardo alla veggente che entrava in trance o in estasi. Ma il giusquiamo non è una droga da poco, e chiunque ne assumesse a sufficienza potrebbe andare ben oltre lo stato razionale. Inoltre, l’estasi, in una forma o nell’altra, è quasi universalmente parte della tradizione profetica. Quindi credo che dovremmo immaginare che le veggenti norrene, almeno a volte, si drogassero per entrare in uno stato di trance al fine di cercare risposte a domande urgenti. Una cosa che abbiamo imparato dagli sciamani moderni è che sono capaci di operare in più modalità, fornendo risposte preconfezionate a domande standard – sì, certo, avrete un ottimo raccolto, cosa mangeremo? – e allo stesso tempo drogandosi o inducendosi in altri modi in stati di trance molto pericolosi quando si trovano di fronte a una vera crisi.
Ho evitato anche di definire Fyrkat 4 una veggente, come invece la definisce il Museo Nazionale Danese. Ho fatto ciò perché la tradizione magica norrena includeva, oltre alla profezia, anche altri elementi, tra cui il repertorio standard degli indovini: guarigione, ritrovamento di oggetti smarriti, creazione di amuleti protettivi e così via. Si diceva anche che evocassero tempeste e maledicessero a morte i loro nemici. Presumo che la maga di Fyrkat si dedicasse almeno alla guarigione, ed è affascinante immaginare che a volte re Harald mandasse via il suo vescovo e chiedesse alla sua maga di maledire i suoi nemici o di avere una visione di come si sarebbero svolte le sue prossime guerre.
Ne sono noti circa trenta esemplari; questa immagine proviene dal British Museum. Alcuni di essi, come questi, presentano ornamenti che li distinguono, ma altri assomigliano praticamente in tutto e per tutto a spiedi. E in effetti alcuni di essi potrebbero essere stati effettivamente spiedi, sebbene nelle sepolture siano associati a donne fatate. Quindi è probabile che fossero utilizzati per uno scopo diverso.
Il forziere ai piedi di Fyrkat 4 era antico e presentava diverse riparazioni con vari tipi di legno, un dettaglio piuttosto singolare. Conteneva principalmente abiti, di cui è sopravvissuta solo una quantità di filo d’oro e d’argento. Insomma, abiti molto eleganti. Vi si trovavano anche gli oggetti tipici sepolti con le donne vichinghe: forbici, un fuso e un’altra cote. La maga di Fyrkat doveva essere una donna formidabile. Ricca, spendeva gran parte del suo denaro in merci esotiche provenienti da terre lontane, prediligendo in particolare mode non ancora adottate dalle sue contemporanee. E, in un regno che si professava cristiano, era una devota di un’antica tradizione magica.
Fyrkat era una delle fortezze costruite dai re di Danimarca, probabilmente intorno al 980 d.C. Esistono almeno altre due fortezze quasi identiche risalenti all’epoca vichinga, e altre due possibili. L’ipotesi più accreditata è che i re le facessero costruire come parte della preparazione di una grande campagna militare. In questo caso, il re sarebbe stato Harald Bluetooth, e la campagna sarebbe stata la sua vittoriosa guerra per riconquistare lo Jutland meridionale dagli imperatori tedeschi. Da notare che Harald Bluetooth si era a quel tempo convertito al cristianesimo e richiedeva a tutti i suoi seguaci di fare altrettanto. CONFER Fonte https://benedante.blogspot.com/2021/03/the-sorceress-of-fyrkat.html
Per quanto alcuni studi abbiano messo in evidenza il fatto che nel combattimento sia necessario comunque un certo livello di lucidità e reattività, non tutti gli studiosi concordano perciò sulla teoria dell’uso di sostanze psicotrope, dati gli effetti potrebbero risultare quasi annichilenti dell’azione combattiva.
il significato di tutte le tecniche di «potere sul fuoco» e di «calore magico» è più profondo: indicano l’accesso a un certo stato estatico o a uno stato non condizionato di libertà spirituale. Ma il POTERE SACRO sperimentato come calore intensissimo non è ottenuto unicamente con tecniche sciamaniche e mistiche, è anche conquistato con le esperienze delle iniziazioni militari. Parecchi termini del vocabolario «eroico» indoeuropeo – “furor”, “ferg”, “wut”, “menos” – esprimono proprio il «calore intensissimo» e la «collera» che caratterizzano, sugli altri piani della sacralità, l’incorporazione della POTENZA. Proprio come uno “yogi” o uno sciamano, il giovane eroe si «scalda» durante il combattimento iniziatico. L’eroe celtico Cuchulinn esce dalla sua prima impresa (che d’altronde equivale, come ha dimostrato Georges Dumézil, a un’iniziazione di tipo guerriero) talmente «riscaldato» da dover essere immerso successivamente in tre orci di acqua fredda. Eliade Miti Sogni e Misteri
Dea dell’orso Corpus Inscriptionum Latinarum XIII 5160 (da Muri, Canton Berna, Svizzera, II secolo d.C.?): Dea Artioni Licinia Sabinilla
Licinia Sabinilla per la Dea Artio L’iscrizione si trova sulla base di un gruppo statuario in bronzo conservato nel Museo storico di Berna con il numero di inventario 16170/16210. Le seguenti fotografie di Stefan Rebsamen compaiono in Annemarie Kaufmann-Heinimann, Dea Artio, the Bear Goddess of Muri: Roman Bronze Statuettes from a Country Sanctuary (Berna: Museo storico di Berna, 2002):
La statuetta bronzea di Artio rinvenuta a Muri, in Svizzera, è la prova più nota del culto di questa dea.
Questa statua la raffigura come una figura femminile che tiene in mano frutti e fiori e una tazza, mentre un’orsa avanza con il muso proteso verso di lei.
Questa immagine della dea in sintonia con l’animale è stata la ragione per cui Artio è stata definita da alcuni la “dea degli orsi”.
Berna è una località appropriata per il gruppo di statue, poiché secondo l’etimologia popolare deriva dal tedesco Bär e presenta un orso sullo stemma.
Il termine arto- ‘orso’ ha una ricca storia etimologica nelle lingue indoeuropee, riflettendo sia il suo significato letterale che il suo valore culturale. Ecco una sintesi basata sui dati forniti: Goidelico (Antico Irlandese): art [o m], significa ‘orso’, ma anche ‘eroe’ o ‘guerriero’, suggerendo un’associazione metaforica tra la forza dell’orso e le qualità eroiche. Gallese (Gallese Medio): arth [m e f], significa direttamente ‘orso’. Bretone: Il Bretone Antico usa Ard- o Arth- come prefissi, mentre il Bretone Moderno usa arzh [m] per ‘orso’. Gallico: Artio, un teonimo (nome divino), probabilmente legato a una dea-orso, indicando l’importanza culturale o religiosa dell’animale. Proto-Indoeuropeo (PIE): Ricostruito come h₂rtko- ‘orso’ (Pokorny, IEW: 845), la radice da cui derivano questi termini. Cognati: Avestico: tauruna- (forse correlato, anche se non citato direttamente nella query). Sanscrito: ṛkṣa- ‘orso’. Greco: arktos ‘orso’. Latino: ursus ‘orso’. Albanese: ari ‘orso’.
Ranko Matasović, Dizionario Etimologico del Proto-Celtico (Leida: Brill, 2009), pp. 42-43:
Artio ( Dea Artio nella religione gallo-romana ) è una dea celtica raffigurante l’orso . Prove del suo culto sono state trovate in particolare a Berna , in Svizzera. Il suo nome deriva dalla parola gallica per “orso”, artos .
Il teonimo gallico Artiō deriva dalla parola celtica per ‘orso’, artos (cfr. antico irlandese art , medio gallese arth , antico bretone ard ), a sua volta dal protoindoeuropeo * h₂ŕ̥tḱos (‘orso’). Una forma celtica ricostruita come * Arto-rix (‘Re Orso’) potrebbe essere la fonte del nome Artù , tramite una forma latinizzata * Artori(u)s . Si presume anche che il basco hartz (‘orso’) sia un prestito celtico. [ 2 ] [ 3 ]
«l’altro mondo non è un posto, ma la negazione mitica delle nostre coordinate spazio-temporali […]. Ciò vuol dire che l’altro mondo può trovarsi addirittura nel bel mezzo del mondo degli uomini, differenziandosi da esso solo per la sua qualità ontologica».
Carlo Donà
Ordinario di Letterature comparate all'Università di Messina. Medievista di formazione, cerca di indagare i territori tra letteratura, mito e folklore, avvicinandosi ai testi letterari soprattutto dal versante antropologico. Ha indagato in particolare il simbolismo animale (relativamente al cervo, al lupo e al serpente), e pubblicato numerosi contributi sulla tradizione della fiaba e sui cantari, sul tema mitico dell'animale guida (Per le vie dell'altro mondo, Rubbettino, 2003) e, negli ultimi anni, sulla donna serpente (La fata serpente. Indagine su un mito erotico e regale, Write Up site, 2020) e sulla storia culturale della spada.
Era così pure provata la parentela linguistica tra la designazione dell’orso in greco, in latino e in celtico: arktos in greco, ursus in latino, arthos in celtico erano tutti imparentati con la radice sanscrita *rksas, che significa “distruggere”, in cui il nome dell’agente suona *rks-os (“distruttore”, sottinteso del favo di miele), come aveva dimostrato il grande linguista Emile Benveniste .All’origine del nome di orso in greco, latino e celtico vi era stata dunque una perifrasi, una circonlocuzione per dire l’animale, così come rintracciata in molte altre lingue: behr o bëro in antico tedesco, bera in anglosassone, björn in norvegese e islandese, bjorn in svedese, Bär in tedesco moderno, bear in inglese rimandano tutti al colore del manto lucente e al significato di “bruno”, a sua volta nome proprio dell’orso nel Roman de Renart; presso gli Slavi l’orso è “il mangiatore, il ladro di miele”: medvèdi in slavo antico, medved in russo e ceco, medvjed in serbo; “il leccatore” è per Lituani (loki lituano antico, lokys lituano moderno) e Lettoni (lacis). In questo gioco della perifrasi i più creativi risultano tuttavia essere i Lapponi, presso i quali maggiormente si può avvertire la tonalità del tabù, vale a dire del nome che non si deve pronunciare, ricorrendo per questo a immagini che sottolineano il misterioso rapporto con l’orso, capace, come l’uomo, di tenere la stazione eretta e sentito pure per questo come un “doppio” selvatico: questo alter-ego lappone è così designato come “il nonno”, “l’antenato”, “il vecchio della foresta”, “il vecchio con la pelliccia”, “colui che dorme d’inverno”, “quello che cammina con passo leggero”….. Proprio in relazione al greco e al celtico, un’altra parentela ha tuttavia attirato l’attenzione degli studiosi, una volta appurata l’esistenza di una dea Artio: è cioè possibile stabilire un rapporto linguistico tra Artio e Artemide? In altre parole, potrebbe Artemide, la “signora degli animali” (potnia theron) avere per così dire generato storicamente la celtica Artio? Posto che non tutti ritengono accettabile la radice linguistica comune (fa problema la sparizione della lettera k di arktos in greco nel nome della dea-orsa Artemide, perché di questo si tratterebbe), l’ipotesi è stata addirittura ribaltata: la dea greca deriverebbe da una dea celto-illirica o dacio-illirica introdotta in Grecia dai Dori, che nel corso delle loro migrazioni l’avrebbero mutuata da quelle popolazioni…. L’orso nelle religioni dell’antichità, nel quale intuiva per primo l’unità del gruppo bronzeo di Muri e ricollegava appunto il tema dell’orso, anzi dell’orsa, alla sua più generale teoria, quella di una fase prestorica di diritto materno le cui tracce si potevano riscontrare nel mito, un mondo nel quale – per dirla con Claude Lévi-Strauss – l’uomo e l’animale non sono ancora differenziati. In questo mondo del mito le dee dai caratteri ursini sostanziavano una delle configurazioni di un motivo cruciale:
il contatto con realtà marginali, liminali e transitorie, ma non per questo meno pericolose e bisognose dunque di particolari cautele. Nelle vesti di orse, Artio e Artemide si presentavano cioè al confine tra cultura e natura, tra lo spazio disciplinato e la foresta, tra l’umano e il bestiale, tra la vita e la morte, e si prestavano per questo pure a proteggere le partorienti. Ancora nelle fonti medievali l’attitudine materna dell’orsa è del resto condivisa, dal momento che il giudizio degli antichi (Aristotele, Plinio) era passato al medioevo attraverso il libro XII (De animalibus) delle Etimologie di Isidoro di Siviglia: «ursus fertur dictus quod ore suo formet fetus, quasi orsus. Nam aiunt eos informes generare partus, et carnem quandam nasci quam mater lambendo in membra conponit. Unde est illud: “Sic format lingua fetum cum protulit ursa”». Insistendo su una terminologia “morfologica” – formet, informes, conponit, format – Isidoro rendeva conto dell’idea che l’orsa crea, modella la propria progenie e dà forma all’informe: in essenza e simbolicamente, la sua appare essere una funzione ordinatrice contro il caos della natura indisciplinata. Non è allora un caso se, andando alla ricerca della genesi enigmatica del sabba stregonesco, Carlo Ginzburg abbia identificato in queste dee orse un tramite riconosciuto, e di lunga durata, nell’universo mentale degli adepti di un culto estatico volto a entrare in contatto con l’alterità e con l’alterità per eccellenza, il mondo dei morti: nel meraviglioso itinerario percorso in Storia notturna, Ginzburg individuava infatti una costellazione riconducibile a esperienze sciamaniche di viaggio nell’aldilà, un viaggio spesso in forma di animale con l’eroe che, ad esempio e «semplicemente, come in un racconto siberiano, scavalca un tronco d’albero abbattuto e si trasforma in orso, entrando nel mondo dei morti», e questo perché «tra animali e anime, animali e morti, animali e aldilà esiste una connessione profonda».
Gli orsi e le orse che abbiamo incontrato sono stati, ontologicamente e nello stesso tempo, vicini e lontani rispetto a uomini e donne e hanno rappresentato a volte un modo per “passare” nell’altro mondo o per avere rapporti con esso: forse anche per questo conservano ancora qualche eco di antiche tonalità affettive.
Confer L’orso nelle tradizioni celtiche e germaniche Germana Gandino Università del Piemonte Orientale
BLATTER PER LA STORIA, L’ARTE E L’ANTICHITÀ BERNESE.
In area “germanica”, vi fosse spazio per modelli simbolici di regalità non riconducibili a un unico tipo, quello dell’orso quale re indiscusso delle selve e dell’orizzonte gerarchico mentale. In secondo luogo è da rilevare che nella visione compare l’associazione tra orsi e lupi, animali che spesso viaggiano insieme nei dossier relativi al germanesimo primitivo in quanto “impersonati” dai berserkir, i guerrieri dalla pelle d’orso, e dagli ulfedhnar, i guerrieri dalla veste di lupo,
Nella Ynglinga saga, scritta dall’islandese Snorri Sturluson verso il 1220-1230, così entrano in scena i berserkir, i guerrieri “pelle d’orso”:41 «Odhinn aveva il potere di rendere i suoi nemici ciechi e sordi nella battaglia, o come paralizzati dalla paura, e le loro armi non tagliavano meglio che dei bastoni. In compenso, i suoi uomini andavano senza corazza, selvaggi come lupi o cani. Mordevano i loro scudi ed erano forti come orsi o tori. Uccidevano gli uomini e né il fuoco né l’acciaio potevano nulla contro di loro. Questo si chiamava berserksgangr [furore del berserkr]».
Ginzburg: «in primo luogo, la Weiser aveva accostato l’estasi degli sciamani eurasiatici alla scatenata frenesia guerriera (Raserei) dei berserkir. In secondo luogo, aveva segnalato la presenza di divinità femminili alla testa della “caccia selvaggia”, interrogandosi sul rapporto tra la germanica Perchta e la mediterranea Artemide. Al primo punto andava fatta risalire verosimilmente l’ipotesi cautamente avanzata che il complesso mitico-rurale analizzato avesse radici non solo indoeuropee ma addirittura pre-indoeuropee. Al secondo punto gli accenni alle connessioni con i temi della fertilità. Dietro le associazioni guerriere germaniche s’intravedeva qualcosa di più vasto e complicato non specificamente guerriero né specificamente germanico». Combattere in estasi in Ginzburg 1989 Anche lo stesso G. Dumezil nella sua opera ” Gli dei dei germani ” sottolinea l’aspetto sciamanico relativamente ad Odino e dunque i suoi seguaci
Nella mitologia norrena, Fáfnir, noto anche come Frænir, era un nano, figlio del re dei nani Hreidmar. Aveva diversi fratelli, tra cui Regin, Ótr, Lyngheiðr e Lofnheiðr. La storia di Fáfnir è strettamente legata alla sua trasformazione in drago e alla sua morte per mano di Sigurd.
In origine, Fáfnir era descritto come un nano dotato di grande forza fisica e di uno spirito impavido. Custodiva il tesoro del padre, composto da gemme preziose e oro. Tra i tre fratelli, Fáfnir era il più forte e aggressivo.
Il racconto sulla maledizione e la trasformazione di Fáfnir è il seguente: Regin raccontò a Sigfrido di come Odino, Loki e Hœnir avessero incontrato Ótr, che durante il giorno appariva come una lontra. Loki uccise la lontra con una pietra e i tre dei scuoiarono l’animale. Quella sera, giunsero alla dimora di Hreidmar e mostrarono la pelle della lontra. Hreidmar e i suoi due figli rimasti catturarono gli dei, tenendoli prigionieri. Loki fu incaricato di raccogliere il riscatto, che consisteva nell’imbottire la pelle della lontra d’oro e ricoprirla di oro rosso. Loki raccolse l’oro maledetto di Andvari, insieme all’anello Andvaranaut, entrambi noti per causare la morte dei loro possessori.
Fáfnir, spinto dall’avidità e dal desiderio di impossessarsi di tutto il tesoro, uccise Hreidmar per impossessarsene. Tuttavia, accumulando ricchezze, diventò sempre più perfido e paranoico. Per proteggere le sue ricchezze, Fáfnir si trasformò in un serpente o drago, custodendo il tesoro e soffiando veleno nella terra circostante. Questo veleno creò un’aura terrificante che dissuadeva chiunque dall’avvicinarsi al suo tesoro, seminando il terrore tra gli abitanti della regione.
La trasformazione di Fáfnir in un drago e le sue azioni successive segnarono una svolta significativa nella sua storia, portando al suo incontro finale con l’eroe Sigfrido, che avrebbe avuto un ruolo fondamentale nel suo destino.
Enn helt ulfa brynnir— esempio di grammatica eiskaldiforme lievi di eldi —austrǫr þaðan gǫrva.
Di nuovo il dissetante dei lupi (guerriero) si imbarcò in una spedizione ben preparata verso est;il generoso sovrano spostò il cuore amaro del serpente attraverso il fuoco.
Geisli si ferma a terraGunnar jarðar munna;ofan fellr blóð á báðarbenskeiðr, en gramr reiðisk.Hristisk hjǫrr í brjóstihringi grœnna lyngva,un folkþorinn fylkirferr vede steik e liika.
Il raggio di sole della terra di Gunnr (spada)conficca nel terreno le fauci (testa)il sangue scorre su entrambe le navi ferite (spade),e il principe si arrabbia.La spada trema nel petto dell’anello di eriche verdi (serpente),e il condottiero audace comincia a divertirsi con l’arrosto.
egin pianificò vendetta per impossessarsi del tesoro e mandò il suo figlio adottivo Sigfrido a uccidere il drago. Regin ordinò a Sigfrido di scavare una fossa in cui avrebbe potuto appostarsi sotto il sentiero usato da Fáfnir per raggiungere un ruscello e lì conficcare la sua spada, Gram, nel cuore di Fafnir mentre strisciava sopra la fossa fino all’acqua. Regin scappò via impaurito, lasciando Sigfrido al compito. Mentre Sigfrido scavava, Odino apparve sotto forma di un vecchio con una lunga barba, consigliando al guerriero di scavare altre trincee in cui far scorrere il sangue di Fafnir, presumibilmente affinché Sigfrido non annegasse nel sangue. La terra tremò e il terreno circostante tremò all’apparizione di Fafnir, che soffiò veleno sul suo cammino mentre si dirigeva verso il ruscello. Sigfrido, imperterrito, pugnalò Fafnir alla spalla sinistra mentre strisciava sopra il fossato in cui giaceva e riuscì a ferire mortalmente il drago. Mentre la creatura giaceva morente, parlò a Sigfrido e gli chiese il suo nome, la sua discendenza e chi lo avesse mandato in una missione così pericolosa. Fafnir capì che era stato suo fratello Regin a tramare e predisse che Regin avrebbe causato anche la morte di Sigfrido. Sigfrido disse a Fafnir che sarebbe tornato alla tana del drago e avrebbe preso tutto il suo tesoro. Fafnir avvertì Sigfrido che chiunque possedesse l’oro sarebbe stato destinato a morire, ma Sigfrido rispose che tutti gli uomini un giorno sarebbero comunque morti, ed è il sogno di molti uomini essere ricchi fino a quel giorno della loro morte, quindi avrebbe preso l’oro senza timore.
Fáfnir kvað:“Ægishjalm bar ek of alda sonum,meðan ek of menjum lák;einn rammari hugðumk öllum vera,fannk-a ek svá marga mögu.”
Sigurðr kvað:“Ægishjalmr bergr einungi,hvar skulu vreiðir vega;þá þat finnr, er með fleirum kemr,at engi er einna hvatastr.” Fafnir disse :L’elmo della paura che indossavo per spaventare l’umanità, Mentre custodivo il mio oro giacevo; Mi sembrava più potente di qualsiasi uomo, Non ne ho mai trovato uno più feroce.
Sigurth disse:”L’elmo della paura sicuramente nessun uomo protegge Quando affronta un nemico valoroso; Spesso si scopre, quando si incontra il nemico, Che non è il più coraggioso di tutti.” Nel poema, l’Elmo di Terrore era un oggetto fisico preso dal tesoro del drago Fáfnir, benchè non vi sia certezza si tratti di un oggetto o una forma pura di potere magico non è nemmeno certo che si collegato esclusivamente con credenze pagane precristiane.
Fáfnir fu una volta un nano, che si trasformò in un drago dopo essere stato maledetto dal tesoro che custodiva. Usò Ægishjálmur per difendere il suo tesoro da coloro che avrebbero cercato di rubarlo. L’eroe conosciuto come Sigurd uccise il drago e gli tolse Ægishjálmur.
Il simbolo è stato utilizzato nei secoli successivi e veniva indossato tra le sopracciglia dei guerrieri per aiutarli in battaglia.
Regin tornò quindi da Sigfrido dopo che Fafnir fu ucciso. Corrotto dall’avidità, Regin progettò di uccidere Sigfrido dopo che questi gli avesse cucinato il cuore di Fafnir, e di prendere tutto il tesoro per sé. Tuttavia, Sigfrido, avendo assaggiato il sangue di Fafnir mentre cucinava il cuore, acquisì la conoscenza del linguaggio degli uccelli e venne a conoscenza dell’imminente attacco di Sigfrido dalla discussione tra gli uccelli oðinnici (di Odino) e uccise Regfrido decapitandolo con Gram. Sigfrido mangiò quindi parte del cuore di Fafnir e tenne il resto, che sarebbe poi stato dato a Gudrun dopo il loro matrimonio.
Alcune versioni sono più specifiche riguardo al tesoro di Fáfnir, menzionando le spade Ridill e Hrotti, l’elmo del terrore e una cotta di maglia dorata.
In Wagner
Fafnir custodisce il tesoro d’oro in questa illustrazione di Arthur Rackham tratta dal Sigfrido di Richard Wagner.
Fafnir appare (come “Fafner”) nel ciclo operistico epico di Richard Wagner, L’anello del Nibelungo (1848-1874), sebbene all’inizio della sua vita fosse un gigante anziché un nano. Nella prima opera, L’oro del Reno (1869), che trae spunto dal Gylfaginning, Fafner e suo fratello Fasolt cercano di impossessarsi della dea Freia, ispirata a Idun, promessa loro da Wotan, il re degli dei, in cambio della costruzione del castello del Valhalla. Fasolt è innamorato di lei, mentre Fafner la desidera perché senza le sue mele d’oro gli dei perderebbero la loro giovinezza. I giganti, principalmente Fafner, accettano di accettare in cambio un enorme tesoro rubato al nano Alberich. Il tesoro include l’elmo magico Tarnhelm e un anello magico del potere. Mentre si dividono il tesoro, i fratelli litigano e Fafner uccide Fasolt e prende l’anello per sé. Fuggito sulla Terra, usa l’Elmo del Tarn per trasformarsi in un drago e custodisce il tesoro in una grotta per molti anni, prima di essere infine ucciso dal nipote mortale di Wotan, Sigfrido, come raffigurato nell’opera omonima. Si pensa che i giganti rappresentino la classe operaia. Tuttavia, mentre Fasolt è un rivoluzionario romantico, Fafner è una figura più violenta e gelosa, che trama per rovesciare gli dei. In molte produzioni, viene mostrato mentre torna alla sua forma originale di gigante mentre pronuncia il suo discorso di morte a Sigfrido.
In Tolkien
È chiaro che gran parte dell’opera di Tolkien sia stata ispirata dal Mito Nordico. Si possono tracciare molti parallelismi tra Fafnir e Smaug, ne Lo Hobbit, così come tra Fafnir e Glaurung, il primo drago della Terra di Mezzo, che viene ucciso da Túrin. Lo scambio di battute tra Bilbo e Smaug rispecchia quasi quello tra Fafnir e Sigfrido. La differenza principale è che la conversazione con Sigfrido avviene dopo che il colpo mortale è stato inferto. Ciò è molto probabilmente dovuto all’effetto drammatico, poiché Bilbo ha una posta in gioco molto più alta quando parla con Smaug. Anche l’altro drago, Glaurung, presenta molte somiglianze. Nel Libro dei Racconti Perduti di Tolkien, Glaurung è descritto come un drago incapace di volare che accumula oro, respira veleno e possiede “grande astuzia e saggezza”. Nel libro di Tolkien I Figli di Húrin, viene ucciso da Túrin dal basso, proprio come Fafnir. Anche Turin e Glaurung hanno uno scambio di battute dopo che è stato inferto il colpo mortale.
– I boschi sacri e l’albero cosmico. Un saggio sulla tradizione germanica e nordica; – Gli anelli del potere. Uno studio sull’opera di J.R.R. Tolkien, sull’Edda antica e sulle saghe germaniche; – Il bianco, il rosso e il nero: tre colori simbolici. Un saggio sulla tradizione indoeuropea e sulla tradizione nordica; I tre saggi che compongono questo libro — Fabrizio Bandini, “Tre saggi sulla tradizione nordica”, Midgard Editrice 2021 — sono stati scritti nel corso degli ultimi tre anni. Essi vanno a comporre quest’opera in un tutto armonioso. Sono tre visioni su vari temi e concetti della tradizione germanica-nordica, che vogliono essere da una parte informativi, per gli interessati al vasto corpus letterario e dottrinale, e dall’altro fonte di ispirazione per chi segue il cammino della nostra tradizione. ARTICOLI CORRELATI SUL SITO: – Guido von List e la tradizione magico-religiosa degli Ariogermani (M. Maculotti) http://axismundi.blog/2016/01/13/guid… – Odhinn e Týr: guerra, diritto e magia nella tradizione germanica (F. Zigarelli) http://axismundi.blog/2020/04/29/odhi… – Hanns Hörbiger: la teoria del Ghiaccio Cosmico (J. Bergier/L. Pauwels) https://axismundi.blog/2016/03/25/han… – Cernunno, Odino, Dioniso e altre divinità del ‘Sole invernale’ (M. Maculotti) https://axismundi.blog/2016/11/14/cer…
Gá is nurna gangan yng yng pjar Hang hang gang gang Hymir ganda skadla hym hym gan Fold fold Har har Ou mi galdr maðr áss áss æt Óm óm gal gal Fu thork haniast bjamlyr futh fu thork Futh futh bjam bjam Hyndla horskr móðr má má kat Hap hap tak takÁsjá, angan, bjarga Ást standa ok fár hverfra Ásjá, anga næ næ næ Ok þú e er truir truir truirÁsjá, angan, bjarga Ást standa ok fár hverfra Ásjá, angan, tjá tjá tjá Ok þú e er ár ár árÁsjá, angan, bjarga Ást standa ok fár hverfra Kann ek galdr at gala Ønd og heidl sjá er kanÁsjá, angan, bjarga Ást standa ok fár hverfra Jafnan sædl órlausn Friðr, maðr, opt opt optGá is nurna gangan yng yng pjar Hang hang gang gang Hymir ganda skadla hym hym gan Fold fold Har har Ou mi galdr maðr áss áss æt Óm óm gal gal Fu thork haniast bjamlyr futh fu thork Futh futh bjam bjam Hyndla horskr móðr má má kat Hap hap tak takTraduci in italiano
L’officainte Maria Franz narra “Si tratta di amore, recupero e prosperità – e di scacciare il male e accogliere l’amore. Contiene una citazione dell’Hávamal, un antico poema islandese. Contiene anche molte parole di benedizione che hanno lo scopo di fornire e aiutare l’ascoltatore nei momenti difficili. L’inizio della canzone è qualcosa che ho ricevuto in un ritiro dove ho mangiato poco e dove ero tutta sola, dove non ho parlato per un paio di settimane. Personalmente credo – e non sono il solo – che troviamo le soluzioni migliori per le nostre sfide quando ci ritiriamo, quando andiamo da soli e ascoltiamo noi stessi”.
Loud speaks the norn, Yngvi walked, Yngvi lovesYou hang hang! Journey journeyHymir enchants, he strikes, he leavesEarth earth, High one high oneOu my spell, man god, divine familySound sound, screaming screamingFu thork haniast bjamlyr, futh fu thorkFuth futh, bjam bjamWise Hyndla, anger is no more, very cheerfulGood luck, good luck to you!Protection, joy, healingThe love stands and the harm goes awayProtection, joy to attain attain attainAnd you believe believe believeProtection, joy, healingThe love stands and the harm goes awayProtection, joy, help help helpAnd you are old old oldProtection, joy, healingThe love stands and the harm goes awayI can chant the spellBreath and health can be seenProtection, joy, healingThe love stands and the harm goes awayAlways a happy solutionPeace, human, often often often
La più Antica raffigurazione Cosmica risalente a 4.000 anni fa Nonostante tutte le ipotesi che sono state formulate, il mistero connesso alla rappresentazione astronomica presente su questo reperto archeologico rimane pressoché tale in quanto non esiste alcuna possibilità di verificare tali ipotesi, ne quella dell’eclisse che sembra essere la più probabile, ne quella delle fasi lunari, ne quella del Sole e della Luna.
Le spade e le asce rinvenute insieme al disco d Nebra sul Mittelberg
Tre fasi di misurazione astronomica con il disco posizionato sul monte Mittelberg, Successivamente: solstizio d’estate; equinozi primavera/autunno; solstizio d’inverno. Opera propria Rainer Zenz. Dominio pubblico.
A 20 chilometri di distanza dal Mittelberg si trova il celebre Cerchio di Goseckche risale al V millennio a. C. Formato da fossati concentrici e da palizzate, era usato come calendario astronomico e testimonia, quindi, la presenza di conoscenze ben definite sui movimenti degli astri nell’Europa del Neolitico.
«Disse Óðinn: molto ho viaggiato, molto ho sperimentato molto ho messo alla prova gli dèi: che ne sarà di Óðinn al tramonto dei tempi quando gli dèi verranno a mancare?»
Il volume fornisce una prospettiva esaustiva sui temi principali della tradizione mitica delle popolazioni norrene. L’obiettivo che Marco Maculotti e gli altri autori si sono posti, infatti, è quello di offrire una panoramica complessa sulla religione nordica originaria, proponendo dove possibile parallelismi in un’ottica comparativa con la più vasta tradizione sacra indoeuropea. Sono analizzati il corpus mitico, la cosmogonia e l’ordinamento cosmico, i reami ultraterreni, il tema della sapienza occulta e il Ragnarök, ovvero il “Crepuscolo degli dèi”. Di pari passo è approfondito il pantheon nordico, dalle divinità celesti (Óðinn, Þórr, Baldr, Heimdallr, Loki) alle potenze garanti della fertilità e della fecondità (Freyr, Freyja, Njorðr-Nerthus), senza dimenticare le eterogenee entità sovrannaturali conosciute dalla tradizione norrena, dagli spiriti custodi alle Norne intimamente connesse alla tematica del destino, passando per i giganti. In appendice, infine, sono affrontate questioni particolari del mito e della tradizione nordica, anche in ottica archeologica. AUTORE Marco Maculotti (Cremona, 1988). Fondatore e direttore editoriale di «Axis Mundi», rivista di storia delle religioni, antropologia del sacro,studi tradizionali, folklore, esoterismo e letteratura del fantastico – in edizione digitale dal 2015, cartacea dal 2021 – e della neonata casa editrice Axis Mundi Edizioni. Il suo primo saggio lungo pubblicato, Carcosa svelata. Appunti per una lettura esoterica di True Detective (2021), ha riscontrato un’unanime attenzione di critica e pubblico, seguito da L’Angelo dell’Abisso. Apollo, Avalon, il Mito Polare e l’Apocalisse (2022), saggio di storia delle religioni incentrato sull’escatologia apollinea. Negli ultimi anni si è concentrato sull’opera dello scrittore gallese Arthur Machen, rispetto alla quale ha redatto sette contributi editi da varie case editrici in pubblicazioni collettanee e riviste. Collabora con diverse riviste di studi tradizionali («Arthos», «Atrium», «Golem», «Il Corriere Metapolitico») e letterari («Studi Lovecraftiani», «Zothique», «Dimensione Cosmica»).
Eg songane søkte Eg songane sende då den djupaste brunni gav meg dråpar så ramme av Valfaders pant
Alt veit eg, Odin kvar du auge løynde
Kven skal synge meg i daudsvevna slynge meg når eg helvegen går og dei spora eg trår er kalde, så kalde
Årle ell i dagars hell enn veit ravnen om eg fell
Når du ved helgrindi står og når du laus deg må rive skal eg fylgje deg yver gjallarbrui med min song
Du blir løyst frå banda som bind deg Du er løyst frå banda som batt deg
La via degl’Inferi
Chi canterà per me?
Chi mi getterà nel sonno eterno?
Quando percorrerò la via degl’Inferi
E seguirò quei passi
Freddi, tanto freddi
Cercai i canti
Mandai i canti
Allora il più profondo dei pozzi
Mi diede gocce tanto rancide
Dal pegno del Padre dei Caduti
Io so tutto, Odino
Dove tu nascondesti l’occhio
Chi canterà per me?
Chi mi getterà nel sonno eterno?
Quando percorrerò la via degl’Inferi
E seguirò quei passi
Freddi, tanto freddi
Presto o sul finire dei giorni
Soltanto il corvo sa se cadrò
Quando ti trovarai alle porte dell’inferno
E dovrai strapparti alla vita
Io ti seguirò
Sul Gjallarbrú col mio canto
Sarai sciolto dalle catene che ti incatenano
Sei sciolto dalle catene che ti incatenavano
Muore il bestiame
Muoiono gli amici
E così morirai anche tu
Ma non morirà mai
La fama
Di chi se n’è costruita una buona
Muore il bestiame
Muoiono gli amici
E così morirai anche tu
Ma io conosco qualcosa
Che non morirà mai:
Il giudizio che i morti si lasciano alle spalle
Uno degli epiteti di Odino, mentre il pegno di cui parla è l’occhio che Odino si cavò e lasciò nella fonte (o pozzo) dell’onniscenza di Mímir (vd. versi successivi), affinché quest’ultimo gli permettesse di potervisi abbeverare. Dunque le gocce di cui sopra sono le lacrime di Odino.
Traduzione in norvegese di due versi tratti dalla strofa 28 della Vǫluspá (“La profezia della veggente”), primo e più famoso poema tratto dall’Edda poetica.
Ponte che attraversa il fiume Gjöll, che separa il mondo dei vivi dal regno di Hel: gli inferi della mitologia norrena.
Mentre la prima parte della canzone è in norvegese nynorsk, la parte in corsivo è in norreno: si tratta delle strofe 76 e 77 dell’Hávamál (“Il discorso di Hár”), seconda composizione dell’Edda Poetica.
Sei skal rísa sá er annars vill fé eða fjör hafa sjaldan liggjandi úlfr lær um getr né sofandi maðr sigr
Alzati presto e combatti per quello che vuoi prima che gli altri lo prendano. Un lupo pigro non mangia carne che il sonno non ottiene vittoria Hávamál – verso 58