Deae Artioni Licinia Sabinilla ARTIO Dea dell’Orso

Dea dell’orso
Corpus Inscriptionum Latinarum XIII 5160 (da Muri, Canton Berna, Svizzera, II secolo d.C.?):
Dea Artioni Licinia Sabinilla

Licinia Sabinilla per la Dea Artio
L’iscrizione si trova sulla base di un gruppo statuario in bronzo conservato nel Museo storico di Berna con il numero di inventario 16170/16210. Le seguenti fotografie di Stefan Rebsamen compaiono in Annemarie Kaufmann-Heinimann, Dea Artio, the Bear Goddess of Muri: Roman Bronze Statuettes from a Country Sanctuary (Berna: Museo storico di Berna, 2002):

  • La statuetta bronzea di Artio rinvenuta a Muri, in Svizzera, è la prova più nota del culto di questa dea.
  • Questa statua la raffigura come una figura femminile che tiene in mano frutti e fiori e una tazza, mentre un’orsa avanza con il muso proteso verso di lei.
  • Questa immagine della dea in sintonia con l’animale è stata la ragione per cui Artio è stata definita da alcuni la “dea degli orsi”.

Berna è una località appropriata per il gruppo di statue, poiché secondo l’etimologia popolare deriva dal tedesco Bär e presenta un orso sullo stemma.

Il termine arto- ‘orso’ ha una ricca storia etimologica nelle lingue indoeuropee, riflettendo sia il suo significato letterale che il suo valore culturale. Ecco una sintesi basata sui dati forniti:
Goidelico (Antico Irlandese): art [o m], significa ‘orso’, ma anche ‘eroe’ o ‘guerriero’, suggerendo un’associazione metaforica tra la forza dell’orso e le qualità eroiche.
Gallese (Gallese Medio): arth [m e f], significa direttamente ‘orso’.
Bretone: Il Bretone Antico usa Ard- o Arth- come prefissi, mentre il Bretone Moderno usa arzh [m] per ‘orso’.
Gallico: Artio, un teonimo (nome divino), probabilmente legato a una dea-orso, indicando l’importanza culturale o religiosa dell’animale.
Proto-Indoeuropeo (PIE): Ricostruito come h₂rtko- ‘orso’ (Pokorny, IEW: 845), la radice da cui derivano questi termini.
Cognati: Avestico: tauruna- (forse correlato, anche se non citato direttamente nella query).
Sanscrito: ṛkṣa- ‘orso’.
Greco: arktos ‘orso’.
Latino: ursus ‘orso’.
Albanese: ari ‘orso’.

Ranko Matasović, Dizionario Etimologico del Proto-Celtico (Leida: Brill, 2009), pp. 42-43:

Artio ( Dea Artio nella religione gallo-romana ) è una dea celtica raffigurante l’orso . Prove del suo culto sono state trovate in particolare a Berna , in Svizzera. Il suo nome deriva dalla parola gallica per “orso”, artos . 

Il teonimo gallico Artiō deriva dalla parola celtica per ‘orso’, artos (cfr. antico irlandese art , medio gallese arth , antico bretone ard ), a sua volta dal protoindoeuropeo * h₂ŕ̥tḱos (‘orso’). Una forma celtica ricostruita come * Arto-rix (‘Re Orso’) potrebbe essere la fonte del nome Artù , tramite una forma latinizzata * Artori(u)s . Si presume anche che il basco hartz (‘orso’) sia un prestito celtico. [ 2 ] [ 3 ]

Era così pure provata la parentela linguistica tra la designazione dell’orso in greco, in latino e in celtico: arktos in greco, ursus in latino, arthos in celtico erano tutti imparentati con la radice sanscrita *rksas, che significa “distruggere”, in cui il nome dell’agente suona *rks-os (“distruttore”, sottinteso del favo di miele), come aveva dimostrato il grande linguista Emile Benveniste
.All’origine del nome di orso in greco, latino e celtico vi era stata dunque una perifrasi, una circonlocuzione per dire l’animale, così come rintracciata in molte altre lingue: behr o bëro in antico tedesco, bera in anglosassone, björn in norvegese e islandese, bjorn in svedese, Bär in tedesco moderno, bear in inglese rimandano tutti al colore del manto lucente e al significato di “bruno”, a sua volta nome proprio dell’orso nel Roman de Renart; presso gli Slavi l’orso è “il mangiatore, il ladro di miele”: medvèdi in slavo antico, medved in russo e ceco, medvjed in serbo; “il leccatore” è per Lituani (loki lituano antico, lokys lituano moderno) e Lettoni (lacis). In questo gioco della perifrasi i più creativi risultano tuttavia essere i Lapponi, presso i quali maggiormente si può avvertire la tonalità del tabù, vale a dire del nome che non si deve pronunciare, ricorrendo per questo a immagini che sottolineano il misterioso rapporto con l’orso, capace, come l’uomo, di tenere la stazione eretta e sentito pure per questo come un “doppio” selvatico: questo alter-ego lappone è così designato come “il nonno”, “l’antenato”, “il vecchio della foresta”, “il vecchio con la pelliccia”, “colui che dorme d’inverno”, “quello che cammina con passo leggero”….. Proprio in relazione al greco e al celtico, un’altra parentela ha tuttavia attirato l’attenzione degli studiosi, una volta appurata l’esistenza di una dea Artio:
è cioè possibile stabilire un rapporto linguistico tra Artio e Artemide?
In altre parole, potrebbe Artemide, la “signora degli animali” (potnia theron) avere per così dire generato storicamente la celtica Artio? Posto che non tutti ritengono accettabile la radice linguistica comune (fa problema la sparizione della lettera k di arktos in greco nel nome della dea-orsa Artemide, perché di questo si tratterebbe), l’ipotesi è stata addirittura ribaltata: la dea greca deriverebbe da una dea celto-illirica o dacio-illirica introdotta in Grecia dai Dori, che nel corso delle loro migrazioni l’avrebbero mutuata da quelle popolazioni….
L’orso nelle religioni dell’antichità, nel quale intuiva per primo l’unità del gruppo bronzeo di Muri e ricollegava appunto il tema dell’orso, anzi dell’orsa, alla sua più generale teoria, quella di una fase prestorica di diritto materno le cui tracce si potevano riscontrare nel mito, un mondo nel quale – per dirla con Claude Lévi-Strauss – l’uomo e l’animale non sono ancora differenziati. In questo mondo del mito le dee dai caratteri ursini sostanziavano una delle configurazioni di un motivo cruciale:

il contatto con realtà marginali, liminali e transitorie, ma non per questo meno pericolose e bisognose dunque di particolari cautele. Nelle vesti di orse, Artio e Artemide si presentavano cioè al confine tra cultura e natura, tra lo spazio disciplinato e la foresta, tra l’umano e il bestiale, tra la vita e la morte, e si prestavano per questo pure a proteggere le partorienti.
Ancora nelle fonti medievali l’attitudine materna dell’orsa è del resto condivisa, dal momento che il giudizio degli antichi (Aristotele, Plinio) era passato al medioevo attraverso il libro XII (De animalibus) delle Etimologie di Isidoro di Siviglia: «ursus fertur dictus quod ore suo formet fetus, quasi orsus. Nam aiunt eos informes generare partus, et carnem quandam nasci quam mater lambendo in membra conponit. Unde est illud: “Sic format lingua fetum cum protulit ursa”». Insistendo su una terminologia “morfologica” – formet, informes, conponit, format – Isidoro rendeva conto dell’idea che l’orsa crea, modella la propria progenie e dà forma all’informe: in essenza e simbolicamente, la sua appare essere una funzione ordinatrice contro il caos della natura indisciplinata.
Non è allora un caso se, andando alla ricerca della genesi enigmatica del sabba stregonesco, Carlo Ginzburg abbia identificato in queste dee orse un tramite riconosciuto, e di lunga durata, nell’universo mentale degli adepti di un culto estatico volto a entrare in contatto con l’alterità e con l’alterità per eccellenza, il mondo dei morti: nel meraviglioso itinerario percorso in Storia notturna, Ginzburg individuava infatti una costellazione riconducibile a esperienze sciamaniche di viaggio nell’aldilà, un viaggio spesso in forma di animale con l’eroe che, ad esempio e «semplicemente, come in un racconto siberiano, scavalca un tronco d’albero abbattuto e si trasforma in orso, entrando nel mondo dei morti», e questo perché «tra animali e anime, animali e morti, animali e aldilà esiste una connessione profonda».


Gli orsi e le orse che abbiamo incontrato sono stati, ontologicamente e nello stesso tempo, vicini e lontani rispetto a uomini e donne e hanno rappresentato a volte un modo per “passare” nell’altro mondo o per avere rapporti con esso: forse anche per questo conservano ancora qualche eco di antiche tonalità affettive.


Confer L’orso nelle tradizioni celtiche e germaniche Germana Gandino
Università del Piemonte Orientale

BLATTER PER LA STORIA, L’ARTE E L’ANTICHITÀ BERNESE.

In area “germanica”, vi fosse spazio per modelli simbolici di regalità non riconducibili a un unico tipo, quello dell’orso quale re indiscusso delle selve e dell’orizzonte gerarchico mentale.
In secondo luogo è da rilevare che nella visione compare l’associazione tra orsi e lupi, animali che spesso viaggiano insieme nei dossier relativi al germanesimo primitivo in quanto “impersonati” dai berserkir, i guerrieri dalla pelle d’orso, e dagli ulfedhnar, i guerrieri dalla veste di lupo,

Ginzburg: «in primo luogo, la Weiser aveva accostato l’estasi degli sciamani eurasiatici alla scatenata frenesia guerriera (Raserei) dei berserkir. In secondo luogo, aveva segnalato la presenza di divinità femminili alla testa della “caccia selvaggia”, interrogandosi sul rapporto tra la germanica Perchta e la mediterranea Artemide.
Al primo punto andava fatta risalire verosimilmente l’ipotesi cautamente avanzata che il complesso mitico-rurale analizzato avesse radici non solo indoeuropee ma addirittura pre-indoeuropee.
Al secondo punto gli accenni alle connessioni con i temi della fertilità.
Dietro le associazioni guerriere germaniche s’intravedeva qualcosa di più vasto e complicato non specificamente guerriero né specificamente germanico».
Combattere in estasi in Ginzburg 1989
Anche lo stesso G. Dumezil nella sua opera ” Gli dei dei germani ” sottolinea l’aspetto sciamanico relativamente ad Odino e dunque i suoi seguaci

Fafnir

Nella mitologia norrena, Fáfnir, noto anche come Frænir, era un nano, figlio del re dei nani Hreidmar. Aveva diversi fratelli, tra cui Regin, Ótr, Lyngheiðr e Lofnheiðr. La storia di Fáfnir è strettamente legata alla sua trasformazione in drago e alla sua morte per mano di Sigurd.

In origine, Fáfnir era descritto come un nano dotato di grande forza fisica e di uno spirito impavido. Custodiva il tesoro del padre, composto da gemme preziose e oro. Tra i tre fratelli, Fáfnir era il più forte e aggressivo.

Il racconto sulla maledizione e la trasformazione di Fáfnir è il seguente: Regin raccontò a Sigfrido di come Odino, Loki e Hœnir avessero incontrato Ótr, che durante il giorno appariva come una lontra. Loki uccise la lontra con una pietra e i tre dei scuoiarono l’animale. Quella sera, giunsero alla dimora di Hreidmar e mostrarono la pelle della lontra. Hreidmar e i suoi due figli rimasti catturarono gli dei, tenendoli prigionieri. Loki fu incaricato di raccogliere il riscatto, che consisteva nell’imbottire la pelle della lontra d’oro e ricoprirla di oro rosso. Loki raccolse l’oro maledetto di Andvari, insieme all’anello Andvaranaut, entrambi noti per causare la morte dei loro possessori.

Fáfnir, spinto dall’avidità e dal desiderio di impossessarsi di tutto il tesoro, uccise Hreidmar per impossessarsene. Tuttavia, accumulando ricchezze, diventò sempre più perfido e paranoico. Per proteggere le sue ricchezze, Fáfnir si trasformò in un serpente o drago, custodendo il tesoro e soffiando veleno nella terra circostante. Questo veleno creò un’aura terrificante che dissuadeva chiunque dall’avvicinarsi al suo tesoro, seminando il terrore tra gli abitanti della regione.

La trasformazione di Fáfnir in un drago e le sue azioni successive segnarono una svolta significativa nella sua storia, portando al suo incontro finale con l’eroe Sigfrido, che avrebbe avuto un ruolo fondamentale nel suo destino.

Testo norreno antico [ 24 ]Traduzione di Gade [ 24 ]
Enn helt ulfa brynnir— esempio di grammatica eiskaldiforme lievi di eldi —austrǫr þaðan gǫrva.Di nuovo il dissetante dei lupi (guerriero) si imbarcò in una spedizione ben preparata verso est;il generoso sovrano spostò il cuore amaro del serpente attraverso il fuoco.
Geisli si ferma a terraGunnar jarðar munna;ofan fellr blóð á báðarbenskeiðr, en gramr reiðisk.Hristisk hjǫrr í brjóstihringi grœnna lyngva,un folkþorinn fylkirferr vede steik e liika.Il raggio di sole della terra di Gunnr (spada)conficca nel terreno le fauci (testa)il sangue scorre su entrambe le navi ferite (spade),e il principe si arrabbia.La spada trema nel petto dell’anello di eriche verdi (serpente),e il condottiero audace comincia a divertirsi con l’arrosto.

egin pianificò vendetta per impossessarsi del tesoro e mandò il suo figlio adottivo Sigfrido a uccidere il drago. Regin ordinò a Sigfrido di scavare una fossa in cui avrebbe potuto appostarsi sotto il sentiero usato da Fáfnir per raggiungere un ruscello e lì conficcare la sua spada, Gram, nel cuore di Fafnir mentre strisciava sopra la fossa fino all’acqua. Regin scappò via impaurito, lasciando Sigfrido al compito. Mentre Sigfrido scavava, Odino apparve sotto forma di un vecchio con una lunga barba, consigliando al guerriero di scavare altre trincee in cui far scorrere il sangue di Fafnir, presumibilmente affinché Sigfrido non annegasse nel sangue. La terra tremò e il terreno circostante tremò all’apparizione di Fafnir, che soffiò veleno sul suo cammino mentre si dirigeva verso il ruscello. Sigfrido, imperterrito, pugnalò Fafnir alla spalla sinistra mentre strisciava sopra il fossato in cui giaceva e riuscì a ferire mortalmente il drago. Mentre la creatura giaceva morente, parlò a Sigfrido e gli chiese il suo nome, la sua discendenza e chi lo avesse mandato in una missione così pericolosa. Fafnir capì che era stato suo fratello Regin a tramare e predisse che Regin avrebbe causato anche la morte di Sigfrido. Sigfrido disse a Fafnir che sarebbe tornato alla tana del drago e avrebbe preso tutto il suo tesoro. Fafnir avvertì Sigfrido che chiunque possedesse l’oro sarebbe stato destinato a morire, ma Sigfrido rispose che tutti gli uomini un giorno sarebbero comunque morti, ed è il sogno di molti uomini essere ricchi fino a quel giorno della loro morte, quindi avrebbe preso l’oro senza timore.

Fáfnir fu una volta un nano, che si trasformò in un drago dopo essere stato maledetto dal tesoro che custodiva. Usò Ægishjálmur per difendere il suo tesoro da coloro che avrebbero cercato di rubarlo.
L’eroe conosciuto come Sigurd uccise il drago e gli tolse Ægishjálmur.

Regin tornò quindi da Sigfrido dopo che Fafnir fu ucciso. Corrotto dall’avidità, Regin progettò di uccidere Sigfrido dopo che questi gli avesse cucinato il cuore di Fafnir, e di prendere tutto il tesoro per sé. Tuttavia, Sigfrido, avendo assaggiato il sangue di Fafnir mentre cucinava il cuore, acquisì la conoscenza del linguaggio degli uccelli e venne a conoscenza dell’imminente attacco di Sigfrido dalla discussione tra gli uccelli oðinnici (di Odino) e uccise Regfrido decapitandolo con Gram. Sigfrido mangiò quindi parte del cuore di Fafnir e tenne il resto, che sarebbe poi stato dato a Gudrun dopo il loro matrimonio. 

Alcune versioni sono più specifiche riguardo al tesoro di Fáfnir, menzionando le spade Ridill e Hrotti, l’elmo del terrore e una cotta di maglia dorata.

In Wagner

Fafnir custodisce il tesoro d’oro in questa illustrazione di Arthur Rackham tratta dal Sigfrido di Richard Wagner.

Fafnir appare (come “Fafner”) nel ciclo operistico epico di Richard Wagner, L’anello del Nibelungo (1848-1874), sebbene all’inizio della sua vita fosse un gigante anziché un nano. Nella prima opera, L’oro del Reno (1869), che trae spunto dal Gylfaginning, Fafner e suo fratello Fasolt cercano di impossessarsi della dea Freia, ispirata a Idun, promessa loro da Wotan, il re degli dei, in cambio della costruzione del castello del Valhalla. Fasolt è innamorato di lei, mentre Fafner la desidera perché senza le sue mele d’oro gli dei perderebbero la loro giovinezza. I giganti, principalmente Fafner, accettano di accettare in cambio un enorme tesoro rubato al nano Alberich. Il tesoro include l’elmo magico Tarnhelm e un anello magico del potere. Mentre si dividono il tesoro, i fratelli litigano e Fafner uccide Fasolt e prende l’anello per sé. Fuggito sulla Terra, usa l’Elmo del Tarn per trasformarsi in un drago e custodisce il tesoro in una grotta per molti anni, prima di essere infine ucciso dal nipote mortale di Wotan, Sigfrido, come raffigurato nell’opera omonima. Si pensa che i giganti rappresentino la classe operaia. Tuttavia, mentre Fasolt è un rivoluzionario romantico, Fafner è una figura più violenta e gelosa, che trama per rovesciare gli dei. In molte produzioni, viene mostrato mentre torna alla sua forma originale di gigante mentre pronuncia il suo discorso di morte a Sigfrido.

In Tolkien

È chiaro che gran parte dell’opera di Tolkien sia stata ispirata dal Mito Nordico. Si possono tracciare molti parallelismi tra Fafnir e Smaug, ne Lo Hobbit, così come tra Fafnir e Glaurung, il primo drago della Terra di Mezzo, che viene ucciso da Túrin. Lo scambio di battute tra Bilbo e Smaug rispecchia quasi quello tra Fafnir e Sigfrido. La differenza principale è che la conversazione con Sigfrido avviene dopo che il colpo mortale è stato inferto. Ciò è molto probabilmente dovuto all’effetto drammatico, poiché Bilbo ha una posta in gioco molto più alta quando parla con Smaug. Anche l’altro drago, Glaurung, presenta molte somiglianze. Nel Libro dei Racconti Perduti di Tolkien, Glaurung è descritto come un drago incapace di volare che accumula oro, respira veleno e possiede “grande astuzia e saggezza”. Nel libro di Tolkien I Figli di Húrin, viene ucciso da Túrin dal basso, proprio come Fafnir. Anche Turin e Glaurung hanno uno scambio di battute dopo che è stato inferto il colpo mortale.

I MITI DI MIDGARD AxisMundi

– I boschi sacri e l’albero cosmico. Un saggio sulla tradizione germanica e nordica; – Gli anelli del potere. Uno studio sull’opera di J.R.R. Tolkien, sull’Edda antica e sulle saghe germaniche; – Il bianco, il rosso e il nero: tre colori simbolici. Un saggio sulla tradizione indoeuropea e sulla tradizione nordica; I tre saggi che compongono questo libro — Fabrizio Bandini, “Tre saggi sulla tradizione nordica”, Midgard Editrice 2021 — sono stati scritti nel corso degli ultimi tre anni. Essi vanno a comporre quest’opera in un tutto armonioso. Sono tre visioni su vari temi e concetti della tradizione germanica-nordica, che vogliono essere da una parte informativi, per gli interessati al vasto corpus letterario e dottrinale, e dall’altro fonte di ispirazione per chi segue il cammino della nostra tradizione. ARTICOLI CORRELATI SUL SITO: – Guido von List e la tradizione magico-religiosa degli Ariogermani (M. Maculotti) http://axismundi.blog/2016/01/13/guid… – Odhinn e Týr: guerra, diritto e magia nella tradizione germanica (F. Zigarelli) http://axismundi.blog/2020/04/29/odhi… – Hanns Hörbiger: la teoria del Ghiaccio Cosmico (J. Bergier/L. Pauwels) https://axismundi.blog/2016/03/25/han… – Cernunno, Odino, Dioniso e altre divinità del ‘Sole invernale’ (M. Maculotti) https://axismundi.blog/2016/11/14/cer…

Asja Heilung

Gá is nurna gangan yng yng pjar
Hang hang gang gang
Hymir ganda skadla hym hym gan
Fold fold Har har
Ou mi galdr maðr áss áss æt
Óm óm gal gal
Fu thork haniast bjamlyr futh fu thork
Futh futh bjam bjam
Hyndla horskr móðr má má kat
Hap hap tak takÁsjá, angan, bjarga
Ást standa ok fár hverfra
Ásjá, anga næ næ næ
Ok þú e er truir truir truirÁsjá, angan, bjarga
Ást standa ok fár hverfra
Ásjá, angan, tjá tjá tjá
Ok þú e er ár ár árÁsjá, angan, bjarga
Ást standa ok fár hverfra
Kann ek galdr at gala
Ønd og heidl sjá er kanÁsjá, angan, bjarga
Ást standa ok fár hverfra
Jafnan sædl órlausn
Friðr, maðr, opt opt optGá is nurna gangan yng yng pjar
Hang hang gang gang
Hymir ganda skadla hym hym gan
Fold fold Har har
Ou mi galdr maðr áss áss æt
Óm óm gal gal
Fu thork haniast bjamlyr futh fu thork
Futh futh bjam bjam
Hyndla horskr móðr má má kat
Hap hap tak takTraduci in italiano


L’officainte Maria Franz narra “Si tratta di amore, recupero e prosperità – e di scacciare il male e accogliere l’amore. 
Contiene una citazione dell’Hávamal, un antico poema islandese. 
Contiene anche molte parole di benedizione che hanno lo scopo di fornire e aiutare l’ascoltatore nei momenti difficili. 
L’inizio della canzone è qualcosa che ho ricevuto in un ritiro dove ho mangiato poco e dove ero tutta sola, dove non ho parlato per un paio di settimane. 
Personalmente credo – e non sono il solo – che troviamo le soluzioni migliori per le nostre sfide quando ci ritiriamo, quando andiamo da soli e ascoltiamo noi stessi”.

Loud speaks the norn, Yngvi walked, Yngvi lovesYou hang hang! Journey journeyHymir enchants, he strikes, he leavesEarth earth, High one high oneOu my spell, man god, divine familySound sound, screaming screamingFu thork haniast bjamlyr, futh fu thorkFuth futh, bjam bjamWise Hyndla, anger is no more, very cheerfulGood luck, good luck to you!Protection, joy, healingThe love stands and the harm goes awayProtection, joy to attain attain attainAnd you believe believe believeProtection, joy, healingThe love stands and the harm goes awayProtection, joy, help help helpAnd you are old old oldProtection, joy, healingThe love stands and the harm goes awayI can chant the spellBreath and health can be seenProtection, joy, healingThe love stands and the harm goes awayAlways a happy solutionPeace, human, often often often





Disco di Nembra

La più Antica raffigurazione Cosmica risalente a 4.000 anni fa
Nonostante tutte le ipotesi che sono state formulate, il mistero connesso alla rappresentazione astronomica presente su questo reperto archeologico rimane pressoché tale in quanto non esiste alcuna possibilità di verificare tali ipotesi, ne quella dell’eclisse che sembra essere la più probabile, ne quella delle fasi lunari, ne quella del Sole e della Luna. 

Le spade e le asce rinvenute insieme al disco d Nebra sul Mittelberg
Tre fasi di misurazione astronomica con il disco posizionato sul monte Mittelberg, Successivamente: solstizio d’estate; equinozi primavera/autunno; solstizio d’inverno. Opera propria Rainer Zenz. Dominio pubblico.

A 20 chilometri di distanza dal Mittelberg si trova il celebre Cerchio di Goseck che risale al V millennio a. C. Formato da fossati concentrici e da palizzate, era usato come calendario astronomico e testimonia, quindi, la presenza di conoscenze ben definite sui movimenti degli astri nell’Europa del Neolitico.

MITI NORDICI. DÈI E TRADIZIONI DELL’EUROPA SETTENTRIONALE Marco Maculotti

«Disse Óðinn: molto ho viaggiato,
molto ho sperimentato
molto ho messo alla prova gli dèi:
che ne sarà di Óðinn al tramonto dei tempi
quando gli dèi verranno a mancare?»


Il volume fornisce una prospettiva esaustiva sui temi principali della tradizione mitica delle popolazioni
norrene. L’obiettivo che Marco Maculotti e gli altri autori si sono posti, infatti, è quello di offrire una
panoramica complessa sulla religione nordica originaria, proponendo dove possibile parallelismi in un’ottica
comparativa con la più vasta tradizione sacra indoeuropea. Sono analizzati il corpus mitico, la cosmogonia e
l’ordinamento cosmico, i reami ultraterreni, il tema della sapienza occulta e il Ragnarök, ovvero il “Crepuscolo
degli dèi”. Di pari passo è approfondito il pantheon nordico, dalle divinità celesti (Óðinn, Þórr, Baldr,
Heimdallr, Loki) alle potenze garanti della fertilità e della fecondità (Freyr, Freyja, Njorðr-Nerthus), senza
dimenticare le eterogenee entità sovrannaturali conosciute dalla tradizione norrena, dagli spiriti custodi alle
Norne intimamente connesse alla tematica del destino, passando per i giganti. In appendice, infine, sono
affrontate questioni particolari del mito e della tradizione nordica, anche in ottica archeologica.
AUTORE
Marco Maculotti (Cremona, 1988). Fondatore e direttore editoriale di «Axis Mundi», rivista di storia delle
religioni, antropologia del sacro,studi tradizionali, folklore, esoterismo e letteratura del fantastico – in edizione
digitale dal 2015, cartacea dal 2021 – e della neonata casa editrice Axis Mundi Edizioni. Il suo primo saggio
lungo pubblicato, Carcosa svelata. Appunti per una lettura esoterica di True Detective (2021), ha riscontrato
un’unanime attenzione di critica e pubblico, seguito da L’Angelo dell’Abisso. Apollo, Avalon, il Mito Polare e
l’Apocalisse (2022), saggio di storia delle religioni incentrato sull’escatologia apollinea. Negli ultimi anni si è
concentrato sull’opera dello scrittore gallese Arthur Machen, rispetto alla quale ha redatto sette contributi editi
da varie case editrici in pubblicazioni collettanee e riviste. Collabora con diverse riviste di studi tradizionali
(«Arthos», «Atrium», «Golem», «Il Corriere Metapolitico») e letterari («Studi Lovecraftiani», «Zothique»,
«Dimensione Cosmica»).

Helvegen la via degli Inferi

Eg songane søkte
Eg songane sende
då den djupaste brunni
gav meg dråpar så ramme
av Valfaders pant

Alt veit eg, Odin
kvar du auge løynde

Kven skal synge meg
i daudsvevna slynge meg
når eg helvegen går
og dei spora eg trår
er kalde, så kalde

Årle ell i dagars hell
enn veit ravnen om eg fell

Når du ved helgrindi står
og når du laus deg må rive
skal eg fylgje deg
yver gjallarbrui
med min song

Du blir løyst frå banda som bind deg
Du er løyst frå banda som batt deg

La via degl’Inferi

Chi canterà per me?

Chi mi getterà nel sonno eterno?

Quando percorrerò la via degl’Inferi

E seguirò quei passi

Freddi, tanto freddi

Cercai i canti

Mandai i canti

Allora il più profondo dei pozzi

Mi diede gocce tanto rancide

Dal pegno del Padre dei Caduti

Io so tutto, Odino

Dove tu nascondesti l’occhio

Chi canterà per me?

Chi mi getterà nel sonno eterno?

Quando percorrerò la via degl’Inferi

E seguirò quei passi

Freddi, tanto freddi

Presto o sul finire dei giorni

Soltanto il corvo sa se cadrò

Quando ti trovarai alle porte dell’inferno

E dovrai strapparti alla vita

Io ti seguirò

Sul Gjallarbrú col mio canto

Sarai sciolto dalle catene che ti incatenano

Sei sciolto dalle catene che ti incatenavano

Muore il bestiame

Muoiono gli amici

E così morirai anche tu

Ma non morirà mai

La fama

Di chi se n’è costruita una buona

Muore il bestiame

Muoiono gli amici

E così morirai anche tu

Ma io conosco qualcosa

Che non morirà mai:

Il giudizio che i morti si lasciano alle spalle

  • Uno degli epiteti di Odino, mentre il pegno di cui parla è l’occhio che Odino si cavò e lasciò nella fonte (o pozzo) dell’onniscenza di Mímir (vd. versi successivi), affinché quest’ultimo gli permettesse di potervisi abbeverare. Dunque le gocce di cui sopra sono le lacrime di Odino.
  • Traduzione in norvegese di due versi tratti dalla strofa 28 della Vǫluspá (“La profezia della veggente”), primo e più famoso poema tratto dall’Edda poetica.
  • Ponte che attraversa il fiume Gjöll, che separa il mondo dei vivi dal regno di Hel: gli inferi della mitologia norrena.
  • Mentre la prima parte della canzone è in norvegese nynorsk, la parte in corsivo è in norreno: si tratta delle strofe 76 e 77 dell’Hávamál (“Il discorso di Hár”), seconda composizione dell’Edda Poetica.

Alzati presto e combatti  per quello che vuoi  prima che gli altri lo prendano. 

Sei skal rísa 
sá er annars vill 
fé eða fjör hafa 
sjaldan liggjandi úlfr 
lær um getr 
né sofandi maðr sigr

Alzati presto e combatti 
per quello che vuoi 
prima che gli altri lo prendano. 
Un lupo pigro 
non mangia carne che 
il sonno non ottiene vittoria
 Hávamál – verso 58

MITI NORDICI

Nessun frutto maturerà in noi a patto che non abbia resistito a tempeste furiose: anche il bello e il buono vogliono che si combatta per loro.

Ernst Jünger

Melusina e Sheela na gig

Secondo la leggenda le melusine dovrebbero sposare un cavaliere a condizione di un tabù particolare: non essere viste nella loro vera forma, quella di una fata dell'acqua, con la coda di pesce o di serpente, al posto delle gambe. La rottura del tabù della melusina, fonte dell'autorità e della ricchezza cavalleresca, può condurre il cavaliere alla rovina e condannare la fata a rimanere una sirena per sempre.
Le più antiche notizie sulla natura delle melusine risalgono al XII secolo. Possibili origini si trovano già in saghe pre-cristiane, greche, celtiche, così come nella cultura del Vicino Oriente. In qualità di leggenda storico-genealogica, risale alla famiglia Lusignano della regione francese di Poitou


Parco di Bomarzo Melusina Fata appartenete alla specie delle sirene
La sirena bicaudata all’entrata della Pieve a Corsignano
La Melusina di Sant’Ambrogio, a Milano nell’ambone marmoreo, datato inizi del XII secolo, periodo templare.
Il logo della catena ‘Starbucks’
Como
Il simbolismo della Melusina o sirena bicuadata si riferisce alla natura duale della donna che collega mondi tra loro differenti, unendo la terra con l'acqua, sospesa tra carnalità e spiritualità: la cultura occidentale vede nella donna un passaggio tra più mondi, tra la vita e la morte. 
Per questo la donna nelle società celto-germaniche, come quella longobarda, erano sempre molto rispettate e particolarmente tutelate anche dal diritto germanico (vedi Editto di Rotari).

La melusina è rappresentata come una figura chimerica: una sirena che in entrambe le mani tiene le sue due code, nell’architettura e nella geometria del “sacro” rappresenta la vescica piscis, elemento vulvare per eccellenza, come scaturisce dallo stesso nome, vesica in latino vuol dire proprio vagina.

Sin dalla Preistoria l’uomo ha sempre cercato nei simboli sessuali un qualche elemento per allontanare le forze maligne e assicurare fertilità e procreazione a una famiglia o a una comunità intera.
La fecondità veniva spesso rappresentata da donne formose che mostravano i propri genitali in pose provocanti, simboli di lussuria e attrazione fatale.

La doppia natura della melusina di donna e pesce può essere oltretutto interpretata come allegoria della dualità della natura umana: carnale e spirituale.

impressa sull’ambone longobardo della Pieve romanica di San Pietro a Gropina presso Loro Ciuffenna. Rimanda ad antichissimi culti pagani della Terra-madre della tradizione celto-germanica di cui ci parla lo storico romano Tacito nel suo saggio Germania del I sec. d.C. il culto di Nerthus.
descrivendo dettagliatamente il rituale che prevedeva l’immersione della dea nelle acque di una isola del Mar Baltico, dove aveva luogo una misteriosa trasformazione, così segreta che tutti coloro che vi assistevano venivano poi inghiottiti dalle acque.

L’origine di questa storia probabilmente tramandata di padre in figlio fin da epoche primordiali è celtica. Le zone dove sono stati trovati riferimenti culturali a questa leggenda sono tutte aree di cultura celtica, dalla Scozia (Pitti), alla Bretagna, alla Normandia, al Poitou, ai Paesi Bassi. L’iconografia delle sirene bicaudate è particolarmente diffusa in Toscana, in tutte le pievi più antiche del contado tra cui spiccano quelle di San Pietro a Gropina e quella di Corsignano presso Pienza.

Capitello nella navata della chiesa di san Michele a Pavia, anche i cistercensi, pur condannando il bestiario ne riconoscevano l’invincibile attrattiva sui fedeli, la “mira sed perversa delectatio”, il piacere meraviglioso e perverso che esso procurava alla fantasia dei devoti cristiani, culti anteriori con una valenza archetipica non facilmente cancellabili con la repressione.
Sheela na gig
Naga Kanya considerata anche figlia dei Naga, è protettrice dei serpenti, ma come Melusina è anche legata al culto dell’acqua, dei fiumi e della pioggia ed ha un posto d’onore nella religione Indù e Buddista non solo in India. Sheela Na Gig e la divinità indiana della fertilità Lajja Gauri. Sheela Na Gig che si trova nella chiesa di Notre-Dame de Bruyères-et-Montbérault e due sculture di Lajja Gauri in India. 

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