Il Cad Goddeu (tradotto come “La Battaglia degli Alberi”) è uno dei poemi più affascinanti, criptici e studiati della letteratura gallese medievale. Contenuto nel celebre Libro di Taliesin (risalente al XIV secolo, ma basato su tradizioni sciamaniche molto più antiche), il testo è strettamente legato al concetto di metempsicosi (la trasmigrazione delle anime) e alla dottrina della rinascita
La Battaglia Mitica
Il poema, attribuito al leggendario bardo Taliesin, descrive una battaglia mitologica in cui il mago e trickster Gwydion usa i suoi poteri per animare gli alberi e i cespugli della foresta, trasformandoli in un esercito per combattere contro le forze dell’Oltretomba (l’Annwn). Ogni albero combatte con caratteristiche precise (la quercia è forte e tenace, l’agrifoglio è aggressivo, il nocciolo è saggio).

La connessione con la metempsicosi e la reincarnazione emerge prepotentemente nella sezione introduttiva del poema. Prima di narrare la battaglia, Taliesin pronuncia una serie di dichiarazioni (comuni alla tradizione sciamanica e bardica) in cui afferma di essere esistito dall’inizio dei tempi in innumerevoli forme diverse, sia animali, sia vegetali, sia minerali o astratte.
La coscienza del bardo non è limitata a una sola vita umana, ma ha attraversato l’intero ciclo della creazione:
“Sono stato una spada affilata in battaglia, Sono stato una goccia nell’aria, Sono stato la più fulgida delle stelle, Sono stato una parola in un libro, Sono stato un libro all’origine, Sono stato la luce di una lanterna…”
Taliesin elenca di essere stato anche un’aquila, un lupo, un ponte, una lancia e persino una goccia di pioggia. Questa non è una semplice metafora: per i Celti rappresentava la consapevolezza totale dell’anima che si è reincarnata attraverso tutti gli stadi della materia prima di raggiungere lo stato di illuminazione poetica (Awen).
Reincarnazione Celtica e Metempsicosi Classica
Gli storici e i mitologi (tra cui lo scrittore Robert Graves, che ha analizzato a fondo il poema nel suo celebre saggio La Dea Bianca) evidenziano come la visione gallese della metempsicosi differisca da quella orientale (indiana) o pitagorica:
- Nessun Karma: Nella tradizione celtica non si rinasce per “espiare le colpe” di una vita precedente.
- Onniscienza Poetica: Il viaggio dell’anima attraverso le varie forme serve ad accumulare conoscenza universale. Solo l’anima che è stata “tutte le cose” può comprendere i segreti della natura e della magia, diventando un vero Bardo.
- Mutamento di forma (Shapeshifting): Alcuni studiosi accademici tendono a interpretare questi versi non come una reincarnazione letterale dopo la morte, ma come la capacità sciamanica di proiettare la propria coscienza e mutare forma spiritualmente durante la trance.
il testo originale non è in lingua gaelica, bensì in antico gallese (noto anche come gallese medievale).
Sebbene facciano entrambe parte della grande famiglia delle lingue celtiche, si dividono in due rami distinti: il gaelico (irlandese, scozzese) e il brittonico (gallese, bretone). Poiché Taliesin era un bardo del “Vecchio Nord” della Britannia, i suoi versi ci sono tramandati in gallese medievale.
Ecco i versi esatti in antico gallese, così come compaiono nel Libro di Taliesin (XIV secolo), affiancati dalla loro pronuncia e grafia originale:
Bum cledyf culhawt, Bum deifer yn awyr, Bum ser rac lloer, Bum gair yn llyfyr, Bum llyfyr ym dechreu, Bum lleuwer yn llofr…
Se vuoi notare la struttura tipica di questa formula sciamanica, la parola chiave che si ripete è Bum (che nel gallese moderno si scrive Bûm), e significa letteralmente “Io sono stato”:
- Bum cledyf culhawt: Cledyf significa “spada” (imparentato con il latino gladius).
- Bum deifer yn awyr: Awyr significa “aria” o “cielo”.
- Bum ser rac lloer: Ser significa “stelle” e lloer significa “luna” (letteralmente: “Sono stato una stella davanti alla luna”).
- Bum gair yn llyfyr: Gair è “parola” e llyfyr (oggi llyfr) è “libro”.
- Bum llyfyr ym dechreu: Dechreu significa “inizio/origine”.
- Bum lleuwer yn llofr: Lleuwer indica la “luce/splendore” e llofr la “lanterna” o il “focolare”.
Nel gallese moderno, questa formula suonerebbe in modo molto simile (ad esempio, Bûm yn gleddyf…), a testimonianza di quanto questa lingua celtica sia rimasta incredibilmente fedele alle sue radici medievali.

Gallese Medio (Originale): Bum cledyf yn aghat. Bum yscwyt yg kat. Bum tant yn telyn. Bum amweryd yn dwr yn ewyn…
Traduzione: Sono stato una spada in mano. Sono stato uno scudo in battaglia. Sono stato una corda d’arpa. Sono stato schiuma nell’acqua… Sono stato una goccia in un pluvio… Ho viaggiato in una moltitudine di forme prima di assumere una forma stabile.
Subito dopo questa potente introduzione sciamanica, il bardo canta della grande magia di Gwydion (il dio/mago della mitologia gallese) che, per vincere la battaglia contro Arawn (il signore dell’Oltretomba), evoca e anima gli alberi della foresta — dall’ontano guerriero alla maestosa quercia — trasformandoli in un esercito cosciente.
1. Tracce della credenza nella trasmigrazione delle anime
La prima è chiarissima in Cesare, nel famoso excursus sulla religione gallica (6,13,5): «I druidi insegnano la dottrina secondo cui l’anima non muore, ma dopo la morte passa da uno ad un altro»: si tratterebbe, cioè, della metempsicosi. Dato che nel medesimo capitolo Cesare attribuisce ai druidi vastissime conoscenze di ordine astronomico, geografico, naturalistico e teologico, si potrebbe pensare che tutto ciò risalga ad una fonte particolarmente desiderosa di presentare un’immagine positiva del druidismo, attribuendogli, quindi, fra l’altro, anche una vecchia e rispettata dottrina pitagorica. Ma questa ipotesi sarebbe errata, giacché nel mondo celtico insulare vi sono testi che, quantunque di età cristiana, presuppongono chiaramente un’originaria fede nella metempsicosi. Vi sono, infatti, almeno due poemetti gallesi che debbono essere presi in considerazione da questo punto di vista.
Il primo (Angar kyfyndawt) è attribuito al mitico poeta Taliesin che, in prima persona, racconta la storia delle sue precedenti esistenze: «Io sono stato un salmone blu, sono stato un cane, un cervo, un capriolo, un tronco, una vanga, un’ascia nella mano, uno stallone, un toro, un caprone, grano che cresceva sulla collina eccetera». Nel secondo testo, il Kat Godeu, un misterioso personaggio parla, in maniera desultoria e confusa, di una sua analoga esperienza: «Io ho avuto una moltitudine di forme prima di avere la forma materiale (cioè, attuale?): sono stato spada, sono stato lacrima nell’aria, sono stato la più brillante delle stelle, sono stato aquila, eccetera».
Ora, il fatto stesso che in Britannia dopo secoli di cristianesimo fossero ancora possibili testi di questo genere, può spiegarsi solo con l’esistenza di una fede precristiana nella metempsicosi e, per di più, in una forma assai più radicale di quanto testimoni Cesare. Egli, infatti, parla di trasmigrazione delle anime da persona a persona (ab aliis ad alios), mentre qui la trasmigrazione investe non solo gli esseri umani, ma altresì le cose e gli animali. Si potrebbe, cioè, pensare che la fonte di Cesare, lungi dall’inventare, abbia, se mai, attenuato il carattere totalitario della metempsicosi celtica per meglio adeguarlo al rispettato modello pitagorico.
2. Credenze in un destino tragico dopo la morte
Altre testimonianze antiche parlano, però, in senso assai diverso; si tratta, in questo caso, di documenti figurativi gallici. Il più noto è la cosiddetta Tarasque de Noves (ora al Museo di Avignone), una scultura risalente al periodo La-Tène II, che raffigura un essere mostruoso, dalle fattezze tra l’orso e il leone, che poggia le zampe su due teste umane dagli occhi chiusi (si tratta, cioè, di defunti), mentre un braccio umano semidivorato gli pende dalla bocca. Giustamente il De Vries intende questa scultura come raffigurazione dell’oltretomba e del destino che colà attende l’uomo. Ma questo mostro non è isolato, giacché si hanno varie altre rappresentazioni di animali che uccidono, straziano e divorano esseri umani. Non è, naturalmente, il caso di pensare a «scultura di genere» (scene di caccia, di guerra, eccetera); a dimostrarlo basterebbe il fatto che l’uomo non risulta mai vincitore. In tutti questi casi, dunque, siamo innanzi a una visione particolarmente tragica e disperata di ciò che attende l’uomo dopo la morte.
3. Viaggio in un’isola favolosa
Esisteva, però, anche una terza ipotesi, che ci è attestata da un piccolo ma coerente genere letterario irlandese, quello degli imrama «viaggi» (talora anche echtrai «avventure»). Sono, in sostanza, la narrazione di un lungo e difficile viaggio per mare, con tutte le relative avventure, che il protagonista compie per raggiungere favolose isole, dove lo scorrere del tempo è bloccato e si trova eterna giovinezza e felicità, spesso in compagnia di esseri divini.
Nella loro redazione attuale questi testi sono posteriori al sec. IX e, quindi, risentono, in qualche misura, anche delle grandi esperienze marinaresche dei Vichinghi; esemplare, a questo proposito, la conoscenza di un fenomeno tipicamente islandese:
«Essi andarono in un’altra isola, ove apparve loro una strana cosa: un largo getto di acqua sprizzava da una riva dell’isola, andava come un arcobaleno sull’intera isola e ricadeva sull’altra riva all’altro lato dell’isola» (Imram curaig Maele Dúin, 25);
questa è la descrizione, molto precisa, di un geyser, che gli Irlandesi potevano conoscere solo attraverso i racconti dei Vikinghi.
Più importante ancora, però, è la rielaborazione in senso cristiano che subì questa antica credenza. Le «isole dei viventi» diventano la terra repromissionis sanctorum, che da un lato tende a identificarsi col Paradiso cristiano, dall’altro è una sorta di paradiso terrestre ove i buoni attendono la glorificazione finale del Giudizio Universale. Ma l’originaria concezione, che traspare ancora con sufficiente chiarezza…
Confer L’Uomo Indoeuropeo E Il Sacro Trattato di Antropologia del Sacro.A cura di Julien Ries, Jaca Book, Milano 1991


uno studio accademico moderno che analizzi proprio quegli aspetti sciamanici e di trasmigrazione dell’anima che hai menzionato, il testo di riferimento è Legendary Poems from the Book of Taliesin della studiosa Marged Haycock (edito dalla CMCS Publications), che decodifica l’oscurità del linguaggio bardico gallese.
Essendo un testo di pubblico dominio, la trascrizione in gallese medio e le relative traduzioni sono facilmente reperibili sul web:
- Il Celtic Literature Collective (di Mary Jones): È il database online più completo per la letteratura celtica. Lì troverai il testo a fronte in gallese e inglese.
- Ancient Texts / Sacred Texts: Piattaforme che ospitano la storica traduzione di W. F. Skene tratta dal suo volume The Four Ancient Books of Wales (1868). Sebbene la filologia sia dell’Ottocento, è la traduzione più evocativa e diffusa.
Il motivo di un esercito di alberi è presente nel folclore britannico. Infatti appare nel Macbeth di Shakespeare, che poi è stato di ispirazione agli Ent de Il Signore degli Anelli e alle Cronache di Narnia.
Duel of the Fates e il poema gallese
Per la celeberrima colonna sonora di Star Wars: Episodio I – La minaccia fantasma (1999), Williams voleva un testo che trasmettesse un senso di antico, rituale e religioso.
Williams ha poi fatto tradurre liberamente queste frasi in sanscrito per motivi puramente fonetici, ottenendo i famosi cori ritmici come
“Korah Matah, Korah Rahtahmah”.
Ha preso alcuni versi dal poema medievale gallese Cad Goddeu (che significa appunto “La Battaglia degli Alberi”), in particolare nella traduzione inglese effettuata dal poeta Robert Graves nel suo saggio La Dea Bianca.
I versi scelti includevano passaggi come “Dietro la radice della lingua una battaglia spietata”.
La Battaglia degli Alberi ha ispirato la cantautrice francese Nolwenn Leroy per la sua canzone Ce que je suis, pubblicata nel suo album Gemme nel 2017
Câd Goddeu (gallese “La Battaglia degli Alberi”) del Bardo Taliesin
Câd Goddeu (gallese “La Battaglia degli Alberi”) è un poema contenuto nel Libro di Taliesin, dove il leggendario mago Gwydion anima gli alberi di una foresta per combattere e sconfiggere Bran il Benedetto. Il poema è noto per l’impressionante ed enigmatico simbolismo ed il folto numero di interpretazioni proposte.
Lungo 248 versi (di solito pentasillabi) e diviso in molte sezioni, il poema si apre con un’estesa affermazione in prima persona di una conoscenza totale, in uno stile che si ritrova poi in altri passi del poema e anche in molti altri attribuiti a Taliesin:
CÂD GODDEU
Sono stato in molte forme,
prima di conseguirne una congeniale.
Sono stato la stretta lama di una spada.
(Ci crederò quando apparirà).
Sono stato una goccia nell’aria.
Sono stato una stella splendente.
Sono stato una parola in un libro.
Sono stato un libro in origine.
Sono stato la luce di una lanterna.
Per un anno e mezzo.
Sono stato un ponte per traversare
sessanta fiumi.
Ho viaggiato in forma di aquila.
Sono stato una barca sul mare.
Sono stato uno stratega in battaglia.
Sono stato i legacci delle fasce di un bimbo.
Sono stato una spada nella mano.
Sono stato uno scudo in battaglia.
Sono stato la corda di un’arpa,
incantata per un anno
nella schiuma dell’acqua.
Sono stato un attizzatoio nel fuoco.
Sono stato un albero di una macchia.
Nulla c’è in cui non sia stato.
Ho combattuto, seppur piccino,
nella battaglia di Goddeu Brig,
davanti al Sovrano di Britannia,
dalle flotte numerose.
I bardi mediocri simulano,
simulano un animale mostruoso,
dalle cento teste,
e un combattimento atroce
alla radice della lingua.
E un’altra battaglia si combatte
nel retro della testa.
Un rospo che ha sulle cosce
cento artigli,
un serpente crestato maculato,
per punire nella carne
cento anime per i loro peccati.
Ero a Caer Fefynedd,
là si affrettavano erbe e alberi.
I viandanti li scorgono,
i guerrieri sono attoniti
al rinnovarsi di scontri
come quelli sostenuti da Gwydion.
Si invoca il Cielo,
e Cristo perché compia
la loro liberazione,
il Signore Onnipotente.
Se il Signore aveva risposto,
con formule magiche e magica arte,
assumete l’aspetto degli alberi più importanti,
con voi schierati
trattenete la gente
senza esperienze di battaglie.
Quando gli alberi subirono l’incantesimo
ci fu speranza per gli alberi,
di riuscire a frustare l’intenzione
dei fuochi tutt’intorno…
Son meglio tre all’unisono,
che si divertono in cerchio,
mentre uno di loro racconta
la storia del Diluvio,
e della croce di Cristo,
e del giorno del Giudizio che è prossimo.
Gli ontani in prima linea,
furono loro a dare l’inizio.
Il salice ed il sorbo selvatico
furono lenti a schierarsi.
Il susino è un albero
non amato dagli uomini;
di natura simile è il nespolo,
che vince una dura fatica.
Il fagiolo porta nella sua ombra
un esercito di fantasmi.
Il lampone costituisce
non il migliore tra i cibi.
Al riparo vivono
il ligustro e il caprifoglio,
e l’edera durante la sua stagione.
Grande è la ginestra spinosa in battaglia.
Il ciliegio era stato rimproverato.
La betulla, pur molto magnanima,
si schierò in ritardo;
non fu per codardia,
ma per le sue grandi dimensioni.
L’aspetto del […]
è quello di uno straniero e di un selvaggio.
Il pino nella corte,
forte in battaglia,
grandemente lodato da me
alla presenza di re,
gli olmi sono i suoi sudditi.
Non si volge di lato per lo spazio di un piede,
ma colpisce giusto nel mezzo,
e all’estremità più lontana.
Il nocciolo è il giudice,
le sue bacche sono la sua dote.
Benedetto è il ligustro.
Capi forti in guerra
sono il […] e il gelso.
Prospero è il faggio.
L’agrifoglio verde scuro
fu molto coraggioso:
difeso da ogni lato delle punte,
che feriscono le mani.
I pioppi durevoli
molto franti in battaglia.
La felce spogliata;
le ginestre con la loro progenie:
il ginestrone non si comportò bene
finché fu domato.
L’erica offriva consolazione
confortando la gente.
Il ciliegio selvatico incalzava.
La quercia che si muove agilmente,
dinanzi a lei tremano cielo e terra,
robusto custode della porta contro il nemico
è il suo nome in ogni terra.
Il gittaione avvinto assieme
fu offerto per essere bruciato.
Altri furono respinti
a causa dei vuoti creati
dalla grande violenza
sul campo di battaglia.
Molto furente il […]
crudele il cupo frassino.
Timido il castagno,
che rifugge dalla gioia.
Vi sarà una nera tenebra,
vi sarà un terremoto sul monte,
vi sarà una fornace purificatrice,
vi sarà in primo luogo una grande ondata,
e quando l’urlo verrà udito –
le cime del faggio stanno mettendo nuove foglie,
mutando e rinnovandosi dal loro stato avvizzito;
le cime della quercia sono aggrovigliate.
Dal “Gorchan” di Maelderw.
Sorridendo accanto alla roccia
(era) il pero non di natura ardente.
Né di madre né di padre,
quand’io fui fatto,
erano il sangue o il corpo mio;
di nove tipi di facoltà,
del frutto dei frutti,
di frutti Dio mi fece,
del fiore della primula di monte,
dei germogli di alberi e cespugli,
di terra della specie terrestre.
Quando fui fatto
dei fiori dell’ortica,
dell’acqua della nona onda,
fui legato come incantesimo da Math,
prima di diventare immortale.
Fui legato come incantesimo da Gwydion,
grande mago dei Britanni,
di Eurys, di Eurwm,
di Euron, di Medron,
su miriadi di segreti
io sono dotto quanto Math…
Io so dell’Imperatore
di quando fu bruciato a mezzo.
Io so la conoscenza astrale
delle stelle prima che (fosse creata) la terra,
da dove sono nato,
quanti mondi vi sono.
È usanza dei bardi compiuti
recitare le lodi del loro paese.
Ho suonato a Lloughor,
ho dormito nella porpora.
Forse che non ero nel recinto
con Dylan Ail Mor,
su un giaciglio nel centro
tra le ginocchia del principe
sopra due lance spuntate?
Quando vennero dal cielo
i torrenti giù nell’abisso,
precipitandosi con impeto violento.
(Io so) ottanta canzoni,
per soddisfare il loro piacere.
Non c’è vegliardo né infante,
oltre a me quanto alle loro poesie,
nessun altro cantore che conosca tutte le novecento
che io conosco,
riguardo alla spada macchiata di sangue.
La mia guida è l’onore.
Il sapere vantaggioso viene dal Signore.
(Io conosco) l’uccisione del cinghiale,
il suo apparire e scomparire,
la sua conoscenza delle lingue.
(Io conosco) la luce il cui nome è Splendore,
e il numero delle luci regnanti
che diffondono raggi di fuoco
in alto sopra l’abisso.
Sono stato un serpente maculato sopra una collina;
sono stato una vipera in un lago;
sono stato un tempo una stella maligna.
Sono stato un peso in un mulino [?].
La mia tonaca è tutta rossa.
Io non profetizzo alcun male.
Ottanta sbuffi di fumo
a chiunque li porterà via:
e un milione di angeli
sulla punta del mio coltello.
Bello è il cavallo giallo,
ma cento volte migliore
è il mio color della panna,
veloce come il gabbiano,
che non può superarmi
tra il mare e la riva.
Non sono io preminente nel campo del sangue?
Io ho cento parti del bottino.
La mia corona è di gioielli rossi,
l’orlo del mio scudo è d’oro.
Non è nato nessuno valente come me,
né mai se ne è conosciuto uno,
tranne Goronwy,
dalle valli di Edrywy.
Lunghe e bianche sono le mie dita,
lungo tempo è passato da quand’ero un mandriano.
Ho viaggiato sulla terra
prima di diventare un uomo erudito.
Ho viaggiato, ho compiuto un circuito,
ho dormito in cento isole,
ho abitato in cento città.
O druidi eruditi,
profetizzate voi di Artù?
O è me che essi celebrano,
e la crocifissione di Cristo,
e il giorno del giudizio che è prossimo,
e uno che riferisce
la storia del Diluvio?
Da un gioiello dorato montato in oro
io sono arricchito;
e indulgo al piacere
grazie alla fatica opprimente dell’orafo.
[Traduzione di A. Pelissero dalla traduzione inglese tardo-ottocentesca di D.W. Nash, riportata da Robert Graves]
Bum cledyf yn aghat: “io ero una spada in un pugno”. Bum yscwyt yg kat: “io ero uno scudo in battaglia”. Bum tant yn telyn: “io ero una corda in un’arpa”. L’introduzione culmina con l’affermazione di essere stato a Caer Vevenir quando il Signore di Britannia fece battaglia. Segue il racconto di una mostruosa creatura, della paura dei Britanni e come, per l’abilità di Gwydion e la grazia di Dio, gli alberi marciarono in battaglia. Poi segue un elenco di piante, ognuna con attributi notevoli, ora chiare ora oscure.
A questo punto c’è una digressione in prima persona che canta la nascita di Blodeuwedd e poi la storia di un grande guerriero, una volta un pastore ed ora un viaggiatore istruito (forse re Artù o Taliesin). Dopo un riferimento al diluvio, alla crocifissione di Gesù ed al giorno del giudizio, il poema si chiude con un oscuro riferimento alla metallurgia.
Nelle Triadi gallesi la Battaglia degli Alberi viene definita “frivola, mentre in un altro componimento del Libro di Taliesin il poeta afferma di esser stato presente alla battaglia.

“Sono stato una goccia nell’aria, Sono stato la più fulgida delle stelle…”
Nelle tradizioni indoeuropee — dai testi vedici ai miti celtici e norreni — l’anima del veggente, del bardo o dello sciamano non è vincolata a un tempo o a una forma singola. Esiste una memoria primordiale (Awen per i Celti, legata alla saggezza cosmica) che permette all’io di fluire attraverso tutti gli stati della materia. Lo Spirito indoeuropeo si riconosce nell’infinitamente piccolo (la goccia) e nell’infinitamente grande (la stella), percependo il cosmo non come un oggetto da dominare, ma come un organismo vivente di cui fa parte.
2. La Parola come Atto Creativo
“Sono stato una parola in un libro, Sono stato un libro all’origine…”
Per l’antico mondo indoeuropeo, la parola (Logos in Grecia, Vāc nell’India vedica) non è un semplice mezzo di comunicazione, ma la forza metafisica che ordina il caos. Il bardo/veggente che infonde la vita attraverso il canto o la scrittura si identifica con l’origine stessa della conoscenza. Essere “un libro all’origine” significa incarnare la Tradizione indoeuropea prima ancora che venga codificata.
3. La Sintesi delle Funzioni: Guerriero e Sapiente
“Sono stato una spada affilata in battaglia… Sono stato la luce di una lanterna…”
Questo è forse il tratto più distintivo dell’eredità indoeuropea (spesso associata alla tripartizione funzionale studiata da Georges Dumézil). In questi versi non c’è separazione tra l’azione e la contemplazione:
La Spada: Rappresenta la funzione guerriera, l’ardore, il coraggio e il confronto aperto con il destino (Fato).
La Lanterna/La Stella: Rappresenta la funzione spirituale e sacerdotale, la ricerca della verità e la luce della conoscenza che guida nell’oscurità.
Lo Spirito indoeuropeo è l’unione perfetta di queste due forze: la capacità di combattere nel mondo manifesto senza mai perdere l’orientamento verso la luce metafisica.
Invece di un “Vincitore” temporaneo che ha sconfitto un nemico contingente, lo Spirito indoeuropeo rappresenta l’essere eterno che ha attraversato ogni forma di esistenza, superando la morte stessa attraverso la memoria, l’onore e la sapienza cosmica.
Secondo un riassunto di una storia simile preservata in Peniarth MS 98B (fine XVI secolo) il poema descrive la battaglia tra Gwydion e Arawn, il re di Annwn (l’oltretomba). La battaglia si scatena dopo che il divino aratore Amaethon ruba un cane, una pavoncella ed un capriolo ad Arawn. Alla fine Gwydion trionfa indovinando il nome di uno degli uomini di Arawn: Bran (forse Bran il Benedetto).
Nella storia dell’infanzia di Lleu Llaw Gyffes del Mabinogion Gwydion fa apparire una foresta come una forza d’invasione.
Il Câd Goddeu, di difficile traduzione per la sua allusività ed ambiguità grammaticale, è stato soggetto a molte teorie interpretative nel XIX secolo. Stephens afferma che il componimento è “una superstizione elio-archita, una metempsicosi di un capo druido ed un racconto simbolico del diluvio”. Messey suggerisce che il componimento riflette la religione egizia. Nash credeva fosse una favola di bassa qualità del XII secolo sovrapposta ad una storia di epoca arturiana ed unite con altri frammenti poetici. Skene pensava invece che il componimento riflettesse la storia del nord del paese durante le incursioni irlandesi. Ifor Williams si domandava se non si trattasse della Battaglia di Celyddon Wood. Robert Graves sostenne che gli alberi che combattevano in battaglia fossero le lettere dell’alfabeto ogamico.
Ogni albero aveva un significato proprio e Gwydion indovina il nome di Bran dal ramo che portava. Graves supponeva che il poeta originale aveva conciliato segreti druidici su un’antica religione matriarcale celtica per paura della censura delle autorità cristiane. Suggerisce che Arawn e Bran erano i nomi della stessa divinità infernale e che la battaglia era di ingegno ed accademia: le forze di Gwydion potevano essere sconfitte solo se il nome della sua compagna Lady Achren (“alberi”) fosse stato indovinato, e l’esercito di Arawn solo se il nome di Bran fosse stato indovinato. Marged Haycock e Mary Ann Constantine respingono l’idea di Graves di un’antica religione nascosta e la riducono ad una parodia del linguaggio bardico. Francesco Bennozo sostiene che il componimento rappresenta antiche paure per la foresta ed i suoi poteri magici.
Il motivo di un esercito di alberi è presente nel folklore britannico, infatti appare nel Macbeth di Shakespeare, che poi è stato di ispirazione agli Ent de Il Signore degli Anelli di Tolkien e alle Cronache di Narnia di C. S. Lewis.
Una traduzione del Câd Goddeu in sanscrito è stata utilizzata per Star Wars: Episodio I – La minaccia fantasma da John Williams, che ha basato il secondo movimento del suo Concerto per Corni del 2004 sulla Battaglia degli Alberi.
Il gallese Libro rosso di Hergest contiene, oltre alla famosa raccolta del Mabinogion, anche una miscellanea di cinquantotto composizioni poetiche, nota come Libro di Taliesin. È tra queste che si trova la lunga, pressoché incomprensibile composizione nota come La battaglia degli alberi. L’originale è composto di brevi versi rimati, con la stessa rima spesso ripetuta per dieci o quindici versi. Il significato del testo rimane un po’ problematico, in quanto gli studiosi non sono ancora riusciti a decifrarne il senso. Alcuni lo considerano un nonsensescherzosamente solenne, inteso a suscitare il riso; altri lo ritengono un testo misto legato alla dottrina druidica della trasmigrazione delle anime; interessante la teoria di Robert Graves secondo la quale si tratterebbe in realtà di una sorta di complesso indovinello. Qualunque cosa sia questa strana «Battaglia degli alberi», ricordiamo che nelle antiche Triadi gallesi, raccolta di nozioni storiche e osservazioni sentenziose disposte in forma epigrammatica a gruppi di tre, tale battaglia è ricordata come una delle «Tre frivole battaglie di Britannia», combattuta tra Arawn re di Annwn e Gwydion e Amathaon figli di Dôn. Si tratta dunque di un testo che affonda profondamente le sue radici nel mito celtico, anche se oggi appare di difficile comprensione.




































