
EMOZIONI DA RING

Nulla Die Sine linea Discipline Arti Miti Simboli

Il genovese che scelse di difendere Costantinopoli negli ultimi giorni di vita dell’impero romano d’Oriente. Sotto i colpi dei giganteschi cannoni ottomani di Maometto II, non tremò. E scelse di rimanere al fianco di Costantino XI, a costo della propria vita, stupendo i suoi stessi nemici.
Questa è la storia di Giovanni Giustiniani Longo: l’ultimo difensore di Costantinopoli.
Ritorno a Esperia, il podcast di Matteo Brandi per vedere l’Italia da un punto di vista nuovo.
L’essenza di un Uomo è di giocare, rischiare (vivere, lottare non soltanto per vivere o far sopravvivere la specie); a differenza degli animali l’uomo è homo ludens.
Dunque egli fa delle cose ”inutili” ovverossia contrario alla propria stessa esistenza:
la morale è esattamente questo.
L’uomo è un giocatore ed ogni esperienza autentica umana è una messa in gioco, talvolta pericolosa l’ “esperienza”-è etimologicamente legata al “pericolo”; in latino experiri = sperimentare, ha la medesima radice di periculum = pericolo).
OMAR VECCHIO
Pakistan – 31 luglio 2000 – quota 5700m
མོས་གུས་ཡོད་ན། ཁྱི་སོ་འོད་འབྱུང་།
proverbio tibetano : Meu gus yeu na Khyi so eu tung.
Vale a dire, «la venerazione fa sorgere la luce, anche da un dente di cane».»Dedicato al Maestro e Mentore professor Sandro Consolato
Il testo proviene dal libro “Mistici e maghi del Tibet” (Mystiques et magiciens du Thibet), scritto dalla celebre scrittrice ed esploratrice francese Alexandra David-Néel.
In questo estratto, l’autrice spiega il concetto tibetano secondo cui l’energia mentale (o “tulpa”) e la fede possono infondere potere o proprietà miracolose a oggetti inanimati. L’aneddoto citato è la famosa storia del “dente di cane” che, grazie alla fede incrollabile di una vecchia donna che lo credeva un dente di un Buddha, inizia a brillare di luce propria.
Autrice: Alexandra David-Néel (1868–1969).
Capitolo: Il testo si trova solitamente nel capitolo sesto, intitolato “I fenomeni psichici”
Nel libro Mistici e Maghi del Tibet, la David-Néel usa questo esempio per spiegare che, nella filosofia tibetana, l’oggetto in sé non ha potere intrinseco; è la concentrazione mentale e la fede del credente a proiettare e “animare” l’oggetto (il concetto di Tulpa o creazione mentale).
Il senso letterale è: “Se c’è devozione, dal dente di cane scaturisce la luce”.
La storia del “Dente di Cane” raccontata da Alexandra David-Néel (e tratta dalla tradizione orale tibetana) è una delle parabole più celebri per spiegare il potere della mente e della fede (Mögü).
C’era una volta un ricco mercante che si recava ogni anno in India per affari. Sua madre, una donna molto devota ma ormai anziana, lo supplicava ogni volta di portarle una reliquia sacra dalla terra del Buddha, affinché potesse venerarla prima di morire.
Il figlio, tuttavia, era un uomo distratto e molto impegnato nei suoi commerci. Per diversi anni di seguito, preso dai suoi affari, si dimenticò completamente della promessa fatta alla madre, tornando a casa sempre a mani vuote.
Un anno, mentre stava per rientrare in Tibet, il mercante si ricordò della promessa proprio quando era ormai vicino a casa. Guardandosi intorno con ansia, si rese conto di non avere nulla di sacro da offrirle e temette che la madre potesse morire di crepacuore per la delusione.
Scorgendo lo scheletro di un cane sul ciglio della strada, ebbe un’idea disperata: si chinò, estrasse un dente dalla mascella del cane, lo pulì accuratamente e lo avvolse in un prezioso pezzo di seta colorata.
Arrivato a casa, consegnò il pacchetto alla madre dicendole con solennità: “Madre, ecco per te un dente del venerabile Buddha in persona!”
La donna, colma di gioia e commozione, accettò il dono con una fede incrollabile. Pose il dente sull’altare di casa e iniziò a prostrarsi davanti ad esso ogni giorno, recitando preghiere e offrendo incenso con una concentrazione e una devozione assolute.
Passò del tempo e accadde l’incredibile: dal dente di cane iniziarono a sprigionarsi raggi di luce e perle di splendore (le cosiddette ringsel, reliquie prodotte dai santi). La forza della fede della donna era stata così potente da “animare” l’oggetto e caricarlo di un’energia spirituale reale.
Il proverbio che hai trovato nel libro, “Se c’è devozione, dal dente di cane scaturisce la luce”, serve a spiegare che:
È un esempio perfetto della filosofia tibetana sulla natura della mente, che la David-Néel usa per introdurre il concetto di Tulpa (creazioni mentali rese visibili).
1. Traduzione e Origine
In tibetano, la parola si scrive སྤྲུལ་པ ed è traslitterata come Tulpa (o Sprul-pa secondo il sistema Wylie).
- མོས་གུས་ (Mos-gus / “Meu-gus”): Devozione, venerazione, fede profonda.
- ཡོད་ན། (Yod-na / “Yeu-na”): Se c’è, se esiste.
- ཁྱི་སོ་ (Khyi-so): Dente (so) di cane (khyi).
- འོད་ (Ö / “Eu”): Luce, splendore.
- འབྱུང་། (‘Byung / “Tung”): Sorgere, scaturire, apparire.
- Significato letterale: “Emanazione”, “manifestazione” o “forma costruita”.
- Radice: Deriva dal verbo sprul, che significa “apparire”, “prendere forma” o “trasformarsi”.
2. Il Concetto nel Buddismo Tibetano
Nel contesto originale del Tibet, un Tulpa non è un “amico immaginario”, ma un concetto teologico profondo legato alla dottrina del Trikaya (i tre corpi del Buddha).
- Emanazione Spirituale: Si crede che i maestri spirituali avanzati (Illuminati o Bodhisattva) abbiano la capacità di proiettare “emanazioni” di se stessi per aiutare gli esseri senzienti. Ad esempio, il Dalai Lama è considerato un Tulpa di Avalokiteshvara (il Bodhisattva della compassione).
- Nirmāṇakāya: Il Tulpa è la manifestazione fisica o visibile di una mente illuminata nel mondo materiale.
3. La “Creazione” Mentale (Interpretazione Occidentale)
L’idea che un Tulpa sia una “forma-pensiero” creata volontariamente dalla mente di un praticante si è diffusa in Occidente grazie a figure come l’esploratrice Alexandra David-Néel all’inizio del XX secolo.
Secondo questa visione (più vicina all’occultismo e alla moderna sottocultura dei Tulpamancy):
- Concentrazione: Attraverso una meditazione intensa e costante, il praticante visualizza un’entità.
- Autonomia: Con il tempo, questa proiezione mentale acquisirebbe una sorta di “volontà propria” o coscienza separata da quella del creatore.
- Sensorialità: Nei casi più estremi, il creatore sostiene di poter vedere, sentire o toccare l’entità.
Mentre per i tibetani si tratta di un concetto sacro legato all’illuminazione, nella psicologia moderna la creazione di “Tulpa” viene spesso vista come una forma di auto-ipnosi o, in casi non controllati, come un fenomeno legato alla dissociazione.
“Anche un dente di cane, se c’è venerazione , emette luce
Le cose non cambiano. Sei tu che cambi il tuo modo di guardare, tutto qui.»
«Per me c’è solo il viaggio su strade che hanno un cuore, qualsiasi strada abbia un cuore. Là io viaggio, e l’unica sfida che valga è attraversarla in tutta la sua lunghezza. Là io viaggio guardando, guardando, senza fiato.
Il nostro primo interesse dovrebbe essere per noi stessi. Può piacermi il prossimo soltanto quando ho tutte le forze e non mi sento depresso. Per stare in questa condizione devo mantenere il mio corpo ben in assetto. Ogni rivoluzione deve iniziare qui, in questo corpo. Io posso alterare la mia cultura ma solo dall’interno di un corpo che è messo a punto in maniera impeccabile – dentro questo mondo strano. Per me, il vero talento consiste nell’arte di essere un guerriero, che, come afferma don Juan, è l’unica via per compensare il terrore di essere un umano con lo stupore di essere un umano
Ma la decisione di proseguire su quella strada o di abbandonarla deve essere presa indipendentemente dalla paura o dall’ambizione. Ti avverto: osserva la strada da vicino e senza fretta, provala tutte le volte che lo ritieni necessario e poi rivolgi a te stesso, e a nessun altro, questa domanda: Questa strada ha un cuore? Le strade sono tutte uguali: non portano da nessuna parte. Alcune attraversano la boscaglia e altre vi si addentrano. Posso dire di aver percorso strade molto lunghe nella mia vita, ma non sono mai arrivato da nessuna parte. Questa strada ha un cuore? Se ce l’ha, è la strada giusta; se non ce l’ha, è inutile. Nessuna delle due porterà da qualche parte, ma una ha un cuore, l’altra non ce l’ha. Una rende il viaggio felice, e finché la seguirai sarete una cosa sola. L’altra ti farà maledire la vita. Una ti fa sentire forte, l’altra ti indebolisce.»
“Anche un dente di cane, se c’è venerazione , emette luce
Le cose non cambiano. Sei tu che cambi il tuo modo di guardare, tutto qui.»
Un cacciatore non deve solo conoscere le abitudini della preda, deve anche sapere che ci sono poteri su questa Terra che guidano gli uomini, gli animali e tutti gli esseri viventi.»
Questo mosaico di citazioni ci riporta direttamente nell’universo sciamanico e psichedelico di Carlos Castaneda e del suo leggendario mentore, lo stregone yaqui Don Juan Matus.
È un ribaltamento totale della prospettiva: la realtà non è un dato oggettivo e immutabile, ma un riflesso della nostra energia e del nostro intento. queste parole offrono la via d’uscita: la via del guerriero.
È il concetto più celebre di Castaneda. Don Juan insegna che, poiché nessuna strada “porta da qualche parte” (nel senso che la meta finale è per tutti la morte), l’unica distinzione valida è la qualità del viaggio.
“Anche un dente di cane, se c’è venerazione, emette luce.”
Questa frase è una lezione magistrale sul potere dell’intento. Non è l’oggetto in sé a essere sacro o luminoso, ma la qualità dell’attenzione che gli rivolgiamo. Se guardi il mondo con “venerazione” (o consapevolezza), il mondo risponde illuminandosi. È il passaggio dal “guardare” (atto fisico) al “vedere” (atto sciamanico).
Il guerriero non è un asceta distaccato, ma un atleta della consapevolezza. L’idea che la rivoluzione inizi nel corpo è fondamentale:
Il riferimento finale al cacciatore sottolinea che vivere non è un atto passivo. Essere un “cacciatore” nel mondo di Don Juan significa essere in uno stato di allerta costante, pronti a cogliere i segnali di quei “poteri” che guidano l’universo, senza però lasciarsi travolgere dalla paura.
L’uomo è come una carrozza
il corpo è il suo veicolo
le emozioni sono i suoi cavalli
la mente è il cocchiere
il se è il passeggero/padrone che di solito dorme….
il cocchiere è un ubriacone dalle personalità multiple, la scimmia inquieta del buddismo, e ogni personalità che lo attraversa è convinta di essere il padrone della carrozza e di sapere dove andare. I cavalli (le emozioni) non sempre obbediscono agli ordini così contraddittori e ogni tanto s’infuriano, posseduti dalla loro natura selvaggia si muovono prepotentemente come vogliono vanno lì dove il loro istinto bestiale li porta trascinando l’intera carrozza su strade dissestate, ammaccando il veicolo e demoralizzando e confondendo ancor più l’incapace cocchiere che si crede il padrone.
Si dice che a volte è proprio in situazioni di crisi (κρίσις der. di κρίνω distinguere)
tra sballottamenti e perturbazioni il padrone della carrozza si svegli e si ricordi di SE STESSO.
“La carrozza è collegata al cavallo dalle stanghe, il cavallo al cocchiere dalle redini, e il cocchiere al padrone dalla voce del padrone. Ma il padrone non c’è. E se c’è, dorme. Il cocchiere deve sentire la voce del padrone per sapere dove andare, ma il cocchiere è al pub, ubriaco, e non sente nulla. I cavalli, non ricevendo ordini, vanno dove l’erba sembra più verde o dove si spaventano.” —
Parafrasi da P.D. Ouspensky, “Frammenti di un insegnamento sconosciuto”
Osho espande questo concetto focalizzandosi sulla consapevolezza. Per lui, noi siamo “abitati” da migliaia di piccoli “io” che si danno il cambio al posto di guida.
“Il tuo cocchiere è un ciarlatano. Ogni volta che un nuovo desiderio ti attraversa, un nuovo cocchiere prende il posto del precedente e grida: ‘Io sono il padrone!’. Ma è solo un pensiero passeggero. La crisi è benedetta perché in quel momento tutte le tue false personalità falliscono contemporaneamente. Quando la carrozza sta per schiantarsi, il chiasso dei finti padroni tace per il terrore. In quel silenzio di paura, il Vero Sé può finalmente aprire gli occhi.” — Ispirato ai discorsi di Osho su Gurdjieff e il sufismo
Il punto chiave di Osho:
Una visione spirituale focalizzata sulla trasformazione interiore e sulla consapevolezza di sé. Le fonti esplorano l’insegnamento di figure come Gurdjieff, Osho e il Buddha, evidenziando la distinzione tra la conoscenza intellettuale e l’esperienza diretta della verità. Viene data grande importanza al superamento del giudizio morale, considerato un limite che frammenta la mente e impedisce la visione reale. L’obiettivo centrale è il passaggio da una mente disturbata e meccanica a uno stato di osservazione pura e presenza silenziosa. Attraverso la meditazione, l’individuo può liberarsi dalle illusioni e dai condizionamenti per scoprire ciò che è eterno e immortale. Questi scritti invitano a una disciplina interiore capace di integrare corpo e anima in un’unità consapevole.



Il termine deriva dal greco antico “hormáein” (ὁρμάειν), che significa:
È la stessa radice da cui deriva la parola ormone, i messaggeri chimici del nostro corpo che “mettono in moto” diverse funzioni biologiche. Ormesi: L’esposizione controllata a fattori di stress (freddo, apnea, sforzo fisico estremo) per rinforzare il sistema immunitario e la resilienza mentale, creando le basi per una mente più lucida.
”Il potere maieutico” di risvegliare lo spirito combattivo, il suscitare desiderio della sfida , stimolare la grinta e la determinazione, indurre lo sforzo per andare oltre la paura, come elemento motivatore, come sfida da affrontare e non minaccia da evitare, un percorso formativo fondamentale per gli individui che intendano approcciarsi alle arti di combattimento .
Un viaggio rivolto sia ai praticanti marzialisti, che nella pratica cercano una via interiore, sia a chi si vuole cimentarsi nel lato agonistico sportivo.

Ogni storia è un viaggio speciale ma qualcuno parte da più lontano ed arriva in terre inesplorate
maièutica s. f. ([dal gr. μαιευτική (τέχνη), propr. «(arte) ostetrica confer Socrate
Dove fare KICK BOXING K1 Milano Città Studi TEAM RUAN BOXING 🔥🥊