«Le radici sono nei piedi, la forza si sprigiona dalle gambe, è governata dalla vita e prende forma nelle dita delle mani. Dai piedi alle gambe e alla vita, tutto deve formare un unico flusso continuo e integrato. Sia avanzando sia retrocedendo, solo così si ottengono il momento opportuno e la posizione di vantaggio.»
Origine del testo: Il passaggio è uno dei brani fondamentali dei Classici del Taijiquan (Taijiquan Lun / Taijiquan Jing, tradizionalmente attribuito a Wang Zongyue o Zhang Sanfeng) e sintetizza il principio della catena cinetica e della coordinazione interna.
La catena cinetica (腳, 腿, 腰, 手指): Il movimento trae stabilità e radicamento dalla terra (piedi), genera l’impulso propulsivo (gambe), viene indirizzato e ruotato dal perno centrale (vita, intesa come regione lombo-sacrale) e si esprime con precisione nel contatto finale (dita delle mani).
Flusso continuo (完整一氣 – wánzhěng yī qì): Traducibile letteralmente come «integro in un solo soffio/energia», prescrive che il gesto non presenti interruzioni o frammentazioni; l’intera struttura corporea agisce come un’unità inscindibile.
Tempismo e vantaggio (得機得勢 – dé jī dé shì): Jī (機) indica il momento opportuno o la coordinazione temporale rispetto all’avversario; shì (勢) indica il potenziale strategico e la postura dominante. Muoversi in modo frammentato fa perdere sia il tempo sia la forza di leva.
Per raggiungere uno stato di quiete mentale , effettuiamo, una scansione corporea consapevole, percepiamo ogni parte del corpo dai piedi alla testa. Focalizzando l'attenzione sulle sensazioni fisiche e sul respiro, si impara a osservare lo spazio tra i pensieri invece di assecondarli. Questo processo permette di sperimentare una condizione di assenza di pensiero, Attraverso questa pratica, l'individuo diventa pienamente consapevole del momento presente e della propria natura interiore silenziosa.
Chiudi gli occhi e porta l’attenzione ai piedi: percepisci il contatto con il suolo, il peso e la temperatura, rimanendo concentrato , puoi percepire anche le radici che scendono verso le profondità della Terra e si connettendoti ad Essa
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Sali con l’attenzione alle gambe: limitati a percepirle e a sentirle, senza giudicare le sensazioni che provi
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Porta l’attenzione alle mani, sentendo il palmo dall’interno, ed anche dall’esterno, appena intono, a pochi centimetri dalla pelle, e poi risali lungo le braccia, i gomiti e le spalle
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Sposta l’attenzione alla colonna vertebrale, percependola dalla base fino alla nuca, una vertebra alla volta
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Una volta arrivato alla nuca, fai un respiro profondo, inspira con il naso espira con la bocca
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Porta l’attenzione alla testa dall’interno, percependola come uno spazio ampio e silenzioso, all’interno e anche all’esterno intorno a te
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Richiama tutto il corpo contemporaneamente: percepisci piedi, gambe, mani, braccia, colonna e testa tutti insieme, in un’unica sensazione corporea globale, dentro di te e intorno. te.
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Infine, non fare nulla: non seguire i pensieri e non cercare di scacciarli, ma osserva semplicemente lo spazio vuoto che c’è tra un pensiero e l’altro
L’esercizio descritto è una pratica classica di radicamento corporeo (body scan) e presenza aperta che conduce alla quiete mentale.
Carl Gustav Jung (se si tratta di un refuso per Jung) Nel suo celebre commento psicologico a Il segreto del fiore d’oro e nei suoi scritti sulla meditazione, Jung si sofferma esattamente sul paradosso dell’«osservare senza fare nulla». Per Jung, l’arte più difficile per l’uomo moderno è imparare a lasciar accadere (das Geschehenlassen), sospendendo l’intervento della volontà egoica:
Smettere di alimentare i pensieri e smettere di scacciarli toglie energia al dominio cosciente dell’Io.
Nello spazio vuoto che si apre tra un pensiero e l’altro non c’è il nulla, ma la possibilità per il Sé (Selbst — la totalità psichica) di manifestarsi.
Jung sintetizza questo movimento interiore con la nota massima:
«Chi guarda fuori sogna, chi guarda dentro si sveglia».
Maestro K’ung (Confucio) Nel pensiero confuciano classico, specialmente nel testo del Grande Studio (Daxue), Maestro K’ung insegna che la padronanza di sé inizia proprio con la capacità di fermarsi e ancorare l’attenzione:
«Sapendo dove fermarsi, si acquista stabilità; con la stabilità si ottiene la quiete; nella quiete regna la pace interiore, e con la pace si può discernere con chiarezza».
Nei testi dello Zhuangzi (dove Confucio compare come figura dialogica), a Kung è attribuita la dottrina del digiuno del cuore/della mente (Xinzhai): non ascoltare con le orecchie ma con la mente, e non con la mente ma con il soffio vitale (Qi). L’udito si arresta ai suoni e la mente ai concetti, ma il vuoto interiore è l’unica condizione capace di accogliere la realtà così com’è.
La tradizione del Chi Kung QI GONG kiko氣功 la sequenza riassume le tappe canoniche dell’allineamento energetico:
Sentire i piedi crea il radicamento a terra (Gen).
Rilassare muscoli e colonna apre i meridiani (Song).
L’intenzione mentale (Yi) guida l’energia vitale (Qi) in tutto il corpo in modo simultaneo.
Fermare l’azione e contemplare lo spazio tra i pensieri coincide con l’ingresso nello stato di Wuji (la vacuità originaria indifferenziata), momento in cui l’organismo ritrova spontaneamente il proprio equilibrio naturale.
Significato letterale: «Radice». Nel Qi Gong indica il principio di affondare le radici a terra (zhā gēn, 扎根) per stabilire una connessione stabile con la forza gravitazionale e l’energia terrestre (Di Qi).
Rilassamento attivo (Song)
Ideogramma: 鬆 (semplificato: 松, pinyin: sōng)
Significato letterale: «Allentare», «distendere». Non descrive un rilassamento passivo o flaccido, bensì una decontrazione muscolare e articolare che preserva l’allineamento scheletrico, favorendo il flusso nei meridiani (Jingluo, 經絡 / 经络).
Intenzione mentale (Yi)
Ideogramma: 意 (pinyin: yì)
Significato letterale: «Mente intenzionale», «volontà cosciente». Composto dai radicali di suono/parola (音) e cuore/mente (心). È la presenza mentale che orienta l’azione senza sforzo fisico.
Energia vitale (Qi)
Ideogramma: 氣 (semplificato: 气, pinyin: qì)
Significato letterale: «Soffio», «vapore», «energia vitale». La formula canonica citata nella sequenza è 以意導氣 (semplificato: 以意导气, yǐ yì dǎo qì), traducibile come «l’intenzione guida il Qi».
Vacuità primordiale (Wuji)
Ideogramma: 無極 (semplificato: 无极, pinyin: wújí)
Significato letterale: «Senza limite», «assenza di polarità». È formato da 無 (wú, non-essere/senza) e 極 (jí, culmine/polo). Rappresenta lo stato neutro e indifferenziato anteriore alla nascita del Taiji (太極, la dualità Yin-Yang), in cui la mente tace e il corpo ripristina la propria omeostasi originaria.
I punti di contatto si fanno subito più nitidi: l’arco del piede si ammorbidisce, mentre i talloni e la punta rilasciano verso il basso ogni tensione, lasciando che la gravità sostenga il corpo senza alcuno sforzo. Sotto la pianta, la consistenza del suolo si trasforma da semplice superficie d’appoggio in un confine permeabile, accogliente e vivo.
Con ogni espirazione, quel confine cede con naturalezza. Dalla base delle piante e dai talloni iniziano a diramarsi radici sottili ma tenaci, che scivolano oltre la superficie ed entrano nella terra profonda. Si fanno via via più dense e robuste, facendosi strada tra strati di suolo scuro, ciottoli levigati, vene d’acqua limpida e rocce silenziose. Ogni fibra scende senza alcuna fretta, attratta da un magnetismo saldo che sa esattamente dove dirigersi: verso il nucleo calmo e indisturbato del pianeta.
Sentire questo ancoraggio trasforma la percezione dell’intero corpo. Il respiro rallenta e trova spazio spontaneo nel bacino e nell’addome. Il baricentro scende, e ogni oscillazione mentale o senso di affanno scivola via lungo le radici, scaricato e accolto dal terreno.
In cambio, dalla profondità risale una stabilità silenziosa: non una rigidità contratta, ma la fermezza elastica di chi sa di essere pienamente sostenuto. A ogni inspiro, questa solidità risale dolcemente, attraversa le piante dei piedi, scioglie le caviglie e sostiene la colonna vertebrale dall’interno.
Eckhart Tolle è un uomo del nostro tempo, nato e cresciuto in Europa, che è passato attraverso una esperienza di Risveglio improvviso e totale. Da molti è ritenuto un individuo che sia balzato ad un altro livello di consapevolezza, questo processo, che potrebbe essere chiamato una Illuminazione, ineffabile e non definibile ne descrivibile con parole adeguate, gli ha consentito, di ritornare ad osservare senza i filtri dalla Mente di Superficie, in questo stato di osservazione ha introdotto i suoi ascoltatori ad una riflessione su:
Il Corpo di Dolore è un campo di energia negativa
che occupa corpo e mente una entità invisibile che vive e si alimenta alle spese di un’altra senza dare nessuna cosa in cambio.
Ha due modi d’essere attivo o inattivo
Vuole sopravvivere come ogni altra entità esistente, può riuscirci solo se ti identifichi con esso.
Si nutre di rabbia, distruttività,odio,sofferenza,drammi emotivi, malattia….
All’interno del Campo di Consapevolezza umano può generarsi, esistere, prosperare ed operare una entità energetica che agisce in modo da deprivarci di energia, e dunque mantenerci in uno stato di inconsapevolezza. Il suo scopo è quello di continuare ad alimentarsi di un certo tipo della nostra energia, e nel contempo impedirci di espandere la nostra Consapevolezza per non permetterci di accorgersi della sua presenza. Diventare consapevoli dell’esistenza e dell’operato di questa entità energetica è il primo ed il più importante passo da fare; diventerà una conseguenza naturale, poi, iniziare immediatamente a smettere di creare ancora cibo e sostentamento per essa
Sic verus ille animus et in alienum non venturus arbitrium probatur
Così si sperimenta il coraggio vero, che non è sottoposto all’arbitrio altrui. è la prova del fuoco.
Un atleta non può combattere con accanimento se non è già livido per le percosse: chi ha visto il proprio sangue e ha sentito i denti scricchiolare sotto i pugni, chi è stato messo a terra e schiacciato dall’avversario e, umiliato, non si è perso d’animo, chi si è rialzato più fiero, dopo ogni caduta, va a combattere con buone speranze di vittoria.
Quindi, per continuare con questo paragone, molte volte ormai hai subito l’assalto del destino; tu, però non ti sei arreso, ma sei balzato in piedi e hai resistito con maggior fermezza: il valore, quando è sfidato, si moltiplica.
Omnia fert aetas, sed nondum
tutto porta via il tempo ma non ancora
Plura sunt, Lucili, quae nos terrent quam quae premunt, et saepius opinione quam re laboramus.
Sono più le cose che ci spaventano di quelle che ci minacciano effettivamente, Lucilio mio, e spesso soffriamo più per le nostre paure che per la realtà
Omnia fert aetas, sed nondum
tutto porta via il tempo ma non ancora
Omnia, aliena sunt, tempus tantum nostrum est.. nulla ci appartiene soltanto il tempo è nostro il resto è solo una goccia nell’oceano
Omnia fert aetas, animum quoque” (tradotta come “Il tempo porta via tutto, anche l’anima” o, più precisamente nel contesto, “Il tempo porta via tutto, anche la memoria/la mente”) si trova nell’Egloga IX delle Bucoliche di Virgilio, ed è pronunciata dal pastore Meri (Moeris) al verso 51. Egloga IX, vv. 49-56 (Il lamento di Meri)
Disciplina primum et postremum vallum est super terram Expito
La Disciplina è il primo ed ultimo baluardo in questa dimensione Ekpito
”A qualunque costo imprimere ad ogni occupazione, anche quella più modesta, un carattere di completezza fino a rendere intero il frammento e dritto il curvo..” Julius Evola
“Anche in un solo minuto, se si decide fermamente nel proprio cuore di seguire la via della disciplina marziale, senza dubitare e con piena consapevolezza, in qualsiasi situazione si verrà naturalmente scelti per primi. Questo si manifesta chiaramente nei comportamenti quotidiani e nel modo di esprimersi. In particolare, una singola parola può fare la differenza. Non si tratta di mostrare il proprio animo, ma piuttosto di far sì che gli altri conoscano già da tempo chi siamo veramente.” Hagakure 葉隠聞書
武を自分の心に決め置”: “Decidere fermamente nel proprio cuore di seguire la via della disciplina marziale”. L’espressione originale sottolinea la necessità di una decisione interiore profonda e stabile.
“疑うことなく覚悟していれば”: “Senza dubitare e con piena consapevolezza”. Enfatizza l’importanza di una convinzione ferma e senza incertezze.
“自然に、最初に選ばれることになる”: “Si verrà naturalmente scelti per primi”. Suggerisce che la scelta sarà quasi automatica, come una conseguenza naturale della preparazione interiore.
“一言が大事です”: “Una singola parola può fare la differenza”. Sottolinea il potere delle parole e dell’espressione di sé.
自分の心を見せるというのではなく、前々から人が知る、ということです”:
“Non si tratta di mostrare il proprio animo, ma piuttosto di far sì che gli altri conoscano già da tempo chi siamo veramente”. Indica che la vera autenticità si manifesta in modo spontaneo e coerente nel tempo, non attraverso dimostrazioni esteriori.
意到則氣到 dove si dirige l’attenzione si dirige il Qi/KI
Ormesi kombat portarsi oltre il limite mettersi alla prova in una singolar tenzone adeguato per difficolta ma pur sempre impegnativo Il concetto di ormesi applicato al combattimento o alla sfida individuale (la singolar tenzone) è straordinario. L'ormesi è, per definizione, quel principio biologico per cui uno stress a piccole dosi fa bene e fortifica, mentre a dosi eccessive distrugge.
Trovare quel perfetto punto di equilibrio – una sfida che ti porti oltre il limite senza però spezzarti – è una vera e propria arte.
Il termine deriva dal greco antico “hormáein” (ὁρμάειν), che significa:
Eccitare Stimolare Mettere in movimento È la stessa radice da cui deriva la parola ormone, i messaggeri chimici del nostro corpo che “mettono in moto” diverse funzioni biologiche. Ormesi: L’esposizione controllata a fattori di stress (freddo, apnea, sforzo fisico estremo) per rinforzare il sistema immunitario e la resilienza mentale, creando le basi per una mente più lucida.
La Zona Ormetica: Tra Comfort e Rottura Perché questo approccio funzioni nel "Kombat" (sia esso fisico, mentale o sportivo), bisogna sapersi muovere su un filo sottile:
Troppo facile: Non c'è adattamento. Rimani dove sei, NON ESPERISCI NON TI SFIDI
Troppo difficile: rischio di ecessivo trauma, frustrazione che porta all'abbandono.
La via dell'Ormesi: Un'intensità che ti costringe a dare il 100% delle tue capacità attuali e a attingere a quel 5% in più che non sapevi di avere. È quella difficoltà che ti fa battere il cuore, ti mette pressione, ma ti lascia lo spazio strategico per reagire.
I Pilastri dell' "Ormesi Kombat" Per mettersi alla prova in una singolar tenzone che sia adeguata ma comunque impegnativa, puoi usare queste linee guida:
Stress Controllato (Volontario):Scegli tu il terreno e la regola della sfida. Entrare nel limite deve essere un atto consapevole, non un caos subìto.
Il Focus sul Duello: Nella "singolar tenzone", l'avversario (o l'ostacolo) funge da specchio. Non serve un nemico imbattibile, serve un elemento perturbatore che metta in luce i tuoi punti deboli obbligandoti a correggerli in tempo reale.
Supercompensazione: L'ormesi non funziona durante lo sforzo, ma dopo. Il picco di stress deve essere seguito da un recupero profondo (mentale e fisico) per permettere al corpo e alla mente di ricostruirsi più forti.
Il Buddha di Helgö è una piccola figura di Buddha del periodo dell’Impero Gupta del VI secolo , ritrovata durante gli scavi di un avamposto commerciale attivo tra il III e l’VIII secolo circa, cioè tra il Periodo delle Migrazioni e l’ Età Vichinga , sull’isola di Helgö
Statuetta di bronzo raffigurante Buddha. Il Buddha è seduto su un trono a forma di doppio fiore di loto. Il terzo occhio è visibile sulla fronte. Gli occhi e la bocca presentano tracce di pittura e argento, mentre il terzo occhio sembra essere stato realizzato in oro. La statuetta risale alla fine del V o all’inizio del VI secolo, probabilmente nella valle di Swat, nell’attuale Pakistan. Il ritrovamento proviene dal gruppo di abitazioni 2 di Helgö, parrocchia di Ekerö, Uppland.
Nel 1954, sotto la direzione di Wilhelm Holmquist, iniziarono i primi scavi nell’isola in occasione della costruzione di una residenza estiva. I risultati di questi scavi, che durano tuttora, si sono rivelati di straordinaria importanza storica. Furono infatti trovati i resti di un antico centro commerciale di cui nessuno aveva mai sospettato l’esistenza.
Vennero ritrovati due cimiteri, un vallo (difensivo o, forse, segnacolo di confine), e molte case costruite su terrazze artificiali. Alcune di queste case erano per metà interrate (case a fossa, o pit-houses in inglese, o grubenhäuser in tedesco) e avevano svolto il ruolo di officine metallurgiche. Vi erano un gran numero di stampi per la fusione, di crogioli, pezzi di argento e stagno per la fabbricazione del bronzo, e moltissimi altri resti che evidenziavano l’importanza di Helgö come centro di produzione, specificatamente metallurgica.
La maggior parte dei reperti fu datata dal V e al VI secolo, cioè nel periodo pienamente corrispondente all’Età delle migrazioni. Ciò significa che l’area del Mälaren era densamente popolata già prima dell’espansione, ben attestata e conosciuta, dell’era di Vendel. Effettivamente, senza una tale concentrazione, resterebbe inspiegabile la presenza in questa zona di un centro mercantile e produttivo di tale grandezza.
Il pastorale irlandese (VII sec.), il Buddha indiano (V sec., alto 84 cm), il ramaiolo dall’Egitto
Helgö era però anche un centro di importazione. La scoperta di alcuni reperti provenienti da molto lontano suscitò stupore negli archeologi. Si trattava di un ramaiolo di bronzo proveniente dal Mediterraneo orientale; un Buddha, forse del V secolo, prodotto in India settentrionale (a 9000 km dalla Svezia); un pastorale irlandese di inizio VII secolo, che probabilmente apparteneva a un bottino di guerra; inoltre vi era una grandissima quantità di monete d’oro tardo-romane (per la precisione di Milano, Ravenna e Bisanzio), frammenti di vetro franchi e gioielli del Baltico orientale.
Il Cad Goddeu (tradotto come “La Battaglia degli Alberi”) è uno dei poemi più affascinanti, criptici e studiati della letteratura gallese medievale. Contenuto nel celebre Libro di Taliesin (risalente al XIV secolo, ma basato su tradizioni sciamaniche molto più antiche), il testo è strettamente legato al concetto di metempsicosi (la trasmigrazione delle anime) e alla dottrina della rinascita
Il poema, attribuito al leggendario bardo Taliesin, descrive una battaglia mitologica in cui il mago e tricksterGwydion usa i suoi poteri per animare gli alberi e i cespugli della foresta, trasformandoli in un esercito per combattere contro le forze dell’Oltretomba (l’Annwn). Ogni albero combatte con caratteristiche precise (la quercia è forte e tenace, l’agrifoglio è aggressivo, il nocciolo è saggio).
una rappresentazione visiva ispirata al Cad Goddeu. L’immagine cattura lo stato visionario del bardo Taliesin mentre sperimenta la metempsicosi: dalle sue visioni emergono i simboli delle sue vite passate (la spada, lo scudo, l’arpa, la goccia d’acqua), mentre sullo sfondo prende vita la Battaglia degli Alberi, animati dalla magia celtica.
La connessione con la metempsicosi e la reincarnazione emerge prepotentemente nella sezione introduttiva del poema. Prima di narrare la battaglia, Taliesin pronuncia una serie di dichiarazioni (comuni alla tradizione sciamanica e bardica) in cui afferma di essere esistito dall’inizio dei tempi in innumerevoli forme diverse, sia animali, sia vegetali, sia minerali o astratte.
La coscienza del bardo non è limitata a una sola vita umana, ma ha attraversato l’intero ciclo della creazione:
“Sono stato una spada affilata in battaglia, Sono stato una goccia nell’aria, Sono stato la più fulgida delle stelle, Sono stato una parola in un libro, Sono stato un libro all’origine, Sono stato la luce di una lanterna…”
Taliesin elenca di essere stato anche un’aquila, un lupo, un ponte, una lancia e persino una goccia di pioggia. Questa non è una semplice metafora: per i Celti rappresentava la consapevolezza totale dell’anima che si è reincarnata attraverso tutti gli stadi della materia prima di raggiungere lo stato di illuminazione poetica (Awen).
Reincarnazione Celtica e Metempsicosi Classica
Gli storici e i mitologi (tra cui lo scrittore Robert Graves, che ha analizzato a fondo il poema nel suo celebre saggio La Dea Bianca) evidenziano come la visione gallese della metempsicosi differisca da quella orientale (indiana) o pitagorica:
Nessun Karma: Nella tradizione celtica non si rinasce per “espiare le colpe” di una vita precedente.
Onniscienza Poetica: Il viaggio dell’anima attraverso le varie forme serve ad accumulare conoscenza universale. Solo l’anima che è stata “tutte le cose” può comprendere i segreti della natura e della magia, diventando un vero Bardo.
Mutamento di forma (Shapeshifting): Alcuni studiosi accademici tendono a interpretare questi versi non come una reincarnazione letterale dopo la morte, ma come la capacità sciamanica di proiettare la propria coscienza e mutare forma spiritualmente durante la trance.
il testo originale non è in lingua gaelica, bensì in antico gallese (noto anche come gallese medievale).
Sebbene facciano entrambe parte della grande famiglia delle lingue celtiche, si dividono in due rami distinti: il gaelico (irlandese, scozzese) e il brittonico (gallese, bretone). Poiché Taliesin era un bardo del “Vecchio Nord” della Britannia, i suoi versi ci sono tramandati in gallese medievale.
Ecco i versi esatti in antico gallese, così come compaiono nel Libro di Taliesin (XIV secolo), affiancati dalla loro pronuncia e grafia originale:
Bum cledyf culhawt,Bum deifer yn awyr,Bum ser rac lloer,Bum gair yn llyfyr,Bum llyfyr ym dechreu,Bum lleuwer yn llofr…
Se vuoi notare la struttura tipica di questa formula sciamanica, la parola chiave che si ripete è Bum (che nel gallese moderno si scrive Bûm), e significa letteralmente “Io sono stato”:
Bum cledyf culhawt:Cledyf significa “spada” (imparentato con il latino gladius).
Bum deifer yn awyr:Awyr significa “aria” o “cielo”.
Bum ser rac lloer:Ser significa “stelle” e lloer significa “luna” (letteralmente: “Sono stato una stella davanti alla luna”).
Bum gair yn llyfyr:Gair è “parola” e llyfyr (oggi llyfr) è “libro”.
Bum llyfyr ym dechreu:Dechreu significa “inizio/origine”.
Bum lleuwer yn llofr:Lleuwer indica la “luce/splendore” e llofr la “lanterna” o il “focolare”.
Nel gallese moderno, questa formula suonerebbe in modo molto simile (ad esempio, Bûm yn gleddyf…), a testimonianza di quanto questa lingua celtica sia rimasta incredibilmente fedele alle sue radici medievali.
Per darti un riscontro immediato della dottrina della rinascita e della metempsicosi che caratterizza il poema, ecco l’incipit della celebre sequenza in cui Taliesin elenca le sue innumerevoli esistenze precedenti: Gallese Medio (Originale):Bum cledyf yn aghat.Bum yscwyt yg kat.Bum tant yn telyn.Bum amweryd yn dwr yn ewyn… Traduzione:Sono stato una spada in mano.Sono stato uno scudo in battaglia.Sono stato una corda d’arpa.Sono stato schiuma nell’acqua…Sono stato una goccia in un pluvio…Ho viaggiato in una moltitudine di forme prima di assumere una forma stabile. Subito dopo questa potente introduzione sciamanica, il bardo canta della grande magia di Gwydion (il dio/mago della mitologia gallese) che, per vincere la battaglia contro Arawn (il signore dell’Oltretomba), evoca e anima gli alberi della foresta — dall’ontano guerriero alla maestosa quercia — trasformandoli in un esercito cosciente.
1. Tracce della credenza nella trasmigrazione delle anime
La prima è chiarissima in Cesare, nel famoso excursus sulla religione gallica (6,13,5): «I druidi insegnano la dottrina secondo cui l’anima non muore, ma dopo la morte passa da uno ad un altro»: si tratterebbe, cioè, della metempsicosi. Dato che nel medesimo capitolo Cesare attribuisce ai druidi vastissime conoscenze di ordine astronomico, geografico, naturalistico e teologico, si potrebbe pensare che tutto ciò risalga ad una fonte particolarmente desiderosa di presentare un’immagine positiva del druidismo, attribuendogli, quindi, fra l’altro, anche una vecchia e rispettata dottrina pitagorica. Ma questa ipotesi sarebbe errata, giacché nel mondo celtico insulare vi sono testi che, quantunque di età cristiana, presuppongono chiaramente un’originaria fede nella metempsicosi. Vi sono, infatti, almeno due poemetti gallesi che debbono essere presi in considerazione da questo punto di vista.
Il primo (Angar kyfyndawt) è attribuito al mitico poeta Taliesin che, in prima persona, racconta la storia delle sue precedenti esistenze: «Io sono stato un salmone blu, sono stato un cane, un cervo, un capriolo, un tronco, una vanga, un’ascia nella mano, uno stallone, un toro, un caprone, grano che cresceva sulla collina eccetera». Nel secondo testo, il Kat Godeu, un misterioso personaggio parla, in maniera desultoria e confusa, di una sua analoga esperienza: «Io ho avuto una moltitudine di forme prima di avere la forma materiale (cioè, attuale?): sono stato spada, sono stato lacrima nell’aria, sono stato la più brillante delle stelle, sono stato aquila, eccetera».
Ora, il fatto stesso che in Britannia dopo secoli di cristianesimo fossero ancora possibili testi di questo genere, può spiegarsi solo con l’esistenza di una fede precristiana nella metempsicosi e, per di più, in una forma assai più radicale di quanto testimoni Cesare. Egli, infatti, parla di trasmigrazione delle anime da persona a persona (ab aliis ad alios), mentre qui la trasmigrazione investe non solo gli esseri umani, ma altresì le cose e gli animali. Si potrebbe, cioè, pensare che la fonte di Cesare, lungi dall’inventare, abbia, se mai, attenuato il carattere totalitario della metempsicosi celtica per meglio adeguarlo al rispettato modello pitagorico.
2. Credenze in un destino tragico dopo la morte
Altre testimonianze antiche parlano, però, in senso assai diverso; si tratta, in questo caso, di documenti figurativi gallici. Il più noto è la cosiddetta Tarasque de Noves (ora al Museo di Avignone), una scultura risalente al periodo La-Tène II, che raffigura un essere mostruoso, dalle fattezze tra l’orso e il leone, che poggia le zampe su due teste umane dagli occhi chiusi (si tratta, cioè, di defunti), mentre un braccio umano semidivorato gli pende dalla bocca. Giustamente il De Vries intende questa scultura come raffigurazione dell’oltretomba e del destino che colà attende l’uomo. Ma questo mostro non è isolato, giacché si hanno varie altre rappresentazioni di animali che uccidono, straziano e divorano esseri umani. Non è, naturalmente, il caso di pensare a «scultura di genere» (scene di caccia, di guerra, eccetera); a dimostrarlo basterebbe il fatto che l’uomo non risulta mai vincitore. In tutti questi casi, dunque, siamo innanzi a una visione particolarmente tragica e disperata di ciò che attende l’uomo dopo la morte.
3. Viaggio in un’isola favolosa
Esisteva, però, anche una terza ipotesi, che ci è attestata da un piccolo ma coerente genere letterario irlandese, quello degli imrama «viaggi» (talora anche echtrai «avventure»). Sono, in sostanza, la narrazione di un lungo e difficile viaggio per mare, con tutte le relative avventure, che il protagonista compie per raggiungere favolose isole, dove lo scorrere del tempo è bloccato e si trova eterna giovinezza e felicità, spesso in compagnia di esseri divini.
Nella loro redazione attuale questi testi sono posteriori al sec. IX e, quindi, risentono, in qualche misura, anche delle grandi esperienze marinaresche dei Vichinghi; esemplare, a questo proposito, la conoscenza di un fenomeno tipicamente islandese:
«Essi andarono in un’altra isola, ove apparve loro una strana cosa: un largo getto di acqua sprizzava da una riva dell’isola, andava come un arcobaleno sull’intera isola e ricadeva sull’altra riva all’altro lato dell’isola» (Imram curaig Maele Dúin, 25);
questa è la descrizione, molto precisa, di un geyser, che gli Irlandesi potevano conoscere solo attraverso i racconti dei Vikinghi.
Più importante ancora, però, è la rielaborazione in senso cristiano che subì questa antica credenza. Le «isole dei viventi» diventano la terra repromissionis sanctorum, che da un lato tende a identificarsi col Paradiso cristiano, dall’altro è una sorta di paradiso terrestre ove i buoni attendono la glorificazione finale del Giudizio Universale. Ma l’originaria concezione, che traspare ancora con sufficiente chiarezza…
Confer L’Uomo Indoeuropeo E Il Sacro Trattato di Antropologia del Sacro.A cura di Julien Ries, Jaca Book, Milano 1991
uno studio accademico moderno che analizzi proprio quegli aspetti sciamanici e di trasmigrazione dell’anima che hai menzionato, il testo di riferimento è Legendary Poems from the Book of Taliesin della studiosa Marged Haycock (edito dalla CMCS Publications), che decodifica l’oscurità del linguaggio bardico gallese.
Essendo un testo di pubblico dominio, la trascrizione in gallese medio e le relative traduzioni sono facilmente reperibili sul web:
Il Celtic Literature Collective (di Mary Jones): È il database online più completo per la letteratura celtica. Lì troverai il testo a fronte in gallese e inglese.
Ancient Texts / Sacred Texts: Piattaforme che ospitano la storica traduzione di W. F. Skene tratta dal suo volume The Four Ancient Books of Wales (1868). Sebbene la filologia sia dell’Ottocento, è la traduzione più evocativa e diffusa.
Il motivo di un esercito di alberi è presente nel folclore britannico. Infatti appare nel Macbeth di Shakespeare, che poi è stato di ispirazione agli Ent de Il Signore degli Anelli e alle Cronache di Narnia.
Duel of the Fates e il poema gallese
Per la celeberrima colonna sonora di Star Wars: Episodio I – La minaccia fantasma (1999), Williams voleva un testo che trasmettesse un senso di antico, rituale e religioso.
Williams ha poi fatto tradurre liberamente queste frasi in sanscrito per motivi puramente fonetici, ottenendo i famosi cori ritmici come “Korah Matah, Korah Rahtahmah”.
Ha preso alcuni versi dal poema medievale gallese Cad Goddeu (che significa appunto “La Battaglia degli Alberi”), in particolare nella traduzione inglese effettuata dal poeta Robert Graves nel suo saggio La Dea Bianca.
I versi scelti includevano passaggi come “Dietro la radice della lingua una battaglia spietata”.
La Battaglia degli Alberi ha ispirato la cantautrice francese Nolwenn Leroy per la sua canzone Ce que je suis, pubblicata nel suo album Gemme nel 2017
Câd Goddeu (gallese “La Battaglia degli Alberi”) del Bardo Taliesin
Câd Goddeu (gallese “La Battaglia degli Alberi”) è un poema contenuto nel Libro di Taliesin, dove il leggendario mago Gwydion anima gli alberi di una foresta per combattere e sconfiggere Bran il Benedetto. Il poema è noto per l’impressionante ed enigmatico simbolismo ed il folto numero di interpretazioni proposte.
Lungo 248 versi (di solito pentasillabi) e diviso in molte sezioni, il poema si apre con un’estesa affermazione in prima persona di una conoscenza totale, in uno stile che si ritrova poi in altri passi del poema e anche in molti altri attribuiti a Taliesin:
nessun altro cantore che conosca tutte le novecento
che io conosco,
riguardo alla spada macchiata di sangue.
La mia guida è l’onore.
Il sapere vantaggioso viene dal Signore.
(Io conosco) l’uccisione del cinghiale,
il suo apparire e scomparire,
la sua conoscenza delle lingue.
(Io conosco) la luce il cui nome è Splendore,
e il numero delle luci regnanti
che diffondono raggi di fuoco
in alto sopra l’abisso.
Sono stato un serpente maculato sopra una collina;
sono stato una vipera in un lago;
sono stato un tempo una stella maligna.
Sono stato un peso in un mulino [?].
La mia tonaca è tutta rossa.
Io non profetizzo alcun male.
Ottanta sbuffi di fumo
a chiunque li porterà via:
e un milione di angeli
sulla punta del mio coltello.
Bello è il cavallo giallo,
ma cento volte migliore
è il mio color della panna,
veloce come il gabbiano,
che non può superarmi
tra il mare e la riva.
Non sono io preminente nel campo del sangue?
Io ho cento parti del bottino.
La mia corona è di gioielli rossi,
l’orlo del mio scudo è d’oro.
Non è nato nessuno valente come me,
né mai se ne è conosciuto uno,
tranne Goronwy,
dalle valli di Edrywy.
Lunghe e bianche sono le mie dita,
lungo tempo è passato da quand’ero un mandriano.
Ho viaggiato sulla terra
prima di diventare un uomo erudito.
Ho viaggiato, ho compiuto un circuito,
ho dormito in cento isole,
ho abitato in cento città.
O druidi eruditi,
profetizzate voi di Artù?
O è me che essi celebrano,
e la crocifissione di Cristo,
e il giorno del giudizio che è prossimo,
e uno che riferisce
la storia del Diluvio?
Da un gioiello dorato montato in oro
io sono arricchito;
e indulgo al piacere
grazie alla fatica opprimente dell’orafo.
[Traduzione di A. Pelissero dalla traduzione inglese tardo-ottocentesca di D.W. Nash, riportata da Robert Graves]
Bum cledyf yn aghat: “io ero una spada in un pugno”. Bum yscwyt yg kat: “io ero uno scudo in battaglia”. Bum tant yn telyn: “io ero una corda in un’arpa”. L’introduzione culmina con l’affermazione di essere stato a Caer Vevenir quando il Signore di Britannia fece battaglia. Segue il racconto di una mostruosa creatura, della paura dei Britanni e come, per l’abilità di Gwydion e la grazia di Dio, gli alberi marciarono in battaglia. Poi segue un elenco di piante, ognuna con attributi notevoli, ora chiare ora oscure.
A questo punto c’è una digressione in prima persona che canta la nascita di Blodeuwedd e poi la storia di un grande guerriero, una volta un pastore ed ora un viaggiatore istruito (forse re Artù o Taliesin). Dopo un riferimento al diluvio, alla crocifissione di Gesù ed al giorno del giudizio, il poema si chiude con un oscuro riferimento alla metallurgia.
Nelle Triadi gallesi la Battaglia degli Alberi viene definita “frivola, mentre in un altro componimento del Libro di Taliesin il poeta afferma di esser stato presente alla battaglia.
1. La Trasmigrazione e l’Unità del Cosmo “Sono stato una goccia nell’aria, Sono stato la più fulgida delle stelle…” Nelle tradizioni indoeuropee — dai testi vedici ai miti celtici e norreni — l’anima del veggente, del bardo o dello sciamano non è vincolata a un tempo o a una forma singola. Esiste una memoria primordiale (Awen per i Celti, legata alla saggezza cosmica) che permette all’io di fluire attraverso tutti gli stati della materia. Lo Spirito indoeuropeo si riconosce nell’infinitamente piccolo (la goccia) e nell’infinitamente grande (la stella), percependo il cosmo non come un oggetto da dominare, ma come un organismo vivente di cui fa parte. 2. La Parola come Atto Creativo “Sono stato una parola in un libro, Sono stato un libro all’origine…” Per l’antico mondo indoeuropeo, la parola (Logos in Grecia, Vāc nell’India vedica) non è un semplice mezzo di comunicazione, ma la forza metafisica che ordina il caos. Il bardo/veggente che infonde la vita attraverso il canto o la scrittura si identifica con l’origine stessa della conoscenza. Essere “un libro all’origine” significa incarnare la Tradizione indoeuropea prima ancora che venga codificata. 3. La Sintesi delle Funzioni: Guerriero e Sapiente “Sono stato una spada affilata in battaglia… Sono stato la luce di una lanterna…” Questo è forse il tratto più distintivo dell’eredità indoeuropea (spesso associata alla tripartizione funzionale studiata da Georges Dumézil). In questi versi non c’è separazione tra l’azione e la contemplazione: La Spada: Rappresenta la funzione guerriera, l’ardore, il coraggio e il confronto aperto con il destino (Fato). La Lanterna/La Stella: Rappresenta la funzione spirituale e sacerdotale, la ricerca della verità e la luce della conoscenza che guida nell’oscurità. Lo Spirito indoeuropeo è l’unione perfetta di queste due forze: la capacità di combattere nel mondo manifesto senza mai perdere l’orientamento verso la luce metafisica. Invece di un “Vincitore” temporaneo che ha sconfitto un nemico contingente, lo Spirito indoeuropeo rappresenta l’essere eterno che ha attraversato ogni forma di esistenza, superando la morte stessa attraverso la memoria, l’onore e la sapienza cosmica.
Secondo un riassunto di una storia simile preservata in Peniarth MS 98B (fine XVI secolo) il poema descrive la battaglia tra Gwydion e Arawn, il re di Annwn (l’oltretomba). La battaglia si scatena dopo che il divino aratore Amaethon ruba un cane, una pavoncella ed un capriolo ad Arawn. Alla fine Gwydion trionfa indovinando il nome di uno degli uomini di Arawn: Bran (forse Bran il Benedetto).
Nella storia dell’infanzia di Lleu Llaw Gyffes del Mabinogion Gwydion fa apparire una foresta come una forza d’invasione.
Il Câd Goddeu, di difficile traduzione per la sua allusività ed ambiguità grammaticale, è stato soggetto a molte teorie interpretative nel XIX secolo. Stephens afferma che il componimento è “una superstizione elio-archita, una metempsicosi di un capo druido ed un racconto simbolico del diluvio”. Messey suggerisce che il componimento riflette la religione egizia. Nash credeva fosse una favola di bassa qualità del XII secolo sovrapposta ad una storia di epoca arturiana ed unite con altri frammenti poetici. Skene pensava invece che il componimento riflettesse la storia del nord del paese durante le incursioni irlandesi. Ifor Williams si domandava se non si trattasse della Battaglia di Celyddon Wood. Robert Graves sostenne che gli alberi che combattevano in battaglia fossero le lettere dell’alfabeto ogamico.
Ogni albero aveva un significato proprio e Gwydion indovina il nome di Bran dal ramo che portava. Graves supponeva che il poeta originale aveva conciliato segreti druidici su un’antica religione matriarcale celtica per paura della censura delle autorità cristiane. Suggerisce che Arawn e Bran erano i nomi della stessa divinità infernale e che la battaglia era di ingegno ed accademia: le forze di Gwydion potevano essere sconfitte solo se il nome della sua compagna Lady Achren (“alberi”) fosse stato indovinato, e l’esercito di Arawn solo se il nome di Bran fosse stato indovinato. Marged Haycock e Mary Ann Constantine respingono l’idea di Graves di un’antica religione nascosta e la riducono ad una parodia del linguaggio bardico. Francesco Bennozo sostiene che il componimento rappresenta antiche paure per la foresta ed i suoi poteri magici.
Il motivo di un esercito di alberi è presente nel folklore britannico, infatti appare nel Macbeth di Shakespeare, che poi è stato di ispirazione agli Ent de Il Signore degli Anelli di Tolkien e alle Cronache di Narnia di C. S. Lewis.
Una traduzione del Câd Goddeu in sanscrito è stata utilizzata per Star Wars: Episodio I – La minaccia fantasma da John Williams, che ha basato il secondo movimento del suo Concerto per Corni del 2004 sulla Battaglia degli Alberi.
Il gallese Libro rosso di Hergest contiene, oltre alla famosa raccolta del Mabinogion, anche una miscellanea di cinquantotto composizioni poetiche, nota come Libro di Taliesin. È tra queste che si trova la lunga, pressoché incomprensibile composizione nota come La battaglia degli alberi. L’originale è composto di brevi versi rimati, con la stessa rima spesso ripetuta per dieci o quindici versi. Il significato del testo rimane un po’ problematico, in quanto gli studiosi non sono ancora riusciti a decifrarne il senso. Alcuni lo considerano un nonsensescherzosamente solenne, inteso a suscitare il riso; altri lo ritengono un testo misto legato alla dottrina druidica della trasmigrazione delle anime; interessante la teoria di Robert Graves secondo la quale si tratterebbe in realtà di una sorta di complesso indovinello. Qualunque cosa sia questa strana «Battaglia degli alberi», ricordiamo che nelle antiche Triadi gallesi, raccolta di nozioni storiche e osservazioni sentenziose disposte in forma epigrammatica a gruppi di tre, tale battaglia è ricordata come una delle «Tre frivole battaglie di Britannia», combattuta tra Arawn re di Annwn e Gwydion e Amathaon figli di Dôn. Si tratta dunque di un testo che affonda profondamente le sue radici nel mito celtico, anche se oggi appare di difficile comprensione.
Joachim Gentz , “Quanto è ling ? Ling靈 come classificatore exanimato in relazione a una sfera religiosa concettuale”
Friederike Assandri, “ Ling nel daoismo altomedievale”
Vincent Goossaert, “ Ling come presenza divina nella narrazione e nel rituale taoista”
Esther-Maria Guggenmos, “Il motore della trama: il Ling靈 come mezzo narrativo nelle prime biografie buddiste”
Stefania Travagnin, “Significati di ling nei discorsi buddisti moderni”
Matthias Schumann, “I poteri della psiche: ipnotismo, ricerca psichica e secolarizzazione del ling靈 nella Cina repubblicana”
Nikolas Broy, “’Questa luce numinosa’: il concetto di lingguang nelle sette popolari cinesi del tardo periodo imperiale e dell’epoca contemporanea”
Adam Yuet Chau, “Spiriti narrati: costruire l’efficacia ( lingying靈應) e lo strano ( lingyi靈異) attraverso il racconto”
Questo doppio panel presenta e discute i risultati di un seminario specializzato sul termine cineseling靈, svoltosi nel 2019.
Il carattere è ampiamente noto in ambito accademico come termine chiave per la comprensione della religione locale o popolare cinese, dove viene spesso tradotto come “efficacia”, a indicare il potere miracoloso di un tempio o di una divinità. Il carattere, tuttavia, ha radici più antiche. Successivamente, il suo utilizzo nel Buddhismo e nel Taoismo ha aggiunto significati più ampi, creando una nozione più ampia di “numinoso” o “sovrumano”.
Ancora oggi, tali usi risultano efficaci nella medicina tradizionale cinese, nella divinazione, nelle pratiche medianiche, nel Qigongo nel Reiki giapponese霊気. La storia ha preso una nuova piega quando le tradizioni monoteiste (Islam, Cristianesimo) sono entrate nel campo linguistico cinese e il termine è stato adottato anche dai missionari come traduzione dello “spirito santo” come shengling聖靈 nella Bibbia protestante.
Partendo da questa base, il termine si è ulteriormente ampliato all’inizio del XX secolo, quando ha iniziato a essere utilizzato per indicare la “pratica spirituale” ( lingxiu靈修) o la “spiritualità” ( lingxing靈性) in generale. Il progetto legato a questo doppio panel si propone di ricostruire i complessi processi attraverso i quali il termine premoderno ling si è evoluto fino a diventare un termine diffuso e tuttora enigmatico.
I contributi selezionati si concentrano su diverse tradizioni premoderne , ma esaminano anche le continuità e le trasformazioni nell’epoca moderna . Attraverso brevi presentazioni, il panel offrirà uno spazio di discussione su questioni rilevanti di traduzione e problematiche metodologiche con un pubblico più ampio.
Joachim Gentz , “Quanto è ling ? Ling靈 come classificatore exanimato in relazione a una sfera religiosa concettuale”
Nei testi cinesi antichi, il termine ling ha molteplici significati. L’HYDCD elenca 20 significati del termine. Tuttavia, se i significati del termine vengono ricostruiti nei rispettivi contesti, sembra che una funzione specifica, piuttosto che un significato in sé, domini l’uso del termine nei testi cinesi antichi. Nella maggior parte dei casi, ling assume una funzione classificatoria, come un’etichetta che qualifica qualcosa come appartenente a una sfera spirituale non definita in modo più specifico. Pur riconoscendo così una sorta di qualità spirituale generale, evita di impegnarsi in una specificità assoluta.
Nei testi cinesi antichi, quindi, ling appare principalmente come un termine estraneo, un termine tra virgolette, un categorizzatore, un indicatore di uno spazio concettuale astratto che attribuisce una qualità quasi religiosa a qualcosa senza determinarne l’esatta modalità d’uso.
L’uso di ling può essere metaforico, allegorico, rituale, estetico o, in effetti, religioso in qualche modo indistinto.
In senso associativo lato libero, può riferirsi ad aspetti di qualità spirituali come bontà, potere, superiorità o buon auspicio.
Può anche de-secolarizzare qualcosa in senso molto generale e per diverse ragioni. Il presente articolo fornirà un’analisi di esempi testuali tratti da antichi testi cinesi per supportare ulteriormente l’ipotesi che “ling” sia meglio comprensibile come un grafo con una funzione classificatoria piuttosto che come un termine con una gamma di significati lessicali.
Friederike Assandri, “ Ling nel daoismo altomedievale”
Questo articolo presenterà un’indagine sull’uso del termine ling nel taoismo altomedievale. Un punto focale dell’analisi è la questione delle dimensioni cosmologiche da cui ling viene immaginato o da cui proviene. L’uso più rilevante del termine ling si riscontra come parte del composto lingbao , che indica “una nuova linea taoista, con un nuovo programma rituale e nuove concezioni cosmologiche” (Raz 2004, 6). In questo contesto, il significato del termine ling è stato interpretato come “celeste, divino, numinoso” (Kaltenmark 1960). Questo articolo amplierà la discussione, presentando un’analisi dell’uso del termine in diversi testi taoisti. Partendo dal Daode jing “classico”, dove l’unica occorrenza sembra indicare più l’oltretomba che il cielo come “luogo” per il ling, il presente articolo analizzerà le diverse occorrenze del termine ling in numerosi testi taoisti altomedievali, tra cui i Testi Viola e la Scrittura della Salvezza, al fine di definire i campi semantici dell’uso di ling . Emerge che nei testi taoisti altomedievali il termine ling , se separato dal termine lingbao , ha un’ampia gamma di significati semantici. Pertanto, la nozione consolidata di ling come numinoso divino celeste, come è stata discussa negli studi taoisti nel contesto del termine lingbao e del corpus scritturale associato, è solo una delle diverse nozioni che sono associate al termine ling .
Vincent Goossaert, “ Ling come presenza divina nella narrazione e nel rituale taoista”
Uno degli scopi del rituale è quello di creare una presenza divina percepibile (vista, udita, sentita…). Uno dei termini chiave utilizzati per descrivere questa presenza è ling (靈); in particolare, un’espressione tecnica frequente che intendo approfondire è “rendere presente il ling in questo mondo”, jiangling (降靈). Questo saggio analizzerà sia le narrazioni (principalmente le agiografie taoiste) sia le liturgie (principalmente i manuali daofa (道法) del canone taoista) dal periodo Song al tardo periodo imperiale, al fine di delineare i diversi metodi rituali utilizzati per creare tale presenza e, di conseguenza, definire la varietà di modi in cui il ling può essere percepito. Un elenco non esaustivo comprende la possessione spirituale, i sogni, la scrittura spirituale, le visualizzazioni e la consacrazione di immagini potenti. Tutti questi metodi implicano la presenza di un sacerdote che sappia come rendere presente il ling .
Esther-Maria Guggenmos, “Il motore della trama: il Ling靈 come mezzo narrativo nelle prime biografie buddiste”
Questo articolo analizza il campo terminologico della cosiddetta “efficacia spirituale” ( ling靈) nella scrittura biografica buddista altomedievale. Le narrazioni contenute nelle Biografie di monaci illustri ( Gaoseng zhuan高僧傳) attingono in parte alla letteratura zhiguai . È in questi racconti di miracoli che la terminologia relativa al ling gioca un ruolo cruciale come strumento narrativo. Il termine ling non viene utilizzato solo per designare determinate capacità soprannaturali ( shentong li神通力), ma anche, in accordo con i racconti di miracoli altomedievali, per indicare l’efficacia, ad esempio di un tempio, di una determinata divinità o per affermare il potere di una reliquia buddista. Ciò rende il termine negoziabile nel buddismo delle origini, in quanto può indicare la semplice richiesta di prove di efficacia e, di conseguenza, il desiderio di tali prove può essere interpretato come segno di una mancanza di progresso spirituale. Questo articolo delineerà i vari usi della terminologia relativa al ling, concentrandosi su come essa sia integrata nelle narrazioni. Mentre il concetto di risonanza, ganying , è di gran lunga il concetto organizzativo più diffuso in questi antichi racconti miracolosi (Campany), un’analisi più approfondita di come il concetto di “efficacia spirituale” venga applicato nelle narrazioni rivela il suo ruolo centrale come “motore narrativo” in alcune delle prime opere biografiche buddiste.
Durante il tardo periodo Qing e l’epoca repubblicana, il buddismo cinese fu caratterizzato da una “narrazione di riforma”, che includeva un recupero più conservatore di una tradizione perduta del passato, nonché innovazioni drastiche e cambiamenti significativi a tale tradizione. Spesso, lo studio della narrazione di riforma si è intrecciato con la tesi di una possibile “rinascita” del buddismo agli albori del XX secolo.
Questo saggio analizzerà le definizioni e gli usi del termine “ling” nel quadro delle sfere intellettuale e pratica del buddismo moderno, in particolare in relazione alla “narrazione di riforma” e al quadro di riferimento della “rinascita” contemporanei. La prima parte della presentazione affronterà i modelli semantici del termine “ling” condivisi sia dalla Cina premoderna che dall’era repubblicana, al fine di mostrare il livello di continuità diacronica; il saggio proseguirà evidenziando le diverse sfumature e i nuovi messaggi riguardanti il termine “ling” offerti dalle fonti cinesi del periodo repubblicano. La terza sezione prenderà in esame i dibattiti intellettuali di Taiwan nella prima metà del XX secolo, quindi durante l’occupazione giapponese dell’isola. Le ultime due parti della presentazione dimostreranno in che misura il cristianesimo e i sistemi culturali occidentali possano aver rimodellato gli usi e la comprensione del ling e dei suoi composti nel buddismo cinese e taiwanese; inoltre, soprattutto per quanto riguarda le argomentazioni taiwanesi, metterò in discussione il grado e le modalità di impatto dei discorsi intellettuali e buddisti giapponesi.
Matthias Schumann, “I poteri della psiche: ipnotismo, ricerca psichica e secolarizzazione del ling靈 nella Cina repubblicana”
Durante il periodo repubblicano (1911-1949), il significato del termine ling (靈) divenne sempre più complesso, acquisendo nuove connotazioni scientifiche derivanti dalla psicologia, dalla fisica e dalla ricerca psichica ( xinling yanjiu心靈研究). Nella sua accezione scientifica, si rivelò particolarmente attraente per un pubblico urbano che cercava nuovi modi per confrontarsi con la dimensione spirituale della vita umana, ma voleva evitare la controversa categoria di “religione”. In particolare, diverse organizzazioni psichiche di nuova fondazione utilizzarono ling o xinling (心靈) per tradurre il nuovo termine “psiche”. La maggior parte di queste organizzazioni si dedicò allo studio e all’applicazione dell’ipnotismo ( cuimianshu催眠術), che fungeva da metodo di auto-coltivazione in grado di conferire “poteri psichici” al praticante e di migliorarne la salute fisica e mentale. Le funzioni dell’ipnotismo venivano spiegate facendo riferimento a una psiche universale ( ling/xinling ) alla quale era connessa la mente umana individuale. Questa psiche, sostenevano i praticanti, spiegava specifici fenomeni psichici, ma offriva anche la speranza di fornire una comprensione completa della relazione tra materia e spirito. Nonostante i prestiti da discorsi religiosi, i ricercatori nel campo della psiche generalmente sottolineavano la natura laica delle loro teorie e criticavano la credenza negli spiriti e nelle divinità come “superstiziosa”. Il significato mutevole di ling illustra quindi anche alcuni dei più ampi dibattiti su scienza, religione e spiritualità durante il periodo repubblicano.
Nikolas Broy, “’Questa luce numinosa’: il concetto di lingguang nelle sette popolari cinesi del tardo periodo imperiale e dell’epoca contemporanea”
Questo articolo esplora l’uso dei composti “luce numinosa” ( lingguang靈光), “splendore numinoso” ( lingming靈明 o mingling明靈) e “natura numinosa” ( lingxing靈性) nelle sette religiose popolari cinesi a partire dal periodo Song (960-1279). In particolare, esamina i discorsi sulla natura dell’essere umano e gli insegnamenti che mirano a ripristinarla attraverso la coltivazione spirituale e il progresso morale. Inoltre, alcuni trattati settari sostengono che le anime primordiali degli esseri umani esistessero già prima della creazione del cosmo, ma che fossero state corrotte dai desideri terreni.
Nella prima parte, l’articolo analizza come i testi buddisti e taoisti del periodo Song introducano lingguang e termini correlati in riferimento alle innate capacità umane di illuminazione spirituale.
La seconda parte esamina vari scritti settari dei periodi Ming e Qing (1368-1911) e il modo in cui sviluppano narrazioni di lingguang come riferimento a sé eterni. In particolare, analizza testi relativi al Patriarca Luo (circa XVI secolo) e alle tradizioni del “Cielo Antico” ( Xiantiandao ).
Infine, la terza parte esplora come la moderna “società redentrice” Yiguandao (Via dell’Unità Pervasiva) sintetizzi resoconti precedenti e il concetto neoconfuciano della natura “aperta, numinosa e non oscurata” ( xu ling bumei ) degli esseri umani in un sistema spirituale coerente.
Adam Yuet Chau, “Spiriti narrati: costruire l’efficacia ( lingying靈應) e lo strano ( lingyi靈異) attraverso il racconto”
La narrazione di storie (oralmente, per iscritto o tramite moderni media audiovisivi ed elettronici) che coinvolgono eventi soprannaturali è una delle attività più diffuse e importanti nella religione popolare cinese. Queste storie raccontano interventi divini come risposte miracolose alle suppliche dei fedeli, punizioni divine per comportamenti scorretti, ricompense divine per una devozione eccezionale, apparizioni di fantasmi, esorcismi o semplicemente strani avvenimenti che sfidano la spiegazione razionale. Ma i contesti in cui queste storie vengono raccontate sono importanti quanto le storie stesse. Questo articolo esaminerà alcuni di questi contesti (tra i partecipanti alle feste nei templi, durante i campi di orientamento per le matricole universitarie, nonché nei programmi televisivi dedicati alle “storie strane”). La continua riproduzione di una cultura dell’efficacia magica e dello strano dipende dalla partecipazione attiva del pubblico e dalla creazione di un’atmosfera adatta alla narrazione di tali storie. Per ogni esperienza reale di intervento divino o evento inquietante, ci sono diecimila racconti e ri-racconti dell’esperienza, attraverso molte bocche e in molte occasioni diverse.
finchè hai l’ultima scintilla di vita AGISCI COMBATTI GIOCA CORRI NUOTA SALTA SCALA AMA
Perfice Omnia facta vitae quasi haec postrema essent
Te ne affrancherai compiendo ogni singola azione come fosse l’ultima della tua vita, lontano da ogni superficialità e da ogni
avversione passionale alle scelte della ragione e da ogni finzione, egoismo e malcontento per la tua sorte.
Amico mio, dedicati all’arte che hai imparato; e il resto della tua vita trascorrila come se avessi affidato tutto te stesso agli dèi con tutta l’anima, senza renderti né tiranno né schiavo di nessun uomo.”
NUMQUAM DEFICERE ANIMO USQUE AD FINEM ET ULTRA
mai perdersi d’animo fino alla fine ed oltre
finchè hai l’ultima scintilla di vita AGISCI COMBATTI GIOCA CORRI NUOTA SALTA SCALA AMA
Dice Marco Aurelio e lo diceva Platone
Qualsiasi cosa ti capiti , è stata prestabilita per te fin dall’eternità, e un fitto intreccio di cause da sempre ha legato alla tua esistenza a quell’evento
ma tu Ascolta e poi gettati oltre fregandotene
l’oltreuomo che sorge dalle lamiere, non per vanità, ma per il semplice, rivoluzionario piacere di esistere oltre ogni limite assegnato
l’amor fati ama la tua sorte non perché è buona, ma perché è tua
NUMQUAM DEFICERE ANIMO USQUE AD FINEM ET ULTRA
mai perdersi d’animo fino alla fine ed oltre
finchè hai l’ultima scintilla di vita AGISCI COMBATTI GIOCA CORRI NUOTA SALTA SCALA AMA
La mia formula per la grandezza dell’uomo è amor fati: non volere nulla di diverso da quello che è, né nel futuro, né nel passato, né per tutta l’eternità. Non solo sopportare ciò che è necessario… ma amarlo.” Friedrich Nietzsche
EX IMPEDIMENTUM VIA FIT
Ciò che si frappone diventa via
Umile attento concentrato ti focalizzi sul risultato
Ti addestri ti alleni ed ancora RIPETI di addestri ti alleni
EX IMPEDIMENTUM VIA FIT
Ciò che si frappone diventa via
la mente AFFILATA soffri ti addestri ti alleni RIPETI RIPETI
bendi le nocche slanci il colpo ti addestri ti alleni COMBATTI NON TEMI
EX IMPEDIMENTUM VIA FIT
Ciò che si frappone diventa via
La forza si costruisce nella resistenza, non nel conforto.
Le scuse sono illusioni create dal sé debole per rimanere in una zona di comfort ingannevole.
la mente AFFILATA soffri ti addestri ti alleni RIPETI RIPETi
SE combatti puoi perdere se non lo fai hai già perso
COMBATTI TI ADDESTRI TI ALLENI LA MENTE AFFILATA DIVENTA UNA LAMA INFUOCATA
Praticare l’amor fati significa spostare il proprio focus mentale da “Perché sta succedendo proprio a me?” a “Cosa posso fare grazie a questo?”
Accettazione radicale: Cancella l’energia sprecata a desiderare che il passato fosse diverso. Una relazione finita, un lavoro perso o un fallimento personale vengono visti come capitoli essenziali della propria storia.
Carburante per la crescita: Invece di vedere gli ostacoli come blocchi stradali, li si considera come la materia prima necessaria per forgiare il carattere, la resilienza e la saggezza.
Alchimia interiore: Trasforma la sofferenza inevitabile della vita in qualcosa di dotato di senso e valore.