Vigyana Bhairava Tantra विज्ञान भैरव तन्त्र

”Graziosa, gioca.
L’universo è una conchiglia vuota in cui la tua mente si diverte infinitamente.”

Vijñānabhairava Tantra, 110

”Vigyana” significa consapevolezza, e “bhairava” è un termine specifico, un termine tantrico per indicare colui che è andato oltre. Per questo Śiva è noto come “bhairava” e Devī come “bhairavī”: coloro che sono andati oltre ogni dualità.”

OSHO

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Shakti si rivolge a Śiva e gli pone alcune domande, pregandolo così di dissiparle i dubbi riguardo alla sua stessa natura divina e a quella dell’universo. Amorevolmente («o radiosa») il consorte le risponde elencando 112 insegnamenti, un compendio di tecniche di meditazione: il Tantra in oggetto. Śiva non espone dunque alcuna dottrina o filosofia, non risponde direttamente alle domande di Pārvatī/shakti : la via della razionalità non è quella adatta per giungere alla comprensione della realtà delle cose. Śiva non spiega cosa, ma come.

Wodhiz Furor Guerriero

Nel De origine et situ Germanorum, comunemente conosciuta come Germania, opera etnografica  Publio Cornelio Tacito ,attorno al 98 d.C., narra delle usanze delle tribù germaniche che vivevano al di fuori dei confini romani.
Tra queste usanze vi era la consuetudine di formare comitatus gruppi di combattenti  legati da giuramento di reciproca fedeltà, che accompagnavano un capo nelle sue imprese  di guerra, questi manipoli erano detti anche manierbunde, bund significa “legare insieme”.

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I Romani rimasero molto colpiti dalla combattività di alcuni guerrieri celto-germani, che si gettavano nella mischia arditamente e quasi sembravano immuni ai colpi, alle ferite, combattendo furiosamente.
Chiamarono questo stato mentale e fisico che portava i guerrieri celti oltre comuni  limiti umani, “Furor”.
 Il mito del guerriero in preda al furor,  è precisamente definito in termini epici e letterari dalla leggenda di Cu Chulainn e dal “Riastrad”, lo stato di furore da cui veniva preso e che gli consentiva di divenire imbattibile ed invulnerabile.
La forza di questa possessione divina era tale da trasfigurarlo trasformandolo in uno spaventoso mostro antropomorfo.tumblr_mh8dwfKPUL1qiw9oko4_1280-1

Nelle Saghe norrene si fa riferimento a dei particolari guerrieri che, addestrati con tecniche sciamaniche, formavano gruppi di combattenti particolarmente potenti e temuti dagli avversari.

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Attraverso tali rituali i guerrieri venivano pervasi da una furia sovrumana poiché era lo spirito stesso di Odino-Wotan che scendeva dentro di loro facendoli diventare forti come orsi o lupi o cinghiali , insensibili al ferro e al fuoco, tale stato di wodhiz era definito anche “berserksgangr”.

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Ulfedhnar (Uomini-Lupo)

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Votati a Odino/Wotan, questi Guerrieri Sacri, erano in grado di canalizzare quella potente energia conosciuta come Ond e, tramite particolari rituali, ad entrare nella condizione di “Wodhiz” (furore guerresco ispirato).

 

 

 

 

 

 


Si suppone che i guerrieri totemici scandinavi e germanici, per ottenere questi effetti, assumessero prima della battaglia birra e amanita muscaria, un potente fungo allucinogeno, oltre che un notevole stimolatore dell’attività psico-fisica.

Amanita-Muscaria-

Per quanto alcuni studi abbiano  messo in evidenza il fatto che nel combattimento sia necessario comunque un certo livello di  lucidità e reattività, non tutti gli studiosi concordano perciò sulla teoria dell’uso di sostanze psicotrope, dati gli effetti che risulterebbero quasi annichilenti dell’azione combattiva.
Saxo Grammaticus, inoltre, ci parla della loro assunzione di sangue di orso o lupo, come “droga” per acquisirne la forza: è dunque possibile confinare in una dimensione simbolica le proprietà allucinogene di tale sostanza.
Di fatto i Berserker e gli Ulfhednar erano Guerrieri Sacri ad Odino/Wotan, e secondo il mito era proprio lui ad indurre l’estatico stato di Furia, fino a provocare delle vere e proprie trasformazioni sul piano fisico.

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Per comprendere maggiormente l’aspetto del Wodhiz è necessario innanzitutto analizzare la sfera semantica della radice indoeuropea di Wotan che è “wat” e che sta ad indicare la “furia divina”
(di cui anche l’antico irlandese “faith” cioè “veggente, profeta”).
Wat è la dimensione sovrumana alla quale si apre appunto il Guerriero Sacro e attraverso la quale egli raggiunge lo stato di estasi guerriera chiamato appunto Wodhiz.
Georges Dumézil storico delle religioni, linguista e filologo francese interpretò  la radice Wut come sostantivo che significa “ebbrezza”, “eccitazione”, e “genio poetico”, ma anche come il movimento terribile del mare, del fuoco e del temporale, come aggettivo che significa “violento”, “furioso” e “rapido.
Si narra che per canalizzare questo stato, si effettuasse un rito chiamato “Hamrammr”, “mutamento di forma”.
La “furia dei berserkir” – detta anche berserksgangr – poteva giungere in un qualunque momento della quotidianità. Incominciava con un tremolio, il battere dei denti e una sensazione di freddo nel corpo.
La faccia si gonfiava e cambiava colore.
Seguiva una grande rabbia e il desiderio di assalire il prossimo.

Pare che i berserkir facessero parte di sette segrete o società di guerrieri. Alcune saghe parlano di gruppi di berserkir con dodici membri dove coloro che desideravano entrare a farne parte dovevano sostenere un combattimento (rituale o reale).20228228_1541118902605904_7184850193180133952_n
Alcuni berserkr cambiavano i loro nomi in björn o biorn, come riferimento all’orso.
Il soprannome che adottavano e la loro inaudita ferocia in battaglia generò infatti una leggenda secondo la quale essi si trasformavano letteralmente in enormi orsi durante la battaglia e si diceva che non potessero essere sconfitti, in quanto insensibili al dolore e alla paura, senza ricorrere all’asportazione di parti vitali, quali cuore o testa.

Snorri Sturluson parla di berserker nella Saga di Egil, nella Hrólfs saga kraka ok kappa hans e nella Saga degli Ynglingar. Molte saghe descrivono i berserkir come assassini, ladri, saccheggiatori. Erik il Rosso era forse un berserkr.
Harald Bellachioma, fondatore del regno di Norvegia, usava i berserkir come truppe d’élite.

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La Saga di Grettir narra che questi guerrieri erano conosciuti anche come Úlfheðinn o “mantello di lupo”, poiché indossavano le pelli di questo animale.

Nel capitolo VI della Saga degli Ynglingar i compagni di Odino erano così presentati: «Andavano senza corazza, selvaggi come dei cani o dei lupi. Mordevano i loro scudi ed erano forti come degli orsi e dei tori. Massacravano gli uomini e né il ferro né l’acciaio potevano niente contro di loro. Questo si chiamava furore di berserkir»

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La corda dell’arco di Ötzi la più antica del mondo

Le corde per arco preistoriche sono tra i reperti più rari negli scavi archeologici. Il cordino contenuto nella faretra di Ötzi dovrebbe essere a livello mondiale la corda per arco più antica giunta fino a noi. “Uomo del Similaun”

Sebbene l’Uomo venuto dal ghiaccio stesse ancora lavorando al manufatto, portava con sé nella faretra un cordino ritorto di fibre animali (e non vegetali), elastico e molto resistente alle sollecitazioni, e pertanto estremamente adatto ad essere utilizzato come corda per l’arco.

Nell’ambito di un ampio progetto di ricerca del Fondo nazionale svizzero per la ricerca scientifica (FNS) è stato possibile analizzare per la prima volta archi e frecce neolitici, focalizzandosi sui materiali, e confrontarli con l’equipaggiamento di Ötzi.
Per il Museo Archeologico dell’Alto Adige il risultato dell’indagine ha significato un ulteriore record: il cordino di Ötzi, fabbricato ad arte, e il suo equipaggiamento da caccia sono a livello mondiale in assoluto i più antichi reperti neolitici di questo tipo conservatisi fino a noi.

fonte: Comunicato diramato dal Museo Archeologico dell’Alto Adige

 

kukur tihar, কুকুর तिहार il rito del patto tra cane e uomo.

Nel Mahābhārata,si narra che il re giusto Yudhiṣṭhira, figlio del Dharma, decise di ritirarsi dal potere terreno e di ascendere ai cieli insieme ai suoi valorosi fratelli, partendo alla volta dell’Himalaya हिमालय .
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Durante la terribile scalata gli eroi che avevano combattuto nella guerra contro i Kaurava morirono uno a uno e al termine del viaggio, tra le nevi perenni delle cime, rimase solo il prode Yudhiṣṭhira, seguito da un cane che l’aveva accompagnato fedelmente in tutta la traversata.

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Giunti sulla vetta, oltre la quale non si può proseguire, appare Indra, sovrano degli dèi, che si congratulava con il re e gli prometteva i mondi celesti, ponendo però una condizione.
Dovrà abbandonare il cane randagio che lo segue, animale impuro che non può compiere un’ascesa divina ritenuta quasi impossibile anche per gli uomini più saggi e devoti.
Udita la proposta, Yudhiṣṭhira, incarnazione della giustizia, non ha dubbi: il re si rifiutava fermamente di abbandonare il suo compagno, ed è pronto a rinunciare ad un eternità nei cieli piuttosto che tradire una creatura che aveva riposto in lui la sua fiducia.
Questo atto gli permise di compiere l’ultimo passo.

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Indra, infatti, se avesse accettato di lasciare il compagno, anteponendo alla sua esistenza il proprio ego e il desiderio del cielo, non sarebbe stato degno di entrarvi.
Dopo la risposta del sovrano, il cane si trasforma nel padre divino del re, lo stesso Dharma, l’Ordine Cosmico, che si era incarnato nell’umile animale per testare il proprio figlio e accompagnarlo verso la sua futura dimora, mostrando al contempo la limitatezza di visioni dicotomiche sulla purezza degli esseri

confer Mahābhārata (XVII, 2, 26; XVII, 3, 2-21)

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Runahild – Seidrunar ᚠᛛᛟᚱᛁᚾ

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Le sue composizioni si basano su antichi strumenti folk (lira, cetra, langeleik … ecc.), tamburo, chitarra o talvolta solo una melodia che le arriva mentre canta liberamente.
Alcune canzoni sono improvvisate per canalizzare ed esprimere energie, atmosfera ed emozioni crude; creando un paesaggio sonoro che le dia una sensazione naturale.

I ritmi estatici del tamburo trascendono l’anima e il flusso crescente di energia si apre a visioni, come un paesaggio interiore che viene disegnato davanti all’anima, invitando a vagare all’interno del regno etereo.

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Runahild – Seidrunar ᚠᛛᛟᚱᛁᚾ

αὐγῇ καθαρᾷ visione di Luce Pura  Πλάτων, Platone

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διὰ τὸ μὴ ἱκανῶς διαισθάνεσθαι. δικαιοσύνης μὲν οὖν καὶ σωφροσύνης καὶ ὅσα ἄλλα τίμια ψυχαῖς οὐκ ἔνεστι φέγγος οὐδὲν ἐν τοῖς τῇδε ὁμοιώμασιν, ἀλλὰ δι ‘ἀμυδρῶν ὀργάνων μόγις αὐτῶν καὶ ὀλίγοι ἐπὶ τὰς εἰκόνας ἰόντες θεῶνται τὸ τοῦ εἰκασθέντος γένος: κάλλος δὲ τότ’ ἦν ἰδεῖν λαμπρόν, ὅτε σὺν εὐδαίμονι χορῷ μακαρίαν ὄψιν τε καὶ θέαν, ἑπόμενοι μετὰ μὲν Διὸς ἡμεῖς, ἄλλοι δὲ μετ ‘ἄλλου θεῶν, εἶδόν τεν
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Ora nelle copie terrene di giustizia e temperanza e nelle altre idee che sono preziose per le anime non c’è luce, ma solo alcune, avvicinandosi alle immagini attraverso gli oscuri organi di senso, vedono in esse la natura di ciò che imitano, e questi pochi lo fanno con difficoltà. Ma in quel momento videro la bellezza splendere di luminosità, quando, con un coro beato  – seguiamo  Zeus, ed altri  qualche altro dio – videro l’apparizione e la visione benedette e furono iniziati a ciò che è giustamente
chiamato
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250C
μακαριωτάτην, ἣν ὠργιάζομεν ὁλόκληροι μὲν αὐτοὶ ὄντες καὶ ἀπαθεῖς κακῶν ὅσα ἡμᾶς ἐν ὑστέρῳ χρόνῳ ὑπέμενεν, ὁλόκληρα δὲ καὶ ἁπλᾶ καὶ ἀτρεμῆ καὶ εὐδαίμονα φάσματα μυούμενοί τε καὶ ἐποπτεύοντες ἐν αὐγῇ καθαρᾷ, καθαροὶ ὄντες καὶ ἀσήμαντοι τούτου ὃ νῦν δὴ σῶμα περιφέροντες ὀνομάζομεν, ὀστρέου τρόπον δεδεσμευμένοι .
ταῦτα μὲν οὖν μνήμῃ κεχαρίσθω, δι ‘ἣν πόθῳ τῶν τότε νῦν μακρότερα εἴρηται: περὶ δὲ κάλλους, ὥσπεε
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250C
il più benedetto dei misteri, che abbiamo celebrato in uno stato di perfezione, quando non avevamo esperienza dei mali che ci attendevano nel tempo a venire, essendo ammessi come iniziati alla vista di apparizioni perfette, semplici, calme e felici, che abbiamo visto nella luce pura, essendo noi stessi puri e non sepolti in ciò che portiamo con noi e chiamiamo il corpo, in cui siamo imprigionati come un’ostrica nel suo guscio. 
Fedro ΦαῖδροςΠλάτων, Platone

“Potremmo ipotizzare che l’epopteia fosse un approfondimento nella forma della luce dell’esperienza dell’unità di tutte le cose già assaporata nella telete/myesis un consolidamento noetico di questo stato di coscienza,deputato dal tumulto emozionale, che contrasegnava il primo livello di iniziazione, tutto fondato sulla trance dinamica sollecitata dalla musica dal canto, dalla danza,dal caos:
Tutti modi per destrutturare, dionisicamente, l’ego ordinario e consentire un viaggio ad interiora terrae che è condito sine qua non di un effettivo percorso di illuminazione mistica e sapienziale..”

 Confer
Angelo Tonelli 
in Attraverso Oltre
pag. 38 Eleusis

L’iniziazione ai misteri di Eleusi difatti culminava in una εποπτεία “epopteia”, in una visione mistica di beatitudine e purificazione, che in qualche modo può venir chiamata conoscenza. Tuttavia l’estasi misterica, in quanto si raggiunge attraverso un completo spogliarsi dalle condizioni dell’individuo, in quanto cioè in essa il soggetto conoscente non si distingue dall’oggetto conosciuto, si deve considerare come il presupposto della conoscenza, anziché conoscenza essa stessa.”

Giorgio Colli

note

La cerimonia dell’iniziazione  teleté (τελετή)  collegata significativamente di télos (τέλος) che significa ‘fine’, ‘compimento’, ‘realizzazione’, ma anche ‘pieno sviluppo’, ‘perfezione’, e dunque, di nuovo: rito, festa, mistero.(τελευτή), in oltre ‘fine’, ‘compimento’ ma anche ‘morte’: per questo dire ‘iniziazione’ era come dire ‘morte’, cioè passaggio (e ritorno) della psiche al mondo che le è proprio, cioè alla dimensione metafisica.

L’esperienza mistica culminante di tutto il processo iniziatico, il più alto grado dei misteri eleusini, era indicata col termine epoptéia (εποπτεία) composto da epí (επί), preposizione che significa: ‘su’, ‘sopra’, ‘in alto’, e dal verbo optéuo (οπτεύω) che significa ‘vedere’ l’epóptes (επόπτης) era sia l’officiante dei misteri che l’iniziato del grado più elevato. L’aggettivo epoptikós (εποπτικός) significava  ‘concernente i misteri’, ‘esoterico’, ‘contemplativo’ ed ‘epoptiche’ erano definite in Grecia le filosofie che assumevano come loro compito specifico l’introdurre a quella diretta conoscenza/esperienza metafisica che è lo scopo esplicito dei misteri.

Colui che veniva iniziato veniva chiamato mystes (μύστης) ed era introdotto alla sacra conoscenza dai mystagogòi (μυσταγογόι, termine composto con il verbo άγω che significa: conduco

Confer

Attilio Quattrocchi ”Le parole del sacro nella tradizione misterica”

Accademia Platonica

Διόσκουροι, Dióskouroi, Dioscuri

 

Càstore Κάστωρ,  Kástōr, Castōr,Pollùce o Polideuce Πολυδεύκης, PolydéukēsPollūx,  detti anche Tindaridi, da Tindaro, re di Sparta, sposo della loro madre Leda.
Diòscuri Διόσκουροι, Diòskuroi, composta da Διός (Diòs, “di Zeus”) e κοῦροι (kùroi,fanciulli) iòscuri ossia “figli di Zeus“.   Detti  CàstoriGemini e Tindaridi detenevano  abilità speciali  Castore era domatore di cavalli e Polluce era ottimo pugilatore, erano anche considerati come protettori dei naviganti durante le tempeste marine e furono associati alla costellazione dei Gemelli e alla comparsa della stella Sirio nel cielo in prossimità dell’equinozio di primavera, poiché propiziava la semina dei campi e l’inizio della primavera stessa

Nell’astronomia moderna Castore dà il nome ad Alpha Geminorum e Polluce a Beta Geminorum.440px-Gemini_Hevelius
Vengono talvolta considerati anche patroni dell’arte poetica, della danza e della musica
Detengono una doppia paternità, nei miti di gemelli di diverse civiltà:

L’incontro di gemelli nella mitologia non è raro poiché, oltre alla presenza dei Diòscuri nella mitologia greca, romana ed etrusca, altre mitologie Indoeuropee hanno i loro equivalenti.
Nel Veda, il libro sacro degli Arii sono citati gli Ashvin che, al pari dei Diòscuri, vengono identificati con la costellazione dei Gemelli, nella mitologia baltica esistono gli Ašvieniai degli antichi Lituani e che prendono il nome di Dieva per gli antichi Lettoni.

Nella mitologia baltica Castore è l’equivalente di Autrympus e Polluce di Potrympus che sono considerati divinità come altri dei del loro Pantheon.
Nella mitologia germanica del popolo dei Naarvali esistono gli Alcis, altrettanto ritenuti divini e da Tacito direttamente associati ai Diòscuri.

presso gli scavi di Pompei è stata fatta un’altra importante scoperta pittorica. Infatti, gli archeologi hanno riportato alla luce un affresco sensuale che raffigura Leda, regina di Sparta e moglie di re Tindaro, ingravidata da un cigno. Secondo la mitologia, come narrato anche nelle Metamorfosi di Ovidio, quest’ultimo era lo stesso Giove. Infatti, il padre degli dei, dopo averla stordita con il profumo dell’ambrosia, aveva assunto le sembianze di un cigno, per accoppiarsi con lei sulle rive del fiume Eurota.
presso gli scavi di Pompei  un affresco sensuale che raffigura Leda, regina di Sparta e moglie di re Tindaro, ingravidata da un cigno. Secondo la mitologia, come narrato anche nelle Metamorfosi di Ovidio, quest’ultimo era lo stesso Giove. Infatti, il padre degli dei, dopo averla stordita con il profumo dell’ambrosia, aveva assunto le sembianze di un cigno, per accoppiarsi con lei sulle rive del fiume Eurota.

Oltre ad un padre “celeste”, Zeus, unitosi a Leda sotto la forma di un cigno, ed un padre terrestre Tindaro ΤυνδάρεοςTyndáreos, re di Sparta.

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ZEUS

 

Il mito di Leda e il cigno rappresenterebbe la potenza sessuale maschile, che non si fa scrupoli a ingannare, pur di raggiungere il proprio scopo.
In molte culture, da quelle mediterranee a quelle nordiche, il cigno è un animale sacro, che incarna saggezza, purezza, potenza e coraggio.

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Lo stesso nome Leda vuol dire genitrice di uomini e dei.
Il cigno e l’uovo rimandano anche ai culti orfici, cerimonie sull’aldilà che si svolgevano nell’antichità, in Grecia e in Egitto.

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Dioscuri come Argonauti, compirono il viaggio verso la Colchide nella ricerca del Vello d’oro e alla caccia al cinghiale calidonio

Il mito più popolare era il ratto delle Leucippidi, in cui Castore fu ucciso dagli Afaridi

Il rapimento delle Leucippidi su sarcofago romano dei Musei Vaticani. I Dioscuri hanno sul capo il Pileo.
Il rapimento delle Leucippidi su sarcofago romano dei Musei Vaticani. I Dioscuri hanno sul capo il Pileo.

Polluce pregò il padre Zeus che mandasse la morte anche a lui, ma Zeus gli concesse di rinunciare a metà della propria immortalità in favore del fratello. Così i due vivono insieme alternativamente un giorno nell’Olimpo e un giorno nel regno dei morti.

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Questa duplicità era miticamente fondata con il racconto della morte di uno di essi e l’offerta dell’immortalità fatta all’altro da Zeus: il superstite rifiutò l’immortalità se non poteva spartirla con il fratello, e allora ottenne che a giorni alterni, a turno, l’uno soggiornasse tra gli dei e l’altro giacesse agli Inferi.

Dettaglio di Nemesis e dei Dioscuri da un dipinto che raffigura il viaggio di Eracle negli inferi. Nemesis, dea della punizione, tiene una spada in una mano e il fodero nell'altra. I gemelli indossano cappelli da viaggio, reggono doghe annodate e sono accompagnati da una stella
Dettaglio di Nemesis e dei Dioscuri da un dipinto che raffigura il viaggio di Eracle negli inferi. Nemesis, dea della punizione, tiene una spada in una mano e il fodero nell’altra. I gemelli indossano cappelli da viaggio, reggono doghe annodate e sono accompagnati da una stella

L’ambigua condizione dei Dioscuri faceva di essi i perfetti mediatori tra la realtà umana e la realtà divina, così che divennero gli dei salvatori per eccellenza a cui si ricorreva nelle situazioni disperate ( pericoli di guerra e della navigazione).

In natura esiste un fenomeno atmosferico raro e sorprendente, noto come fuoco di Sant’Elmo. Tale fenomeno si presenta per lo più prima di un temporale, quando  possono formarsi dei bagliori blu, simili a delle fiamme, in prossimità di oggetti appuntiti. I fuochi di Sant’Elmo sono conosciuti soprattutto dai marinai, gli alti alberi delle imbarcazioni a vela funzionavano come delle antenne, alle cui estremità era più facile che si formassero i bagliori
Le inspiegabili fiammelle blu significavano che la nave era stata raggiunta dai Diòscuri (Διόσκουροι, Diòskuroi), coppia di fratelli divini che avrebbero vigilato sui marinai salvandoli dalla tempesta.

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Il loro culto dall’originaria Laconia si diffuse per tutta la Grecia, e, in epoca ellenistica, le loro caratteristiche soteriologiche assunsero venature più spirituali e mistiche.
A Roma il loro culto fu riconosciuto ufficialmente con la motivazione di un loro intervento decisivo nella battaglia del lago Regillo (496 a. C.).
Il loro ruolo di cavalieri e pugili li ha anche portati a essere considerati i patroni degli atleti e delle gare atletiche.

Dettaglio di uno dei gemelli Dioscuri che combatte contro un Gigante da un dipinto della Gigantomachia (Guerra dei Giganti). Il semidio è raffigurato come un cavaliere che indossa un berretto petasos e brandisce una lancia.
Dettaglio di uno dei gemelli Dioscuri che combatte contro un Gigante da un dipinto della Gigantomachia (Guerra dei Giganti). Il semidio è raffigurato come un cavaliere che indossa un berretto petasos e brandisce una lancia.

Compivano le loro gesta sempre uniti: Fra le gesta loro attribuite, la liberazione della sorella Elena rapita decenne da Teseo; la partecipazione alla spedizione degli Argonauti; la caccia del cinghiale Calidonio.

Dettaglio di uno dei gemelli Dioscuri che combatte contro un Gigante da un dipinto della Gigantomachia (Guerra dei Giganti).
Dettaglio di uno dei gemelli Dioscuri che combatte contro un Gigante

A Sparta i Dioscuri presiedevano alle gare equestri e agli agoni ginnici, ed ebbero feste in tutta la Grecia. Furono venerati anche in ambiente latino-romano col nome di Castori (Castores): ebbero culto speciale a Lavinio, a Tuscolo e in Roma.
La festa annua in Roma in loro onore si celebrava il 15 luglio, anniversario della battaglia del Lago Regillo (499 o 496 a.C.)
Le origini di questa cerimonia religiosa venivano fatte risalire alla battaglia del lago Regillo, nel 499 a.C., in cui i Romani affrontarono una coalizione di Latini.

l gigante di bronzo Talos di Creta viene ucciso dalla strega Medea (estrema sinistra) e dai Dioscuri durante il viaggio degli Argonauti. I gemelli sono montati su cavalli e afferrano il gigante per le braccia. Gli dei Poseidone e Anfitrite (angolo in alto a destra) assistono alla scena.
l gigante di bronzo Talos di Creta viene ucciso dalla strega Medea (estrema sinistra) e dai Dioscuri durante il viaggio degli Argonauti. I gemelli sono montati su cavalli e afferrano il gigante per le braccia. Gli dei Poseidone e Anfitrite (angolo in alto a destra) assistono alla scena.

Nel momento più duro e incerto della battaglia, apparvero nella mischia due cavalieri più alti e belli degli altri, in groppa a cavalli bianchi e vestiti della trabea di porpora, che portarono scompiglio tra le fila dei Latini.

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La sera stessa, due cavalieri vestiti allo stesso modo apparvero nel Foro, fecero abbeverare i cavalli nella fontana di Giuturna (Lacus Iuturnae), annunciarono la vittoria dei Romani e scomparvero. I due cavalieri vennero identificati come i Dioscuri Castore e Polluce, intervenuti in soccorso dell’esercito romano, e nel 484 a.C. gli fu dedicato un tempio nei pressi della fonte di Giuturna.

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I Dioscuri sono raffigurati di solito in nudità eroica,  con mantello dietro le spalle, clamide, chlamys -y̆dis, gr. χλαμύς -ύδος, in testa portano il pileo conico sormontato da una stella;  il pilos (πῖλος), simboleggiava forse i resti dell’uovo da cui erano nati, era un elmo/capello conico di origine greca che riproduce le fattezze di un tipo di berretto molto diffuso.

Apparve nel V secolo a.C., trovando ampia diffusione tra gli Spartani, successivamente utilizzato dal Battaglione Sacro Tebano e poi dagli eserciti ellenistici. Contemporaneamente si diffuse ampiamente anche nella Magna Grecia.
In mano hanno la lancia, e si presentano  sia a cavallo, sia accanto al cavallo mentre lo tengono per il morso.

Dioscuri e Leucippide, anfora ateniese a figure rosse C5 a.C., British Museum
Dioscuri e Leucippide, anfora ateniese a figure rosse C5 a.C., British Museum

Compaiono sia isolati (rilievi arcaici diSparta, statue frontonali di Locri, colossi del Quirinale), sia nei vari episodi del mito, come la nascita dall’uovo di Leda (in diverse figurazioni vascolari), la lotta con gli Afaridi (metopa del tesoro dei Sicioni a Delfi), il ratto delle Leucippidi (idria di Midia, tavolette fittili di Taranto, stucchi della basilica di Porta Maggiore a Roma), la partecipazione all’impresa degli Argonauti .

gemelli Dioscuri, Castor e Polydeuces, marciano sulla Maratona per recuperare la sorella rapita Elena da Teseo. I due sono raffigurati come cavalieri armati di lance.
i gemelli Dioscuri, Castor e Polydeuces, marciano sulla Maratona per recuperare la sorella rapita Elena da Teseo. I due sono raffigurati come cavalieri armati di lance.

Su rilievi votivi sono raffigurati con una varietà di simboli che rappresentano il concetto di gemellaggio, come il dokana (δόκανα )una coppia di anfore , una coppia di scudi o una coppia di serpenti.

 

Numerose le figurazioni monetali (Taranto, Roma, Oriente greco).

 Moneta romana di Massenzio con i Diòscuri sul retro
Moneta romana di Massenzio con i Diòscuri sul retro
Gruppi con dioscuri, acroterio del santuario in contrada Marasà, fine V sec. a.c. o inizio IV sec. a.c.
Gruppi con dioscuri, acroterio del santuario in contrada Marasà, fine V sec. a.c. o inizio IV sec. a.c.
Le tre colonne solitarie che si possono vedere al Foro Romano sono tutto ciò che rimane del Tempio dei Dioscuri, anche detto Tempio dei Càstori.
Le tre colonne solitarie nel Foro Romano sono tutto ciò che rimane del Tempio dei Dioscuri, anche detto Tempio dei Càstori.

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Risveglio del dormiente incubazione ἐγκοίμησις, enkoimesis

Ταὐτὸ τ΄ἔνι ζῶν καὶ τεθνηκὸς καὶ ἐγρηγορὸς καὶ καθεῦδον καὶ νέον καὶ γηραιόν· τάδε γὰρ μεταπεσόντα ἐκεινά ἐστι κἀκεῖνα πάλιν μεταπεσόντα ταῦτα.» «È la medesima realtà il vivo e il morto, il desto e il dormiente, il giovane e il vecchio: questi infatti mutando son quelli, e quelli di nuovo mutando son questi.»
Ἡράκλειτος ὁ Ἐφέσιος

(Eraclito, frammento 88)

Rito dal carattere fortemente misterico,

Mistero mystḕrion μυστήριον deriva da  mýstēs  μύστης iniziato derivante da μύω mýo; “celare”, l’atto di socchiudere gli occhi, come le labbra e concentrarsi nel buio e nel silenzio per entrare in una zona intima lontana dal quotidiano.

Il verbo μύω myo detiene anche un altra accezione acquetrasi ,calmarsi, un termine che  cela l’esito della ritualità.

Nell’’incubazione, è una parola latina che proviene dal greco ἐγκοίμησι:dormire nel tempio.

 

La procedura avvicina alla morte attraverso il sonno con una trance iniziatica atta a volgerla in vita.
L’uomo chiude gli occhi e realizza una trance di tipo sciamanico: si separa dal mondo esterno ed entra in un livello profondo, nascosto ai più, oscurato durante il giorno.
Egli raggiunge uno speciale distacco, lo stato di «sonno visionario», estatico per tornare alla vita rinnovato.

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Zamenis longissimus, conosciuto come serpente del bastone di Asclepio

Asklepieia Ἀσκληπιεῖον era un tempio di guarigione, sacro al dio Asclepio, Ἀσκληπιός il dio greco della medicina.
Questi templi di guarigione erano un luogo in cui i pazienti venivano visitati per ricevere una cura o una sorta di guarigione, sia essa spirituale o fisica, originariamente si realizzarono diverse pratiche di cura e che in seguito si convertirono in luoghi dove si praticava il contatto con il sacro.

L’isola Tiberina tempio di Esculapio Roma
L’isola Tiberina tempio di Esculapio Roma

Asclepio, Ἀσκληπιός Esculapio era rappresentato come un  semidio e dunque uomo mortale per Omero, si diceva fosse stato istruito nella medicina dal centauro Chirone o che avesse ereditato tale proprietà dal padre Apollo

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Kylix attica a sfondo bianco attribuita al Pittore Pistoxenos con Apollo seduto che indossa una corona di alloro o mirto, un peplo bianco e un mantello rosso. Tiene nella mano sinistra la cetra la cui cassa è un guscio di tartaruga, mentre con la mano destra offre una libagione. Di fronte a lui sta il corvo (Museo Archeologico di Delfi, V secolo. a.C.)

Era un  Iatromante ἰατρόμαντις significato letterale “veggente medico” o uomo di medicina“.
Lo iatromante, una forma di 
sciamano greco, è collegato ad altre figure semimitiche come Abaris,AristeaEpimenide, e Hermotimus.

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Secondo Peter Kingsley,  ed altri studiosi tra cui Angelo Tonelli, le figure degli iatromanti appartenevano a una più ampia tradizione sciamanica greca e asiatica con origini in Asia centrale.

Una tavoletta dedicata al dio Asclepio dopo l’avvenuta guarigione di una malattia al viso
Una tavoletta dedicata al dio Asclepio dopo l’avvenuta guarigione di una malattia al viso

La principale pratica estatica e meditativa di questi profeti-guaritori era l’incubazione (ἐγκοίμησις, enkoimesis).

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L’incubazione avrebbe consentito a un essere umano di sperimentare un quarto stato di coscienza diverso dal sonno, dal sogno o dal risveglio normale: uno stato che Kingsley descrive come “coscienza stessa” e paragona al Turīya o Samādhi dell’India delle tradizioni yogiche.

La Māṇḍūkya Upaniṣad definisce la turiya così come segue:

«Il quarto stato non è quello che è conscio dell’oggetto né quello che è conscio del soggetto, né quello che è conscio di entrambi, né la semplice coscienza, né la massa completamente senziente, né quella completamente all’oscuro. È invisibile, trascendente, la sola essenza della coscienza di sé, il completamento del mondo.»

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Peter Kingsley, In the Dark Places of Wisdom, The Golden Sufi Center, 1999, pp. 255, ISBN 1-890350-01-X.

Martin Litchfield West Professore, accademico e autore sostenitore del rapporto della letteratura greca con l’Oriente e, per diversi decenni, culminando con il suo capolavoro The East Face of Helicon (1997), sosteneva la presenza di influssi sciamanici nella arcaica cultura greca.

Platone afferma riguardo Apollo e i suoi seguaci
“in verità scoprì l’arte del tiro con l’arco, la medicina, la divinazione”
si può ricostruire per questi personaggi uno sfondo favoloso, un quadro sciamanico”

 Giorgio Colli “La Sapienza Greca”

Angelo Tonelli  Attraverso Oltre (Moretti&Vitali)

 

 

Nell’incubazione dedicata a Trofonio  Τροϕώνιος appaiono le prime costruzioni dove il praticante pernottava per ricevere la cura durante il sonno.
Consisteva fondamentalmente in un procedimento di “ingresso alle viscere della terra” (Katabasis) e di uscita (Anabasis) alla fine dell’esperienza.
Prima dell’apparizione delle costruzioni si utilizzavano caverne naturali in zone montuose e boscose. Pausania ne descrive una, oggi perfettamente localizzabile in un luogo vicino alla città di Zara, in Croazia.

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Gli attributi di Trofonio erano il nido d’api, la pianta d’alloro, i papaveri e un cigno in volo.

L’incubazione si praticava dopo vari giorni di digiuno e meditazione.
Secondo Plutarco ( nel De genio Socratis), durante l’incubazione, il praticante permaneva in uno stato di semi-incoscienza (dormiveglia) durante il quale si operava la guarigione.
I preliminari dell’incubazione includevano una serie di complicate operazioni e pratiche devozionali orientate a ottenere uno stato di purificazione e la grazia da alcune divinità.
In questa fase la divinazione svolgeva una funzione importante in quanto determinava l’opportunità di entrare o non entrare nella caverna.
Se entrava, l’interessato doveva offrire ai serpenti (un tipo specifico, Zamenis longissimus, conosciuto come serpente di Asclepio) che si trovavano all’interno, parte di un dolce (chiamato “popana” o anche “aidola”) fatto con farina di
orzo, miele, semi di papavero e acqua. esculapio.jpg
La parte che avanzava la mangiava egli stesso.
Il praticante era accompagnato durante tutto il rituale da assistenti che poi interpretavano l’esperienza vissuta dal soggetto.
In alcuni casi l’incubazione poteva durare più di un giorno.
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” Le pratiche di incubazione nell’antica Grecia”
Daniel Bustos Centro di Studi Parchi di Studio e Riflessione – Attigliano Marzo 2013

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