Tradizione pratica viva

​Una Tradizione è viva finché è nutrita

Una disciplina è viva finché nutre

Il nutrimento necessita di disciplina

La disciplina necessita di pratica

La pratica necessita di una Tradizione che la nutra

Il nutrimento è pratica disciplinata

Tornare alle radici 歸根. 道德經 XVI, 16 Dao De Jing

致虛極,守靜篤。萬物並作,吾以觀復。夫物芸芸,各復歸其根。歸根曰靜,是謂復命。復命曰常,知常曰明。不知常,妄作凶。知常容,容乃公,公乃王,王乃天,天乃道,道乃久,
沒身不殆。
道德經 XVI, 16 Dao De Jing

致虛極.   Arriva al culmine del vuoto
守靜篤    mantieni con fermezza la quiete
萬物並作  i diecimila esseri tutti insieme sorgono
吾以觀復 Io contemplo il loro ritorno
夫物芸芸 tornano a casa ciascuno alle proprie radici
各復歸其根   Tornare alle radici è quiete
是謂復命 è tornare al proprio destino
命曰常 Tornare al proprio destino è l’eterno
知常曰明  Conoscere l’eterno è illuminazione
不知常 non conoscere
妄作凶 è essere senza radici
知常容 Conoscere l’eterno è comprendere
容乃公 comprendere perciò essere imparziali
公乃王 imparziali(equi) perciò regali
王乃天 regali perciò celesti
天乃道 celesti perciò uniti con il Dao
道乃久 uniti con il Dao perciò eterni
沒身不殆。Senza un io nessun pericolo(sconfitta)

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oppure

致虛極

Lo (stato di) posto vacante dovrebbe essere portato al massimo grado,
守靜篤

e quello dell’immobilità custodito con vigore spietato.
萬物

Tutte le cose allo stesso modo passano attraverso i loro processi di attività,
吾以觀復

e (poi) li vediamo ritornare (al loro stato originale).
夫物芸芸

Quando le cose (nel mondo vegetale) hanno mostrato la loro crescita rigogliosa,
各復歸其根

vediamo ognuno di loro tornare alla sua radice.
歸根曰靜

Questo ritorno alla loro radice è ciò che chiamiamo lo stato di quiete;
是謂復命

e quell’immobilità può essere definita una segnalazione secondo cui hanno adempiuto al loro fine designato.
復命曰常

Il rapporto di tale adempimento è la regola normale e immutabile.
知常曰明

Conoscere quella regola immutabile deve essere intelligente;
不知常

non saperlo
妄作凶

porta a movimenti selvaggi e problemi malvagi.
知常容

La conoscenza di quella regola immutabile produce una (grande) capacità e tolleranza,
容乃公

e quella capacità e tolleranza portano a una comunità (di sentirsi con tutte le cose).
公乃王

Da questa comunità di sentimenti proviene una regalità di carattere;
王乃天

e chi è simile al re continua ad essere simile al paradiso.
天乃道

 

 

In quella somiglianza con il cielo possiede il Dao.
道乃久 Posseduto del Dao, resiste a lungo;
沒身不殆

e fino alla fine della sua vita corporea, è esente da ogni pericolo di decadenza.

Ritornare all’origine 復歸 fu gui ritornare a casa ,arrivare a destinazione….

古之善為士 I grandi Maestri della’Antichità道德經 XV, 15 Dao De Jing

古之善為士者,微妙玄通,深不可識。夫唯不可識,故強為之容。豫兮若冬涉川;猶兮若畏四鄰;儼兮其若容;渙兮若冰之將釋;敦兮其若樸;曠兮其若谷;混兮其若濁;孰能濁以靜之徐清?孰能安以久動之徐生?保此道者,不欲盈。夫唯不盈,故能蔽不新成。

道德經 XV, 15Dao De Jing

Ogni traduzione è solo una possibile interpretazione

I grandi maestri dell’antichità
古之善為士者

erano appena percettibili, misteriosi e oscuri
微妙玄通

così penetranti e profondi
深不可識

che non è possibile conoscerli intimamente

夫唯不可識
poichè infatti non è possibile conoscerli
故強為之容

possiamo soltanto sforzarci di descrivere tramite il loro atteggiamento

豫兮若冬涉川

Prudenti come chi guada un torrente d’inverno
猶兮若畏四鄰
guardinghi erano come chi teme i vicini ai quattro lati
儼兮其若容
rispettosi come  ospiti
渙兮若冰之將釋
fluidi  come ghiaccio sul punto di sciogliersi
敦兮其若樸
schietti erano come un blocco legno grezzo
(nel suo stato originario)
曠兮其若谷
vuoti  come valli
混兮其若濁
caotici come acqua torbida.
孰能濁以靜之徐清?
come permettere all’acqua torbida di sedimentare?
la tranquillità pian piano la rende limpida
孰能安以久動之徐生?
come permette la quiete di durare?
il movimento pian piano la vivifica
保此道者,不欲盈。夫唯不盈,故能蔽不新成。

Chi s’attiene a questo Dao
non brama d’esser pieno,
e proprio perché non si riempie
può conservarsi senza nuovamente completarsi.

Nicholas Roerich
Nicholas Roerich

 

貴大患若身 considera una grande afflizione come il tuo io. 道德經 Dao De Jing XIII, 13

寵辱若驚,貴大患若身。何謂寵辱若驚?寵為下,得之若驚,失之若驚,是謂寵辱若驚。何謂貴大患若身?吾所以有大患者,為吾有身,及吾無身,吾有何患?故貴以身為天下,若可寄天下;愛以身為天下,若可託天下

道德經. Dao De Jing XIII, 13
Ogni traduzione è solo una possibile interpretazione

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Tibet Himalayas 1933-Nicholas Roerich

寵辱若驚

Favore e disgrazia sono come paure

貴大患

 

 

Considera come una grande afflizione il tuo io
何謂寵辱若驚?

perchè si dice favore e disgrazia sono come paura?
寵為下

il favore crea la possibilità della caduta
得之若驚

Ottenerlo comporta paura
失之若驚

perderlo comporta paura
是謂寵辱若驚

Per questo si dice:
favore e disgrazia sono come paura
何謂貴大患若身?

perchè si dice: considera una grande afflizione come il tuo io?
吾所以有大患者

 

 

la ragione per cui ho una grande afflizione
為吾有身

 

è che ho un io
及吾無身

 

 

se non avessi un io
吾有何患?

come potrei avere un’ afflizione?
故貴以身為天下

Perciò se dai valore a te stesso quanto al mondo
若可寄天下

ti si può consegnare il mondo
愛以身為天下

se ami te stesso quanto il mondo
若可託天下

ti si può affidare il mondo

 

 

 

Exercitationes ἄσκησις addestramento Seneca De Providentia

Ignis aurum probatmiseria fortes viros

Il fuoco è la prova dell’oro, la sventura quella dell’uomo forte

Quare aliqua incommoda bonis viris accidant,
cum providentia sit…

 

Per quale ragione alcune sventure toccano ai buoni pur essendovi la provvidenza…
 Exercitationes, ἄσκησις ,addestramento o “formazione”  a cui il divino, la Sorte, per gli stoici il logos impersonale, immanente, sottopone  il vir bonus, per sperimentarne, rafforzarne e metterne in mostra il valore.

L’idea delle sventure come banco di prova
della virtù è presente
nell’antica
Stoa, ma  è Seneca  porla al centro di un’intera opera:

‘De Provvidentia”

Si suppone  Seneca instauri il rapporto metaforico tra dio e l’uomo buono (saggio) come tra padre e figlio per allentare le maglie del rigido determinismo e fatalismo stoico, e riservare così  mediante un espediente retorico, un certo margine alla libertà morale dell’uomo, che si sperimenta, si forma, si eleva nel rapporto con il divino, il principio assoluto.
Le avversità, intese come prove, assumono quindi un significato altamente positivo, di iniziazione, poiché non solo impediscono all’uomo virtuoso di illanguidire 4, II 
Marcet sine adversario virtus: tunc apparet quanta sit quantumque polleat, cum quid possit patientia ostendit. Scias licet idem viris bonis esse faciendum, ut dura ac difficilia non reformident nec de fato querantur, quidquid accidit boni consulant, in bonum vertant; non quid sed quemadmodum feras interest
Il valore si infiacchisce se non ha avversari: allora appare quanto è grande e che forza ha, quando mostra la sua capacità di sopportazione. Sappi dunque che i buoni devono comportarsi nello stesso modo, non temere le difficoltà e le avversità né lamentarsi del fato, qualsiasi cosa accada la ritengano un bene e la trasformino in un bene; ciò che è importante non è ciò che tu sopporti ma in che modo lo sopporti.
Sono vere e proprie “occasioni di virtù” 6, IV. con uno strano  esito paradossale in cui il proprio valore è commisurato alle prove da affrontare.
Avversità inevitabili talvolta, dure, aspre ma in fin dei conti, onde del mare della vita tramite le quali ci si fortifica, talvolta ci si vivifica , sentendone e sperimentandone la drammaticità come intensità di energia vitale, di presenza alla vita, che ci costringe a leggere messaggi e simboli provenienti dal profondo della nostra esistenza. 

Nolite, obsecro vos, expavescere ista quae di inmortales velut stimulos admovent animis: calamitas virtutis occasio est.
Illos merito quis dixerit miseros qui nimia felicitate torpescunt, quos velut in mari lento tranquillitas iners detinet: quidquid illis inciderit, novum veniet.
Vi scongiuro, non spaventatevi di queste cose che gli dèi immortali infondono negli animi come degli stimoli: una disgrazia è un’occasione di virtù.
A ragione si possono definire miseri coloro che sono infiacchiti per l’eccessiva fortuna, che una inerte bonaccia opprime come su un mare piatto: ogni cosa che ad essi accadrà, sopraggiungerà come una novità.

 Il ricorso frequente a immagini militari, che rimandano alla metafora vita/milizia, sottolinea l’intento eroico marziale. l’influsso della visione  tradizionale romana,
MOS MAIORUM, che traspare dall’esempio
dei soldati.

 

Paragrafo 96, Libro 16 di Seneca Epistulae morales ad Lucilium

 

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VIVERE MILITARE EST

 

Atqui vivere, Lucili, militare est.

Itaque hi qui iactantur et per operosa atque ardua sursum ac deorsum eunt et expeditiones periculosissimas obeunt fortes viri sunt primoresque castrorum; isti quos putida quies aliis laborantibus molliter habet turturillae sunt, tuti contumeliae causa.
Vale.

Ma, caro Lucilio, vivere è fare il soldato.

Perciò coloro che sono sbattuti qua e là, e costretti a percorrere per dritto e per traverso strade faticose e difficili e affrontano spedizioni piene di rischi, sono uomini valorosi, i primi tra i soldati; quanti, invece, si lasciano languidamente andare a un ozio nauseante, mentre gli altri si affannano, sono delle colombelle, e si garantiscono la sicurezza con il disonore.

Stammi bene.

Il discorso morale svolto da Seneca si caratterizza nel senso di un’etica agonistica ed eroica, la quale in fatti ha come protagonista il vir bonus, il vir fortis che 

esprime in misura ancora più marcata la forza (morale) del
vir. II,3  e I,4 De Providentia
Athletas videmus, quibus virium cura est, cum fortissimis quibusque confligere et exigere ab iis per quos certamini praeparantur ut totis contra ipsos viribus utantur; caedi se vexarique patiuntur et, si non inveniunt singulos pares, pluribus simul obiciuntur.
lottatore di pancrazio louvere
Vediamo che gli atleti, che hanno cura del loro fisico, lottano con tutti i più forti ed esigono da coloro dai quali sono allenati per la gara, che questi impieghino tutte le loro forze contro di essi; tollerano di essere battuti e maltrattati e, se non trovano uno alla loro altezza, si battono con più avversari contemporaneamente.
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4. Ignominiam iudicat gladiator cum inferiore componi et scit eum sine gloria vinci  qui sine periculo vincitur.
Idem facit fortuna: fortissimos sibi pares quaerit, quosdam fastidio transit. Contumacissimum quemque et rectissimum adgreditur, adversus quem vim suam intendat: ignem experitur in Mucio, paupertatem in Fabricio, exilium in Rutilio, tormenta in Regulo, venenum in Socrate, mortem in Catone. Magnum exemplum nisi mala fortuna non invenit
Il gladiatore giudica vergognoso esser messo a confronto con uno a lui inferiore e sa che è sconfitto senza gloria chi è vinto senza pericolo.
Lo stesso fa la fortuna: va in cerca dei più forti, che siano al suo livello, alcuni li trascura con disprezzo.

Assale i più fieri e retti, contro i quali possa spiegare la sua forza: prova il fuoco in Muzio , la povertà in Fabrizio6 , l’esilio in Rutilio , le torture in Regolo , il veleno in Socrate, la morte in Catone. Solo la cattiva sorte trova un grande esempio.

Anche se cade, combatte ancora in ginocchio etiam si cecidit de genu pugnat

Il passo ulteriore consiste nell’affermare la volontaria ricerca, da parte del
vir bonus, di tali opportunità che gli consentono di far emergere la sua
virtus analogamente i soldati migliori sono avidi di occasioni in cui dimostrare quanto valgono 4, IV
Gaudent, inquam, magni viri aliquando rebus adversis, non aliter quam fortes milites bello; Triumphum ego murmillonem sub Ti. Caesare de raritate munerum audivi querentem: “Quam bella” inquit “aetas perit!” Avida est periculi virtus et quo tendat, non quid passura sit cogitat, quoniam etiam quod passura est gloriae pars est. Militares viri gloriantur vulneribus, laeti fluentem meliori casu sanguinem ostentant: idem licet fecerint qui integri revertuntur ex acie, magis spectatur qui saucius redit.
Talvolta, ti dico, gli uomini forti gioiscono delle avversità non altrimenti di come i soldati valorosi gioiscono della guerra; ho sentito il gladiatore Trionfo, sotto Tiberio Cesare, lamentarsi della poca frequenza dei giochi: “Che bel periodo” disse “è passato!” La virtù è avida di pericolo e pensa dove tendere, non cosa soffrirà, giacché anche ciò che soffrirà è parte della gloria.
I soldati fanno vanto delle loro ferite, fieri ostentano il sangue che scorre più felicemente: anche se quelli che tornano illesi dal campo di battaglia hanno compiuto le stesse imprese, ma viene guardato con maggior ammirazione quello che torna ferito.
Che il saggio sopporti le avversità volontariamente (perché riconosce nel corso delle cose il volere del fato e vi aderisce senza tentennamenti), è senza dubbio concetto stoico; nel  desiderare gli incommoda, preferire le difficoltà alla quiete per esaltare il proprio valore, appare un influsso del cinismo, forse  l’amico cinico Demetrio.
Inter multa magnifica Demetri nostri et haec vox est, a qua recens sum; sonat adhuc et vibrat in auribus meis:
“Nihil” inquit “mihi videtur infelicius eo cui nihil umquam
evenit adversi.”
Non licuit enim illi se experiri. Ut ex voto illi fluxerint omnia, ut ante votum, male tamen de illo di iudicaverunt: indignus visus est a quo vinceretur aliquando fortuna, quae ignavissimum quemque refugit, quasi dicat: “Quid ergo? Istum mihi adversarium adsumam? Statim arma summittet; non opus est in illum tota potentia mea, levi comminatione pelletur, non potest sustinere vultum meum.
Alius circumspiciatur cum quo conferre possimus manum: pudet congredi cum homine vinci parato.”
Tra i molti magnifici detti del nostro Demetrio , vi è anche questo, che ho da poco udito e che mi risuona ancora presente all’orecchio:
“Nulla” disse “mi sembra più infelice di colui al quale non capita mai nessuna avversità.”
Infatti a costui non è stato possibile provare le proprie capacità. Anche se tutto è filato liscio secondo i suoi desideri, o prima ancora di essi, tuttavia gli dèi non l’hanno giudicato positivamente: è sembrato indegno di vincere ogni tanto la fortuna, che rifugge da tutti gli imbelli, come se dicesse: “E che?
Dovrei prendermi costui come avversario? Deporrà subito le armi; non è necessaria contro di lui tutta la mia potenza, sarà allontanato da una blanda minaccia, non è in grado di sostenere il mio aspetto. Si trovi un altro, col quale io possa lottare: mi vergogno di scontrarmi con un uomo rassegnato alla sconfitta.
Dal punto di vista strettamente stoico, è indifferente che la virtù sia impegnata in prove difficili o si trovi in condizioni tranquille, che sia a tutti nota o resti oscura.
Seneca nel  De Providentia  insiste molto sulla necessità degli adversa affinché la virtus si manifesti e risplenda: ciò è funzionale al ruolo di examplar per gli altri uomini che Seneca attribuisce al saggio
Il  vero obiettivo di Seneca non sia tanto giustificare l’ordine cosmico
all’ amor fati, all’accettazione volontaria della necessitas, quanto dimostrare l’autosufficienza e la libertà del saggio, anche nella situazione più difficile.
Epistulae morales ad Lucilium (16, 3-5) 
Quidquid est ex his, Lucili, vel si omnia haec sunt, philosophandum est; sive nos inexorabili lege fata constringunt, sive arbiter deus universi cuncta disposuit, sive casus res humanas sine ordine inpellit et iactat, philosophia nos tueri debet.
Haec adhortabitur ut deo libenter pareamus, ut fortunae contumaciter; haec docebit ut deum sequaris, feras casum
Qualunque sia l’ipotesi valida fra queste, o Lucilio, o anche se fossero valide tutte insieme, si deve osservare la filosofia; sia che i fati ci tengano stretti con una legge inflessibile, sia che un Dio signore dell’universo abbia disposto ogni cosa, sia che il caso spinga e agiti le vicende umane senza ordine, la filosofia deve tutelarci.
Essa ci esorterà a ubbidire a Dio volentieri, alla sorte con fierezza; essa ti insegnerà a seguire Dio, a tollerare il caso.

天下神器 il mondo è un recipiente sacro

將欲取天下而為之,吾見其不得已。天下神器,不可為也,為者敗之,執者失之。故物或行或隨;或歔或吹;或強或羸;或挫或隳。是以聖人去甚,去奢,去泰。

道德經 XXIX, 29 Dao De Jing

Vorresti afferrare il mondo e cambiarlo?

Io vedo che ciò non è possibile .

il mondo è un recipiente sacro

non si può cambiare

coloro che lo cambiano lo rovinano

coloro che lo afferrano lo perdono

in verità gli esseri

a volte precedono

a volte seguono

a volte sono lamentosi, a volte sono arroganti

 a volte sono distrutti, a volte distruggono

per questo il saggio evita l’eccesso, evita lo spreco, evita l’estremo.

Philosophia.. non in verbis sed in rebus est Seneca

 

SENECA LUCILIO SUO SALUTEM

[1]

Liquere hoc tibi, Lucili, scio,
neminem posse beate vivere, ne tolerabiliter quidem, sine sapientiae studio, et beatam vitam perfectā sapientiā effici, ceterum tolerabilem etiam inchoatā.

Sed hoc quod liquet firmandum et altius
cotidianā meditatione figendum est:
plus operis est in eo ut proposita custodias quam ut honesta proponas.

SENECA SALUTA IL SUO LUCILIO

[1]

So che ti è chiaro questo, o Lucilio,
(e cioè) che nessuno può vivere felicemente,
neppure in modo tollerabile, senza la ricerca della saggezza, e che la vita è resa felice da una saggezza completa, peraltro tollerabile
anche da (una saggezza) incompiuta.

Ma questo che è chiaro è da confermare e da fissare più in profondità con la quotidiana meditazione:
c’è più impegno nel fatto che tu mantenga i propositi che nel fatto di concepire propositi onesti.

Perseverandum est
et assiduo studio robur addendum, donec bona mens sit quod bona voluntas est.

Bisogna perseverare e con impegno assiduo aggiungere robustezza,
finché sia buona mente ciò che è buona intenzione.

[2] Itaque non opus est tibi apud me pluribus verbis aut affirmatione tam longā:
intellego multum te profecisse.

Quae scribis unde veniant scio; non sunt
ficta nec colorata. Dicam tamen quid sentiam: iam de te spem habeo,
nondum fiduciam.
Tu quoque idem facias volo: non est quod tibi cito et facile credas.

Excute te et varie scrutare et observa;
 illud ante omnia vide, utrum in 
philosophiā an in ipsā vitā profeceris.

[2] Perciò davanti a me non c’è bisogno per te di più parole o di un’affermazione così lunga:
capisco che tu hai progredito molto.

Le cose che scrivi so da dove vengono;
non sono inventate né falsate.
Dirò tuttavia che cosa penso:
ho già speranza su te, non ancora fiducia.
Voglio che anche tu faccia lo stesso: non è il caso che tu abbia sicurezza in te stesso subito e facilmente.

Scuotiti, e scruta e osserva sotto vari punti di vista;
prima di tutto vedi questo,
(cioè) se tu hai progredito nella filosofia oppure 

nella stessa vita.

[3]
Non est philosophia populare
artificium nec ostentationi paratum;
non in verbis sed in rebus est.
Nec in hoc adhibetur, ut cum aliquā oblectatione consumatur dies, ut dematur otio
nausia:
animum format et fabricat, vitam disponit, actiones regit, agenda et omittenda demonstrat, sedet ad gubernaculum et per ancipitia fluctuantium derigit cursum.
Sine hāc nemo intrepide potest vivere,
nemo secure; 

innumerabilia accidunt singulis horis quae consilium exigant, quod ab hāc
petendum est.

[3]
La filosofia non è un atteggiamento artefatto esibizionistico né finalizzato
all’ostentazione;
(non è un arte che serve a far mostra di se di fronte alla gente)

sta non nelle parole,
ma nei fatti.

Né si pratica a questo scopo, affinché la giornata trascorra con qualche
piacevolezza, affinché sia tolto il disgusto all’ozio:

plasma e costruisce l’animo, organizza la vita, governa le azioni, indica le cose da fare e le cose da tralasciare, 
siede al timone e dirige la rotta attraverso i pericoli delle situazioni burrascose.
Senza di lei 

nessuno può vivere intrepidamente, 
nessuno (può vivere) con sicurezza. 

Ogni momento accadono innumerevoli fatti che esigono una decisione che a lei è da chiedere.

[4] Dicet aliquis,”Quid mihi prodest philosophia,  si fatum est?
Quid prodest, si deus rector est?

Quid prodest, si casus imperat?

Nam et mutari certa non possunt et nihil
praeparari potest adversus incerta, sed aut consilium meum occupavit deus decrevitque quid facerem, aut consilio meo nihil
fortuna permittit.”

[4] Qualcuno dirà: “Che mi giova la filosofia, se esiste il destino?

Che giova, se un dio è colui che decide? 

Che giova, se comanda il caso?

Infatti sia i fatti prestabiliti non si possono modificare, sia nulla si può predisporre contro le cose incerte, ma o un dio ha prevenuto la mia decisione e ha deciso che cosa io dovessi fare, oppure la sorte nulla concede alla mia decisione.”

[5] Quidquid est ex his, Lucili, vel si omnia haec sunt, philosophandum est; sive nos inexorabili lege fata
constringunt, sive arbiter deus universi cuncta disposuit, sive casus res humanas sine ordine impellit et iactat, philosophia nos tueri debet.
Haec adhortabitur ut deo libenter pareamus, ut fortunae contumaciter; haec docebit ut deum sequaris, feras casum.

[5] Qualsiasi di queste ipotesi sia vera, o Lucilio, addirittura se tutte queste ipotesi sono vere, bisogna praticare la filosofia; sia che con legge inesorabile il destino ci vincoli, sia che un dio, arbitro dell’universo, abbia disposto tutto, sia che il caso spinga e agiti senza ordine le vicende umane, deve proteggerci la filosofia.

Questa ci esorterà ad obbedire di buon grado a dio, ad (obbedire) con fierezza alla sorte; questa ti insegnerà a seguire dio, a sopportare la sorte.

[6] Sed non est nunc in hanc disputationem transeundum, quid sit iuris nostri si providentia in imperio est, aut si fatorum series illigatos trahit, aut si repentina ac subita dominantur: illo nunc revertor, ut te moneam et exhorter ne patiaris impetum
animi tui delabi et refrigescere.
Contine illum et constitue, ut habitus
animi fiat quod est impetus.

[6] Ma non bisogna passare ora a questa discussione, che cosa sia di nostra competenza se la provvidenza è al comando, o se la serie dei destini ci trascina legati, o se hanno il sopravvento eventi improvvisi e subitanei: ora ritorno a quel punto, (e cioè) ad ammonirti ed esortarti a non permettere che lo slancio del tuo animo si indebolisca e si raffreddi.
Controllalo e rinforzalo, affinché diventi
un atteggiamento dell’animo quello che è uno slancio.

[7]
Iam ab initio, si te bene novi,
circumspicies quid haec epistula
munusculi attulerit:
excute illam, et invenies.
Non est quod mireris animum meum: adhuc de alieno liberalis sum.
Quare autem alienum dixi?
quidquid bene dictum est ab ullo meum
est.

[7]
Già fin dall’inizio, se ti conosco bene, cercherai con lo sguardo quale regalino abbia portato questa lettera:
leggila con attenzione e troverai.
Non è il caso che tu ammiri la mia generosità: ancora sono generoso dell’altrui. Ma perché ho detto altrui? Tutto ciò che è stato detto bene da qualcuno è mio.

Anche questo è stato detto da Epicuro:
“Se vivrai secondo natura, non sarai mai povero; se (vivrai) secondo le opinioni, non sarai mai ricco”.

Istuc quoque ab Epicuro dictum est: “Si ad naturam vives, numquam eris
pauper; si ad opiniones,
numquam eris dives”.

[8] Exiguum natura desiderat,
opinio immensum.

Congeratur in te quidquid multi locupletes possederant; ultra privatum pecuniae
modum fortuna te provehat, auro tegat,
purpura vestiat, eo deliciarum opumque
perducat ut terram marmoribus
abscondas; non tantum habere tibi liceat
sed calcare divitias; accedant statuae et
picturae et quidquid ars ulla luxuriae
elaboravit: maiora cupere ab his disces.

[8] La natura richiede poco, l’opinione una quantità smisurata.

Si ammucchi su di te tutto ciò che molti ricchi avevano posseduto; la sorte ti spinga oltre una quantità privata di denaro, ti ricopra d’oro, ti rivesta di porpora, ti conduca a tal punto di delizie e ricchezze che tu possa ricoprire la terra con marmi; non solo ti sia possibile avere, ma anche calpestare le ricchezze; si aggiungano statue e dipinti e tutto ciò che una qualche arte ha prodotto per il lusso: da queste cose imparerai a desiderare cose più grandi.

[9] Naturalia desideria finita sunt: ex falsa opinione nascentia ubi desinant non
habent; nullus enim terminus falso est.
Viā eunti aliquid extremum est:
error  immensus est.
Retrahe ergo te a vanis, et cum voles scire quod petes, utrum naturalem habeat an caecam cupiditatem, considera num possit alicubi consistere:
si longe progresso semper aliquid longius restat, scito id naturale non esse.

Vale.

[9] I desideri naturali sono limitati: quelli che nascono da una falsa opinione non hanno dove poter terminare; nessun limite infatti esiste per ciò che è falso.
Per chi va per una via esiste un qualche punto d’arrivo: l’andare errando è senza limiti.
Ritìrati dunque dalle cose vane, e quando vorrai sapere se ciò che cercherai ha un desiderio naturale o irrazionale, considera se per caso possa da qualche parte fermarsi: se, (a te) inoltrato per lungo tratto, resta sempre qualcosa di più lontano, sappi che questo non è naturale.
Stammi bene.

無狀之狀 La forma senza forma Dao De Jing 道德 經

視之不見,名曰夷;聽之不聞,名曰希;搏之不得,名曰微。此三者不可致詰,故混而為一。其上不皦,其下不昧。繩繩不可名,復歸於無物。是謂無狀之狀,無物之象,是謂惚恍。迎之不見其首,隨之不見其後。執古之道,以御今之有。能知古始,是謂道紀。

道德經 XIV, 14

Anche se cerchi di vederlo ,non è visibile .
riguardo a ciò è detto ”senza forma”
1

Ascoltandolo non lo odi è detto ”il silenzioso ”

Afferrandolo , non lo prendi è detto ”il sottile”

 

Queste tre qualità non si possono esaminare a fondo
perchè si mescolano e divengono un ‘unità

Il suo sopra non è luminoso

il suo sotto non è oscuro

oscuramente visibile , non è possibile dargli un nome e ritorna a ciò che è senza sostanza
Questo è detto la forma senza la forma , l’immagine che è senza sostanza
E’ detto il confuso l’indistinto
se gli vai incontro non vedi la testa

se lo segui non vedi la coda

Tieni saldo il Dao degli antichi

per governare l’esistenza presente

Conosci l’antica origine:

questo è detto svolgere il filo del Dao

 

confer

1 traduzione 井筒 俊彦 Izutsu Toshihiko

2 Augusto Shantena Sabbadini  Tao Te Ching.

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