Selene Calloni Williams le sue radici  sciamanismo e  buddismo Theravada 

In questo intervento al Festival della Cosapevolezza, Selene Calloni Williams esplora la fusione tra le sue radici nello sciamanismo e nel buddismo Theravada per guidare gli ascoltatori verso l’intelligenza spirituale. L’autrice descrive lo sciamanismo come una tecnica dell’estasi che utilizza il ritmo dei tamburi e il respiro circolare per risvegliare l’energia vitale e superare i confini dell’io. Parallelamente, introduce la pratica della meditazione Vipassana, focalizzata sulla consapevolezza dell’attimo presente, sull’osservazione dell’impermanenza e sull’accoglienza delle proprie emozioni senza giudizio. Attraverso formule meditative poetiche, la relatrice insegna a percepire il corpo e gli eventi come fenomeni di relazione privi di un io solido, invitando a una vita libera dalla paura. L’obiettivo finale del percorso è raggiungere il Samadhi, ovvero l’unione con il tutto, ricordando la propria natura autentica di esseri risvegliati.

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L’approccio di Selene Calloni Williams si fonda su due pilastri fondamentali:

Lo sciamanismo: Definito come la “tecnica dell’estasi”, è una forma di yoga arcaico e primordiale attraverso cui l’uomo può conoscere veramente la realtà In questa prospettiva, l’intelligenza spirituale coincide con l’estasi.

Il buddismo Theravada: Appreso durante sei anni di vita in un romitaggio nella foresta in Sri Lanka, dove l’autrice ha ricevuto gli ordini monastici. Qui, l’intelligenza spirituale è intesa come consapevolezza e attenzione cosciente nell’attimo presente, senza giudizio o analisi razionale.

La Pratica Sciamanica: Il Tamburo e il Respiro

L’esperienza inizia con il risveglio dell’energia attraverso strumenti e tecniche fisiche:

Il Tamburo: È considerato il linguaggio della natura e dell’anima. Selene utilizza diversi tamburi: uno triangolare per risvegliare la Kundalini (l’energia vitale) e uno di pelle di lupo (sognato secondo la tradizione turco-mongola) per indurre il ricordo di sé….

Il Respiro Circolare e di Fuoco: Una tecnica di respirazione veloce, continua e senza pause che mira a raggiungere un livello energetico superiore. Il cosiddetto “respiro di fuoco” serve a far salire l’aria nella testa per “bruciare la mente” razionale e lasciare andare pensieri e identità
Dalle fonti emerge che, in una prospettiva sciamanica, l’intelligenza spirituale è definita come estasi1.

Questa visione si fonda su diversi concetti chiave espressi dall’autrice:

La tecnica dell’estasi: Lo sciamanismo è descritto come uno yoga arcaico, primitivo e primordiale che trova la sua essenza proprio nel fenomeno dell’estasi. Citando Mircea Eliade, l’autrice sottolinea che è solo nell’estasi che l’uomo conosce veramente la realtà, superando i limiti della filosofia razionale.

Identità tra coscienza ed energia: Nello sciamanismo, l’intelligenza spirituale è legata alla consapevolezza che la coscienza è energia e l’energia è coscienza. Per questo motivo, la pratica sciamanica utilizza strumenti come il tamburo e tecniche di respirazione circolare per innalzare il livello energetico del praticante, conducendolo verso lo stato estatico.

Superamento della mente razionale: L’estasi sciamanica permette di accedere a una “mente più vasta” o “sovramente”, che l’autrice paragona al “pensiero del cuore” di James Hillman o alla capacità di “pensare come la foresta”.

Il ruolo del tamburo: Il tamburo è considerato il linguaggio della natura e dell’anima; il suo suono è lo strumento principale per condurre l’individuo nell’estasi, permettendo all’anima di parlare prima della ragione.

La paura come ostacolo: Viene esplicitamente affermato che la paura è l’unico vero ostacolo all’intelligenza spirituale e all’estasi. Solo dissolvendo la paura e ricordando la propria natura profonda (attraverso il concetto di Sammasati) è possibile accedere pienamente a questa forma di intelligenza

In sintesi, mentre nel buddismo l’intelligenza spirituale è associata all’attenzione cosciente nel presente, nello sciamanismo essa coincide con la capacità di uscire da sé attraverso l’estasi per attingere a una conoscenza superiore e primordiale

La Meditazione Buddistha: Satipattana e Anapanasati

La sessione prosegue con la meditazione seduta, focalizzata sulla piena attenzione cosciente (Vipassana):

Asana Samadhi: Il primo livello di unione con il tutto si raggiunge attraverso l’immobilità e la nobiltà della postura.

Anapanasati: L’attenzione al respiro spontaneo. Il respiro è descritto come un ponte che collega l’individuo a tutti gli esseri e al cosmo intero.

Anicca (Impermanenza): La pratica di osservare come ogni cellula e ogni fenomeno “appaia e svanisca” incessantemente, come luce di lampo. Comprendere che vita e morte sono simultanee permette di dissolvere la paura

Concetti Chiave e Trasformazione Interiore

Cittamaia (Inganno della Coscienza): La mente crea l’illusione di un “io” separato e di oggetti materiali solidi per esercitare controllo, ma in realtà siamo onde in un oceano infinito

Il Dharma: È la legge o la corrente che muove gli eventi. Comprendere il proprio Dharma significa non subire più gli eventi, ma imparare a co-creare con essi, trasformando la vita in una “suprema protezione”

Gestione delle Emozioni e dei “Demoni”: Selene insegna a non respingere le emozioni negative o i disagi fisici, ma ad accoglierli come “dei antichi” o “alleati”… Respirare dentro il fastidio e offrirgli un posto permette di andare oltre la mente egoica.

Sammasati: È il mantra finale, l’ultima parola del Buddha, che significa “ricorda chi sei”. L’invito è ricordare la propria natura di “Buddha”, ovvero di essere risvegliato e privo di paura.

Per chiarire il concetto di Cittamaia e del superamento dell’io, si può pensare alla materia come a una danza di Shiva o a un’onda: proprio come non è possibile separare un’onda dall’oceano, non è possibile separare il corpo o l’individuo dal resto del cosmo, sebbene i nostri sensi ci ingannino facendoci credere il contrario

Nella visione sciamanica di Selene Calloni Williams, il tamburo non è un semplice strumento musicale, ma un elemento sacro e funzionale che riveste molteplici significati profondi:

Linguaggio dell’anima e della natura: Il tamburo è definito esplicitamente come il linguaggio della natura e dell’anima. Esso viene utilizzato per far parlare queste parti profonde prima di ogni altra cosa.

Strumento per l’estasi: Coerentemente con la definizione di sciamanismo come “tecnica dell’estasi”, il tamburo rappresenta il mezzo principale che conduce il praticante nello stato estatico. È solo attraverso l’estasi, infatti, che l’essere umano può conoscere veramente la realtà.

Risveglio dell’energia (Kundalini): Esistono diverse tipologie di tamburi con funzioni specifiche. Ad esempio, il tamburo triangolare ha lo scopo di risvegliare la Kundalini, ovvero l’energia vitale, partendo dal presupposto che la coscienza è energia e viceversa.

Guida per l’inconscio e gli antenati: Il suono del tamburo funge da guida per evocare gli spiriti, gli antenati, le forze inconsce e la propria ombra. Aiuta il praticante a navigare in dimensioni che vanno oltre la mente razionale.

Dissoluzione dell’identità: Durante pratiche come il “respiro di fuoco”, il tamburo (come quello di pelle di wapiti) sostiene il processo di “bruciare la mente”, permettendo di lasciare andare i pensieri, la pesantezza e persino la propria identità individuale.

Oggetto sognato e sacro: Secondo la tradizione turco-mongola citata dall’autrice, lo sciamano non costruisce il tamburo arbitrariamente, ma lo sogna, insieme all’animale che ne donerà la pelle (come nel caso del lupo). Questi strumenti possono recare incisioni di figure mitologiche, come Amirani, il primo sciamano sulla terra, rafforzando il legame con l’origine della pratica6.

Richiamo al Ricordo di Sé: Il suono del tamburo accompagna il mantra Sammasati, che significa “ricorda chi sei”. In questo contesto, rappresenta un invito a non avere paura e a ricordare la propria natura di “Buddha” o essere risvegliato.

In sintesi, il tamburo agisce come un ponte vibrazionale che scardina i limiti della ragione per connettere l’individuo alla vastità del cosmo e alla verità del proprio essere.

Nel contesto del Satipattana Sutta, definito dall’autrice come “il cammino della piena attenzione cosciente”, i quattro fondamenti della consapevolezza sono i seguenti:

1. Il Corpo: Questo primo fondamento riguarda la consapevolezza della postura fisica, che deve ispirare nobiltà e dignità (Asana Samadhi), e l’attenzione al respiro spontaneo (Anapanasati)…. L’autrice invita a vedere il corpo non come un’entità solida o un “io” separato, ma come un’onda dell’oceano che nasce e svanisce, o come una “danza di elementi” (acqua, aria, terra e fuoco) in costante aggregazione e disgregazione. Include anche la visualizzazione degli organi interni, considerati “dei” che la mente tenta di oggettivare per esercitare controllo.

2. Le Sensazioni: La pratica consiste nell’osservare ciò che si prova a livello fisico (dolore, fastidio, calore, formicolio) senza definirlo o giudicarlo. Queste sensazioni sono descritte come pura energia o “vibrazioni” nello stato della non-mente. L’istruzione è quella di respirare dentro il disagio, offrendo “un posto al proprio demone” invece di respingerlo.

3. Gli Stati Mentali: Questo pilastro riguarda l’osservazione delle emozioni e dei sentimenti (come rabbia, frustrazione, eccitazione o serenità). L’autrice suggerisce di accogliere ogni emozione come un “Dio antico” che bussa alla porta, permettendo a tale forza di bruciare ciò che non siamo più affinché possa emergere la nostra vera natura.

4. I Fenomeni (o Eventi): L’ultimo fondamento riguarda la comprensione che gli eventi della vita non hanno un “io” come soggetto, ma accadono in virtù di una relazione universale guidata dal Dharma (la legge o corrente universale). Comprendere questo fondamento significa smettere di essere vittime degli eventi e imparare a “cavalcare la corrente” insieme ad essi.

Attraverso la meditazione su questi quattro elementi, si realizza l’Anicca (l’impermanenza), comprendendo che tutto “appare e svanisce” come luce di lampo, il che permette di dissolvere la paura e raggiungere una mente liberata….

Per comprendere meglio questa visione, si può immaginare la realtà come un grande oceano: i quattro fondamenti ci insegnano a non identificarci con la singola onda (il corpo o l’evento passeggero), ma a riconoscere che siamo l’intero oceano in movimento, dove ogni vibrazione è parte di un’unica, incessante relazione

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Ci sono eventi nella vita che non ci cambiano, ma ci rivelano. Selene, ragazzina persa in una provincia italiana degli anni Ottanta che insegue esclusivamente valori materiali, si ritrova a fuggire – piena di ferite e di nevrosi, dovute anche alla morte di suo padre – in Sri Lanka, per lavorare in un villaggio turistico italiano. In questa terra martoriata da una sanguinosa guerra civile, Selene incontra e perde altri padri, maestri spirituali come Michael Williams, colui che le insegna le pratiche arcaiche dello yoga e delle arti marziali e che le lascia in eredità il sigillo sciamanico; come Gatha Thera, il maestro di meditazione con il quale vive in un eremo nella giungla, dove viene iniziata monaco, poiché il lignaggio femminile, scomparso da tempo, sarà ripristinato solo negli anni Novanta. Come James Hillman, il grande psicoanalista, che diventa suo maestro in Occidente. Il mito di Selene si consuma nel flusso delle iniziazioni, ogni perdita è un rito di passaggio, un’occasione di ascolto del legame con l’universo sotto nuove forme. La natura diventa sua interlocutrice silenziosa e viva, rifugio e guida, facendole ritrovare la sua integrità e dissolvendo il suo Io, fino al ritorno in Europa. Con parole intense e luminose, l’autrice racconta il suo percorso interiore: fino al tentativo di suicidio e all’emergere dalla depressione. Tutto si compie e anche la ricerca dell’amore si rivela un espediente della grande avventura dell’anima verso l’invincibilità. Selene Calloni Williams, tra le counselor più famose e accreditate nel mondo del buddismo internazionale, seguitissima sui social, racconta per la prima volta la sua storia in questo nuovo libro, che lascia un’impronta nell’anima e apre porte che non si possono più richiudere.

Nel buddismo Theravada, secondo quanto spiegato da Selene Calloni Williams, l’intelligenza spirituale è definita come consapevolezza e attenzione cosciente.

Questa forma di intelligenza si manifesta attraverso le seguenti caratteristiche:

Presenza nell’attimo: Essere pienamente attenti nel momento presente, evitando di analizzare, giudicare o ragionare.

Oltre la mente razionale: L’analisi e il giudizio sono visti come ostacoli perché portano la mente nel passato o nel futuro, inducendo a fare comparazioni e facendo perdere il contatto con l’istante attuale1.

Accesso a una “sovramente”: Praticare questa consapevolezza permette di accedere a una mente più vasta, che l’autrice definisce anche come “sovramente” (overmind) o “pensiero del cuore”.

Istinto risvegliato: Tale stato è descritto come un istinto risvegliato e consapevole, paragonabile alla capacità di “pensare come la foresta”.

Assenza di paura: La paura è identificata come l’unico vero ostacolo al raggiungimento della piena attenzione cosciente e dell’intelligenza spirituale.

Per comprendere meglio questo concetto, si può immaginare l’intelligenza spirituale come uno specchio d’acqua perfettamente immobile: se l’acqua è agitata dal vento del giudizio o dell’analisi, l’immagine riflessa (la realtà) risulta distorta; solo quando l’acqua è ferma e silente può riflettere le cose esattamente come sono nell’attimo presente.

Nel Satipattana Sutta, definito dall’autrice come “il cammino della piena attenzione cosciente”, vengono individuati quattro fondamenti della consapevolezza: il corpo, le sensazioni, gli stati mentali e i fenomeni (o eventi).

Ecco un’analisi dettagliata di ciascun fondamento basata sulle fonti:

Il Corpo: La pratica inizia con la consapevolezza della postura, che deve essere nobile e dignitosa per raggiungere l’asana samadhi, ovvero l’unione con il tutto attraverso l’immobilità…. Il corpo non è visto come un’entità solida o un “io” separato, ma come un’onda dell’oceano che appare e svanisce, una danza di elementi (acqua, aria, terra e fuoco) in costante aggregazione e disgregazione.
La consapevolezza include anche l’anapanasati (attenzione al respiro spontaneo) e la visualizzazione degli organi interni, considerati “dei” che la mente tenta di oggettivare per esercitare controllo….

Le Sensazioni: Questo livello riguarda l’osservazione di ciò che si prova fisicamente, come dolore, fastidio o calore, senza definirlo o giudicarlo…. L’autrice suggerisce di non respingere il disagio, ma di “offrire un posto al proprio demone”, riconoscendo che ogni sensazione, se non definita dalla mente, è pura energia e vibrazione

Gli Stati Mentali: Si tratta di accogliere le emozioni (rabbia, frustrazione, serenità) come “dei antichi” che bussano alla porta. Invece di analizzarle, bisogna lasciare che queste forze “brucino ciò che non siamo più” affinché possa emergere la nostra vera natura, trasformando l’emozione in una via verso una mente liberata.

I Fenomeni (o Eventi): L’ultimo fondamento insegna che gli eventi della vita non hanno un “io” come soggetto, ma accadono in virtù di una relazione universale…. Essi sono guidati dal Dharma, la legge o corrente che muove le onde dell’oceano. Comprendere questo significa smettere di subire gli eventi per imparare a “cavalcare la corrente”, trasformando la comprensione del proprio Dharma in una “suprema protezione”.

Attraverso la meditazione su questi quattro pilastri, il praticante realizza l’Anicca (l’impermanenza): la comprensione che ogni cellula, pensiero o evento “appare e svanisce” incessantemente come luce di lampo. Questa consapevolezza profonda permette di lasciare andare la paura, che è descritta come l’unico vero ostacolo all’intelligenza spirituale.

Per comprendere questa visione, si può immaginare la realtà come un grande oceano: i quattro fondamenti ci insegnano a non identificarci con la singola onda (il corpo o l’evento passeggero), ma a riconoscere che siamo l’intero oceano in movimento, dove ogni vibrazione è parte di un’unica, incessante relazione

Il primo livello: L’autrice identifica il gradino iniziale di questo stato come asana samadi, ovvero il samadi della postura.

Il ruolo dell’immobilità: Questo primo livello si raggiunge attraverso l’immobilità del corpo durante la meditazione; il testo afferma infatti che “non c’è libertà senza immobilità”.

Esperienza personale: Selene Calloni Williams racconta di aver sperimentato il suo primo samadi quando, seguendo il consiglio del suo maestro, è riuscita finalmente a “pensare come la foresta”.

Superamento dell’io: Il samadi è strettamente legato alla comprensione che il corpo non ha un’individualità separata, ma è come un’onda dell’oceano che non può essere divisa dalla vastità dell’acqua stessa.

In sintesi, il samadi rappresenta il momento in cui la percezione di essere un “io” separato svanisce per lasciare posto alla consapevolezza di essere parte di un’unica realtà universale.

Per visualizzare meglio questo concetto, si può immaginare il samadi come il momento in cui una goccia di pioggia cade nel mare: in quell’istante, la goccia non smette di esistere, ma smette di essere solo una goccia per diventare l’intero oceano.

Una pratica comune è la ripetizione mentale di “Buddho” (che significa “il Risvegliato”): si dice “Bud-” sull’inspirazione e “-dho” sull’espirazione, sincronizzata con il respiro. Questo aiuta a focalizzare la mente ed è insegnata nella tradizione della Foresta Thailandese (es. da maestri come Ajahn Chah o Ajahn Mun)
jahn Mun (1870–1949): Il Pioniere Solitario

Ajahn Mun Bhuridatta è considerato il padre della moderna tradizione della foresta. In un’epoca in cui il buddismo tailandese era diventato molto accademico e cerimoniale, lui scelse di tornare alle origini: vivere nella giungla come il Buddha.

L’Eredità: Non scrisse libri. La sua vita ci è nota grazie ai racconti dei suoi discepoli. È visto come un santo (Arhat) con capacità intuitive e spirituali quasi leggendarie.

Lo Stile: Estremamente austero e rigoroso. Passò quasi tutta la vita camminando nelle giungle più remote di Thailandia e Laos.

L’Insegnamento: Si concentrava sulla lotta diretta contro le impurità della mente (kilesas) attraverso una disciplina ferrea e la meditazione profonda.
L’Eredità: Non scrisse libri. La sua vita ci è nota grazie ai racconti dei suoi discepoli. È visto come un santo (Arhat) con capacità intuitive e spirituali quasi leggendarie.
Ajahn Chah (1918–1992): Il Grande Comunicatore

Ajahn Chah fu un discepolo della stirpe di Ajahn Mun (lo incontrò brevemente, ricevendo istruzioni che cambiarono la sua vita). È probabilmente il monaco della foresta più amato e conosciuto in Occidente.

L’Eredità: Fondò il monastero Wat Pah Nanachat appositamente per gli stranieri, permettendo alla saggezza della foresta di arrivare in Europa e America.

Lo Stile: Estremamente semplice, diretto e dotato di un grande senso dell’umorismo. Sapeva spiegare concetti metafisici complessi usando metafore quotidiane (come “il bicchiere rotto” o “l’albero che cresce”).

L’Insegnamento: Il suo focus era la consapevolezza nella vita quotidiana e l’arte del lasciar andare. A differenza di Ajahn Mun, che era più solitario, Ajahn Chah creò grandi comunità monastiche.
L’Eredità: Fondò il monastero Wat Pah Nanachat appositamente per gli stranieri, permettendo alla saggezza della foresta di arrivare in Europa e America.

Poiché Ajahn Mun non ha mai scritto libri (preferiva insegnare oralmente nella giungla), i “testi” che abbiamo sono trascrizioni dei suoi discorsi raccolte dai suoi discepoli. Il testo più famoso che racchiude l’essenza del suo insegnamento è intitolato “Muttodaya” (che significa Un Cuore Liberato).

Ecco un estratto significativo che riassume la sua filosofia della pratica:

L’Essenza del Cuore (dal “Muttodaya”)

“Tutti i Dharma (insegnamenti) scaturiscono dal cuore. Il cuore è il precursore, il cuore è il capo. Se si comprende chiaramente il proprio cuore, si comprende tutto.

Il mondo esterno è un riflesso della mente. Non cercate la verità lontano da voi stessi. Il corpo è come una città, i sensi sono le sue porte, e la mente è il re che vi risiede. Se il re è saggio e vigile, la città è sicura. Se il re è ottenebrato dal desiderio e dall’illusione, la città cade nel caos.

La pratica non consiste nel leggere molti libri, ma nel guardare direttamente il ‘Sapiente’ (la consapevolezza) dentro di sé. Usate la parola ‘Buddho’ (Sveglio) come un’ancora. Inspirate ‘Bud-‘, espirate ‘dho’. Fatelo finché la mente non diventa una cosa sola con la consapevolezza, ferma come una roccia e chiara come l’acqua di sorgente.”


Punti chiave di questo testo:

  1. Centralità della Mente (Citta): Per Ajahn Mun, la mente non addestrata è la fonte di ogni sofferenza, ma la mente illuminata è la fonte della liberazione.
  2. Pratica Diretta: Esortava a non perdersi nella teoria accademica, ma a “leggere il proprio cuore” attraverso la meditazione.
  3. Il Mantra “Buddho”: È la tecnica distintiva che ha tramandato: ripetere mentalmente “Buddho” per focalizzare l’attenzione e calmare i pensieri.
  4. L’Austerità: Il testo sottolinea che la vera saggezza nasce dalla disciplina e dalla rinuncia alle distrazioni mondane.

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