L’insegnamento più difficile, il più ricco, il più potente per non restare preda delle reti del samsara संसार per non affondare nella avidyā अविद्या; 無明
Satis natura homini dedit roboris si illo utamur, si vires nostras colligamus ac totas pro nobis, certe non contra nos concitemus. Nolle in causa est, non posse praetenditur.
La natura ha dato all’uomo forza sufficiente perché ne facciamo uso, a patto che chiamiamo a raccolta le nostre forze e le muoviamo tutte in nostro favore, non contro di noi. Il vero motivo è la mancanza di volontà, l’impossibilità è un pretesto.
SENECA EPISTULAE MORALES AD LUCILIUM LIBRO 19 PAR. 116
L’impermanenza (in sanscrito anitya, in cinese/giapponese 無常 wúcháng/mujō, in tibetano མི་རྟག་པ་ mi rtag pa, e collegata al detto greco πάντα ῥεῖ “tutto scorre”) è il principio secondo cui tutto ciò che esiste è soggetto a cambiamento, nascita, trasformazione e cessazione.
Anitya (अनित्य): uno dei tre “sigilli del Dharma” (trilakṣaṇa) nel buddhismo. Tutto ciò che è condizionato è impermanente: non esiste un’entità fissa e permanente. Comprendere anitya porta a ridurre l’attaccamento e la sofferenza.
無常 (wúcháng / mujō): termine usato nel buddhismo cinese e giapponese. Esprime la stessa idea di transitorietà di tutte le cose. In Giappone è strettamente legato all’estetica del mono no aware (la malinconia dolce di fronte alla caducità delle cose).物の哀れ 物 (mono) = cosa, oggetto, fenomeno
Insieme esprimono il sentimento di dolce malinconia e tenerezza di fronte alla caducità e alla bellezza transitoria delle cose.
མི་རྟག་པ་ (mi rtag pa): equivalente tibetano di anitya. Nella tradizione tibetana si medita frequentemente sull’impermanenza della vita, del corpo e dei fenomeni per coltivare urgenza spirituale e distacco.
πάντα ῥεῖ (“tutto scorre”): frase attribuita a Eraclito. Esprime l’idea che la realtà è un flusso continuo, senza stabilità assoluta. Anche se nasce in un contesto filosofico greco diverso, è spesso accostata all’impermanenza buddhista per la sua intuizione sul divenire.
L’impermanenza non è solo un’osservazione filosofica: è un invito a vedere la realtà come processo piuttosto che come sostanza fissa. Riconoscerla aiuta a non aggrapparsi a ciò che inevitabilmente cambia e a vivere con maggiore chiarezza e meno sofferenza.
Wabi-sabi (侘寂) è una filosofia estetica giapponese che celebra la bellezza dell’imperfetto, dell’impermanente e dell’incompleto. È uno sguardo sul mondo che trova valore nella semplicità rustica, nei segni del tempo e nella quieta malinconia delle cose che passano.
Wabi (侘): in origine indicava la solitudine e la povertà di chi viveva lontano dalla società. Col tempo ha assunto un senso positivo: semplicità austera, eleganza sobria, apprezzamento delle cose modeste e naturali.
Sabi (寂): evoca la patina del tempo, la bellezza che emerge con l’invecchiamento, la quiete malinconica degli oggetti che mostrano i segni dell’uso e del passare degli anni.
Insieme, wabi-sabi descrive un’estetica che non cerca la perfezione simmetrica o la giovinezza eterna, ma la profondità che nasce dalla transitorietà.Principi fondamentali
Impermanenza (mujō): tutto cambia, invecchia e scompare. Il wabi-sabi non combatte questo fatto, lo accoglie come fonte di bellezza.
Imperfezione: crepe, asimmetrie, irregolarità non sono difetti da correggere, ma segni di autenticità e vitalità.
Incompletezza: ciò che è lasciato incompiuto o aperto invita l’immaginazione e lascia spazio al vuoto (ma).
Semplicità e sobrietà: rifiuto del superfluo, predilezione per materiali naturali (legno, argilla, pietra, carta) e forme essenziali.
Malinconia dolce: legata al mono no aware, la tenerezza malinconica di fronte alla caducità delle cose.
Fondamenti filosoficiIl wabi-sabi affonda le radici nello Zen e nel buddhismo. Condivide con il concetto di anitya (impermanenza) e con il mono no aware l’idea che la realtà sia flusso continuo. Non si tratta di un pessimismo, ma di un’accettazione serena che libera dall’attaccamento alla perfezione e alla permanenza. Nella cerimonia del tè (chanoyu), perfezionata da Sen no Rikyū nel XVI secolo, il wabi-sabi trova una delle sue espressioni più pure: oggetti semplici, ciotole irregolari, ambienti spogli, silenzio e attenzione al momento presente.Manifestazioni estetiche
Ceramica: ciotole raku o shigaraki con forme asimmetriche, smalti irregolari e crepe.
Architettura e giardini: case di tè (chashitsu), giardini secchi (karesansui), materiali lasciati invecchiare naturalmente.
Arte e design: ikebana, calligrafia, arredi minimali, valorizzazione del vuoto e della luce soffusa.
Oggetti quotidiani: un vaso incrinato riparato con la tecnica kintsugi (oro nelle fessure) diventa più bello proprio per le sue “ferite”.
Nella sua forma più autentica, però, rimane una pratica esistenziale: imparare a vedere la bellezza in ciò che è fragile, incompleto e destinato a cambiare.
In un’epoca ossessionata dalla perfezione digitale e dalla giovinezza eterna, propone un’alternativa più umana e compassionevole.
In sintesi, il wabi-sabi non è solo uno stile estetico: è una filosofia che invita a vivere con maggiore presenza, umiltà e tenerezza di fronte alla natura impermanente di tutte le cose.
Wabi-sabi e mujō (無常) sono strettamente intrecciati: il wabi-sabi è, in sostanza, l’espressione estetica e esistenziale del concetto buddhista di mujō.
Il legame essenziale
Mujō significa impermanenza: tutto ciò che esiste è soggetto a nascita, cambiamento e cessazione. Nulla rimane fisso o eterno. Il wabi-sabi non si limita a riconoscere questa verità: la trasforma in fonte di bellezza. Invece di fuggire o negare la caducità, la celebra.
Ecco come si collegano:
L’impermanenza come origine della bellezza Nel wabi-sabi, i segni del tempo — crepe, ruggine, patina, usura — non sono difetti, ma testimonianze vive di mujō. Un oggetto diventa più bello proprio perché mostra di aver vissuto e di essere destinato a cambiare ancora.
Accettazione invece di resistenza Mentre mujō descrive la realtà (tutto scorre), il wabi-sabi propone un modo di stare in quella realtà: con sobrietà, quiete e tenerezza. È una risposta estetica e spirituale all’impermanenza.
Collegamento con mono no aware Entrambi i concetti condividono la malinconia dolce di fronte alla transitorietà. Il wabi-sabi, però, aggiunge una dimensione più concreta e materiale: valorizza gli oggetti semplici e imperfetti che incarnano visibilmente mujō.
Radici zen Nella pratica zen, meditare su mujō serve a liberarsi dall’attaccamento. Il wabi-sabi traduce questa consapevolezza in forme artistiche (cerimonia del tè, ceramiche irregolari, giardini secchi), rendendo l’impermanenza non solo un’idea, ma un’esperienza sensoriale e quotidiana.
Concetto
Natura
Rapporto con l’impermanenza
Mujō
Principio filosofico/buddhista
Descrive la realtà: tutto è transitorio
Wabi-sabi
Estetica e stile di vita
Trova bellezza proprio in quella transitorietà
Il wabi-sabi è quindi il volto estetico di mujō: non combatte il divenire, ma lo accoglie come la condizione stessa della bellezza autentica.
La ciotola “Fujisan” (富士山) di Hon’ami Kōetsu (本阿弥光悦, 1558–1637).
, uno dei primi maestri raku, è considerata un capolavoro. Ha una forma semplice e potente, con una superficie nera opaca e una leggera irregolarità che evoca la quiete e la caducità.Un altro esempio molto chiaro è il kintsugi (金継ぎ): la tecnica di riparare ceramiche rotte con lacca e polvere d’oro. Le crepe non vengono nascoste, ma esaltate con linee dorate. L’oggetto rotto e riparato diventa più bello proprio perché porta i segni della sua storia e della sua impermanenza (mujō). Questi oggetti non cercano la perfezione eterna: celebrano invece il fatto che tutto cambia, invecchia e porta i segni del tempo.
La tazza da tè bianca a metà in ceramica Raku è un tesoro nazionale giapponese . Si tratta di una tazza da tè in ceramica Raku , chiamata Fujisan , realizzatanel XVII secolo ( periodo Edo ) da Hon’ami Kōetsu . È conosciuta anche come tazza da tè Furisode .
« Tutto ciò che c’è di maestoso e solenne, che possiede le qualità dell’eccellenza e della virtù ed ispira un sentimento di meraviglia, è considerato kami » Motoori Norinaga 本居 宣長 scrittore, erudito e intellettuale Periodo Edo
”Nei miti e nelle leggende sull’Albero della Vita abbiamo spesso trovato implicita l’idea che esso si trova nel centro dell’Universo e collega Cielo, Terra e Inferno. Questo dettaglio di topografia mitica ha valore particolarissimo nelle credenze dei popoli nordici, sia altaici che germanici e centro-asiatici..” Mircea Eliade, Albero – “Axis Mundi”, in Trattato di storia delle religioni
Sin dai tempi antichi certi alberi o addirittura interi boschi erano considerati sacri. Gli alberi sacri sono visti frequentemente in Giappone e sono circondati da sacre corde di paglia shimenawa 標 縄 · 注 連 縄 · 七五 三 縄 corda di paglia appesa all’ingresso o attorno al perimetro di un’area per delinearlo come uno spazio sacro o puro, interno ad santuario, o un sito rituale. Nella Tradizione d’Occidente troviamo boschi ed alberi sacri nei Nemeton luoghi sacri naturali, o Lucus e Nemus , ed alberi archetipici AXIS MUNDI come Yggdrasill.
Il keidai 境内, spazio sacro dove un kami 神 deve essere onorato, è circondato dallo shimenawa per indicare che a nessuno è permesso entrare, umani o spiriti e fantasmi ribelli.
大 銀杏 Il grande Ichō Ginko
Il grande ginkgo invecchiato si trova all’interno dei confini del tempio buddista di 1.300 anni Shōbōji nella prefettura di Saitama. Situato in cima a una collina, l’albero si affaccia sulle montagne ondulate della regione di Chichibu e sulla vasta pianura di Kantō che comprende Tokyo, accanto a una sala di legno dedicata a Kannon, 観音 dea della misericordia.
Il grande Ichō a Shōbōji (Prefettura di Saitama)Circonferenza del tronco: 10,9 m; altezza: 31 m; Età: 700 anni
Hōryō Ichō (Prefettura di Aomori)
Aza-ichōnoki, Hōryō, Towada, Prefettura di Aomori, Circonferenza del tronco: 13,48 m; altezza: 31 m; Età: 1.100 anni
Secondo la leggenda questo grande ichō fu piantato qualche tempo durante il primo periodo Heian (794-1185) per commemorare la fondazione del tempio buddista Zenshōji Nel 1926 divenne uno dei primi ginkgo designato come monumento naturale nazionale.
et Ligures durum in armis genus (Livio XXVII 48, 10) popolo forte, tenace, nell’uso delle armi.
figura di guerriero che impugna un pennato – roccia 12 – Seradina (Valcamonica)
Le rocce dei pennati, rocce sacre dei Liguri Apuani, nelle Alpi Apuane il pennato, detta dai latini falx arboraria, è un tipico strumento ancora oggi usato dai boscaioli, caratterizzato da una breve impugnatura, una lama larga e lunga 30/40 cm con la punta ricurva in avanti. Strumenti la cui forma è rimasta inalterata da oltre tremila anni. Oggetto di valore simbolico oltre che di utilità pratica, forse legata ai culti della natura Una delle ipotesi formulate conduce al culto del Dio etrusco – romano Selvans – Silvanus molto venerato nella zona Apuana
Le popolazioni apuane avevano un marcato senso del sacro e forte era l’animismo che le legava al culto della roccia, delle sorgenti e delle vette. Il dio delle vette era Pen/Pan e con tale radice prendono il nome molte delle montagne Apuane. Il dio delle selve era Silvano, molto adorato e, nell’iconografia, è rappresentato con un pennato, utensile e arma che da tempo immemorabile è collegato a forti simbolismi: dalla falce di Saturno al falcetto d’oro dei Druidi
Presso le Roccia del Sole, gruppo di incisioni probabilmente legate a ritualità di iniziazione
Il fatto che i siti con le incisioni si trovino in altura e su rocce panoramiche dominanti, spesso allineate con il moto solare e le vette delle montagne, farebbe pensare a luoghi preposti a particolari adunanze, come per esempio i “conciliabula” (riunioni nelle quali erano discusse argomentazioni di carattere socio-amministrativo o bellico). Questi luoghi sembrano caratterizzarsi sopratutto per una funzione cultuale comune ed è probabile che l’atto di incidere il pennato sia stato una specie di ex-voto in adorazione di una divinità che antropomorfizza le forze naturali (per esempio il dio Silvano); questa affascinante ipotesi però necessita ancora di altre verifiche e analisi più approfondite per essere confermata
Confer XXIV Valcamonica Symposium 2011 364 Giancarlo Sani Terre Alte – Comitato Scientifico – Le rocce dei pennati Sulle tracce delle rocce sacre dei Liguri – Apuani nelle Alpi Apuane (Toscana Nord Occidentale)
Disposti in allineamento a ricordare antiche e mai perdute tradizioni culturali….
I gruppi di statue stele appaiono sempre dislocati lungo direttrici ben precise, in situazioni geografiche ed ambientali altrettanto caratteristiche e ricorrenti, in prossimità di corsi d’acqua ed in zone montuose, lungo grandi valli di collegamento e in zone montane in corrispondenza di importanti vie di comunicazione tra vaste regioni d’Europa.
una duplice interpretazione di questi monumenti megalitici, sia “sacra” che “profana”.
In un caso le statue stele potevano rivestire significati simbolici e astratti, legati alla sfera del culto religioso, e rappresentare immagini di divinità celesti, nell’altro potevano raffigurare personaggi reali viventi o defunti che, comunque, dovevano aver avuto una posizione sociale emergente all’interno della comunità (antenati eroizzati, capi o capostipiti del clan patriarcale).
Le statue stele potevano rappresentare immagini di entità protettrici o di personaggi reali posti come punti di riferimento o di “guardia ” alla sommità dei villaggi, in zone di caccia, di transito o di interesse economico.
Come nel Neolitico con la scoperta dell’agricoltura si era affermata e diffusa l’immagine femminile, nell’età dei Metalli, all’interno di comunità di mercanti-nomadi-guerrieri, assume maggiore importanza la figura maschile. Le statue stele appaiono così riflessi di credenze e probabilmente di attività che facevano perno su entità “sovrumane” (nel senso di divinità), o almeno “superumane”, connesse non a uomini singoli ma a gruppi sociali o tribali dotati di competenze tali da acquisire valore e prestigio.
Occasionalmente Jung definiva i poteri numinosi della psiche in termini animistici, ”come certi fattori dinamici che concepiamo come ”poteri’: spiriti, demoni, dei, leggi, ideali o qualsiasi altro nome l’uomo abbia dato a certi fattori nel proprio mondo per lui tanto potenti , pericolosi o utili da essere osservati con attenzione, oppure tanto grandi belli e significativi da essere devotamente venerati e amati.” The Collected Works di CG Jung 17 p.8
Túatha Dé Danann
Jung trasse ispirazione da Rudolf Otto, nell’opera L’idea del sacro, relativamente al termine numen inteso come numinosum , qualunque possa esserne la causa è un esperienza del soggetto indipendente dalla sua volontà…è una qualità appartenente a un oggetto visibile o all’influenza di una presenza invisibile che causa un’alterazione peculiare della coscienza. The Collected Works di CG Jung 11 op. cit, par.6
Per Jung gli archetipi sono dotati di una qualità numinosa e danno origine alle immagini numinose , la fenomenolgia dei numi, delle loro manifestazione empirica come fantasmi,spiriti,demoni ecc… è assodata seppur solamente in una interpretazione psicologica. Nella visione sciamanica gli spiriti sono una realtà sui generis essi sono semplicemente ciò che sono , non dovrebbero essere ridotti ad altri termini. L’antropologo Michel Harner sosteneva che il contatto con gli spiriti , i numi è sperimentato sia in uno stato di coscienza non ordinario sia in stato di coscienza ordinario. Nel così detto stato di coscienza sciamanico gli esseri spirituali sono reali, godono di una condizione ontologica oggettiva esterna ad ogni ipotetica struttura mentale personale, mentre in stato ordinario possono apparire come illusioni o come mere proiezioni psicologiche.
Secondo Harner le strutture mentali dell’immaginazione aprono una porta alla realtà alternativa e a quella non ordinaria, attraverso questa porta si accede al mondo degli spiriti anche essi si manifestano come immagini.
Lo sciamano tradizionale potrebbe sostenere che tali entità spirituali esistono esternamente alla psiche individuale e occasionalmente la invadono o la possiedono, mentre in Jung , sembrerebbe che essi restino confinati nella psiche e che la loro esistenza sia solo apparente , sono trascendenti l’individuo, la coscienza viaggio sciamanico sarebbe un processo per accedere all’inconscio collettivo da parte dell’emisfero destro, mentre per Harner, Castaneda ed altri erano semplicemente realtà non ordinarie.
“Il mito non è il contrario della realtà, è prima di tutto un racconto la cui funzione è
rivelare in che modo qualcosa è avvenuto all’essere. Io studio i miti antichi, le storie vecchie, ma racconto storie nuove nelle quali sono rintracciabili gli archetipi e le collego al mondo dei sogni, alla psicologia del profondo. All’uomo moderno piacciono i miti non perché sono esotici, ma perché, credo, possono fornire un punto di partenza verso una nuova visione del mondo che sostituisce le immagini e i valori oggi scaduti. E ama, l’uomo moderno, sentir raccontare delle storie e raccontarne, perché è un modo per reinserirsi in un mondo articolato e significante”.
Per Jung l’ego andava oltre l’identità e la continuità dell ego cognitivo percettivo discriminativo, l’ego non era l’intera personalità.
Sebbene sia essenziale per la vita e il funzionamento quotidiano esso è solo la punta dell’ iceberg psichico.
Jung credeva che a dispetto della sua tendenza a voler dirigere la vita dell’individuo l’ego dovesse relativizzarsi e subordinarsi a un centro più profondo di ordinamento e di significato all’interno della psiche.
Questo centro fu chiamato archetipo del Sè confer Jung e lo sciamanismo C. Michael Smith
La conquista della Saggezza nella Mitologia Nordica
Odino si cava un occhio e lo offre in pegno a Mímir per attingere un sorso di idromele da Mímisbrunnr, la fonte della saggezza che il gigante custodisce.
L’occhio di Odino rimane, quindi, nella fontana dalla quale lo stesso Mímir ne beve ogni giorno l’idromele.
Da quella mutilazione derivano gli epiteti di Bileygr “guercio” e Báleygr “occhio fiammeggiante”.
Ein sat hon úti,
þás enn aldni kom
yggiungr ása
ok í augu leit.
– Hvers fregnið mik?
hví freistið mín?
Alt veitk, Óðinn,
hvar auga falt
í enum mæra
Mímis brunni -;
drekkr miǫð Mímir
morgin hverian
af veði Valfǫðrs.
Vituð ég enn eða hvat? »
« Sola sedeva di fuori
quando il vecchio giunse
Yggiungr degli Æsir
e la fissò negli occhi.
– Che cosa mi chiedete?
Perché mi mettete alla prova?
Tutto io so, Odino,
dove tu nascondesti l’occhio
nella famosa
Mímisbrunnr! –
Mímir beve idromele
ogni mattino
dal pegno pagato da Valfǫðr.
Che altro tu sai? »
(Edda poetica – Vǫluspá – Profezia della Veggente XXVII
Nel pensiero arcaico Χάος, Cháos e κόσμος si susseguivano in ciclica ondulazione di frequenza sia nel Macro che nel Micro.
Resta da comprendere quale sia lo spazio di azione individuale nella propria sfera vitale, che resta da percorrere…
Georges Dumézil storico delle religioni, linguista e filologo francese interpretò la radice Wutcome sostantivo che significa “ebbrezza”, “eccitazione”, e “genio poetico”, ma anche come il movimento terribile del mare, del fuoco e del temporale, come aggettivo che significa “violento”, “furioso” e “rapido.
Odino ierofania di policrome funzioni Guerriero, Vate, conoscitore delle rune, Sciamano, protettore dei viandanti…
Rúnar munt þú finna
ok ráðna stafi,
miök stóra stafi,
miök stinna stafi,
er fáði fimbulþulr
ok gerðu ginnregin
ok reist Hroftr rögna. »
« Rune tu troverai
lettere chiare,
lettere grandi,
lettere possenti,
che dipinse il terribile vate,
che crearono i supremi numi,
che incise Hroftr degli dèi. »
Il Martello di Thor, è l’arma di Thor, il dio del fulmine e del tuono della mitologia norrena, il suo significato simbolico, teologico o teorico-sapienziale, è comparabile a quello del Vajra vedico (il “fulmine” o “diamante”, arma di Indra).Esso rappresenta dunque la struttura fondamentale della realtà nella sua scaturigine dal principio divino originante, un significato che è presente negli Axis Mundi Yggdrasill e Irminsul, alberi del cosmo.
L’Edda di Snorri descrive le qualità del Mjöllnir dicendo che, possedendolo, il dio Thor «sarebbe stato in grado di colpire quanto fermamente volesse, qualsiasi fosse il suo bersaglio, e il martello non avrebbe mai fallito, e se lanciato a qualcosa, non l’avrebbe mai mancato e non sarebbe mai volato tanto lontano dalla sua mano da non poter tornare indietro, e, quando lo avesse voluto, esso sarebbe diventato tanto piccolo da poter essere custodito sotto la tunica».
Per maneggiare quest’arma formidabile, Thor utilizzava speciali guanti in ferro forgiati dai nani, possedeva una speciale cintura magica che raddoppiava la sua potenza divina quando indossata. L’impatto di Mjöllnir causava potenti rombi di tuono, e dal nome di questa divinità deriva la parola “tuono” in molte lingue germaniche (norreno Þórr, islandese Þór, tedesco antico e nederlandese Donar, inglese antico Þūnor, faroese Tórur, svedese, norvegese e danese Tor, frisone Tonger) dio del tuono, del fulmine e della tempesta. La mitologia norrena è ricca di racconti sulle gesta di Thor e sulla sua perenne lotta contro gli Jǫtnar. La lettera runica Þ si pronuncia “Th”.
Il nome “Thor” e le sue varianti derivano tutte dal proto-germanico Thunraz, cioè “fulmine”, “tuono” (nelle lingue germaniche odierne: inglese thunder, olandese donder, tedesco Donner).
Thor rappresenta teologicamente il dio (e l’uomo) che possiede, oppure è totalmente identificato, con l'”arma” divina, la “virtù”, ossia la “vista” del principio cosmico (il Martello di Thor, comparato al Vajra vedico-tibetano). È il protettore dell’umanità.
Confer Georges Dumézil. Gli dèi dei germani. Adelphi, 1974. p. 121
amuleto vichingo del X secolo scoperto a Købelev, sull’isola danese di Lolland, ha fornito una risposta definitiva. Le rune inscritte sul piccolo amuleto recitano “Hmar x is”. Tradotte, significano: “Questo è un martello”.