道場Dōjō termine giapponese che indica il luogo ove si svolgono gli allenamenti alle arti marziali, etimologicamente significa luogo 場(jō) dove si segue la via 道(dō). In origine il termine, ereditato dalla tradizione buddhista cinese, indicava il luogo in cui il Buddha ottenne il risveglio e per estensione i luoghi deputati alla pratica religiosa nei templi buddhisti. Il termine venne poi adottato nel mondo militare e nella pratica del Bujutsu, 武術che durante il periodo Tokugawa fu influenzata dalla tradizione Zen, 禅 a tutt’oggi è una definizione diffuso nell’ambiente delle arti marziali.
In questo spirito, con questa missio operandi, abbiamo generato un luogo nato dalla PASSIONE e determinazione
un luogo ESSENZIALE ring sacchi e sbarre per trazioni, un luogo per scelta spartano nell’intento, dove studiare arti della Tradizione marziale in sintonia con arti di rigenerazione psicofisica e rilassamento profondo DOJO RUAN
L’apprendimento tecnico in una situazione dinamica situazionale altamente mutevole come un contesto di difesa personale, impone innumerevoli variabili imprevedibili, come il trovarsi sotto i colpi di un aggressore in ginocchio. l’addestramento necessita di un graduale apprendimento per assimilare schemi motori di coordinamento ed automatismo. La ripetizione sistematica genera un movimento automatico che libera la coscienza e facilita la reattività necessaria all’azione. Tecniche derivanti dal metodo Keysi
Fu Carl Gustav Jung che teorizzò che l’inconscio alla nascita contenga anche delle informazioni innate trasmesse in modo ereditario in virtù dell’appartenenza dell’individuo ad una collettività e chiama questo sistema psichico inconscio collettivo, distinguendolo dall’inconscio personale che deriva direttamente dall’esperienza personale dell’individuo.L’inconscio collettivo, per Jung, è costituito sostanzialmente da informazioni universali, impersonali, innate, ereditarie che lui chiama archetipi. Gli archetipi integrandosi con la coscienza, vengono rielaborati continuamente dalle società umane, si manifestano ”contemporaneamente anche in veste di fantasie e spesso rivelano la loro presenza solo per mezzo di immagini simboliche”.
”Come osservò lo psicologo americano William James, l’idea di un inconscio potrebbe venir paragonata con il concetto di campo nella fisica”
( cfr pag 313 l’uomo e i suoi simboli C.G Jung TEA ed. 1990 )
Un particolare archetipo potrebbe essere una specifica frequenza , che alcuni individui percepiscono come attiva, presente in loro, istintivamente attraente, per alcuni è il richiamo all’immaginario del guerriero, che assume connotazioni inaspettate, in contesti e situazioni diverse, ma che anche nella società tecnologica, moderna continua ad influenzare nel profondo alcuni individui….
AUTODISCIPLINA secondo un espressione frequente in giappone far sparire la ruggine del corpo….quando l’acqua è alta la barca si solleva…. nelle avversità ci vuole autodisciplina come nel piacere…..
nell’apprezzare il momento presente.
Kisshomaru Ueshiba 植芝 吉祥丸
Nella cultura giapponese, lo Shūgyō (修行) non è un semplice allenamento. Mentre termini come renshū (練習) indicano la pratica standard o la ripetizione meccanica per sviluppare un’abilità fisica, lo Shūgyō si riferisce a una coltivazione profonda della mente, del corpo e dello spirito.
Con radici profonde nell’ascetismo, nel buddismo zen e nelle tradizioni marziali dei samurai, lo Shūgyō è il processo di porsi intenzionalmente in situazioni difficili e scomode per spogliare l’ego e forgiare il proprio carattere.
Il significato dei Kanji
La profondità di questo concetto è racchiusa nei due caratteri giapponesi che compongono la parola:
修 (Shū): Disciplinare, coltivare, studiare, perfezionare. Rappresenta l’atto attivo di migliorare se stessi.
行 (Gyō): Fare, agire, o percorrere un cammino. Nel contesto buddista, indica l’azione spirituale o la pratica ascetica.
Uniti, Shūgyō significa “coltivare la condotta”: un impegno continuo, spesso lungo tutta la vita, in cui l’atto stesso dell’allenamento diventa una forma di meditazione in movimento.
La differenza rispetto alla pratica comune
La lingua giapponese usa parole diverse per definire l’allenamento, ognuna con una sfumatura e un peso specifici:
Termine
Giapponese
Focus della pratica
Renshū
練習
Sviluppo di abilità ripetitive (es. fare ginnastica o ripetere un movimento)
Shūren
修練
Autocoltivazione mirata a affinare il carattere personale
Tanren
鍛錬
“Forgiare” il corpo e lo spirito attraverso un duro sforzo fisico
Shūgyō
修行
Disciplina totale della vita per superare i limiti dell’ego e trasformarsi internamente
“Affinare se stessi nello shūgyō è come forgiare una spada dal ferro grezzo. Il fuoco, l’acqua e il metallo vengono piegati l’uno sull’altro dai colpi del martello, ancora e ancora, per creare la lama perfetta.”
Per capire la profondità di questa frase in lingua originale, è interessante analizzare i termini filosofici utilizzati:
修行 (Shūgyō): Composto da 修 (shū – correggere, disciplinare) e 行 (gyō – agire, camminare). È la pratica ascetica, lo sforzo incessante per superare i limiti del proprio ego.
練磨 (Renma): Significa letteralmente “forgiare e levigare”. Si usa per indicare il perfezionamento del carattere o delle abilità attraverso una disciplina ferrea.
粗鉄 (Sotetsu): Il ferro grezzo o la “fabbrica” di partenza (il tamahagane nella tradizione dei fabbri giapponesi), simbolo della nostra mente non ancora addestrata.
折り重ね (Orikasane): La piegatura. Nel metodo tradizionale kitae (鍛え), il fabbro piega il metallo su se stesso decine di volte per eliminare le impurità e creare migliaia di strati microscopici. Nella vita, rappresenta la resilienza mentale che si sviluppa affrontando e superando ciclicamente le difficoltà.
Questa suggestiva citazione proviene dagli insegnamenti e dalla letteratura del Chozen-ji, un celebre tempio di tradizione Zen Rinzai situato a Honolulu, nelle Hawaii, fondato nel 1972 dal maestro Zen Omori Sogen Roshi e da Tanouye Tenshin Roshi. Nello Zen e nelle arti marziali tradizionali giapponesi (budō), il concetto di shūgyō (修行) indica un addestramento spirituale e fisico estremamente profondo, severo e austero. La frase originale in inglese fa parte del materiale didattico e divulgativo del tempio: “Refining the self in shugyo is like forging a sword from raw iron ore. Fire, water, and iron are folded upon each other by the pounding of the hammer over and over again to create the cutting edge.” Il significato della metafora Nella filosofia del Chozen-ji, lo shūgyō non è una semplice pratica o esercizio fisico (per cui i giapponesi usano termini come keiko o renshū), ma una vera e propria forgiatura dell’anima: Il ferro grezzo rappresenta la nostra condizione di partenza, piena di impurità, debolezze ed egoismo. Il fuoco e l’acqua sono le prove, la fatica, il sudore della pratica quotidiana e il raffreddamento delle nostre emozioni tempestose. I colpi del martello sono le ripetizioni incessanti, la disciplina e i momenti di difficoltà che ci costringono a piegarci, a riflettere e a ricompattarci, rendendoci via via più forti, flessibili e resilienti. Senza questo processo ripetuto all’infinito, qualsiasi intuizione o “illuminazione” passeggera rimarrebbe fragile, proprio come un pezzo di ferro non battuto che si spezzerebbe al primo impatto.
Un tempo, i samurai intraprendevano il Musha Shūgyō (il pellegrinaggio del guerriero), viaggiando per il paese per testare le proprie abilità in condizioni estreme, confrontarsi con altre scuole e cercare la chiarezza spirituale. Oggi non serve stare sotto una cascata gelata per praticarlo: ogni volta che affronti una sfida difficile con il solo scopo di dominare la tua mente e costruire resilienza, stai facendo Shūgyō.
” Lo Zen consiste nel trovare la forza autentica e illimitata nelle profondità dell’essere e obbedendo a questa energia creatrice, divenire attivi.”
Taisen Deshimaru
弟子丸泰仙
Il pancrazio antica arte di combattimento, in greco antico πανκράτιον pankràtion παν tutto e kràtospotere, forza. Era uno agone,ἀγών, agōn, “gara”, “disputa”, combattimento totale dove tutte le tecniche erano ammesse,gli incontri di pancrazio venivano effettuati a mani nude. Questa disciplina era un insieme di tecniche prese dalla lotta Pale πάληe dal pugilatoPygme greco πυγμαχία pygmachía, in latino pugilātus con tecniche sviluppate solo per questo contesto, che permettevano l’uso di qualsiasi abilità in uno scontro totale . Il pancrazio si può considerare l’origine delle contemporanee discipline come il Valetudo e le Arti Marziali Miste
Keysi Fighting Method (KFM) è un sistema di autodifesa istintuale ispirato da tecniche di combattimento e diverse tecniche di combattimento di strada, sviluppato da Justo Dieguez Serrano con la collaborazione di Andy Norman. Caratteristica del keysi è l’uomo pensante (Pensador) e l’attacco dell’uomo pensante (pensataq), che si avvale di una forma di difesa per proteggere la parte più a rischio del corpo : la testa. Il Keysi mantiene protetta la testa utilizzando le braccia, che vengono anche impiegate per infierire colpi potenti e a corto raggio. (codos)
KI Combat@ 氣武 (ki Bu in giapponese Qi WU in cinese) è un metodo, una disciplina, una pratica che ha la finalità di integrare tecniche ed esercizi rivolti alla facilitazione dei processi di rilassamento e di rigenerazione psicofisica, nell’intento di ridurre le tensioni accumulate e con lo scopo di generare uno stato di benessere e alcune tecniche e pratiche derivanti dalle discipline di combattimento e le arti marziali, con un prevalente scopo catartico ma senza un confronto fisico d’impatto. Tale insieme di discipline spazia da tecniche quali la ‘callistenia taoista’, che consiste in una serie di esercizi di difficoltà progressiva, che si svolgono attraverso il controllo del corpo (sia in quiete che in movimento), del respiro, del pensiero e delle emozioni, al fine di rigenerare e facilitare un profondo rilassamento e indurre uno stato di benessere ( esercizi diBaduanjin 八段錦Qigong, 氣功, “Maestria del Qi“, ecc..) a tecniche di Do-in e lo Stretching dei Meridiani sono una efficace tecnica,che consente di esercitare un auto trattamento sulle proprie tensioni muscolari e sui propri squilibri energetici o i cinque tibetani (derivazione delle asana dello yoga) oltre a tecniche di sensibilizzazione nella distanza del trapping (distanza ravvicinata) tui shou 推手 mani che spingono i黐手 mani appiccicose, si riferisce a uno degli esercizi più importanti nella pratica dello stile di kung-fu Wing Chun, e consente di sviluppare una reattività tattile immediata ed istintiva in risposta all’azione dell’compagno di allenamento, UBAD del Panantukan ed altro.
Tecniche di preparatorie della boxe della thai e del Keysi Fighting Method.
Vegvísir, è considerato un simbolo magico, avente lo scopo di aiutare il portatore a trovare la giusta strada lungo il percorso della vita fisica e di quella metafisica. La parola deriva da due termini islandesi: Veg e Vísir. Veg è un abbreviativo di “Vegur” e significa “strada” o “percorso”, e “Vísir” sta per “guida” o “guide”. Le leggende narrano che i vichinghi islandesi, già intorno alla fine del IX° sec., lo tracciassero abitualmente sulle navi per non perdere la rotta e sapersi orientare anche nelle peggiori condizioni meteorologiche. In molti casi veniva tracciato con la saliva, con un carboncino o con il sangue anche sulla fronte o nella parte interna dell’elmo. L’attestazione più importante si riscontra nel cosiddetto “Manoscritto Huld”. L’“HULD MANUSCRIPT”, ossia il Manoscritto Oscuro è il nome dato ad un grimorio islandese, una raccolta di racconti e incantesimi, compilato da Geir Vigfusson (Geir Vigfússyni ) nel 1847. Dalle poche fonti disponibili sembra che per tale redazione egli abbia attinto da altri tre codici più antichi, di cui uno proveniente da Seltjarnarnesi, vicino Reykjavik (1810), un altro era intitolato “Galdrastafir og Náttúra þeirra” ossia “Magia e Natura”, e conteneva i sigilli magici ma non le iscrizioni; del terzo , invece, a parte la citazione non sappiamo nulla. Huld è anche il nome di una maga e veggente che compare in due saghe norrene: la “Yngling”e “Sturlunga” In un racconto islandese di Snorri Sturlusson (1178-1241) scopriamo che era un’amante di Odino e genitrice di due semi-dee, che presero il nome Þorgerðr e Irpa. Se guardiamo l’etimologia, “Huld” significa “nascosto” o “Segreto” e deriva dal norreno “Hulda”: è una radice presente anche in molti altri termini di derivazione germanica. In una pagina del manoscritto, nel quale viene mostrato, oltre al nome è riportata la seguente frase: “if this sign is carried, one will never lose one’s way in storms or bad weather, even when the way is not known” (Se qualcuno porta con sé questo simbolo, non perderà mai la propria strada nella tempesta o nel cattivo tempo, anche se percorre una strada a lui sconosciuta). Il simbolo a cui si riferisce la frase è probabilmente il Vegvisir, un antico simbolo magico norreno, spesso associato ai vichinghi. Significato: La frase attribuisce al Vegvisir un potere protettivo, quasi mistico. Chi lo porta con sé, secondo la credenza, sarà guidato e protetto dagli elementi naturali, in particolare durante tempeste e maltempo, anche in terre sconosciute. Interpretazioni:
Spirituale: Alcuni lo considerano un simbolo di connessione con le forze della natura e con una guida superiore.
Letterale: Potrebbe essere inteso come un augurio di buon viaggio e protezione per i marinai che affrontavano mari burrascosi.
Metaforico: Può essere interpretato come una metafora per la vita, suggerendo che chi porta il Vegvisir troverà sempre la giusta direzione, anche nei momenti più bui e incerti.
Aegishjalmur, ‘elmo di terrore’, è un simbolo norreno a forma di mani intrecciate, palme rivolte verso il basso, una sopra l’altra. Aegishjalmur è uno dei galdrastafir (simboli magici islandesi) più conosciuti.
si dice che venisse usata per proteggere i guerrieri e instillare paura nei loro nemici. Il nome si può suddividere in due parti: ‘ægis-’, che significa terrore/ammirazione, e ‘-hjálmr’, che significa elmo o copertura. Secondo le credenze popolari, l’Aegishjalmur veniva inciso su amuleti, armi o addirittura tatuato sul corpo per ottenere protezione e successo in battaglia.
È composto da otto punte simili a tridenti con denti curvi, tutti rivolti verso l’esterno, e un cerchio al centro. Un ipotesi potrebbe essere che Le braccia dell’Elmo di Terrore formano rune Elhaz, che significano protezione fisica, mentale e spirituale. È stato menzionato in una raccolta di antichi poemi norreni conosciuta come la Poesia Edda, di Snorri Sturluson.
Fáfnir kvað:“Ægishjalm bar ek of alda sonum,meðan ek of menjum lák;einn rammari hugðumk öllum vera,fannk-a ek svá marga mögu.”
Sigurðr kvað:“Ægishjalmr bergr einungi,hvar skulu vreiðir vega;þá þat finnr, er með fleirum kemr,at engi er einna hvatastr.” Fafnir disse :L’elmo della paura che indossavo per spaventare l’umanità, Mentre custodivo il mio oro giacevo; Mi sembrava più potente di qualsiasi uomo, Non ne ho mai trovato uno più feroce.
Sigurth disse:”L’elmo della paura sicuramente nessun uomo protegge Quando affronta un nemico valoroso; Spesso si scopre, quando si incontra il nemico, Che non è il più coraggioso di tutti.”
Nel poema, l’Elmo di Terrore era un oggetto fisico preso dal tesoro del drago Fáfnir, benchè non vi sia certezza si tratti di un oggetto o una forma pura di potere magico non è nemmeno certo che si collegato esclusivamente con credenze pagane precristiane.
Fáfnir fu una volta un nano, che si trasformò in un drago dopo essere stato maledetto dal tesoro che custodiva. Usò Ægishjálmur per difendere il suo tesoro da coloro che avrebbero cercato di rubarlo. L’eroe conosciuto come Sigurd uccise il drago e gli tolse Ægishjálmur.
Il simbolo è stato utilizzato nei secoli successivi e veniva indossato tra le sopracciglia dei guerrieri per aiutarli in battaglia.
Il Galdrabók ( pronuncia islandese: [ˈkaltraˌpouːk] , Libro della Magia ) è un grimorio islandese datato intorno al 1600. [ 1 ] È un piccolo manoscritto contenente una raccolta di 47 incantesimi e sigilli/bastoni. [ 2 ]
Il grimorio fu compilato da quattro persone, probabilmente a partire dalla fine del XVI secolo e fino alla metà del XVII secolo. I primi tre scribi erano islandesi e il quarto era un danese che lavorava con materiale islandese. [ 3 ] I vari incantesimi sono costituiti da materiale latino e runico , nonché da bastoni magici islandesi , invocazioni a entità cristiane, demoni e divinità norrene , nonché istruzioni per l’uso di erbe e oggetti magici. Alcuni degli incantesimi sono protettivi, intesi a lavorare contro problemi come difficoltà con la gravidanza , mal di testa, insonnia, incantesimi precedenti, pestilenza , sofferenza e disagio in mare. Altri sono intesi a causare paura, uccidere animali, trovare ladri, far addormentare qualcuno, causare flatulenza o ammaliare le donne.
Il libro fu pubblicato per la prima volta nel 1921 da Natan Lindqvist in un’edizione diplomatica e con una traduzione svedese. Una traduzione inglese fu pubblicata nel 1989 da Stephen Flowers e un’edizione facsimile con un commento dettagliato di Matthías Viðar Sæmundsson [ is ] nel 1992. Nel 1995 Flowers produsse una seconda edizione con un nuovo titolo del suo libro e con l’assistenza di Sæmundsson corresse molte traduzioni e aggiunse molte altre note e commenti.
Esistono il qui e l’ora e per comprenderli c’è bisogno soltanto di una cosa: l’apertura, la libertà – la libertà di essere aperti e non limitati da alcuna idea, concetto e via dicendo. Possiamo continuare a provare, ripetere, analizzare, seguire lezioni fino a diventare pallidi dalla stanchezza, ma tutto questo non servirà a molto. Sarà solo quando smetteremo di pensare e ci lasceremo andare che potremo cominciare a vedere e a scoprire. Se la nostra mente è tranquilla, ci sarà una pausa accidentale tra le sue febbrili attività, ci sarà un momento in cui ci si lascia andare, e sarà solo in quell’istante, nell’intervallo tra due pensieri, che un lampo di comprensione – che non equivale al pensiero – potrà avere luogo” (Il Tao del Dragone – Bruce Lee – pp. 53-75).