Virgilio, Eneide: Libro 06 – RITI PER GLI DEI DEGLI INFERI
quaeritur huic alius; nec quisquam ex agmine tanto audet adire virum manibusque inducere caestus
Si cerca un altro per costui; e nessuno tra tanta folla osa affrontare l’uomo portare i cesti alle mani
Post, ubi confecti cursus et dona peregit, ‘nunc, si cui virtus animusque in pectore praesens, adsit et evinctis attollat bracchia palmis’: sic ait, et geminum pugnae proponit honorem, victori velatum auro vittisque iuvencum, allittensem atque insignem galeam solacia victo
Poi, quando furon finite le corse consegnò i doni,Ora, se a qualcuno in petto (c’è) valore e coraggio forte, si presenti ed alzi le braccia con le palme legate: così disse, e propone doppio premio per la gara, al vincitore un giovenco velato d’oro e di bende,una spada ed uno splendido elmo, come consolazioni per il vinto
Chloris eram, quae Flora vocor: corrupta Latino/ nominis est nostri littera Graeca sono./Chloris eram, nymphe campi felicis, ubi audis/rem fortunatis ante fuisse viris./Quae fuerit mihi forma, grave est narrare modestae;/sed generum matri repperit illa Deum./Ver erat, errabam; Zephyros conspexit,
abibam;/insequitur, fugio: fortior ille fuit./Et dederant fratri Boreas ius omne rapinae,/ausus Erecthea praemia ferre domo/Vim tamen emendat dando mihi nomina nuptae,/inque meo non est ulla querella toro/Vere fruor semper: semper nitidissimus annus,/arbor habet frondes, pabula semper humus./Est mihi fecundus dotalibus hortus in agris;/aura fovet, liquidae fonte rigatur aquae:/hunc meus implevit generoso flore maritus,/atque ait “arbitrium tu, dea, floris habe”.
Ovidio, Fasti V, 195-212
Oggi son detta Flora, ma ero una volta Clori
nella pronuncia latina fu alterata la forma greca del mio nome.
E, Clori, ero una Ninfa delle Isole Fortunate, ove tu sai che
felicemente visse gente fortunata.
È difficile alla mia modestia dire quanta fosse la mia bellezza
essa donò a mia madre per genero un Dio.
Si era di primavera, e io me ne andava errando; mi vide Zèfiro,
e io mi allontanai; prese a inseguirmi, e io a fuggire.
Ma fu più forte di me.
Borea, come aveva osato prendersi una donna nella casa di
Eretteo, aveva dato al fratello ogni diritto di rapina.
Ma Zefiro fece ammenda della violenza dandomi il nome di
sposa; non v’è alcun motivo di lamento nel mio letto coniugale.
Io godo di eterna primavera; l’anno è sempre fulgido di luce,
gli alberi son ricchi di fronde la terra rivestita di verzura.
Possiedo un fiorente giardino nei campi dotali,
l’aria lo accarezza, lo irriga una fonte di limpida acqua:
il mio sposo lo ha riempito di copiose corolle, e ha detto:
“Abbi tu, o dea, piena signoria sui fiori”.
Hrafnar tàir sitja á öxlum honum ok segja í eyru honum öll tíðendi, þau er þeir sjá eða heyra. Heeir heita svá, Huginn ok Muninn. Sendá sendir hann í dagan at fljúga um heim allan, ok koma þeir aftr at dögurðarmáli. Afar af verðr hann margra tíðenda víss. Því kalla menn hann Hrafnaguð, svá sem sagt er:
Huginn ok Muninn
fljúga hverjan dag
jörmungrund yfir;
óumk ek Hugin,
ad hann aftr né komi,
só sjáumk ek meir di Munin. ”
Due corvi siedono sulle spalle di Odino e portano alle sue orecchie tutto ciò che sentono e vedono. I loro nomi sono Huginn e Muninn. All’alba li manda fuori per sorvolare il mondo intero, e tornano a colazione. In questo modo ottiene informazioni su molte cose e quindi viene chiamato Rafnagud (dio-corvo). Come è qui detto:
Huginn e Muninn
Vola ogni giorno
Sulla grande terra
Ho paura per Hugin
Che non possa tornare,
Eppure sono più ansioso di Munin
Nella mitologia norrena,Huginn e Muninn sono due corvi associati al dio Odino. i due corvi viaggiano per il mondo portando notizie e informazioni al loro padrone. Odino li fa uscire all’alba per raccogliere informazioni e ritornano alla sera, siedono sulle spalle del dio e gli sussurrano le notizie nelle orecchie.
Il corvo particolarmente rispettato e venerato fu la sagoma spesso su bandiere, scudi e stendardi. Il più famoso di questi era chiamato Stendardo del Corvo, secondo le cronache, questo stendardo aveva la tipica sagoma delle bandiere vichinghe, di forma triangolare e ornato da una serie di ciglia di stoffa.
Nell’865 con la Grande Armata Danese lo Stendardo del Corvo era sicuramente presente fra le bandiere dei suoi comandanti. Essi erano i figli del leggendario Ragnarr Loðbrók, sbarcati sulle coste inglesi in cerca di saccheggio e di vendetta.Citato nella Cronaca Anglosassone «venne anche preso lo stendardo da battaglia che chiamavano Corvo». Un altro documento sassone, gli Annali di San Neot, ci spiega anche perchè i danesi dessero così tanta importanza allo Stendardo del Corvo, mettendone in luce gli aspetti religiosi e magici.
Si legge infatti che «tre sorelle di Ivar e Ubbe, figlie di Ragnarr Loðbrok, tesserono lo stendardo e lo resero pronto in solo una mezza giornata. I vichinghi erano dunque convinti che lo Stendardo del Corvo avesse poteri soprannaturali, in grado di predire in anticipo l’esito della battaglia che si stava combattendo. Se il corvo rappresentanto all’interno della bandiera veniva visto muovere le ali, allora sarebbero stati i danesi a vincere lo scontro. Ma se invece le ali erano chiuse, all’esercito vichingo sarebbe toccata l’ineluttabile sconfitta. Nella battaglia di Cynuit dell’878 infatti – che vide i sassoni trionfare sui danesi – la leggenda vuole che lo Stendardo del Corvo avesse chiuso le sue ali, predicendo così il disastro. Lo stesso Ubbe, figlio di Ragnarr Loðbrók, trovò la morte nello scontro.
Nel 1016 è issato, sempre in Inghilterra, dall’esercito del re di Danimarca Canuto il Grande. Sebbene il sovrano danese fosse battezzato e sicuramente cristiano, anche nel suo caso lo stendardo sembra avere poteri magici e soprannaturali. Nella Gesta Cnutonis Regis – una cronaca del regno di Canuto – si legge infatti che «se i danesi stanno per vincere la battaglia, il corvo appare con il becco spalancato, mentre sbatte le ali e inquieto sulle zampe. Se invece stanno per essere sconfitti, il corvo non si muove e i suoi arti sembrano immobili».
Inoltre lo Hrafnsmerki è chiaramente rappresentato in diverse monete vichinghe trovate a York e Dublino, nonché nell’araldica di numerose località in passato governate da elite scandinave, come l’Isola di Man.
Quando il re di Norvegia Harald Hardrada invade l’Inghilterra nel 1066, lo Stendardo del Corvo è nuovamente presente fra le fila dell’armata vichinga.
Anche in questo caso non sembra però portare grande fortuna a chi lo impugna; i norvegesi vengono sconfitti e lo stesso re Harald cade sul campo di battaglia. Tuttavia la testimonianza più singolare e sorprendente dell’utilizzo dello Stendardo del Corvo la possiamo trovare nel celebre Arazzo di Bayeux. Nel famoso ricamo – che celebra la Battaglia di Hastings del 1066 e la successiva conquista normanna dell’Inghilterra – uno dei cavalieri di Guglielmo il Conquistatore è chiaramente rappresentato mentre impugna lo stendardo, gli antenati dei normanni erano proprio colonizzatori e pirati scandinavi sbarcati in Francia settentrionale.
Particolare proveniente dall’arazzo di Bayeux, con uno stendardo di corvo spezzato a terra. L’esercito di Harald volò lo stendardo nella battaglia di Stamford Bridge , dove fu portato da un guerriero di nome Frírek. Dopo che Harald fu colpito da una freccia e ucciso, il suo esercito combatté ferocemente per il possesso dello stendardo, e alcuni di loro impazzirono nella loro frenesia per proteggere la bandiera. Alla fine la “magia” dello stendardo fallì, e la maggior parte dell’esercito norvegese fu massacrata, con solo pochi scampati alle loro navi.
Sono stati scolpiti nelle rocce tra ca. 1700-500 aC a Litseby , Tanumshede Bohuslän, Svezia, le incisioni rupestri sono un risultato artistico unico (patrimonio dell’UNESCO) non solo per i loro motivi ricchi e vari (raffigurazioni di esseri umani e animali, armi, barche e altri soggetti) ma anche per la loro unità culturale e cronologica. Rivelano la vita e le credenze delle persone in Europa durante l’età del bronzo e sono notevoli per il loro grande numero e la loro eccezionale qualità.
Immagini di singole armi o insiemi simbolici simili a quelle ritrovate anche a Seradina sono seguite,con l’età del Ferro, da insiemi istoriativi che illustrano epopee con imbarcazioni e grandi guerrieri enfatizzati negli attributi guerrieri, personaggi che montano a cavallo, armati di scudi rettangolari e di lance e che trovano raffronto con le coeve figure di eroi ritrovate in Valcamonica ed anche nelle scene in rilievo del famoso Calderone in argento di Gundestrup.
Questo vasto, dinamico quadro che illustra e documenta un’Europa preistorica percorsa da vie di commercio, prosegue poi in epoca storica, quando si fa sentire la presenza romana.
I motivi includono esseri umani, armi, barche, reti da pesca, il sole, tori, cavalli, cervi, uccelli e altre scene della vita quotidiana.
Il sito di Litsleby include una figura umana di oltre 2 metri di altezza che porta una lancia. Questo probabilmente è il più grande petroglifo di una persona in Europa.
La figura è stata interpretata come il dio Odin,Odhinn/Wodan proto Germanico
Wodanaz , in funzione primigenia , sciamanica e apotropaica, prima di assumere le caratteristiche di Divinità egli fu probabilmente uno sciamano , capo tribu’.
Gianna Chiesa Isnardi nei Miti Nordici riferisce che Snorri Sturluson attribuiva ad Odino valenze diverse nell’Edda un dio vero e proprio, nella Saga degli Ynglingar un ”condottiero dotato di straordinarie virtù, ( cambiava forma ed aspetto in battaglia, mentre il suo corpo giaceva come morto diveniva uccello ,lupo ,serpe…) giunto dall’ Asia era riuscito a guadagnarsi una vera e propria venerazione”
Ódhinn kunni thá ithróot , er mestr máttr fylgdhi, ok framdhi sjálfr, er seidhr heitir”
Odino possedeva l’arte da cui scaturisce un grande potere e che egli stesso esercitava, che si chiama magia. Saga degli Ynglingar Snorri Sturluson.
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Mattr, megin ‘‘ una forza che si manifesta in ogni essere in modo autonomo”
(1) ”un termine che rappresenta forza fisica , con una connotazione magica soprannaturale ”
Come sostiene Gianna Chiesa Isnardi nei Miti nordici
Mattr, megin si trovano unite in un’ espressione allitterante godlausir menn letteralmente uomini senza dio, termine che appare nell’ultima parte del periodo vichingo, quando alcuni ”uomini avvertendo la progressiva disgregazione del paganesimo” avendo rigettato la fede negli dei dei loro padri ,si dice in diverse occasioni che credevano ”nella propria forza e nel proprio potere a matt sinn ok megin” (2)
Gianna Chiesa Isnardi sostiene
” eccessivo il giudizio per chi vuole vedere in questo atteggiamento una sorta di ateismo, come pure quello di chi suggerisce che questi uomini fossero tornati ad un credo magico di tipo preteistico (3)
piuttosto si può affermare che in un era di profondi mutamenti quale fu la fase finale del periodo vichingo, costoro, non trovando nell’antica religione il sostegno di cui avevano bisogno… riposero la loro fiducia in quell’unica forza della cui esistenza avevano certezza, piochè il potere ella magia sta accanto agli dei ed è qualcosa di cui anch’essi hanno bisogno quando debbono compiere azioni straordinarie”
In proposito a matt sinn ok megin (“la propria forza e potere”)
La filosofia pagana vien ben descritta dal detto: “ogni uomo ottiene ciò che merita”.
Se si chiede qualcosa di straordinario, qualcosa in più, allora si deve pagarlo, in un modo o nell’altro.
Se non lo si annulla da sé (donando/sacrificando il guadagno extra agli dèi), ciò che è “sbagliato”, l'”ingiustizia” del favore extra verrà in qualche maniera annullata dalla cattiva hamingja – in pieno accordo con la comprensione pagana della giustizia.
Gli dèi restaureranno da sé la giustizia, in un modo o nell’altro, e la cattiva fortuna potrà arrivare quando e dove meno la si aspetta. Ogni uomo ottiene ciò che merita. Non di più, non di meno. Chiedere favori speciali è un affare rischioso. (4)
CONFER
Gianna Chiesa Isnardi nei Miti nordici
(1) Jan de Vries in Altgermanische Religionsgeschichte
(2) confer Gabriel Turville-professore di letteratura e antichità islandesi all’Università di Oxford
(3)confer Anton Gerard van Hamel Ođin Hanging on the Tree. Acta philologica Scandinavica
(4) V. Vikernes, Guide To The Norse Gods And Their Names, 2001, Cymophane Publishing; trad. it. Breviario degli dèi norreni e dei loro nomi, pag. 10: “Mjørðr” ovvero “Mjød”, “Il nutrimento del guerriero”.
La tomba, risalente al V sec. a.C. e ospitante i resti di un principe celtico, è stata scoperta nella regione di Champagne, a 100 chilometri da Parigi. Al centro di un tumulo di 40 metri di diametro, una delle più ampie camere funerarie rinvenute intorno alla fine della prima età del ferro, di ben 14 mq. La tomba contiene bacini, un cesto in bronzo, una ceramica decorata, un coltello nella sua custodia. Ma il pezzo principale è un calderone in bronzo, di circa un metro di diametro, ornato da alcune raffigurazioni della testa di Acheloo,il dio dei fiumi greco che qui è interpretato con le corna, la barba, i baffi e e le orecchie da toro, e con un bordo decorato con otto teste di leoni.
Il calderone originariamente conteneva vino e avrebbe rappresentato una vistosa dimostrazione della ricchezza e della potenza dei suoi proprietari quando veniva usato durante banchetti o feste simili. La sua presenza all’interno della tomba riflette la crescente interazione tra le élites ‘celtiche’ di francia e il mondo mediterraneo durante questo periodo. Vasi simili sono conosciute da numerosi tumuli di sepoltura “celtici” contemporanei, tra cui Bourges e Vix in Francia e La Heuneburg Hochdorf in Germania.
Il calderone misura circa 1 m di diametro e ha quattro manici che sono decorati con teste di bronzo che raffigurano il dio greco del fiume Acheloos. Ulteriori motivi decorativi si trovano intorno al bordo delle calderone, tra cui otto teste di leone. All’interno del calderone si trova una nave da vino in ceramica ( oniochoe ) decorata con un’immagine di Dioniso che dialoga con una donna, un oggetto assai prezioso con i bordi superiori e inferiori arricchiti d’oro. Nella camera funeraria sono stati inoltre ritrovati un coltello, alcuni altri contenitori in bronzo, un altare sacro e diversi altri oggetti.
Addosso al defunto, presumibilmente un uomo (ma la certezza non è scientifica), sono stati trovati bracciali e collane d’oro, per un peso complessivo di 580 grammi. Oltre alla tomba del principe sono state individuate altre camere funerarie, probabilmente appartenenti a parenti del sepolto, e urne contenenti le ceneri di persone morte oltre 3.500 anni orsono.I ritrovamenti hanno un valore storico eccezionale, principalmente a causa della testimonianza diretta degli scambi commerciali che avvennero fra le città stato Greche, gli Etruschi e le popolazioni nordiche come, appunto, i Celti francesi. I greci giungevano probabilmente nelle regioni più nord alla ricerca di schiavi, e i celti riuscivano a ottenere pezzi di artigianato dal valore (per loro) eccezionale.
Questo manufatto piuttosto macabro è stato trovato durante uno scavo archeologico a Ribe, in Danimarca. Consiste in un frammento di cranio umano successivamente trasformato in un amuleto. Misura circa 6 cm per 8,5 cm e contiene un piccolo foro, che avrebbe permesso di essere indossato su una cravatta. L’amuleto risale alla metà dell’ottavo secolo, epoca in cui la Danimarca era ancora un paese prevalentemente pagano. Contiene un numero di linee di testo runico inscritto e queste forniscono una panoramica della funzione originale dell’oggetto.
Gap var ginnunga Hin fornu Tré Óðinn gaf líf Vili gaf Vit Vé gaf sjón, mál og heyrn Dansk oversættelse: Ulf/ulv og Odin og Høj-Tyr. Hullet/Buri er hjælp mod dette værk (denne smerte). Og dværgen overvundet. Bourr.
English translation: Ulfr/ Wolf and Óðinn and HótiwR/High-Týr. The hole/Buri is help against this ache (pain). And the dwarf overcome. Bourr.
Transskription: UlfuR auk Óðinn auk Hó-TíuR. Hialp buri es viðR þæima værki. Auk dverg unninn. Bóur(r).
Translitteration: ulfuR Auk uþin Auk HutiuR : HiAlb buri(i)s : uiþR | þAiMA uiArki Auk tuirk unin buur
Ulf e Odino,
e l’Alto Tyr,
Questo è l’aiuto contro questo dolore
E il nano ha vinto. Bourr
(MacLeod and Mees 2006, 24)
L’iscrizione runica sembra invocare una tripla forza di protettori per combattere un Nano. Questi sono Ulf o lupo, che può rappresentare Fenrir , poi Odino il dio nordico principale, seguito da Alto-Tyr, che è probabilmente il dio guerriero Tyr .
Questi aiuteranno Bur, che è molto probabilmente Borr / Burri , il padre di Odino (è anche possibile che Ulf / Odino / Alto-Tyr, rappresentino una trinità divina dello stesso dio, Odino).
Nella mitologia norrena si pensava che Odino avesse poteri curativi, mentre i nani erano spesso associati alla malattia. Alla luce di ciò, il ciondolo potrebbe essere stato usato come talismano per proteggersi dalle malattie. L’uso di un teschio umano ha probabilmente infuso l’amuleto con una potenza extra.Riferimenti
MaCleod, M. & Mees B. (2006) Amuleti runici e oggetti magici , Boydell Press, Suffolk
L’Hávamál (“La canzone di Harr, l’eccelso“, in norreno) è la seconda composizione dell’Edda poetica. Un lungo monologo, in cui ha parlare è Odino, qui chiamato con l’epiteto di Hár (l’Alto o l’Eccelso), da cui anche gli altri titoli con i quali il poema è conosciuto: Canzone dell’Alto o Canzone dell’Eccelso. Evidenze storiche e linguistiche mostrano che le sue parti più antiche risalgono con ogni probabilità all’inizio del X secolo. La parte più strettamente sapienziale comprende invece alcuni preziosi passaggi sulle rune e sui canti magici.
Veit ek, at ek hekk
vindgameiði á nætr allar níu, geiri undaðr ok gefinn Óðni, sjalfur sjalfum mér, á þeim meiði er manngi veit hvers af rótum renn.
Við hleifi mik sældu né við hornigi, nýsta ek niðr, nam ek upp rúnar, æpandi nam, fell ek aftr þaðan.»
«Lo so io, fui appeso al tronco sferzato dal vento per nove intere notti, ferito di lancia e consegnato a Odino, io stesso a me stesso, su quell’albero che nessuno sa dove dalle radici s’innalzi.
Con pane non mi saziarono né con corni [mi dissetarono]. Guardai in basso, feci salire le rune, chiamandole lo feci, e caddi di là.»
(Edda poetica – Hávamál – Il Discorso di Hár 138-139)
Óðinn vi racconta in prima persona di come rimase appeso nove notti al tronco del gran frassino Yggdrasill, con una lancia e sacrificato a sé stesso, per impossessarsi dei segreti delle rune. Si tratta dell’unica trattazione di questo mito importantissimo.svolta nel solito modo rapido e oscuro tipico della poesia gnomica – poesia priva di sistematicità, un genere che può essere accostato al proverbio, se non fosse che ha una propria elaborazione letteraria. La sezione si conclude con alcune strofe che trattano delle rune, le cui differenze di metro e di forma attestano però una diversa provenienza.
Fé vældr fræ’nda rógi; fóðesk ulfr í skógi Rúnar munt þú finna ok ráðna stafi, mjök stóra stafi, mjök stinna stafi, er fáði fimbulþulr ok gerðu ginnregin ok reist hroftr rögna. [Hávamál 142]
Úr er af illu jarni; oft leypr ræinn á hjarni Þurs vældr kvenna kvillu; kátr værðr fár af illu Óss er flestra færða; för, en skalpr er sværða Nam ek upp rúnar, æpandi nam… [Hávamál 139]
Ræið kvæða rossom væsta; Reginn sló sværðet bæzta Kaun er barna bolvan; bol gorver mann folvan Hagal er kaldastr korna; Herjan skóp hæimin forna Nauð gerer nappa kosti; naktan kælr í frosti Is köllum brú bræiða; blindan þarf at læiða
Ár er gumna góði; get ek at örr var Fróði
Sól er landa ljómi; lúti ek að helgum dómi
Týr er einhendr ása; oft værðr smiðr at blása
Bjarkan er laufgrænstr líma; Loki bar flæ’rðar tima
Maðr er moldur auki; mikill er græip á hauki Mikill er græip á hauki…
Nam ek upp rúnar, æpandi nam… Laukr er, er fællr ór fjalle; foss en gull ero nosser Ýr er vetrgrænstr víða; vant er, er brennr, at svíða.
La ricchezza causa disputa tra amici; Il lupo vive nella foresta.
“Rune che troverai, e righi leggibili, Doghe molto forti, doghe molto robuste, Staves che Bolthor ha macchiato, Fatto da potenti poteri, Graven dal dio profetico. “
Le scorie provengono dal ferro cattivo; Gestisce spesso le renne sulla neve ghiacciata. Il gigante provoca il dolore della donna; Pochi sono allegri per la sfortuna. La foce del fiume è la via della maggior parte dei viaggi; Ma la guaina è quella delle spade.
“… Ho preso le rune con un forte pianto … “
Guidare, si dice, è per i cavalli il peggiore; Regin ha forgiato la migliore spada. L’ulcera è fatale per i bambini; La morte rende pallido l’uomo. La grandine è il grano più freddo; Herjan ha plasmato il mondo nei tempi antichi. Hai bisogno di lasciarti una piccola scelta;
Hai bisogno di lasciarti una piccola scelta; Il congelamento nudo nel gelo. Il ghiaccio chiamiamo il grande ponte; Il cieco deve essere condotto. L’anno buono è una benedizione per gli uomini; Dico che Frodi è stato generoso. Il sole è luce della terra; Mi inchino davanti al santo. Tyr è una mano sola tra gli Æsir;
Spesso il fabbro deve soffiare. La betulla è l’arto più verde con le foglie; Loki ha portato il successo dell’inganno. L’uomo è l’aumento del suolo; Potente è l’artiglio del falco. Mighty è l’artiglio del falco …
“… Ho preso le rune con un forte pianto … “
L’acqua è ciò che cade dalla montagna; Ma d’oro sono i gioielli. Il tasso è l’albero più verde in inverno; Canta spesso quando brucia.
”Nella società nordica legata alla struttura sociale della Sippe (stirpe, schiatta) il vichingo veniva rappresentare per così dire il ribelle cioè colui che rivoltandosi contro un atteggiamento di totale e passiva sottomissione alle esigenze e al destino della comunità ,tentava ,unendosi ad altri individui come lui,di divenire padrone della propria vita e del proprio futuro.
La banda dei Vichinghi che, legati da giuramento di fedeltà a un solo capo, cercavano nell’avventura e nella guerra uno sfogo alle proprie aspirazioni e ambizioni personali, non era infatti che una forma di comitatus.”
I Miti Nordici Gianna Chiesa Isnardi pag 17 cap I
comitatus s. m., lat. [der. di comitari «accompagnare»; nel 2° sign., direttamente da comes –mĭtis: v. conte] (pl. –us). – 1. Séguito, accompagnamento. Cesare e Tacito così chiamano il séguito di giovani volontarî, legati da giuramento di reciproca fedeltà, che accompagnavano un capo nelle sue imprese di pace e di guerra
Il Termine comitatus designa secondo Tacito un gruppo ristretto di guerrieri scelti, ribelli alla staticità della società, che unendo i propri sforzi per il conseguimento di un affermazione personale seguivano un condottiero con il quale condividevano il proprio ideale di vita.
In genere, si può dire che i significati radunati dal luogo costituiscono il suo Genius Loci. Christian Norberg-Schul architetto norvegese, importante critico e teorico dell’architettura.
L’addestramento evocativo risveglia il potere metaforico, archetipico, di luoghi, che trasmettono vibrazioni forti.
Fluttuazioni di pensiero attivate in una disponibilità recettiva, spingono alla percezione dell’ambiente, stimolano l’addestramento combattivo, in luoghi di evocazione combattiva.
”Castellum Aginulfi” dalle antiche radici longobarde agil/agin terrore ( o Drago confer A Gothic Etymological Dictionary di Winfred Philipp Lehmann ) e wulf lupo Wulf (Common Germanic * wulfaz ” wolf “) era uno degli elementi più prolifici nei primi nomi proto-germanici . Poteva figurare come il primo elemento nei nomi tematici, come secondo elemento, nella forma -ulf, -olf . Il lupo era animale sacroa Wodanaz,Wuotan o Wōtan,Odino.
Alcuni storici collegano i lupi sacri ad odino Geri e Freki con reperti archeologici che ritraggono figure che indossano pellicce di lupo e frequentemente trovano nomi legati al lupo tra i popoli germanici , tra cui Wulfhroc (“Wolf-Frock”), Wolfhetan (“Wolf-Hide”), Isangrim (” Gray-Mask “), Scrutolf (” Garb-Wolf “) e Wolfgang (” Wolf-Gait “), Wolfdregil (” Wolf-Runner “) e Vulfolaic (” Wolf-Dancer “) e miti riguardanti i guerrieri lupo dalla mitologia nordica (come il Úlfhéðnar ) il culto pan-germanico della banda di guerrieri lupo centrato su Odino che fu bandito dopo la cristianizzazione . Secoli di ardore combattivo dalle postazioni di avvistamento romane, le dispute tra Pisa e Lucca, sino alle ardue battaglie della linea gotica.
Per il termine Drago confer A Gothic Etymological Dictionary di Winfred Philipp Lehmann