τά μυστήρια mysterion μυστήριον i misteri greci

Ψυχὴ πᾶσα ἀθάνατος. τὸ γὰρ ἀεικίνητον ἀθάνατον · τὸ δ᾽ ἄλλο κινοῦν καὶ ὑπ᾽ ἄλλου κινούμενον, παῦλαν ἔχον κινήσεως νἔχῦ μόνον δὴ τὸ αὑτὸ κινοῦν, ἅτε οὐκ ἀπολεῖπον ἑαυτό, οὔποτε λήγει κινούμενον, ἀλλὰ κὅὶλι

Πλάτων, 427-347 π.Χ., Φιλόσοφος

(από τον Φαίδρο)

Ogni anima (è) immortale. Infatti, ciò che si muove sempre (è) immortale; ciò che invece muove altro ed è mosso da altro, quando ha la cessazione del movimento, ha la cessazione della vita.

Platone Fedro 245c 245a

Tutte le anime che non sono state iniziate provando un grande tormento si allontanano dalla visione dell’Essere e, essendosi del tutto distaccate dalla Verità si nutrono con il cibo dell’opinione. Ma a causa di ciò esse provano una grande e tormentosa difficoltà a vedere la pianura della verità e scoprire dov’è: il pascolo che si addice alla parte migliore dell’anima si trae appunto dalla prateria di lassù, e di questa si nutre la natura delle penne e delle piume da cui l’anima, resa leggera, viene sollevata”

Platone, Fedro, 244 e – 245

ΤΑ ΟΡΦΙΚΑ ΜΥΣΤΗΡΙΑ ΕΙΝΑΙ Η ΨΥΧΗ ΤΗΣ ΕΛΛΑΔΟΣ
ΤΑ ΟΡΦΙΚΑ ΜΥΣΤΗΡΙΑ ΕΙΝΑΙ Η ΨΥΧΗ ΤΗΣ ΕΛΛΑΔΟΣ

Misteri’ designa diverse ‘forme’ di culto proprie dell’antichità greca i cui ‘rituali’, le cui ‘dottrine’, le cui ‘esperienze’ erano rigorosamente tenuti segreti, riservate agli  iniziati, i quali avevano l’obbligo di non profanare il segreto, che doveva rimanere ineffabile, l’obbligo del silenzio  esuchìa  ησυχία, definiva anche  i significati di ‘calma’, ‘tranquillità’, ‘quiete’, ‘pace’, ‘riposo’ e si associava il concetto che l’esperienza misterica tale da non poter essere ‘rivelata’ o ‘descritta’ neanche volendolo fare.

Oreste a Delfi, la Pizia, il treppiede. Cratere con figure rosse, circa 330 a.C. AD
Oreste a Delfi, la Pizia, il treppiede. Cratere con figure rosse, circa 330 a.C. AD

 Mysterion μυστήριον, nella consuetudine greca, generalmente usato al plurale tà mystèria (τά μυστήρια), derivare dal verbo myo μύω che significa ‘chiudere gli occhi e le labbra’ ma anche, per traslato, ‘essere calmo’, ‘rimanere silenzioso’, molti sono i riferimenti in variegate culture all’importanza dell’acuire i sensi tramite l’ascolto silenzioso.
Vi è una probabile connessione con arcaica  radice indoeuropea ‘mu’ che indicava il dito posto sulle labbra per intimare il silenzio, radice che è anche alla base dei verbi latini musso e muttio, che vogliono dire appunto ‘tacere’, ‘balbettare’ e dell’aggettivo, usato anche come sostantivo, mutus.

Τα Ελευσίνια Μυστήρια
Τα Ελευσίνια Μυστήρια

 

 

 

μύστης mystes iniziati

Colui che veniva iniziato veniva chiamato mystes (μύστης) ed era introdotto alla sacra conoscenza dai mystagogòi (μυσταγογόι, termine composto con il verbo άγω che significa condurre).
myesis (μύησις) iniziazione deriva mystikòs (μυστικός) utilizato per designare colui che cerca il contatto diretto col con il Sacro, con il Divino, con ‘l’invisibile o l’implicito attraverso i culti misterici, con il termine misteri (dal greco μυστήριον mysterion, poi in latino mysterium) si vogliono indicare i culti di carattere esoterico che affondano le loro radici nelle antiche iniziazioni primitive, di origine sciamanico-rituali, e che si diffusero in tutto il mondo antico greco e medio-orientale, euroasiatico con un particolare sviluppo in età ellenistica e successivamente in epoca romana.

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”L’iniziazione ai misteri di Eleusi difatti culminava in una εποπτεία “epopteia”, in una visione mistica di beatitudine e purificazione, che in qualche modo può venir chiamata conoscenza. Tuttavia l’estasi misterica, in quanto si raggiunge attraverso un completo spogliarsi dalle condizioni dell’individuo, in quanto cioè in essa il soggetto conoscente non si distingue dall’oggetto conosciuto, si deve considerare come il presupposto della conoscenza, anziché conoscenza essa stessa.”
Giorgio Colli

I misteri più famosi del mondo greco erano senz’altro i misteri eleusini, legati al culto di Demetra e Persefone, al culto di Dioniso, a quello di Orfeo, nei misteri orfici, a quello del dio frigio Sabazio e i misteri dei Cabiri a Samotracia.
Nel sincretismo religioso tipico dell’età ellenistica e più tardi romana ebbero notevole importanza le realtà misteriche di origine orientale.
I culti misterici della Grande Madre Cibele con Attis dall’Asia minore, quelli di Serapide, Iside e Osiride della mitologia egizia, e quelli di Mitra dalla Persia permearono la facies religiosa della cultura romana imperiale, che vide il proliferare di templi, isei e mitrei in tutto il mondo allora conosciuto.

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Eppure, allargando un po’ lo sguardo, non dovrebbe sfuggire che l’uso astratto del pronome dimostrativo, per indicare l’oggetto della conoscenza, è nello stile del grande misticismo speculativo – basta rivolgersi al linguaggio delle Upanishad – proprio perché la paradossalità grammaticale allude alla sconvolgente immediatezza di ciò che è lontanissimo dai sensi.
E rimanendo alla Grecia, nell’epoca della sapienza come in quella della filosofia, è facile verificare la frequenza con cui l’atto della conoscenza suprema è chiamato un «vedere».( col termine epoptéia (εποπτεία) composto da epí (επί), preposizione che significa: ‘su’, ‘sopra’, ‘in alto’, e dal verbo optéuo (οπτεύω) che significa ‘vedere’)
Riguardo a Platone poi è possibile documentare, quando si avventura a descrivere l’esperienza conoscitiva delle idee, l’uso di una terminologia eleusina, cosicché si può suggerire l’ipotesi che la teoria delle idee, nel suo sorgere, fosse un tentativo di divulgazione letteraria dei misteri eleusini, in cui l’accusa di empietà veniva prevenuta con l’evitare qualsiasi riferimento ai contenuti mitici dell’iniziazione. E ancora in Aristotele, che non è certo il più mistico tra i filosofi, la cosa viene ribadita, e in termini del tutto espliciti.

GIORGIO COLLI “La sapienza greca”, Adelphi, Milano

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I latini derivarono il loro mysticum, oltre che mysta, mystagogus e, naturalmente,mysterium, il termine initiatio-initiationis, in collegamento con il verbo initio-initiare e col sostantivo initium, ( in genere usato anch’esso al plurale: initia, come nell’espressione: initia Cereris per indicare quelli di origine greca) sottolineando così il concetto che il rito esoterico introduce alla percezione metafisica e ne dà la prima esperienza.
Il segreto iniziatico era ‘esoterikós εσωτερικός , termine composto da éso=dentro ed il suffisso téros che, caratterizzando il grado comparativo di un aggettivo, significa: ‘più’ accessibile cioè solo ad una ristretta cerchi di adepti si contrapponeva a ciò che è e può essere divulgato: ‘essoterico’ o ‘exoterico’ (εξωτερικός, da έξω = fuori).

Il termine latino initium indica oltre che ‘il primo passo’ anche ‘l’origine’, ‘il fondamento’, è evidente che la initiatio poteva essere intesa come una ‘nuova nascita’ e l’iniziato stesso indicato come un re-natus, un essere diverso dal precedente perché mutato interiormente dalla potenza dell’esperienza misterica.

Lo stesso termine ‘adeptus’ con cui i Latini indicavano l’iniziato (oltre che, più genericamente il seguace di una dottrina, di una setta), essendo participio passato di ‘adipisci’, significava ‘che ha raggiunto’, ‘che ha conseguito’.

αποτρόπαιος apotropaico ἀποτρᾰγεῖν…

αποτρέπειν, apotrépein  allontanare atto, animale, oggetto, formula monile apotropaico, rito apotropaico o gesto apotropaico, per allontanare  o annullare un’influenza maligna o negativa.

Nell’antichità si consideravano  formule magiche orientali scritte su tavolette o su oggetti già per sé stessi, pietre rare, rappresentazioni figurate di animali o parti di essi, di mostri, di maschere gorgoniche, di membra umane fra cui specialmente l’occhio, la mano, il fallo.
Spesso gli oggetti apotropici si trovano nelle tombe a difesa del morto.

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Le maschere apotropaiche, utilizzate e conosciute ad ogni latitudine,  retaggio pagano sono presenti ovunque, da nord a sud, nelle antiche masserie di campagna, nei piccoli borghi, come nelle piazze, nelle fontane e nei palazzi più o meno centrali delle grandi città.
Poste sull’architrave delle porte o a ridosso di finestre e balconi queste figure, ricche di significati simbolici, testimonianze antichissime di scalpellini e mastri muratori, ricche di simboli anche esoterici ed iniziatici.
Per riuscire ad allontanare la malasorte le maschere dovevano essere mostruose, in grado di spaventare gli spiriti maligni e tenerli distanti dall’abitazione.


Le forze ostili trovavano così una barriera, e la casa si fondava come spazio protetto, la cui soglia è interdetta. Qualora una di queste forze negative (streghe, spiriti errabondi) riusciva ad oltrepassare la soglia, incontrava, dunque, “ostacoli” apotropaici quali fili di scope, nodi intrecciati, coltelli con la lama rivolta in giù, rametti di palma e di ulivo benedetti. A questo punto, le streghe, dovevano contare minuziosamente i fili della scopa o sciogliere nodi, impiegando così tutta la notte, tempo a loro disposizione per la possibile esplicazione dell’influsso malefico; mentre lo spirito veniva “tagliato” dal coltello, riconfermando la sua importanza nella strumentazione magico-folklorica.
Tutti questi riti sono legati a simbolismi comportamentali legati alla “soglia”: difatti si tramanda che l’ingresso fosse sede di numerose presenze spirituali, controllato da potenti “Guardiani”, custodi dei passaggi tra i Mondi a cui è possibile accedere solo dopo aver superato particolari prove iniziatiche.

Nell’antica religione romana il termine fascinum (o fascinus) poteva riferirsi a differenti cose: al Dio Priapo (nominato anche Fascinus da Plinio il Vecchio),alle effigi ed agli amuleti fallici contro il malocchio ed infine agli incantesimi per stregare qualcuno o qualcosa.
Plinio il Vecchio afferma che il fascinus, inteso come l’amuleto, funge da medicus invidiae, ossia un rimedio per l’invidia ed il malocchio.
La parola italiana “affascinare” deriva dal latino fascinare, derivato da fascinus e complementare al lemma italiano “fascino”.
Il significato originario “malia, influenza malefica che si ritiene possa emanare dallo sguardo degli invidiosi, degli adulatori” è condiviso anche dal termine latino, ma “fascino” ha successivamente originato una connotazione metaforica che indica “potenza di attrazione e di seduzione”

 

 

 

Phurba Kila o Kilaya ཕུར་བ

Forse rappresenta variegate interpretazioni iconografiche di divini “attributi simbolici” posseduti sia da divinità del Buddhismo Vajrayana che da divinità Indù.
Il phurba è anche chiamato “il pugnale magico”. 
Phur’ è tradotto dal sanscrito ‘kila’ e significa piolo o chiodo.

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Lo stile a tre facce della phurba deriva da un antico strumento vedico usato per individuare i sacrifici.
Il phurba ha tre segmenti sulla sua lama.
I tre segmenti rappresentano il potere del phurba per trasformare le energie negative.
Queste energie sono conosciute come i “tre veleni” e sono attaccamento, ignoranza e avversione .
I tre lati del phurba rappresentano anche i tre mondi spirituali e il phurba stesso rappresenta l’asse dei tre mondi spirituali.
Il phurba riunisce i tre mondi spirituali.

Padmasambhava
Padmasambhava (detto anche Padmakara e Padma Raja, tibetano: Padma rgyal-po ‘Re del loto’) (Cinese: 蓮華生大師 (Liánhuāshēng Dashī); Tibetano: Pema Jungnay – Padma ‘byun-gnas), in Sanscrito significa ‘Nato dal Loto’.

Si presume che Padmasambhava, considerato il primo e più importante diffusore del Buddhismo in Tibet, abbia inventato il phurba.
Phurba / Kila è un attrezzo rituale a tre lati con piolo, paletto, coltello o chiodo tradizionalmente associato al buddismo indo-tibetano, Bön, tradizioni vediche indiane ed è usato nei rituali buddisti.
Poiché il Tibet è sempre stato una cultura nomade, la tenda è una parte importante della vita tibetana e posizionare i picchetti nel terreno è sempre visto come sacrificare il terreno.

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Comune nelle tradizioni sciamaniche himalayane, è il penetrare verticalmente in un paniere, in una ciotola di riso, se il kīla è fatto di legno.
Alcuni studiosi ritengono che, per la maggior parte della cultura sciamanica Nepalese, il Kīla sia collegato all'”albero del mondo” axis mundi.
Il pugnale viene inoltre utilizzato in un rituale atto a consacrare un terreno alla preghiera.
L’energia del Kīla, si dice sia feroce, arrabbiata, acuta, penetrante, paralizzante.

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Vajrakilaya è una divinità Vajrayana significativa che trasmuta e trascende ostacoli e oscurazioni. Vajrakila è la “forma pensiero ” divina སྤྲུལ་ པ ། , che governa il kīla. Padmasambhava ha raggiunto la realizzazione praticando ” Yangdag Heruka solo dopo averlo combinato con la pratica del Vajrakilaya per pulire e cancellare ostacoli e oscurazioni.

l Kīla simbolicamente collega lo spazio della conoscenza, in sanscrito, Akasha, con la terra, creando un continuum energico. Il Kīla, in particolare quelli in legno, sono utilizzati nei rituali di guarigione sciamanica, per armonizzare l’energia della cura, e spesso fanno riferimento a due Nāgas intrecciate sul manico, elementi che ricordano la figura di Esculapio, del Caduceo, e di Hermes.
Il pugnale rituale riporta spesso immagini di Ashtamangala, di svastiche, e/o altri simboli sacri tibetani, iconografie e/o motivi Tantrici o Indù.
Come strumento di esorcismo, il Kīla può essere impiegato per trattenere sul posto demoni o forme pensiero,in modo che possano essere riorientati e tramutati.

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La magia del pugnale magico deriva dall’effetto che l’ oggetto materiale ha sul regno dello spirito .
L’ arte dei maghi o lama tantrici sta nella loro capacità visionaria di comprendere l’ energia spirituale dell’oggetto materiale e di focalizzarlo intenzionalmente in una determinata direzione
L’ uso tantrico del phurba comprende la cura della malattia , l’ esorcismo , l’ uccisione di demoni , la meditazione , le consacrazioni ( puja ) e il tempo.
La lama del phurba è usata per la distruzione di poteri demoniaci .
L’estremità superiore del phurba è usata dai tantrikas per le benedizioni .
Essendo dotato principalmente di tre parti distinte, pomo, manico e lama, i phurba sono spesso segmentati su entrambi gli assi orizzontali e verticali, anche se si possono trovare importanti eccezioni. Questa disposizione compositiva mette in evidenza l’importanza numerologica e l’energia spirituale legata ai valori numerici interi del tre e del nove.
Questo pugnale inoltre può essere costituito e costruito di diversi materiali, come legno, metallo, argilla, osso, gemme, corno o in cristallo, in ferro terrestre e/o meteorico. ‘Thokcha’ in tibetano: ཐོག་ལྕགས; Wylie: thog-lcags, significa in tibetano “cielo-ferro”.

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Da un punto di vista esoterico, il Kīla può servire per individuare e definire energie negative provenienti dal flusso mentale di una forma-pensiero, compresa la forma-pensiero generata da un gruppo.

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Vajrakilaya

Il Kīla come rappresentazione iconografica è direttamente correlata a Vajrakilaya, una divinità furiosa del buddismo tibetano, che spesso è visto con la consorte di Diptacakra
Questa divinità è incarnata nel Kīla come mezzo di distruzione, nel senso di finalizzazione e quindi liberare violenza, odio e aggressività, mentre il pomello possa essere impiegato nelle benedizioni.
Quindi il Kīla non viene materialmente considerata un’arma, ma un mero complemento spirituale.

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  • Müller-Ebeling, Claudia e Christian Rätsch e Surendra Bahadur Shahi (2002). Sciamanesimo e Tantra in Himalaya . Trad. di Annabel Lee . Rochester, Vt .: Inner Traditions International;
  • Witchcraft Medicine: Healing Arts, Shamanic Practices and Forbidden Plants
  •  Manuale dei simboli buddisti tibetani di Robert Beer

 

Nuraghe Majori casa-fortezza preistorica

«preindoeuropeo, o di sostrato mediterraneo, è anche il nome del monumento: nuraghe, detto pure altrimenti, a seconda dei distretti e dialetti della Sardegna, nuràkenuràxinuràccinuràginaràcu ..

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Foto Federica Maya Dal Pino

Questo termine, specie nel secolo XIX, fu messo in relazione con la radice fenicia di nur, che vuol dire fuoco, e fu spiegato come fuoco nel senso di dimora o di tempio del fuoco, con riferimento a culti solari che si sarebbero praticati sulla terrazza delle torri nuragiche.

Attualmente vi sono nuove ipotesi  i filologi propendono a considerare il vocabolo nuraghe come un reliquato della parlata primitiva paleomediterranea, da ricollegarsi col radicale nur e con le varianti nornulnolnar etc.: radicale largamente diffuso nei paesi del Mediterraneo, dall’Anatolia all’Africa, alle Baleari, alla Penisola iberica, alla Francia, col duplice significato, opposto ma unitario, di mucchio e di cavità.
Il vocabolo stesso poi indicherebbe non la destinazione ma la speciale forma costruttiva del nuraghe, il quale vorrebbe dire appunto mucchio cavocostruzione cavatorre cava, a causa della figura turrita del suo esterno, fatta per accumulo di grossi massi, e per la cavità cupoliforme dell’interno…»

(Giovanni Lilliu, I Nuraghi. Torri preistoriche della Sardegna, Ilisso, 2005, pag. 57.)

Secondo l’archeologo Giovanni Ugas dell’Università di Cagliari, la parola nuraghe potrebbe derivare invece da Norax o Norace, eroe degli Iberi-Balari.
È possibile infatti che la radice Nur sia un adattamento ai timbri mediterranei della radice indoeuropea Nor- che si ritrova in alcuni toponimi della Sardegna (es. Nora, Noragugume), nel Lazio con Norba città dei Volsci o Noreia antica città del Norico

 

 

Mistici e Maghi del Tibet Alexandra David-Neel

“Quando mi accinsi a visitare il Tibet, non fu, come molti possono credere, allo scopo di vedervi fenomeni bizzarri. Mi proponevo di studiare sul luogo una deformazione particolare della dottrina buddhista nella sua commistione nello sciamanesimo dei Peuns: il lamaismo.
Fu ‘per caso’ che mi accadde nel corso delle mie peregrinazioni attraverso il Tibet, di assistere al prodursi di fatti straordinari.
Ma più che sui fatti stessi, la mia attenzione si fermava sulla personalità di coloro che ne erano gli attori, e sulle idee che essi nutrivano a loro riguardo.”
Confer Prefazione

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”Il Buddismo insegna che l’energia prodotta dall’attività mentale e fisica di un essere porta, una volta che l’essere è stato dissolto dalla morte, alla comparsa di nuovi fenomeni ,mentali e fisici.
Esistono sottili teorie intorno a questo argomento e sembra che i mistici tibetani siano andati più in profondità di molti altri buddisti.
Ma in Tibet come d’altro canto dovunque i punti di vista filosofici sono compresi solo dai privilegiati….”

Confer pag 30  La Morte e l’al di là Tibet e lama

MISTICI E MAGHI DEL TIBET

”Le persone che praticano la meditazione metodicamente e regolarmente provano spesso dopo essersi sedute nel luogo a ciò riservato la sensazione di liberarisi da un peso di spogliarsi da un vestito pesante e d’entrare in una regione silenziosa…”

Confer pag. 215 Teorie mistiche

Alexandra David-Néel, stata una scrittrice ed esploratrice, autrice di numerosi libri sul buddismo, storie di viaggi in Cina, India e soprattutto Tibet, romanzi tibetani e una voluminosa corrispondenza. prima donna occidentale a giungere nel 1924 a Lhasa, città vietata agli stranieri all’epoca, dopo otto lunghi mesi di marcia partendo dalla Mongolia e attraversando il Tibet.
Nella sua lunga carriera di esploratrice, fotografa, orientalista e antropologa scrisse più di trenta libri di viaggi e alcuni testi sul Buddhismo. Apprese il pali, il sanscrito e il tibetano per conoscere direttamente i testi, e studia testi buddisti e induisti, fu adepta della Teosofia, Massoneria, rito scozzese antico e accetta, aderì a movimenti femministi ed anarchici. Nel palazzo reale di Gangtok, Alexandra incontra anche Thubten Gyatso, Sua Santità il XIII Dalai Lama nel periodo in cui, dal 1910 al 1912, è costretto all’esilio in India. Il Dalai Lama incoraggia Alexandra a proseguire gli studi buddisti e a studiare il tibetano, pur rinviando le risposte alle troppe e scomode domande della sua interlocutrice.
Grazie ad una eredità proveniente dalla nonna materna, viaggiò in lungo e in largo per tutta l’India, dove rimase affascinata dalla musica tibetana e dalle tecniche di meditazione apprese grazie al suo maestro locale, Swami Bhaskarânanda, fu cantante lirica, divenendo anche prima donna all’Opera di Hanoi.

Dal 1914 al 1916 visse in eremitaggio in una caverna nel Sikkim praticando esercizi spirituali con il monaco tibetano Aphur Yongden che divenne il suo compagno di vita e avventure e che in seguito adottò come figlio.

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Nel 1916 a Shigatse incontrò il Panchen Lama che la riconobbe come reincarnazione.
Impossibilitata a tornare in Europa a causa della guerra si recò in Giappone. Là incontrò Ekai Kawaguchi che nel 1901 aveva visitato Lhasa. Desiderosa di imitarlo, si recò a Pechino e di lì, travestita da tibetana, attraversò la Cina in piena guerra civile e a piedi raggiunse Lhasa.
Dopo una parentesi europea, Alexandra nel 1937 tornò in Cina dove rimase, a causa della seconda guerra mondiale, fino al 1946. Morì a centouno anni in Provenza.

Libri di Alexandra David Neel in italiano:
Viaggio di una parigina a Lhasa (1927), Voland editore, 2013
Mistici e maghi del Tibet, (1929), Astrolabio-Ubaldini 1965 e Voland, 2009
Il buddismo del Buddha (1911 e 1937), Basaia 1986 e ECIG, 2003
Nel paese dei briganti gentiluomini (1933), Voland, 2000, sul viaggio verso il Tibet lungo la Cina
Antico Tibet, nuova Cina (1951), Luni, ed., sul secondo viaggio in Tibet dal 1937al 1946
Le iniziazioni nel buddismo tibetano (1930), Astrolabio-Ubaldini, 1982
Magia d’amore, magia nera (1938), Venexia, 2006
Gli insegnamenti segreti delle sette buddiste tibetane (1951), Arcana 1975
Immortalità e reincarnazione (1961), ECIG, 1982
Vita sovrumana di Gesar di Ling (1951), Astrolabio-Ubaldini, 1982 (scritto con Lama Yongden)
Il Lama delle cinque saggezze (1929), Voland editore, 2003 (romanzo, scritto con Lama Yongden)
Il potere del nulla (1954), Voland editore, 2014  (romanzo, scritto con Lama Yongden)
La luce della conoscenza. Pensieri, riflessioni, aforismi di una avventuriera dello spirito, ECIG, 1999

Agisci come fosse l’ultima azione della tua vita, ποριεῖς δέ ἂν ὡς ἐσχάτην τοῦ βίου ἑκάστην πρᾶξιν ἐνεργῇ Perfice Omnia facta vitae quasi haec postrema essent

Πάσης ὥρας φρόντιζε στιβαρῶς ὡς Ῥωμαῖος καὶ ἄῤῥην τὸ ἐν χερσὶ μετὰ τῆς ἀκριβοῦς .. καὶ ἀπλάστου σεμνότητος καὶ φιλοστοργίας καὶ ἐλευθερίας καὶ δικαιότητος πράσσειν καὶ σχολὴν ἑαυτῷ ἀπὸ πασῶν τῶν ἄλλων φαντασιῶν πορίζειν. ποριεῖς δέ, ἂν ὡς ἐσχάτην τοῦ βίου ἑκάστην πρᾶξιν ἐνεργῇς, ἀπηλλαγμένος πάσης εἰκαιότητος καὶ ἐμπαθοῦς ἀποστροφῆς ἀπὸ τοῦ αἱροῦντος λόγου καὶ ὑποκρίσεως καὶ φιλαυτίας καὶ δυσαρεστήσεως πρὸς τὰ συμμεμοιραμένα. ὁρᾷς πῶς ὀλίγα ἐστίν, ὧν κρατήσας τις δύναται εὔρουν καὶ θεουδῆ βιῶσαι βίον˙ καὶ γὰρ οἱ θεοὶ πλέον οὐδὲν ἀπαιτήσουσι παρὰ τοῦ ταῦτα φυλάσσοντος.

Τὰ εἰς ἑαυτόν
Συγγραφέας: Μάρκος Αυρήλιος

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Ad ogni istante pensa con fermezza, da Romano e maschio quale sei, a compiere ciò che hai per le mani con serietà scrupolosa e non fittizia, con amore, con libertà, con giustizia, e cerca di affrancarti da ogni altro pensiero.
Te ne affrancherai compiendo ogni singola azione come fosse l’ultima della tua vita, lontano da ogni superficialità e da ogni
avversione passionale alle scelte della ragione e da ogni finzione, egoismo e malcontento per la tua sorte.
Vedi come sono poche le condizioni che uno deve assicurarsi per poter vivere una vita che scorra agevolmente e nel rispetto degli dèi: perché gli dèi non chiederanno nulla di più a chi osserva queste condizioni

Marco Aurelio
A se stesso
(pensieri)

Ὑγίεια Igea divinità della guarigione

Igea  Ὑγίεια hygìeia, con il significato di “salute”, “rimedio”, “medicina è una figura della mitologia greca e successivamente romana. 
Figlia di Asclepio e di Epione (o Lampezia), è la dea della salute e dell’igiene. Nella religione greca e romana, il culto di Igea è associato strettamente a quello del padre Asclepio, tutelando in questo modo l’intero stato di salute dell’individuo. Igea viene invocata per prevenire malattie e danni fisici; Asclepio per la cura delle malattie e il ristabilimento della salute persa.
Igea era raffigurata sotto l’aspetto di una giovane donna prosperosa, nell’atto di dissetare in una coppa un serpente, in un’altra raffigurazione era seduta su un seggio, con la mano sinistra appoggiata ad un’asta, mentre con la mano destra porge una patera ad un serpente che, lambendola, si innalza da un’ara posta davanti alla dea.

Coppa di Igea. In mezzo: Asta di Asclepio. Destra: Dio greco Asclepio (Esculapio)

ASCLEPIO: GENESI E MITO, DA EROE A DIO confer Axis Mundi

L’ERA DEL SERPENTE”: “IL SERPENTE E IL DRAGO: MORFOLOGIA DEL SIMBOLISMO OFIDICO”
confer Axis Mundi

Ἡ Πότνια Θηρῶν, “Signora degli animali

Simboli misteriosi i Tatu dell’“Uomo del Similaun”curativi o evocativi.

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L’Uomo venuto dal ghiaccio morto durante l’Età del Rame fra il 3100 e il 3300 a.C., a seguito di una ferita procurata da una freccia, sul corpo di Ötzi sono stati ritrovati ben 61 tatuaggi, per la maggior parte punti, linee e crocette,difficili da individuare a occhio nudo, innanzitutto a causa dello stato di deterioramento della pelle, e poi perché collocati in uno strato profondo della cute.
Bisogna infatti tenere presente che la tecnica utilizzata all’epoca non prevedeva l’uso di aghi: si praticavano delle piccole incisioni nella pelle e quindi si ricopriva l’incavo con il carbone vegetale.
In alcuni sono stati ritrovati anche cristalli di silice (come il quarzo) e cenere, motivo per cui gli studiosi ipotizzano che la materia prima per i tatuaggi derivasse dai fuochi domestici. “Immaginiamo che abbiano utilizzato delle spine intinte nella fuliggine per penetrare la pelle, o che producessero i fori e mettessero poi la fuliggine nella ferita, in modo che il materiale colorato rimanesse sotto pelle dopo la rimarginazione”, ha dichiarato  Maria Anna Pabst, uno degli autori della ricerca.
I tatuaggi si trovano in parti del corpo che durante la vita dell’Uomo venuto dal ghiaccio devono avergli provocato dolori: avevano quindi, molto probabilmente, funzioni di tipo curativo medicamentoso.

Il gruppo di ricerca guidato da Marco Samadelli ha utilizzato un metodo di imaging non invasivo (nello specifico una tecnica di ripresa multispettrale messa a punto da Profilocolore, una società di Roma) capace di mettere in risalto le più impercettibili sfumature della pelle. Questo particolare procedimento fotografico ha permesso di catturare la luce dall’infrarosso all’ultravioletto, facendo emergere in modo nitido tutti i disegni scolpiti sulla mummia. La mappa, pubblicata sul Journal of Cultural Heritage, conta 61 tatuaggi, classificati in 19 gruppi.
A eccezione di due croci, sono quasi sempre brevi segmenti lineari lunghi dai 7 millimetri ai 4 centimetri, di solito disposti parallelamente come le righe di un quadernino.
La maggior parte dei tatuaggi di cui si aveva già prova sono posizionati in prossimità delle articolazioni: questa peculiarità aveva accreditato l’ipotesi che si trattasse di una pratica terapeutica affine all’agopuntura. I tatuaggi, di colore blu scuro, rappresentano quasi esclusivamente gruppi di linee disposte parallelamente all’asse longitudinale del corpo; questo orientamento corrisponde a quello dei meridiani dell’agopuntura cinese. L’unico altro simbolo rappresentato è una croce, anche in questo caso localizzata in punti fondamentali per l’agopuntura: il ginocchio e la caviglia sinistra. I ricercatori hanno, perciò, ipotizzato che l’usanza di tatuare il corpo avesse una funzione curativa più che estetica, anche perché i tatuaggi sono spesso posti in luoghi non facilmente visibili. Inoltre, studi precedenti avevano rivelato che Oetzi soffriva di una serie di disturbi che lo avrebbero reso il paziente perfetto degli agopuntori preistorici.
Per ora si tratta di speculazioni, ma non si può escludere che le pratiche dell’agopuntura possano essere comparse indipendentemente in diverse culture asiatiche ed europee.

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Secondo il prof. Giovanna Salvioni, docente di antropologia culturale ed etnologia all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano:” in  alcuni casi i tatuaggi potevano avere un valore terapeutico. Già il segno che veniva inciso sulla pelle poteva essere considerato curativo perché dotato di potere magico. Inoltre durante la tatuatura potevano forse essere introdotte sotto pelle delle sostanze vegetali dotate di un certo effetto terapeutico. Ad oggi non sappiamo esattamente quali fossero le conoscenze di medicina empirica di questi nostri antenati: possiamo pensare però che usassero già piante specifiche per combattere dolori come il mal di testa o per indurre uno stato di ebbrezza.”

Tra gli oggetti ritrovati accanto alla mummia c’erano, infatti, due gusci simili sughero infilati in laccetti di cuoio. Ogni nodulo era forato e legato a una stringa, forse per fissarlo a una parte del suo abbigliamento o della cintura. Inizialmente, si pensava si trattasse di un acciarino rudimentale, ma alcuni microbiologi austriaci hanno identificato i grumi, rinvenendo tracce del fungo di betulla, il Piptoporus betulinus, comune negli ambienti alpini e in altri ambienti freddi. Luigi Capasso, antropologo del Museo Archeologico Nazionale di Chieti, ha esaminato le prove e ha concluso: “La scoperta del fungo suggerisce che l’Uomo venuto dal ghiaccio fosse a conoscenza della presenza nel suo intestino dei parassiti e li ha combattuti con dosaggi misurati di Piptoporus betulinus”. Come ha rilevato Capasso, il fungo di betulla contiene resine tossiche che attaccano i parassiti come  i tricocefali e un altro composto, l’acido agarico, che è un potente lassativo. Le proprietà combinate del fungo avrebbero potuto almeno dare un sollievo temporaneo spurgando il suo intestino dai vermi e dalle loro uova. “Il fungo di betulla – scrive Capasso – era probabilmente l’unico rimedio disponibile in Europa prima dell’introduzione dell’olio di chenopodio, molto più tossico, un arbusto tipico degli ambienti aridi del Sud America”. 

CONFER  Journal of Archaeological Science

M.A. Pabst, I. Letofsky-Papst, E. Bock, M. Moser, L. Dorfer, E. Egarter-Vigl, F. Hofer. The tattoos of the Tyrolean Iceman: a light microscopical, ultrastructural and element analytical study, Journal of Archaeological Science, In Press

ascia di otzi origine TOSCANA

Ötzi fu un capo tribù importante, o uno sciamano, o un guerriero in fuga.
Ferito fu costretto a vagare nei ghiacci per tanto tempo con la ferita sanguinante, sfiancato, crollò, e restò sotto la neve e nel ghiaccio per cinquemila anni.
Resta un mistero, ma ebbe degna sepoltura.
Di più, fu portato in montagna dai suoi compagni e lì interrato con un cerimoniale che di solito spettava a un capo.
A sostenerlo è una ricerca condotta dal professor Luca Bondioli, del Museo di Preistoria ed Etnologia di Roma, insieme con un team statunitense e pubblicata su Antiquity. “Da molto tempo”, ha spiegato Bondioli, “ci si poneva il problema delle contraddizioni emerse nel corso delle ricerche. Ötzi è stato ucciso, ma non lì dove è stato trovato il corpo. Vi sono delle evidenze che contraddicono la tesi che fosse un fuggiasco”. Bondioli si riferisce , innanzitutto, all’arco e alle frecce: “E’ improbabile -afferma- che un uomo si metta in fuga con arco e frecce non finite”.

L’ascia di Ötzi, perfettamente conservata, è unica al mondo.
Il manico con testata a gomito è in legno di tasso e ha una lunghezza di circa 60 cm. La lama trapezoidale, costituita quasi al 99,7% da rame puro, è incuneata nella forcella della testata, alla quale è stata dapprima incollata con catrame di betulla e poi ulteriormente assicurata con sottili strisce di pelle.
La lama è stata ottenuta colando il metallo fuso in una matrice e affilata a martello dopo il raffreddamento.
Le tracce di usura documentano un utilizzo frequente dello strumento che, per questo motivo, ha dovuto essere riaffilato.
Il rame della lama non viene dalle Alpi ma dal centro Italia.
Un gruppo di ricercatori ha scoperto che il rame proviene da giacimenti di minerale nel sud della Toscana.

Il rame fu il primo metallo con cui gli uomini produssero armi e utensili.
Le conoscenze legate alla sua estrazione e lavorazione si diffusero dall’Asia anteriore e raggiunsero l’Europa centrale intorno al 4000 a.C. A partire dal 3000 a.C. circa personaggi di rango elevato possedevano un’ascia di rame, che spesso li accompagnava anche dopo la morte come corredo funebre.
Non serviva soltanto per lavorare il legno e per abbattere gli alberi ma era anche una potente arma per i combattimenti corpo a corpo.

Conferenza sul mito di Sparta

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Conferenza sul Mito e il simbolismo di Sparta
Spartani Σπαρτιάται aristocrazia austera
Un aggregato umano misterioso, austero, silenzioso ”laconico ”, schivo ,duro, dedito all’addestramento permanente , al culto della parola data, che per mantenere il suo status s’impone regole severe di rinuncia e restrizione, il privilegio degli Ὅμοιοι, gli Uguali Σπαρτιάται, Spartiati è essere fedeli e dediti ad un ideale metafisico autoreferenziale.

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