Onora la tenebra rispetta le radici affonda nella Terra ferrosa ma torna alla Luce guerriero respirando le stelle… con tutto il tuo Cuore…. Nella tempesta….tra le fitte nebbie, nel crepaccio, dove ogni cosa appare dolorosamente inevitabile, densamente univoca…. la trama si nasconde, aggrovigliandosi e dell’arazzo si vedono solo fili contorti si sentono solo tempie pulsanti…. è la terra, che nutre, ma toglie il respiro ….. l’Aria è più in alto, lo Spazio Altrove…. stai quieta anima stai nella mischia e fai ciò che puoi… il resto è fragore di Marte non il Cosmo
IL VIAGGIO SCIAMANICO dell’ANIMA con SELENE CALLONI WILLIAMS
Intervista con Selene Calloni Williams, ‘https://linktr.ee/symposium.podcast, dove l’autrice e studiosa condivide la sua profonda esperienza con lo sciamanesimo, lo yoga sciamanico e il buddismo Teravada, pratiche che ha abbracciato dopo aver affrontato una grave ”depressione” seguita alla morte del padre. L’intervista si concentra sui due pilastri comuni a tutte le tradizioni sapienziali: il riassorbimento del reale (ritiro delle proiezioni o realizzazione dello stato di sogno) e il matrimonio mistico (unione dell’umano e del divino).
Selene spiega anche la sua visione della psicologia immaginale e l’importanza del coraggio e dell’esperienza per vivere una vita autentica, citando il concetto di malattia sciamanica come risorsa e descrivendo il digiuno immaginale come strumento per il viaggio interiore.
L’intervista si chiude con una discussione sul Diamon come guida spirituale e l’importanza del tamburo nello sciamanesimo.
Per la studiosa di yoga sciamanico e psicologia immaginale Selene Calloni Williams, “vivere per davvero” significa innanzitutto significa innanzitutto “esserci”, ovvero “essere nell’attimo presente” e “non essere nella mente”.
Questo concetto implica un’esperienza profonda e coraggiosa dell’esistenza:
1. Uscire dalla Mente e Abbracciare l’Esperienza
Vivere per davvero richiede di uscire dalla mente. La mente, infatti, confina l’individuo nelle credenze, nei concetti e nelle teorie, impedendo l’esperienza vera e reale.
• Superare il Pensiero Razionale: Non significa smettere di pensare, ma superare la mente meramente logica, razionale e analitica, entrando in una mente “enormemente più vasta e vera”.
• La Mente Poetica (o Pensiero del Cuore): Questa mente più vasta è chiamata, tra gli altri, “il pensiero del cuore” (secondo James Hillman) o “Overmind” (secondo Sri Aurobindo), ma l’autrice preferisce definirla la “mente poetica”.
• Istinto Consapevole: In sostanza, si tratta di risvegliare l’istinto consapevole. Significa “pensare come la foresta”, essere “terra foresta che pensa”, e quindi fare esperienza vera, come la fanno un albero o un animale.
2. Il Coraggio di Essere Presenti
Per fare reale esperienza della vita è necessaria una sola cosa: non avere paura, ovvero avere coraggio.
• Essere nel Cuore: Fare esperienza vera significa essere nel cuore, il che vuol dire “amare” e “darsi, offrirsi”.
• Presenza Totale: Se si è veramente vivi e presenti nell’attimo, si accede a “tutto il tempo e tutto lo spazio”, perché “tutto è nel qui e ora”. Se si respira fino in fondo il momento in totale libertà, ci si accorge che in quell’istante ci sono tutti i momenti.
• Trascendere la Paura: La mente, con i suoi continui calcoli su ciò che è giusto o sbagliato, possibile o impossibile, e sui pericoli, impedisce di essere veramente nel qui e ora, e di respirare il momento in totale libertà. Vivere per davvero, quindi, è avere il coraggio di essere davvero qui e ora.
3. La Libertà e il Ricordo di Sé
Vivere per davvero è strettamente legato al raggiungimento della libertà, che è il valore più grande, e al ricordo della propria vera identità.
• Il Mantra del Risveglio: L’autrice cita il mantra Samasati, che significa “ricorda chi sei”, e si dice sia stata l’ultima parola pronunciata dal Buddha prima di morire. Questo implica il ricordo di essere un Buddha, un risvegliato.
• Non Essere Prigionieri: Il non vivere per davvero, al contrario, è restare prigionieri della mente in una “sospensione della vita”, in un inganno o in un’illusione generata dalla mente e sostenuta dalla paura.
“vivere per davvero” è un atto di coraggio e consapevolezza che permette di trascendere i limiti della mente razionale per abbracciare l’istinto e la presenza totale nel momento, ritrovando la propria essenza e libertà.
Sammasati (Pali: sammāsati) è il 7º fattore del Nobile Ottuplice Sentiero (Ariya Aṭṭhaṅgika Magga) nel Buddhismo Theravāda.Significato:
- Letterale: “Retta consapevolezza” o “consapevolezza completa/perfezionata”
- Parole radice:
- Sammā = retto, appropriato, completo
- Sati = consapevolezza, attenzione, ricordo
sammasati :
(saṃ + mas + a) afferra; tocca; conosce a fondo; medita su. || sammāsati (f.) memoria corretta.Definizione (dal Canone Pali):
“Katamā ca, bhikkhave, sammāsati? Idha, bhikkhave, bhikkhu kāye kāyānupassī viharati ātāpī sampajāno satimā, vineyya loke abhijjhādomanassaṃ…”
(MN 10 – Satipaṭṭhāna Sutta)“E cos’è, monaci, la retta consapevolezza? Qui, un monaco dimora contemplando il corpo nel corpo, ardente, chiaramente comprendente, consapevole, avendo rimosso bramosia e afflizione riguardo al mondo…”
Le Quattro Fondamenta della Consapevolezza (Satipaṭṭhāna):
- Kāyānupassanā – Consapevolezza del corpo
- Vedanānupassanā – Consapevolezza delle sensazioni
- Cittānupassanā – Consapevolezza della mente/coscienza
- Dhammānupassanā – Consapevolezza degli oggetti mentali/dhamma
Qualità chiave della sammasati:
- Ātāpī – ardente/energico
- Sampajāno – chiaramente comprendente
- Satimā – consapevole
- Vineyya loke abhijjhādomanassaṃ – avendo abbandonato desiderio e avversione verso il mondo
In breve: Sammasati = consapevolezza attenta del momento presente con chiarezza, energia ed equanimità, radicata nelle quattro fondamenta.
Dottor Ni Haixia 倪海廈 黄帝内经精讲” Huángdì Nèijīng Jīngjiǎng “五行与治病法则” (Wǔ Xíng Yǔ Zhì Bìng Fǎ Zé) “I Cinque Elementi e i Principi (o Leggi) di Trattamento Terapeutico”
Questo testo è una trascrizione estesa di una lezione del dottor Ni Haixia che interpreta e spiega concetti fondamentali tratti dal testo classico della medicina tradizionale cinese, l’Huangdi Neijing (Canone Interiore dell’Imperatore Giallo).”黄帝内经精讲” Huángdì Nèijīng Jīngjiǎng
L’esposizione si concentra sull’interconnessione tra l’uomo e la natura, enfatizzando l’importanza dell’equilibrio tra Yin e Yang, non solo all’interno del corpo ma anche in relazione alle stagioni e agli elementi. Il relatore discute ampiamente la teoria dei Cinque Elementi (Wu Xing)
“五行与治病法则” (Wǔ Xíng Yǔ Zhì Bìng Fǎ Zé) “I Cinque Elementi e i Principi (o Leggi) di Trattamento Terapeutico” e la loro applicazione per comprendere la salute degli organi interni (Zang Fu), la diagnosi, la prevenzione e il trattamento delle malattie attraverso il mantenimento di uno spirito sereno e uno stile di vita moderato, conforme ai cambiamenti climatici.
Viene inoltre offerta un’analisi dettagliata di come la disarmonia tra Yin e Yang si manifesti in diverse patologie, come le sindromi di Freddo (Han) e Calore (Re), e su come le corrette pratiche dietetiche e comportamentali siano essenziali per la longevità.
Il Dottor Ni Haixia (倪海廈, 1954-2012) è stato un rinomato e influente medico e insegnante di Medicina Tradizionale Cinese (MTC), nato a Taiwan e trasferitosi successivamente negli Stati Uniti (Florida).
È considerato da molti suoi seguaci uno dei più grandi maestri di MTC del suo tempo, noto soprattutto per la sua profonda conoscenza e applicazione della Medicina Classica Cinese (spesso definita Jing Fang 經方, o “formule classiche”).
Il Dottor Ni Haixia (倪海廈, 1954-2012) è stato un rinomato e influente medico e insegnante di Medicina Tradizionale Cinese (MTC), nato a Taiwan e trasferitosi successivamente negli Stati Uniti (Florida).
È considerato da molti suoi seguaci uno dei più grandi maestri di MTC del suo tempo, noto soprattutto per la sua profonda conoscenza e applicazione della Medicina Classica Cinese (spesso definita Jing Fang 經方, o “formule classiche”).
il Dottor Ni Haixia (倪海廈) era anche un esperto e insegnante di arti metafisiche classiche cinesi, che includono la divinazione.
Sebbene sia famoso soprattutto per la sua profonda conoscenza della medicina classica (in particolare la scuola Jingfang 經方), Ni Haixia era considerato un maestro nelle “Cinque Arti” (五術, Wu Shu) della metafisica cinese.
Le sue competenze in questo campo includevano:
- Divinazione (占卜, Zhanbu): Praticava e insegnava metodi di divinazione, in particolare utilizzando l’I Ching (易經, il Libro dei Mutamenti).
- Calcolo del Destino (命理, Mingli): Era un esperto di Zi Wei Dou Shu (紫微斗數), una forma complessa di astrologia cinese per l’analisi del destino e della personalità.
- Feng Shui (風水): Insegnava i principi del Feng Shui, l’arte di armonizzare l’ambiente.
- Fisiognomica (面相, Mianxiang): L’arte di leggere il volto.
Ni Haixia separava i suoi insegnamenti in due categorie principali:
- “Ren Ji” (人紀): “La Registrazione Umana”, che copriva i suoi insegnamenti di Medicina Tradizionale Cinese.
- “Tian Ji” (天紀): “La Registrazione Celeste”, che era il corso dedicato a I Ching, astrologia, Feng Shui, divinazione e altre arti metafisiche.
Il suo approccio
Il Dott. Ni si è distinto per il suo integrale ritorno ai testi classici fondamentali della medicina cinese, in particolare:
- Shang Han Lun (Trattato sulle malattie da freddo)
- Jin Gui Yao Lue (Prescrizioni essenziali della camera d’oro)
Ha fondato la Hantang TCM Clinic in Florida, dove ha curato pazienti e formato un gruppo di studenti (spesso chiamati “discepoli”).
Era noto per le sue diagnosi precise, basate sui principi classici, e per la sua abilità nell’uso della fitoterapia (erbe cinesi) e dell’agopuntura.
Eredità e Impatto
Sebbene sia deceduto nel 2012, il Dott. Ni Haixia ha lasciato un’eredità significativa. Le sue lezioni, i seminari e i casi clinici sono stati ampiamente registrati e continuano ad essere studiati da praticanti e studenti di MTC in tutto il mondo, inclusa l’Italia (spesso tramite traduzioni e sottotitoli).
Era anche una figura controversa, noto per le sue forti critiche alla medicina occidentale (che chiamava “medicina della malattia”) in contrapposizione alla MTC (che considerava una “medicina della salute” focalizzata sulla prevenzione e sul ripristino dell’equilibrio).

1. Cosa sono i “Wu Xing” (Cinque Elementi)?
I Cinque Elementi (o Cinque Fasi o Movimenti) sono:
- 木 Mù (Legno)
- 火 Huǒ (Fuoco)
- 土 Tǔ (Terra)
- 金 Jīn (Metallo)
- 水 Shuǐ (Acqua)
Nella MTC, questi elementi non sono solo sostanze fisiche, ma rappresentano cinque processi dinamici, qualità e fasi di un ciclo. Ogni elemento è collegato a:
- Organi e Visceri (Zang-Fu):
- Legno: Fegato e Vescicola Biliare
- Fuoco: Cuore, Intestino Tenue (e Pericardio, Triplice Riscaldatore)
- Terra: Milza e Stomaco
- Metallo: Polmone e Intestino Crasso
- Acqua: Rene e Vescica
- Emozioni: Rabbia (Legno), Gioia (Fuoco), Pensiero/Preoccupazione (Terra), Tristezza (Metallo), Paura (Acqua).
- Stagioni, Sapori, Colori, Suoni e molte altre corrispondenze.
2. Le “Leggi” (Cicli di Relazione)
I “principi di trattamento” (法则, Fǎ Zé) derivano dalle due leggi fondamentali che governano la relazione tra i Cinque Elementi.
A. Ciclo di Generazione (相生, Xiāngshēng) – La Madre e il Figlio
Questo ciclo descrive come un elemento nutre, promuove e dà vita al successivo. È un rapporto “Madre-Figlio”:
- Il Legno genera il Fuoco (il legno bruciando crea il fuoco)
- Il Fuoco genera la Terra (il fuoco crea cenere, che è terra)
- La Terra genera il Metallo (i minerali/metalli si formano nella terra)
- Il Metallo genera l’Acqua (il metallo può liquefarsi; o la condensazione si forma sul metallo)
- L’Acqua genera il Legno (l’acqua nutre gli alberi)
B. Ciclo di Controllo (相克, Xiāngkè) – Il Nonno e il Nipote
Questo ciclo descrive come un elemento controlla, inibisce e bilancia un altro, impedendogli di diventare eccessivo. È un rapporto “Nonno-Nipote”:
- Il Legno controlla la Terra (le radici dell’albero trattengono il terreno)
- La Terra controlla l’Acqua (la terra argina l’acqua, la assorbe)
- L’Acqua controlla il Fuoco (l’acqua spegne il fuoco)
- Il Fuoco controlla il Metallo (il fuoco fonde il metallo)
- Il Metallo controlla il Legno (un’ascia di metallo taglia il legno)
3. I Principi di Trattamento Terapeutico (治病法则, Zhì Bìng Fǎ Zé)
Quando questo equilibrio si rompe (ad esempio per un eccesso o una carenza), si manifesta la malattia. Il medico usa queste leggi per decidere come intervenire.
Il principio terapeutico più famoso basato su questi cicli è:
“In caso di Vuoto (Deficienza), tonifica la Madre.” (虚则补其母, Xū zé bǔ qí mǔ)
- Esempio: Se il Fuoco (Cuore) è debole (in vuoto), non si agisce direttamente sul Fuoco, ma si va a “tonificare” (rinforzare) la sua Madre, il Legno (Fegato). Rinforzando il Legno, questo produrrà più Fuoco, riportando l’equilibrio.
“In caso di Pieno (Eccesso), disperdi il Figlio.” (实则泻其子, Shí zé xiè qí zi)
- Esempio: Se il Legno (Fegato) è in eccesso (ad esempio, troppa rabbia o calore al Fegato), si agisce “disperdendo” (drenando) il suo Figlio, il Fuoco (Cuore). Drenando il Fuoco, si dà uno “sfogo” all’eccesso del Legno, che scarica la sua energia nel Figlio.
Altri Principi (basati sul ciclo di Controllo)
Esistono anche principi basati sul ciclo Xiāngkè (controllo) quando lo squilibrio è più grave:
- Contro-dominazione (相侮, Xiāngwǔ): Quando un elemento è troppo forte e “insulta” o “aggredisce” quello che normalmente lo controllerebbe (es. il Legno [Fegato] diventa così forte da “aggredire” il Metallo [Polmone]).
- Sfruttamento (相乘, Xiāngchéng): Quando un elemento controlla eccessivamente l’elemento che dovrebbe controllare (es. il Legno [Fegato] “sfrutta” o “invade” la Terra [Milza/Stomaco], causando problemi digestivi).
In questi casi, la terapia mira a sedare l’elemento aggressore o a rinforzare quello sottomesso per ripristinare il corretto ciclo di controllo.
Come definisce la medicina cinese l’equilibrio tra yin e yang nella salute?
La medicina cinese tradizionale definisce la salute attraverso l’armonia e l’equilibrio dinamico tra lo Yin e lo Yang. L’intero corpus della medicina cinese può essere semplificato e ricondotto a questi due concetti, e la salute, o il Dao (Via), risiede nella comprensione della loro relazione e connessione.
Fondamenti dell’Equilibrio Yin e Yang nella Salute:
- Interdipendenza e Regolazione:
- L’equilibrio è uno stato in cui lo Yin e lo Yang non sono in eccesso né in difetto, ma si sostengono a vicenda in modo complementare (xiāng fǔ xiāng chéng).
- Lo Yang non ha capacità di restrizione se non è sostenuto e trattenuto dallo Yin. Allo stesso modo, lo Yin ha bisogno dello Yang per proteggere l’esterno (gù biǎo).
- Il corpo umano è in salute quando i meccanismi di interazione e controllo reciproco (xiāng kè) tra i Cinque Organi (Fegato, Cuore, Milza, Polmoni e Reni) mantengono uno stato di auto-regolazione (zìhéng).
- Un principio cruciale per la salute è che lo Yang sia forte e ben trattenuto (Yáng qiáng dào mì), in modo che lo Yin non venga consumato o disperso. Quando lo Yin e lo Yang sono in armonia e solidi (Yīn píng Yáng mì), lo spirito e l’essenza (Jīngshén) possono manifestarsi.
- Manifestazione nel Corpo (Forma e Forza):
- Lo Yin è associato alla forma corporea (xíng), cioè ciò che è visibile e tangibile (come pelle, vasi sanguigni, colore).
- Lo Yang è associato allo spirito e alla forza (shén, lìliàng), cioè ciò che è invisibile ma esistente.
- Un aspetto fondamentale della salute è la corretta separazione del “chiaro” e del “torbido”. Il Chiaro Yang (qīng yáng) deve ascendere (verso l’alto e l’esterno), mentre il Torbido Yin (zhuó yīn) deve discendere (verso il basso e l’interno).
- Il diaframma (héng gé mó) è la struttura chiave che demarca questa separazione: il torbido (Yin) dovrebbe arrivare solo fino a questo limite.
- Nel corpo, gli organi Zàng (organi di immagazzinamento, come Fegato, Milza, Reni) sono considerati Yin, mentre i Fǔ (organi di escrezione e digestione, come Stomaco, Intestino) sono Yang.
- Il Mantenimento dell’Equilibrio (Prevenzione):
- La salute si ottiene seguendo le leggi della natura e i cicli stagionali. Seguendo l’armonia Yin-Yang si vive (shēng); andando contro, si muore (sǐ).
- Nelle stagioni primavera ed estate, bisogna nutrire lo Yang (yǎng yáng). Questo significa permettere al sudore di essere rilasciato e ai pori di aprirsi.
- Nelle stagioni autunno e inverno, bisogna nutrire lo Yin (yǎng yīn). Questo implica evitare il rilascio eccessivo di sudore e conservare l’energia.
- Per mantenere l’equilibrio interiore, si deve mantenere una mente serena e gioiosa, riducendo al minimo desideri (yùwàng) e avidità.
Conseguenze dello Squilibrio:
Quando l’equilibrio tra Yin e Yang viene rotto, si manifesta la malattia:
- Se l’equilibrio tra Yin e Yang è incrinato (bùhé), la condizione è definita pericolosa.
- Se lo Yin è troppo forte e soverchia lo Yang, o viceversa, la persona si ammala. Se lo Yin non riesce a controllare lo Yang, lo Yang “impazzisce” (nǎi kuáng) e non può essere contenuto.
- Un eccesso di freddo (hán) porta all’accumulo di sostanze torbide (zhuó) e all’insorgenza di masse e tumori.
- Se lo Yin e lo Yang si separano (Yīn Yáng juélí), l’essenza e lo spirito sono esausti, e la vita è in pericolo.
In sintesi, la salute è la condizione di perfetta coordinazione e auto-regolazione in cui lo Yin (forma e interno) e lo Yang (forza e esterno) si sostengono reciprocamente, garantendo che le energie chiare ascendano e le sostanze torbide discendano, il tutto in armonia con i ritmi della natura.
Cos’è il concetto di “dao”?
Il concetto di Dao (Via) è un elemento fondamentale e onnicomprensivo nella medicina cinese, anche se i testi stessi ammettono la sua complessità.

Nelle conversazioni tra l’Imperatore Giallo (Huangdi) e Qibo, il Dao viene descritto come un concetto “molto difficile da spiegare” (fēicháng bù hǎo jiěshì de yīgè dōngxī).
Nonostante la difficoltà di definizione, le fonti ne delineano i seguenti aspetti centrali:
- Principio Cosmico e Fondamento della Realtà: Il Dao è intimamente legato ai principi fondamentali dell’esistenza e della vita. Viene indicato come il luogo della “moralità e virtù” (dàodé suǒzài).
- Relazione tra Yin e Yang: Nella sua accezione più pratica e medica, il Dao è la comprensione dell’“unione, comprensione e correlazione tra Yin e Yang” (yīnyáng de wùxìng yīnyáng de guānlián). Poiché l’intera medicina cinese può essere semplificata e ricondotta ai concetti di Yin e Yang, il Dao rappresenta il principio ordinatore di tale relazione.
- Condotta Umana (Giustizia e Rettitudine): Riferito alla condotta individuale di una persona, il Dao è manifestato attraverso l’“equità e la rettitudine” (gōng zhòng mín yì).
- Chiave della Longevità: La discussione sul Dao viene introdotta per spiegare come le persone nell’antichità potessero vivere fino a cent’anni (bǎi suì zhī rén) senza decadere precocemente. Coloro che riescono a conoscere e seguire le leggi della Dao (dàofǎ) e vivono in armonia con lo Yin e lo Yang, vivono (shēng), mentre chi va contro questi principi, muore (sǐ).
- Comprensione dei Principi Naturali: Le “Persone Vere” (Zhēnrén), che sono riuscite a ottenere il Dao, sono in grado di comprendere i “principi tra il cielo e la terra” (tiāndì zhī jiān de dàolǐ) e di afferrare lo Yin e lo Yang.
Quali organi sono Yin?
Secondo i principi della medicina cinese tradizionale (MCT), gli organi classificati come Yin sono gli organi Zàng.
La classificazione di un organo come Yin o Yang si basa sulla sua funzione: gli organi Fǔ (visceri, come lo stomaco e l’intestino) sono considerati Yang perché sono associati alla digestione, al transito e all’escrezione (xuān xiè), mentre gli organi Zàng sono considerati Yin perché hanno la funzione di immagazzinare l’essenza e lo spirito.
Gli organi principali considerati Yin sono i Cinque Organi Zàng:
- Fegato (Gān)
- Cuore (Xīn)
- Milza (Pí)
- Polmoni (Fèi)
- Reni (Shèn)
Classificazioni in base alla posizione e alla polarità
La divisione Yin/Yang può essere ulteriormente raffinata in base alla loro posizione fisica nel corpo e alla loro polarità specifica (Yin all’interno dello Yin, Yang all’interno dello Yin, ecc.):
- Divisione Alto/Basso (Diaframma):
- In generale, il corpo è diviso dal diaframma (héng gé mó). La parte inferiore (Fù, l’addome) è Yin.
- Gli organi Yin che si trovano sotto il diaframma (Milza, Fegato, Reni) sono considerati parte della regione Yin.
- Divisione in Sottocategorie Yin/Yang:
- Organi del Torace (Parte Yang del corpo): Sebbene siano organi Zàng (Yin), si trovano nel Jiāo superiore, che è considerato la parte Yang del corpo.
- Il Cuore (Xīn) è classificato come lo Yang nello Yang (Yáng zhōng zhī Yáng).
- I Polmoni (Fèi) sono classificati come lo Yin nello Yang (Yáng zhōng zhī Yīn).
- Organi dell’Addome (Parte Yin del corpo): Questi organi si trovano nella parte inferiore (Fù), che è la regione Yin.
- I Reni (Shèn) sono classificati come lo Yin nello Yin (Yīn zhōng zhī Yīn).
- La Milza (Pí zhàng) è definita come lo Yin Estremo (Utmost Yin) nello Yin (Yīn zhōng zhī Zhì Yīn).
- Il Fegato (Gān) è classificato come lo Yang nello Yin (Yīn zhōng zhī Yáng), poiché possiede un elemento Yang all’interno della regione Yin.
- Organi del Torace (Parte Yang del corpo): Sebbene siano organi Zàng (Yin), si trovano nel Jiāo superiore, che è considerato la parte Yang del corpo.
Questa distinzione è cruciale perché, secondo la MCT, l’equilibrio della salute dipende dalla comprensione di queste relazioni e dall’assicurarsi che la sostanza Yin (come la Milza e i Reni) e l’energia Yang (come il Cuore e i Polmoni) si sostengano e si auto-regolino.
La radice di tutte le cose (wàn wù zhī běn) è definita dalla medicina cinese tradizionale (MCT) e dal Huangdi Neijing come l’equilibrio e l’interazione dei principi di Yin e Yang.
Questa è la risposta più fondamentale e onnicomprensiva:
- Yin e Yang come Radice Cosmica: Lo Yin e lo Yang sono la Via (Dao) del Cielo e della Terra. Sono considerati il fondamento della trasformazione di tutte le cose e i “genitori” dei cambiamenti.
- Radice della Vita e della Morte: Lo Yin e lo Yang sono descritti come la radice della vita e della morte (shēng shā zhī běn). Insieme al ciclo delle Quattro Stagioni (sì shí), rappresentano l’origine della morte e della vita di tutte le cose.
- Fondamento Spirituale: Sono anche definiti come la dimora dello spirito e dell’intelligenza (shén míng zhī fǔ).
- Principio Universale: La totalità della medicina cinese, se semplificata, si riduce ai concetti di Yin e Yang. La comprensione della loro unione, correlazione e connessione (Yīnyáng de wùxìng Yīnyáng de guānlián) è ciò che viene definito il Dao (Via) e la sede della moralità e della virtù (dàodé suǒzài).
In sintesi, la radice di tutta la realtà e di ogni trasformazione si trova nella dinamica e nel bilanciamento incessante tra Yin (il principio passivo, la forma, il basso) e Yang (il principio attivo, la forza, l’alto). Seguendo l’armonia tra Yin e Yang si vive (shēng); andando contro di essi si muore (sǐ).
Fiori di pesco, danzano nel vento primaverile,Vita fugace, come petali che cadono.
一瞬の栄、光り消ゆ。 無常の教え
花びら落ち、川に流れ、
我が身もまた、夢のごとく。
(読み: Hana no inochi / Momo no hana, harukaze ni mai / Hakanaki inochi, chiru ga gotoku. / Bushi no michi / Katana o tsukae, sakura no shita / Isshun no hanabusa, hikarite kiyu. / Mujō no oshie / Hanabira ochite, kawa ni nagare / Waga mi mo mata, yume no gotoku.)
Vita del fiore
Fiori di pesco, danzano nel vento primaverile,
Vita fugace, come petali che cadono. Via del samurai
Portando la spada, sotto i ciliegi,
Gloria istantanea, che svanisce in luce.
無刀の侍 Muto no Samurai Il Samurai Senza Lama
無刀の侍
(Muto no Samurai – Il Samurai Senza Lama)
桜風そよぐ中、
刀は沈み虚空に成る。
魂の響き、幻を斬る。
武士道:沈黙の勝利、霊の永遠刀
Il Samurai Senza Lama Nel fruscio del vento tra i ciliegi, la spada tace, forgiata nel nulla.
Non ferro, ma eco di anima pura: un sussurro che fende l’illusione.
Bushidō insegna: la vittoria è silenzio, lo Spirito, lama eterna e invisibile.
Pronuncia (romaji, per recitarla come un ronin):
Sakura-kaze soyogu naka,
Tō wa shizumi kyokū ni naru.
Tamashii no hibiki, maboroshi o kiru.
Bushidō: Chinkon no shōri, rei no eien-gatana.
桜風そよぐ中、 (Sakurakaze soyogu naka,) Mentre il vento tra i ciliegi sussurra,
刀は沈み虚空に成る。 (Katana wa shizumi kokuu ni naru.) La spada sprofonda e diviene vuoto.
魂の響き、幻を斬る。 (Tamashii no hibiki, maboroshi o kiru.) L’eco dell’anima taglia l’illusione.
武士道:沈黙の勝利、霊の永遠刀 (Bushidō: Chinmoku no shōri, rei no eientō) Bushido: Vittoria del silenzio, la spada eterna dello spirito.

Sotto la brezza dei ciliegi che sussurra,
la spada affonda e si dissolve nel vuoto.
L’eco dell’anima trafigge l’illusione.
Bushido: la vittoria del silenzio, la spada eterna dello spirito.
精神論としての「無刀」
心に頼る剣術: 刀という「形」に頼るのではなく、心、つまり精神を以て相手を打ち倒すことを「無刀」とする考
Il “Senza Spada” (Mutō) come concetto spirituale
- Scherma basata sullo spirito (cuore): È il concetto secondo cui il “Mutō” non consiste nell’affidarsi alla “forma” (la spada), ma nello sconfiggere l’avversario usando il cuore (kokoro), ovvero lo spirito.
- Colpire la mente (il cuore) dell’avversario: A differenza di colpire il corpo dell’avversario con la spada, può anche riferirsi alla tecnica di dominare la mente (cuore) dell’avversario con il proprio spirito (mente).
Figli di Marte
“Mars igneus, belli dominus, nos ducit.”

Stralci del L’uomo indoeuropeo e il Sacro Jean Varenne
L’INDIA E IL SACRO
UNA ANTROPOLOGIA
di
Jean Varenne
L’induismo rimane ancora oggi la religione dominante nel subcontinente indiano. È praticato da oltre l’80% della popolazione della Repubblica Indiana e da due terzi dei 900 milioni di abitanti dei cinque grandi stati dell’Asia meridionale: India, Pakistan, Bangladesh, Nepal e Sri-Lanka (Ceylon).
Il numero dei fedeli (circa 600 milioni) è già di per sé stesso degno di attenzione, ma ancora più notevole è la sorprendente continuità di una religione perpetuata senza interruzione per almeno 40 secoli. Tale continuità è paragonabile a quella dell’ebraismo (30 secoli) e del buddhismo (25 secoli) e, su scala minore, del cristianesimo (20 secoli) e dell’Islam (12 secoli).
I CARATTERI FONDAMENTALI DELL’INDUISMO
La cultura indiana, in tutti i suoi aspetti, è profondamente segnata da un forte carattere di arcaicità: il sistema delle caste, per esempio, che regola per intero l’organizzazione della società, può essere compreso soltanto facendo riferimento agli iniziamenti di una religione i cui testi sacri (Veda) sono stati composti nel II millennio prima della nostra era. La complessità del sistema sociale, infatti, con il suo pluralismo e la sua struttura gerarchica, riflette sul piano umano l’articolazione fondamentale del politeismo induista. Inoltre la molteplicità degli dèi divine raffigurate sulle facciate dei templi dimostra la fedeltà degli Indù a una religione che è oggi l’unica, insieme allo scintoismo giapponese, che si possa qualificare «pagana» nel senso attribuito a questo termine dai primi cristiani in relazione alle credenze dei popoli dell’Impero romano prima della conversione di Costantino. (pag.27)
L’India e il sacro. Una antropologia
Si ottiene in questo modo una gradazione costituita da Siva, Visnu, Brahma e infine <davanti> a loro, l’Uno (eka), il supremo (Īśvara), il padre di tutto ciò che esiste (Prajāpati). Ma i teologi e i filosofi affermano che questo Uno trascende i mondi, sia divini che umani o naturali: non soltanto è l’Uno rispetto ai molti, ma soprattutto è l’unità contrapposta alla molteplicità. In altri termini, se gli dèi, in quanto viventi (kṣit Immortali>), hanno caratteristiche essenziali (insieme le tre divinità maggiori costituiscono la <triplice forma>, in sanscrito Tri-mūrti) e in particolare caratteristiche sessuali (sono divinità maschili o femminili), l’Uno, per parte sua, non può che essere <neutro>. In modo analogo i filosofi dell’antica Grecia contrapponevano l’Uno (to on) agli dèi (hoi theoi).
(ἕν τὸ πᾶν “uno è il Tutto” e rafforza il concetto di totalità e ciclicità dell’esistenza)
Per evidenziare questa differenza, il sanscrito usa il sostantivo neutro bráhman, che contrasta col maschile Brahma (prima persona della Trimūrti) e si riferisce alla prima causa, quella dei brahmani (sanscrito brāhmaṇa).Spesso, per evitare equivoci, i testi usano il pronome dimostrativo neutro tad, <ciò>, che ha il vantaggio di essere del tutto indeterminato. Si dice per esempio: tad ekam, <ciò, l’unico>; oppure tad brahman, <ciò, il brahman>, e così il brahman, e così via. L’importante è che risulti chiaramente la trascendenza di questo principio e il fatto che, proprio a causa di questa trascendenza, esso deve essere senza qualità, senza attributi di sorta. Il brahman è metafisicamente l’essenza (necessariamente unica, priva di forma, inattingibile, rispetto all’essenza, che è molteplice, multiforme e polivalente. Il brahman è anche l’assoluto contrapposto al relativo: del primo, a rigor di termini, si può dire soltanto che è <in sé>, mentre l’altro si può definire in certo modo; secondo la varietà dei suoi aspetti e delle sue funzioni. La visione del mondo, per concludere, è del tutto originale: da un lato si pone l’unità <incolore> del Principio, dall’altro la natura, polimorfa, polivalente e dinamica.Secondo la regola del <tre più uno>, si dice che la natura è retta dal gioco di tre qualità (guṇa) simboleggiate da tre colori (rūpa, ossia: rosso, rajas e bianco, sattva), che trasponono sul piano cromatico le tre funzioni sociali (del resto in sanscrito il termine varṇa può significare, a seconda del contesto, sia <colore> che <funzione>). Il tamas rappresenta l’aspetto oscuro, pesante e fatidico di una materia difficile da dominare; il rajas la passione, la violenza, lo spirito di conquista e di progresso; il sattva rappresenta infine la serenità, la giustizia, la coscienza e l’esercizio del culto. Queste tre qualità, alle quali fanno da patrono le tre divinità funzionali, si trovano in perfetto equilibrio soltanto alla comparsa del mondo, durante l’età dell’oro, quando regna una perfetta armonia. Ma con il dissolversi di questa armonia (un fenomeno inevitabile, all’inizio della teoria indiana dei tempi ciclici), si manifestano tensioni e conflitti, amplificate e rappresentate nei racconti mitologici. Ciascun essere racchiude in sé questi guṇa ed è lacerato dalla loro lotta. La psicologia indiana insegna che l’uomo deve fare di tutto per dominare queste forze, affinché ciascuna svolga il proprio ruolo nel modo e nel verso opportuno. Perfino l’inerzia, la pesantezza, sono necessarie quanto il movimento, la leggerezza, la corsa in avanti; purché in questa dialettica agisca anche lo spirito di saggezza, rafforzato dai riti, dalla preghiera e dalla meditazione. (pag.75)
Le tre qualità corrispondono inoltre a una triplice suddivisione della natura umana, in cui è possibile distinguere il corpo (dominio del tamas), l’intelligenza attiva e raziocinante (rajas) e lo spirito contemplativo( sattva).
Ma al di sopra dei tre guna, e rispetto ad essi trascendente, esiste un’anima (ātman, traducibile anche come «sé»), che consente a tutto l’insieme di strutturarsi e di stabilizzarsi.
L’ātman è principio della personalità, esatamente come il brahman e il principio dell’universo.
Le tre qualità corrispondono inoltre a una triplice suddivisione della natura umana, in cui è possibile distinguere il corpo (dominio del tamas), l’intelligenza attiva e raziocinante (rajas) e lo spirito contemplativo (sattva). Ma al di sopra dei tre guṇa, e rispetto ad essi trascendente, esiste un’anima (ātman, traducibile anchecome il sè), che consente a tutto l’insieme di strutturarsi e di stabilizzarsi. L’ātman, infatti, è il principio della personalità, esattamente come il brāhman è il principio dell’universo. Per la legge dell’analogia, d’altro canto, ciascuna parte dell’universo produce necessariamente nella propria struttura la forma universale.
Anche l’anima partecipa a questa legge: egli è un’immagine dell’universo e viceversa.
Questo rapporto può essere paragonato a un organismo vivente in forma di essere umano (puruṣa).
È così come il mondo può essere simboleggiato da una ruota (cakra) ”dai mille raggi”, che gira eternamente intorno a un asse (il brāhman), allo stesso modo l’uomo appare un composto instabile, in perpetuo divenire, che si apre come un fiore da un seme (bīja) immutabile: l’ātman.
Mal’assoluto (il brāhman) deve essere, per definizione, «solitario» (kevala), senza secondo (a-dvaita), unico (eka).
Non può dunque essere concepito come distinto dall’ātman: e questo ātman (brāhman), a sua volta, «essendo necessariamente unico, e sempre e dappertutto il medesimo.
Per questo l’Induismo evita di parlare dell’anima al plurale: l’ātman rimane sempre identico a se stesso, anche se, nella moltitudine degli esseri, si presenta sotto innumerevoli forme.
Le varietà che distinguono gli individui si pongono soltanto a un livello «naturale».
Le diverse personalità si plasmano nel corso della vita e, alla morte, assumono un destino (inferno, reincarnazione, paradiso)che è quello di un ‘entità talvolta chiamata semplicemente jivatman,, «anima vivente», ossia ātman «incarnato».
In altre parole, l’unicità dell’ātman brāhman è un fatto metafisico, che ci fa comprendere come, e da che cosa, si sviluppano le manifestazioni esistenziali.
Queste ultime, peraltro, sono le uniche realtà accessibili ai nostri sensi e alla nostra facoltà di raziocinio. Vedēre (o concepire) il brāhman non appartiene alle nostre possibilità: il nostro dominio (gli Indiani dicono il nostro «pascolo», gochāra, oppure il nostro campo, kṣetra) è la natura, polimorfa e dinamica. A questa apparteniamo e in questa l’ātman, dentro di noi, deve inserirsi, incarnarsi, farsi vivente (jiva)
È facile comprendere come tutto ciò si traduca in un complesso di regole di condotta intese a rafforzarne la coerenza dell’individuo, a «ricentrarlo».
La dialettica delle tre qualità (guṇa) produce la molteplicità della natura, che si manifesta a sua volta nella dispersione psicologica, fonte di inefficacia (per la spinta disordinata degli impulsi) e quindi di sofferenza (sarvam duḥkham, dicono i testi: «tutto è dolore») e di angoscia.
Se si riesce invece a prendere coscienza di questa realtà, è possibile disciplinare le attività psichiche e privilegiare l’aspetto «sattva» (il colore bianco della serenità, della saggezza, e della devozione ) per orientare la propria vita verso ciò che gli Indiani chiamano la «realizzazione» dell’ātman.
Si tratta di un’etica della contemplazione e dell’inazione, che domina tutta la cultura indiana fin dalla Bhagavad-Gītā.
Per l’inazione, comunque, dobbiamo intendere «azione disinteressata», e non una vera e propria inattività, dal momento che in India, come è noto, è impossibile vivere senza operare, per poco che sia.
La stessa contemplazione( dhyana) è un atto che dipende interamente dalla volontà e che presuppone la virtù della perseveranza e della tenacia.
I testi fondamentali del Vedānta, e soprattutto dello Yoga, insistono sul lavoro interiore necessario a giungere allo stadio finale: il raccoglimento perfetto (samādhi), che porta ad una solitudine (kaivalya) spirituale analoga all’unicità del brahman/ātman.
Non dobbiamo del resto stupirci di questi riferimenti alla necessità di un «lavoro» (kriyā), se consideriamo che, per il pensiero indiano, nulla si può ottenere senza il compimento di un atto (karman). Il lavoro artigianale, i combattimenti cavallereschi, le celebrazioni liturgiche, l’ascèsi (tapas), tutto è «agire», perché solo l’opera «porta frutti». Se l’opera è empia, porta ai patimenti infernali; se è indifferente, è causa della trasmigrazione; se infine è santa, fa meritare il paradiso.
In ogni caso essa plasma la personalità, la trasforma, mentre l’ātman rimane impassibile al centro dell’essere, come un testimone.
“Aequam memento rebus in arduis servare mentem” Orazio
“Ricordati di mantenere la mente salda nelle difficoltà,e allo stesso modo, nei momenti felici, di moderare la gioia, evitando un’esultanza smodata.”
…Aequam memento rebus in arduis
servare mentem, non secus in bonis
ab insolenti temperatam laetitia.
Odi, Libro II, Ode 3, v. 1
Orazio invita a praticare l’equilibrio stoico, mantenendo una mente calma e composta sia nelle avversità sia nei momenti di prosperità, evitando eccessi emotivi. È un’esortazione alla moderazione e alla forza interiore, valori centrali nella filosofia oraziana.
In questo passo risulta evidente la filosofia dell’aurea mediocritas, di cui l’autore fu un profondo assertore, nell’invito a mantenere la tranquillità e la serenità, senza lasciarsi travolgere dalle situazioni, buone o cattive che siano.
“aurea via di mezzo” AUREA MEDIOCRITAS
L’espressione “aurea mediocritas”, tradotta come “aurea moderazione” o “aurea via di mezzo”, è un concetto filosofico e letterario coniato da Quinto Orazio Flacco (Orazio)
nelle sue Odi (Libro II, Ode 10, v. 5)
“Auream quisquis mediocritatem diligit, tutus caret obsoleti sordibus tecti, caret invidenda sobrius aula”
“Chiunque ami l’aurea moderazione, vive sicuro, lontano dalla miseria di una casa fatiscente e, con sobrietà, lontano dal fasto invidiato di una reggia”.
L’aurea mediocritas rappresenta l’ideale della moderazione come virtù suprema, un equilibrio tra gli estremi che garantisce una vita serena, stabile e soddisfacente.
Orazio, influenzato dalla filosofia stoica ed epicurea, promuove uno stile di vita che evita sia l’eccesso
(ad esempio, l’ambizione sfrenata o la ricchezza ostentata) sia la privazione estrema (come la povertà o l’ascetismo rigido).
La parola “aurea” (dorata) sottolinea la preziosità di questa via di mezzo, che non è mediocrità nel senso moderno di banalità o mancanza di eccellenza, ma piuttosto una scelta consapevole di equilibrio e saggezza.
- Filosofia stoica ed epicurea: L’aurea mediocritas riflette l’idea stoica di controllare le passioni e vivere secondo ragione, combinata con il principio epicureo di cercare un piacere moderato e sostenibile, evitando turbamenti.
- Contesto oraziano: Nelle Odi, Orazio spesso contrappone la tranquillità della vita semplice (ad esempio, in campagna) alla frenesia e ai pericoli dell’ambizione e del lusso. La moderazione è vista come un modo per raggiungere la felicità e la sicurezza interiore, lontano dagli estremi che portano insoddisfazione o invidia.
- Similitudini: Il concetto richiama l’idea aristotelica del “giusto mezzo” (mesotes), secondo cui la virtù risiede nell’equilibrio tra due estremi (ad esempio, il coraggio sta tra la codardia e la temerarietà).
Ne quid nimis ”Nulla di troppo” μηδὲν ἄγαν «niente di troppo», scolpito, secondo la tradizione, nel tempio di Apollo in Delfi e attribuito al dio stesso o a vari sapienti dell’antichità, ciò che l’uomo deve fare è semplicemente attendere una sorte più propizia, agendo μὴ λίην, senza sorpassare il confine , per evitare commettere ὕβρις superbia e tracotanza.
Om Namo Bhagwate Pashupataye Namah.
Om Om Namo Bhagwate Pashupate Haray Namah Om Namo Bhagwate Pashupate Haray Namah Om Namo Bhagwate Pashupate Haray Namah
Saluti a colui che è il Signore di tutte le creature.
La bestia interiore, la bestia seduta dentro che urla, La mente è sviata dalla fiamma del desiderio.
Sei Tu che la controlli, Shiva, Sei Tu che riempi l’interno di luce.
Né attaccamento, né illusione, né rabbia...
Tutto si scioglie ai Tuoi piedi. Tu sei il limite, Tu sei il Signore, Shiva Pashupati, Tu sei con me.
Om Namo Bhagwate Pashupataye Haray Namah Om Namo Bhagwate Pashupataye Haray Namah Colui che doma i demoni interiori, Colui che conduce l’anima sul sentiero della liberazione.
La bestia interiore, la bestia seduta dentro che urla, La bestia è la forma della natura.
Con il tridente distrugge l’ignoranza. Il damaru risuona con il canto della verità.
Avvolto nella cenere, cammina a piedi nudi, Shiva, Che parla in silenzio dentro. Re tra i nemici (sensi),
La lampada della meditazione risuona tra i respiri, Quella stessa lampada.
Non sono più una bestia, ora sono diventato un umano, Quando ho accettato Pashupati come mio. Om Namo Bhagwate Pashupataye Haray Namah Om Namo Bhagwate Pashupataye Haray Namah O Signore interiore, Tu sei la mia verità, Tu sei la mia fine, Tu sei il mio inizio. Om Namo

ओम ओम नमो भगवते पशुपते हराय नमः ओम नमो भगवते पशुपते हराय नमः ओम नमो भगवते पशुपते हराय नमः जो सब प्राणियों के स्वामी हैं उनको मेरा शतशत प्रणाम भीतर का पशु भीतर बैठा पशु जो चिल्लाए वासना की ज्वाला में मन बहका है तू ही है जो उसे वश में करे शिव तू ही है जो भीतर उजाला भरे ना मोह ना माया ना क्रोध की आगे तेरे चरणों में पिघल जाए सब भाग तू ही है मर्यादा तू ही है नाथ शिव पशुपति तू ही साथ ओम नमो भगवते पशुपतिय हराय नमः ओम नमो भगवते पशुपति हराय नमः जो भीतर के राक्षसों को साधे जो आत्मा को मुक्त पथ पे ला दे भीतर का पशु भीतर बैठा जो चिल लायक का पशु प्रकृति का स्वरूप त्रिशूल से नाश करे अज्ञान का डमरू से गूंजे सत्य का राग भस्म से लिपटा नंगे पांव चले शिव भीतर जो मौन में बोले दुश्मन शानों का राजा ध्यान का दीप सांसों के बीच वही गूंजे दीप दीप पशु नहीं अब मैं मानव बना जब पशुपति को अपना माना ओम नमो भगवते पशुपति हराय नमः ओम नमो भगवते पशुपत हराय नमः हे भीतर के स्वामी तू ही मेरा मेरा सत्य तू ही मेरा अंत तू ही मेरा आरंभ ओम नमो
I mantra e la meditazione sono presentati come strumenti fondamentali di trasformazione
Per quanto riguarda i mantra, la trasformazione avviene principalmente attraverso la devozione e l’invocazione di Shiva nella sua forma di Pashupati. Il mantra “ओम ओम नमो भगवते पशुपते हराय नमः” (Om Om Namo Bhagwate Pashupate Haray Namah) è ripetuto frequentemente. Questo mantra è un saluto a “colui che è il Signore di tutte le creature”. Attraverso l’invocazione di Pashupati, si chiede di:
- Controllare la “bestia interiore” (“भीतर का पशु”) che “urla” e la “mente sviata dalla fiamma del desiderio” (“वासना की ज्वाला में मन बहका है”).
- Riempire l’interno di luce (“भीतर उजाला भरे”).
- Far sì che “attaccamento, illusione e rabbia” (“ना मोह ना माया ना क्रोध”) si sciolgano ai Suoi piedi.
- Domare i “demoni interiori” (“भीतर के राक्षसों को साधे”).
- Condurre l’anima sul “sentiero della liberazione” (“आत्मा को मुक्त पथ पे ला दे”).

La trasformazione più significativa legata all’accettazione di Pashupati, che si presume avvenga attraverso la recitazione del mantra e la devozione, è il passaggio da “bestia” a “umano”: “Non sono più una bestia, ora sono diventato un umano, quando ho accettato Pashupati come mio” (“पशु नहीं अब मैं मानव बना जब पशुपति को अपना माना”). Questo indica un profondo cambiamento interiore e l’elevazione dello stato di coscienza.
- Om: Il suono primordiale che rappresenta l’universo e la coscienza universale.
- Namo: Significa “saluti” o “inchinarsi”, esprimendo profondo rispetto.
- Bhagwate: Un epiteto per il Divino, che indica “il possessore della gloria” o “il divino”.
- Pashupataye: L’epiteto di Lord Shiva come “Signore degli animali” o “colui che governa il gregge”.
- Namah: Indica “inchinarsi” o “saluti”, un’espressione di umiltà e devozione.
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La meditazione è presentata come un altro potente strumento. Si fa riferimento al “ध्यान का दीप” (la lampada della meditazione) che “risuona tra i respiri” (“सांसों के बीच वही गूंजे दीप दीप”). Sebbene non venga descritto il processo della meditazione, l’immagine della “lampada” suggerisce che essa serva a illuminare l’interno, portando consapevolezza e chiarezza. È implicito che attraverso la pratica della meditazione si possa osservare e, in ultima analisi, superare le oscurità e le distrazioni interiori, contribuendo alla “vittoria interiore” .

“Om Namo Bhagavate Vasudevaya”
- Om (ॐ): Rappresenta il suono primordiale dell’universo, l’Assoluto o lo Shabda Brahman.
- Namo (नमो): Una forma del sanscrito “namas”, significa “salvezza” o “inchino”.
- Bhagavate (भगवते): Significa “Divino” o “Dio”, o “colui che sta diventando divino”.
- Vasudevaya (वासुदेवाय): Il dativo di “Vāsudeva”, un nome di Krishna (figlio di Vasudeva) e anche un riferimento a Dio come il “Dio della vita” o “la luce di tutti gli esseri”.
Scopo del mantra
- Invocazione: È un’invocazione al divino e un riconoscimento della sua presenza dentro ogni essere.
- Devozione: È un atto di devozione e sottomissione verso il Signore, espressa attraverso la pratica quotidiana.
- Liberazione: Il mantra è considerato un mezzo per l’elevazione spirituale e la liberazione, guidando la mente verso un porto sicuro.
Vita Militia est cosa vuoi capire se non c’hai sbatti? Ante rem exerceas Esercitati prima!!!
Cosa vuoi capire se non hai sbatti
Cosa vuoi sentire se non hai onore
Cosa vuoi fare se non hai cuore
Marcet sine adversario virtus
Fit Via Vi
Vita militia est
Numquam deficere animo usque ad finem
Come un fulmine il combattente
Come il lupo il guerriero
Sarà una saetta la sua stretta
Sarà doloroso il suo colpo
Smuovi il corpo sveglia la mente
Duro come il tasso veloce serpente
Lotta con forza resta potente
Non fermarti mai sempre avantiFit Via ViVita militia est
Numquam deficere animo usque ad finem
Come un fulmine il combattente
Come il lupo il guerriero
Sarà una saetta la sua stretta
Sarà doloroso il suo colpo
L’obiettivo primario non è il dominio sugli altri, ma la padronanza di sé, trasformando le reazioni impulsive in risposte consapevoli e costruendo una “fortezza interiore inattaccabile”.
La disciplina, l’autocontrollo e una profonda comprensione della natura umana sono gli strumenti per “vincere la battaglia più importante:
quella interiore” e “diventare la versione suprema di chi eri destinato a essere”.
ESPRIMITI AL MEGLIO
La sfida più grande è la “guerra interiore che combatti ogni giorno”, una lotta tra la versione “forte, disciplinata e orientata alla crescita” e quella “debole, impulsiva, timorosa e alla ricerca di scuse”.
Gli Stoici offrono gli strumenti per vincere, riconoscendo che “il vero potere risiede nella tua mente, non negli eventi esterni”.
Marco Aurelio è citato:
“Hai potere sulla tua mente, non sugli eventi esterni. Realizza questo e troverai la forza interiore”.
Ogni scelta rafforza una di queste due versioni
Le scuse sono “veleno mentale per la tua anima” e la “linfa vitale della tua versione inferiore”, menzogne che ti mantengono nella stagnazione. Gli Stoici non le tolleravano.
L’antidoto è l'”Azione Immediata e Decisiva”:
bisogna agire “prima che il dubbio abbia il tempo di formarsi”, contrastando la scusa con “un’azione irrefrenabile”. Questo costruisce la forza mentale.
La disciplina è un “potere sovrano” che conferisce controllo assoluto sulle proprie azioni.
A differenza della motivazione, che è “inaffidabile, fugace e inconsistente”, la disciplina è indistruttibile. Un vero stoico “non si chiede se è dell’umore giusto per agire, ma fa ciò che deve essere fatto, che si senta così o meno”. Epitteto afferma:
“Non importa come mi sento, lo faccio comunque”.
L’azione deve diventare la risposta predefinita all’esitazione, costruendo rispetto di sé e liberando dalla necessità di approvazione esterna.
La forza non si costruisce nel comfort, ma nella “resistenza estrema”. Il disagio è un “insegnante necessario” e una “forgia purificatrice” che rafforza la volontà.
Rifiutare il percorso facile sviluppa la forza interiore.
David Goggins incarna questa filosofia, spiegando che la vera pace si trova “attraverso problemi, tragedie, sofferenza e responsabilità”, normalizzando la sofferenza attraverso la “ripetizione ossessiva” e non dandosi “via d’uscita”.
