Sul corpo: (a) Due atleti che praticano il pugilato, nudi e barbuti, con un caestus sulle mani; quello a sinistra sanguina copiosamente dal naso; l’altro per una ferita alla fronte. Tra di loro è scritto: NIKOΣΘENEΣEΠOIEΣEN, Νικοσθένης εποίησεν. (b) Due lottatori, ciascuno che afferra il braccio destro dell’altro, nudi e barbuti.
Era il tempo del monsone, la stagione delle piogge, e anche se Bangkok era all’asciutto, il Nord non lo era. Le piogge arrivavano spesso, accompagnate prima da una brezza e poi da un vento che correva fra gli alberi, che frullava e mulinava il fogliame in potenti turbini, mentre il cielo si raffreddava e si oscurava. A volte c’era il tuono, altre volte no, solo la pioggia, che poteva trasformarsi in un rovescio spettacolare, o restare per ore un picchiettio costante, che gocciolava fra le foglie larghe e pesanti.
Da solo nella mia stanza, con i sensi acuiti, sentivo le lucertole sul tetto mentre pattugliavano i bordi delle finestre, in cerca di insetti attratti dalla luce. A volte, dalle finestre filtrava chiaramente della musica rock o pop thailandese, e all’inizio pensavo che provenisse dal paese sottostante. «Oh no, qualcuno ha messo a palla quella schifezza» pensavo. Un giorno, appena terminata la mia mezz’ora di meditazione, era partita la techno e mi ero precipitato fuori, per capire da dove provenisse, scoprendo che veniva dal seminterrato del mio cottage. Bussai alla porta ma non ricevetti risposta. Più tardi, Ajahn si mostrò contrito quando glielo raccontai: «Ah, sì, è un monaco, è mio cugino».
«Puoi chiedergli di usare le cuffie o qualcosa del genere?» Ajahn mi guardò a lungo. «Ti spostiamo» disse poi. «Lui è un po’ disturbato.»
Se dovessi mai fare un monologo di cabaret sulla mia permanenza in un centro di meditazione buddhista nel Nord della Thailandia, ci sarebbe di sicuro un pezzo chiamato “Il monaco nel sottoscala”. Un altro monaco, un thailandese che aveva frequentato l’università nell’Indiana, mi accompagnò nel cammino del giorno seguente e mi diede la sua solidarietà. «È terribile, disturbarti così» disse. «Sei venuto per l’isolamento più totale e quello ti spara la techno. E che cazzo!»
Il quarto giorno, dopo il canto serale, quando tutti lentamente si erano alzati e iniziavano a camminare, Panyavudo mi si avvicinò e mi chiese, senza giri di parole: «Ti hanno mai fatto un rito di magia nera?» nello stesso modo con cui avrebbe potuto chiedere a un ubriaco se aveva bevuto.
«Non credo proprio» risposi io. «Vedo delle strisce rosse intorno al tuo petto, proprio qui, sopra le costole» e mi passò le mani sopra le costole, dove mi ero fatto male. Fui piuttosto scioccato.
Le costole mi stavano dando fastidio, e forse aveva notato che le massaggiavo, ma di certo non ne avevo parlato con nessuno. Mi condusse in un angolo tranquillo, mi sedetti e lui sedette dietro di me, mi poggiò i piedi contro la schiena, concentrando l’energia su di me per sciogliere i nodi e – chi lo sa? – forse mi sentii meglio.
Devi stare attento» mi disse poi. «Capita a volte, prima di un incontro, che a un combattente diano qualcosa di strano da mangiare o da bere o che gli lancino una maledizione». Avevo mangiato qualcosa che mi aveva fatto sentire strano? Non era un evento raro, in Thailandia.
Ci volle tempo, ma alla fine convinsi Panyavudo a parlarmi della magia nera. C’erano alcuni monaci che praticavano la magia, la capivano e la usavano per contrastare la magia negativa che incontravano, quelli che realizzavano amuleti benedetti e che lavoravano con i thailandesi più superstiziosi. A quanto pare, Panyavudo era uno di loro. Certamente Ajahn Suthep non lo era, invece. Rideva e poi raccontava la storia di un famoso monaco mago, che faceva potenti incantesimi. «Ma quando era malato, andava comunque all’ospedale. Perché? Morirà comunque. Non ci credo, alla magia». E Ajahn rideva, un bambino grasso e soddisfatto di sé.
A Panyavudo era stato detto di ignorare la magia e per quattro anni aveva seguito l’indicazione. Di recente aveva deciso che doveva invece abbracciarla e conoscerla, per poterla lasciare in seguito e proseguire nel cammino verso l’illuminazione. Aveva percepito che il comprenderla, ora, faceva parte del suo dovere, un concetto molto importante per i monaci.
«La magia è frutto di intensa concentrazione» mi spiegò, sbattendo le palpebre dietro le lenti (spesse, ma non quanto quelle di Ajahn). Un esperto di arti magiche può concentrarsi, entrare in contatto con la tua mente e influenzarla con pensieri estranei.Per combatterlo bisogna ricorrere alla coscienza e alla consapevolezza, e mantenere forte la mente in modo che sia in grado di difendersi, riconoscendo i pensieri che le sono propri rispetto a quelli che potrebbero esservi stati introdotti da qualcun altro. Non devi dire l’ora della tua nascita a nessuno» mi disse Panyavudo, perché questo dato, stando a lui, poteva aiutarli a individuarti.
Per contrattaccare dovevi essere consapevole e conoscere te stesso, avere fiducia nelle tue sensazioni. Se una persona ti passa qualcosa da mangiare, prova a sentirlo per qualche minuto, avverti che tipo di vibrazione trasmette.
Spiegò che la pratica del tai chi mi avrebbe aiutato, come la meditazione e la consapevolezza. Potevo anche sperimentare la “meditazione compassionevole”, in cui dirigi pensieri positivi sulle persone che ami, che ti piacciono, che ti sono indifferenti, che non ti piacciono, purché siano del tuo stesso sesso. «Ma non sui defunti, perché quello può attirare gli spiriti». Il dolore può essere il residuo di spiriti che sono stati feriti – quello delle formiche che avevo…
eliminato dal bagno, per esempio, o di qualcuno a cui avevo fatto un torto. Quest’ultima cosa mi diede da pensare.
«Le energie negative possono ritorcersi contro di noi e abbiamo a disposizione ottant’anni di vita» lo disse come se fosse un dato assodato «per cui sii cauto, perché possono accumularsi e farti del male. Sii gentile e dimostra il tuo amore».
Panyavudo era un uomo intelligente e colto, che aveva vissuto in Olanda e in Germania fra i ventidue e i ventiquattro anni, per poi lavorare nel settore dell’import-export e al parlamento di Bangkok. Non era uno sciocco contadino superstizioso, faceva parte a pieno titolo del mondo moderno.
Mi guardò a lungo, e poi disse: «C’è una fascia di metallo intorno alla tua testa e alla tua fronte, una stretta fascia d’oro». Si passò le dita intorno al capo, per farmi capire cosa intendeva. «Significa qualcosa, per te?»
Scossi il capo.
«Allora forse dovresti occupartene» disse, sorridente come sempre. «Hai bisogno di vedere il lato spirituale del combattimento e dell’autodifesa, oltre al lato fisico e mentale. Le persone si allenano per costruire la volontà di combattere, ma la magia nera può distruggerla».
A partire dal sesto giorno si era verificata una specie di svolta e i miei attacchi di noia assoluta stavano sparendo. In fondo, che cos’è la noia? È solo un’altra sensazione, solo un’emozione, un’illusione – non è reale. La noia è come il dolore, arriva per farti vedere il carattere della noia stessa. Il dolore insorge per insegnarti il dolore. Una volta sedetti per quarantacinque minuti e smisi più per via dello shock che per la sofferenza. Quando Ajahn s’immergeva profondamente nella meditazione, stava seduto per sei ore e mezza. La mia consapevolezza stava crescendo e mi riusciva più facile accostarmi a essa, potevo caderci dentro e sentirla più familiare. Le cose incominciarono a diventare più chiare. Potevo vedere i miei pensieri da più punti di vista – stavo incominciando a vedere i miei problemi a trecentosessanta gradi.
Mi ero anche adattato alla mancanza di cibo e alle sei ore di sonno, e mi sentivo energico e forte per tutto il giorno senza il sostegno del caffè. In parte l’appagamento derivava anche dalla mancanza di tutte le intrusioni tecnologiche che avevano fatto parte della mia vita, l’interminabile brusio di sottofondo dei microchip che mi circondavano. Era come essere di nuovo bambino. Avevo la sensazione che quella situazione si sarebbe potuta protrarre all’infinito, ma fuori dalla finestra, attraverso la giungla, mi giungeva anche il richiamo del mondo. Il vento sibilava insinuandosi fra gli…alberi e nel folto dei bambù, le gocce incontravano le foglie. C’era un rumore costante, il rombo di motori lontani, uno scooter per strada, il vento, le cicale, i ragazzi alla porta accanto che chiacchieravano in un fluido thailandese, i monaci solitari che camminavano appena fuori dalla mia finestra.
Il decimo giorno, nel buio del primo mattino, salii in macchina, indossando di nuovo i miei soliti indumenti scuri, e non più quelli bianchi e puri, così comodi, così rilassanti per la mente. Mi ero messo il deodorante, il cui pungente odore filtrava dalla T-shirt di Bruce Lee. Tutte le catene e gli ammennicoli della società – tecnologia, denaro e carte di credito, biglietti e passaporti, un cellulare prestatomi da un amico: tante cose, ognuna più pesante dell’altra. Ajahn mi invitò a tornare per scrivere un libro su ciò che lui stava facendo, la meditazione e le esperienze dei farang in diversi templi. Penso che mi stesse invitando nel senso in cui i monaci buddhisti a volte invitano i laici a lavorare con loro, per costruire templi e cose del genere, per conquistarsi dei meriti.
«La consapevolezza può arrivare a incidere su tutto, può essere una parte di ogni cosa, del tuo allenamento e della tua lotta» mi disse Ajahn. Per i monaci non costituiva un problema il fatto che io fossi, anche solo a volte, un combattente. «Se usi la consapevolezza nella boxe, puoi essere conscio e non prigioniero dello stesso movimento, puoi essere senza forma, e ciò che è privo di forma non può essere sconfitto, finché sei forte dentro e hai i piedi ben radicati» mi spiegò Ajahn. Virgil si sarebbe sicuramente trovato d’accordo.
Mentre viaggiavamo attraverso la campagna nebbiosa, incontrando di tanto in tanto membri delle tribù delle colline, nei loro abiti tradizionali, che camminavano lungo la strada, Ajahn, che sedeva davanti, si voltò e mi disse: «La consapevolezza ti aiuterà a vedere libero da illusioni».
Annuii. «Hemingway parlava sempre di scrivere la frase “autentica”» dissi, quasi a me stesso.
«Il vecchio e il mare» mi disse Ajahn, e sorrise. «Una bella storia».
Tingila dunque con la continuità di tali impressioni: per esempio, [il pensiero] che dove c’è la possibilità di vivere, lì c’è anche la possibilità di vivere bene; e nella corte (imperiale) c’è la possibilità di vivere; dunque c’è anche la possibilità di vivere bene nella corte.
E ancora, [il pensiero] che in vista di ciò per cui ogni cosa è stata costruita, per quello è stata costruita; e verso ciò per cui è stata costruita, verso questo si muove; e in ciò verso cui si muove, in questo è il suo fine; e dove è il fine, lì è anche il vantaggio e il bene di ciascuna cosa.
Dunque il bene dell’essere razionale è la società. Infatti, che siamo nati per la società, è stato dimostrato da tempo; o non era evidente che le cose inferiori esistono in funzione delle superiori, e le superiori in funzione reciproca? Sono superiori tra le cose inanimate quelle animate, e tra le animate quelle razionali.
Onora la tenebra rispetta le radici affonda nella Terra ferrosa ma torna alla Luce guerriero respirando le stelle… con tutto il tuo Cuore…. Nella tempesta….tra le fitte nebbie, nel crepaccio, dove ogni cosa appare dolorosamente inevitabile, densamente univoca…. la trama si nasconde, aggrovigliandosi e dell’arazzo si vedono solo fili contorti si sentono solo tempie pulsanti…. è la terra, che nutre, ma toglie il respiro ….. l’Aria è più in alto, lo Spazio Altrove…. stai quieta anima stai nella mischia e fai ciò che puoi… il resto è fragore di Marte non il Cosmo
Intervista con Selene Calloni Williams, ‘https://linktr.ee/symposium.podcast, dove l’autrice e studiosa condivide la sua profonda esperienza con lo sciamanesimo, lo yoga sciamanico e il buddismo Teravada, pratiche che ha abbracciato dopo aver affrontato una grave ”depressione” seguita alla morte del padre. L’intervista si concentra sui due pilastri comuni a tutte le tradizioni sapienziali: il riassorbimento del reale (ritiro delle proiezioni o realizzazione dello stato di sogno) e il matrimonio mistico (unione dell’umano e del divino). Selene spiega anche la sua visione della psicologia immaginale e l’importanza del coraggio e dell’esperienza per vivere una vita autentica, citando il concetto di malattia sciamanica come risorsa e descrivendo il digiuno immaginale come strumento per il viaggio interiore. L’intervista si chiude con una discussione sul Diamon come guida spirituale e l’importanza del tamburonello sciamanesimo.
Per la studiosa di yoga sciamanico e psicologia immaginale Selene Calloni Williams, “vivere per davvero” significa innanzitutto significa innanzitutto “esserci”, ovvero “essere nell’attimo presente” e “non essere nella mente”. Questo concetto implica un’esperienza profonda e coraggiosa dell’esistenza: 1. Uscire dalla Mente e Abbracciare l’Esperienza Vivere per davvero richiede di uscire dalla mente. La mente, infatti, confina l’individuo nelle credenze, nei concetti e nelle teorie, impedendo l’esperienza vera e reale. • Superare il Pensiero Razionale: Non significa smettere di pensare, ma superare la mente meramente logica, razionale e analitica, entrando in una mente “enormemente più vasta e vera”. • La Mente Poetica (o Pensiero del Cuore): Questa mente più vasta è chiamata, tra gli altri, “il pensiero del cuore” (secondo James Hillman) o “Overmind” (secondo Sri Aurobindo), ma l’autrice preferisce definirla la “mente poetica”. • Istinto Consapevole: In sostanza, si tratta di risvegliare l’istinto consapevole. Significa “pensare come la foresta”, essere “terra foresta che pensa”, e quindi fare esperienza vera, come la fanno un albero o un animale. 2. Il Coraggio di Essere Presenti Per fare reale esperienza della vita è necessaria una sola cosa: non avere paura, ovvero avere coraggio. • Essere nel Cuore: Fare esperienza vera significa essere nel cuore, il che vuol dire “amare” e “darsi, offrirsi”. • Presenza Totale: Se si è veramente vivi e presenti nell’attimo, si accede a “tutto il tempo e tutto lo spazio”, perché “tutto è nel qui e ora”. Se si respira fino in fondo il momento in totale libertà, ci si accorge che in quell’istante ci sono tutti i momenti. • Trascendere la Paura: La mente, con i suoi continui calcoli su ciò che è giusto o sbagliato, possibile o impossibile, e sui pericoli, impedisce di essere veramente nel qui e ora, e di respirare il momento in totale libertà. Vivere per davvero, quindi, è avere il coraggio di essere davvero qui e ora. 3. La Libertà e il Ricordo di Sé Vivere per davvero è strettamente legato al raggiungimento della libertà, che è il valore più grande, e al ricordo della propria vera identità. • Il Mantra del Risveglio: L’autrice cita il mantra Samasati, che significa “ricorda chi sei”, e si dice sia stata l’ultima parola pronunciata dal Buddha prima di morire. Questo implica il ricordo di essere un Buddha, un risvegliato. • Non Essere Prigionieri: Il non vivere per davvero, al contrario, è restare prigionieri della mente in una “sospensione della vita”, in un inganno o in un’illusione generata dalla mente e sostenuta dalla paura. “vivere per davvero” è un atto di coraggio e consapevolezza che permette di trascendere i limiti della mente razionale per abbracciare l’istinto e la presenza totale nel momento, ritrovando la propria essenza e libertà.
“E cos’è, monaci, la retta consapevolezza? Qui, un monaco dimora contemplando il corpo nel corpo, ardente, chiaramente comprendente, consapevole, avendo rimosso bramosia e afflizione riguardo al mondo…”
Le Quattro Fondamenta della Consapevolezza (Satipaṭṭhāna):
Kāyānupassanā – Consapevolezza del corpo
Vedanānupassanā – Consapevolezza delle sensazioni
Cittānupassanā – Consapevolezza della mente/coscienza
Dhammānupassanā – Consapevolezza degli oggetti mentali/dhamma
Qualità chiave della sammasati:
Ātāpī – ardente/energico
Sampajāno – chiaramente comprendente
Satimā – consapevole
Vineyya loke abhijjhādomanassaṃ – avendo abbandonato desiderio e avversione verso il mondo
In breve: Sammasati = consapevolezza attenta del momento presente con chiarezza, energia ed equanimità, radicata nelle quattro fondamenta.
Questo testo è una trascrizione estesa di una lezione del dottor Ni Haixia che interpreta e spiega concetti fondamentali tratti dal testo classico della medicina tradizionale cinese, l’Huangdi Neijing (Canone Interiore dell’Imperatore Giallo).”黄帝内经精讲” Huángdì Nèijīng Jīngjiǎng L’esposizione si concentra sull’interconnessione tra l’uomo e la natura, enfatizzando l’importanza dell’equilibrio tra Yin e Yang, non solo all’interno del corpo ma anche in relazione alle stagioni e agli elementi. Il relatore discute ampiamente la teoria dei Cinque Elementi (Wu Xing) “五行与治病法则” (Wǔ Xíng Yǔ Zhì Bìng Fǎ Zé) “I Cinque Elementi e i Principi (o Leggi) di Trattamento Terapeutico” e la loro applicazione per comprendere la salute degli organi interni (Zang Fu), la diagnosi, la prevenzione e il trattamento delle malattie attraverso il mantenimento di uno spirito sereno e uno stile di vita moderato, conforme ai cambiamenti climatici. Viene inoltre offerta un’analisi dettagliata di come la disarmonia tra Yin e Yang si manifesti in diverse patologie, come le sindromi di Freddo (Han) e Calore (Re), e su come le corrette pratiche dietetiche e comportamentali siano essenziali per la longevità.
Il Dottor Ni Haixia (倪海廈, 1954-2012) è stato un rinomato e influente medico e insegnante di Medicina Tradizionale Cinese (MTC), nato a Taiwan e trasferitosi successivamente negli Stati Uniti (Florida).
È considerato da molti suoi seguaci uno dei più grandi maestri di MTC del suo tempo, noto soprattutto per la sua profonda conoscenza e applicazione della Medicina Classica Cinese (spesso definita Jing Fang 經方, o “formule classiche”). Il Dottor Ni Haixia (倪海廈, 1954-2012) è stato un rinomato e influente medico e insegnante di Medicina Tradizionale Cinese (MTC), nato a Taiwan e trasferitosi successivamente negli Stati Uniti (Florida).
È considerato da molti suoi seguaci uno dei più grandi maestri di MTC del suo tempo, noto soprattutto per la sua profonda conoscenza e applicazione della Medicina Classica Cinese (spesso definita Jing Fang 經方, o “formule classiche”). il Dottor Ni Haixia (倪海廈) era anche un esperto e insegnante di arti metafisiche classiche cinesi, che includono la divinazione.
Sebbene sia famoso soprattutto per la sua profonda conoscenza della medicina classica (in particolare la scuola Jingfang 經方), Ni Haixia era considerato un maestro nelle “Cinque Arti” (五術, Wu Shu) della metafisica cinese.
Le sue competenze in questo campo includevano:
Divinazione (占卜, Zhanbu): Praticava e insegnava metodi di divinazione, in particolare utilizzando l’I Ching (易經, il Libro dei Mutamenti).
Calcolo del Destino (命理, Mingli): Era un esperto di Zi Wei Dou Shu (紫微斗數), una forma complessa di astrologia cinese per l’analisi del destino e della personalità.
Feng Shui (風水): Insegnava i principi del Feng Shui, l’arte di armonizzare l’ambiente.
Fisiognomica (面相, Mianxiang): L’arte di leggere il volto.
Ni Haixia separava i suoi insegnamenti in due categorie principali:
“Ren Ji” (人紀): “La Registrazione Umana”, che copriva i suoi insegnamenti di Medicina Tradizionale Cinese.
“Tian Ji” (天紀): “La Registrazione Celeste”, che era il corso dedicato a I Ching, astrologia, Feng Shui, divinazione e altre arti metafisiche.
Il suo approccio
Il Dott. Ni si è distinto per il suo integrale ritorno ai testi classici fondamentali della medicina cinese, in particolare:
Shang Han Lun (Trattato sulle malattie da freddo)
Jin Gui Yao Lue (Prescrizioni essenziali della camera d’oro)
Ha fondato la Hantang TCM Clinic in Florida, dove ha curato pazienti e formato un gruppo di studenti (spesso chiamati “discepoli”).
Era noto per le sue diagnosi precise, basate sui principi classici, e per la sua abilità nell’uso della fitoterapia (erbe cinesi) e dell’agopuntura.
Eredità e Impatto
Sebbene sia deceduto nel 2012, il Dott. Ni Haixia ha lasciato un’eredità significativa. Le sue lezioni, i seminari e i casi clinici sono stati ampiamente registrati e continuano ad essere studiati da praticanti e studenti di MTC in tutto il mondo, inclusa l’Italia (spesso tramite traduzioni e sottotitoli).
Era anche una figura controversa, noto per le sue forti critiche alla medicina occidentale (che chiamava “medicina della malattia”) in contrapposizione alla MTC (che considerava una “medicina della salute” focalizzata sulla prevenzione e sul ripristino dell’equilibrio).
1. Cosa sono i “Wu Xing” (Cinque Elementi)?
I Cinque Elementi (o Cinque Fasi o Movimenti) sono:
木 Mù (Legno)
火 Huǒ (Fuoco)
土 Tǔ (Terra)
金 Jīn (Metallo)
水 Shuǐ (Acqua)
Nella MTC, questi elementi non sono solo sostanze fisiche, ma rappresentano cinque processi dinamici, qualità e fasi di un ciclo. Ogni elemento è collegato a:
Organi e Visceri (Zang-Fu):
Legno: Fegato e Vescicola Biliare
Fuoco: Cuore, Intestino Tenue (e Pericardio, Triplice Riscaldatore)
Stagioni, Sapori, Colori, Suoni e molte altre corrispondenze.
2. Le “Leggi” (Cicli di Relazione)
I “principi di trattamento” (法则, Fǎ Zé) derivano dalle due leggi fondamentali che governano la relazione tra i Cinque Elementi.
A. Ciclo di Generazione (相生, Xiāngshēng) – La Madre e il Figlio
Questo ciclo descrive come un elemento nutre, promuove e dà vita al successivo. È un rapporto “Madre-Figlio”:
Il Legno genera il Fuoco (il legno bruciando crea il fuoco)
Il Fuoco genera la Terra (il fuoco crea cenere, che è terra)
La Terra genera il Metallo (i minerali/metalli si formano nella terra)
Il Metallo genera l’Acqua (il metallo può liquefarsi; o la condensazione si forma sul metallo)
L’Acqua genera il Legno (l’acqua nutre gli alberi)
B. Ciclo di Controllo (相克, Xiāngkè) – Il Nonno e il Nipote
Questo ciclo descrive come un elemento controlla, inibisce e bilancia un altro, impedendogli di diventare eccessivo. È un rapporto “Nonno-Nipote”:
Il Legno controlla la Terra (le radici dell’albero trattengono il terreno)
La Terra controlla l’Acqua (la terra argina l’acqua, la assorbe)
L’Acqua controlla il Fuoco (l’acqua spegne il fuoco)
Il Fuoco controlla il Metallo (il fuoco fonde il metallo)
Il Metallo controlla il Legno (un’ascia di metallo taglia il legno)
3. I Principi di Trattamento Terapeutico (治病法则, Zhì Bìng Fǎ Zé)
Quando questo equilibrio si rompe (ad esempio per un eccesso o una carenza), si manifesta la malattia. Il medico usa queste leggi per decidere come intervenire.
Il principio terapeutico più famoso basato su questi cicli è:
“In caso di Vuoto (Deficienza), tonifica la Madre.” (虚则补其母, Xū zé bǔ qí mǔ)
Esempio: Se il Fuoco (Cuore) è debole (in vuoto), non si agisce direttamente sul Fuoco, ma si va a “tonificare” (rinforzare) la sua Madre, il Legno (Fegato). Rinforzando il Legno, questo produrrà più Fuoco, riportando l’equilibrio.
“In caso di Pieno (Eccesso), disperdi il Figlio.” (实则泻其子, Shí zé xiè qí zi)
Esempio: Se il Legno (Fegato) è in eccesso (ad esempio, troppa rabbia o calore al Fegato), si agisce “disperdendo” (drenando) il suo Figlio, il Fuoco (Cuore). Drenando il Fuoco, si dà uno “sfogo” all’eccesso del Legno, che scarica la sua energia nel Figlio.
Altri Principi (basati sul ciclo di Controllo)
Esistono anche principi basati sul ciclo Xiāngkè (controllo) quando lo squilibrio è più grave:
Contro-dominazione (相侮, Xiāngwǔ): Quando un elemento è troppo forte e “insulta” o “aggredisce” quello che normalmente lo controllerebbe (es. il Legno [Fegato] diventa così forte da “aggredire” il Metallo [Polmone]).
Sfruttamento (相乘, Xiāngchéng): Quando un elemento controlla eccessivamente l’elemento che dovrebbe controllare (es. il Legno [Fegato] “sfrutta” o “invade” la Terra [Milza/Stomaco], causando problemi digestivi).
In questi casi, la terapia mira a sedare l’elemento aggressore o a rinforzare quello sottomesso per ripristinare il corretto ciclo di controllo. Come definisce la medicina cinese l’equilibrio tra yin e yang nella salute?
La medicina cinese tradizionale definisce la salute attraverso l’armonia e l’equilibrio dinamico tra lo Yin e lo Yang. L’intero corpus della medicina cinese può essere semplificato e ricondotto a questi due concetti, e la salute, o il Dao (Via), risiede nella comprensione della loro relazione e connessione.
Fondamenti dell’Equilibrio Yin e Yang nella Salute:
Interdipendenza e Regolazione:
L’equilibrio è uno stato in cui lo Yin e lo Yang non sono in eccesso né in difetto, ma si sostengono a vicenda in modo complementare (xiāng fǔ xiāng chéng).
Lo Yang non ha capacità di restrizione se non è sostenuto e trattenuto dallo Yin. Allo stesso modo, lo Yin ha bisogno dello Yang per proteggere l’esterno (gù biǎo).
Il corpo umano è in salute quando i meccanismi di interazione e controllo reciproco (xiāng kè) tra i Cinque Organi (Fegato, Cuore, Milza, Polmoni e Reni) mantengono uno stato di auto-regolazione (zìhéng).
Un principio cruciale per la salute è che lo Yang sia forte e ben trattenuto (Yáng qiáng dào mì), in modo che lo Yin non venga consumato o disperso. Quando lo Yin e lo Yang sono in armonia e solidi (Yīn píng Yáng mì), lo spirito e l’essenza (Jīngshén) possono manifestarsi.
Manifestazione nel Corpo (Forma e Forza):
Lo Yin è associato alla forma corporea (xíng), cioè ciò che è visibile e tangibile (come pelle, vasi sanguigni, colore).
Lo Yang è associato allo spirito e alla forza (shén, lìliàng), cioè ciò che è invisibile ma esistente.
Un aspetto fondamentale della salute è la corretta separazione del “chiaro” e del “torbido”. Il Chiaro Yang (qīng yáng) deve ascendere (verso l’alto e l’esterno), mentre il Torbido Yin (zhuó yīn) deve discendere (verso il basso e l’interno).
Il diaframma (héng gé mó) è la struttura chiave che demarca questa separazione: il torbido (Yin) dovrebbe arrivare solo fino a questo limite.
Nel corpo, gli organi Zàng (organi di immagazzinamento, come Fegato, Milza, Reni) sono considerati Yin, mentre i Fǔ (organi di escrezione e digestione, come Stomaco, Intestino) sono Yang.
Il Mantenimento dell’Equilibrio (Prevenzione):
La salute si ottiene seguendo le leggi della natura e i cicli stagionali. Seguendo l’armonia Yin-Yang si vive (shēng); andando contro, si muore (sǐ).
Nelle stagioni primavera ed estate, bisogna nutrire lo Yang (yǎng yáng). Questo significa permettere al sudore di essere rilasciato e ai pori di aprirsi.
Nelle stagioni autunno e inverno, bisogna nutrire lo Yin (yǎng yīn). Questo implica evitare il rilascio eccessivo di sudore e conservare l’energia.
Per mantenere l’equilibrio interiore, si deve mantenere una mente serena e gioiosa, riducendo al minimo desideri (yùwàng) e avidità.
Conseguenze dello Squilibrio:
Quando l’equilibrio tra Yin e Yang viene rotto, si manifesta la malattia:
Se l’equilibrio tra Yin e Yang è incrinato (bùhé), la condizione è definita pericolosa.
Se lo Yin è troppo forte e soverchia lo Yang, o viceversa, la persona si ammala. Se lo Yin non riesce a controllare lo Yang, lo Yang “impazzisce” (nǎi kuáng) e non può essere contenuto.
Un eccesso di freddo (hán) porta all’accumulo di sostanze torbide (zhuó) e all’insorgenza di masse e tumori.
Se lo Yin e lo Yang si separano (Yīn Yáng juélí), l’essenza e lo spirito sono esausti, e la vita è in pericolo.
In sintesi, la salute è la condizione di perfetta coordinazione e auto-regolazione in cui lo Yin (forma e interno) e lo Yang (forza e esterno) si sostengono reciprocamente, garantendo che le energie chiare ascendano e le sostanze torbide discendano, il tutto in armonia con i ritmi della natura.
Cos’è il concetto di “dao”? Il concetto di Dao (Via) è un elemento fondamentale e onnicomprensivo nella medicina cinese, anche se i testi stessi ammettono la sua complessità.
Nelle conversazioni tra l’Imperatore Giallo (Huangdi) e Qibo, il Dao viene descritto come un concetto “molto difficile da spiegare” (fēicháng bù hǎo jiěshì de yīgè dōngxī).
Nonostante la difficoltà di definizione, le fonti ne delineano i seguenti aspetti centrali:
Principio Cosmico e Fondamento della Realtà: Il Dao è intimamente legato ai principi fondamentali dell’esistenza e della vita. Viene indicato come il luogo della “moralità e virtù” (dàodé suǒzài).
Relazione tra Yin e Yang: Nella sua accezione più pratica e medica, il Dao è la comprensione dell’“unione, comprensione e correlazione tra Yin e Yang” (yīnyáng de wùxìng yīnyáng de guānlián). Poiché l’intera medicina cinese può essere semplificata e ricondotta ai concetti di Yin e Yang, il Dao rappresenta il principio ordinatore di tale relazione.
Condotta Umana (Giustizia e Rettitudine): Riferito alla condotta individuale di una persona, il Dao è manifestato attraverso l’“equità e la rettitudine” (gōng zhòng mín yì).
Chiave della Longevità: La discussione sul Dao viene introdotta per spiegare come le persone nell’antichità potessero vivere fino a cent’anni (bǎi suì zhī rén) senza decadere precocemente. Coloro che riescono a conoscere e seguire le leggi della Dao (dàofǎ) e vivono in armonia con lo Yin e lo Yang, vivono (shēng), mentre chi va contro questi principi, muore (sǐ).
Comprensione dei Principi Naturali: Le “Persone Vere” (Zhēnrén), che sono riuscite a ottenere il Dao, sono in grado di comprendere i “principi tra il cielo e la terra” (tiāndì zhī jiān de dàolǐ) e di afferrare lo Yin e lo Yang.
Secondo i principi della medicina cinese tradizionale (MCT), gli organi classificati come Yin sono gli organi Zàng.
La classificazione di un organo come Yin o Yang si basa sulla sua funzione: gli organi Fǔ (visceri, come lo stomaco e l’intestino) sono considerati Yang perché sono associati alla digestione, al transito e all’escrezione (xuān xiè), mentre gli organi Zàng sono considerati Yin perché hanno la funzione di immagazzinare l’essenza e lo spirito.
Gli organi principali considerati Yin sono i Cinque Organi Zàng:
Fegato (Gān)
Cuore (Xīn)
Milza (Pí)
Polmoni (Fèi)
Reni (Shèn)
Classificazioni in base alla posizione e alla polarità
La divisione Yin/Yang può essere ulteriormente raffinata in base alla loro posizione fisica nel corpo e alla loro polarità specifica (Yin all’interno dello Yin, Yang all’interno dello Yin, ecc.):
Divisione Alto/Basso (Diaframma):
In generale, il corpo è diviso dal diaframma (héng gé mó). La parte inferiore (Fù, l’addome) è Yin.
Gli organi Yin che si trovano sotto il diaframma (Milza, Fegato, Reni) sono considerati parte della regione Yin.
Divisione in Sottocategorie Yin/Yang:
Organi del Torace (Parte Yang del corpo): Sebbene siano organi Zàng (Yin), si trovano nel Jiāo superiore, che è considerato la parte Yang del corpo.
Il Cuore (Xīn) è classificato come lo Yang nello Yang (Yáng zhōng zhī Yáng).
I Polmoni (Fèi) sono classificati come lo Yin nello Yang (Yáng zhōng zhī Yīn).
Organi dell’Addome (Parte Yin del corpo): Questi organi si trovano nella parte inferiore (Fù), che è la regione Yin.
I Reni (Shèn) sono classificati come lo Yin nello Yin (Yīn zhōng zhī Yīn).
La Milza (Pí zhàng) è definita come lo Yin Estremo (Utmost Yin) nello Yin (Yīn zhōng zhī Zhì Yīn).
Il Fegato (Gān) è classificato come lo Yang nello Yin (Yīn zhōng zhī Yáng), poiché possiede un elemento Yang all’interno della regione Yin.
Questa distinzione è cruciale perché, secondo la MCT, l’equilibrio della salute dipende dalla comprensione di queste relazioni e dall’assicurarsi che la sostanza Yin (come la Milza e i Reni) e l’energia Yang (come il Cuore e i Polmoni) si sostengano e si auto-regolino.
La radice di tutte le cose (wàn wù zhī běn) è definita dalla medicina cinese tradizionale (MCT) e dal Huangdi Neijing come l’equilibrio e l’interazione dei principi di Yin e Yang.
Questa è la risposta più fondamentale e onnicomprensiva:
Yin e Yang come Radice Cosmica: Lo Yin e lo Yang sono la Via (Dao) del Cielo e della Terra. Sono considerati il fondamento della trasformazione di tutte le cose e i “genitori” dei cambiamenti.
Radice della Vita e della Morte: Lo Yin e lo Yang sono descritti come la radice della vita e della morte (shēng shā zhī běn). Insieme al ciclo delle Quattro Stagioni (sì shí), rappresentano l’origine della morte e della vita di tutte le cose.
Fondamento Spirituale: Sono anche definiti come la dimora dello spirito e dell’intelligenza (shén míng zhī fǔ).
Principio Universale: La totalità della medicina cinese, se semplificata, si riduce ai concetti di Yin e Yang. La comprensione della loro unione, correlazione e connessione (Yīnyáng de wùxìng Yīnyáng de guānlián) è ciò che viene definito il Dao (Via) e la sede della moralità e della virtù (dàodé suǒzài).
In sintesi, la radice di tutta la realtà e di ogni trasformazione si trova nella dinamica e nel bilanciamento incessante tra Yin (il principio passivo, la forma, il basso) e Yang (il principio attivo, la forza, l’alto). Seguendo l’armonia tra Yin e Yang si vive (shēng); andando contro di essi si muore (sǐ).
一瞬の栄、光り消ゆ。 無常の教え 花びら落ち、川に流れ、 我が身もまた、夢のごとく。 (読み: Hana no inochi / Momo no hana, harukaze ni mai / Hakanaki inochi, chiru ga gotoku. / Bushi no michi / Katana o tsukae, sakura no shita / Isshun no hanabusa, hikarite kiyu. / Mujō no oshie / Hanabira ochite, kawa ni nagare / Waga mi mo mata, yume no gotoku.) Vita del fiore Fiori di pesco, danzano nel vento primaverile, Vita fugace, come petali che cadono. Via del samurai Portando la spada, sotto i ciliegi, Gloria istantanea, che svanisce in luce.
無刀の侍 (Muto no Samurai – Il Samurai Senza Lama) 桜風そよぐ中、 刀は沈み虚空に成る。 魂の響き、幻を斬る。 武士道:沈黙の勝利、霊の永遠刀 Il Samurai Senza Lama Nel fruscio del vento tra i ciliegi, la spada tace, forgiata nel nulla. Non ferro, ma eco di anima pura: un sussurro che fende l’illusione. Bushidō insegna: la vittoria è silenzio, lo Spirito, lama eterna e invisibile.
Pronuncia (romaji, per recitarla come un ronin): Sakura-kaze soyogu naka, Tō wa shizumi kyokū ni naru. Tamashii no hibiki, maboroshi o kiru. Bushidō: Chinkon no shōri, rei no eien-gatana.
桜風そよぐ中、 (Sakurakaze soyogu naka,) Mentre il vento tra i ciliegi sussurra,
刀は沈み虚空に成る。 (Katana wa shizumi kokuu ni naru.) La spada sprofonda e diviene vuoto.
魂の響き、幻を斬る。 (Tamashii no hibiki, maboroshi o kiru.) L’eco dell’anima taglia l’illusione.
武士道:沈黙の勝利、霊の永遠刀 (Bushidō: Chinmoku no shōri, rei no eientō) Bushido: Vittoria del silenzio, la spada eterna dello spirito.
Sotto la brezza dei ciliegi che sussurra, la spada affonda e si dissolve nel vuoto. L’eco dell’anima trafigge l’illusione. Bushido: la vittoria del silenzio, la spada eterna dello spirito.
Scherma basata sullo spirito (cuore): È il concetto secondo cui il “Mutō” non consiste nell’affidarsi alla “forma” (la spada), ma nello sconfiggere l’avversario usando il cuore (kokoro), ovvero lo spirito.
Colpire la mente (il cuore) dell’avversario: A differenza di colpire il corpo dell’avversario con la spada, può anche riferirsi alla tecnica di dominare la mente (cuore) dell’avversario con il proprio spirito (mente).