Fiori di pesco, danzano nel vento primaverile,Vita fugace, come petali che cadono.

一瞬の栄、光り消ゆ。 無常の教え
花びら落ち、川に流れ、
我が身もまた、夢のごとく。
(読み: Hana no inochi / Momo no hana, harukaze ni mai / Hakanaki inochi, chiru ga gotoku. / Bushi no michi / Katana o tsukae, sakura no shita / Isshun no hanabusa, hikarite kiyu. / Mujō no oshie / Hanabira ochite, kawa ni nagare / Waga mi mo mata, yume no gotoku.)
Vita del fiore
Fiori di pesco, danzano nel vento primaverile,
Vita fugace, come petali che cadono. Via del samurai
Portando la spada, sotto i ciliegi,
Gloria istantanea, che svanisce in luce.

無刀の侍 Muto no Samurai Il Samurai Senza Lama

無刀の侍
(Muto no Samurai – Il Samurai Senza Lama)
桜風そよぐ中、
刀は沈み虚空に成る。
魂の響き、幻を斬る。
武士道:沈黙の勝利、霊の永遠刀
Il Samurai Senza Lama Nel fruscio del vento tra i ciliegi, la spada tace, forgiata nel nulla.
Non ferro, ma eco di anima pura: un sussurro che fende l’illusione.
Bushidō insegna: la vittoria è silenzio, lo Spirito, lama eterna e invisibile.

Pronuncia (romaji, per recitarla come un ronin):
Sakura-kaze soyogu naka,
Tō wa shizumi kyokū ni naru.
Tamashii no hibiki, maboroshi o kiru.
Bushidō: Chinkon no shōri, rei no eien-gatana.

桜風そよぐ中、 (Sakurakaze soyogu naka,) Mentre il vento tra i ciliegi sussurra,

刀は沈み虚空に成る。 (Katana wa shizumi kokuu ni naru.) La spada sprofonda e diviene vuoto.

魂の響き、幻を斬る。 (Tamashii no hibiki, maboroshi o kiru.) L’eco dell’anima taglia l’illusione.

武士道:沈黙の勝利、霊の永遠刀 (Bushidō: Chinmoku no shōri, rei no eientō) Bushido: Vittoria del silenzio, la spada eterna dello spirito.

Sotto la brezza dei ciliegi che sussurra,
la spada affonda e si dissolve nel vuoto.
L’eco dell’anima trafigge l’illusione.
Bushido: la vittoria del silenzio, la spada eterna dello spirito.

精神論としての「無刀」

心に頼る剣術: 刀という「形」に頼るのではなく、心、つまり精神を以て相手を打ち倒すことを「無刀」とする考

Il “Senza Spada” (Mutō) come concetto spirituale

  • Scherma basata sullo spirito (cuore): È il concetto secondo cui il “Mutō” non consiste nell’affidarsi alla “forma” (la spada), ma nello sconfiggere l’avversario usando il cuore (kokoro), ovvero lo spirito.
  • Colpire la mente (il cuore) dell’avversario: A differenza di colpire il corpo dell’avversario con la spada, può anche riferirsi alla tecnica di dominare la mente (cuore) dell’avversario con il proprio spirito (mente).

Stralci del L’uomo indoeuropeo e il Sacro Jean Varenne

L’INDIA E IL SACRO
UNA ANTROPOLOGIA
di
Jean Varenne

L’induismo rimane ancora oggi la religione dominante nel subcontinente indiano. È praticato da oltre l’80% della popolazione della Repubblica Indiana e da due terzi dei 900 milioni di abitanti dei cinque grandi stati dell’Asia meridionale: India, Pakistan, Bangladesh, Nepal e Sri-Lanka (Ceylon).
Il numero dei fedeli (circa 600 milioni) è già di per sé stesso degno di attenzione, ma ancora più notevole è la sorprendente continuità di una religione perpetuata senza interruzione per almeno 40 secoli. Tale continuità è paragonabile a quella dell’ebraismo (30 secoli) e del buddhismo (25 secoli) e, su scala minore, del cristianesimo (20 secoli) e dell’Islam (12 secoli).
I CARATTERI FONDAMENTALI DELL’INDUISMO
La cultura indiana, in tutti i suoi aspetti, è profondamente segnata da un forte carattere di arcaicità: il sistema delle caste, per esempio, che regola per intero l’organizzazione della società, può essere compreso soltanto facendo riferimento agli iniziamenti di una religione i cui testi sacri (Veda) sono stati composti nel II millennio prima della nostra era. La complessità del sistema sociale, infatti, con il suo pluralismo e la sua struttura gerarchica, riflette sul piano umano l’articolazione fondamentale del politeismo induista. Inoltre la molteplicità degli dèi divine raffigurate sulle facciate dei templi dimostra la fedeltà degli Indù a una religione che è oggi l’unica, insieme allo scintoismo giapponese, che si possa qualificare «pagana» nel senso attribuito a questo termine dai primi cristiani in relazione alle credenze dei popoli dell’Impero romano prima della conversione di Costantino. (pag.27)


L’India e il sacro. Una antropologia
Si ottiene in questo modo una gradazione costituita da Siva, Visnu, Brahma e infine <davanti> a loro, l’Uno (eka), il supremo (Īśvara), il padre di tutto ciò che esiste (Prajāpati). Ma i teologi e i filosofi affermano che questo Uno trascende i mondi, sia divini che umani o naturali: non soltanto è l’Uno rispetto ai molti, ma soprattutto è l’unità contrapposta alla molteplicità. In altri termini, se gli dèi, in quanto viventi (kṣit Immortali>), hanno caratteristiche essenziali (insieme le tre divinità maggiori costituiscono la <triplice forma>, in sanscrito Tri-mūrti) e in particolare caratteristiche sessuali (sono divinità maschili o femminili), l’Uno, per parte sua, non può che essere <neutro>. In modo analogo i filosofi dell’antica Grecia contrapponevano l’Uno (to on) agli dèi (hoi theoi).
(ἕν τὸ πᾶν  “uno è il Tutto” e rafforza il concetto di totalità e ciclicità dell’esistenza)
Per evidenziare questa differenza, il sanscrito usa il sostantivo neutro bráhman, che contrasta col maschile Brahma (prima persona della Trimūrti) e si riferisce alla prima causa, quella dei brahmani (sanscrito brāhmaṇa).Spesso, per evitare equivoci, i testi usano il pronome dimostrativo neutro tad, <ciò>, che ha il vantaggio di essere del tutto indeterminato. Si dice per esempio: tad ekam, <ciò, l’unico>; oppure tad brahman, <ciò, il brahman>, e così il brahman, e così via. L’importante è che risulti chiaramente la trascendenza di questo principio e il fatto che, proprio a causa di questa trascendenza, esso deve essere senza qualità, senza attributi di sorta. Il brahman è metafisicamente l’essenza (necessariamente unica, priva di forma, inattingibile, rispetto all’essenza, che è molteplice, multiforme e polivalente. Il brahman è anche l’assoluto contrapposto al relativo: del primo, a rigor di termini, si può dire soltanto che è <in sé>, mentre l’altro si può definire in certo modo; secondo la varietà dei suoi aspetti e delle sue funzioni. La visione del mondo, per concludere, è del tutto originale: da un lato si pone l’unità <incolore> del Principio, dall’altro la natura, polimorfa, polivalente e dinamica.Secondo la regola del <tre più uno>, si dice che la natura è retta dal gioco di tre qualità (guṇa) simboleggiate da tre colori (rūpa, ossia: rosso, rajas e bianco, sattva), che trasponono sul piano cromatico le tre funzioni sociali (del resto in sanscrito il termine varṇa può significare, a seconda del contesto, sia <colore> che <funzione>). Il tamas rappresenta l’aspetto oscuro, pesante e fatidico di una materia difficile da dominare; il rajas la passione, la violenza, lo spirito di conquista e di progresso; il sattva rappresenta infine la serenità, la giustizia, la coscienza e l’esercizio del culto. Queste tre qualità, alle quali fanno da patrono le tre divinità funzionali, si trovano in perfetto equilibrio soltanto alla comparsa del mondo, durante l’età dell’oro, quando regna una perfetta armonia. Ma con il dissolversi di questa armonia (un fenomeno inevitabile, all’inizio della teoria indiana dei tempi ciclici), si manifestano tensioni e conflitti, amplificate e rappresentate nei racconti mitologici. Ciascun essere racchiude in sé questi guṇa ed è lacerato dalla loro lotta. La psicologia indiana insegna che l’uomo deve fare di tutto per dominare queste forze, affinché ciascuna svolga il proprio ruolo nel modo e nel verso opportuno. Perfino l’inerzia, la pesantezza, sono necessarie quanto il movimento, la leggerezza, la corsa in avanti; purché in questa dialettica agisca anche lo spirito di saggezza, rafforzato dai riti, dalla preghiera e dalla meditazione. (pag.75)


Le tre qualità corrispondono inoltre a una triplice suddivisione della natura umana, in cui è possibile distinguere il corpo (dominio del tamas), l’intelligenza attiva e raziocinante (rajas) e lo spirito contemplativo (sattva). Ma al di sopra dei tre guṇa, e rispetto ad essi trascendente, esiste un’anima (ātman, traducibile anchecome il sè), che consente a tutto l’insieme di strutturarsi e di stabilizzarsi. L’ātman, infatti, è il principio della personalità, esattamente come il brāhman è il principio dell’universo. Per la legge dell’analogia, d’altro canto, ciascuna parte dell’universo produce necessariamente nella propria struttura la forma universale.
Anche l’anima partecipa a questa legge: egli è un’immagine dell’universo e viceversa.
Questo rapporto può essere paragonato a un organismo vivente in forma di essere umano (puruṣa).
È così come il mondo può essere simboleggiato da una ruota (cakra) ”dai mille raggi”, che gira eternamente intorno a un asse (il brāhman), allo stesso modo l’uomo appare un composto instabile, in perpetuo divenire, che si apre come un fiore da un seme (bīja) immutabile: l’ātman.
Mal’assoluto (il brāhman) deve essere, per definizione, «solitario» (kevala), senza secondo (a-dvaita), unico (eka).
Non può dunque essere concepito come distinto dall’ātman: e questo ātman (brāhman), a sua volta, «essendo necessariamente unico, e sempre e dappertutto il medesimo.
Per questo l’Induismo evita di parlare dell’anima al plurale: l’ātman rimane sempre identico a se stesso, anche se, nella moltitudine degli esseri, si presenta sotto innumerevoli forme.
Le varietà che distinguono gli individui si pongono soltanto a un livello «naturale».
Le diverse personalità si plasmano nel corso della vita e, alla morte, assumono un destino (inferno, reincarnazione, paradiso)che è quello di un ‘entità talvolta chiamata semplicemente jivatman,, «anima vivente», ossia ātman «incarnato».
In altre parole, l’unicità dell’ātman brāhman è un fatto metafisico, che ci fa comprendere come, e da che cosa, si sviluppano le manifestazioni esistenziali.
Queste ultime, peraltro, sono le uniche realtà accessibili ai nostri sensi e alla nostra facoltà di raziocinio. Vedēre (o concepire) il brāhman non appartiene alle nostre possibilità: il nostro dominio (gli Indiani dicono il nostro «pascolo», gochāra, oppure il nostro campo, kṣetra) è la natura, polimorfa e dinamica. A questa apparteniamo e in questa l’ātman, dentro di noi, deve inserirsi, incarnarsi, farsi vivente (jiva)
È facile comprendere come tutto ciò si traduca in un complesso di regole di condotta intese a rafforzarne la coerenza dell’individuo, a «ricentrarlo».
La dialettica delle tre qualità (guṇa) produce la molteplicità della natura, che si manifesta a sua volta nella dispersione psicologica, fonte di inefficacia (per la spinta disordinata degli impulsi) e quindi di sofferenza (sarvam duḥkham, dicono i testi: «tutto è dolore») e di angoscia.
Se si riesce invece a prendere coscienza di questa realtà, è possibile disciplinare le attività psichiche e privilegiare l’aspetto «sattva» (il colore bianco della serenità, della saggezza, e della devozione ) per orientare la propria vita verso ciò che gli Indiani chiamano la «realizzazione» dell’ātman.
Si tratta di un’etica della contemplazione e dell’inazione, che domina tutta la cultura indiana fin dalla Bhagavad-Gītā.
Per l’inazione, comunque, dobbiamo intendere «azione disinteressata», e non una vera e propria inattività, dal momento che in India, come è noto, è impossibile vivere senza operare, per poco che sia.
La stessa contemplazione( dhyana) è un atto che dipende interamente dalla volontà e che presuppone la virtù della perseveranza e della tenacia.
I testi fondamentali del Vedānta, e soprattutto dello Yoga, insistono sul lavoro interiore necessario a giungere allo stadio finale: il raccoglimento perfetto (samādhi), che porta ad una solitudine (kaivalya) spirituale analoga all’unicità del brahman/ātman.
Non dobbiamo del resto stupirci di questi riferimenti alla necessità di un «lavoro» (kriyā), se consideriamo che, per il pensiero indiano, nulla si può ottenere senza il compimento di un atto (karman). Il lavoro artigianale, i combattimenti cavallereschi, le celebrazioni liturgiche, l’ascèsi (tapas), tutto è «agire», perché solo l’opera «porta frutti». Se l’opera è empia, porta ai patimenti infernali; se è indifferente, è causa della trasmigrazione; se infine è santa, fa meritare il paradiso.
In ogni caso essa plasma la personalità, la trasforma, mentre l’ātman rimane impassibile al centro dell’essere, come un testimone.


“Aequam memento rebus in arduis servare mentem” Orazio

Orazio invita a praticare l’equilibrio stoico, mantenendo una mente calma e composta sia nelle avversità sia nei momenti di prosperità, evitando eccessi emotivi. È un’esortazione alla moderazione e alla forza interiore, valori centrali nella filosofia oraziana.
In questo passo risulta evidente la filosofia dell’aurea mediocritas, di cui l’autore fu un profondo assertore, nell’invito a mantenere la tranquillità e la serenità, senza lasciarsi travolgere dalle situazioni, buone o cattive che siano.

“aurea via di mezzo” AUREA MEDIOCRITAS

L’espressione “aurea mediocritas”, tradotta come “aurea moderazione” o “aurea via di mezzo”, è un concetto filosofico e letterario coniato da Quinto Orazio Flacco (Orazio)
nelle sue Odi (Libro II, Ode 10, v. 5)
“Auream quisquis mediocritatem diligit, tutus caret obsoleti sordibus tecti, caret invidenda sobrius aula”
“Chiunque ami l’aurea moderazione, vive sicuro, lontano dalla miseria di una casa fatiscente e, con sobrietà, lontano dal fasto invidiato di una reggia”.
L’aurea mediocritas rappresenta l’ideale della moderazione come virtù suprema, un equilibrio tra gli estremi che garantisce una vita serena, stabile e soddisfacente.
Orazio, influenzato dalla filosofia stoica ed epicurea, promuove uno stile di vita che evita sia l’eccesso
(ad esempio, l’ambizione sfrenata o la ricchezza ostentata) sia la privazione estrema (come la povertà o l’ascetismo rigido).
La parola “aurea” (dorata) sottolinea la preziosità di questa via di mezzo, che non è mediocrità nel senso moderno di banalità o mancanza di eccellenza, ma piuttosto una scelta consapevole di equilibrio e saggezza.

  • Filosofia stoica ed epicurea: L’aurea mediocritas riflette l’idea stoica di controllare le passioni e vivere secondo ragione, combinata con il principio epicureo di cercare un piacere moderato e sostenibile, evitando turbamenti.
  • Contesto oraziano: Nelle Odi, Orazio spesso contrappone la tranquillità della vita semplice (ad esempio, in campagna) alla frenesia e ai pericoli dell’ambizione e del lusso. La moderazione è vista come un modo per raggiungere la felicità e la sicurezza interiore, lontano dagli estremi che portano insoddisfazione o invidia.
  • Similitudini: Il concetto richiama l’idea aristotelica del “giusto mezzo” (mesotes), secondo cui la virtù risiede nell’equilibrio tra due estremi (ad esempio, il coraggio sta tra la codardia e la temerarietà).

Ne quid nimis ”Nulla di troppo” μηδὲν ἄγαν «niente di troppo», scolpito, secondo la tradizione, nel tempio di Apollo in Delfi e attribuito al dio stesso o a vari sapienti dell’antichità,  ciò che l’uomo deve fare è semplicemente attendere una sorte più propizia, agendo μὴ λίην, senza sorpassare il confine , per evitare commettere ὕβρις superbia e tracotanza.

Om Namo Bhagwate Pashupataye Namah.

Om Om Namo Bhagwate Pashupate Haray Namah Om Namo Bhagwate Pashupate Haray Namah Om Namo Bhagwate Pashupate Haray Namah
Saluti a colui che è il Signore di tutte le creature.
La bestia interiore, la bestia seduta dentro che urla, La mente è sviata dalla fiamma del desiderio.
Sei Tu che la controlli, Shiva, Sei Tu che riempi l’interno di luce.
Né attaccamento, né illusione, né rabbia...
Tutto si scioglie ai Tuoi piedi. Tu sei il limite, Tu sei il Signore, Shiva Pashupati, Tu sei con me.
Om Namo Bhagwate Pashupataye Haray Namah Om Namo Bhagwate Pashupataye Haray Namah Colui che doma i demoni interiori, Colui che conduce l’anima sul sentiero della liberazione.
La bestia interiore, la bestia seduta dentro che urla, La bestia è la forma della natura.
Con il tridente distrugge l’ignoranza. Il damaru risuona con il canto della verità.
Avvolto nella cenere, cammina a piedi nudi, Shiva, Che parla in silenzio dentro. Re tra i nemici (sensi),
La lampada della meditazione risuona tra i respiri, Quella stessa lampada.
Non sono più una bestia, ora sono diventato un umano, Quando ho accettato Pashupati come mio. Om Namo Bhagwate Pashupataye Haray Namah Om Namo Bhagwate Pashupataye Haray Namah O Signore interiore, Tu sei la mia verità, Tu sei la mia fine, Tu sei il mio inizio. Om Namo

ओम ओम नमो भगवते पशुपते हराय नमः ओम नमो भगवते पशुपते हराय नमः ओम नमो भगवते पशुपते हराय नमः जो सब प्राणियों के स्वामी हैं उनको मेरा शतशत प्रणाम भीतर का पशु भीतर बैठा पशु जो चिल्लाए वासना की ज्वाला में मन बहका है तू ही है जो उसे वश में करे शिव तू ही है जो भीतर उजाला भरे ना मोह ना माया ना क्रोध की आगे तेरे चरणों में पिघल जाए सब भाग तू ही है मर्यादा तू ही है नाथ शिव पशुपति तू ही साथ ओम नमो भगवते पशुपतिय हराय नमः ओम नमो भगवते पशुपति हराय नमः जो भीतर के राक्षसों को साधे जो आत्मा को मुक्त पथ पे ला दे भीतर का पशु भीतर बैठा जो चिल लायक का पशु प्रकृति का स्वरूप त्रिशूल से नाश करे अज्ञान का डमरू से गूंजे सत्य का राग भस्म से लिपटा नंगे पांव चले शिव भीतर जो मौन में बोले दुश्मन शानों का राजा ध्यान का दीप सांसों के बीच वही गूंजे दीप दीप पशु नहीं अब मैं मानव बना जब पशुपति को अपना माना ओम नमो भगवते पशुपति हराय नमः ओम नमो भगवते पशुपत हराय नमः हे भीतर के स्वामी तू ही मेरा मेरा सत्य तू ही मेरा अंत तू ही मेरा आरंभ ओम नमो

I mantra e la meditazione sono presentati come strumenti fondamentali di trasformazione

Per quanto riguarda i mantra, la trasformazione avviene principalmente attraverso la devozione e l’invocazione di Shiva nella sua forma di Pashupati. Il mantra “ओम ओम नमो भगवते पशुपते हराय नमः” (Om Om Namo Bhagwate Pashupate Haray Namah) è ripetuto frequentemente. Questo mantra è un saluto a “colui che è il Signore di tutte le creature”. Attraverso l’invocazione di Pashupati, si chiede di:

  • Controllare la “bestia interiore” (“भीतर का पशु”) che “urla” e la “mente sviata dalla fiamma del desiderio” (“वासना की ज्वाला में मन बहका है”).
  • Riempire l’interno di luce (“भीतर उजाला भरे”).
  • Far sì che “attaccamento, illusione e rabbia” (“ना मोह ना माया ना क्रोध”) si sciolgano ai Suoi piedi.
  • Domare i “demoni interiori” (“भीतर के राक्षसों को साधे”).
  • Condurre l’anima sul “sentiero della liberazione” (“आत्मा को मुक्त पथ पे ला दे”).

La trasformazione più significativa legata all’accettazione di Pashupati, che si presume avvenga attraverso la recitazione del mantra e la devozione, è il passaggio da “bestia” a “umano”: “Non sono più una bestia, ora sono diventato un umano, quando ho accettato Pashupati come mio” (“पशु नहीं अब मैं मानव बना जब पशुपति को अपना माना”). Questo indica un profondo cambiamento interiore e l’elevazione dello stato di coscienza.

  • Om: Il suono primordiale che rappresenta l’universo e la coscienza universale.
  • Namo: Significa “saluti” o “inchinarsi”, esprimendo profondo rispetto.
  • Bhagwate: Un epiteto per il Divino, che indica “il possessore della gloria” o “il divino”.
  • Pashupataye: L’epiteto di Lord Shiva come “Signore degli animali” o “colui che governa il gregge”.
  • Namah: Indica “inchinarsi” o “saluti”, un’espressione di umiltà e devozione.

THANKS to
Satyuga | Meditation Mantras & Spiritual Music

La meditazione è presentata come un altro potente strumento. Si fa riferimento al “ध्यान का दीप” (la lampada della meditazione) che “risuona tra i respiri” (“सांसों के बीच वही गूंजे दीप दीप”). Sebbene non venga descritto il processo della meditazione, l’immagine della “lampada” suggerisce che essa serva a illuminare l’interno, portando consapevolezza e chiarezza. È implicito che attraverso la pratica della meditazione si possa osservare e, in ultima analisi, superare le oscurità e le distrazioni interiori, contribuendo alla “vittoria interiore” .

“Om Namo Bhagavate Vasudevaya

  • Om (ॐ): Rappresenta il suono primordiale dell’universo, l’Assoluto o lo Shabda Brahman.
  • Namo (नमो): Una forma del sanscrito “namas”, significa “salvezza” o “inchino”.
  • Bhagavate (भगवते): Significa “Divino” o “Dio”, o “colui che sta diventando divino”.
  • Vasudevaya (वासुदेवाय): Il dativo di “Vāsudeva”, un nome di Krishna (figlio di Vasudeva) e anche un riferimento a Dio come il “Dio della vita” o “la luce di tutti gli esseri”.

Scopo del mantra

  • Invocazione: È un’invocazione al divino e un riconoscimento della sua presenza dentro ogni essere. 
  • Devozione: È un atto di devozione e sottomissione verso il Signore, espressa attraverso la pratica quotidiana. 
  • Liberazione: Il mantra è considerato un mezzo per l’elevazione spirituale e la liberazione, guidando la mente verso un porto sicuro. 

Vita Militia est cosa vuoi capire se non c’hai sbatti? Ante rem exerceas Esercitati prima!!!

Cosa vuoi capire se non hai sbatti
Cosa vuoi sentire se non hai onore
Cosa vuoi fare se non hai cuore
Marcet sine adversario virtus
Fit Via Vi
Vita militia est
Numquam deficere animo usque ad finem
Come un fulmine il combattente
Come il lupo il guerriero
Sarà una saetta la sua stretta
Sarà doloroso il suo colpo
Smuovi il corpo sveglia la mente
Duro come il tasso veloce serpente
Lotta con forza resta potente
Non fermarti mai sempre avanti

Fit Via ViVita militia est
Numquam deficere animo usque ad finem
Come un fulmine il combattente
Come il lupo il guerriero
Sarà una saetta la sua stretta
Sarà doloroso il suo colpo

L’obiettivo primario non è il dominio sugli altri, ma la padronanza di sé, trasformando le reazioni impulsive in risposte consapevoli e costruendo una “fortezza interiore inattaccabile”.

La disciplina, l’autocontrollo e una profonda comprensione della natura umana sono gli strumenti per “vincere la battaglia più importante:
quella interiore” e “diventare la versione suprema di chi eri destinato a essere”.

ESPRIMITI AL MEGLIO

La sfida più grande è la “guerra interiore che combatti ogni giorno”, una lotta tra la versione “forte, disciplinata e orientata alla crescita” e quella “debole, impulsiva, timorosa e alla ricerca di scuse”.
Gli Stoici offrono gli strumenti per vincere, riconoscendo che “il vero potere risiede nella tua mente, non negli eventi esterni”.
Marco Aurelio è citato:
“Hai potere sulla tua mente, non sugli eventi esterni. Realizza questo e troverai la forza interiore”.
Ogni scelta rafforza una di queste due versioni

Le scuse sono “veleno mentale per la tua anima” e la “linfa vitale della tua versione inferiore”, menzogne che ti mantengono nella stagnazione. Gli Stoici non le tolleravano.
L’antidoto è l'”Azione Immediata e Decisiva”:
bisogna agire “prima che il dubbio abbia il tempo di formarsi”, contrastando la scusa con “un’azione irrefrenabile”. Questo costruisce la forza mentale.

La disciplina è un “potere sovrano” che conferisce controllo assoluto sulle proprie azioni.
A differenza della motivazione, che è “inaffidabile, fugace e inconsistente”, la disciplina è indistruttibile. Un vero stoico “non si chiede se è dell’umore giusto per agire, ma fa ciò che deve essere fatto, che si senta così o meno”. Epitteto afferma:
“Non importa come mi sento, lo faccio comunque”.
L’azione deve diventare la risposta predefinita all’esitazione, costruendo rispetto di sé e liberando dalla necessità di approvazione esterna.

La forza non si costruisce nel comfort, ma nella “resistenza estrema”. Il disagio è un “insegnante necessario” e una “forgia purificatrice” che rafforza la volontà.
Rifiutare il percorso facile sviluppa la forza interiore.
David Goggins incarna questa filosofia, spiegando che la vera pace si trova “attraverso problemi, tragedie, sofferenza e responsabilità”, normalizzando la sofferenza attraverso la “ripetizione ossessiva” e non dandosi “via d’uscita”.

C’è una differenza tra un combattente e un artista marziale….

C’è una differenza tra un combattente e un artista marziale.
Un combattente si allena per uno scopo: combattere.
Io sono un artista marziale: non mi alleno per combattere.
Mi alleno per me stesso.
Mi alleno continuamente.
Il mio obiettivo è la perfezione.
Ma non la raggiungerò mai.– Georges St. Pierre

“Non muovere l’anima senza il corpo, né il corpo senza l’anima, affinché, combattendo l’uno contro l’altro, queste due parti preservino l’equilibrio e la salute” Platone, Timeo

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