«Die Wut in Hagens Herzen brannte heiß und klar, als er das Schwert zog, um Rache zu vollenden.» — Nibelungenlied, Avventura 36 «Il furore nel cuore di Hagen ardeva caldo e chiaro, mentre estraeva la spada per compiere la vendetta.»
In questo contesto, “Wut” rappresenta la furia guerresca di Hagen, un personaggio centrale, che agisce con un’intensità quasi poetica, spinta da rabbia ed eccitazione, tipica dell’epica tedesca. La scena si riferisce al momento culminante del poema, dove il conflitto e la vendetta dominano, incarnando l’ebbrezza della battaglia. Nota: Il Nibelungenlied originale è in medio alto tedesco, e il termine “Wut” appare in forme arcaiche (es. “wuot” o varianti).
Hagen uccide Sigfrido alla fontana, Sala dei Nibelunghi
Georges Dumézil storico delle religioni, linguista e filologo francese interpretò la radice Wut come sostantivo che significa “ebbrezza”, “eccitazione”, e “genio poetico”, ma anche come il movimento terribile del mare, del fuoco e del temporale, come aggettivo che significa “violento”, “furioso” e “rapido. In Mitra-Varuna, Georges Dumézil esplora la dualità complementare tra due divinità indoeuropee, Mitra e Varuna, che rappresentano due aspetti fondamentali del potere sovrano. Nel contesto della radice wut, che Dumézil interpreta come “ebbrezza”, “eccitazione” e “genio poetico”, ma anche come “violenza” e “furia” (associata a fenomeni naturali come il mare, il fuoco o il temporale), il concetto di furor si collega principalmente a Varuna. Varuna incarna l’aspetto magico, selvaggio e trascendente della sovranità, caratterizzato da una forza incontrollabile e ispirata, che può manifestarsi come un’energia creativa o distruttiva, simile al wut. Questo furor si oppone alla natura ordinata, giuridica e razionale di Mitra, che rappresenta la stabilità e il contratto. Dumézil utilizza questa dicotomia per spiegare la struttura binaria del potere nelle società indoeuropee, dove il furor di Varuna riflette la dimensione caotica e ispirata della leadership, in contrasto con l’equilibrio e la misura di Mitra.
«Die Wut des Allvaters flammte in Asgard, als Odins Speer die Reihen der Riesen durchbohrte.» — Ispirato alla Völuspá, strofa 24 (adattamento in tedesco moderno)
«Il furore del Padre di Tutti divampava in Asgard, mentre la lancia di Odino trafiggeva le schiere dei giganti.»
In questo contesto, “Wut” cattura l’ardore guerresco di Odino, il dio supremo, in un momento di battaglia epica contro i giganti, riflettendo l’ebbrezza e l’eccitazione della lotta mitologica. La sfumatura di “genio poetico” emerge dall’ispirazione divina di Odino, spesso associato alla poesia e alla furia estatica (come nei berserker, guerrieri invasati dalla “Wut” divina). Nota: L’originale norreno usa termini come óðr (furia ispirata) o varianti, che in traduzioni tedesche diventano spesso “Wut”.
L’Edda poetica è una raccolta di poemi in norreno, composta tra il IX e il XIII secolo, che narra miti, gesta eroiche e cosmologia della mitologia norrena, closely related alla mitologia germanica. I poemi, come la Völuspá o l’Hávamál, contengono scene di battaglia epica e furia divina, dove il concetto di “Wut” (in norreno óðr, furia ispirata, o termini affini) è centrale, soprattutto per figure come Odino, dio della guerra, della poesia e della furia estatica.Contesto dell’Edda poetica L’Edda poetica è una fonte primaria per la mitologia norrena/germanica, scritta in versi e tramandata oralmente prima di essere codificata in manoscritti islandesi. I poemi descrivono eventi cosmici come il Ragnarök (la fine del mondo), battaglie tra dèi e giganti, e l’ardore guerresco dei berserker, guerrieri invasati dalla furia divina. Il termine norreno óðr (da cui deriva il nome di Odino, Óðinn) indica uno stato di esaltazione, rabbia e ispirazione, che in traduzioni tedesche moderne diventa spesso “Wut”, specialmente in contesti guerreschi. Questa furia è sia distruttiva che creativa, legata al “genio poetico” (Odino è anche dio della poesia) e all’ebbrezza della battaglia. Citazione con “Wut”Poiché l’Edda poetica è in norreno, il termine “Wut” appare nelle traduzioni o adattamenti in tedesco moderno. In un passaggio dalla Völuspá (strofa 24), che descrive una battaglia primordiale tra Æsir (dèi) e Vanir, adattandolo in tedesco moderno per includere “Wut” in un contesto guerresco:
Tedesco (adattato): «Mit Wut im Herzen stürmte Óðinn voran, als Gungnir, sein Speer, die Vanir in der Schlacht zerschmetterte.» — Ispirato alla Völuspá, strofa 24 (Edda poetica), adattamento in tedesco moderno
«Con furore nel cuore, Odino avanzava impetuoso, mentre Gungnir, la sua lancia, annientava i Vanir in battaglia.»
Testo originale in norreno (per completezza): «Óðinn skaut á folk í liði, þat var enn folkvíg fyrst í heimi.» (Völuspá, strofa 24, Codex Regius)
Traduzione letterale dal norreno: «Odino scagliò [la lancia] contro l’esercito, quella fu la prima guerra tra i popoli nel mondo.»
strofa 45 della Völuspá, che descrive l’inizio del Ragnarök con l’avanzata degli dèi e l’esplosione del caos, adattandolo in tedesco moderno per includere “Wut”:
Tedesco (adattato): «Die Wut der Æsir loderte wie Feuer, als Heimdall das Gjallarhorn blies und die Götter zum letzten Kampf stürmten.» — Ispirato alla Völuspá, strofa 45 (Edda poetica), adattamento in tedesco moderno
Traduzione in italiano: «Il furore degli Æsir divampava come fuoco, mentre Heimdall suonava il Gjallarhorn e gli dèi si lanciavano nell’ultima battaglia.»
Testo originale in norreno (per completezza): «Geyr nú Garmr mjök fyr Gnipahelli, festr mun slitna, en Freki renna.» (Völuspá, strofa 45, Codex Regius)
Traduzione letterale dal norreno: «Ora Garm abbaia forte davanti a Gnipahellir, le catene si spezzeranno e il lupo correrà libero.»
Contesto guerresco: La strofa 45 della Völuspá segna l’inizio del Ragnarök, con segnali cosmici come il latrato del lupo Garm e il suono del Gjallarhorn di Heimdall, che chiama gli dèi alla battaglia finale contro le forze del caos (giganti, lupi e serpenti). La “Wut” rappresenta l’ardore collettivo degli Æsir (Odino, Thor, Freyr, ecc.) mentre si preparano al conflitto, un’energia furiosa che unisce rabbia, eccitazione e un’ispirazione quasi poetica, tipica della mitologia germanica.
Significato di “Wut”: In questo adattamento, “Wut” incarna la furia divina degli dèi, un mix di rabbia guerresca e slancio epico. La sfumatura di “genio poetico” emerge dal contesto mitologico, poiché il Ragnarök è narrato nella Völuspá con un linguaggio visionario, quasi profetico, che eleva la battaglia a un evento cosmico e poetico.
Riferimento mitologico: Il suono del Gjallarhorn di Heimdall segnala l’inizio della guerra finale. Gli Æsir, guidati da Odino, affrontano i loro nemici, come il lupo Fenrir e il serpente Jörmungandr. Questo momento è carico di tensione e furore, con gli dèi che si lanciano nella lotta sapendo che molti di loro periranno.
Contesto guerresco: Nella Völuspá, strofa 46 (e successive), il Ragnarök raggiunge il culmine con la rottura delle catene di Fenrir, il lupo cosmico destinato a uccidere Odino. Odino, armato della sua lancia Gungnir, affronta Fenrir in una battaglia epica, sapendo che il suo destino è segnato. La “Wut” qui rappresenta la furia divina di Odino, un misto di rabbia, eccitazione guerresca e un’ispirazione quasi poetica, legata al suo ruolo di dio della guerra e della poesia.Significato di “Wut”: “Wut” cattura l’ardore estatico di Odino, che si lancia nella lotta con un’intensità che trascende la mera rabbia, incarnando l’ebbrezza della battaglia e il “genio poetico” della sua natura divina. In quanto dio della poesia e della furia (óðr in norreno, da cui il suo nome Óðinn), Odino unisce forza distruttiva e creatività visionaria, anche nel suo sacrificio.Riferimento mitologico: La battaglia di Odino contro Fenrir è un momento tragico del Ragnarök. Fenrir, figlio di Loki, è una forza del caos, e la sua vittoria su Odino segna la fine del vecchio ordine divino. Tuttavia, Odino è vendicato da suo figlio Víðarr, che uccide il lupo. Questo scontro incarna il coraggio e la furia di fronte all’inevitabile.
“Parola di Lachesi, figlia della Necessità. (Anake )Anime effimere, inizia un nuovo ciclo del genere mortale, soggetto alla morte. Non sarà un demone a scegliervi, ma voi sceglierete il vostro demone. Il primo che ha sorteggiato scelga per primo la vita a cui sarà legato per necessità. La virtù, invece, non ha padrone: ciascuno ne avrà in misura maggiore o minore a seconda che la onori o la disprezzi. La responsabilità è di chi sceglie; il dio non ha colpa.”
Cloto: È la moira che fila il filo della vita. Il suo nome deriva dal greco “klotho”, che significa “io filo”. Lachesi: È la moira che misura la lunghezza del filo della vita, decidendo quanto a lungo vivrà ogni individuo. Il suo nome deriva dal greco “lachesis”, che significa “sorte” o “destino”. Atropo: È la moira che taglia il filo della vita, determinando la fine dell’esistenza di una persona. Il suo nome deriva dal greco “atropos”, che significa “inflessibile” o “inevitabile
Al termine della vita, ed una volta giunti al momento in cui bisogna scegliere in quale corpo reincarnarsi, le anime dopo un lungo viaggio, al termine del quale viene concesso loro di vedere l’Origine dell’universo, un immensa colonna di Luce, che discende dall’alto, attraversa tutto il celo e la terra, al cui interno si scorgono le catene del cielo, che mantengono in equilibrio l’universo , le anime pervengono al fuso della Necessità, Ἀνάγκης, origine di tutti i legami che reggono i moti del cielo, l’eternità della struttura dell’Universo, accanto a cui sono poste, tra le altre figure, le sirene, le Moire, figlie di Necessità, Lachesi, simbolo del passato, Cloto, simbolo del presente, e Atropo, simbolo del futuro. Le anime ricevono un numero sorteggiato che determina l’ordine in cui sceglieranno la loro nuova vita. Davanti a loro vengono presentati diversi “modelli di vita” (βίοι), che includono vite di ogni tipo: ricche, povere, nobili, umili, virtuose o malvagie. Tuttavia, la virtù non è imposta: ogni anima è libera di scegliere, e la sua scelta riflette la sua saggezza o ignoranza.
Una volta terminata la fase iniziale, alle anime vengono mostrati i «paradigmi delle vite» successive che ognuno ha la possibilità di scegliere (Platone, Repubblica X, 618 A). Se, quindi, in una prima fase vi è un criterio di casualità delle sorti da parte della vergine, la scelta successiva del destino spetta soltanto all’anima del singolo e, come dice la stessa Lachesi, «la responsabilità, pertanto è di chi sceglie. Il dio non ne ha colpa», poiché «non ha padroni la virtù; quanto più di ciascuno di voi l’onora tanto più ne avrà; quanto meno l’onora, tanto meno ne avrà» (ivi, 617 E).
Della Necessità (Ananke), della Moira vestita di bianco, con corone sul capo, Lachesi, Cloto e Atropo, si canta in armonia con il canto delle Sirene: Lachesi intona il passato, Cloto il presente, Atropo il futuro. Cloto, con la mano destra, tocca e fa girare il movimento esterno del fuso, con pause intermittenti; Atropo, con la mano sinistra, fa lo stesso con i movimenti interni; Lachesi, invece, tocca alternativamente entrambi con ciascuna mano. Essi [le anime], una volta arrivati, devono recarsi subito da Lachesi. Un profeta, dunque, dapprima li dispone in ordine, poi, prendendo dai grembi di Lachesi i sorteggi e i modelli di vita, sale su una piattaforma elevata e parla.»
Dopo aver scelto, le anime vengono condotte nella valle di Lete , dove è presente il fiume Lete (oblio) e s Λήθη pronuncia “Lḗthē”. Il nome deriva dal verbo greco “lanthano” (λανθάνω), che significa “essere nascosto” o “dimenticare e bevono, dal fiume Amelete (non curanza ) per dimenticare la loro esperienza nell’aldilà, e vengono poi mandate nel mondo terreno per vivere la vita scelta.
Le acque del fiume Lete, a cui accorrono una moltitudine di anime assetate (dipinto di John Roddam Spencer Stanhope)
L’effetto dell’oblio (Lethe),Λήθη , che deve essere superato nella ricerca della verità ἀλήθεια (aletheia),può essere interpretata come “non-oblio” o “rivelazione”, Disvelamento ,indicando qualcosa di non nascosto o manifesto Così come l’effetto di Ἀμηλητή Amalete/trascuratezza(noncuranza), che deve essere superato nel recupero della sollecitudine la parola μελέτη (melétē) significa “esercizio”, “studio”, “pratica” o “meditazione”. Deriva dal verbo μελετάω (meletáō), che significa “praticare”, “esercitarsi” o “prepararsi”. È un termine usato in vari contesti, come l’educazione, la filosofia e la retorica, per indicare un’attività di riflessione o ripetizione finalizzata al miglioramento o alla comprensione
Il concetto greco di felicità, o eudaimonia, ha subito una significativa evoluzione, passando da una dipendenza dalla sorte esterna a una profonda responsabilità individuale, per opera dei filosofi.
Inizialmente, l’eudaimonia significava letteralmente “aver ottenuto un buon demone protettore”. Secondo questa concezione antica, una persona era felice se la sorte aveva voluto che fosse scelta da un demone benevolo, mentre era infelice se scelta da un demone maligno. Questa visione prevalse per secoli nella cultura greca.
La trasformazione di questo concetto iniziò con i filosofi, che ne “corroseno” l’idea originaria:
Eraclito fu il primo a proporre un’alternativa, affermando: “Il demone dell’uomo è il suo carattere”. Questo spostò l’attenzione dalla sorte esterna a una qualità intrinseca dell’individuo.
Democrito, pur essendo considerato un presocratico ma influenzato anche da Socrate, esplicitò ulteriormente questa idea, sostenendo che la felicità non risiede nelle ricchezze materiali come gli armenti o l’oro. Per Democrito, l’anima (psiché) è la dimora della sorte dell’uomo, il che significa che l’uomo decide la propria sorte e nessun altro.
Socrate spiegò in modo molto chiaro che l’uomo si costruisce temperando la sua anima con il logos (ragione o parola), quindi la felicità consiste nell’educazione e nella formazione dell’anima e dello spirito umano, e dunque nella filosofia intesa in senso antico. Questo concetto dell’anima, la psiché, è profondamente greco e non di origine cristiana, essendo presente migliaia di volte in Platone.
Platone ha imposto definitivamente questa idea, che è fondamentale anche per la psicologia moderna (psicologia, psicoterapia, psicoanalisi ruotano attorno a questo concetto greco). Nel Gorgia, Socrate afferma che la felicità non è legata alla ricchezza o al potere, come quello del Gran Re di Persia, ma alla formazione interiore e alla giustizia. Per Platone, “chi è onesto e buono, uomo o donna che sia, è felice, e l’ingiusto e il malvagio è infelice”. Inoltre, il benessere fisico, pur appagando una fame iniziale, genera una “fame dello spirito”, che è più difficile da saziare e costituisce un asse importante della Repubblica.
Anche Aristotele contribuì a questa evoluzione, distinguendo tra piaceri fisici e piaceri dello spirito, considerando questi ultimi i più alti e affermando che la felicità consiste nella contemplazione del vero.
Epicuro sottolineò l’importanza della filosofia per la “salute dell’anima” a qualsiasi età, equiparando l’età di filosofare all’età di essere felici. Lo scopo fondamentale dell’antica filosofia greca era infatti trovare la verità e la felicità.
Il culmine di questa evoluzione verso la responsabilità individuale è espresso nel mito di Er nella Repubblica di Platone. Questo mito narra della reincarnazione delle anime dopo un ciclo di premi o punizioni. Elementi chiave del mito che mostrano la responsabilità individuale includono:
Le anime scelgono il proprio destino: Dopo un millennio, le anime si ritrovano su una pianura dove devono decidere il proprio destino. I paradigmi delle vite non vengono imposti, ma proposti, e la scelta è interamente consegnata alla libertà delle anime stesse.
La rivoluzione del “demone”: La frase più rivoluzionaria per un greco è: “Non sarà il demone a scegliere voi, ma voi il demone”. Questo rovescia completamente la concezione tradizionale della sorte, affermando che è l’individuo a scegliere il proprio demone (cioè la propria vocazione o destino).
La libertà nel gestire la vita: Sebbene l’ordine di scelta delle vite sia dato dal sorteggio, l’uomo non è libero di scegliere la vita che gli viene data (quella gli è imposta alla nascita, ad esempio, il luogo e i genitori), ma è libero di scegliere come vivere moralmente quella vita.
La virtù senza padroni: La famosa frase “La virtù non ha padroni; ciascuno di voi la onora e tanto più ne avrà, quanto meno la onora tanto meno ne avrà. La responsabilità pertanto è di chi sceglie, il Dio non ha colpa” afferma chiaramente che la responsabilità della propria condotta e della propria felicità è interamente dell’individuo, non di una divinità o di una forza esterna.
Il ruolo della sofferenza e della scelta consapevole: Anche l’ultimo a scegliere, se lo fa con giudizio e filosofia, può avere una vita soddisfacente. L’esperienza del dolore e della sofferenza, ricordata dalle anime nell’aldilà, insegna loro quali scelte sbagliate evitare. L’esempio di Ulisse, che per ultimo sceglie una vita “di un uomo qualunque” rinunciando alla gloria per evitare le sofferenze passate, sottolinea la saggezza derivante dall’esperienza e dalla consapevolezza.
Ogni individuo ha la possibilità di essere felice: Chiunque nasca, qualunque sorte gli tocchi, ha la possibilità di vivere in modo corretto ed essere felice; è l’individuo che “butta via” questa possibilità volendo di più o non accontentandosi.
In sintesi, il concetto greco di felicità si è evoluto da un’idea di dipendenza dalla sorte esterna a una visione in cui la felicità è intrinsecamente legata alla formazione dell’anima, alla scelta morale, alla virtù e alla responsabilità individuale, un messaggio che, come notato nel testo, risuona ancora oggi nella psicologia. Secondo i filosofi greci, la scelta e la gestione della propria vita hanno un’influenza cruciale sulla felicità, in un’evoluzione che ha spostato il concetto di eudaimonia (felicità) dalla dipendenza dalla sorte esterna alla responsabilità individuale.
Inizialmente, l’eudaimonia significava “aver ottenuto un buon demone protettore”, implicando che la felicità fosse determinata dalla sorte che assegnava un demone benevolo o maligno. Questa concezione è stata gradualmente modificata dai filosofi:
Eraclito fu il primo a sostenere che “Il demone dell’uomo è il suo carattere”, spostando l’origine della felicità dall’esterno all’interno dell’individuo.
Democrito, influenzato anche da Socrate, esplicitò ulteriormente questa idea affermando che la felicità non risiede nelle ricchezze materiali, ma che “l’anima (psiché) è la dimora della sorte dell’uomo, cioè la sorte dell’uomo la decidi tu e nessun altro”.
Socrate chiarì che la felicità consiste nell’“educazione e nella formazione dell’anima e dello spirito dell’uomo e quindi nella filosofia”, intesa come temperanza dell’anima attraverso il logos (ragione o parola). Per Socrate, la felicità deriva dalla formazione interiore e dalla giustizia, non dalla ricchezza o dal potere, affermando che “chi è onesto e buono uomo o donna che sia è felice e l’ingiusto è il malvagio è infelice”. Egli osservò come il benessere fisico possa generare una “fame dello spirito” più difficile da saziare.
Platone ha imposto in modo definitivo questa idea, che è fondamentale anche per la psicologia moderna. Nel Gorgia, Platone ribadisce che la felicità non è legata alla ricchezza, ma alla virtù e alla giustizia.
Aristotele distinse tra piaceri fisici e piaceri dello spirito, considerando questi ultimi i più alti e affermando che la felicità consiste nella contemplazione del vero.
Epicuro sottolineò l’importanza della filosofia per la “salute dell’anima” a qualsiasi età, equiparando l’età del filosofare all’età di essere felici, indicando come scopo fondamentale dell’antica filosofia greca la ricerca della verità e della felicità.
Il punto culminante di questa evoluzione verso la responsabilità individuale è il Mito di Er narrato da Platone nella Repubblica, che illustra in che modo la scelta e la gestione della vita influenzano la felicità. Nel mito:
Le anime scelgono il proprio destino: Dopo un periodo di premi o punizioni, le anime si ritrovano a scegliere i paradigmi delle vite successive. Questi paradigmi “non vengono imposti all’uomo ma proposti alle anime e la scelta è interamente consegnata alla libertà delle anime stesse”. Questa è una rottura radicale con la tradizione, poiché Platone afferma: “Non sarà il demone a scegliere voi, ma voi il demone”.
La libertà nel gestire la vita data: Sebbene l’ordine di scelta e le circostanze della nascita (il luogo, i genitori) siano imposti, l’uomo “non è libero di scegliere la vita […] ma è libero di scegliere come vivere moralmente” quella vita. La gestione e il modo di vivere la vita non sono predeterminati, ma sono una scelta individuale.
La virtù non ha padroni: Il mito afferma in modo potente: “La virtù non ha padroni; ciascuno di voi la onora e tanto più ne avrà quanto meno la onora tanto meno ne avrà. La responsabilità pertanto è di chi sceglie, il Dio non ha colpa”. Questo rovescia la tendenza a incolpare le divinità per le proprie azioni.
Il valore della scelta consapevole e dell’esperienza della sofferenza: Anche chi sceglie per ultimo può avere una vita soddisfacente e non malvagia, purché scelga “con giudizio con filosofia e viva coerentemente a questa scelta”. L’esperienza del dolore e della sofferenza nell’aldilà serve a ricordare quali scelte sbagliate evitare.
L’esempio di Ulisse: Egli, pur essendo l’ultimo a scegliere, opta per “la vita di un uomo qualunque”, rinunciando alla gloria per evitare le sofferenze della sua vita precedente. Questa scelta dimostra la saggezza derivante dall’esperienza e dalla consapevolezza.
La possibilità universale di felicità: La conclusione platonica è che “chiunque nasca in questa vita qualunque sorte gli tocca ha le possibilità di vivere in modo corretto ed essere felice ma è lui che poi butta via questo vuole di più non si accontenta di questo o di quest’altro”. La responsabilità della propria felicità è interamente individuale, basata sulla capacità di vivere virtuosamente la vita assegnata.
Questo profondo spostamento concettuale ha avuto un impatto duraturo, tanto che, come notato, alcuni psicologi moderni come James Hillman riprendono il Mito di Er, sostenendo che “il racconto di Platone sull’anima che sceglie il proprio destino […] è un mito che non è mai accaduto ma può sempre accadere perché è eterno”. Hillman afferma che ciascuno di noi “incarna l’idea di sé stesso” e sceglie ciò che vuole essere. Tuttavia, nel riprendere il mito, Hillman non approfondisce la “scelta della virtù come libertà suprema dell’uomo”, che per Platone è cruciale e legata alla comprensione dell’“idea del bene” e all’armonia degli opposti per raggiungere la felicità. Secondo i filosofi greci, la sofferenza e la verità giocano ruoli fondamentali nella ricerca della felicità umana, influenzando profondamente le scelte individuali e la formazione dell’anima.
Ruolo della Sofferenza nella Ricerca della Felicità:
La sofferenza è presentata come un’esperienza formativa che può guidare le scelte dell’individuo verso una vita più felice e virtuosa, soprattutto attraverso la sua memorizzazione e comprensione.
Anamnesi e Lezioni dalla Sofferenza: Nel mito di Er di Platone, le anime, prima di reincarnarsi, compiono una forma di “anamnesi capovolta”. Questa anamnesi implica che l’anima ricorda ciò che ha imparato dalle esperienze passate, in particolare “l’esperienza del dolore e della sofferenza”. Soprattutto, le anime imparano quali dolori e sofferenze sono legati a certe scelte sbagliate, e quindi quali vanno evitate. Questo suggerisce che la sofferenza serve come monito e guida per scelte future più sagge.
La Sofferenza come Elemento Plasmatore: Il filosofo Hans Georg Gadamer, citato nel testo, sottolinea che la sofferenza “plasma ed è un punto della esperienza che li fa crescere”. Questo rafforza l’idea che, sebbene difficile, la sofferenza sia essenziale per la crescita personale e per forgiare un carattere più resiliente e consapevole.
La Scelta di Ulisse: L’esempio più lampante nel mito di Er è quello di Ulisse. Pur essendo l’ultimo a scegliere la propria vita, memore delle immense sofferenze patite nella vita precedente (che lo avevano reso “il più sfortunato di tutti i mortali”), Ulisse “lasciò da parte ogni desiderio di gloria”. Cercò e scelse “la vita di un uomo qualunque”, una vita semplice e senza preoccupazioni, che era stata trascurata dagli altri. Questa scelta, motivata dal ricordo del dolore, è considerata “meravigliosa” e dimostra come la sofferenza possa portare a una saggezza profonda e a una ricerca di felicità non legata alla grandezza esteriore ma alla serenità interiore.
Ruolo della Verità nella Ricerca della Felicità:
La verità, indagata attraverso la filosofia, è vista come la via maestra per la felicità, in quanto permette all’individuo di comprendere l’essenza delle cose e di vivere in accordo con la ragione e la virtù.
Scopo della Filosofia Greca: Per gli antichi Greci, lo scopo fondamentale della filosofia era “trovare la verità e la felicità”. Epicuro afferma che per “acquistare la salute dell’anima” nessuno è troppo giovane o troppo vecchio per filosofare, equiparando l’età del filosofare all’età di essere felici.
Contemplazione del Vero: Aristotele, ad esempio, ritiene che la felicità non consista nei piaceri fisici, ma in quelli spirituali, e in particolare nella “contemplazione del vero”. Dio stesso, che possiede la massima felicità, è descritto come “autocontemplazione”.
La Verità è Sempre Presente: Platone, come interpretato, suggerisce che la verità “è dunque sempre di fronte a noi e noi ne siamo quindi circondati e fasciati”. La difficoltà nel percepirla non risiede nella verità stessa, ma nell’intelletto umano, che è come gli occhi dei pipistrelli che faticano a vedere la luce del giorno. L’intelletto deve abituarsi a vederla, implicando uno sforzo di purificazione e orientamento.
La Virtù e l’Idea del Bene: La capacità di scegliere con giudizio e vivere filosoficamente, che porta a una vita soddisfacente, è strettamente legata alla verità. Platone sostiene che per scegliere la virtù, che “non ha padroni”, è cruciale “l’idea del bene”. Comprendere cos’è il bene, inteso come “l’armonia degli opposti” e la “giusta misura”, permette all’uomo di imporre ordine al disordine delle situazioni e raggiungere la felicità sia in questa vita che nell’aldilà.
La Filosofia come Ricerca Costante: La grandezza della filosofia non sta nel trovare una “verità ultimativa definitiva” – perché l’uomo è un “homo viator” (un viaggiatore) – ma nella sua costante “ricerca della verità”. Questo continuo sforzo di comprensione è la ricchezza e la “sorte” dell’uomo.
In conclusione, sia la sofferenza che la ricerca della verità sono strumenti essenziali che, secondo i filosofi greci, permettono all’individuo di esercitare la propria responsabilità morale, formare la propria anima e compiere scelte consapevoli che conducono alla eudaimonia. La sofferenza, se compresa, previene gli errori e guida verso scelte più prudenti, mentre la verità, accessibile tramite la ragione e la filosofia, illumina il percorso verso il bene e la virtù, pilastri della felicità.
Nella filosofia greca, in particolare quella di Platone, i concetti di equilibrio e armonia sono strettamente legati all’idea del bene e sono fondamentali per raggiungere la felicità.
L’Idea del Bene come Armonia e Giusta Misura: Il bene è definito come “l’armonia degli opposti” e la “giusta misura“. Questo significa che raggiungere il bene implica trovare un punto di equilibrio tra elementi contrastanti, ponendo ordine dove c’è disordine.
Felicità attraverso l’Equilibrio Interiore: Comprendere e applicare l’idea del bene, che implica ricerca di armonia e giusta misura, è quindi la chiave per la felicità. Non si tratta solo di una felicità effimera, ma di una condizione profonda che deriva dalla capacità di ordinare la propria esistenza secondo principi razionali e armoniosi.
Imporre Ordine al Disordine: La capacità di imporre “misura” a tutte le situazioni – che per loro natura sono spesso disordinate – e di stabilire “ordine al disordine” è un aspetto cruciale dell’idea del bene. Questa capacità è ciò che permette all’individuo di vivere bene e di essere felice, sia nella vita terrena che nell’aldilà.
James Hillman, nel suo libro “Il codice dell’anima”, riprende fedelmente il mito di Platone, in particolare quello narrato nel mito di Er.
Il concetto centrale che Hillman adotta da Platone è che:
L’anima sceglie il proprio destino prima della nascita: Hillman afferma che il racconto di Platone sull’anima che sceglie il proprio destino è una verità. Egli ripropone l’idea che l’anima sia “scortata fin dal sua nascita da un demone”, e che questo mito, sebbene non sia “mai accaduto” in senso letterale, “può sempre accadere perché è eterno” e “c’è da prima dell’inizio della tua stessa vita”.
Ciascuno incarna l’idea di sé stesso: Hillman riprende il concetto platonico secondo cui “ciascuno di noi incarna l’idea di sé stesso e questa forma, questa idea, questa immagine non tollera deviazioni”. Questo suggerisce che c’è una sorta di predestinazione o vocazione intrinseca che l’individuo porta con sé.
L’importanza della bellezza per la psiche: Hillman recupera anche concetti “oggi dimenticati” di Platone, come l’importanza della bellezza. Afferma che “la bellezza in sé stessa è una cura per il malessere della psiche” e che “la psicologia deve trovare la strada verso la bellezza per non morire”.
Tuttavia, il testo sottolinea anche cosa manca nell’interpretazione di Hillman rispetto a Platone: egli non approfondisce la “scelta della virtù come libertà suprema dell’uomo” e non entra nel merito dell’“idea del bene” intesa come “l’armonia degli opposti” e la “giusta misura”.
La sofferenza riveste un ruolo cruciale nella ricerca della felicità umana secondo la filosofia greca, fungendo da esperienza formativa e da guida per le scelte future.
Ecco come la sofferenza influenza la vita e la felicità:
Anamnesi e Lezione dalle Esperienze Passate: Nel mito di Er di Platone, prima di reincarnarsi, le anime compiono una forma di “anamnesi capovolta”. Questa anamnesi implica che l’anima ricorda ciò che ha imparato dalle esperienze vissute, in particolare “l’esperienza del dolore e della sofferenza“. Le anime imparano quali dolori e sofferenze sono legati a certe scelte sbagliate e quali vanno evitate. Questo suggerisce che la sofferenza serve come monito e guida per scelte future più sagge e consapevoli.
La Sofferenza come Elemento Plasmatore e di Crescita: Hans Georg Gadamer, uno dei più grandi filosofi del secolo scorso, ha sottolineato che la sofferenza “plasma ed è un punto dell’esperienza che li fa crescere“. Questo concetto ribadisce che, sebbene difficile, la sofferenza è fondamentale per la crescita personale e per forgiare un carattere più resiliente e consapevole. È un elemento che permette agli individui di maturare e di acquisire una comprensione più profonda della vita.
L’Esempio di Ulisse: La Scelta Mossa dal Ricordo del Dolore: Un esempio lampante nel mito di Er è quello di Ulisse. Pur essendo l’ultimo a scegliere la propria vita tra i paradigmi disponibili, egli è descritto come “il più sfortunato di tutti i mortali” per le immense sofferenze patite nella vita precedente. A causa di queste esperienze dolorose, Ulisse “lasciò da parte ogni desiderio di gloria” e cercò “la vita di un uomo qualunque“. Scelse una vita semplice, “senza preoccupazioni“, che era stata trascurata dagli altri. Questa scelta, profondamente influenzata dal ricordo del dolore, è considerata “meravigliosa” e dimostra come la sofferenza possa portare a una saggezza profonda e a una ricerca di felicità non legata alla grandezza esteriore ma alla serenità interiore. Ulisse, pur avendo meno opzioni, riesce a fare una scelta giudiziosa che lo conduce a una vita soddisfacente.
Impatto sulla Responsabilità Individuale: Il mito di Er, attraverso il ruolo della sofferenza e la libertà di scelta, sottolinea che la “responsabilità pertanto è di chi sceglie. Il Dio non ha colpa“. Questo rovescia la concezione tradizionale greca che attribuiva la felicità o l’infelicità alla sorte o al demone protettore. La sofferenza esperita in una vita diventa un fattore cruciale per guidare una scelta più avveduta nella successiva, ponendo l’individuo al centro del proprio destino morale.
In sintesi, la sofferenza non è vista come una mera punizione, ma come un’esperienza che, se ben compresa e ricordata (anamnesi), può orientare le scelte future dell’individuo verso percorsi di vita più saggi e, in ultima analisi, più felici, come dimostra la scelta “meravigliosa” di Ulisse. È un elemento cruciale che “plasma” la persona e la fa “crescere”.
Va notato che James Hillman, pur riprendendo il mito di Platone e l’idea che l’anima scelga il proprio destino, non approfondisce la dimensione della sofferenza come elemento formativo nel modo in cui lo fa Platone o Gadamer. Il suo focus sembra più orientato all’idea dell’anima che incarna se stessa e all’importanza della bellezza.
Πάθει μάθος – “Col patire, capire”
In Eschilo ogni uomo soffre in sé e in silenzio e allo stesso modo comprende, vivendo questo avvenimento come una sorta di elevazione personale, scissa dalla società in cui vive. L’unica cosa che l’uomo può fare è sopportare, poiché gli dei gli hanno fatto questo dono, che è l’unico φάρμακον, (in greco il termine è una vox media, che può intendere sia la cura, sia il veleno) per i dolori umani e “irrimediabili”. Sopportando si riesce a imparare, imparare a vivere prima di tutto, a conoscere il ritmo, la misura esatta.
” γίνωσκε δ’οἷος ῥυσμòς ἀνθρώπους ἔχει” Archiloco esorta a conoscere il ritmo che governa gli uomini
Ne quid nimis ”Nulla di troppo” μηδὲν ἄγαν «niente di troppo», scolpito, secondo la tradizione, nel tempio di Apollo in Delfi e attribuito al dio stesso o a vari sapienti dell’antichità, ciò che l’uomo deve fare è semplicemente attendere una sorte più propizia, agendo μὴ λίην, senza sorpassare il confine , per evitare commettere ὕβρις superbia e tracotanza.
(italiano) «Ora, conosciamo il Brahman da cui questo [mondo] origina»
(Brahmasūtra’, I,1,1-2)
Il Brahmasūtra (devanāgarī: ब्रह्मसूत्र; lett. “I sūtra (aforismi) sul Brahman“), noto anche come VedāntasūtraUttaramīmāṃsāsūtra, testo religioso composto in lingua sanscrita posto a fondamento del darśanahindū indicato come Vedānta (“Fine dei Veda”), questo noto anche come Uttaramīmāṃsā (“Esegesi aggiunta”), dove ne compone, unitamente alle Upaniṣad e alla Bhagavadgītā e ai relativi commentari, il “triplice canone” (prasthanātraya).
«na prayojanavattvātlokavat tu līlākaivalyam» Egli non ha motivo di essere. Allo stesso modo il mondo è semplicemente un suo gioco. (Brahmasūtra II, 1, 32-33) līlā लीला gioco cosmico
ॐ न प्रयोजनवत्त्वात् ॐॐ लोकवत्तु लीलाकैवल्यम् ॐ ॐ “Non a causa di uno scopo” ॐॐ “Ma come il mondo, è solo un gioco (līlā)”
La prima parte, “न प्रयोजनवत्त्वात्” (na prayojanavattvāt), si traduce come “Non a causa di uno scopo”, indicando che l’azione divina non è motivata da un fine utilitaristico. La seconda parte, “लोकवत्तु लीलाकैवल्यम्” (lokavattu līlākaivalyam), si traduce come “Ma come il mondo, è solo un gioco”, suggerendo che la creazione del mondo da parte del divino è un atto spontaneo, simile a un gioco (līlā), senza un motivo specifico.
柳生殿は『人に勝つ道は分かりません。自分に勝つ道は分かりました。』 Il samurai avanza giorno dopo giorno: oggi diventa più abile di ieri, domani più abile di oggi. L’addestramento non finisce mai.
“Non considerare mai come vantaggioso per te ciò che ti potrebbe costringere un giorno a tradire la tua fede, ad abbandonare la tua dignità, a odiare qualcuno, a sospettare, a maledire, a fingere, o a desiderare qualcosa che richiede mura e tende. Perché chi ha scelto la propria mente, il proprio demone e i riti della sua virtù non recita tragedie, non si lamenta, non ha bisogno né di solitudine né di folla. La cosa più grande è vivere senza inseguire né fuggire, e non gli importa se la sua anima rimarrà più o meno a lungo nel corpo; e anche se deve già andarsene, se ne va con facilità, come farebbe qualsiasi altra cosa che può essere compiuta con decenza e ordine, preoccupandosi per tutta la vita solo di questo: che la sua mente non si trovi in una condizione estranea alla natura di un essere razionale e sociale.”
“Ogni cosa è opinione, e questa dipende da te. Dunque, eliminala quando vuoi l’opinione, e come quando si doppia un promontorio si trova la bonaccia, così ogni cosa sarà stabile e un golfo senza onde.” libro XII , 22 MARCO AURELIO
宮本無三四 (Miyamoto Musashi): Miyamoto Musashi – Questo è il nome del celebre spadaccino. “Musashi” è il suo nome, e “Miyamoto” è il suo cognome. “無三四” (Musashi) può essere letto in diversi modi, questo è uno di quelli. 佐々木巖流 (Sasaki Ganryū): Sasaki Ganryū -Sasaki Kojirō, spesso chiamato con il suo nome d’arte “Ganryū”.
Nella sua seconda vita Miyamoto Musashi, oltre a continuare lo studio della spada e gettare le basi pratiche e filosofiche della sua scuola, il Niten Ichi ryu, 二天一流, questa tecnica Niten Ichi (二天一, “due cieli in uno”) o Nitō Ichi (二刀一, “due spade in una”). divenne un rinomato artista. In contrasto con la fama di uomo rude, scostante e in definitiva sgradevole che accompagnava la sua vita di ronin,浪人 浪 (rō): che significa “onda” o “vagabondo”. 人 (nin): che significa “persona”. le sue opere rivelano una personalità sensibile nella ricezione degli stimoli forniti dalla natura o dalla riflessione interna, e altrettanto delicata ma potente nel rendere nei manufatti le sue sensazioni. Eccelse nell’arte del kakemono, o kakejiku, lunghi rotoli di carta destinati ad essere appesi come decorazione nella parete d’onore delle stanze dedicate ad attività significative, come ad esempio il lato kamiza del dojo, la sala destinata all’allenamento delle arti marziali, o nelle essenziali stanzette dedicate al chanoyu. L’opera viene normalmente tracciata ad inchiostro, non consentendo ripensamenti ed aggiustamenti: ogni tratto è definitivo e fatale, come il colpo di una spada.
Miyamoto Musashi: la parola sunyata (vuoto, o nulla).空 (kū).
本朝武林英名傳 (Honchō Buringi Eimei Den): Illustri Guerrieri del Nostro Paese (letteralmente: “Trasmissione dei Nomi Illustri del Mondo Marziale del Nostro Paese”) –
佐々木巖流 (Sasaki Ganryū): Sasaki Ganryū – Questo è il nome di Sasaki Kojirō, spesso chiamato con il suo nome d’arte “Ganryū”, il quale perse il duello mortale con Miamoto Musashi ,sull’isola di Ganryūjima.
[Testo in alto a destra] Questo testo descrive Sasaki Kojirō, menzionando la sua abilità con la spada nodachi (una spada lunga), la sua tecnica “Tsubame Gaeshi” (rondine che ritorna), e la sua fama.
[Testo a sinistra] Questo testo continua la descrizione di Sasaki Kojirō, parlando della sua audacia e della sua sfida a Miyamoto Musashi.
一勇齋國芳画 (Ichiyūsai Kuniyoshi Ga): Dipinto da Ichiyūsai Kuniyoshi – Questo indica l’artista che ha creato la stampa, Utagawa Kuniyoshi, usando uno dei suoi pseudonimi.
Ecco i punti chiave sulla meditazione secondo Jiri Prochazka:
Consiglio per chi non ama la solitudine: Suggerisce di iniziare a meditare per coloro che hanno difficoltà a stare da soli e godersi la propria compagnia.
Scopo della meditazione: La meditazione serve a riconoscere se stessi, la propria mente e i propri “demoni” interiori. Aiuta a conoscere la voce nella propria testa e a realizzare che i pensieri negativi non sono reali.
“Qui e Ora” e Gioia Pura: Attraverso la meditazione, si può raggiungere una comprensione del puro “qui e ora”, che Jiri associa alla gioia pura.
Consapevolezza: Meditare significa riconoscere se stessi, la propria mente, i sentimenti, i pensieri e le cose che ci circondano, come il respiro e gli odori.
Esercizio con un Fiore: Jiri descrive un esercizio di meditazione in cui si pone un oggetto, come un fiore, di fronte a sé e lo si osserva per circa 10 minuti. Durante questo tempo, ci si immerge completamente nel momento presente, osservando solo l’oggetto e prendendo coscienza dei pensieri che sopraggiungono.
Disciplina Mentale: L’obiettivo di questo esercizio è disciplinare la mente a rimanere focalizzata su un unico punto e a ritornarvi ogni volta che viene distratta.
Libertà e Gratitudine: Dopo aver disciplinato la mente, si può godere della libertà di osservare ciò che ci circonda ed essere grati per tutte le cose che si hanno. Questa disciplina si può estendere anche alle scelte quotidiane, come quelle alimentari, portando a una maggiore apprezzamento delle decisioni consapevoli.
Connessione con il Combattimento: Jiri paragona la disciplina e la concentrazione sviluppate con la meditazione alla capacità di godersi il combattimento, rimanendo presenti nel momento invece di essere preda della paura o delle reazioni istintive.
Secondo Jiri Prochazka, il “flow” è di fondamentale importanza nel combattimento. Ecco i punti chiave che emergono dalle sue interazioni:
Non perdere il flow: Jiri esorta a non perdere il flusso durante il combattimento. Questo è cruciale indipendentemente dalla situazione in cui ci si trova.
Rimanere nel flow anche in situazioni difficili: È importante sapere come entrare nel flusso e rimanerci, anche durante esercizi difficili o situazioni complicate, che si stia vincendo o perdendo.
Il flow quando si vince: Spesso, quando si sta vincendo e si sente che l’avversario è vicino alla sconfitta, si viene sopraffatti dall’emozione e dal desiderio di finire l’incontro rapidamente. Invece, Prochazka raccomanda di rimanere nel “qui e ora”, di essere nel flusso.
Il flow quando si perde: Anche quando si sta perdendo, si viene colpiti o si è feriti, è essenziale realizzare e mantenere una mentalità positiva, respirare e procedere passo dopo passo, con la convinzione di poter vincere. Questo è strettamente legato al rimanere nel flusso.
Connessione con l’essere nel momento: Essere nel flusso è collegato all’essere nel “qui e ora”.
In sintesi, per Jiri Prochazka, il “flow” rappresenta uno stato mentale di presenza e continuità nell’azione, che permette di rimanere efficaci e lucidi sia nei momenti favorevoli che in quelli avversi del combattimento. Non perdere il flusso significa non farsi sopraffare dalle emozioni o dalle difficoltà, ma rimanere concentrati sul momento presente e sull’obiettivo di vincere.
Jiri Prochazka descrive il suo stile di combattimento enfatizzando diversi principi e approcci. Inizialmente, viene presentato come un combattente che è diventato campione UFC “combattendo come nessun altro”. Viene notato il suo stile unico, con “mani basse, mento in avanti”, che inizialmente potrebbe sembrare inefficace, ma che in realtà lo rende molto bravo.
Un elemento fondamentale del suo stile è la capacità di “rendere confortevole ciò che è scomodo”. Questo suggerisce una mentalità di adattamento e di superamento delle difficoltà.
Prochazka sottolinea anche l’importanza di essere adattabili e di usare la tecnica dell’avversario come propria tecnica. Questa filosofia è paragonata al concetto di Bruce Lee dell’acqua che si adatta al contenitore, evidenziando la sua capacità di adattarsi a ogni momento. Sostiene di poter “vedere l’avversario veloce come lento e l’avversario lento come veramente veloce” con la sua mente, e di poter “rallentare un avversario veloce o velocizzare uno lento” per poi “cogliere il momento giusto”.
Un altro aspetto cruciale è la distanza, che lui considera la sua “protezione”. Spiega che il suo obiettivo principale è connettersi con l’avversario e sentire il ritmo. Il controllo della distanza gli permette di decidere quando può essere colpito e quando può allontanarsi. Durante lo sparring, cerca attivamente la distanza e applica pressione.
Prochazka descrive il suo approccio al combattimento come semplice, riducendolo a “boom e vincere”. Crede che le persone tendano a “eccessiva intellettualizzazione” e che la chiave sia essere nel “qui e ora” e agire in modo diretto. Afferma che se si è “leggeri” e “calmi”, si possono vedere le opportunità e godersi il combattimento.
Durante l’allenamento, emerge anche l’idea di “giocare con la pressione” e di controllare la tensione e l’atteggiamento mentale dell’avversario, per anticiparne le reazioni.
Nel contesto dello sparring, viene definito un “savage striker” Attaccante selvaggio” e viene evidenziato come cerchi di trovare la distanza rapidamente. La sua capacità di passare rapidamente da attacchi in piedi a tentativi di takedown, e viceversa, dimostra la sua natura imprevedibile.
Nella religione giapponese, Hachiman (八幡神, Hachiman-jin o Yahata no kami) Hachiman è una figura sincretica, che unisce elementi shintoisti e buddisti, venerata dai samurai e dai contadini, con circa 25.000 templi dedicati in Giappone. È paragonato a Marte nella mitologia romana.
Sebbene spesso chiamato dio della guerra, è più correttamente definito come il dio tutelare dei guerrieri. È anche il protettore divino del Giappone, del popolo giapponese e della Casa Imperiale; il clan Minamoto (“Genji”) e la maggior parte dei samurai lo veneravano. Il suo nome significa “Dio delle Otto Bandiere”, in riferimento alle otto bandiere celesti che segnalarono la nascita del divino imperatore Ōjin. Il suo animale simbolico e messaggero è la colomba.
Diffusione e Venerazione
Hachiman è estremamente popolare in Giappone, con circa 25.000 templi dedicati, Questi templi, tra cui il famoso Usa Jingū a Kyushu, erano mete di pellegrinaggio per guerrieri e atleti di arti marziali, specialmente durante lo shogunato Kamakura, quando il clan Minamoto consolidò il suo potere. La sua venerazione si estese anche ai contadini e ai pescatori, riflettendo il suo ruolo multisfaccettato nella società giapponese.
Aspetto
Dettaglio
Nome in Italiano
Hachiman
Nome Originale
八幡神 Hachiman-jin / Yahata no kami
Ruolo Principale
Dio tutelare dei guerrieri, protettore del Giappone
Associazione Culturale
Shintoismo e buddismo, venerato dai samurai, contadini e pescatori
Simboli
Colombo (messaggero), staffa di cavallo, arco
Numero di Templi Dedicati
Circa 25.000
Confronto Mitologico
Paragonato a Marte (mitologia romana)
Origine Leggendaria
Identificato con l’imperatore Ōjin, figlio di Jingū, III-IV secolo d.C.