I concetti di Mannerbund, guerrieri iranici, Marut, Kóryos (gruppo di guerra) e i Culti Indoeuropei sono strettamente collegati all’interno del contesto delle tradizioni guerriere e religiose delle società indoeuropee. Questi termini riflettono aspetti sociali, mitologici e spirituali legati ai gruppi di giovani guerrieri maschi e al loro ruolo nella cultura antica.Mannerbund e Kóryos: La Fratellanza Guerriera Mannerbund (o Männerbund) è un termine usato negli studi indoeuropei per indicare una confraternita di giovani uomini non sposati che formavano una società guerriera. Questi gruppi rappresentavano un rito di passaggio: i giovani lasciavano le loro famiglie per vivere insieme, allenarsi e partecipare a guerre, razzie o cacce. Il Kóryos, invece, è un termine proto-indoeuropeo ricostruito che significa “gruppo di guerra” o “banda di guerrieri”. Esso rappresenta la radice linguistica e sociale di queste formazioni, fondamentali nella struttura delle prime società indoeuropee. I membri del Kóryos dimostravano il loro valore attraverso atti di coraggio prima di stabilirsi come adulti. Questo modello si ritrova in varie culture indoeuropee, come i Germani (es. i berserker) o gli antichi Greci (es. la Crypteia spartana). Guerrieri Iranici e il Mannerbund Con “iranica” si fa probabilmente riferimento agli elementi iranici o persiani all’interno del ramo indo-iranico delle culture indoeuropee. Nelle società iraniche antiche, come quelle dei Persiani, Sciti e Medi, esistevano gruppi di guerrieri che incarnavano il concetto del Mannerbund. Questi erano spesso giovani guerrieri d’élite, dediti alla guerra e alle razzie. Testi come l’Avesta suggeriscono l’esistenza di tali confraternite, evidenziando l’importanza della prodezza marziale e della fratellanza. Questi gruppi avevano anche una dimensione religiosa, spesso legata al culto di divinità come Mitra, dio degli giuramenti e dei codici guerrieri, che rafforzava il loro senso di coesione e identità. I Marut: Il Riflesso Mitologico del Gruppo Guerriero Nella mitologia indù, i Marut sono un gruppo di divinità delle tempeste, compagni di Indra, dio del tuono e della guerra. Descritti come giovani guerrieri vigorosi armati di armi dorate, i Marut rappresentano un’immagine mitologica del Mannerbund o del Kóryos. Sono una fratellanza divina di combattenti feroci, associati alle forze della natura come tempeste e venti, che assistono Indra in battaglie epiche, come quella contro il serpente Vritra. La loro figura riflette le società guerriere umane, dove i giovani venivano iniziati in gruppi che combinavano qualità marziali e divine. Culti Indoeuropei: La Dimensione ReligiosaI gruppi guerrieri come il Mannerbund e il Kóryos non erano solo istituzioni sociali o militari, ma erano profondamente radicati nei culti indoeuropei. Partecipavano a rituali che invocavano protezione divina o canalizzavano il potere di dèi legati alla guerra e agli elementi naturali. I Marut, ad esempio, non sono solo guerrieri, ma anche esseri divini che dominano le forze della natura, simbolizzando l’unione tra ruolo marziale e spirituale. Nei contesti germanici, i berserker entravano in stati di furia rituale che li rendevano invincibili, un tratto che richiama la “furia guerriera” presente in altre culture indoeuropee, come la lyssa greca o il concetto vedico di eis (frenesia). Nelle tradizioni iraniche, i guerrieri erano spesso legati al culto di Mitra, che presiedeva a giuramenti e contratti, elementi chiave per la lealtà di questi gruppi. Il Mannerbund, i guerrieri iranici, i Marut e il Kóryos sono espressioni diverse di una stessa tradizione indoeuropea: quella delle società di giovani guerrieri. Il Mannerbund e il Kóryos ne rappresentano le basi sociali e linguistiche; i Marut ne offrono una versione mitologica, incarnando l’archetipo divino del gruppo guerriero; i guerrieri iranici mostrano una specifica manifestazione culturale, spesso intrecciata ai culti religiosi. Insieme, questi elementi evidenziano il ruolo centrale delle confraternite guerriere nelle società indoeuropee, unendo aspetti marziali, sociali e spirituali in un unico quadro culturale.
Nel contesto dei popoli indo-iranici, si condivideva un pantheon di divinità simili, inclusa una serie di divinità guerriere, come ad esempio Indra nel mondo indiano, che nel mondo iranico corrisponde a Verthragna (uno degli epiteti di Indra, significante “l’uccisore del serpente” o “il distruttore dell’ostacolo”). Questo indica la presenza di un aspetto guerriero nella loro mitologia condivisa. In tale contesto dei popoli indo-iranici e, in particolare, dello Zoroastrismo, il fuoco riveste un ruolo centrale e possiede una concezione esoterica e spirituale profonda.
Ecco alcuni punti chiave relativi al fuoco e al suo significato esoterico: Centro della liturgia e mediatore divino: Il fuoco è il fulcro della liturgia ed è considerato un mediatore nel dialogo con il divino. Deve essere acceso e mantenuto in modi specifici. Fuochi permanenti nella tradizione iranica: A differenza del mondo indiano, dove il fuoco può essere estinto dopo una liturgia (anche se lunga, come 12 giorni e notti), la tradizione iranica insiste sulla creazione di fuochi permanenti, che non possono essere estinti. Templi del fuoco e continuità sacra: Esistono i cosiddetti “templi del fuoco”, in particolare in India (a Mumbai e nel Gujarat), dove le fiamme sono state mantenute accese per diverse centinaia di anni. Si dice che uno di questi fuochi, nel Gujarat, provenga da carboni ardenti portati direttamente dall’Iran sasanide. Purezza e rituali di purificazione: La contaminazione di un fuoco sacro richiede liturgie complesse per purificarlo e generare una nuova fiamma con la potenza divina purificata.
George Dumizil in Mitra e Varduna, pag. 115 effettua una comparazione tra Germani e altre confraternite indoeuropee ” ciò che emerge nell’insieme delle testimonianze (sin da Tcito De Germania,31) è che la morale economica, così come quella sessuale e più in generale il comportamento di questi guerrieri, in pace come in guerra, non ha niente in comune col resto della società ” Nessuno di loro riferisce Tacito(loc.cit) in merito alla ”società militare” dei Chatti, ha una casa, nè campo, ne preoccupazione alcuna: si presentano presso chiunque e ne ricevono nutrimento, prodighi di beni altrui, indifferenti ai loro” ”Nulli domus aut ager aut aliqua cura: prout ad quemque uenere, aluntur: prodigi alieni, contemptores sui ”
Il legame tra paesaggio e Genius Loci è profondamente intrecciato secondo le fonti. Il Genius Loci è intrinsecamente legato al paesaggio, tanto che quest’ultimo è il luogo in cui si cela e attraverso cui impariamo a riconoscerlo.
Le fonti sottolineano che il paesaggio non è un mero spazio fisico. È piuttosto un insieme complesso di elementi materiali e immateriali, che includono uno spazio geografico omogeneo, il suo contenuto ecologico, una storia di natura e cultura impressa nel tempo, un immaginario collettivo e la percezione sensoriale dell’osservatore.
Eugenio Turri definisce il paesaggio come territorio abitato, umanizzato e reso riconoscibile alla cultura umana. Egli evidenzia una profonda adesione spirituale degli uomini ai loro luoghi, che si manifesta sia nell’adattamento materiale che nell’interiorizzazione psichica dei caratteri del paesaggio. In quest’ottica, il Genius Loci è descritto da Turri come lo spirito del luogo, una divinità impersonale che incarna il senso del luogo, i suoi odori, colori, apparenze, magie, suoni e parole ad esso legati, perpetuandosi attraverso le generazioni e plasmando uno stile e un modo di vedere e costruire.
Raffaele Milani aggiunge che è attraverso la vista e il sentimento della meraviglia che si può scorgere nel paesaggio la presenza sensibile del Genius Loci. Egli considera il Genius Loci come l’intima facoltà della natura di plasmare un paesaggio pregno di sacralità, capace di stupire l’osservatore.
Vernon Lee descrive il Genius Loci come avente la sostanza del nostro cuore e della nostra mente, e la sua incarnazione è il luogo stesso, manifestandosi in specifici monumenti o tratti del paesaggio.
Le fonti avvertono anche che la perdita di memoria del Genius Loci si verifica quando i luoghi non rappresentano più soluzioni di adattamento e quando l’impronta del sacro non è più visibile nel paesaggio. Alain De Botton suggerisce che certi luoghi nel paesaggio possiedono una forza particolare che ci costringe a osservarli, forse indicando la presenza del Genius Loci attraverso la bellezza. Infine, la percezione del Genius Loci può generare un profondo senso di connessione tra l’anima dell’osservatore e lo spirito del luogo, mediato dalla bellezza del paesaggio stesso.
In sintesi, il paesaggio è il palcoscenico e la manifestazione tangibile del Genius Loci. È attraverso l’esperienza sensoriale e emotiva del paesaggio che possiamo percepire e comprendere lo spirito unico di un luogo.
NULLUS LOCUS SINE GENIO: questa frase di Servio […] diceva ai suoi contemporanei una cosa che per loro era ovvia: «nessun luogo è senza Genio». Laddove per Genio s’intende lo spirito, il nume tutelare del luogo stesso.” “Genius Loci. Il dio dei luoghi perduti” di Francesco Bevilacqua (Rubbettino Editore, 2010)
“In generale la natura costituisce una tonalità estensiva complessa, un luogo che a seconda delle circostanze locali acquista una particolare identità. Questa identità o spirito, può essere descritta con modi concreti.” “Genius Loci. Il dio dei luoghi perduti” di Francesco Bevilacqua
“Genius Loci. Il dio dei luoghi perduti” di Francesco Bevilacqua (Rubbettino Editore, 2010)
Autore: Francesco Bevilacqua
Data di Pubblicazione: 2010
Parole Chiave: Genius Loci, paesaggio, ninfe, fate, architettura moderna, pianificazione, identità dei luoghi, sacralità, processo di individuazione, spopolamento, atopia, Mente Locale, bellezza, essenzialità dello sguardo.
Sommario:
Questo documento di briefing analizza i temi principali e le idee più importanti presenti negli estratti del libro “Genius Loci. Il dio dei luoghi perduti” di Francesco Bevilacqua. L’autore esplora il concetto di Genius Loci, la sua progressiva perdita nella modernità a causa di una pianificazione omologante e di un’architettura che ignora l’identità dei luoghi, e la sua connessione con figure mitologiche come ninfe e fate. Bevilacqua sottolinea l’importanza di recuperare una sensibilità verso lo “spirito del luogo” per restituire dignità e sacralità al paesaggio, evidenziando il legame intrinseco tra l’anima individuale e i luoghi vissuti.
Temi Principali e Idee Chiave:
1. La Perdita del Genius Loci nella Modernità:
Critica alla pianificazione e all’architettura moderna: Bevilacqua critica aspramente l’attuale modo di pianificare e costruire, definito come “sparare cemento e asfalto sul paesaggio valutato economicamente”. Sostiene che la pianificazione è diventata sinonimo di omologazione, trasformando i luoghi in generici “spazi” e annullando la loro identità.
“Pianificare ormai equivale a omologare. Si aspira al globale e ci si rifugia nel locale, usando gli stessi stilemi progettuali. Si trasformano i luoghi in generici «spazi». Annullando la loro identità, si banalizzano. Si distruggono.”
“I «pianificatori» spesso sono diventati killer del paesaggio.”
Ossimoro tra tutela e valorizzazione: L’autore evidenzia come il tentativo di “tutelare per valorizzare” (o viceversa) il paesaggio sia un ossimoro, in quanto un bene immateriale e inestimabile non può essere calcolato come un bene economico qualsiasi.
“Tutelare per valorizzare (o viceversa) è un ossimoro condiviso dalla collettività. Due operazioni parallele e contrapposte. Non si tradurranno mai in realtà perché un bene immateriale, inestimabile non può essere valorizzato – calcolato – come un bene economico qualsiasi.”
Incapacità di riconoscere il paesaggio: A causa della devastazione del territorio, non si riesce più a riconoscere il paesaggio nella sua autenticità.
“In molti casi, il territorio devastato – la terra bruciata – degrada l’ambiente e uccide il paesaggio. Pur con leggi, decreti, dotte sentenze e tante buone intenzioni, il paesaggio, in non poche zone, non esiste più e – ciò è grave – non si riesce più a riconoscerlo.”
Scomparsa delle figure mitologiche: La difficoltà nel percepire il Genius Loci è collegata alla perdita della capacità di vedere le “ninfe” e le “fate”, figure che incarnavano lo spirito dei luoghi.
“Turba e non poco, non riuscire più a vedere le ninfe. Non riconoscere il Genius Loci. Inquieta vederli confusi con personaggi di Walt Disney.”
2. La Natura e il Significato del Genius Loci:
Nullus locus sine Genio: Riprendendo l’antica saggezza latina, Bevilacqua ricorda che “nessun luogo è senza Genio”, intendendo lo spirito, il nume tutelare del luogo stesso.
“NULLUS LOCUS SINE GENIO: questa frase di Servio […] diceva ai suoi contemporanei una cosa che per loro era ovvia: «nessun luogo è senza Genio». Laddove per Genio s’intende lo spirito, il nume tutelare del luogo stesso.”
Connessione con le ninfe e le fate: L’autore esplora il legame tra il Genius Loci e le figure mitologiche delle ninfe greche e delle fate, considerate divinità dei luoghi e incarnazioni delle forze della natura.
“Quel che conta, a questo punto della nostra ricerca, è l’aver compreso che sia le ninfe che le fate sono divinità legate ai luoghi, anzi, divinità dei luoghi, al punto da condividerne la sorte.”
“Le fate sono, infatti, figure dell’immaginario collettivo note in quasi tutte le culture e le religioni del mondo, seppure con nomi diversi e con varianti più o meno accentuate. Si tratta, come per le ninfe, di spiriti intermedi tra l’uomo e le divinità ufficiali e nascono anch’esse dalla necessità degli uomini di personificare i luoghi o gli elementi della natura.”
Sacralità dei luoghi: Il Genius Loci è intrinsecamente legato all’idea di sacralità dei luoghi, percepiti come “numinosi”, colmi della presenza di un nume.
“Se volessimo tentare di spiegare oggi, con semplicità, ad una persona qualunque, come può applicarsi questo concetto ad un luogo particolare, potremmo forse dire che quel luogo, propriamente, è «numinoso», è cioè colmo della presenza di un nume, pervaso da un’aura di sacralità.”
3. L’Architettura Moderna e la Dimenticanza del Genius Loci:
Critica a Norberg-Schulz: Pur riconoscendo il suo tentativo di recuperare la dimensione esistenziale del luogo, Bevilacqua riporta l’obiezione antropologica secondo cui il rapporto tra uomo e luogo è bidirezionale, con un’osmosi e talvolta una simbiosi.
Identità del luogo: Norberg-Schultz sottolinea come il luogo sia la manifestazione concreta dell’abitare umano e come l’identità dell’uomo dipenda dall’appartenenza ai luoghi.
“Il luogo rappresenta quella parte di verità che appartiene all’architettura: esso è la manifestazione concreta dell’abitare dell’uomo, la cui identità dipende dall’appartenenza ai luoghi.”
Critiche di Hillman e Turri: Psicoanalisti e geografi concordano nel denunciare come l’architettura moderna abbia dimenticato il Genius Loci, spesso privilegiando la “genialità” del progettista o gli interessi speculativi.
Hillman: “C’è un’inflazione, una sorta di megalomania tipica degli architetti, come se fossero investiti dell’archetipo dell’eroe.”
Turri: “mancanza di una auscultazione del Genius Loci e delle voci che i paesaggi raccontano, la storia della natura e le storie degli uomini, le loro memorie, le loro fatiche, quelle presenze e assenze”
4. Il Paesaggio come Silenzio Eloquente e la Ricerca del Senso:
Definizione complessa di paesaggio: Bevilacqua sottolinea che il paesaggio non è solo spazio fisico, ma un insieme di elementi materiali e immateriali, tra cui storia, cultura, immaginario collettivo e percezione sensoriale.
Atopia e Amnesia dei Luoghi: L’autore riprende i concetti di Turri e Augé per descrivere la perdita di identità dei luoghi (atopia) e la disconnessione delle persone dal proprio ambiente (amnesia), portando alla creazione di “non-luoghi”.
Augé: “Il luogo antropologico è simultaneamente principio di senso per coloro che l’abitano e principio di intelligibilità per colui che l’osserva.”
Augé: “se un luogo può definirsi come identitario, relazionale, storico, uno spazio che non può definirsi né identitario, né razionale, né storico si definirà un non-luogo”
Mente Locale: Bevilacqua introduce il concetto di Franco La Cecla di “Mente Locale”, sottolineando come l’adattamento tra individuo, gruppo e luogo sia una costruzione complessa e fragile, legata alla sopravvivenza sociale e culturale.
La Cecla: “Solo oggi, dopo molti anni di mito sul villaggio globale e sui nuovi cittadini del mondo si comincia a capire che il processo di adattamento tra un individuo, un gruppo ed un luogo è una costruzione di una complessità affascinante e fragile insieme.”
Ritorno del represso: Citando Hillman, l’autore avverte che il Genius Loci negato o dimenticato ritorna sotto forma di “malattie” e “patologie” sociali e individuali.
5. L’Essenzialità dello Sguardo e la Riscoperta della Bellezza:
Luoghi dimenticati: Bevilacqua descrive l’esistenza di luoghi appartati in Europa che hanno resistito alla modernizzazione e che possono risvegliare una “vertigine” interiore, sintomo della presenza del Genius Loci.
Bisogno psichico di bellezza: Riprendendo Hillman, l’autore sottolinea il fondamentale bisogno della psiche di bellezza, con la natura come rifugio per l’anima.
Hillman: “Il bisogno che ha la psiche della bellezza è fondamentale”
Comunicazione tra anima e spirito del luogo: La bellezza del luogo è il tramite per una profonda comunicazione tra l’anima dell’osservatore e lo spirito del luogo.
Ricerca iniziatica: La ricerca del Genius Loci è descritta come un “viaggio iniziatico” che richiede cautela, discrezione e tatto per interrogare il paesaggio.
6. Genius Loci come Luogo Originario e Processo di Individuazione:
Legame tra anima e terra: Bevilacqua esplora la prospettiva psicologica di Jung, secondo cui la terra forgia il carattere e l’indole dell’uomo. Il luogo in cui si è vissuti a lungo ha un valore fondante per la psicologia dell’individuo.
Luogo prenatale: Il grembo materno è identificato come il primo “luogo originario” dell’individuo, con un proprio Genius Loci, che lascia tracce profonde nella psiche.
Amore per i luoghi d’origine: Il Genius Loci, inteso come insieme di suoni, odori, sapori, colori, tradizioni e affetti legati al luogo originario, contribuisce a far nascere l’amore per questi luoghi.
Necessità di pathos e poiesis: In conclusione, Bevilacqua sottolinea che senza una disposizione interiore fatta di “pathos”, “poiesis” e “mania”, il Genius Loci non potrà mai essere percepito o ascoltato.
Citazioni Significative:
“Il paesaggio è sempre stato oggetto di riflessioni e interessi a volte contrapposti. Ha coinvolto saperi diversi e chi pianifica ha tentato di coordinarli, fallendo – specie in Italia – gli obiettivi prefissati.”
“La situazione rischia di diventare drammatica. La denuncia scivola in sterili polemiche fra fautori e detrattori, catastrofisti e negazionisti.”
“Bevilacqua non è un esploratore: è un rabdomante della bellezza, un cacciatore d’immagini e d’emozioni.”
“In generale la natura costituisce una tonalità estensiva complessa, un luogo che a seconda delle circostanze locali acquista una particolare identità. Questa identità o spirito, può essere descritta con modi concreti.”
“Il paesaggio, un tempo era impregnato di usi e di memorie che esprimevano per intero la società, che sussistevano al di fuori di fatti e personaggi precisi, perché il tempo cancellava le date e i personaggi e lasciava emergere tutto ciò che era spirito del luogo, Genius Loci…”
“Chi non conosce il bosco cileno non conosce questo pianeta. Da quelle terre, da quel fango, da quel silenzio, io sono uscito ad andare, a cantare per il mondo.” (Pablo Neruda)
“Senza un pathos, senza una poiesis, senza una mania, il Genius Loci non potrà mai essere percepito né tampoco auscultato.”
Conclusioni:
Gli estratti di “Genius Loci. Il dio dei luoghi perduti” offrono una profonda riflessione sulla relazione tra l’uomo e i luoghi, sulla perdita di sensibilità verso lo spirito dei luoghi nella modernità e sulla necessità di recuperare una connessione autentica con il paesaggio. Attraverso un’analisi che spazia dalla mitologia alla psicologia, dall’architettura all’antropologia, Bevilacqua invita il lettore a riscoprire la sacralità intrinseca dei luoghi e il loro ruolo fondamentale nel processo di individuazione individuale e collettiva. La riscoperta del Genius Loci non è solo un atto di consapevolezza estetica, ma una necessità per ritrovare un’armonia perduta tra l’uomo e l’ambiente che lo circonda.
La figura del guerriero e i kóryos: Il concetto di kóryos, ovvero gruppi di giovani guerrieri che vivono al di fuori della società per un periodo, è una caratteristica delle culture indoeuropee. Questi guerrieri, spesso associati a rituali di iniziazione, sono collegati alla figura del lupo e di altri animali feroci Nell’Età Vichinga, i berserker e gli úlfheðnar possono essere visti come una continuazione di questa tradizione. Si credeva che questi guerrieri combattessero in uno stato di furia animalesca, riflettendo le antiche credenze sulla trasformazione in animali feroci (Prof.Anders Kaliff archeologo svedese) Nell’intervista a Anders Kaliff, professore di archeologia all’Università di Uppsala, esplora le connessioni tra la cultura indoeuropea e la Scandinavia, in particolare riguardo alle migrazioni, ai riti funebri e alle credenze religiose. Si discute l’influenza indoeuropea sulla mitologia norrena, evidenziando similitudini con miti indiani. Kaliff sottolinea l’importanza del DNA antico nel confermare teorie archeologiche preesistenti sulla diffusione indoeuropea, e analizza il ruolo dei “guerrieri lupo” e i loro legami con riti di iniziazione e tradizioni popolari persistenti. Infine, si discute l’influenza del cristianesimo sulle antiche tradizioni, evidenziando come molte pratiche siano sopravvissute integrate nella cultura popolare.
I “kóryos” erano gruppi di giovani guerrieri che rivestivano un ruolo fondamentale nelle società indoeuropee, e la loro esistenza è testimoniata da ritrovamenti archeologici, miti e tradizioni in diverse culture…. Ecco un’analisi dettagliata del loro ruolo e delle loro caratteristiche, basata sulle fonti:
Definizione e caratteristiche: I “kóryos” erano composti da giovani uomini che vivevano ai margini della società per un periodo di tempo, spesso alcuni anni…. Durante questo periodo, si dedicavano alla guerra e alla caccia, sviluppando abilità e competenze militari. Erano guidati da capi specifici e seguivano regole e rituali particolari. Si riteneva che i “kóryos” fossero in grado di trasformarsi in lupi o altri animali feroci, entrando in uno stato di furia guerriera….
Funzione militare e predatoria: I “kóryos” erano specializzati in razzie di bestiame, incursioni e conquiste di nuovi territori…. Le loro azioni violente e aggressive contribuirono all’espansione delle tribù indoeuropee. La razzia di bestiame era un’attività centrale, e i bottini venivano utilizzati per accrescere la ricchezza e il potere della tribù. Le incursioni e le conquiste, tuttavia, non erano solo finalizzate all’arricchimento, ma anche all’espansione territoriale e all’acquisizione di nuove risorse…
Riti di iniziazione: L’ingresso nel gruppo dei “kóryos” era un importante rito di passaggio dall’adolescenza all’età adulta…. Durante questo periodo, i giovani guerrieri venivano iniziati ai segreti della guerra e ai rituali del gruppo. Questo processo di iniziazione era fondamentale per la formazione dell’identità di guerriero e per il mantenimento della coesione del gruppo. L’iniziato assumeva un’identità di guerriero e imparava le tradizioni del gruppo. Questo passaggio era cruciale per la transizione alla vita adulta….
Legami con il mondo animale: La connessione dei “kóryos” con il lupo e altri animali feroci non era casuale. Si credeva che questi guerrieri si trasformassero in animali, acquisendo la loro forza e la loro ferocia…. Questa connessione simbolica si rifletteva anche nelle loro pratiche rituali, come i sacrifici di cani e lupi.
Riti sacrificali: I “kóryos” praticavano sacrifici di animali, in particolare di cani e lupi, che venivano tagliati in modo rituale. Questi rituali sacrificali, spesso eseguiti durante il solstizio d’inverno, erano parte integrante della loro identità e connessione con il mondo animale
Il ruolo nell’espansione indoeuropea: I “kóryos” hanno svolto un ruolo cruciale nell’espansione indoeuropea…. Grazie alla loro abilità militare, alla loro ferocia e al loro spirito di gruppo, hanno contribuito alla conquista di nuovi territori e alla diffusione della cultura indoeuropea…. In alcune situazioni, i “kóryos” non tornavano nelle loro tribù d’origine, ma si stabilivano nelle nuove terre, integrandosi con le popolazioni locali e dando origine a nuove società..
Tracce nelle culture successive: Le tradizioni legate ai “kóryos” si sono conservate in diverse culture, evolvendosi nei miti e nelle leggende sui lupi mannari e nella “caccia selvaggia”…. Anche l’immagine del guerriero che vive ai margini della società e che entra in uno stato di furia in battaglia si ispira alle antiche tradizioni dei “kóryos”. Si ritrova questo tipo di guerriero anche in descrizioni di gruppi come gliHari.
Inoltre, le società guerriere di Sparta e le tradizioni di razzia di bestiame in Irlanda potrebbero essere collegate a queste antiche tradizioni….
In conclusione, i “kóryos” erano una componente fondamentale della società indoeuropea, non solo come guerrieri, ma anche come forza propulsiva nell’espansione culturale e territoriale. La loro figura si è evoluta nel tempo, lasciando tracce durature nelle tradizioni, nei miti e nelle leggende di molte culture europee
Diversi rituali dell’Età Vichinga possono essere ricondotti alle antiche tradizioni indoeuropee, rivelando una continuità culturale che si estende per millenni…. Questi rituali, spesso legati a sacrifici, divinità e pratiche sociali, mostrano come le credenze e le usanze indoeuropee si siano trasformate e adattate nel tempo, mantenendo però un nucleo comune….
Ecco alcuni dei principali rituali dell’Età Vichinga riconducibili alle tradizioni indoeuropee:
Sacrifici di cavalli: I sacrifici di cavalli erano una pratica molto importante nelle culture indoeuropee. Questo rituale è presente anche nelle tradizioni nordiche, come descritto nella saga di Hákon il Buono, dove il re norvegese deve partecipare a un blót (sacrificio) con un sacrificio di cavalli L’importanza del cavallo come animale sacrificale risale alle antiche tradizioni indoeuropee, dove i cavalli erano associati ai gemelli divini e al culto del sole…. Il cavallo era un animale sacrificale di grande rilevanza, e i sacrifici di cavalli avevano un significato cosmologico
Il blót: Il blót era una cerimonia sacrificale comune nell’Età Vichinga. Questi rituali potevano includere sacrifici di animali, offerte di cibo e bevande, e preghiere agli dei. Il blót può essere visto come una continuazione delle antiche pratiche sacrificali indoeuropee, che includevano sacrifici di animali e offerte per mantenere l’equilibrio cosmico….
Private Collection ( History. Hungary. Sacrifice of the white horse before the battle by hungarian warriors. Ferenc Helbing, Hungary, ca 1900.
La figura del guerriero e i kóryos: Il concetto di kóryos, ovvero gruppi di giovani guerrieri che vivono al di fuori della società per un periodo, è una caratteristica delle culture indoeuropee. Questi guerrieri, spesso associati a rituali di iniziazione, sono collegati alla figura del lupo e di altri animali feroci. Nell’Età Vichinga, i berserker e gli úlfheðnarpossono essere visti come una continuazione di questa tradizione. Si credeva che questi guerrieri combattessero in uno stato di furia animalesca, riflettendo le antiche credenze sulla trasformazione in animali feroci….
La caccia selvaggia: La caccia selvaggia, un mito diffuso in molte culture europee, è associata a Odino o ad altre figure divine. Questo mito descrive un gruppo di guerrieri o spiriti che cavalcano durante la notte…. La caccia selvaggia è collegata alle antiche tradizioni indoeuropee dei kóryos, i gruppi di guerrieri che vivevano ai margini della società Questo mito è presente in diverse forme in tutta Europa, con radici che risalgono alle antiche credenze indoeuropee e al culto dei guerrieri e della furia
Rituali funebri: I rituali funebri, inclusa la cremazione, possono essere ricondotti alle antiche usanze indoeuropee La cremazione, ad esempio, era una pratica comune nelle culture indoeuropee, e si ritrova anche nell’Età Vichinga, con le navi funerarie. Questi rituali riflettono l’idea di una connessione tra i vivi e i morti, e la convinzione che i defunti continuino ad avere un ruolo nel mondo dei vivi….
Feste e cicli stagionali: Le feste e le celebrazioni stagionali, come il jól (Yule), il solstizio d’inverno, riflettono antichi cicli di fertilità e rinnovamento legati alle stagioni. I rituali durante queste feste spesso includono elementi che possono essere ricondotti alle tradizioni indoeuropee, come i fuochi, i sacrifici di animali e le offerte per propiziare la fertilità.
In sintesi, i rituali dell’Età Vichinga mostrano una forte continuità con le antiche tradizioni indoeuropee. Questi rituali, adattati alle specificità culturali e ambientali della Scandinavia, rivelano una storia comune che si estende per millenni. La conservazione di questi rituali dimostra la profondità dell’influenza indoeuropea sulla formazione della cultura nordica…
Questo nome derivato dal trace zalmos, “pelliccia, pelle”, ricorda il carattere ursino dell’essere divino avvolto alla nascita in una pelle d’orso […] Non solo Zalmoxis esalta l’esistenza di un Oltretomba in cui vivere in compagnia dei suoi fedeli, ma il suo destino “postumo” ha moltissimi punti in comune con quello di Artù, che parte provvisoriamente per Avalon, per poi tornare a regnare sui suoi. »
Il Männerbund (in tedesco: “alleanza degli uomini”) si riferisce alla teorica fratellanza proto-indoeuropea di guerrieri in cui i giovani maschi non sposati prestavano servizio per diversi anni, come rito di passaggio all’età adulta, prima della loro piena integrazione nella società .
Studiosi come Kim McCone e Gerhard Meiser hanno teorizzato l’esistenza del Männerbund basandosi su tradizioni e miti indoeuropei successivi che presentano legami tra giovani maschi senza terra, percepiti come una classe di età non ancora completamente integrata nella comunità degli uomini sposati; il loro servizio in bande di guerra mandate via per parte dell’anno nella natura selvaggia, per poi difendere la società ospitante per il resto dell’anno; la loro mistica autoidentificazione con lupi e cani come simboli di morte, illegalità e furia guerriera; e l’idea di una liminalità tra vulnerabilità e morte da un lato, e giovinezza ed età adulta dall’altro. Sulla base di prove etnografiche, lo studioso Gerhard Meiser ha proposto le seguenti caratteristiche di base del (proto-)indoeuropeo Männerbund: bande di guerra di giovani maschi organizzate in coorti basate sull’età, che in genere includono giovani di spicco e si concentrano principalmente sui doveri militari. Questi gruppi spesso vivono separati dalla società, sia in termini di posizione (risiedono in aree selvagge o remote) sia in termini di comportamenti (mostrano comportamenti che non sono considerati antisociali finché non prendono di mira la comunità ospitante). I membri in genere indossano pelli di animali o sono parzialmente nudi, associandosi spesso ai lupi attraverso il loro abbigliamento, comportamento e nomi. I colori scuri sono prevalenti nel loro simbolismo e c’è una forte connessione con la morte, che riflette il ruolo dei lupi nelle loro credenze religiose e il loro stato liminale.
Lekythos Dolon Louvre
Lo studioso Kim McCone suggerisce che ci sono “sufficienti corrispondenze lessicali e certamente strutturali per ricostruire una ‘banda di guerra’ comprendente un gruppo di giovani uomini non sposati e senza terra (ma liberi) che vivevano della terra, erano impegnati in attività predatorie, avevano una particolare associazione con i lupi (meno con cani o orsi), erano famosi per il loro comportamento berserkr in battaglia e potevano formare le ‘truppe d’assalto’ negli impegni militari”
I cavalli ebbero un ruolo cruciale nella migrazione indoeuropea, facilitando lo spostamento di persone, merci e idee su vaste distanze. Ecco i principali aspetti del loro ruolo:
Addomesticamento e allevamento: Gli Indo-Europei furono tra i primi a domesticare il cavallo. Inizialmente, i cavalli non erano utilizzati principalmente per essere cavalcati, ma piuttosto per trainare altri cavalli e per la gestione delle mandrie. Questo addomesticamento, avvenuto nelle steppe dell’Eurasia, fornì un vantaggio significativo agli Indo-Europei rispetto ad altre popolazioni.
Mezzo di trasporto: I cavalli permisero agli Indo-Europei di coprire distanze maggiori in tempi più brevi rispetto a quanto fosse possibile a piedi Questo fu fondamentale per le migrazioni di massa che caratterizzarono la loro espansione in Europa e in Asia. L’abilità di coprire distanze maggiori consentì loro di espandere i propri territori e gestire mandrie di bestiame più grandi.
Guerra e conquista: L’uso dei cavalli in guerra diede un vantaggio militare agli Indo-Europei. Anche se inizialmente non erano cavalcati per combattere, la capacità di spostarsi rapidamente e trasportare rifornimenti fu cruciale nelle conquiste. L’introduzione del carro da guerra trainato da cavalli, in particolare, divenne un simbolo di potere e uno strumento di conquista.
Cultura e identità: Il cavallo divenne un simbolo culturale e religioso per gli Indo-Europei…. I sacrifici di cavalli, ampiamente documentati nei rituali indoeuropei, erano un modo per onorare questo animale e la sua importanza nella vita quotidiana. Il cavallo era associato ai gemelli divini e al culto del sole, riflettendo la sua importanza nella cosmologia indoeuropea. La venerazione del cavallo è stata tramandata nelle culture successive, fino all’Età Vichinga, con sacrifici e rituali speciali.
Riti sacrificali: I sacrifici di cavalli erano una pratica importante nelle culture indoeuropee. Questi sacrifici erano parte di rituali complessi e riflettevano la venerazione di questo animale. Il sacrificio di cavalli era una pratica comune, presente sia nella tradizione indiana che in quella scandinava. Le corse di cavalli erano un altro rituale legato alla fertilità e alla prosperità
Commercio e scambi culturali: I cavalli giocarono un ruolo nel commercio e negli scambi culturali. Le popolazioni indoeuropee commerciavano cavalli con altre culture, contribuendo alla diffusione di questi animali in nuove aree. Le razze di cavalli dell’isola di Öland, ad esempio, erano rinomate per l’esportazione fino al Medioevo.
Influenza sulle tradizioni: Anche dopo l’arrivo del Cristianesimo, i cavalli mantennero un ruolo nelle tradizioni popolari, con usanze legate alle corse di cavalli e altri rituali . Queste usanze, come le corse di cavalli e la scelta del miglior stallone per la riproduzione, sono state mantenute fino in tempi recenti . La storia di Staffan e dei suoi cavalli, cantata durante le celebrazioni di Santa Lucia, è un altro esempio di come il cavallo sia stato conservato nella cultura popolare.
In sintesi, il cavallo non fu solo un mezzo di trasporto per gli Indo-Europei, ma divenne un elemento centrale della loro cultura, della loro economia e della loro capacità di espandersi e conquistare nuovi territori. La loro abilità nell’addomesticamento e nell’allevamento dei cavalli diede loro un vantaggio significativo che contribuì alla loro
I guerrieri lupo, o meglio, i guerrieri che si identificavano con i lupi, erano una figura importante nelle società indoeuropee e sono collegati al concetto dei "kóryos". Ecco i punti principali riguardanti questi guerrieri, basati sulle fonti:
Connessione con i "kóryos": I guerrieri lupo erano strettamente legati ai "kóryos", gruppi di giovani guerrieri che vivevano ai margini della società per un certo periodo. Questi gruppi si dedicavano alla guerra, alla caccia e ai saccheggi, sviluppando un'identità guerriera distinta.
Trasformazione in animali: Si credeva che i guerrieri dei "kóryos" fossero in grado di trasformarsi in lupi o altri animali feroci, entrando in uno stato di furia guerriera. Questa trasformazione non era solo fisica, ma anche spirituale, con i guerrieri che assumevano le caratteristiche e la ferocia degli animali con cui si identificavano.
Significato simbolico del lupo: Il lupo era un animale particolarmente significativo per questi guerrieri, in quanto rappresentava ferocia, coraggio e spirito combattivo. Il lupo era visto come una personificazione della furia e della ferocia in battaglia, oltre che un simbolo del guerriero stesso.
Riti di iniziazione: I giovani guerrieri venivano iniziati ai segreti della guerra e ai rituali del gruppo durante il loro periodo di transizione ai margini della società. Questo periodo di formazione era fondamentale per l'assunzione dell'identità di guerriero.
Sacrifici di cani e lupi: I guerrieri lupo praticavano riti sacrificali in cui venivano sacrificati cani e lupi. Questi riti erano parte integrante della loro identità e della loro connessione con il mondo animale. Un sito di iniziazione in Russia, risalente all'Età del Bronzo, rivela questo tipo di sacrifici.
Il culto di Odino: Il culto di Odino, dio della guerra e della furia, era collegato a queste figure guerriere. Odino era spesso associato ai guerrieri che entravano in uno stato di trance o furia in battaglia.
Tracce nelle tradizioni successive: Le tradizioni dei guerrieri lupo si sono conservate nei miti e nelle leggende, come i lupi mannari e la "caccia selvaggia". Queste figure mitologiche rappresentano una continuazione dell'antica credenza nella trasformazione dei guerrieri in animali e nel loro legame con il mondo degli spiriti. La storia della Caccia Selvaggia, in cui un gruppo di guerrieri morti, guidati da una figura come Odino, cavalca nel cielo durante il periodo invernale, potrebbe derivare da queste antiche tradizioni.
I Berserker: I berserker, guerrieri scandinavi noti per la loro ferocia in battaglia, possono essere considerati una tarda manifestazione della tradizione dei guerrieri lupo. Sebbene non si trasformassero fisicamente in lupi, i berserker entravano in uno stato di trance in battaglia, combattendo con ferocia e senza paura, similmente ai guerrieri lupo delle tradizioni indoeuropee più antiche. In sintesi, i guerrieri lupo erano una figura complessa e sfaccettata, parte integrante della società indoeuropea. La loro connessione con i "kóryos", la loro capacità di trasformarsi in animali feroci e il loro ruolo nei riti sacrificali li rendono un elemento chiave nella comprensione della cultura e della mitologia indoeuropea. La loro eredità è sopravvissuta nelle tradizioni e nei miti di molte culture europee.
Nelle culture indoeuropee documentate, utilizzate per ricostruire il concetto di Männerbund , le bande di guerra erano generalmente composte da maschi adolescenti, di solito provenienti da famiglie importanti e iniziati insieme all’età adulta come una coorte di classe di età. Dopo aver subito dolorose prove per entrare nel gruppo, venivano mandati via per vivere come guerrieri senza terra nella natura selvaggia per un certo numero di anni, all’interno di un gruppo che andava da due a dodici membri. I giovani maschi non possedevano altro che le loro armi, vivendo ai margini della società ospitante.
I comportamenti sociali normalmente proibiti, come rubare, razziare o aggredire sessualmente le donne, erano quindi tollerati tra i membri del Männerbund, a patto che gli atti malevoli non fossero diretti alla società ospitante. Le loro attività erano stagionali e vivevano con la loro comunità di origine per una parte dell’anno. La loro vita era incentrata sui doveri militari, sulla caccia agli animali selvatici e sul saccheggio degli insediamenti da un lato; e sulla recitazione di poesie eroiche che raccontavano le gesta degli eroi del passato e leggende sul furto di bestiame dall’altro lato.
Una tradizione di poesia epica che celebrava guerrieri eroici e violenti che conquistavano bottini e territori, che venivano ritratti come possedimenti che gli dei volevano che avessero, probabilmente partecipò alla convalida della violenza tra i Männerbund. Il capo della banda, il * koryonos , veniva determinato con un gioco di dadi e il risultato accettato come scelta degli dei. Gli altri membri giuravano di morire per lui e di uccidere per lui. Era considerato il loro padrone nel rito di passaggio, ma anche il loro “datore di lavoro” poiché i giovani guerrieri fungevano da sue guardie del corpo e protettori.
Il periodo di iniziazione all’interno del Männerbund era percepito come una fase di transizione che precedeva lo status di guerriero adulto e di solito era coronato dal matrimonio. Il Männerbund era simbolicamente associato alla morte e alla liminalità, ma anche alla fecondità e alla licenza sessuale. Kim McCone ha sostenuto che i membri del Männerbund inizialmente prestavano servizio come giovani maschi non sposati senza beni prima della loro eventuale incorporazione nel *tewtéh – (‘la tribù, persone sotto le armi’), composto da maschi adulti proprietari e sposati.
Secondo David W. Anthony e Dorcas R. Brown, il Männerbund potrebbe aver svolto la funzione di “organizzazione che promuoveva la coesione di gruppo e l’efficacia in combattimento, come strumento di espansione territoriale esterna e come dispositivo di regolamentazione in economie incentrate principalmente sulla festa”.
Tertia post Idus nudos aurora Lupercos aspicit, et Fauni sacra bicornis eunt.
«L’alba del 15 febbraio scorge i nudi Luperci, e si svolgono le cerimonie di Fauno bicorne»
In Europa, queste bande di guerrieri iniziatici vincolate da giuramenti furono infine assorbite da patroni e re sempre più potenti durante l’ età del ferro , mentre furono declassate nell’antica India con l’ascesa della casta dei bramini , portando alla loro progressiva scomparsa.
Le bande di guerra ricostruite erano composte da guerrieri mutaforma, in senso simbolico e metaforico, che indossavano pelli di animali per assumere la natura di lupi o cani. I membri del Männerbund adottarono comportamenti da lupo e portavano nomi contenenti la parola “lupo” o “cane”, ciascuno simbolo di morte e dell’Altro Mondo nella credenza indoeuropea. Gli attributi idealizzati del Männerbund furono presi in prestito dall’immaginario che circondava il lupo: violenza, inganno, rapidità, grande forza e furia guerriera.
Identificandosi con gli animali selvatici, i membri del Männerbund si percepivano come fisicamente e legalmente spostati fuori dal mondo umano, e quindi non più trattenuti dai tabù umani . Quando tornavano alla loro vita normale, non provavano alcun rimorso per aver infranto le regole della loro società di origine, perché non erano stati umani o almeno non vivevano nello spazio culturale della società ospitante quando quelle regole venivano infrante.
Licurgo il legislatore di Sparta deriva dall’antico nome greco Λυκοῦργος (Lykoûrgos), poi contratto in Λυκῦργος (Lykûrgos) e assunto in latino come Lycurgus. L’etimologia è dibattuta: il primo elemento del nome potrebbe essere λυκο- (lyko-), variante di λευκός (leukòs, “luminoso”) oppure λύκος (lýkos, “lupo”, al genitivo λυκου, lykou), mentre il secondo potrebbe essere ἔργον (érgon, “lavoro”) oppure εἴργω (eirgo, “tenere lontano”, “cacciare”) il nome viene quindi interpretato in varie maniere, come “creatore di luce” “opera dei lupi”, “lavoro dei lupi”, “che tiene lontani i lupi”, “che protegge dai lupi”, “cacciatore di lupi” o anche “colui che agisce come un lupo”
Furia guerriera
La conflittuale opposizione tra morte e vulnerabilità è suggerita dagli attributi generalmente associati al Männerbund: grande forza, resistenza al dolore e mancanza di paura. Si supponeva che il tipico stato di furia o frenesia del guerriero aumentasse la sua forza oltre le aspettative naturali, con esibizioni estatiche accentuate da danze e forse dall’uso di droghe. Il termine indoeuropeo per un “attacco folle” ( *eis ) è comune alle tradizioni vedica, germanica e iranica.
I berserker germanici erano raffigurati come praticanti della furia della battaglia (‘andare in furia’, berserksgangr). La furia marziale dell’antico guerriero greco era chiamata lyssa , una derivazione di lykos (‘lupo’), come se i soldati diventassero temporaneamente lupi nella loro rabbia folle.
In quanto tali, i giovani maschi erano percepiti come pericoli persino per la società che li ospitava. I Marut , un gruppo di divinità della tempesta della tradizione vedica , erano raffigurati come entità sia benefiche che pericolose. L’eroe irlandese Cúchulainn diventa una figura terrorizzante tra gli abitanti della capitale, Emain Macha , dopo aver decapitato tre rivali del suo stesso popolo, gli Ulaid . Con l’obiettivo di placare la sua furia, decidono di catturarlo e immergere il suo corpo in bacini d’acqua per “rinfrescarlo”. Fonti irlandesi descrivono anche alcune delle bande di guerrieri come selvaggi ( díberg ), che vivono come lupi saccheggiando e massacrando. Allo stesso modo, alcune bande di guerrieri greci erano chiamate hybristḗs (ὑβριστή) e raffigurate come gruppi violenti e insolenti di riscattatori e saccheggiatori.
Le credenze religiose si sono evolute e trasformate nel tempo attraverso un processo complesso che include la conservazione di elementi fondamentali, lo sviluppo interno, l’influenza di altre tradizioni e l’adattamento a contesti specifi…. Le migrazioni indoeuropee hanno giocato un ruolo cruciale in questo processo, diffondendo un nucleo di credenze e pratiche che si sono poi evolute in diverse direzioni….
Ecco i principali aspetti di questa evoluzione e trasformazione:
Nucleo comune e sviluppo locale: La religione indoeuropea aveva un nucleo comune di credenze, miti e pratiche che si diffusero con le migrazioni. Tuttavia, una volta stabilitesi in nuove aree, le comunità hanno sviluppato le proprie versioni di queste credenze, adattandole alle specificità locali Ad esempio, divinità come il dio del tuono (che in Scandinavia si chiama Thor) hanno equivalenti in altre culture indoeuropee, ma con caratteristiche e nomi diversi. La figura di Odino, inizialmente dio della furia e della guerra, si è trasformata nel tempo
il significato di tutte le tecniche di «potere sul fuoco» e di «calore magico» è più profondo: indicano l’accesso a un certo stato estatico o a uno stato non condizionato di libertà spirituale. Ma il POTERE SACRO sperimentato come calore intensissimo non è ottenuto unicamente con tecniche sciamaniche e mistiche, è anche conquistato con le esperienze delle iniziazioni militari. Parecchi termini del vocabolario «eroico» indoeuropeo – “furor”, “ferg”, “wut”, “menos” – esprimono proprio il «calore intensissimo» e la «collera» che caratterizzano, sugli altri piani della sacralità, l’incorporazione della POTENZA. Proprio come uno “yogi” o uno sciamano, il giovane eroe si «scalda» durante il combattimento iniziatico. L’eroe celtico Cuchulinn esce dalla sua prima impresa (che d’altronde equivale, come ha dimostrato Georges Dumézil, a un’iniziazione di tipo guerriero) talmente «riscaldato» da dover essere immerso successivamente in tre orci di acqua fredda. Eliade Miti Sogni e Misteri
Influenza delle culture preesistenti: Le popolazioni indoeuropee non hanno sostituito completamente le culture preesistenti, ma si sono mescolate con esse…. Questo ha portato all’incorporazione di elementi delle tradizioni locali nelle credenze indoeuropee, arricchendole e modificandole Ad esempio, alcune usanze legate alla natura e all’agricoltura, tipiche delle popolazioni pre-indoeuropee, sono state integrate nei rituali e nelle festività
Adattamento al contesto: La religione si è adattata ai diversi contesti geografici, economici e sociali. In Scandinavia, ad esempio, le credenze religiose hanno sviluppato un forte legame con la natura, il clima e l’agricoltura, con rituali e festività che riflettono queste preoccupazioni…. Al contrario, in altre aree geografiche, la religione ha sviluppato caratteristiche diverse, riflettendo le specificità locali.
Conservazione attraverso la tradizione orale: In alcune culture, come quella vedica in India, la tradizione orale ha giocato un ruolo fondamentale nella conservazione di antichi rituali e miti…. La trasmissione orale, spesso da padre in figlio, ha permesso di preservare pratiche e credenze per millenni, mantenendole relativamente intatte. Questa conservazione della tradizione orale ha anche avuto un ruolo nelle credenze scandinave dove è possibile che la tradizione orale abbia mantenuto usanze e pratiche fino al periodo vichingo
Influenze successive: L’introduzione del Cristianesimo ha avuto un impatto significativo sulle credenze religiose europee, portando alla conversione di molte popolazioni e alla soppressione di alcune tradizioni pagane…. Tuttavia, molte credenze e pratiche pre-cristiane sono sopravvissute, spesso integrate e reinterpretate nel contesto cristiano…. Le chiese costruite su antichi siti cultuali e le usanze tradizionali, come la distribuzione di porridge agli elfi di Thon in Svezia durante la vigilia di Natale, testimoniano la persistenza di queste credenze. Anche festività come il Natale includono elementi di tradizioni pre-cristiane….
Trasformazione delle figure divine: Anche le figure divine si sono trasformate nel tempo. Odino, ad esempio, potrebbe aver subito un’evoluzione, incorporando elementi di altre tradizioni, come il culto di Mitra…. La figura di Thor, dio del tuono, potrebbe essere collegata al martello da guerra delle popolazioni di cultura della ceramica cordata. Inoltre, figure di guerrieri divini come i kóryos si sono trasformate nei miti successivi, diventando ad esempio la Caccia Selvaggia….
L’idea della trasformazione del guerriero: Le credenze indoeuropee includevano l’idea di guerrieri in grado di trasformarsi in lupi o altri animali. Queste figure, spesso associate ai kóryos, sono diventate parte di miti e leggende che raccontano di uomini che si trasformano in bestie feroci….
In sintesi, le credenze religiose si sono evolute in un processo dinamico, in cui elementi originali si sono mescolati con influenze locali e successive, dando origine a una grande varietà di tradizioni e pratiche. La comprensione di questo processo ci permette di apprezzare la profondità e la complessità della storia religiosa europea, in cui le radici indoeuropee si intrecciano con le specificità di ogni cultura e regione
Si ritiene che il culto di Odino possa essere stato influenzato dal culto di Mitra, con cui condivide somiglianze iconografiche. Ad esempio, le figure sui bratteati d’oro dell’età del bronzo raffigurano spesso un cavallo che potrebbe richiamare l’immagine di Mitra che uccide il toro Si pensa che i mercanti e i soldati scandinavi che prestarono servizio nell’esercito romano lungo i confini dell’Impero abbiano preso familiarità con il culto di Mitra, una società segreta in cui i membri erano iniziati Questi scandinavi potrebbero aver portato con sé elementi del culto di Mitra e averli integrati nel loro culto di Odino, che si ritiene esistesse già in precedenza. La società segreta mitraica potrebbe aver ispirato la formazione di confraternite di guerrieri legate al culto di Odino Questa teoria non implica che Odino fosse una versione di Mitra, bensì che il culto di Odino sia stato trasformato dall’influenza del culto di Mitra. La teoria è stata proposta per la prima volta negli anni ’20 da storici delle religioni tedeschi, che poi è stata dimenticata e riscoperta Odino è una divinità complessa con molte caratteristiche e più di duecento nomi. Odino è legato alla furia, alla guerra, ma anche ad altri aspetti della vita e della religione Odino potrebbe essere una divinità molto antica, ma in qualche modo trasformatasi durante il periodo di contatto con l’Impero romano….
Nella conversazione precedente, si è discusso di come le migrazioni indoeuropee abbiano influenzato le culture scandinave, toccando vari aspetti come il popolamento, la lingua, la religione e le tradizioni popolari. In particolare, si è parlato di come figure mitologiche come Odino e Thor abbiano radici indoeuropee comuni con altre culture antiche. Il concetto dei koryos, gruppi di giovani guerrieri che vivevano al di fuori della società, è stato collegato ai guerrieri lupo e ai berserker, e si è notato come queste figure siano presenti in diverse tradizioni indoeuropee, da quelle indiane a quelle germaniche.
In questo contesto, la figura di Jung emerge come un elemento di connessione tra le antiche tradizioni indoeuropee e la psicologia moderna. L’intervista con Anders Kaliff menziona brevemente come Jung avesse avuto un’esperienza personale con la caccia selvaggia, un tema che ha radici profonde nelle tradizioni popolari europee.
La caccia selvaggia, una processione notturna di spiriti guidata da una figura divina o da un capo, è presente in molte tradizioni indoeuropee, inclusa quella scandinava. Nella tradizione scandinava, questa figura è spesso identificata con Odino, ma in altre tradizioni europee può assumere altre forme, come il diavolo o i guerrieri morti. L’esperienza personale di Jung con questo fenomeno suggerisce una connessione profonda tra l’inconscio collettivo e le antiche tradizioni culturali.
In sintesi, l’esperienza personale di Jung con la caccia selvaggia, insieme al suo interesse per la mitologia e l’inconscio collettivo, suggerisce una profonda connessione tra la sua psicologia e le antiche tradizioni indoeuropee. Jung ha riconosciuto nelle antiche storie e miti un riflesso della psiche umana e ha approfondito le radici comuni che l’umanità condivide nelle profondità dell’inconscio collettivo.
αἰσχρὸν δὲ καὶ τὸ διὰ τὴν ἀμέλειαν γηρᾶναι, πρὶν ἰδεῖν ἑαυτὸν ποῖος ἂν κάλλιστος καὶ κράτιστος τῷ σώματι γένοιτο: ταῦτα δὲ οὐκ ἔστιν ἰδεῖν ἀμελοῦντα: οὐ γὰρ ἐθέλει αὐτόματα γίγνεσθαι. “È vergognoso invecchiare per negligenza, prima di aver visto se stessi nel modo più bello e forte possibile. Ma ciò non può essere visto da chi è negligente, perché non avviene spontaneamente. Non si ottiene senza impegno.”
αἰσχρὸν δὲ καὶ τὸ διὰ τὴν ἀμέλειαν γηρᾶναι: “È vergognoso invecchiare per negligenza” – Questa parte sottolinea la vergogna di invecchiare senza aver sfruttato al massimo le proprie potenzialità fisiche. πρὶν ἰδεῖν ἑαυτὸν ποῖος ἂν κάλλιστος καὶ κράτιστος τῷ σώματι γένοιτο: “prima di aver visto se stessi nel modo più bello e forte possibile” – Qui si enfatizza il desiderio di raggiungere la massima forma fisica e la bellezza. ταῦτα δὲ οὐκ ἔστιν ἰδεῖν ἀμελοῦντα: “Ma ciò non può essere visto da chi è negligente” – Questa frase collega la vergogna dell’invecchiamento alla mancanza di impegno. οὐ γὰρ ἐθέλει αὐτόματα γίγνεσθαι: “perché non avviene spontaneamente” – Si sottolinea che la forma fisica e la bellezza non sono un dono naturale, ma il risultato di un lavoro costante. Senofonte ( Memorabilia 3.12).
Anche se Socrate non scrisse mai nulla, quindi tutto ciò che sappiamo di lui è come viene descritto dagli altri. Questi resoconti offrono informazioni limitate sulla sua vita e non sempre concordano sulle sue filosofie. A parte la parodia contemporanea di Socrate nelle Nuvole di Aristofane , ci affidiamo principalmente ai dialoghi filosofici scritti da due studenti di Socrate, Senofonte e Platone. Se questi autori abbiano rappresentato accuratamente le opinioni di Socrate o lo abbiano semplicemente usato come portavoce delle proprie idee è oggetto di dibattito. Se la loro immagine di Socrate come un vecchio brutto, mal vestito e ostentatamente povero corrisponda alla realtà è ancora incerto.
Quindi, quando riceviamo una citazione come questa, come possiamo sapere se Socrate l’ha davvero detto, per non parlare del fatto che l’ha vissuto? Sfortunatamente, non possiamo saperlo con certezza. Ciò che possiamo fare, però, è calcolare quanto è probabile che abbia sostenuto questa opinione e, in tal caso, quanto è probabile che l’abbia sostenuta. Per farlo, dobbiamo considerare il contesto della citazione.
Questo contesto è, in effetti, un dialogo socratico molto breve di Senofonte ( Memorabilia 3.12). Secondo il testo, Socrate incontrò un suo giovane conoscente di nome Epigene, che era fuori forma. Socrate gli disse che avrebbe dovuto andare a fare un po’ di esercizio. Epigene rispose: “Ma io non sono un atleta”. A questo punto Socrate lo rimproverò.
Il punto principale dell’argomentazione di Socrate, tuttavia, non è che gli uomini debbano a se stessi di allenare il proprio corpo in modo da apparire al meglio. La citazione da te citata (3.12.8) è poco più della ciliegina sulla torta, una frase conclusiva pensata per convincere Epigene facendo appello alla sua vanità. Tutto il resto dell’argomentazione è che Epigene deve allo Stato di allenare il proprio corpo, perché altrimenti sarebbe inutile in guerra. Epigene dovrebbe pensare a se stesso come a un atleta, sostiene Socrate (3.12.1), perché dovrà combattere per la sua città, e l’unico modo per essere un buon combattente è mettersi in forma.
Socrate ammette, come molti studiosi moderni, che “la città non si allena pubblicamente per la guerra” (3.12.5). Non c’erano esercitazioni di gruppo o esercitazioni militari per la milizia oplitica ateniese. Per compensare questa mancanza, dice Socrate, uomini singoli come Epigene dovrebbero fare tutto il possibile per assicurarsi di essere almeno individualmente il più in forma possibile, in modo da non deludere la comunità o farsi una reputazione di codardia. Tutti gli altri benefici della forma fisica elencati da Socrate (3.12.6-8) sono solo un bonus.
Questa argomentazione si collega a due filoni del pensiero greco classico. Il primo e più antico dei due è l’ideale secondo cui l’élite, avendo il tempo libero per fare ciò che vuole, dovrebbe usare il proprio tempo per essere le persone migliori possibili. Dovrebbero affinare le proprie menti per diventare pastori migliori per i propri simili e migliorare i propri corpi in modo da essere migliori protettori della propria comunità. Questi ideali hanno il loro prodotto più competitivo nei Giochi tenuti in tutto il mondo greco, con le Olimpiadi come la più famosa. Nel loro desiderio di essere i migliori nelle attività paramilitari come il lancio del giavellotto, la lotta o la corsa in armatura, gli atleti alle Olimpiadi stavano semplicemente portando all’estremo un vecchio ideale della classe agiata.
In pratica, tuttavia, la maggior parte dei ricchi non se ne preoccupava. Avere un fisico perfetto richiedeva molto duro lavoro che poteva essere speso anche cacciando, bevendo, leggendo o andando a letto con le prostitute. Molti tra l’élite non erano all’altezza del loro ideale di essere kaloikagathoi , i belli e buoni, (καλοκαγαθία) che si erano guadagnati il loro alto status essendo letteralmente migliori degli altri. Sia Senofonte che Platone si lamentavano dei “grassi ricchi” che vivevano la loro vita nell’ombra e non valevano molto quando venivano chiamati a combattere per la loro città. Invece di essere esemplari per la gente comune, erano oggetto di derisione: i ricchi pallidi, flaccidi e stupidi che non sapevano da che parte colpire i cattivi. Ecco perché Socrate in questo dialogo (3.12.2) sottolinea che Epigene dovrebbe allenarsi in modo che la gente non pensi che sia un codardo.
Il secondo filone è l’idea che gli eserciti greci dovrebbero davvero fare più addestramento. Tutte le fonti suggeriscono che in genere non ne ricevevano nessuno, e Senofonte e Platone in particolare sono estremamente espliciti nel loro disappunto a riguardo. Entrambi sostengono programmi di addestramento più completi finanziati dallo stato. Entrambi sostengono anche metodi simili da usare dagli eserciti in campagna. Nel caso di Senofonte, questo probabilmente deriva dalla sua esperienza personale come mercenario e dalle sue osservazioni quando viveva con gli Spartani. Per Platone, tuttavia, si adatta semplicemente alla tendenza filosofica generale della fine del V e in particolare del IV secolo, considerare tutte le aree di competenza come insegnabili, inclusa l’abilità marziale. In questo nuovo modo di pensare, gli eserciti non combattevano solo con abilità o coraggio innati, ma potevano essere addestrati a combattere meglio. Avevano bisogno di essere addestrati, sia nell’addestramento collettivo e nel combattimento simulato, sia nell’abilità con le armi. Poiché nessuno stato greco si spinse molto oltre nel mettere in pratica questo principio, nemmeno nel tardo IV secolo a.C., Senofonte e Platone non poterono fare altro che descrivere la condizione superiore e le capacità militari di coloro che si erano addestrati (rispettivamente gli Spartani e i Guardiani della città-stato ideale di Platone), e incoraggiare i singoli membri della classe agiata a fare un favore a se stessi e allo stato dando il giusto esempio. Questo è ciò che Socrate è costretto a dire (3.12.5):
Io vi dico che il fatto che la città non si alleni pubblicamente alla guerra non deve essere una scusa per non essere meno attenti a ciò che fate voi stessi.
Con questo contesto in mente, è probabile che Socrate sostenesse queste opinioni e praticasse ciò che predicava? Come contemporaneo dei sofisti, che furono i primi a sostenere che qualsiasi cosa potesse essere insegnata, è possibile che Socrate credesse già nei meriti dell’addestramento militare. Tuttavia, le frustrazioni di Senofonte e Platone, e il loro martellamento sull’addestramento come risultato, appartengono al IV secolo a.C. Il riferimento specifico alla mancanza di un’adeguata formazione finanziata dallo stato, e la lamentela sui cittadini ricchi che scelgono di essere deboli e pigri, mostra che Senofonte sta usando Socrate qui come portavoce autorevole per le sue soluzioni ai problemi che vedeva ai suoi tempi. C’è poco che suggerisca che ci fosse un dibattito sui meriti dell’addestramento militare ai tempi di Socrate, quindi non è molto probabile che Senofonte stesse rappresentando le parole effettive di Socrate.
Quanto al fatto che Socrate stesso fosse in forma, non c’è molto su cui basarsi. Senofonte insiste sul fatto che amava ballare, il che potrebbe averlo mantenuto vivace anche in età avanzata, ma la danza è spesso promossa come un altro modo per mantenersi in forma e agili per la battaglia. Forse questa è un’altra intrusione dell’ossessione di Senofonte per la necessità di prepararsi alla guerra.
Sappiamo da Senofonte e Platone che Socrate, essendo lui stesso un membro della classe agiata, prestò servizio militare in modo intensivo. Prestò servizio all’assedio di Potidea (432-430 a.C.), a Delion (424 a.C.) e ad Anfipoli (422 a.C.), guadagnandosi la reputazione di persona assennata, coraggiosa e indifferente alle difficoltà. Ma non c’è nulla che suggerisca che fosse in forma. L’esercito non lo avrebbe certamente addestrato, poiché, come notato sopra, gli eserciti greci non si allenavano. Alcuni eserciti organizzavano gare atletiche durante le campagne, per migliorare la forma fisica complessiva delle truppe invocando i loro istinti competitivi, ma non ci sono prove che gli Ateniesi a Potidea lo facessero. Nessuna parte della descrizione tipica di Socrate suggerisce che fosse muscoloso; invece, è descritto come panciuto, brutto e sporco. La sua resistenza in campagna non intendeva mostrare la sua incarnazione del vecchio ideale della classe agiata dell’uomo perfetto, ma dimostrare le sue credenziali di filosofo perfetto : mettendo la mente al di sopra della materia, era diventato completamente indifferente alle sofferenze del suo corpo, lasciandolo senza calore o cibo a volontà. Sembra altamente improbabile che un uomo del genere, se Socrate era davvero così, avrebbe potuto mantenere un fisico perfetto.
Sul tema proponiamo un confronto con l’atleta di Taranto
La Tomba dell’Atleta di Taranto conservata al Museo Archeologico di Taranto (MARTA)
L’atleta di Taranto é un soprannome dato ad un uomo aristocratico, perchè aveva ricevuto un’importante e ricca sepoltura, vissuto a Taranto forse intorno al V secolo a.C. campione di molti giochi olimpici. Alla morte dell’altleta venne sepolto in una tomba molto decorata con al suo interno: il corpo dell’atleta e le quattro anfore sopra alle quali erano rappresentate le sue abilità da ginnasta. La tomba venne ritrovata il 9 dicembre 1959. Dagli studi archeologici si desume che l’atleta fosse alto 170 cm, pesasse 77 kg., avesse capelli mori e ricci, gli occhi scuri e il fisico possente. L’atleta tarantino fece quattro giochi panatenaici ad Atene. Sopra alle alle quattro anfore (una è andata dispersa) che erano all’interno della tomba erano raffigurate le vittorie raggiunte nel lancio del disco, salto in lungo, tiro del giavellotto, corsa e pankrazio L’atleta si presume sia morto a 35 anni e, dai reperti archeologici studiati si è scoperto che si cibava di frutta, cereali, pesce e poca carne.
Tempra marziale di Socrate E dopo questi avvenimenti ci fu per noi una spedizione militare comune a Potidea ed eravamo compagni di mensa là. Innanzitutto dunque nelle fatiche era superiore non solo a me, ma anche a tutti quanti gli altri ‑ quando eravamo costretti a restare senza cibo, essendo rimasti indietro da qualche parte, come (capita) appunto nelle spedizioni militari, non erano nulla gli altri riguardo al resistere ‑ e viceversa nei banchetti era l’unico in grado di godere delle altre cose e a bere (pur) non volendo, quando era costretto, superava tutti e, cosa che (è) la più straordinaria di tutte, nessuno tra gli uomini ha mai visto Socrate ubriaco. Appunto di ciò a me sembra che anche subito ci sarà la dimostrazione. E ancora riguardo alla resistenza all’inverno ‑ infatti là (ci sono) inverni terribili ‑ faceva cose straordinarie e tra l’altro una volta essendoci un gelo più che mai terribile, e quando tutti o non uscivano da dentro o, se qualcuno usciva, (lo facevano) rivestiti in maniera proprio incredibile e con i piedi ricoperti da calzature e avvolti in panni e pelli di pecora, costui invece in questi momenti usciva avendo un mantello tale quale era solito indossare anche prima, e scalzo attraverso il ghiaccio procedeva più facilmente che gli altri che indossavano calzature, e i soldati lo guardavano con sospetto come se li prendesse in giro. Platone-Socrate a Potidea (Plat. Symp. 219e-220c)
La scena è l’assedio di Potidea (432-430/29). Agli assedi –con il loro estendersi alla stagione invernale – erano legate condizioni climatiche particolarmente dure, e alla sofferenza (µόχθος, πόνος) dei combattenti che le hanno subite sotto le mura di Troia fa eloquente riferimento Eschilo nell’Agamennone (555-567). Socrate è superiore nei πόνοι al più giovane Alcibiade e a ogni altro combattente, è capace di καρτερεῖν nel mangiare e nel bere, sopportando la mancanza di cibo, e in grado d’astenersi dal vino o di non cadere nell’ubriachezza se costretto ad assumerne; capace, in particolare, di mirabili prove di resistenza al freddo particolare della Grecia del Nord (τὰς τοῦ χειµῶνος καρτερήσεις, δεινοὶ γὰρ αὐτόθι χειµῶνες), di affrontare il gelo sommariamente coperto del suo solito ἱµάτιον e muoversi a piedi scalzi meglio di tutti gli altri, che erano calzati, e coperti con cura (Smp. 219d-220b).
Confer Massimo Nafissi, Freddo, caldo e uomini veri. L’educazione dei giovani spartani e il De aeribus aquis locis
Notando che Epigene, uno dei suoi compagni, era in cattive condizioni, per essere un giovane, disse: “Sembra che tu abbia bisogno di esercizio, 1 Epigene”.
“Beh,” rispose, “non sono un atleta, Socrate.”
«Tanto quanto i concorrenti entrarono per Olimpia », ribatté. «O forse ritieni che la lotta per la vita e la morte con i loro nemici, in cui, forse, entreranno gli Ateniesi, sia una cosa da poco? [ 2 ] Infatti, molti, a causa della loro cattiva condizione, perdono la vita nei pericoli della guerra o la salvano vergognosamente: molti, proprio per questa stessa causa, vengono fatti prigionieri e poi o trascorrono il resto dei loro giorni, forse, in una schiavitù del tipo più duro, o, dopo aver incontrato sofferenze crudeli e aver pagato, a volte, più di quanto hanno, vivono, indigenti e in miseria. Molti, ancora, per la loro debolezza fisica si guadagnano l’infamia, essendo considerati codardi. [ 3 ] O disprezzi queste, le ricompense della cattiva condizione, e pensi di poter sopportare facilmente tali cose? E tuttavia suppongo che ciò che deve essere sopportato da chiunque si prenda cura di mantenere il proprio corpo in buone condizioni sia molto più leggero e molto più piacevole di queste cose. Oppure pensi che le cattive condizioni siano più salutari e generalmente più utili delle buone, o disprezzi gli effetti delle buone condizioni? [ 4 ] E tuttavia i risultati della forma fisica sono l’esatto opposto di quelli che derivano dalla non forma fisica. Gli idonei sono sani e forti; e molti, di conseguenza, si salvano decorosamente sul campo di battaglia e sfuggono a tutti i pericoli della guerra; molti aiutano gli amici e fanno del bene al loro paese e per questo motivo guadagnano gratitudine; ottengono grande gloria e guadagnano onori molto alti, e per questo motivo vivono d’ora in poi una vita più piacevole e migliore, e lasciano ai loro figli mezzi migliori per guadagnarsi da vivere. [ 5 ]
“Vi dico, poiché l’addestramento militare non è pubblicamente riconosciuto dallo Stato, non dovete farne una scusa per essere un po’ meno attenti a occuparvene voi stessi. Perché potete star certi che non c’è nessun tipo di lotta, a parte la guerra, e nessuna impresa in cui starete peggio mantenendo il vostro corpo in condizioni migliori. Perché in tutto ciò che gli uomini fanno il corpo è utile; e in tutti gli usi del corpo è di grande importanza essere nel più alto stato di efficienza fisica possibile. [ 6 ] Perché, anche nel processo del pensiero, in cui l’uso del corpo sembra essere ridotto al minimo, è di comune conoscenza che gravi errori possono spesso essere ricondotti a cattiva salute. E poiché il corpo è in cattive condizioni, perdita di memoria, depressione, malcontento, follia spesso assalgono la mente così violentemente da scacciare da essa qualsiasi conoscenza essa contenga. [ 7 ] Ma un corpo sano e sano è una forte protezione per un uomo, e almeno non c’è pericolo che una tale calamità gli accada per debolezza fisica: al contrario, è probabile che la sua sana condizione serva a produrre effetti opposti a quelli che derivano da una cattiva condizione. E sicuramente un uomo di buon senso si sottometterebbe a qualsiasi cosa per ottenere gli effetti che sono l’opposto di quelli menzionati nella mia lista. [ 8 ]
“Inoltre, è una vergogna invecchiare per pura negligenza prima di vedere che tipo di uomo potresti diventare sviluppando la tua forza fisica e la tua bellezza al loro limite più alto. Ma non puoi vederlo, se sei negligente; perché non verrà da sé.” αἰσχρὸν δὲ καὶ τὸ διὰ τὴν ἀμέλειαν γηρᾶναι, πρὶν ἰδεῖν ἑαυτὸν ποῖος ἂν κάλλιστος καὶ κράτιστος τῷ σώματι γένοιτο: ταῦτα δὲ οὐκ ἔστιν ἰδεῖν ἀμελοῦντα: οὐ γὰρ ἐθέλει αὐτόματα γίγνεσθαι.
1 ἰδιώτης è colui che ignora qualsiasi professione o occupazione: ἰδιωτικῶς ἔχειν significa qui ignorare la preparazione atletica.
si ringrazia Enrico Baccarini ricercatore indipendente giornalista, scrittore e editore. Ha una laurea in Psicologia e ha conseguito successivamente un Bachelor in Antropologia e uno in Studi Asiatici. È docente di Orientalistica, come professore emerito, presso l’Università Popolare Maitri.
Il pugilato (pugilatus, pugilatio, πυγμή, πυγμαχία), quale esercitazione facente parte delle gare atletiche, risale a remota antichità e ha origini mitologiche. L’inventore ne sarebbe stato Teseo, ed Eracle uno dei più forti cultori. Sono celebri nella mitologia le lotte fra Apollo e Ares, ad Olimpia, e fra il dioscuro Polluce ed Amico, re dei Bebrici, durante la spedizione degli Argonauti.
Apollo uccide Phorbas
Virgilio (Aen., V, 391 segg.) descrive con efficace evidenza la tenzone fra Darete ed Entello.
Il pugilato faceva sempre parte dei giuochi pubblici e delle esercitazioni nei ginnasî e nelle palestre. Era grandemente stimato quale buona preparazione al combattimento, insegnando a colpire evitando i colpi. Si considerava anche di alto valore educativo, dando ai suoi cultori una costante resistenza fisica, e apprendendo le astuzie e la rapidità di decisione. I medici ne biasimavano gli eccessi, ma poi lo raccomandavano in certi casi per combattere la vertigine e il male di testa. Gli Etruschi coltivarono molto il pugilato e lo insegnarono ai Romani. Nei ludi celebrati da Tarquinio Prisco si narra che intervenissero pugili fatti venire dall’Etruria. Non vi era festa romana o trionfo senza una pugilatio. Catone stesso fece istruire suo figlio in questa arte; Augusto vi prendeva gran piacere e Caligola ne fu gran fautore. Fu in gran voga in Roma nell’età repubblicana e più ancora durante l’impero. In molte opere d’arte greche e romane sono indicati gli atteggiamenti del pugilista (pugil, pugilator, πύκτης), ed espresse le varie maniere di parare e di colpire.
La tecnica del pugilato era quale si adotta ancor oggi, però più pericolosa e con effetti più gravi, dato l’uso da parte dei lottanti di coprirsi l’avambraccio e il pugno con corregge di cuoio indurito, guarnite con piccole borchie di piombo, lasciando però libere le dita. Era questo il terribile cesto (caestus), che, aggiungendo forza al colpo, proteggeva al tempo stesso il polso e il braccio. Gli antagonisti lottavano completamente nudi, come negli altri agoni. Era proibito l’uso di mezzi illeciti, e gravemente punita l’uccisione premeditata dell’avversario. I colpi erano diretti alle parti superiori del corpo e specialmente al viso. Quando la lotta durava a lungo per la resistenza dei due pugilisti si soleva prendere una posizione fissa e in quella durare o assalendo o difendendosi, finché l’uno o l’altro alzasse la mano dichiarandosi vinto. confer TRECANI
«Uno degli uomini più singolari e affascinanti di questo secolo» Ugo Ojetti scrittore, critico d’arte, giornalista e aforista italiano.
Giacomo Boni. Scavi, misteri e utopie della Terza Roma Sandro Consolato edito da Alfaforte.
Attraverso una denso saggio, scorrevole come un romanzo storico, come sempre accurato e dettagliato con un poderoso apparato di note , l’autore ci conduce sulle tracce di un personaggio d’eccellenza della nostra storia.
Giacomo Boni ha segnato la storia dell’archeologia romana con notevoli scoperte nel Foro e sul Palatino che lo resero celebre in tutto il mondo, nonostante fosse considerato un outsider dal mondo accademico,fu anche letterato e botanico (riorganizzò gli Orti Farnesiani, sul Palatino, dove oggi è sepolto) figura originalissima e poliedrica, nazionalista mistico e nostalgico del paganesimo, inseguì l’utopia di una Terza Roma che ridesse un primato all’Italia nel mondo.
Sapiente erudito «completo», sensitivo degli scavi , geniale archeologo vate e architetto che rinnovò completamente la metodologia di scavo e studio dei siti stabilendo la necessità di tutelare e valorizzare i monumenti archeologici, concepì l’archeologia come
«una disciplina che può condurre alla scoperta e alla conoscenza delle leggi che regolano la vita umana nel suo complesso».
”Esplorai il centro di irradiazione della civiltà nostra per ricercare la vita nelle stratificazioni più profonde. Nelle antichissime leggi tradizionali vidi luce di vita molto maggiore che nei modernissimi ordinamenti. ”
Era un suo principio rispettare l’integrità dei complessi riportati in luce, considerando importanti tutti i materiali: manufatti, resti antropologici, botanici, faunistici, fu pioniere di operazioni fotografia archeologica dall’alto. Boni implementò l’uso della fotografia aerea su mongolfiera che gli permise di portare alla luce siti straordinari, come il Tempio di Vesta e il complesso della fonte di Giuturna. Introdusse nella metodologia archeologica lo scavo stratigrafico: una rivoluzione per la professione, testimoniata da molti dettagliati disegni esposti nella mostra Giacomo Boni. L’Alba della modernità.
Alle sue ricerche nel Foro Romano si devono la scoperta del Lapis niger, della Regia, del Lacus Curtius, dei cunicoli cesariani nel sottosuolo della piazza, della necropoli arcaica presso il tempio di Antonino e Faustina e della chiesa di Santa Maria Antiqua. Sul Palatino portò alla luce una cisterna arcaica a thòlos, che erroneamente identificò con il Mundus Cereris, i ricchi ambienti della “Casa dei Grifi” e della cosiddetta “Aula isiaca” al di sotto del palazzo imperiale di età flavia, l’Aedes Vestae, il Sepolcreto Arcaico della via Sacra, confutò le teorie, che negavano ogni valore alla tradizione storica sulle origini di Roma.
Foro Romano, sepolcreto presso il Tempio di Antonino e Faustina durante gli scavi Boni (archivio fotografico PA- Colosseo).
Oltre il lato biografico accurato l’autore ritiene rilevante al fine di comprendere appieno la personalità del Boni e la complessità delle sue idee: ‘l’attrazione per la spiritualità dell’India e dell’estremo Oriente e il nesso tra questa attrazione e la su aspirazione ad attingere ” l ‘Originario”,in termini di civiltà come di razza, la presenza, in lui di una forte dimensione mistica che mette in relazione con coeve pulsioni verso un ritorno al paganesimo…”
Tanaka Mazutaro nel Foro Romano. Il tiro è effettuato nella Basilica di Massenzio. Giacomo Boni ospitò nella sua casa Tanaka Mazutaro, proveniente da Tokyo, che gli fu presentato dallo scultore suo amico Moriyoshi Naganuma
“Mentre insegnavo all’ospite i primi rudimenti di alcune lingue europee, egli mi decifrava i cinquemila ideogrammi del Tao-te-king di Lao-tze, pensatore più antico e più universale di Socrate. Tale puro lavacro intellettuale mi schiuse gli occhi alla Via suprema delle umane cogitazioni e, scendendo, nel 1898, nella valle del Foro, per cercarvi la Via Sacra ed il Sepolcreto Romuleo ed i sacrari di stato ed altri monumenti delle origini nostre, li seppi raggiungere evitando per quanto era possibile di scomporre le pieghe misteriose e permalose al grave involucro patentato della scienza accademica“. Eva Tea
Sandro Consolato, nato a Bagnara Calabra nel 1959, è laureato in Filosofia e docente di Discipline letterarie e Latino nei licei.Si occupa prevalentemente della presenza del mito di Roma, dell’esoterismo e dell’orientalismo nella storia culturale e politica dell’Italia.In relazione a questi temi ha curato la rivista La Cittadella (2001-2012) e pubblicato i saggi Julius Evola e il buddhismo (1995), Dell’elmo di Scipio. Risorgimento, storia d’Italia e memoria di Roma (2012), Evola e Dante. Ghibellinismo ed esoterismo (2014), Leggere la Tradizione (2018), Quindici-Diciotto. Tra storia e metastoria (2018), Urbs Aeterna. Misteri, figure, rinascite del paganesimo (2019), Le tre soluzioni di Julius Evola(2020)A ovest con René Guénon (2023).