Forndom – Dauðra Dura suoni scandinavi arcani

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11754663_516423895172743_3580425996791093476_oForndom è un giovane  multi-strumentalista scandinavo un abile tessitore di atmosfere epiche e arcane  utilizzando principalmente la chitarra acustica e le percussioni, combinate talvolta a una base ambient ripetuta con  cori profondi ed enfatici che cattureranno gli estimatori di questo suono antico e misterioso. L. Swärd  evoca un mondo in cui la musica mette in risalto l’ arcano Weltanschauung scandinavo “Dauðra Dura” è nel suo nucleo un’interpretazione musicale della Morte e come è stata vista nel antica concezione del Nord.
Una creazione dalle tinte oscura, penetrante  e genuina che deve essere sperimentata.
sonorità che evocano il viaggio  verso “Dauðra Dura”, le porte della soglia…

Nella nostra pratica lo utilizziamo come vettore sonoro di atmosfere evocative negli addestramenti e combattimenti rituali.

道場 Dōjō Ruan

dojo-ruan-logo-copia道場 Dōjō  termine giapponese che indica il luogo ove si svolgono gli allenamenti alle arti marziali, etimologicamente significa luogo (jō) dove si segue la via (dō). In origine il termine, ereditato dalla tradizione buddhista cinese, indicava il luogo in cui il Buddha ottenne il risveglio e per estensione i luoghi deputati alla pratica religiosa nei templi buddhisti. Il termine venne poi adottato nel mondo militare e nella pratica del Bujutsu, 武術che durante il periodo Tokugawa fu influenzata dalla tradizione Zen, 禅 a tutt’oggi è una definizione diffuso nell’ambiente delle arti marziali.

SPIRITUS

In questo spirito, con questa missio operandi, abbiamo generato un luogo nato dalla PASSIONE e determinazione
un luogo ESSENZIALE ring sacchi e sbarre per trazioni, un luogo per scelta spartano nell’intento, dove studiare arti della Tradizione marziale in sintonia con arti di rigenerazione psicofisica e rilassamento profondo DOJO RUAN 

 

Pneuma πνεῦμα

Fairy Tree In Mystic Forest


Il termine si può intendere come”respiro”, “aria”, “soffio vitale”
Nelle diverse epoche e nei diversi sistemi di credenza e approcci filosofici varia l’accezione, anche all’interno di medesime correnti di pensiero.
Presso i  presocratici con questo termine si intendeva l’anima, principio originario, l’arché  ἀρχή, connesso alla vita, impalpabile e invisibile.
Per i filosofi stoici στοά ποικίλη (portico dipinto in cui si radunavano  ) il termine è assimilato allo spirito (essenza).
Il pneuma come spirito appartiene al dio che dà vita alle cose e le guida secondo i suoi voleri. 
Il pneuma, che è riscaldato dal fuoco, raffreddandosi dà quindi origine all’acqua, e infine all’elemento solido (terra): sono i quattro elementi che compongono l’universo. 
Nello gnosticismo (γνῶσις conoscenza ) il termine è presente nella tricotomia πνεῦμα, ψυχή e σῶμα, che porta alla distinzione, tra ‘uomo pneumatico’, ‘uomo psichico’ e ‘uomo ilico’ (o ‘materiale’).
Nella filosofia negli autori rinascimentali, come Agrippa di Nettesheim, Paracelso, Giordano Bruno che secondo le credenze magiche e le scienze occulte del tempo intendevano il pneuma come strumento di cui si serviva la divinità per influire sulle azioni umane.

Genius Loci

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                          “Nullus locus sine genio sive mas sive foemina”

Nessun luogo è senza un genio… che sia maschio o che sia femmina…
(Servio, grammatico  latino vissuto tra il IV e il V sec. d.c nel commento dell’Eneide di Virgilio )

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dipinto di Ercolano,  genius loci in forma di  serpente  mentre si avvolge intorno ad un altare rotondo per divorare l’offerta postavi sopra

“Genius loci” si potrebbe intendere come  “lo spirito, il nume tutelare”
di un determinato luogo.
Tale credenza è riconducibile  ad un approccio animistico per cui tutto è permeato da un’energia e da un’intelligenza, compresi i luoghi, o gli animali ma anche e lo stesso uomo ( in oriente un esempio esplicito si ritrova nel termine kami 神spiriti ancestrali e divinità  dello Shito 神道 )
La parola Genius deriva  dal latino gignere che significa “generare, creare”, era utilizzata per identificare il nume che costituiva una forza creatrice.
Al Genius venivano offerti fiori, piante odorose, incensi, profumi, vino ed altro.
Nell’antica Roma si riteneva che vi fosse una divinità minore protettrice di un luogo, di chi vi abitava o transitava. Ogni luogo aveva un suo genius che poteva essere ostile o benevolo a seconda dell’atteggiamento dell’individuo verso il luogo.
Dissacrare un luogo, o appropriate delle sue risorse in modo indiscriminato poteva inimicare Genius Loci, mentre  pregarlo, rispettarlo e fargli offerte poteva renderlo propizio.
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Ovunque si percepiva la presenza di un’entità superiore che custodiva e proteggeva.  Accanto al genus loci vie erano i Genii dei singoli, i genii delle singole famiglie, Genius familiaris, da cui, in modo più esteso, la Gens, o delle comunità, come il Genius Populi Romani
Il “genius loci” affonda le sue radici nell’idea classica della sacralità dei luoghi, che si ritrova sia nella cultura latina che in quella greca. In particolare, nell’antica Grecia si parlava del δαίμων daimon,  uno spirito, presente in ogni essere umano con lo scopo di aiutarlo a compiere il suo destino.
Tale concetto era esteso anche a tutti gli esseri dotati d’anima ed anche ai luoghi.
Per i Latini, dovevano essere rispettati, amati e valorizzati come delle vere e proprie divinità, diventando personificazioni degli elementi naturali.
Il “Genius loci”  era presente sia in luoghi naturali che in località edificate purchè ad essi venisse riconosciuta una particolare “forza” e capacità di influenzare le persone che vi abitavano.

Fallingwater
Fallingwater

“quando si costruisce una casa quella casa non deve mai essere sulla collina, ma deve essere, invece, della collina, appartenerle”
Frank Lloyd Wright 

Orenda oʊ r ɛ n d ə

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Antropologo Hewitt rileva somiglianze intrinseche tra il concetto di Iroquoian Orenda e quello del Sioux wakonda, l’Algonquin manitowi, e la pokunt del Shoshone.
Manitou è la forza animistica vitale, spirituale e fondamentale venerata di gruppi Algonquian  è l’Onnipresente, implicito che si manifesta ovunque dagli  organismi viventi, ambiente, eventi..
le proprietà che ne derivano dovevano essere ricercate  tramite riti e visioni oniriche .

Il Mana
L’insolito e lo straordinario sono epifanie conturbanti:
indicano la presenza di una COSA
DIVERSA
da quella che sarebbe naturale; la presenza, o almeno il richiamo, in senso predestinato,
di questa COSA DIVERSA.
Un animale sagace, un oggetto nuovo o un fatto mostruoso, spiccano
così nettamente come spicca un individuo bruttissimo, assai nervoso o isolato dal resto della
comunità per una stimmata qualsiasi (naturale o acquisita in cerimonie religiose, compiute per
designare l’‘eletto’).
Alcuni esempi ci aiuteranno a capire il concetto melanesiano del “mana”, dal
quale certi autori hanno creduto di poter derivare tutti i fenomeni religiosi.
Mana” è per i
melanesiani la forza misteriosa e attiva posseduta da certe persone e, in generale, dalle anime dei
morti e da tutti gli spiriti.

L’atto grandioso della creazione cosmica è stato possibile soltanto grazie
al mana della divinità; il capo del clan possiede anch’egli il mana; gli Inglesi hanno soggiogato i
Maori perché il loro mana era più forte; il ministerio del missionario cristiano ha un mana superiore
al mana dei riti autoctoni.
Del resto anche le latrine hanno il loro mana, dato che i corpi umani sono
‘ricettacoli di forza’, e così pure i loro escrementi.

Ma oggetti e uomini hanno il mana perché l’hanno ricevuto da certi esseri superiori, in altre
parole PERCHE’ partecipano misticamente al sacro, e NELLA MISURA IN CUI vi partecipano.


‘Se osserviamo che un sasso possiede una forza eccezionale, questo avviene perché uno spirito qualsiasi
è associato a quel sasso.

L’osso di un morto ha il mana perché vi si trova l’anima del morto; un
individuo qualsiasi può essere in intima relazione con uno spirito (“spirit”) o con l’anima di un
morto (“ghost”), al punto da possederne il mana in sé stesso e servirsene a suo talento’.
E’ una forza diversa dalle forze fisiche, qualitativamente parlando, e si esercita perciò in modo arbitrario.
Un guerriero valoroso deve la sua qualità non alle proprie forze e capacità, ma alla forza che gli
concede il mana di un guerriero morto; questo mana si trova nel piccolo amuleto di pietra appeso al
suo collo, in alcune foglie infilate alla sua cintura, nella formula che pronuncia.

Che i porci di un
tale si moltiplichino, o il suo giardino prosperi, dipende da certi sassi da lui posseduti, dotati dello
speciale mana dei porci e degli alberi.
Una barca è veloce soltanto se possiede il mana, e così il
falco che prende i pesci e la freccia che uccide,
Tutto quel che ‘è’ in misura estrema, possiede il
mana; vale a dire tutto quel che appare all’uomo in aspetto efficace, dinamico, creatore, perfetto.
Reagendo contro le teorie di Tylor e della sua scuola, i quali ritengono che la prima fase della
religione può essere soltanto l’animismo, l’antropologo inglese Marett ha creduto di poter
riconoscere, in questa credenza a una forza impersonale, una fase preanimistica della religione.
Eviteremo di precisare fin da ora in che misura si possa parlare di una ‘prima fase’ della religione;
parimenti, non indagheremo se identificare una siffatta fase primordiale equivalga a scoprire le
‘origini’ delle religioni.
Abbiamo citato qualche esempio del mana soltanto per chiarire la dialettica
delle cratofanie e delle ierofanie sul piano più elementare (è bene precisare che ‘il più elementare’
non significa affatto ‘il più primitivo’ in senso psicologico, né ‘il più antico’ in senso cronologico: il
livello elementare rappresenta una modalità semplice, trasparente, della ierofania).
Gli esempi citati
illustrano molto bene questo fatto: che una cratofania o una ierofania SINGOLARIZZA un oggetto
rispetto agli altri oggetti, come fa lo straordinario, l’insolito, il nuovo.
Notiamo tuttavia:
1) che la
nozione di mana, quantunque si ritrovi anche nelle religioni estranee al ciclo melanesiano, non è
una nozione universale, e di conseguenza è difficile per noi considerarla prima fase di qualsiasi
religione;
2) che non è esatto considerare il mana una forza impersonale.
Vi sono, in realtà, popoli diversi dai Melanesiani che conoscono una forza di questo genere,
capace di rendere le cose potenti, REALI nel pieno senso della parola. I Sioux chiamano “wakan”
questa forza, che circola per tutto il cosmo ma si manifesta soltanto nei fenomeni straordinari (sole,
luna, tuono, vento, eccetera) e nelle personalità forti (stregone, missionario cristiano, esseri mitici e
leggendari, eccetera). Gli Irochesi si servono della parola “orenda” per designare la stessa nozione;
una tempesta contiene “orenda”, l'”orenda” di un uccello che difficilmente si lascia colpire è molto
sottile; un energumeno è in preda al proprio “orenda”, eccetera. “Oki” presso gli Uroni, “zemi” per
le popolazioni delle Antille, “megbe” fra i Pigmei africani (Bambuti), tutte queste parole esprimono
la stessa nozione di mana. Ma, ripetiamolo, l'”oki”, lo “zemi”, il “megbe”, l'”orenda”, eccetera non
appartengono a chicchessia; li possiedono soltanto le divinità, gli eroi, le anime dei morti o gli
uomini e gli oggetti che hanno una certa relazione col sacro, cioè gli stregoni, i feticci, gli idoli,
eccetera. Per citare soltanto uno degli ultimi etnografi che hanno descritto questi fenomeni magico religiosi
e, ciò che più conta, presso una popolazione arcaica ove l’esistenza del mana era piuttosto
controversa, lo Schebesta scrive: ‘Il “megbe” è diffuso dappertutto, ma la sua potenza non si
manifesta dappertutto con la stessa intensità, né con lo stesso aspetto. Certi animali ne sono
largamente forniti; gli esseri umani possiedono il “megbe” chi più chi meno. Gli uomini capaci si
distinguono appunto per l’abbondanza di “megbe” da loro accumulata. Anche gli stregoni sono
ricchi di “megbe”. Questa forza parrebbe legata all’anima-ombra, e destinata a scomparire insieme a
lei con la morte, sia che emigri in un’altra persona, sia che si trasformi nel Totem’.
Benché certi studiosi abbiano aggiunto a questa lista qualche altro termine (“ngai” dei Masai,
“andriamanitha” dei Malgasci, “petara” dei Dayak, eccetera), e nonostante i tentativi di interpretare
nello stesso senso il “brahman” indiano, lo “xvarenah” iraniano, l'”imperium” romano, il “hamingia” nordico,
la nozione di mana non è universale.
Il mana non compare in tutte le religioni, e anche
dove appare non è la forma religiosa unica e neppure la più antica.
Il mana… non è affatto
universale, e di conseguenza basare sul mana una teoria generale della religione primitiva non è
soltanto erroneo, è anche fallace’.

Diremo di più, fra le varie formule (“mana”, “wakan”, “orenda”,
eccetera) vi sono, se non differenze spiccate, almeno sfumature, troppo spesso trascurate nei primi
studi.
Così, l’americanista Paul Radin, analizzando le conclusioni che W. Jones, la Fletcher e Hewitt
hanno tratto dalle loro ricerche sul “wakanda” e sul “manito” dei Sioux e degli Algonchini, osserva
che questi termini significano
‘sacro’, ‘importante’, ‘strano’, ‘meraviglioso’, ‘straordinario’, ‘forte’,
ma senza implicare la minima idea di ‘forza inerente’.
Ora Marrett – e del resto anche altri – ha creduto che il mana rappresentasse una ‘forza
universale’, quantunque Codrington avesse già richiamato l’attenzione sul fatto che ‘questa forza,
– Il mana del resto non è un concetto panmelanesiano, essendo sconosciuto a Ontong Java (Nord-Est delle Isole
Salomone), a Wogeo (Nuova Guinea; confronta HOGBIN, “Mana”, pagine 268 e seguenti), a Wagawaga,
quantunque impersonale in sé, è sempre attaccata a una persona che la dirige… Nessun uomo ha
questa forza di per sé stesso; tutto quel che fa, è fatto con l’aiuto di esseri personali, spiriti della
natura o antenati’.32 Ricerche recenti (Hocart, Hogbin, Capell) hanno precisato queste distinzioni
stabilite da Codrington. ‘Come potrebbe essere impersonale, se è sempre legata a esseri personali?’
si domandava Hocart ironicamente. A Guadacanal e Malaita, per esempio, possiedono il “nanama”
esclusivamente gli spiriti e le anime dei morti, quantunque possano utilizzare questa forza a
vantaggio dell’uomo. ‘Un uomo può lavorare d’impegno, ma se non ottiene l’approvazione degli
spiriti, che esercitano il loro potere a suo vantaggio, non sarà mai ricco’.
‘Tutti gli sforzi sono
compiuti per assicurarsi il favore degli spiriti, in modo che il mana sia sempre disponibile.
I sacrifici
sono il mezzo più usato per ottenere la loro benevolenza, ma certe altre cerimonie sono parimenti
credute di loro gradimento’.
Radin notava a sua volta che gli Indiani non contrappongono PERSONALE a IMPERSONALE,
CORPOREO a INCORPOREO.

‘Quel che sembra attirare la loro attenzione è, anzitutto, la
questione dell’esistenza reale; tutto quel che può essere percepito dai sensi, tutto quel che è
pensabile, esiste’.
Bisogna dunque porre il problema in termini ontologici: quel che ESISTE, quel
che è REALE, quel che NON ESISTE, e non in termini di PERSONALE-IMPERSONALE,
CORPOREO-INCORPOREO; concetti che, nella coscienza dei ‘primitivi’, non hanno la precisione
acquisita nelle culture storiche.
Ciò che è fornito di mana esiste sul piano ontologico, e di
conseguenza è efficace, fecondo, fertile.
Non si potrebbe perciò affermare l’‘impersonalità’ del
mana, dato che questa nozione non ha senso sull’orizzonte mentale arcaico.
D’altra parte non si
trova in nessun luogo il mana ipostasiato, staccato dagli oggetti, dagli avvenimenti cosmici, dagli
esseri o dagli uomini.
Meglio ancora, l’analisi approfondita dimostra che un oggetto, un fenomeno
cosmico, un essere qualsiasi eccetera, possiedono il mana grazie all’intervento di uno spirito o alla
confusione con l’epifania di un qualsiasi essere divino.
Ne consegue che la teoria del mana come forza magica impersonale non è affatto giustificata.
Immaginare, su questo fondamento, un periodo prereligioso (dominato unicamente dalla magia) è
implicitamente errato.
Tale teoria, del resto, è intaccata dal fatto che non tutti i popoli (specie i più
primitivi) conoscono il mana, e anche dal fatto che la magia, quantunque si ritrovi un po’
dappertutto, non compare mai scompagnata dalla religione.
Ancor più: la magia non domina
dappertutto la vita spirituale delle società ‘primitive’;
anzi si sviluppa in modo predominante nelle
società più evolute
(ad esempio: la pratica della magia è debolissima presso i Kurnai australiani e
presso i Fuegini; in certe società di Eschimesi e di Koryak, è meno praticata che non presso gli Ainu
e Samoiedi loro vicini, a loro superiori come civiltà, eccetera).

CONFER TRATTATO DI
STORIA DELLE RELIGIONI
Mircea Eliade

Titolo originale:
“Traité d’histoire des religions”.
Payot, Parigi, 1948.
Traduzione di Virginia Vacca.

Le campane tibetane བོད་ཀྱི་དྲིལ་བུ་ The singing bowls of Tibet

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La campana tibetana è un antichissimo  strumento musicale originario della cultura sciamanica Bon བོན alla diffusione del  buddismo, come sostiene il musicista e ricercatore antropologo Alain Presencer 
”Le ciotole (campane) hanno un probabile collegamento con il ‘culto del fuoco, provengono da un periodo molto arcaico della storia tibetana. Sembra che abbiano origine da una setta molto remota vicino al culto བོན་  Bon una setta primitiva e animista.  Nella pratica di questa forma di sciamanismo si attribuiva al suono delle campane, ed altri  altri strumenti come cimbali ཏིང་ ཤགས ting-sha e gong, un grande potere di guarigione, e la capacità di entrare  in profondi stati meditativi, ipnagogici, onde α  Alfa onde ϑ Theta.

categoria
Alcuni studiosi ritengono che abbiano origini cinesi, altri indiane.
Vengono prodotte perlopiù in Nepal con un’antichissima tradizione, ma sono presenti e  anche in Cina, Giappone e Corea, quelle tibetane però restano le più ricercate per qualità e manifattura. Di solito sono composte in una lega bronzea, ma le più preziose con la vibrazione sonora di più alta qualità , secondo la tradizione, sono composte da una lega che comprenda molteplici metalli, incluso il ferro meteoritico, il suono genera una lunga vibrazione poliarmonica.

Cernunnos Il ritorno del VERDE CHE CURA

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Il culto di può risultare molto antico, come luoghi di sepoltura neolitici hanno rivelato le sepolture dei sacerdoti tribali sepolti in costumi con corna ramificate, spesso nella stessa posa a gambe incrociate in cui appare in Cernunnos in sculture in pietra successivi.
Immagini di uomini e dèi con corna ramificate appaiono anche molto su  pittogrammi di pietra, e alcuni si presume che rappresentino  divinità.
Le figure sciamaniche indossano abiti corna appaiono in pose estatiche su pitture rupestri da fin 10.000 a.c

La figura dello Sciamano nella Grotta dei Tre Fratelli del Paleolitico, nei Pirenei medi francesi, disegnata nel 1920 e studiata dall’archeologo e pastore Henri Breuil, pioniere della ricerca artistica paleolitica e primo professore di preistoria al Collège de France (1920 -1938) e stato attuale dell’immagine del primitivo sciamano paleolitico.
Parco di Naquane Roccia 70 - Cernunnos Valcamonica
Parco di Naquane Roccia 70 – Cernunnos Valle Camonica

Dalle fonti archeologiche pare che Cernunnos venisse adorato in Gallia, in Italia settentrionale (Gallia cisalpina) e sulla costa meridionale della Britannia.
Sembra che il dio “cornuto” fosse comunque una divinità preceltica di origine sciamanica adorata in tutto il continente indoeuropeo.

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Calderone celtico di Gundestrup  inizi del I secolo a.C, Copenaghen, Cernunnos, tiene in mano un serpente dalle corna di ariete e un torque.

Cernunnos era probabilmente non una, ma molte divinità che hanno condiviso attributi simili.
Egli appare nell’arte quasi sempre come un uomo cervo con corna, seduto in una posa a gambe incrociate tra gli animali e le piante della foresta. 
E’ associato con gli animali della foresta, simboli della Adilà.
Entrambi  serpenti e cervi sono emblemi di rinnovamento e rinascita – come il serpente cambia pelle e rinasce, così anche fa il cervo perde  le corna,  per riformarle in primavera.

La divinità con corna  potrebbe essere visto come non solo un dio della resurrezione, ma anche di morte, e potrebbe essere considerato come un guardiano della soglia.

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Il serpente che accompagna Cernunnos e altre divinità celtiche è molto misterioso.
I serpenti, in generale, sono associati con la fertilità, la morte, e la rigenerazione o la guarigione.

Il serpente di  Cernunno è speciale , detiene un particolare stranezza noto come unktehila o testa d’ariete, un paio di corna ricurve.
I serpenti cornuti (in iconografia celtica) sono spesso associati con la guarigione, in particolare con le sorgenti curative.

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Più raffinate rappresentazioni del dio si trovano sul Calderone di Gundestrup, un reperto risalente al I secolo a.C, custodito ora nel museo nazionale di Copenhagen.

Essa presenta il dio cervo a gambe incrociate, vestito con abiti a righe verticali ed una cintura, che regge con la mano sinistra un serpente, e con la mano destra un torque, attorniato da differenti animali quali un cervo, un toro, un lupo, un leone e poco lontano un uomo in groppa ad un delfino.

Sembrerebbe una versione più recente di ciò che i primi uomini d’Europa già veneravano ancora prima dei Celti.

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vedico Pashupati

Interessante la postura a gambe incrociate che assume, simile alla posizione yogica meditativa del loto, che lo mette a confronto con l’immagine di un’altra divinità, incisa su un sigillo, rinvenuta nella valle dell’Indo. Si tratta, secondo alcuni, del vedico Pashupati, un epiteto del dio Rudra che in un periodo successivo verrà assegnato a Shiva, il cui nome in sanscrito significa proprio signore degli animali, anch’egli rappresentato con le corna ed è attorniato da quelli che sembrano essere elefanti, rinoceronti e bufali.

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Confer Incisioni rupestri Parco Nazionale valle Camonica

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Mana

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Mana opera di Francesco Dal Pino

Mana un termine spesso ricorrente per designare una “forza sovrannaturale”, “potere spirituale”o “efficacia simbolica”.
Può essere definita una “forza vitale”, una  quantità di forza vitale che un individuo, un luogo, un oggetto detiene o accumula, poteva essere accumulato combattendo, con l’arte della retorica o mangiando un nemico.
I grandi capi tribù cercavano e possedevano grandi quantità di mana.
E’  è un termine d’origine melanesiana diffuso in molte lingue austronesiane ,melanesiana e polinesiana in  hawaiano  significa “forza che viene da dentro”, termine legato alla cultura dei Kahuna,uomo di conoscenza spirituale, un esperto, un maestro di arti e discipline,  uno sciamano della cultura Huna (segreto)
L’ideogramma 德 De in cinese antico aveva una valenza similiare a mana inteso come potere o forza vitale di talismani, persone, piante oggetti o di potere spirituale come tramite tra cielo e terra.
(confer Giulia Boschi Medicina Cinese Le radice e i fiori ed.Erga)

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De scrittura del piccolo sigillo

Il noto  storico delle religioni Mircea Eliade  riguardo al  mana sostiene che  un essere animato sia visibile o invisibile, oppure inanimato, per l’uomo arcaico  è dotato di una sua forza vitale latente; l’evocazione della forza latente delle cose da parte di colui che compie il rito è l’essenza stessa delle pratiche sciamaniche proprie delle religioni arcaiche. Secondo  il Vocabolario Treccani  (Istituto dell’Enciclopedia Italiana) il termine si è si diffuse in occidente con il testo The Melanesians (1891) del missionario ed etnologo inglese e può avere una valenza di  significanto fluttante come lo definì Claude Lévi-Strauss il termine mana detiene un  significante fluttuante, “permettere al pensiero simbolico di operare nonostante la contraddizione ad esso inerente” dovuta ad un significato potenzialmente vasto e non definito. Più di recente l’antropologo R. Keesing ha rianalizzato, alla luce di ricerche storiche, etnografiche e comparative, i vari usi del termine nelle società melanesiane e polinesiane: viene usato come verbo per indicare «l’essere efficace», «l’essere potente» o il «rendere efficace»; come un sostantivo indicante «l’efficacia», il «potere», la «benedizione», la «potenza».

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Keesing sottolinea l’ambivalenza e la molteplicità dei significati di mana nelle lingue locali,  un concetto legato a particolari azioni e pratiche (curare una malattia, avviare una coltivazione, pescare ecc.).

Wu wei 無爲

 无为 (semplificato) 無爲  agire senza agire agire senza sforzo (tensione) 

Un concetto, se così si può definire, proveniente dalla filosofia dei seguaci
del Tao 道 di difficile comprensione, apparentemente richiama la passività ma è un invito ad una costante attenzione a tutto ciò che ci circonda per evitare interferenze con il suo inesauribile intrecciarsi di rapporti.
Un’attenzione che esige la massima lucidità mentale, senza regole fisse e categorie immodificabili, che ostacolano il fluire spontaneo degli eventi.
Richiama il concetto, che detiene un risvolto nella pratica di alcune discipline  柔 Ju, in giapponese, gentilezza, adattabilità, cedevolezza, morbidezza elemento rilevante nelle discipline quali il judo 柔道 la via della cedevolezza e nel jūjitsu 柔術 la tecnica della cedevolezza, anche il termine ruan8582-b è caratterizzato da un simile intento, principi fondamentali nel 太極拳 tàijíquán nel Qigong kiko氣功 e nell’ aikido合気道
Vi è poi una riflessione più squisitamente filosofica:
Lo scopo del wu wei 無爲 il mantenimento di un perfetto equilibrio, o allineamento con il Tao, e quindi con la natura, un agire che viene definito dal principio superiore, l’essere in sé, che pur permanendo intatto nella propria immutabilità, si manifesta nel soggetto agente, costruendone la legge interiore e guidandone l’azione dal inizio alla fine.
Un concetto d’azione nobile che ha l’intento di superare l’ego e la sua necessità di profitto, difficile e assai raro….
ma poetico.

 

 

Simbolismo Antica Cina傳統中國

KOTOTAMA 言霊Suoni dello Spirito

言霊 Kototama è una disciplina che presuppone che i suoni abbiano una azione creativa sulla realtà oggettiva, e che possano influenzare il nostro ambiente , il corpo , la mente e l’anima tramite l’emissione di suoni e mantra  in un contesto rituale con il quale si cerca di generare stati interiori ed atmosfere evocative.
Si riferisce alla antica credenza giapponese, che nelle parole e nei nomi risiedano poteri mistici , simili concetti si ritrovano anche in altre culture come nelle antiche formule evocative delle rune d’occidente o i mantra d’oriente.
Si può tradurre l’anima del linguaggio”, “spirito del linguaggio”, “potere del linguaggio”, “parola potere”, “parola magica “,  “suono sacro”.
L’ ideogramma 霊 tama  è la semplificazione dell’antico ideogramma
靈 Rei Spirito, atmosfera spirituale mentre 言 Koto può essere tradotto con parola/discorso.
La teoria del Kototama, disciplina praticata nei culti esoterici come Omoto-kyo di Onisaburo Deguchi o nei culti Shinto 神道,  presuppone che i suoni abbiano una azione creativa sulla realtà oggettiva, quindi che l’uso dei suoni delle parole nei rituali possa influenzare l’ ambiente , il corpo , la mente e l’anima.
Morihei Ueshiba il noto fondatore dell’Aikido  合氣道 , amico e guardia del corpo di Onisaburo, fu un eccezionale e assiduo praticante di Kototama, esprimendolo nel suo kiai 氣合 sia in ambito marziale sia durante le sue pratiche meditative.
Vi sono molte interconnessioni tra la pratica del kototama e la pratica del Reiki.

Su un piano spirituale la cosmologia dell’aikido descrive l’universo come una meravigliosa funzione di kototama ( le molteplici vibrazioni , lunghezza d’onda e schemi energetici che danno forma al nostro mondo) . A loro volta, queste ultime manifestano gli otto poteri ( hachi riki ), movimento/immobilità (gyo/kai), coagulazione/dissolvimento (bun/gou), tensione/liberazione (dou/sei), combinazione/separazione (inn/chi).Nell’Aikido  come in altre discipline si ritiene  che le vibrazioni di kototama abbiano creato il mondo(un’idea simile si trova ovunque sotto molte forme diverse) tale è il takemusubi dell’aikido.  kototama è quello che noi forgiamo nel corso dell’addestramento di aikido.

Confer
John Stevens ”Guerriero invincibile”  1997 ed. il Punto d’incontro
Gleason, W. I fondamenti spirituali di Aikido , Destiny Books, 1995
Citazione dal libro – il cuore dell’aikido – di Ueshiba Morihei  ed. mediterranee

Dalla tradizione Kototama descritta nella fonte di YouTube emergono diversi principi metafisici o spirituali fondamentali:

  • La natura vibratoria dell’universo: La tradizione Kototama si basa sull’idea che l’universo sia intrinsecamente vibratorio. Il termine stesso “Kototama” significa “conoscere la vibrazione dell’universo”.
  • Il potere creativo del suono: I suoni generati nella pratica Kototama sono ritenuti capaci di attivare e sostenere la Creazione, vista come un “progetto energetico” al di là dell’universo fisico ovvio. In questo senso, il suono non è solo un fenomeno fisico ma possiede una forza intrinseca che influenza la realtà.
  • La connessione tra suono e anima/spirito: La parola “Kototama” è composta da “Koto” che significa parola e “Tama” che significa anima o spirito. Questo suggerisce che il Kototama sia la manifestazione spirituale o l’anima dell’universo espressa attraverso il suono.
  • L’importanza del Toro (Taurus) come modello dinamico: La sequenza sonora “Su”, centrale nella tradizione Kototama, è formata creando una dinamica toroidale con la bocca. Questa forma sembra essere fondamentale per la pratica.
  • L’allineamento del suono con il Toroidale per il potere trasformativo: Si afferma che il suono possieda un potere trasformativo quando è allineato con la forma del Toro, una conoscenza apparentemente antica.
  • Il legame tra Kototama e stati di coscienza elevati: La pratica del canto risonante e la visualizzazione di un campo di luce a forma di Toro, ispirate ai principi del Kototama e sperimentate anche al Monroe Institute, portano a stati di coscienza e chiarezza di proposito profondi. Questo suggerisce che il Kototama sia un mezzo per espandere la coscienza oltre la focalizzazione corporea abituale.

In sintesi, i principi fondamentali del Kototama descritti nella fonte ruotano attorno al potere vibrazionale e creativo del suono, alla sua connessione con la dimensione spirituale dell’universo e all’utilizzo di un modello energetico toroidale per influenzare la coscienza e la realtà.

in merito all’etimologia degli ideogrammi https://leggimee.it/origine-parola-kotodama/

“Giunti sin qui, ecco che ricerchiamo le radici del kotodama, attraverso l’origine della seconda parte della parola: dama. Tranquilli: l’analisi sarà molto più semplice.

霊 è traducibile con “spirito” o “anima”. Gli antichi Giapponesi utilizzavano almeno tre modi per indicare “spirito”:

Ti: il termine più antico e per questo anche di più incerto significato. Il misterioso, divino, a tratto magico, potere che alberga in certe persone e cose. Tale termine è così antico che anche nei primi testi veniva usato come semplice suffisso per indicare le divinità.

Tama: sembra sia il secondo termine ad essere entrato in uso, per poi venire rapidamente sostituito anch’esso. Indicava l’entità che vive nelle persone, ma anche negli elementi della natura (paesaggi, alberi, ecc), e in certi preziosi e particolari oggetti d’arte.
Interessante è notare come tama sia separato dall’oggetto che abita e che possa esistere al di là della morte fisica dello stesso. In questa particolare accezione, ovvero quando tama esiste senza un supporto materiale, è ritenuto in possesso di particolari e misteriose capacità, quasi sempre di natura benigna.

Kami: originato dal cinese shen (神), è il concetto più duraturo nel tempo. Si tratta di un termine generico per divinità ed entità soprannaturali. Gli antichi Cinesi, però, oltre a shen, utilizzavano anche altri due termini in questo ambito: hun (魂) e po (魄). Il primo, sembra alludere alla parte spirituale dell’uomo che ascende al cielo dopo la morteTale accezione sembra essere quella più vicina alla parola giapponese tama. Il secondo, invece, po, è lo spirito di livello inferiore che, dopo la morte del corpo, lo segue nella tomba.

Conclusioni sull’origine del termine kotodama

Analizzando l’origine di questa parola, vediamo come il significato di kotodama sia quello di uno spirito (tama) che viva all’interno del linguaggio (koto), un veicolo dal quale però può essere rimosso. È necessario quindi che lo spirito senza più un corpo venga invocato… e questo, signori e signore, è il rituale del kotoage (言挙げ, lett. “elevare, invocare le parole”), del quale però parleremo estesamente nei prossimi articoli.” confer Elisa Borgato

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