PLATONE si dice che Πλατων (Platon), provenga dal termine πλατυς (platys, “largo”), “dalle spalle larghe”., uno dei massimi filosofi greci antichi ,il cui vero nome però era Aristocle. Si narra che fu un altro Aristone, un lottatore di Argo, suo maestro di ginnastica, a chiamarlo per la larghezza delle spalle “Platone” (dal greco πλατύς, platýs, che significa “ampio”) Platone praticava infatti il pancrazio, una sorta di lotta e pugilato assieme. Gli atleti impegnati in una competizione di pancrazio – cioè i pancraziasti (sing. παγκρατιαστής, plur. παγκρατιασταί) – utilizzavano una varietà di tecniche per colpire il loro avversario e portarlo a terra al fine di applicare una tecnica di sottomissione.
Quando i pancraziasti combattevano in piedi, il combattimento era chiamato Ano pancrazio (ἄνω παγκράτιον, “pancrazio superiore”), pugni e calci, lotta in pidi,mentre quando portavano il combattimento a terra, lotta a terra e colpi da terra, si parlava di Kato pancrazio (κάτω παγκράτιον, “pancrazio inferiore”)
Altri autori danno del nome un’altra derivazione, come l’ampiezza della fronte o la maestà dello stile letterario.
Angelo Tonelli esplora le connessioni tra lo sciamanesimo greco ed eurasiatico e le influenze orientali sul pensiero greco. Si analizzano figure come Eraclito, Parmenide ed Empedocle, evidenziando i loro legami con le cerchie iniziatiche e le esperienze spirituali. L’oratore sottolinea l’importanza di liberarsi dai pregiudizi sull’autenticità della cultura greca, riconoscendo la sua apertura a diverse tradizioni. Viene esplorata l’attualità della sapienza greca, evidenziando la necessità di un contatto con il profondo per affrontare la crisi antropologica contemporanea. Si discute infine il ruolo dell’iniziazione e della conoscenza unitaria come elementi centrali per una possibile rigenerazione della civiltà.
La saggezza greca si manifesta sia nelle pratiche spirituali sia nella vita civile, con implicazioni profonde per la realizzazione personale e la società.
Nelle pratiche spirituali: * Sciamanesimo greco: prima dei filosofi classici come Eraclito e Parmenide, esisteva uno sciamanesimo greco, affine a quello eurasiatico, che influenzò le successive esperienze spirituali. Questo sostrato sciamanico è evidente in riferimenti e simboli presenti negli scritti di figure come Parmenide ed Empedocle. * Misteri eleusini: questi riti, aperti a chiunque parlasse greco e non fosse macchiato da delitti, coinvolgevano purificazioni, digiuni, inni e una drammatizzazione rituale. Il culmine era l’epopteia, una visione suprema raggiunta attraverso un percorso di transizione e catarsi. L’esperienza era paragonata alla morte, intesa come iniziazione a un nuovo stato di coscienza. * Orfismo e Dionisismo: queste tradizioni iniziatiche e di culto diffondevano stati di coscienza unificata. Il mito di Dioniso che si guarda nello specchio simboleggia come il mondo sia uno sguardo divino riflesso, e l’iniziazione serve a risvegliare questo sguardo interiore. * Stati di coscienza unitaria: figure come Parmenide, Eraclito ed Empedocle incarnavano stati di coscienza che trascendevano le procedure del pensiero filosofico. La loro scrittura era intesa come strumento per trasfondere questi stati di coscienza.
Nella vita civile: * Filosofia e politica: per i sapienti greci, la realizzazione di stati di coscienza elevati coincideva con la tendenza a trasformare la polis. La sapienza era vista come qualcosa di sovrumano, che superava la dimensione dell’umano troppo umano. * Limiti e conoscenza: i miti greci, come quello di Edipo e di Serse, offrono insegnamenti sulla conoscenza di sé e sull’importanza di rispettare i limiti naturali. Edipo, attraverso la conoscenza del proprio sé, raggiunge una dimensione superiore, mentre Serse viene punito per aver violato l’equilibrio naturale. * Coscienza unitaria e crisi antropologica: la mancanza di radicamento negli stati di coscienza unitaria è vista come una delle cause della crisi antropologica contemporanea. La saggezza greca, con la sua attenzione all’interiorità e alla connessione con il cosmo, può offrire un antidoto a questa crisi. * Nous: questo strumento permette di cogliere l’unità di tutte le cose. Perdere il radicamento nel “nous” porta alla separazione dal cosmo e dalla propria natura autentica.
Angelo Tonelli sottolinea l’importanza di liberarsi dai pregiudizi e riconoscere le influenze orientali nella cultura greca. C’era una circolazione di idee e contatti tra le cerchie iniziatiche di diverse culture. La saggezza greca, quindi, non è un fenomeno isolato, ma parte di un contesto più ampio di esperienze spirituali. Nella Grecia antica, lo sciamanesimo rappresentava una forma primordiale di esperienza spirituale, essenziale per la sopravvivenza e diffusa in diverse latitudini. Angelo Tonelli suggerisce che lo sciamanesimo greco, affine a quello eurasiatico, ha costituito un substrato che ha influenzato le successive esperienze spirituali e culturali in Grecia.
Ecco alcuni aspetti chiave del ruolo dello sciamanesimo nella Grecia antica:
* Influenza sulle figure filosofiche: studiosi come Martin West hanno evidenziato come certi riferimenti sciamanici siano riscontrabili negli scritti di filosofi come Parmenide ed Empedocle. Questi riferimenti suggeriscono che lo sciamanesimo ha fornito un terreno fertile per lo sviluppo del pensiero filosofico greco. * Connessioni culturali ampie: lo sciamanesimo fungeva da ponte tra diverse culture, facilitando la circolazione di idee e intuizioni tra la Grecia, la Mesopotamia, l’Egitto, l’India e altre regioni. Questa rete di connessioni indica che la Grecia antica non era isolata, ma parte di un vasto panorama di scambi culturali e spirituali. * Radici delle pratiche misteriche: lo sciamanesimo può aver influenzato riti misterici come quelli di Eleusi, dove figure femminili con ruoli sciamanici avevano un ruolo. Questi riti celebravano il ciclo della morte e rinascita e la connessione con il divino. * Stati di coscienza alterati: lo sciamanesimo facilitava l’accesso a stati di coscienza alterati, che erano considerati essenziali per la conoscenza e la guarigione. Tecniche come l’uso di musica, danza e, possibilmente, sostanze psicotrope potevano indurre transizioni che portavano a una visione più profonda della realtà. * Magia naturale: figure come Orfeo, considerato un archetipo di poeta-sciamano, utilizzavano la musica e la parola per suscitare “piccoli miracoli naturali”.
Questa magia naturale era radicata in uno stato di coscienza unificata, in cui non c’era distinzione tra soggetto e oggetto. * Antidoto alla crisi: la mancanza di radicamento negli stati di coscienza unitaria è vista come una delle cause della crisi antropologica contemporanea. La saggezza greca, con le sue radici nello sciamanesimo, può offrire un antidoto a questa crisi. * Iperborei: Lo sciamano Abaris, proveniente dal mondo degli Iperborei, guidato da una freccia d’oro donatagli da Apollo, potrebbe aver trasmesso la sapienza a Pitagora.
Aristotele descrive l’esperienza dell’iniziazione non come un apprendimento intellettuale, ma come un sentire, un’emozione e una disposizione d’animo specifica.
Più precisamente, secondo Aristotele: * Gli iniziati “non devono apprendere qualcosa, ma sentire”. * L’iniziazione non riguarda l’acquisizione di conoscenza attraverso l’udito come nell’insegnamento. Piuttosto, è il “nous” stesso che subisce un’illuminazione, una folgorazione. * Aristotele paragona l’esperienza misterica all’iniziazione eleusina, dove l’iniziato riceve un’impronta (“tu possa”) e non un insegnamento. Giorgio Colli definisce questa esperienza iniziatica come una “vissutezza”. * L’iniziazione richiede una preparazione; altrimenti, la persona non percepirebbe il significato dell’esperienza.
In sintesi, Aristotele evidenzia che l’iniziazione è un’esperienza trasformativa che coinvolge la sfera emotiva e spirituale, portando a una comprensione intuitiva piuttosto che a una conoscenza concettuale. Questo tipo di esperienza è simile a quella dei misteri eleusini, dove l’iniziato è preparato a ricevere un’impronta che illumina il suo “nous”. Nelle iniziazioni eleusine, la figura della sciamana aveva un ruolo specifico, in particolare nel periodo del VII-VI secolo a.C., quando si era ridotta la dimensione matrilineare e demetriaca.
Ecco alcuni aspetti del ruolo della sciamana nelle iniziazioni eleusine: * Figura sacerdotale femminile: esistevano incarichi sciamanici di tipo femminile a Eleusi. Tra queste figure emergeva la ierofantide, una sacerdotessa sciamana femminile. * Ierogamia: la ierofantide si univa nella ierogamia con lo iерофант, il sacerdote maschile. La ierogamia era un rito sacro che simboleggiava l’unione del divino femminile e maschile, essenziale per la fertilità e la rigenerazione.
Quindi, sebbene le fonti non forniscano dettagli esaustivi sulle funzioni specifiche della sciamana nei misteri eleusini, è chiaro che figure femminili con caratteristiche sciamaniche erano presenti e svolgevano un ruolo attivo all’interno del culto, soprattutto in relazione alla dimensione femminile e ai riti di unione sacra. Plutarco descrive l’esperienza interiore nel Telesterion come un processo di destrutturazione dell’io ordinario che porta a una trasformazione profonda.
Ecco alcuni elementi chiave della descrizione di Plutarco, in riferimento all’esperienza nel Telesterion: * Destrutturazione: L’esperienza nel Telesterion tendeva a destrutturare l’io ordinario. Questo processo era così potente da indurre Eraclito a definire la coscienza di veglia come una forma di “morte”, poiché l’individuo rimaneva ancorato all’io e non era in contatto con l’immortale. * Morte e conoscenza: Plutarco associa la morte a un momento di conoscenza, in linea con la visione platonica del Fedone, dove Socrate accoglie la morte come l’occasione per vedere l’assoluto. L’iniziazione nei misteri eleusini, quindi, offriva un’esperienza simile a quella della morte, intesa come accesso a una conoscenza superiore. * Iniziazione come morte e rinascita: Plutarco sottolinea la somiglianza tra il morire (“teleutan”) e l’essere iniziato (“teleistai”), suggerendo che l’iniziazione comporta una morte allo stato di coscienza precedente e l’accesso a uno stato nuovo e più ampio. * Vagabondaggi e peripezie: L’esperienza interiore comprendeva “vagabondaggi” e “tragitti inquieti e senza fine attraverso le tenebre”. Questi elementi suggeriscono un cammino non finalizzato, caratterizzato da movimento fisico e oscurità, che contribuiva alla destrutturazione dell’io. * Catarsi psico-corporea: Prima del culmine dell’esperienza, gli iniziati attraversavano “peripezie terribili, brividi, tremori, sudore e sbigottimento”. Questa fase intensa di catarsi psico-corporea preparava l’individuo alla trasformazione finale. * Luce e pacificazione: Dopo la fase catartica, gli iniziati sperimentavano “una luce meravigliosa” e venivano accolti in “luoghi puri e praterie, con voci e danze e la solennità di suoni sacri e sante apparizioni”. Questa fase rappresentava la pacificazione e l’esperienza della luce, comuni in molte tradizioni spirituali, e conduceva a uno stato di liberazione e completezza. * Celebrazione e purificazione: Infine, gli iniziati, “liberati e senza legami”, celebravano i riti sacri insieme a uomini santi e purificati, simboleggiando un nuovo inizio e una comunione con il divino.
In sintesi, Plutarco descrive l’esperienza interiore nel Telesterion come un percorso di trasformazione profonda, che passa attraverso la destrutturazione dell’io, la catarsi, l’esperienza della luce e la comunione con il sacro. Questo processo era inteso come un’iniziazione a un nuovo stato di coscienza, simile all’esperienza della morte, ma portatrice di conoscenza e liberazione. Nella Grecia antica, lo sciamanesimo rivestiva un ruolo fondamentale come forma primordiale di esperienza spirituale, essenziale per la sopravvivenza e diffusa in diverse latitudini. Angelo Tonelli suggerisce che lo sciamanesimo greco, affine a quello eurasiatico, ha costituito un substrato che ha influenzato le successive esperienze spirituali e culturali in Grecia.
Ecco alcuni aspetti chiave del ruolo dello sciamanesimo nella Grecia antica:
* Influenza sulle figure filosofiche: studiosi come Martin West hanno evidenziato come certi riferimenti sciamanici siano riscontrabili negli scritti di filosofi come Parmenide ed Empedocle. Questi riferimenti suggeriscono che lo sciamanesimo ha fornito un terreno fertile per lo sviluppo del pensiero filosofico greco. * Connessioni culturali ampie: lo sciamanesimo fungeva da ponte tra diverse culture, facilitando la circolazione di idee e intuizioni tra la Grecia, la Mesopotamia, l’Egitto, l’India e altre regioni. Questa rete di connessioni indica che la Grecia antica non era isolata, ma parte di un vasto panorama di scambi culturali e spirituali. * Radici delle pratiche misteriche: lo sciamanesimo può aver influenzato riti misterici come quelli di Eleusi, dove figure femminili con ruoli sciamanici avevano un ruolo. Questi riti celebravano il ciclo della morte e rinascita e la connessione con il divino. In particolare, esistevano incarichi sciamanici di tipo femminile a Eleusi, come la ierofantide, una sacerdotessa sciamana femminile che si univa nella ierogamia con lo ieromante. * Stati di coscienza alterati: lo sciamanesimo facilitava l’accesso a stati di coscienza alterati, che erano considerati essenziali per la conoscenza e la guarigione. Tecniche come l’uso di musica, danza e, possibilmente, sostanze psicotrope potevano indurre transizioni che portavano a una visione più profonda della realtà. * Magia naturale: figure come Orfeo, considerato un archetipo di poeta-sciamano, utilizzavano la musica e la parola per suscitare “piccoli miracoli naturali”. Questa magia naturale era radicata in uno stato di coscienza unificata, in cui non c’era distinzione tra soggetto e oggetto. * Antidoto alla crisi: la mancanza di radicamento negli stati di coscienza unitaria è vista come una delle cause della crisi antropologica contemporanea. La saggezza greca, con le sue radici nello sciamanesimo, può offrire un antidoto a questa crisi. * Iperborei: Lo sciamano Abaris, proveniente dal mondo degli Iperborei, guidato da una freccia d’oro donatagli da Apollo, potrebbe aver trasmesso la sapienza a Pitagora. Martin West ha messo in luce come, nell’antica Grecia, si possano riscontrare riferimenti sciamanici negli scritti di filosofi come Parmenide ed Empedocle. Questi riferimenti suggeriscono che lo sciamanesimo ha fornito un substrato per lo sviluppo del pensiero filosofico greco.
In particolare, West evidenzia analogie tra la Grecia antica e altre culture come la Mesopotamia, l’Egitto e l’India, suggerendo che lo sciamanesimo fungeva da ponte tra diverse culture, facilitando la circolazione di idee e intuizioni. Questo implica che la Grecia antica non era isolata, ma parte di un vasto panorama di scambi culturali e spirituali.
Inoltre, West, insieme ad altri studiosi, ha studiato figure come Abaris, uno sciamano iperboreo che potrebbe aver influenzato Pitagora, evidenziando le connessioni tra lo sciamanesimo greco e le tradizioni sciamaniche di altre regioni. Nei misteri eleusini, la ierofantide era una sacerdotessa sciamana femminile che emergeva come figura di rilievo. Il suo ruolo era particolarmente significativo nel periodo del VII-VI secolo a.C., quando la dimensione matrilineare e demetriaca era in declino.
Ecco alcuni aspetti del ruolo della ierofantide nei misteri eleusini:
* Figura sacerdotale femminile: esistevano incarichi sciamanici di tipo femminile a Eleusi. Tra queste figure emergeva la ierofantide. * Ierogamia: la ierofantide si univa nella ierogamia con lo iеromante, il sacerdote maschile. La ierogamia era un rito sacro che simboleggiava l’unione del divino femminile e maschile, essenziale per la fertilità e la rigenerazione. Nel proemio della “Refuseos” di Parmenide, la dea rivela al giovane iniziato diverse cose.
In particolare: * La dea accoglie il giovane iniziato con benevolenza, riconoscendo che il suo arrivo è dovuto a un desiderio di conoscenza e non a un destino funesto. * La dea gli rivela che deve apprendere “ogni cosa”. Questo include sia “il cuore che non trema della ben rotonda verità” (l’assoluto) sia “le opinioni dei mortali” (la doxa). * La dea gli comunica che le opinioni dei mortali mancano di certezza e costituiscono il mondo come apparenza, scisso dallo sfondo generativo invisibile. Tuttavia, la dea aggiunge che anche le cose apparenti possono essere comprese e ricondotte all’unità se vengono indagate in ogni senso. * La dea gli indica il nous come strumento per cogliere l’unità di tutte le cose, sottolineando che, quando si perde il radicamento in questo centro, ci si separa dal cosmo e dalla propria autentica natura.
In sintesi, la dea rivela al giovane iniziato la natura duplice della realtà, composta sia dall’assoluto (l’essere) sia dall’apparenza (il mondo dei mortali), e gli indica il percorso per ricongiungere questi due aspetti attraverso la conoscenza e l’uso del nous. La rivelazione sottolinea l’importanza di comprendere sia la verità ultima sia le opinioni umane, integrando la conoscenza dell’assoluto con la comprensione del mondo relativo. Nella Grecia antica, lo sciamano rivestiva un ruolo fondamentale come forma primordiale di esperienza spirituale. Angelo Tonelli suggerisce che lo sciamanesimo greco, affine a quello eurasiatico, ha costituito un substrato che ha influenzato le successive esperienze spirituali e culturali in Grecia.
Ecco alcuni aspetti chiave del ruolo dello sciamano nella Grecia antica:
* Influenza sulle figure filosofiche: studiosi come Martin West hanno evidenziato come certi riferimenti sciamanici siano riscontrabili negli scritti di filosofi come Parmenide ed Empedocle. Questi riferimenti suggeriscono che lo sciamanesimo ha fornito un terreno fertile per lo sviluppo del pensiero filosofico greco. * Connessioni culturali ampie: lo sciamanesimo fungeva da ponte tra diverse culture, facilitando la circolazione di idee e intuizioni tra la Grecia, la Mesopotamia, l’Egitto, l’India e altre regioni. Questa rete di connessioni indica che la Grecia antica non era isolata, ma parte di un vasto panorama di scambi culturali e spirituali. * Radici delle pratiche misteriche: figure femminili con ruoli sciamanici avevano un ruolo importante nei riti misterici come quelli di Eleusi. Questi riti celebravano il ciclo della morte e rinascita e la connessione con il divino. In particolare, esistevano incarichi sciamanici di tipo femminile a Eleusi, come la ierofantide, una sacerdotessa sciamana femminile che si univa nella ierogamia con lo ieromante * Stati di coscienza alterati: lo sciamanesimo facilitava l’accesso a stati di coscienza alterati, che erano considerati essenziali per la conoscenza e la guarigione. Tecniche come l’uso di musica, danza e, possibilmente, sostanze psicotrope potevano indurre transizioni che portavano a una visione più profonda della realtà. * Magia naturale: figure come Orfeo, considerato un archetipo di poeta-sciamano, utilizzavano la musica e la parola per suscitare “piccoli miracoli naturali”. Questa magia naturale era radicata in uno stato di coscienza unificata, in cui non c’era distinzione tra soggetto e oggetto. * Antidoto alla crisi: la mancanza di radicamento negli stati di coscienza unitaria è vista come una delle cause della crisi antropologica contemporanea. La saggezza greca, con le sue radici nello sciamanesimo, può offrire un antidoto a questa crisi. * Iperborei: Lo sciamano Abaris, proveniente dal mondo degli Iperborei, guidato da una freccia d’oro donatagli da Apollo, potrebbe aver trasmesso la sapienza a Pitagora. * Funzione politica: i sapienti greci tendevano a trasferire la realizzazione di stati di coscienza evoluti nella polis. * Guarigione: Parmenide era sacerdote di Apollo, quindi aveva una dimensione di guaritore. I sapienti greci delle origini sono accomunati da diversi elementi chiave, che li distinguono dalle figure filosofiche successive.
Ecco alcuni aspetti che accomunano i sapienti greci delle origini:
* Radicamento nella coscienza unitaria: i sapienti delle origini, o *sofoi*, erano radicati in una coscienza unitaria che permetteva loro di percepire il senso di appartenenza alla *physis*. Questa coscienza unitaria era un’esperienza immediata e comune. * Esperienze mistico-iniziatiche: questi sapienti incarnavano uno stato di coscienza che trascendeva le procedure del pensiero razionale. Aristotele definisce l’iniziazione come un’esperienza che non riguarda l’apprendimento, bensì il sentire un’emozione ed essere in una certa disposizione d’animo, perché si è diventati adeguati a questo. L’iniziazione è un’esperienza vissuta, non un insegnamento. * Contatto con l’invisibile: i *sofoi* camminavano sull’invisibile, portando in sé ciò che è indicibile, non mentale, non sentimentale ed emozionale. A differenza dei filosofi successivi, i sapienti delle origini erano capaci di portare l’invisibile nel mondo manifesto, colmando il divario tra l’esperienza interiore e la realtà esterna. * Dimensione politica della sapienza: la realizzazione di stati di coscienza evoluti coincideva con la tendenza a trasferirli nella *polis*, con una dimensione politica in senso collettivo della sapienza e della filosofia greca. * Sapienza come guarigione: Alcuni di questi sapienti, come Parmenide ed Empedocle, erano figure connesse alla guarigione e alla dimensione religiosa. Parmenide era sacerdote di Apollo, il che gli conferiva una dimensione di guaritore. * Rapporto con lo sciamanesimo: Lo sciamanesimo greco, affine a quello eurasiatico, ha costituito un substrato che ha influenzato le successive esperienze spirituali e culturali in Grecia. Martin West ha messo in luce come, nell’antica Grecia, si possano riscontrare riferimenti sciamanici negli scritti di filosofi come Parmenide ed Empedocle. Questi riferimenti suggeriscono che lo sciamanesimo ha fornito un substrato per lo sviluppo del pensiero filosofico greco. * Stati di coscienza alterati: figure come Orfeo, considerato un archetipo di poeta-sciamano, utilizzavano la musica e la parola per suscitare “piccoli miracoli naturali”. Questa magia naturale era radicata in uno stato di coscienza unificata, in cui non c’era distinzione tra soggetto e oggetto. * Cosmopolitismo: bisogna pensare in termini un po’ più cosmopoliti riguardo a queste origini, altrimenti non si capiscono tante cose. Nel proemio del poema “Sulla Natura” (Refuseos) di Parmenide, la dea rivela diverse cose al giovane iniziato.
* La dea accoglie il giovane iniziato con benevolenza, riconoscendo che il suo arrivo è dovuto a un desiderio di conoscenza e non a un destino funesto. * Gli rivela che deve apprendere “ogni cosa”. Questo include sia “il cuore che non trema della ben rotonda verità” (l’assoluto) sia “le opinioni dei mortali” (la *doxa*). * Gli comunica che le opinioni dei mortali mancano di certezza e costituiscono il mondo come apparenza, scisso dallo sfondo generativo invisibile. Tuttavia, la dea aggiunge che anche le cose apparenti possono essere comprese e ricondotte all’unità se vengono indagate in ogni senso. * Gli indica il nous come strumento per cogliere l’unità di tutte le cose, sottolineando che, quando si perde il radicamento in questo centro, ci si separa dal cosmo e dalla propria autentica natura.
In sintesi, la dea rivela al giovane iniziato la natura duplice della realtà, composta sia dall’assoluto (l’essere) sia dall’apparenza (il mondo dei mortali), e gli indica il percorso per ricongiungere questi due aspetti attraverso la conoscenza e l’uso del *nous*. La rivelazione sottolinea l’importanza di comprendere sia la verità ultima sia le opinioni umane, integrando la conoscenza dell’assoluto con la comprensione del mondo relativo. Nel contesto della tradizione orfica, esiste una profonda analogia tra Dioniso e lo specchio.
Dioniso si guarda nello specchio e vede il mondo. In altre parole, il mondo è fatto dallo sguardo di un dio che si riflette in uno specchio. Il mondo in cui viviamo è quindi connesso a questo sguardo generativo del dio. Questo implica che il mondo è fatto di conoscenza.
L’analogia tra Dioniso e lo specchio suggerisce che:
* Il mondo è una manifestazione dello sguardo divino: Il mondo che percepiamo è una sorta di riflesso o immagine prodotta dallo sguardo di Dioniso. * Connessione non dualistica: Il mondo e il divino non sono separati, ma sono intrinsecamente connessi in modo non dualistico. * Conoscenza e identità: Noi stessi siamo immagini nello specchio guardato dal dio. Sia lo specchio che l’occhio del dio sono forme di una medesima realtà unitaria. * Iniziazione come risveglio: Il compito dell’iniziazione è risvegliare questo sguardo del dio nello specchio che è dentro di noi.
Quando Eraclito afferma che “tutte le cose sono uno”, si riferisce allo stesso sguardo. Questa comprensione consente il superamento della condizione umana ordinaria.
Giorgio Colli ha visto come ci sia questa dimensione apollinea in Dioniso, evidenziata con il mito dello specchio orfico. C’è un Dioniso che è la danza, ma anche l’auto-contemplazione e quindi la conoscenza e l’aspetto sapienziale tipico di Apollo.
In definitiva, l’analogia tra Dioniso e lo specchio rivela che il mondo è un riflesso della coscienza divina e che l’iniziazione è il processo di risveglio di questa coscienza dentro di noi. Platone descrive l’esperienza dell’assoluto come qualcosa di indicibile, che ha sperimentato personalmente e che cerca di rendere accessibile anche agli altri attraverso la dialettica e la filosofia.
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* Platone fa riferimento all’esperienza dell’assoluto che chiama Bene, ma sottolinea che la parola “bene” è solo un modo per designare qualcosa di indicibile di cui ha avuto esperienza. * L’esperienza dell’assoluto è diversa dall’acquisizione di procedure corrette del pensiero tipiche dei filosofi non iniziati. * Platone, attraverso il mito della caverna, cerca di rendere accessibile questa esperienza anche ai “molti” (πολλοί). * Platone distingue tra i veri filosofi che sarebbero i filosofi iniziati, e quelli che non lo sono. * Giorgio Colli spiega che per Platone, come per Parmenide, Pitagora ed Empedocle, la realizzazione di stati di coscienza evoluti o illuminati coincideva con l’immediata tendenza a trasfonderli nella *polis*. * Per Platone, la dialettica e la filosofia sono strumenti per rendere accessibile l’esperienza dell’assoluto anche ai più. * Platone paragona l’anima nell’ignoranza a chi si trova nel processo della morte, suggerendo che solo attraverso un processo di “morte” (intesa come trasformazione della coscienza) si può accedere alla conoscenza. Questo richiama il concetto di iniziazione come “morire” a uno stato di coscienza precedente per accedere a uno nuovo. * In questo contesto, l’esperienza mistica è intesa come conoscenza per contatto (ὅμοίωσις), ovvero assimilazione tra soggetto e oggetto. L’attualità della sofia presocratica risiede nella sua capacità di offrire una prospettiva alternativa e rigenerativa per la civiltà contemporanea, che si trova ad affrontare una crisi antropologica e una mancanza di contatto con il profondo.
Ecco alcuni punti chiave che evidenziano l’attualità della sofia presocratica:
* Realizzazione spirituale e azione politica: Per i *sofoi*, come Parmenide, Pitagora ed Empedocle, la realizzazione di stati di coscienza evoluti o illuminati coincideva con l’immediata tendenza a trasfonderli nella *polis*. Questa dimensione politica della sapienza, intesa come impegno collettivo, è particolarmente rilevante oggi, in un’epoca in cui le élite al potere spesso mostrano un basso livello di realizzazione spirituale. * Superamento della dimensione “troppo umana”: La sofia presocratica offre una via per superare la dimensione “troppo umana” che caratterizza il pensiero moderno, spesso distaccato dalla dimensione iniziatica e mistica. I sapienti greci incarnavano uno stato di coscienza ben diverso dal semplice pensiero razionale. * Riscoperta dell’esperienza iniziatica: L’attualità della sofia presocratica invita a riscoprire le radici iniziatiche e misteriche della nostra civiltà, in particolare attraverso l’esperienza dei misteri eleusini. Questi misteri, aperti a uomini e donne che parlavano greco e non fossero macchiati di delitti, offrivano un percorso di trasformazione interiore attraverso rituali, musica, visioni e catarsi. * Centralità della coscienza unitaria: I *sofoi* erano radicati in una coscienza unitaria che permetteva loro di percepire il senso di appartenenza alla *physis*. Questa coscienza unitaria, che implica il riconoscimento dell’unità tra l’individuo e il cosmo, è un antidoto alla crisi antropologica contemporanea, caratterizzata da una crescente frammentazione e alienazione. * Conoscenza per contatto e trasformazione interiore: L’iniziazione non è vista come un mero apprendimento intellettuale, ma come un’esperienza di trasformazione interiore che coinvolge le emozioni e la disposizione d’animo. Aristotele sottolinea che l’iniziazione non riguarda l’apprendimento, ma il “sentire” e l'”essere in una certa disposizione d’animo”. Magia naturale e stati di coscienza alterati: Figure come Orfeo, considerato un archetipo di poeta-sciamano, utilizzavano la musica e la parola per suscitare “piccoli miracoli naturali”. Questa magia naturale era radicata in uno stato di coscienza unificata, in cui non c’era distinzione tra soggetto e oggetto. * Importanza dell’interiorità: Di fronte alle sfide economiche e sociali contemporanee, la sofia presocratica ci ricorda che la vera forza risiede nell’interiorità e nella connessione con la dimensione trans-umana della nostra spiritualità. * Superamento del dualismo e integrazione: La dea rivela a Parmenide la natura duplice della realtà, composta sia dall’assoluto (l’essere) sia dall’apparenza (il mondo dei mortali), e gli indica il percorso per ricongiungere questi due aspetti attraverso la conoscenza e l’uso del *nous*. * Risveglio dello sguardo divino: L’analogia tra Dioniso e lo specchio rivela che il mondo è un riflesso della coscienza divina e che l’iniziazione è il processo di risveglio di questa coscienza dentro di noi. * Radicamento nel “Nous”: La sofia presocratica evidenzia l’importanza di coltivare il *nous*, inteso come una dimensione interiore connessa alla quintessenza cosmica. Questo radicamento nel *nous* ci permette di affrontare i tumulti dell’esistenza e di “uscire vivi dalla selva del dolore”. Sfida e stimolo alla catalizzazione del radicamento nel centro: Il problema della frammentazione diventa una sorta di sfida e di stimolo alla catalizzazione di questo radicamento nel centro che è tanto più necessario quanto più vengono alimentate le distanze da esso.
In sintesi, l’attualità della sofia presocratica risiede nella sua capacità di offrire una via di rigenerazione spirituale e civile, basata sulla riscoperta delle radici iniziatiche, sulla coltivazione della coscienza unitaria e sul radicamento nel *nous*. Questa prospettiva può fornire un antidoto alla crisi antropologica contemporanea e favorire la realizzazione di una civiltà più sapienziale. Il simbolo della spiga riveste un significato profondo nel contesto dei misteri eleusini e della sapienza greca antica.
Gesto culminante dell’iniziazione: L’atto dello Ierofante di mietere la spiga in silenzio rappresenta il culmine dell’azione iniziatica eleusina. Questo gesto, compiuto in silenzio, trascende la dimensione mentale e sentimentale, comunicando un’esperienza di sintesi estrema. Immagine di generatività: La spiga è simbolo di qualcosa di generativo, paragonabile alla *fiusis* (natura/origine) dei sapienti greci. Unità nella molteplicità: La spiga rappresenta l’unità composta da molti chicchi di grano. Simboleggia, quindi, l’unità che si manifesta nella molteplicità. Ciclo di morte e rinascita: La spiga allude al ciclo di morte e rinascita, richiamando il processo di caduta e trasformazione dei chicchi di grano sotto terra per poi rinascere. Radicamento nella coscienza unitaria: La spiga è legata all’esperienza della coscienza unitaria, in cui si percepisce l’appartenenza alla *fiusis*. I sapienti delle origini radicavano la loro esperienza in questa coscienza unitaria. Riferimento all’invisibile: La spiga, come la *fiusis* di Eraclito, allude a una matrice invisibile costantemente generativa del mondo visibile. Eraclito afferma che l’origine ama nascondersi e che l’armonia invisibile è più potente di quella manifesta.
In sintesi, il simbolo della spiga rappresenta la generatività, l’unità nella molteplicità, il ciclo di morte e rinascita, il radicamento nella coscienza unitaria e il riferimento all’invisibile. Nei misteri eleusini, la spiga personifica il culmine di un percorso iniziatico volto alla trasformazione e alla conoscenza profonda della realtà. I concetti di “sé profondo“, “vuoto” e “assoluto” sono tutti modi per descrivere quella dimensione interiore che trascende la coscienza ordinaria.
Più precisamente:
Il sé profondo è una dimensione su cui gravitano le esperienze mistico-iniziatiche. Il vuoto, usando una terminologia insieme buddista e junghiana, è un altro modo per riferirsi a questa dimensione interiore. L’assoluto è un termine utilizzato da Platone per descrivere un’esperienza indicibile di cui si può fare esperienza.
Questi concetti sono tutti connessi all’idea di una coscienza unitaria in cui si percepisce l’appartenenza alla *fiusis*, φύσις ovvero all’origine di tutte le cose. I sapienti greci radicavano la loro esperienza in questa coscienza unitaria.
Angelo Tonelli spiega che abbiamo una decadenza progressiva dalla figura del sapiente greco che non è molto diverso da un sapiente orientale se non per alcune caratteristiche che poi esplicita.
Inoltre, secondo il mito orfico, il mondo è fatto dallo sguardo di un dio che si riflette in uno specchio. L’iniziazione ha il compito di risvegliare questo sguardo del dio nello specchio che è dentro di noi.
Da πύρριχος "rosso", a sua volta da πυρρός "rosso fiammeggiante" (cfr. πῦρ "fuoco") dal proto-greco *purwo- dal proto-indoeuropeo *peh 2 -ur"fuoco" (vediRSP Beekes , Etymological Dictionary of Greek , Brill, 2009, pp. 1260 e 1264).
Secondo una tradizione riportata da Aristotele , l’ideatore della pirrica fu Achille , che la danzò attorno alla pira funebre di Patroclo . La danza era amata in tutta la Grecia e in particolar modo dagli Spartani , che la consideravano un leggero addestramento bellico. Questa convinzione spinse gli Spartani a insegnare la danza ai loro figli quando erano ancora piccoli.
I giovani ateniesi eseguivano la danza nella palestra come parte dell’allenamento in ginnastica. La danza veniva eseguita anche nei Giochi Panatenaici . C’erano tre classi di concorrenti: uomini, giovani e ragazzi.
Lastra Campana in terracotta con rilievo di Zeus bambino protetto dai Cureti – da Cerveteri, Etruria, Italia – 51,40×46,35 cm – I secolo a.C. / I secolo d.C. – The British Museum, London, UK – acquisizione nel 1891 Tre Cureti con spade e scudi proteggono il bambino Zeus con un fulmine dietro di lui e il suo nome iscritto. La scena è ambientata in una grotta sul Monte Ida a Creta. Curèti – Divinità minori della mitologia greca che costituivano il seguito di Rea, al cui parto assistettero, in numero di tre, eseguendo una danza guerresca con la quale vollero coprire i vagiti del neonato divino (cioè Zeus) per impedire che giungessero all’orecchio del padre Crono che lo avrebbe divorato.
Un riferimento alla danza di guerra di Ares si trova nell’Iliade , composta circa 2700 anni fa. In risposta alle provocazioni dell’eroe greco Aiaces sul campo di battaglia della guerra di Troia , l’eroe troiano Ettore ammonì Aiace:
Ebbene, io stesso so come combattere e uccidere gli uomini in battaglia. So bene come voltare a destra, come voltare a sinistra la pelle di bue stagionata in uno scudo robusto da brandire nella lotta. So come caricare in carri clamorosi e scontranti guidati da cavalli che si lanciano. So nel combattimento ravvicinato come calpestare la misura del furioso dio della guerra Ares.
La danza romana che i migliori nati tra i Romani, quelli chiamati Salii, nome di un sacerdozio, eseguono in onore di Ares, il più bellicoso degli dei. È una danza che è allo stesso tempo molto maestosa e molto sacra. Priapo, una divinità guerriera , uno dei Titani, si occupava di dare lezioni di scherma, aveva affidato Ares alle sue cure da Era . Ciò accadde quando Ares era ancora un ragazzo, sebbene fosse muscoloso e smisuratamente virile. Priapo non insegnò ad Ares a maneggiare le armi finché non lo ebbe reso un ballerino perfetto. Infatti, Priapo ottenne persino una pensione da Era per questo. Gli fu assegnato di ricevere da Ares in perpetuo un decimo di tutto il bottino che era stato accumulato da Ares in guerra.
el distinguere le danze di guerra da quelle pacifiche, Platone descrisse una danza di guerra pirrica come la danza di Ettore per Ares:
La divisione della danza guerriera, essendo distinta da quella pacifica, si può giustamente chiamare Pirrica. Rappresenta modi di eludere tutti i tipi di colpi e colpi deviando e abbassandosi e saltando lateralmente verso l’alto o accovacciandosi. Rappresenta anche i tipi opposti di movimento, che portano a posture attive di offesa, quando si sforza di rappresentare i movimenti coinvolti nel tiro con archi o freccette e colpi di ogni tipo.
Platone, Leggi { Νόμοι } 815A (Libro 7), testo in greco antico e Le citazioni successive delle Leggi di Platone hanno una fonte simile. Sulla “danza di Pirro {πυρρίχιος / πυρρίχη}” vedere Luciano di Samosata, Sulla danza { De Saltatione / Περὶ Ὀρχήσεως } 9, disponibile in Harmon (1936) e Carvajal (2024).
Marzo, nell’antica Roma, era uno dei due mesi dedicati ai riti compiuti dai Salii, uno dei più antichi collegi sacerdotali dell’Urbe, probabilmente antecedente alla nascita stessa della città, il cui nome, secondo un verso dei Fasti di Ovidio
iam dederat Saliis a saltu nomina ducta armaque et ad certos verba canenda modos Aveva già dato ai Salii i nomi derivati dal salto e aveva fatto in modo che le armi e le parole da cantare fossero portate secondo precisi ritmi.
et ad certos verba canenda modos traduci: e le parole da cantare fossero portate (o condotte) secondo precisi ritmi.
iam dederat: aveva già dato
Saliis: ai Salii (un collegio di sacerdoti romani)
a saltu nomina ducta: i nomi derivati dal salto (si riferisce ai loro rituali di danza)
armaque: e le armi
deriverebbe dal verbo latino salire, cioè saltare, per via della particolare andatura saltellante che tenevano durante le processioni sacre, ossia, eseguendo probabilmente una sorta di antica danza tribale. I Salii risiedevano nella Curia Saliorum, posta sul Palatino e ancora non bene identificata, ed erano distinti in due collegi, i cui membri erano scelti tra le gens patrizie: i Salii Palatini, istituiti da Numa Pompilio e i Salii Quirinales istituiti da Tullo Ostilio.
Salii erano un antico collegio sacerdotale romano dedicato al dio Marte. La loro principale funzione era eseguire una danza rituale in onore del dio, durante la quale portavano armi sacre e cantavano antichi inni. La frase descrive l’istituzione di questo collegio e dei suoi rituali.
Il loro compito primario era custodire i Pignora imperii erano i sette oggetti sacri che garantivano, secondo le credenze dei romani, il potere e la salvezza di Roma, ossia secondo il grammatico e commentatore di Virgilio Servio Mario Onorato, tra l’altro uno dei protagonisti delle Notti Attiche di Aulo Gellio
septem fuerunt pignora, quae imperium Romanum tenent: acus matris deum, quadriga fictilis Veientanorum, cineres Orestis, sceptrum Priami, velum Ilionae, palladium, ancilia
C’erano sette pegni, che mantenevano l’impero romano: l’ago della madre degli dei, la quadriga di terracotta dei Veienti, le ceneri di Oreste, lo scettro di Priamo, il velo di Iliona, il Palladio, gli ancilia.
I “pignora imperii” erano sette oggetti sacri che, secondo la tradizione romana, garantivano la potenza e l’invincibilità di Roma. Essi erano:
Acus Matris Deum (l’ago della madre degli dei):
Si riferisce alla pietra nera, simbolo della dea Cibele, portata a Roma durante la seconda guerra punica.
Quadriga fictilis Veientanorum (la quadriga di terracotta dei Veienti):
Una statua di terracotta raffigurante una quadriga, proveniente dalla città etrusca di Veio.
Cineres Orestis (le ceneri di Oreste):
Le ceneri del mitico Oreste, figlio di Agamennone, che secondo la leggenda furono portate a Roma.
Sceptrum Priami (lo scettro di Priamo):
Lo scettro del re di Troia, Priamo.
Velum Ilionae (il velo di Iliona):
Velo di Iliona, figlia di priamo.
Palladium (il Palladio):
Una statua di Pallade Atena, considerata un talismano protettivo per la città.
Ancilia (gli ancilia):
Dodici scudi sacri, uno dei quali si credeva fosse caduto dal cielo, a protezione di Roma.
Ossia, il betilo di Cibele, una pietra conica nera, forse un meteorite, trasferito a Roma durante le guerre puniche, la quadriga di Veio, opera in terracotta dello scultore etrusco Vulca che ornava il tempio di Giove sul Campidoglio, le ceneri di Oreste, dato che, secondo una variante del mito, narrata per esempio da Iginio, dopo essere sbarcato a Reggio, risalì l’Italia sino a giungere nel celebre bosco dedicato a Diana Aricina, per essere liberato dalla Erinni ed espiare il matricidio (lo stesso luogo legato al mito di Ippolito Virbio, che implica una precoce ellenizzazione del santuario, e alla figura del rex nemorensis, su cui Frazer basò il suo Ramo d’oro), lo scettro di Priamo, ultimo re di Troia, il velo di Iliona, sua figlia suicida, il Palladio, ovvero la scultura fatta da Atena per l’amica Pallade, custodita secondo la leggenda nella rocca di Ilio e restituita in Calabria a Enea da Diomede, e gli ancilia, gli scudi sacri, gli oggetti più arcaici e per usare un termine caro a Mircea Eliade, più ricchi di mana.
" ... riapparendo alla vita o rifacendo il cammino palingenetico nel ciclo della generazione: “κύκλoς τῆς γενέσεως” (Orph. fr. 226). Come il fuoco sprigiona a migliaia le infuocate scintille, così moltitudini di esseri scaturiscono dall’imperituro e vi fanno ritorno (MuNDaka-Upanisad [sic], II. 1. 1.), per chi almeno vincola ancora l’istinto della conservazione della specie, né seppe varcare il fiume delle passioni umane, secondo insegnano i poeti vedici ed i progenitori degli italo-greci: “κύκλου τὲ λἡξαι καὶ ἀναπρεύσαι κακότητος” (Orph. fr. 226). "da: Giacomo Boni, "Casa Romuli"
Secondo la tradizione esoterica, quando la purificazione giunge al suo compimento l’anima, ormai del tutto indipendente dal corpo, capace di una esistenza ‘separata’, si svincola dal ciclo della nascita/morte proprio di tutte le forme materiali ( kύklos tès ghenéseos – ο κύκλος της γενέσεως), si affranca dalla ruota di Moira, cioè del Destino (ο της Μοίρας τροχός). confer Accademia Platonica
Mundaka Upanishad
La Mundaka Up., che appartiene all’Atharvaveda, è una delle Upanisad più celebrate e commentate nell’India. Il titolo sembra significare che essa si rivolge a un ordine di asceti che seguivano il voto della «rasatura» del capo; ma potrebbe pure alludere all’effetto dell’insegnamento in essa impartito, che è tale da «radere», ossia distruggere, l’errore. La conoscenza dell’identità tra Atman e Brahman, che si raggiunge quando si sia purificato l’animo per mezzo dell’ascesi e della condotta moralmente pura, conferisce la liberazione dal ciclo delle esistenze, l’assorbimento e, a quanto sembra, la dissoluzione nell’Assoluto; il rito e il sacrificio, in quanto ancorati alle cose terrene, permettono soltanto una felicità transitoria. L’Assoluto è l’origine di tutto. si muove nell’intimo di ognuno, ma tutto trascende ed è il traguardo da raggiungere [chiamato Brahman, Atman, Purusa («spirito universale») e Tat; ma non c’è equivalenza completa fra i termini, se è vero che il Purusa in 3, 1, 3 è detto matrice del Brahman. Frequenti sono i contatti e le derivazioni da altre Upanisad, cosicché la Mund. Up. deve essere considerata tra le più recenti delle Upanisad vediche.
PRIMO KHANDA 1. Brahma fu il primo degli dei. Creatore dell’universo, protettore del mondo, egli espose la scienza del Brahman, fondamento d’ogni altra scienza, al figlio maggiore Atharvan. 2. La scienza del Brahman, che Brahma aveva rivelato ad Atharvan, Atharvan a sua volta l’espose ad Angir, questi a Bharadvaja Satyavaha, Bharadvaja ad Angiras, sia la superiore, sia l’inferiore. 3. Saunaka, possessore di grandi ricchezze, avvicinatosi secondo il dovuto ad Angiras, gli chiese: «O signore, qual è la cosa che, conosciuta, permette di conoscere tutto?». 4. A lui quegli rispose: I conoscitori del Brahman dicono che bisogna conoscere due scienze, la superiore e l’inferiore. 5. «Di esse l’inferiore è costituita dal Rgveda, dal Yajurveda, dal Samaveda, dall’Atharvaveda, dalla fonetica, dalla ritualistica, dalla grammatica, dall’etimologia, dalla metrica, dall’astronomia. La [scienza] superiore è quella per mezzo della quale si raggiunge l’Indistruttibile». 6. «Invisibile, inafferrabile, senza famiglia né casta, senza occhi né orecchie, senza mani né piedi, eterno, onnipresente, onnipervadente, sottilissimo, non soggetto a deterioramento, Esso è ciò che i saggi considerano matrice di tutto il creato». 7. «Come il ragno emette [il filo] e lo riassorbe, come sulla terra crescono le erbe, come da un uomo vivo nascono i capelli e i peli, così dall’Indistruttibile si genera il tutto». 8. «Il Brahman si forma per mezzo dell’ascesi, da esso nasce l’alimento, dall’alimento il respiro vitale, la mente, la verità, i mondi e ciò ch’è immortale nelle azioni». 9. «Da colui che tutto conosce, che sa tutto, per il quale l’ascesi è costituita dalla conoscenza, da costui nasce questo Brahman, ossia l’individualità e l’alimento».
SECONDO KHANDA Questa è la verità: 1. Le azioni sacrificali, che i poeti videro [e descrissero] nelle raccolte degli inni sacri, sono state ripetutamente realizzate dinanzi ai tre [fuochi del sacrificio]. Effettuatele sempre, voi che bramate il vero: questa è la via che vi condurrà al mondo [che si conquista] con le opere buone. 2. Quando la fiamma balena, essendo stato acceso il fuoco sacrificale, allora in mezzo alle due porzioni di burro liquefatto bisogna gettare le offerte [del sacrificio]. 3. Se uno compie l’agnihotra senza accompagnarlo con i riti del novilunio e del plenilunio, [del giorno iniziale] delle tre stagioni, dell’offerta dei primi raccolti, senza [tributare le dovute onoranze agli] ospiti, oppure se non lo compie, o non lo dedica a tutti gli dei, o non lo compie secondo le regole, per costui [le manchevolezze riscontrate] distruggono tutti i mondi fino al settimo 4. La Nera, la Terribile, la Rapida come il pensiero, la Tutta rossa, la Tutta fumosa, la Scintillante e la Divina tutta splendente, queste sono le sette lingue balenanti [del fuoco sacro]. 5. Se uno compie il sacrificio quando queste scintillano, porgendo le offerte sacrificali al tempo dovuto, esse, [come] raggi di sole, lo conducono dove risiede l’unico signore degli dei. 6. Dicendogli «Vieni! vieni!», le risplendenti offerte scortano il sacrificatore su per i raggi del sole, rivolgendogli parole gentili e onorandolo: «Questo è il mondo del Brahman, puro e perfetto, a te [riservato]». 7. [Simili a] instabili barche sono le diciotto forme di sacrificio nelle quali s’esprime l’opera inferiore (l’atto rituale). Gli sciocchi che considerano questa come il sommo bene, ricadono nella vecchiezza e nella morte. 8. Trovandosi immersi nell’ignoranza, sicuri di sé, ritenendosi saggi, gli sciocchi s’aggirano urtandosi a vicenda, come ciechi guidati da un cieco. 9. Variamente immersi nell’ignoranza, puerilmente essi pensano: «Abbiamo raggiunto il nostro scopo!». Legati all’azione, oppressi da ciò che non comprendono a causa della passione, una volta che hanno esaurito [il frutto dell’azione e] il mondo [che quella ha determinato], precipitano [di nuovo nel samsara]. 10. Convinti che il sacrificio e le azioni meritorie siano il meglio, quegli sciocchi non conoscono null’altro di superiore. Dopo aver goduto sulla cima dell’universo del loro buon agire, cadono in questo mondo o [anche] in uno più basso. 11. Coloro invece che nella foresta sono dediti all’ascesi e alla fede, sereni, saggi, vivendo d’elemosina, puri, attraverso la porta del sole giungono là dove sta lo Spirito Universale, l’immortale, l’immutabile Atman. 12. Un brahmano, considerando che [l’acquisizione dei] mondi [ultraterreni] è fondata sull’azione, può essere preso dalla disperazione al pensiero che ciò che è increato non può discendere da ciò che è creato. Per aver la conoscenza, allora, deve rivolgersi, con il combustibile in mano [come un alunno], a un maestro, esperto delle dottrine sacre, assorto nel Brahman. 13. S’avvicina a lui con rispetto, con lo spirito placato, del tutto sereno, e il saggio a lui rivela secondo verità questa scienza del Brahman, per la quale giunge a comprendere l’indistruttibile Spirito Universale, la verità.
SECONDO MUNDAKA PRIMO KHANDA Ecco la verità: 1. Come da un fuoco ben acceso a migliaia si dipartono scintille che hanno la stessa natura, così dall’Indistruttibile, o caro, diverse creature nascono e in esso poi ritornano. 2. Divino, incorporeo è lo Spirito Universale; esso comprende ciò che è esteriore e ciò che è interiore, è innato. Senza respiro, senza intelletto, puro, è superiore all’Indistruttibile, che a sua volta tutto trascende. 3. Da Lui nascono il respiro vitale, l’intelletto e tutti gli organi dei sensi, l’etere, il vento, la luce, le acque, la terra, sostegno di tutto. 4. Il fuoco è la [sua] testa, la luna e il sole sono i [suoi] occhi, i punti cardinali sono le [sue] orecchie, i Veda rivelati son la [sua] voce, il vento il [suo] respiro, il mondo è il [suo] cuore, la terra [procede] dai [suoi] piedi, egli è l’anima interiore di tutte le cose create. 5. Da Lui [proviene] il fuoco, per il quale il sole costituisce il combustibile, dalla luna [vien] la pioggia, [dalla pioggia nascono] le piante sulla terra, quindi il maschio versa il seme nella femmina: dallo Spirito Universale sono state generate molte creature 6. Da Lui [derivano] gli inni, la melodia, le formule sacrificali, l’iniziazione, i sacrifici, tutti i riti e le offerte sacrificali, l’anno, il sacrificatore e i mondi dove brilla la luna e dove brilla il sole. 7. Da Lui sono stati in varia guisa generati gli dei, gli esseri celesti, gli uomini, le bestie, gli uccelli, il prana e l’apana, il riso e l’orzo, l’ascesi, la fede, la verità, la castità e le regole. 8. Da Lui derivano i sette prana, le sette fiamme, il combustibile, le sette oblazioni, i sette mondi dove si muovono i prana, che stanno nell’intimo [d’ognuno] disposti a sette a sette 9. Da Lui [procedono] gli oceani e tutte le montagne, originati da Lui scorrono i fiumi d’ogni tipo, da Lui [provengono] tutte le piante e la linfa vitale, cosicché può dirsi che Egli, come anima interiore, dimora in ogni creatura. 10. Lo Spirito Universale è l’universo: azione, ascesi, Brahman, immortalità suprema. Colui che lo riconosce riposto nel profondo [del cuore], costui quaggiù scioglie i nodi dell’ignoranza, o caro.
SECONDO KHANDA 1. Il rifugio supremo (ossia il Brahman) s’è manifestato, esso che porta il nome di «moventesi nel profondo». Ciò che si muove e respira e palpita negli occhi in Esso è fissato. Sappiate che Esso è migliore dell’Essere e del non Essere, che è superiore alla conoscenza, che è il meglio per le creature. 2. Esso è fulgente, più sottile del sottile, in Esso risiedono i mondi e i loro abitanti, Esso è l’indistruttibile Brahman, è il respiro, la parola, l’intelletto, Esso è la verità, l’immortale. Sappi, o caro, che Esso è il [bersaglio] da colpire. 3. Avendo preso per arco la grande arma costituita dalle Upanisad, e avendola tirata con la mente che è giunta a [comprendere] la natura del Tat, s’incocchi la freccia acuita dalla meditazione. Sappi che questo eterno è il [bersaglio] da colpire, o caro. 4. Si dice che la sillaba Om è l’arco l’Atman è la freccia, il Brahman è il traguardo. Senza distrazioni, questo bisogna colpire. Come la freccia [s’immedesima nel bersaglio, in egual modo] l’uomo otterrà l’identità con il Tat. 5. In Esso sono tessuti il cielo, la terra e l’atmosfera, la mente insieme con tutti gli organi di senso: riconoscetelo come l’Atman unico-esistente. Lasciate ogni altro discorso. Questo è il ponte dell’immortalità. 6. In Esso, come i raggi nel mozzo della ruota, si congiungono le arterie; Esso si muove [celato] all’interno, pur manifestandosi in varie guise. Meditate sull’Atman, considerandolo come la sillaba Om. La fortuna vi assista nel passaggio al di là delle tenebre. 7. Colui che tutto conosce, tutto sa, del quale sulla terra si contempla la grandezza, questo Atman è fisso nel firmamento, nella celeste cittadella del Brahman 8. Esso è fatto di pensiero, regge lo spirito vitale e il corpo, risiede nell’alimento. Controllando il cuore i saggi lo contemplano per mezzo della conoscenza, Esso che risplende immortale, costituito di felicità. 9. Si spezza il nodo del cuore, si sciolgono tutti i dubbi, si dissolvono tutte le azioni quando si riconosce il [Brahman nelle sue due forme] superiore e inferiore. 10. Dietro un aureo sublime velo risiede il Brahman puro, indiviso, brillante, luce delle luci: Esso è quello che conobbero i conoscitori dell’Atman.” 11. Là non riluce il sole, non la luna e le stelle, non brillano i lampi, per non parlar del fuoco; tutto l’universo risplende se Esso risplende, tutto questo universo brilla della sua luce 12. Questo è il Brahman immortale. Il Brahman si distende a oriente e a occidente, a Sud e a Nord, in alto e in basso. Il Brahman è il Tutto, è l’ottimo.
TERZO MUNDAKA PRIMO KHANDA 1. Due alati, stretti amici, sono attaccati allo stesso albero. L’un d’essi mangia i dolci fichi, l’altro senza mangiare guarda attentamente. 2. Su un albero eguale lo spirito individuale, imprigionato, soffre, accecato dalla sua impotenza; quando vede l’altro, il signore sovrano nella sua soddisfazione e nella sua maestà, è libero dal dolore. 3. Quando il meditante distingue l’aureo creatore, il sovrano, lo Spirito Universale, che è matrice del Brahman, allora, raggiunta la conoscenza, dopo essersi liberato del bene e del male, senza macchia, raggiunge l’identità suprema. 4. Esso è il soffio vitale che risplende in tutte le creature. Colui che comprende, colui che conosce, non parla senza criterio. Si compiace dell’Atman, gode dell’Atman, e, pur compiendo le azioni sacrificali, diventa il migliore dei conoscitori del Brahman. 5. Con la verità, con l’ascesi, con la retta conoscenza, con la castità continua è possibile [cercare di] ottenere questo Atman. Costituito di luce, puro, Esso abita dentro il corpo. Gli asceti lo contemplano quando hanno cancellato le loro colpe. 6. La verità vince, non la menzogna; attraverso la verità passa la via che porta al mondo degli dei. Lungo di essa i veggenti che hanno realizzato i loro desideri giungono là dove si trova il Tat, la suprema dimora della verità. 7. Il Tat risplende, grande, divino, inconcepibile nella sua forma, più sottile del sottile; lontanissimo, distante, Esso è pur qui vicino sulla terra, nascosto nell’intimo [del cuore] per coloro che [rettamente] vedono. 8. Non è possibile raggiungerlo con l’occhio, né con le parole, né con gli altri organi dei sensi, o con l’ascesi o con l’azione sacrificale. Chi ha l’animo puro per la luce della conoscenza lo vede nella sua interezza quando medita. 9. Questo Atman sottile può essere conosciuto [soltanto] con il pensiero, nel quale il respiro è penetrato con le sue cinque forme: tutto il pensiero delle creature è [infatti] intessuto con i soffi vitali Quando [il pensiero] è purificato, risplende allora l’Atman. 10. Qualsiasi mondo con la mente si formi, qualsiasi desiderio concepisca, chi ha l’animo puro tale mondo conquista e tale desiderio. Chi desidera la felicità onori dunque il conoscitore dell’Atman
SECONDO KHANDA 1. Costui (il conoscitore dell’Atman) conosce la sede suprema del Brahman: fondato su di esso l’intero universo rifulge, puro. I saggi, che, privi di desideri, venerano lo Spirito Universale, passano oltre [ogni] impurità. 2. Colui che nella mente concepisce desideri, costui rinasce ora qui ora là secondo i desideri. Per chi ha placato i desideri e si è preparato interiormente, già qui in terra tutti i desideri si dissolvono. 3. Non è possibile raggiungere l’Atman con l’insegnamento, e neppure con l’intelletto né con molta dottrina. Lo può ottenere soltanto colui che Esso trasceglie; a costui l’Atman medesimo rivela la propria essenza 4. L’Atman non può essere raggiunto da chi non ha forza, e neppure attraverso la distrazione o un’ascesi irregolare. Soltanto l’animo di colui che, saggio, si sforza con i mezzi [adatti], entra nella dimora del Brahman. 5. Avendolo ottenuto, i veggenti che sono soddisfatti della conoscenza, che si sono preparati interiormente, privi di passioni, placati, avendo ottenuto in ogni dove colui che dappertutto penetra, saggi, con lo spirito raccolto, penetrano nel Tutto. 6. Coloro che hanno come scopo ben determinato la conoscenza del Vedanta, gli asceti che si son purificati praticando la rinuncia, tutti costoro, al momento supremo, del tutto immortali, son liberi nei mondi del Brahman. 7. Le quindici parti [della natura umana] ritornano ai loro fondamenti tutti i sensi ritornano agli elementi cosmici corrispondenti. Le azioni e il sé costituito di conoscenza, tutti s’unificano nel principio supremo indistruttibile. 8. Come i fiumi che scorrono si dissolvono nell’oceano perdendo la loro individualità, così il saggio, liberato dall’individualità, s’immerge nel divino Spirito Universale, più alto della cosa più alta. 9. Colui che conosce questo supremo Brahman diventa il Brahman, e nella sua stirpe non nasce chi non conosca il Brahman. Supera il dolore, supera il male, libero dai legami interiori diventa immortale. 10. Ciò è stato dichiarato nel verso sacro: “Coloro che compiono i riti sacri, esperti nei Veda, devoti al Brahman, che, pieni di fede, se stessi sacrificano all’Unico veggente, a costoro, dopo che abbiano secondo il rito praticato il voto [della rasatura] del capo, deve essere insegnata questa scienza del Brahman”. 11. Questa è la verità che un dì proclamò il veggente Angiras. Chi non ha compiuto il sacro voto non può apprenderla. Onore ai sommi veggenti, onore ai sommi veggenti!
Esistono due scienze, l’inferiore, costituita dai testi sacri e dalla pratica dei riti, e la superiore. Soltanto quest’ultima permette di raggiungere il Brahman, dal quale si genera e nel quale si ricongiunge tutto il creato, in un circolo senza fine: infatti – dice l’Upanisad anticipando le conclusioni – il Brahman si genera dall’ascesi, che è uguale alla conoscenza, e l’ascesi a sua volta si genera dal Brahman individuato, ossia dall’Assoluto che è presente nell’interiorità umana. È questa una delle più antiche enumerazioni dei Vedanga, “”membri del Veda””, e sottolinea la derivazione delle varie scienze dalla considerazione del sacrificio.” Il rito e il culto, rettamente eseguiti, permettono di raggiungere un’esistenza elevata e felice, ma pur sempre transitoria: l’increato non può raggiungersi partendo da ciò che è stato creato. Soltanto il ricorso a un maestro spirituale potrà consentire di superare il mondo con tutte le sue contingenze di bene e di male. Assai brusco è il passaggio dall’esaltazione del sacrificio alla svalutazione del medesimo (str. 7); ma le Upanisad sono opera di poeti e di mistici, i quali procedono per illuminazioni improvvise, per accenni, per antifrasi, non seguono un filo rigoroso di ragionamento. I tre fuochi, garhapatya, ahavaniya e daksina, sono posti rispettivamente a occidente, a oriente e a meridione del luogo del sacrificio, e simboleggiano il sole, la terra, la luna. Secondo una diffusa tradizione i mondi terreni e celesti sono sette. 18 è un numero tradizionalmente sacro; qui indica tutte le forme del sacrificio. In questa strofe sono enumerate brevemente le tappe della dottrina dei cinque fuochi. Vedi Ch.Up., 5, 3-10. Secondo Sankara i sette prana sono gli organi dei sensi nella testa (occhi, orecchie, narici, bocca); le sette fiamme sono prodotte dall’attività di quegli organi; il combustibile è costituito dal complesso degli oggetti dei sensi; le oblazioni sono le percezioni di questi oggetti; i sette mondi infine si formano come risultato della percezione. Il battito delle palpebre è caratteristico dei mortali; gli dei hanno l’occhio fisso. La meditazione sulla sillaba Om, simbolo dell’Assoluto, è il fulcro dell’insegnamento delle Upanisad.
I due uccelli rappresentano uno l’individuo ancor rivolto ai godimenti, l’altro l’asceta che è giunto alla contemplazione del Brahman. Cfr. Svet. Up., 4, 6-7. La contraddizione con la str. 5 è evidente; ma, se l’ascesi è indispensabile premessa, il riconoscimento dell’identità Atman-Brahman supera ogni piano umano, rivelandosi come un’illuminazione mistica che nulla ha a che fare con la morale o la ragione. Le forze vitali si riassumono nel pensiero, che, pur da quelle sostenuto, ne è in certo modo l’espressione più alta. Quindi purificare il pensiero significa purificare completamente l’individuo. Come ad es. in Ch.Up., 8, 2, lo, anche qui alla raggiunta conoscenza viene attribuito un valore pratico: residuo dell’antica concezione che attribuisce alla verità e alla conoscenza il carattere magico di forza operante di per sé, o, forse meglio, indizio d’un attaccamento alla vita che l’idealismo prevalente non riesce del tutto ad annullare. Non può prescindersi dalla condotta pura, come più volte è stato ripetuto; ma al Brahman giungono soltanto gli eletti dal Brahman stesso. In questa affermazione è da vedersi il primo spunto della posteriore dottrina della grazia divina salvatrice del devoto fedele. Cfr. Kath. Up., 1, 2, 23.
«τί δέ τις; τί δ᾽ οὔ τις; σκιᾶς ὄναρ / ἄνθρωπος. ἀλλ᾽ ὅταν αἴγλα διόσδοτος ἔλθῃ, / λαμπρὸν φέγγος ἔπεστιν ἀνδρῶν καὶ μείλιχος αἰών, Cosa siamo? Cosa non siamo? Sogno di un’ombra / l’uomo. Ma quando, dono degli dèi, appare un bagliore, / vivida luce si spande sugli umani, e dolce la vita» (VIII, 95-97, p. 172).
«Esseri della durata d’un giorno. Che cosa siamo? Che cosa non siamo?
Sogno d’ un’ombra l’uomo: ma quando un bagliore divino ci giunga
fulgido risplende sugli uomini il lume e dolce è la vita».
(Pindaro, Pitica VIII, vv. 95-97).
A molti pare un saggio fra stolti che la vita colma di giuste scelte chi senza gran fatica prosperità ottiene; ma la fortuna non sta in mano agli uomini, gli dei soli posson recarla: una volta uno levano in cielo, ma un altro scaglian nel fango, secondo misura. A Megara un premio hai ottenuto, Aristomene, ancora nella valle di Maratona, con tre vittorie hai poi vinto il patrio agone, grande impresa; su quattro corpi ti sei anche scagliato, maledicendoli nella tua mente, a loro nelle Pitiche si decretò: né un ritorno gradito, né un dolce riso, una volta giunti presso la madre amata, han recato loro la gioia; lontano dai nemici si rintanano nelle vie solitarie, tormentati dalla sventura. Chi ha ottenuto una nuova sorte grandiosa vola pieno di speranza in una grande felicità, alto sulle ali del suo valore, con brama più forte della ricchezza. In un attimo dei mortali cresce la gioia, ma allo stesso modo a terra precipita se scossa da contrario volere divino. Effimeri siamo: cos’è qualcuno? cos’è invece nessuno? Sogno di un’ombra è l’uomo. Ma se un lampo giunge, disceso dal cielo, allora splendida luce gli uomini investe, e dolce diviene la vita.
Lacònico dal lat. Laconĭcus, gr. Λακωνικός, di Λάκων «lacedemone, spartano»; laconĭcum. Della Laconia, antica regione della Grecia, dialetto del greco antico, appartenente al gruppo dorico e parlato anticamente nella Laconia e nelle colonie di Taranto
Compiaciuta allusività, lo stile criptico ma asciutto, al contempo oracolare e apodittico
(apodèiknymi = dimostrare, apodeiktikòs = suscettibile di dimostrazione) cui non a caso si usa riferirsi con l’aggettivo “laconico”.
Gli Apoftegmi spartani ( Ἀποφθέγματα Λακωνικά, Apophthégmata Lakoniká) sono un’opera letteraria di Plutarco, catalogata all’interno dei Moralia, strutturata come una silloge di citazione di spartani
“detto”, “sentenza”, “massima”, e si usa per una frase o sentenza di tipo aforistico, che reca in estrema sintesi una verità profonda e al contempo stringente. In particolare, l’apoftegma ha dei tratti in comune con l’aneddoto, con la sentenza e con il proverbio, pur non essendo completamente riconducibile ad alcuno di essi.
Έτσι και ο Λακωνικός λόγος δεν έχει περιττά περιβλήματα… (ΠΛΟΥΤΑΡΧΟΣ)
Così il discorso laconico non ha allegati inutili… (PLUTARCHO)
RIGUARDO ALL’ADOLESCHIA (adoleschia è linguaggio sfrenato (gergo, cenologia), IL DISCORSO) Usare la ragione per quanto riguarda gli effetti di una condotta contraria, ascoltando sempre, ricordando ed essendo pronti a usare le lodi date alla segretezza e al carattere modesto, santo e misterioso del silenzio, senza dimenticare anche che chi dice poche e ben fatte parole e sa condensare in poche parole molti significati è più ammirato e amato e considerato più saggio di quei chiacchieroni dilaganti e parafrasanti. Platone elogia persino queste persone, dicendo che sono come abili lancieri, perché ciò che dicono è pieno, pieno e condensato. Anche Licurgo, costringendo i suoi concittadini fin dalla prima infanzia ad acquisire questa abilità attraverso il silenzio, li rese sobri e parsimoniosi nel parlare. Vale a dire, come i Celtiberi temprano il ferro seppellendolo nella terra e poi ripulendo il grande accumulo di terra, così il discorso laconico non ha involucri superflui, ma, lavorato mediante l’eliminazione di tutto il surplus, viene temprato fino a diventa perfettamente efficace; la loro capacità di citazioni e la prontezza nelle risposte rapide è il frutto di tanto silenzio. Bisogna infatti mostrare ai chiacchieroni esempi di questo genere, affinché vedano quanta grazia e quanta potenza hanno; dicano: “Gli Spartani a Filippo; Dionigi a Corinto”. Così come quando Filippo scrisse loro: “Se invado la Laconia, vi espellerò”, essi risposero: “Se”. Quando il re Demetrio si indignò e gridò: “Un ambasciatore mi è stato inviato dagli Spartani!” l’ambasciatore ha risposto con calma: “Uno contro uno”. Anche tra gli antichi si ammirano i monologhi, e nel santuario dell’Apollo pitico gli Anfizionioni scrissero non l'”Iliade” e l'”Odissea” né i peana di Pindaro, ma gli “Gnothi sauton”, il “Miden agan” e l'”Engya” troppo”, ammirando la densità e la semplicità dell’espressione che racchiude un significato ben forgiato all’interno della brachilogia. Non è forse il dio stesso che ama la brevità e la brevità dei suoi oracoli, e non è forse chiamato Loxia perché rifugge la verbosità piuttosto che l’oscurità? Coloro che si esprimono simbolicamente, senza parlare, non sono molto ammirati e lodati? Allora Eraclito, quando i suoi concittadini gli chiesero un parere sullo Stato, salì sul palco, prese una tazza d’acqua fredda, vi spruzzò farina d’orzo, la mescolò con un’ampolla, la bevve e se ne andò, mostrando così loro come si accontentano di ciò che hanno e non hanno bisogno di lussi mantengono le città in armonia e pace. Sciluro, re degli Sciti, lasciò dietro di sé ottanta figli; quando stava per morire ordinò che gli fosse portato un fascio di lance e ordinò ai suoi figli di prenderle e di spezzarle mentre erano legate insieme. Quando rinunciarono al tentativo, egli stesso prese le lance una ad una e le spezzò facilmente in due, mostrando così loro che la loro unità e unità era una cosa forte e invincibile, mentre la loro divisione era debole e instabile.
VOLUME DI ETICA 13 PLUTARCH
ΠΕΡΙ ΑΔΟΛΕΣΧΙΑΣ (αδολεσχία είναι η ακατάσχετη ομιλία (αργολογία, κενολογία), Η ΦΛΥΑΡΙΑ) Να χρησιμοποιήσουμε τη λογική μας ως προς τα αποτελέσματα της αντίθετης συμπεριφοράς, ακούγοντας πάντα, ενθυμούμενοι και έχοντας έτοιμα να χρησιμοποιήσουμε τα εγκώμια που αποδίδονται στην εχεμύθεια και τον σεμνό, ιερό και μυστηριακό χαρακτήρα της σιωπής, και χωρίς να ξεχνάμε επίσης ότι εκείνοι που λένε λίγα και καλοδουλεμένα λόγια και που μπορούν σε λίγες λέξεις να συμπυκνώσουν πολλά νοήματα θαυμάζονται και αγαπιούνται περισσότερο και θεωρούνται σοφότεροι από αυτούς τους αχαλίνωτους και παραφερόμενους φλύαρους. Ο Πλάτων μάλιστα επαινεί τους τέτοιου είδους ανθρώπους, λέγοντας πως μοιάζουν με τους επιδέξιους ακοντιστές, γιατί αυτά που λένε είναι πλήρη, μεστά και συμπυκνωμένα. Ο Λυκούργος, επίσης, αναγκάζοντας τους συμπολίτες του από τα πρώτα παιδικά τους χρόνια ν’ αποκτήσουν αυτή τη δεινότητα μέσω της σιωπής, τους έκανε περιεκτικούς και λιτούς στην ομιλία. Όπως, δηλαδή, οι Κελτίβηρες ατσαλώνουν το σίδερο θάβοντάς το στη γη και μετά καθαρίζοντας τη μεγάλη συσσώρευση του χώματος, έτσι και ο Λακωνικός λόγος δεν έχει περιττά περιβλήματα, αλλά, δουλεμένος με την αφαίρεση όλων των περισσευούμενων, ατσαλώνεται μέχρι που γίνεται απόλυτα αποτελεσματικός· αυτή τους η ικανότητα για αποφθέγματα και η ταχύτητα προς εύστροφες απαντήσεις είναι καρπός της πολλής σιωπής. Πρέπει μάλιστα να προβάλλουμε στους φλύαρους τα τέτοιου είδους υποδείγματα, ώστε να μπορέσουν να δουν πόση χάρη και δύναμη έχουν· φερ’ ειπείν: “Οι Λακεδαιμόνιοι στον Φίλιππο· ο Διονύσιος στην Κόρινθο”. Όπως επίσης όταν ο Φίλιππος τους έγραψε: “Αν εισβάλω στην Λακωνική, θα σας διώξω”, εκείνοι του απάντησαν: “Αν”. Όταν ο βασιλιάς Δημήτριος αγανάκτησε και φώναξε: “Έναν πρεσβευτή έστειλαν σε μένα οι Σπαρτιάτες!” ο πρεσβευτής απάντησε ατάραχος: “Έναν σε έναν”. Από τους παλαιούς, επίσης, θαυμάζονται οι ολιγόλογοι, και στο ιερό του Πυθίου Απόλλωνος οι Αμφικτύονες έγραψαν όχι την “Ιλιάδα” και την “Οδύσσεια” ούτε τους παιάνες του Πίνδαρου αλλά το “Γνώθι σαυτόν”, το “Μηδέν άγαν” και το “Εγγύα πάρα δ’ άτα”, θαυμάζοντας την πυκνότητα και τη λιτότητα της έκφρασης που περιέχει μέσα στη βραχυλογία ένα καλά σφυρηλατημένο νόημα. Μήπως δεν αγαπάει και ο θεός ο ίδιος την περιεκτικότητα και τη συντομία στους χρησμούς του και δεν ονομάζεται Λοξίας επειδή αποφεύγει περισσότερο την πολυλογία απ’ ό,τι την ασάφεια; Δεν θαυμάζονται και επαινούνται εξαιρετικά όσοι εκφράζονται συμβολικά, χωρίς να μιλήσουν; Έτσι ο Ηράκλειτος, όταν οι συμπολίτες του τού ζήτησαν να εκφέρει γνώμη για την ομόνοια, ανέβηκε στο βήμα, πήρε ένα κύπελλο με κρύο νερό, πασπάλισε μέσα κρίθινο αλεύρι, το ανακάτεψε με φλισκούνι, το ήπιε κι έφυγε, δείχνοντάς τους έτσι πως το ν’ αρκούνται σ’ αυτό που τους βρίσκεται και το να μη χρειάζονται πολυτέλειες διατηρεί τις πόλεις σε ομόνοια και ειρήνη. Ο Σκίλουρος, ο βασιλιάς των Σκυθών, άφησε πίσω του ογδόντα γιους· όταν πέθαινε πρόσταξε να του φέρουν δέσμη δοράτων και ζήτησε από τους γιους του να τα πάρουν και να τα σπάσουν έτσι όπως ήταν δεμένα όλα μαζί. Όταν εκείνοι παραιτήθηκαν από την προσπάθεια, πήρε ο ίδιος ένα ένα τα δόρατα και τα έσπασε εύκολα στα δύο, δείχνοντάς τους έτσι ότι η ενότητα και η ομόνοιά τους ήταν ισχυρό και ανίκητο πράγμα, ενώ η διάσπασή τους ασθενές και ασταθές.