Exercitationes ἄσκησις addestramento Seneca De Providentia

Ignis aurum probatmiseria fortes viros

Il fuoco è la prova dell’oro, la sventura quella dell’uomo forte

Quare aliqua incommoda bonis viris accidant,
cum providentia sit…

 

Per quale ragione alcune sventure toccano ai buoni pur essendovi la provvidenza…
 Exercitationes, ἄσκησις ,addestramento o “formazione”  a cui il divino, la Sorte, per gli stoici il logos impersonale, immanente, sottopone  il vir bonus, per sperimentarne, rafforzarne e metterne in mostra il valore.

L’idea delle sventure come banco di prova
della virtù è presente
nell’antica
Stoa, ma  è Seneca  porla al centro di un’intera opera:

‘De Provvidentia”

Si suppone  Seneca instauri il rapporto metaforico tra dio e l’uomo buono (saggio) come tra padre e figlio per allentare le maglie del rigido determinismo e fatalismo stoico, e riservare così  mediante un espediente retorico, un certo margine alla libertà morale dell’uomo, che si sperimenta, si forma, si eleva nel rapporto con il divino, il principio assoluto.
Le avversità, intese come prove, assumono quindi un significato altamente positivo, di iniziazione, poiché non solo impediscono all’uomo virtuoso di illanguidire 4, II 
Marcet sine adversario virtus: tunc apparet quanta sit quantumque polleat, cum quid possit patientia ostendit. Scias licet idem viris bonis esse faciendum, ut dura ac difficilia non reformident nec de fato querantur, quidquid accidit boni consulant, in bonum vertant; non quid sed quemadmodum feras interest
Il valore si infiacchisce se non ha avversari: allora appare quanto è grande e che forza ha, quando mostra la sua capacità di sopportazione. Sappi dunque che i buoni devono comportarsi nello stesso modo, non temere le difficoltà e le avversità né lamentarsi del fato, qualsiasi cosa accada la ritengano un bene e la trasformino in un bene; ciò che è importante non è ciò che tu sopporti ma in che modo lo sopporti.
Sono vere e proprie “occasioni di virtù” 6, IV. con uno strano  esito paradossale in cui il proprio valore è commisurato alle prove da affrontare.
Avversità inevitabili talvolta, dure, aspre ma in fin dei conti, onde del mare della vita tramite le quali ci si fortifica, talvolta ci si vivifica , sentendone e sperimentandone la drammaticità come intensità di energia vitale, di presenza alla vita, che ci costringe a leggere messaggi e simboli provenienti dal profondo della nostra esistenza. 

Nolite, obsecro vos, expavescere ista quae di inmortales velut stimulos admovent animis: calamitas virtutis occasio est.
Illos merito quis dixerit miseros qui nimia felicitate torpescunt, quos velut in mari lento tranquillitas iners detinet: quidquid illis inciderit, novum veniet.
Vi scongiuro, non spaventatevi di queste cose che gli dèi immortali infondono negli animi come degli stimoli: una disgrazia è un’occasione di virtù.
A ragione si possono definire miseri coloro che sono infiacchiti per l’eccessiva fortuna, che una inerte bonaccia opprime come su un mare piatto: ogni cosa che ad essi accadrà, sopraggiungerà come una novità.

 Il ricorso frequente a immagini militari, che rimandano alla metafora vita/milizia, sottolinea l’intento eroico marziale. l’influsso della visione  tradizionale romana,
MOS MAIORUM, che traspare dall’esempio
dei soldati.

 

Paragrafo 96, Libro 16 di Seneca Epistulae morales ad Lucilium

 

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VIVERE MILITARE EST

 

Atqui vivere, Lucili, militare est.

Itaque hi qui iactantur et per operosa atque ardua sursum ac deorsum eunt et expeditiones periculosissimas obeunt fortes viri sunt primoresque castrorum; isti quos putida quies aliis laborantibus molliter habet turturillae sunt, tuti contumeliae causa.
Vale.

Ma, caro Lucilio, vivere è fare il soldato.

Perciò coloro che sono sbattuti qua e là, e costretti a percorrere per dritto e per traverso strade faticose e difficili e affrontano spedizioni piene di rischi, sono uomini valorosi, i primi tra i soldati; quanti, invece, si lasciano languidamente andare a un ozio nauseante, mentre gli altri si affannano, sono delle colombelle, e si garantiscono la sicurezza con il disonore.

Stammi bene.

Il discorso morale svolto da Seneca si caratterizza nel senso di un’etica agonistica ed eroica, la quale in fatti ha come protagonista il vir bonus, il vir fortis che 

esprime in misura ancora più marcata la forza (morale) del
vir. II,3  e I,4 De Providentia
Athletas videmus, quibus virium cura est, cum fortissimis quibusque confligere et exigere ab iis per quos certamini praeparantur ut totis contra ipsos viribus utantur; caedi se vexarique patiuntur et, si non inveniunt singulos pares, pluribus simul obiciuntur.
lottatore di pancrazio louvere
Vediamo che gli atleti, che hanno cura del loro fisico, lottano con tutti i più forti ed esigono da coloro dai quali sono allenati per la gara, che questi impieghino tutte le loro forze contro di essi; tollerano di essere battuti e maltrattati e, se non trovano uno alla loro altezza, si battono con più avversari contemporaneamente.
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4. Ignominiam iudicat gladiator cum inferiore componi et scit eum sine gloria vinci  qui sine periculo vincitur.
Idem facit fortuna: fortissimos sibi pares quaerit, quosdam fastidio transit. Contumacissimum quemque et rectissimum adgreditur, adversus quem vim suam intendat: ignem experitur in Mucio, paupertatem in Fabricio, exilium in Rutilio, tormenta in Regulo, venenum in Socrate, mortem in Catone. Magnum exemplum nisi mala fortuna non invenit
Il gladiatore giudica vergognoso esser messo a confronto con uno a lui inferiore e sa che è sconfitto senza gloria chi è vinto senza pericolo.
Lo stesso fa la fortuna: va in cerca dei più forti, che siano al suo livello, alcuni li trascura con disprezzo.

Assale i più fieri e retti, contro i quali possa spiegare la sua forza: prova il fuoco in Muzio , la povertà in Fabrizio6 , l’esilio in Rutilio , le torture in Regolo , il veleno in Socrate, la morte in Catone. Solo la cattiva sorte trova un grande esempio.

Anche se cade, combatte ancora in ginocchio etiam si cecidit de genu pugnat

Il passo ulteriore consiste nell’affermare la volontaria ricerca, da parte del
vir bonus, di tali opportunità che gli consentono di far emergere la sua
virtus analogamente i soldati migliori sono avidi di occasioni in cui dimostrare quanto valgono 4, IV
Gaudent, inquam, magni viri aliquando rebus adversis, non aliter quam fortes milites bello; Triumphum ego murmillonem sub Ti. Caesare de raritate munerum audivi querentem: “Quam bella” inquit “aetas perit!” Avida est periculi virtus et quo tendat, non quid passura sit cogitat, quoniam etiam quod passura est gloriae pars est. Militares viri gloriantur vulneribus, laeti fluentem meliori casu sanguinem ostentant: idem licet fecerint qui integri revertuntur ex acie, magis spectatur qui saucius redit.
Talvolta, ti dico, gli uomini forti gioiscono delle avversità non altrimenti di come i soldati valorosi gioiscono della guerra; ho sentito il gladiatore Trionfo, sotto Tiberio Cesare, lamentarsi della poca frequenza dei giochi: “Che bel periodo” disse “è passato!” La virtù è avida di pericolo e pensa dove tendere, non cosa soffrirà, giacché anche ciò che soffrirà è parte della gloria.
I soldati fanno vanto delle loro ferite, fieri ostentano il sangue che scorre più felicemente: anche se quelli che tornano illesi dal campo di battaglia hanno compiuto le stesse imprese, ma viene guardato con maggior ammirazione quello che torna ferito.
Che il saggio sopporti le avversità volontariamente (perché riconosce nel corso delle cose il volere del fato e vi aderisce senza tentennamenti), è senza dubbio concetto stoico; nel  desiderare gli incommoda, preferire le difficoltà alla quiete per esaltare il proprio valore, appare un influsso del cinismo, forse  l’amico cinico Demetrio.
Inter multa magnifica Demetri nostri et haec vox est, a qua recens sum; sonat adhuc et vibrat in auribus meis:
“Nihil” inquit “mihi videtur infelicius eo cui nihil umquam
evenit adversi.”
Non licuit enim illi se experiri. Ut ex voto illi fluxerint omnia, ut ante votum, male tamen de illo di iudicaverunt: indignus visus est a quo vinceretur aliquando fortuna, quae ignavissimum quemque refugit, quasi dicat: “Quid ergo? Istum mihi adversarium adsumam? Statim arma summittet; non opus est in illum tota potentia mea, levi comminatione pelletur, non potest sustinere vultum meum.
Alius circumspiciatur cum quo conferre possimus manum: pudet congredi cum homine vinci parato.”
Tra i molti magnifici detti del nostro Demetrio , vi è anche questo, che ho da poco udito e che mi risuona ancora presente all’orecchio:
“Nulla” disse “mi sembra più infelice di colui al quale non capita mai nessuna avversità.”
Infatti a costui non è stato possibile provare le proprie capacità. Anche se tutto è filato liscio secondo i suoi desideri, o prima ancora di essi, tuttavia gli dèi non l’hanno giudicato positivamente: è sembrato indegno di vincere ogni tanto la fortuna, che rifugge da tutti gli imbelli, come se dicesse: “E che?
Dovrei prendermi costui come avversario? Deporrà subito le armi; non è necessaria contro di lui tutta la mia potenza, sarà allontanato da una blanda minaccia, non è in grado di sostenere il mio aspetto. Si trovi un altro, col quale io possa lottare: mi vergogno di scontrarmi con un uomo rassegnato alla sconfitta.
Dal punto di vista strettamente stoico, è indifferente che la virtù sia impegnata in prove difficili o si trovi in condizioni tranquille, che sia a tutti nota o resti oscura.
Seneca nel  De Providentia  insiste molto sulla necessità degli adversa affinché la virtus si manifesti e risplenda: ciò è funzionale al ruolo di examplar per gli altri uomini che Seneca attribuisce al saggio
Il  vero obiettivo di Seneca non sia tanto giustificare l’ordine cosmico
all’ amor fati, all’accettazione volontaria della necessitas, quanto dimostrare l’autosufficienza e la libertà del saggio, anche nella situazione più difficile.
Epistulae morales ad Lucilium (16, 3-5) 
Quidquid est ex his, Lucili, vel si omnia haec sunt, philosophandum est; sive nos inexorabili lege fata constringunt, sive arbiter deus universi cuncta disposuit, sive casus res humanas sine ordine inpellit et iactat, philosophia nos tueri debet.
Haec adhortabitur ut deo libenter pareamus, ut fortunae contumaciter; haec docebit ut deum sequaris, feras casum
Qualunque sia l’ipotesi valida fra queste, o Lucilio, o anche se fossero valide tutte insieme, si deve osservare la filosofia; sia che i fati ci tengano stretti con una legge inflessibile, sia che un Dio signore dell’universo abbia disposto ogni cosa, sia che il caso spinga e agiti le vicende umane senza ordine, la filosofia deve tutelarci.
Essa ci esorterà a ubbidire a Dio volentieri, alla sorte con fierezza; essa ti insegnerà a seguire Dio, a tollerare il caso.

Philosophia.. non in verbis sed in rebus est Seneca

 

SENECA LUCILIO SUO SALUTEM

[1]

Liquere hoc tibi, Lucili, scio,
neminem posse beate vivere, ne tolerabiliter quidem, sine sapientiae studio, et beatam vitam perfectā sapientiā effici, ceterum tolerabilem etiam inchoatā.

Sed hoc quod liquet firmandum et altius
cotidianā meditatione figendum est:
plus operis est in eo ut proposita custodias quam ut honesta proponas.

SENECA SALUTA IL SUO LUCILIO

[1]

So che ti è chiaro questo, o Lucilio,
(e cioè) che nessuno può vivere felicemente,
neppure in modo tollerabile, senza la ricerca della saggezza, e che la vita è resa felice da una saggezza completa, peraltro tollerabile
anche da (una saggezza) incompiuta.

Ma questo che è chiaro è da confermare e da fissare più in profondità con la quotidiana meditazione:
c’è più impegno nel fatto che tu mantenga i propositi che nel fatto di concepire propositi onesti.

Perseverandum est
et assiduo studio robur addendum, donec bona mens sit quod bona voluntas est.

Bisogna perseverare e con impegno assiduo aggiungere robustezza,
finché sia buona mente ciò che è buona intenzione.

[2] Itaque non opus est tibi apud me pluribus verbis aut affirmatione tam longā:
intellego multum te profecisse.

Quae scribis unde veniant scio; non sunt
ficta nec colorata. Dicam tamen quid sentiam: iam de te spem habeo,
nondum fiduciam.
Tu quoque idem facias volo: non est quod tibi cito et facile credas.

Excute te et varie scrutare et observa;
 illud ante omnia vide, utrum in 
philosophiā an in ipsā vitā profeceris.

[2] Perciò davanti a me non c’è bisogno per te di più parole o di un’affermazione così lunga:
capisco che tu hai progredito molto.

Le cose che scrivi so da dove vengono;
non sono inventate né falsate.
Dirò tuttavia che cosa penso:
ho già speranza su te, non ancora fiducia.
Voglio che anche tu faccia lo stesso: non è il caso che tu abbia sicurezza in te stesso subito e facilmente.

Scuotiti, e scruta e osserva sotto vari punti di vista;
prima di tutto vedi questo,
(cioè) se tu hai progredito nella filosofia oppure 

nella stessa vita.

[3]
Non est philosophia populare
artificium nec ostentationi paratum;
non in verbis sed in rebus est.
Nec in hoc adhibetur, ut cum aliquā oblectatione consumatur dies, ut dematur otio
nausia:
animum format et fabricat, vitam disponit, actiones regit, agenda et omittenda demonstrat, sedet ad gubernaculum et per ancipitia fluctuantium derigit cursum.
Sine hāc nemo intrepide potest vivere,
nemo secure; 

innumerabilia accidunt singulis horis quae consilium exigant, quod ab hāc
petendum est.

[3]
La filosofia non è un atteggiamento artefatto esibizionistico né finalizzato
all’ostentazione;
(non è un arte che serve a far mostra di se di fronte alla gente)

sta non nelle parole,
ma nei fatti.

Né si pratica a questo scopo, affinché la giornata trascorra con qualche
piacevolezza, affinché sia tolto il disgusto all’ozio:

plasma e costruisce l’animo, organizza la vita, governa le azioni, indica le cose da fare e le cose da tralasciare, 
siede al timone e dirige la rotta attraverso i pericoli delle situazioni burrascose.
Senza di lei 

nessuno può vivere intrepidamente, 
nessuno (può vivere) con sicurezza. 

Ogni momento accadono innumerevoli fatti che esigono una decisione che a lei è da chiedere.

[4] Dicet aliquis,”Quid mihi prodest philosophia,  si fatum est?
Quid prodest, si deus rector est?

Quid prodest, si casus imperat?

Nam et mutari certa non possunt et nihil
praeparari potest adversus incerta, sed aut consilium meum occupavit deus decrevitque quid facerem, aut consilio meo nihil
fortuna permittit.”

[4] Qualcuno dirà: “Che mi giova la filosofia, se esiste il destino?

Che giova, se un dio è colui che decide? 

Che giova, se comanda il caso?

Infatti sia i fatti prestabiliti non si possono modificare, sia nulla si può predisporre contro le cose incerte, ma o un dio ha prevenuto la mia decisione e ha deciso che cosa io dovessi fare, oppure la sorte nulla concede alla mia decisione.”

[5] Quidquid est ex his, Lucili, vel si omnia haec sunt, philosophandum est; sive nos inexorabili lege fata
constringunt, sive arbiter deus universi cuncta disposuit, sive casus res humanas sine ordine impellit et iactat, philosophia nos tueri debet.
Haec adhortabitur ut deo libenter pareamus, ut fortunae contumaciter; haec docebit ut deum sequaris, feras casum.

[5] Qualsiasi di queste ipotesi sia vera, o Lucilio, addirittura se tutte queste ipotesi sono vere, bisogna praticare la filosofia; sia che con legge inesorabile il destino ci vincoli, sia che un dio, arbitro dell’universo, abbia disposto tutto, sia che il caso spinga e agiti senza ordine le vicende umane, deve proteggerci la filosofia.

Questa ci esorterà ad obbedire di buon grado a dio, ad (obbedire) con fierezza alla sorte; questa ti insegnerà a seguire dio, a sopportare la sorte.

[6] Sed non est nunc in hanc disputationem transeundum, quid sit iuris nostri si providentia in imperio est, aut si fatorum series illigatos trahit, aut si repentina ac subita dominantur: illo nunc revertor, ut te moneam et exhorter ne patiaris impetum
animi tui delabi et refrigescere.
Contine illum et constitue, ut habitus
animi fiat quod est impetus.

[6] Ma non bisogna passare ora a questa discussione, che cosa sia di nostra competenza se la provvidenza è al comando, o se la serie dei destini ci trascina legati, o se hanno il sopravvento eventi improvvisi e subitanei: ora ritorno a quel punto, (e cioè) ad ammonirti ed esortarti a non permettere che lo slancio del tuo animo si indebolisca e si raffreddi.
Controllalo e rinforzalo, affinché diventi
un atteggiamento dell’animo quello che è uno slancio.

[7]
Iam ab initio, si te bene novi,
circumspicies quid haec epistula
munusculi attulerit:
excute illam, et invenies.
Non est quod mireris animum meum: adhuc de alieno liberalis sum.
Quare autem alienum dixi?
quidquid bene dictum est ab ullo meum
est.

[7]
Già fin dall’inizio, se ti conosco bene, cercherai con lo sguardo quale regalino abbia portato questa lettera:
leggila con attenzione e troverai.
Non è il caso che tu ammiri la mia generosità: ancora sono generoso dell’altrui. Ma perché ho detto altrui? Tutto ciò che è stato detto bene da qualcuno è mio.

Anche questo è stato detto da Epicuro:
“Se vivrai secondo natura, non sarai mai povero; se (vivrai) secondo le opinioni, non sarai mai ricco”.

Istuc quoque ab Epicuro dictum est: “Si ad naturam vives, numquam eris
pauper; si ad opiniones,
numquam eris dives”.

[8] Exiguum natura desiderat,
opinio immensum.

Congeratur in te quidquid multi locupletes possederant; ultra privatum pecuniae
modum fortuna te provehat, auro tegat,
purpura vestiat, eo deliciarum opumque
perducat ut terram marmoribus
abscondas; non tantum habere tibi liceat
sed calcare divitias; accedant statuae et
picturae et quidquid ars ulla luxuriae
elaboravit: maiora cupere ab his disces.

[8] La natura richiede poco, l’opinione una quantità smisurata.

Si ammucchi su di te tutto ciò che molti ricchi avevano posseduto; la sorte ti spinga oltre una quantità privata di denaro, ti ricopra d’oro, ti rivesta di porpora, ti conduca a tal punto di delizie e ricchezze che tu possa ricoprire la terra con marmi; non solo ti sia possibile avere, ma anche calpestare le ricchezze; si aggiungano statue e dipinti e tutto ciò che una qualche arte ha prodotto per il lusso: da queste cose imparerai a desiderare cose più grandi.

[9] Naturalia desideria finita sunt: ex falsa opinione nascentia ubi desinant non
habent; nullus enim terminus falso est.
Viā eunti aliquid extremum est:
error  immensus est.
Retrahe ergo te a vanis, et cum voles scire quod petes, utrum naturalem habeat an caecam cupiditatem, considera num possit alicubi consistere:
si longe progresso semper aliquid longius restat, scito id naturale non esse.

Vale.

[9] I desideri naturali sono limitati: quelli che nascono da una falsa opinione non hanno dove poter terminare; nessun limite infatti esiste per ciò che è falso.
Per chi va per una via esiste un qualche punto d’arrivo: l’andare errando è senza limiti.
Ritìrati dunque dalle cose vane, e quando vorrai sapere se ciò che cercherai ha un desiderio naturale o irrazionale, considera se per caso possa da qualche parte fermarsi: se, (a te) inoltrato per lungo tratto, resta sempre qualcosa di più lontano, sappi che questo non è naturale.
Stammi bene.

Omnia, aliena sunt, tempus tantum nostrum est.. Tutte le cose, sono degli altri, soltanto il tempo è nostro Seneca

 

SENECA LUCILIO SUO SALUTEM

Ita fac, mi Lucili: vindica te tibi, et tempus quod adhuc aut auferebatur aut subripiebatur aut excidebat collige et serva. Persuade tibi hoc sic esse ut scribo: quaedam tempora eripiuntur nobis, quaedam subducuntur, quaedam effluunt.
Turpissima tamen est iactura quae per neglegentiam fit.
Et si volueris attendere, magna pars vitae elabitur male agentibus, maxima nihil agentibus, tota vita aliud agentibus.
Quem mihi dabis qui aliquod pretium tempori ponat, qui diem aestimet, qui intellegat se cotidie mori?
In hoc enim fallimur, quod mortem prospicimus: magna pars eius iam praeterit; quidquid aetatis retro est mors tenet.
Fac ergo, mi Lucili, quod facere te scribis, omnes horas complectere; sic fiet ut minus ex crastino pendeas, si hodierno manum inieceris.
Dum differtur vita transcurrit.
Omnia, Lucili, aliena sunt, tempus tantum nostrum est; in huius rei unius fugacis ac lubricae possessionem natura nos misit, ex qua expellit quicumque vult.
Et tanta stultitia mortalium est ut quae minima et vilissima sunt, certe reparabilia,
imputari sibi cum impetravere patiantur, nemo se iudicet quicquam debere qui tempus accepit, cum interim hoc unum est quod ne gratus quidem potest reddere.
Interrogabis fortasse quid ego faciam qui tibi ista praecipio.
Fatebor ingenue: quod apud luxuriosum sed diligentem evenit, ratio mihi constat impensae.
Non possum dicere nihil perdere, sed quid perdam et quare et quemadmodum
dicam; causas paupertatis meae reddam.
Sed evenit mihi quod plerisque non suo vitio ad inopiam redactis:
omnes ignoscunt, nemo succurrit.
Quid ergo est? non puto pauperem cui quantulumcumque superest sat est; tu tamen malo serves tua, et bono tempore incipies.
Nam ut visum est maioribus nostris, ‘sera parsimonia in fundo est’; non enim tantum minimum in imo sed pessimum remant.
Vale.

 

Seneca-Epistula ad Lucilium I (Sen. Ep. Luc. I)

Comportati così, Lucilio mio, rivendica il tuo diritto su te stesso e il tempo che fino ad oggi ti veniva portato via o carpito o andava perduto, raccoglilo e fanne tesoro. Convinciti che è proprio così, come ti scrivo: certi momenti ci vengono portati via, altri sottratti e altri ancora si perdono nel vento. Ma la cosa più vergognosa è perder tempo per negligenza. Pensaci bene: della nostra esistenza buona parte si dilegua nel fare il male, la maggior parte nel non far niente e tutta quanta nell’agire diversamente dal dovuto.
Puoi indicarmi qualcuno che dia un giusto valore al suo tempo, e alla sua giornata, che capisca di morire ogni giorno? Ecco il nostro errore.
Vediamo la morte davanti a noi e invece gran parte di essa è già alle nostre spalle: appartiene alla morte la vita passata.
Dunque, Lucilio caro, fai quel che mi scrivi: metti a frutto ogni minuto; sarai meno schiavo del futuro, se ti impadronirai del presente.
Tra un rinvio e l’altro la vita se ne va.
Niente ci appartiene, Lucilio, solo il tempo è nostro.
La natura ci ha reso padroni di questo solo bene, fuggevole e labile: chiunque voglia può privarcene.
Gli uomini sono tanto sciocchi che se ottengono beni insignificanti, di nessun valore e in ogni caso compensabili, accettano che vengano loro messi in conto e, invece, nessuno pensa di dover niente per il tempo che ha ricevuto, quando è proprio l’unica cosa che neppure una persona riconoscente può restituire

Ti saluto

 

 

“Se contentus est sapiens.” Il saggio basta a se stesso Seneca

“Se contentus est sapiens.” Hoc, mi Lucili, plerique perperam interpretantur: sapientem undique submovent e intra cut suam cogunt. Distinguendum autem est quid et quatenus vox ista promittat: se contentus est sapiens ad beate vivendum, non ad vivendum; ad hoc enis multis illi rebus opus est, ad illud tantum animo sano ed erecto et despiciente fortunam.

«Il saggio basta a se stesso».
I più, Lucilio caro, interpretano male queste parole: allontanano il saggio da tutto e lo rinchiudono dentro il suo guscio.
Bisogna allora chiarire il significato ei limiti di questa frase: il saggio basta a se stesso per vivere felice, non per vivere; per fare questo, infatti, gli occorrono molti elementi, mentre per essere felici ha solo bisogno di un animo onesto, fiero ed incurante della sorte.

Simbolismo metafisico della Roma Antica Urbs Aeterna

Ci piace pensare che i pignora fatalia siano ancora celati o custoditi da mani pietose, in attesa di un giorno tanto nuovo che avrà i colori di un giorno antichissimo
Sandro Consolato Urbs Aeterna misteri figure rinascite del paganesimo

Il lato nascosto, la forza metafisica del‘Urbs Aeterna, la potenza esoterica, celata nell’ombra della storia , grazie al saggio di Sandro Consolato possiamo apprezzare il valore della perpetua fonte di riflessione spirituale ed etica dell’antica Roma nello scorrere dei tempi dagli albori sino a frangenti più recenti.

 

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Lares,Penates, Manes, Genius loci…

 “Fino alla fine del paganesimo, il culto privato—diretto dal pater familias—mantenne la sua autonomia e la sua importanza a fianco del culto pubblico … A differenza del culto pubblico, che subì continue modifiche, il culto domestico, compiuto attorno al focolare, non pare aver subìto sensibili cambiamenti durante i dodici secoli della storia romana.
Si tratta, senza dubbio, di un sistema cultuale arcaico, in quanto esso è attestato presso altri popoli indoeuropei.
Proprio come nell’India aria, anche a Roma il fuoco domestico costituiva il centro del culto …
il culto si rivolgeva ai Penati e ai Lari, personificazioni mitico-rituali degli antenati, e al genius, una specie di ‘doppio’ che proteggeva l’individuo.

Mircea Eliade riguardo il culto privato nell’antica Roma
[Storia delle credenze e delle idee religiose v.II, p.120]:

 

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Lares da lar(es), “focolare”, derivato dall’etrusco lar, “padre” sono figure della religione romana che rappresentano gli spiriti protettori degli antenati defunti che, secondo le tradizioni romane, vegliavano sul buon andamento della famiglia, della proprietà o delle attività in generale. Sono posti in una nicchia della casa chiamato Larario, vengono rappresentati da statuette chiamate Sigillium (da signum, segno, immagine) e onorati con incensi ed una fiamma accesa.

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Insieme a Vesta, la dea del focolare, e ai Penati, gli dei della dispensa. L’origine del culto dei Lari non è però da ricercarsi presso il focolare della famiglia; per quanto incerta sia l’etimologia del loro nome, è abbastanza sicuro che la religione dei Lari ebbe sua prima sede in fundo villaeque in conspectu (Cicerone)

sala dei Misteri (riti iniziatici)

I penati sono gli spiriti protettori di una famiglia e della sua casa onorate nel culto privato in modo esclusivo, gli antenati e spiriti protettori, deriva dal latino penas, ovvero “tutto quello di cui gli uomini si nutrono“, quindi in origine proteggevano il cibo custodito in casa, e il loro posto era il Penitus, ovvero il luogo della casa dove si custodisce il cibo (oggi la cucina o la dispensa).
In seguito divennero più genericamente i protettori della famiglia, sovrapponendosi quindi con la funzione dei Lari.

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Ogni famiglia aveva i propri Penati che venivano trasmessi in eredità insieme ai beni patrimoniali. Ai Penati, che risiedevano nel Larario insieme ai Lari, si occupava il capofamiglia (pater familias) che puliva regolarmente l’edicola e ad ogni pasto veniva offerto loro del cibo : il sale, che purifica e conserva il cibo, e del farro, il primo cereale coltivato dai romani.
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 i Mani ( Manes) erano le anime dei defunti, a volte in pace e benevolenti altre volte inquiete ed ostili,  talvolta venivano identificate con le divinità dell’oltretomba.

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sala dei Misteri (riti iniziatici) Particolare del grande affresco dionisiaco della Villa dei Misteri, Pompei (Napoli), I° sec. a.C. – I° sec. d.C.

Genius loci come sosteneva Servio

“nessun luogo è senza un genio”

nullus locus sine Genio

“Genius loci” si potrebbe intendere come  “lo spirito, il nume tutelare”
di un determinato luogo.
Tale credenza è riconducibile  ad un approccio animistico per cui tutto è permeato da un’energia e da un’intelligenza, compresi i luoghi, o gli animali ma anche e lo stesso uomo
( in oriente un esempio esplicito si ritrova nel termine kami 神spiriti ancestrali e divinità  dello Shito 神道 )

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La parola Genius deriva  dal latino gignere che significa “generare, creare”, era utilizzata per identificare il nume che costituiva una forza creatrice.
Al Genius venivano offerti fiori, piante odorose, incensi, profumi, vino ed altro.
Nell’antica Roma si riteneva che vi fosse una divinità minore protettrice di un luogo, di chi vi abitava o transitava.
Ogni luogo aveva un suo genius che poteva essere ostile o benevolo a seconda dell’atteggiamento dell’individuo verso il luogo.
Dissacrare un luogo, o appropriate delle sue risorse in modo indiscriminato poteva inimicare Genius Loci, mentre  pregarlo, rispettarlo e fargli offerte poteva renderlo propizio.

Mithra archetipo del cacciatore ermetico

”Il mitraismo ha lasciato un importante messaggio.
I misteri di Mithra 
ci pongono in contatto con la presenza radicale e archetipica di forze terribili che, se ignorate e negate, immancabilmente ci travolgono; dobbiamo, invece, conoscere e apprendere la loro costituzione e divenire pronti e capaci di cavalcarle e domarle, fino al punto in cui la mano ferma sappia trarne la vita…”

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”I Misteri introducevano a quel sapere e a quell’arte.
Si trattava, 
beninteso, di un sapere arduo e di un’arte severa che aspiravano ad aprire una strada di speranza in un periodo di angoscia.
Tuttavia le religioni, anche dopo il loro tramonto, lasciano un insegnamento valido per ogni analogo tempo di smarrimento e di inquietudine.
Sta a noi 
ascoltarlo e adattarlo alla nuova forma dei problemi…”

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”La figura di Mithra si apre sullo sfondo dell’universo religioso, culturale, psicologico dei cacciatoriper i quali l’uccisione stabilisce nel tempo stesso la propria identità, istituisce la comunità ,garantisce la vita.

L’uccisione del toro o del Grande vivente rappresenta, in essa, l’inizio e insieme la conclusione.

Dal sangue che sgorga prende inizio una nuova umanità salva

et nos seruasti aeternali sanguine fuso

si leggeva nel mitreo di Santa Prisca a Roma.

Ma nessuno si salva se non sa percorrere il duro itinerario iniziatico, se non riesce ad avviare la trasformazione e il sacrificio di sé.

L’uccisione per eccellenza vede l’uomo al centro, vittima e sacrificatore, animale e cacciatore, morto e vivo.

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Le forze elementari che spingono alla caccia e ad aggredire la vittima in fuga sono le stesse che spingono a nutrirsi e a stringere il patto fra solidali che condividono il destino.
Sussiste un circolo inscindibile tra istinto di vita e istinto di

morte, tra creazione della morte e creazione della vita.

Il tema è l’incontro con la morte, e arcaicamente ogni morte è un’uccisione.
La morte, la morte data, è l’atto eminentemente sacro e creativo, che investe l’essere realissimo.
Su questo 
scenario si è sviluppata l’immensa problematica del sacrificio…
Il punto cruciale è rappresentato dal sacrificio, costituito da un atto di sangue, un atto di morte.
Al centro del mitraismo sta il tema formidabile del sacrificio del toro, cavalcato, sfiancato e infine iugulato senza tracotanza dal dio sereno e forte.

Nel sacrificio, la morte non si presenta volgare decadenza subìta, ma atto di creazione e di intensa padronanza della vita.”

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”Il culto mitriaco propone un itinerario di liberazione dal destino basato sulla capacità di sacrificio di sé.”
”I gradi dell’iniziazione mitriaca rappresenterebbero simbolicamente le tappe di un viaggio interiore che fornisce una chiave per affrontare e risolvere l’ordine dei pianeti e, mediante successive integrazioni, abilita al dominio delle potenze esterne.”
”I pianeti, grazie alla credenza in uno stretto rapporto analogico tra macrocosmo(l’universo) e microcosmo (l’uomo), non sono vissuti come realtà esclusivamente esterne e oggettive; decifrati in esperienze interne, ad essi corrispondono suoni, colori, emozioni, passioni, immagini.
Un discorso affine, in estrema sintesi, tornerà con l’astrologia esoterica  di
Bruno pensa che un severo e complesso esercizio di controllo della mente metta l’uomo in grado di controllare il mondo in cui vive.
In particolare egli si 
dedicò all’esercizio evocativo della memoria.

Le immagini che vivono nell’uomo  non sarebbero eventi puramente interiori bensì proiezioni del cosmo, e colui che le sa governare può anche governare il cosmo e rendersi libero. ”
”Colui che abbia raggiunto il controllo di sé per mezzo del sacrificio e della trasformazione acquista il potere di governare il destino e raggiunge la liberazione e la salvezza dal male.
Il punto cruciale è rappresentato dal sacrificio, costituito da un atto di sangue, un atto di morte.
Al centro del mitraismo sta il tema 
formidabile del sacrificio del toro, cavalcato, sfiancato e infine iugulato senza tracotanza dal dio sereno e forte.
Nel sacrificio, la morte non si presenta volgare decadenza subìta, ma atto di creazione e di intensa padronanza della vita.”
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”Il culto di Mithra si diffonde particolarmente in ambito militare
attecchisce tra coloro che praticano giochi ad 
alto rischio
(gladiatura, corse nei circhi ed altro)

Il culto di 
Mithra viene introdotto a Roma tramite i soldati di Pompeo che ne erano venuti in contatto durante le spedizioni in oriente nel I secolo a.C

Mithra  è una divinità minore del Pantheon persiano, i persiani con cui Roma si scontrò erano gli eredi d’una delle più importanti civiltà indoeuropee
Nel mitraismo non c’è ombra del sentimento della colpa.
L’eroe divino non è un dio che muore.
La salvezza che da lui promana verso gli uomini non dipende dalla sua morte, ma dal fatto che egli dà la morte.
Dalla vittima che lui sacrifica scaturisce la vita e la salute.
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Per i mitriaci, in breve, si instaura un circuito in cui l’uomo capace di compiere il gesto sacrificale si trasforma e libera, e reciprocamente è capace di compiere il gesto supremo solo chi si trasforma e libera.

In ultima analisi, si libera solo chi è disposto a essere sacrificato
(una similitudine fortemente presente nei culti arcaici sciamanici)

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Un’ideologia severa, da reggitori e da soldati: il supremo atto di dare la morte – atto per eccellenza sacro – presuppone un’ascesi rigorosa per raggiungere la riappropriazione e la reintegrazione di sé.Le doti di equilibrio, dominio di sé,coraggio, attenzione non disincarnata e lunare per il mondo della laboriosa prassi,erano e sono le doti dei reggitori, tipiche di coloro che sono consapevoli che l’autentica arte del governo comporta un combattimento tra bene e male.

La civiltà morale di Roma pagana va disciolta dalle sovrapposizioni cristiane che l’hanno inquadrata in una prospettiva rovesciata rispetto a quella stoica.
Il dominio di sé e l’attitudine alla sobrietà  non ha niente a che vedere con il sentimento della colpa del vivere e con la mortificazione, al contrario essi celebrano un gusto pieno della libertà nel mondo per il mondo e certo non dal mondo.
Il Marco Aurelio che elogia la temperanza non è un moralista e un intimista, è un uomo di stato( vir agendi)

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”La temperantia è la severità, la sobrietà, l’operosità efficace e equilibrata di colui che tempera.
La temperanza si riferisce al lavorìo del tempo; essa è l’arte del tempo, la sua capacità di cuocere, rifondere, ridistribuire, preparare nel suo vaso.”

Il tempo si basa sul ritmo e sull’ordine.
E’ temperante colui che ha il sentimento del tempo.
Nessuna lentezza, nessuna fretta, nessuna eccitazione; piuttosto l’azione pacata e ferma che scaturisce dal dominio degli impulsi interni e degli impulsi esterni, dall’educazione a non cedere alle emozioni e alle passioni.

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”E non deve nemmeno riferirsi a un tempo estraneo e oggettivo, al giro degli astri di fronte al quale si sta passivi e che si subisce; il tempo deve essere governato e riavviato con creatività e originalità.”

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Confer
Maria Pia Rosati  e Giuseppe Lampis«átopon» rivista di Psicoantropologia
simbolica e Tradizioni religiose.

Storia di un Culto
Le prime notizie circa il Dio Mithra pervengono dall’arcaica tradizione dei Veda indù e precisamente dal più antico, il Rig-veda, risalente ad un epoca di diverse migliaia di anni fa più remota dalla nascita dell’età volgare, che inquadrano la divinità in questione come reggente di un mondo perfetto delle origini ormai dimenticato, protettore dell’Ordine Universale insieme al dio Varuna.

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Ritroviamo Mithra, poi, in un’altra tradizione di origine indoeuropea, precisamente in quella iranica, ove, oltre che nell’antico Iran, anche in zone come la Cappadocia, Commagene, del Ponto e le terra dei Mitanni-hurriti, assume la valenza del Numen Tutelare del Patto, del Giuramento: tale caratteristica, non solo valse l’acquisizione di un crisma prettamente guerriero, ma anche, nell’antica Persia, permise che il suo culto diventasse la base del sistema feudale dell’impero.

Il contatto con il mondo occidentale e quindi con la Romanità avvenne, con l’espandersi della stessa, ad opera dei legionari, anche se Plutarco nella “Vita di Pompeo” narra di “strani riti” celebrati dai pirati della Licia; il culto entrerà ufficialmente a Roma, poi, solo nel 66 d.C., portatovi da Tiridate, re dell’Armenia, in visita a Nerone.

Il contatto con il mondo greco-romano, con le sue istituzioni misteriche
(molte sono le similitudini con i Misteri di Eleusi) e con la filosofia neoplatonica – come dimostrano varie opere di Porfirio -forgiarono una vera e propria via iniziatica ermetica, riservata a pochi eletti, sempre al riparo nei suoi mitrei, nelle sue grotte sotterranee riservate al culto, che simbolicamente possiamo associare al mito platonico della caverna
Mithra nasce alchemicamente dalla pietra, come la vera Luce cova e si manifesta nell’oscurità della notte.
Solo una tarda volgarizzazione potè assimilargli il ruolo di Soter, Salvatore, spesso confuso erroneamente col Cristo, e una statalizzazione , voluta da Diocleziano, Galerio e Licino lo proclamò “Deo Soli Invicto Mithrae fautori imperii sui”, assimilando il culto a quello ufficiale ed imperiale di Helios, introdotto a Roma, da Emesa, da Aureliano.

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Il mito e la tradizione fanno ricordare Mithra per due momenti salienti del suo decorso esoterico, cioè per la sua nascita dalla roccia e per l’uccisione del toro sacrificale, che non assume il solo valore rinnovatore del cosmo, ma possiede una ben più alta e precisa valenza spirituale.

Tutto si inquadra in una visione del mondo prettamente solare, concepita tradizionalmente, militando, l’iniziato o il neofita, per lo schieramento avversario irriducibile delle Tenebre, di Arimanne, di Tifone-Seth, di Vediovis, ma anche di tutta la spiritualità lunare delle madri come Iside, Demetra e Astarte, quindi per lo schieramento di Eracle, del Marte romano, di Horus…naturalmente di Mithra.
Poco o nulla si potrà comprendere di tale culto misterico se non si farà propria tale prospettiva polare, tale atteggiamento guerriero, di superamento magico, quindi di superamento attivo.

confer Luca Valentini
Redattore del sito web EreticaMente, cultore di filosofia antica, di dottrina ermetico-alchimica e di misteriosofia arcaica e mediterranea

Mani tese e gomiti difensivi nella arti marziali dell’antichità europea

Post, ubi confecti cursus et dona peregit, ‘nunc, si cui virtus animusque in pectore praesens, adsit et evinctis attollat bracchia palmis’: sic ait, et geminum pugnae proponit honorem, victori velatum auro vittisque iuvencum, allittensem atque insignem galeam solacia victo Poi, quando furon finite le corse consegnò i doni,Ora, se a qualcuno in petto (c’è) valore e coraggio forte, si presenti ed alzi le braccia con le palme legate: così disse, e propone doppio premio per la gara, al vincitore un giovenco velato d’oro e di bende,una spada ed uno splendido elmo, come consolazioni per il vinto

Virgilio, opera Eneide parte Libro V

 

Nelle raffigurazioni si possono notare le posizioni di guardia e di offesa con slancio di mani aperte e gomiti in fase difensiva, forse offensiva.

Gli artisti erano abbastanza precisi nelle loro raffigurazioni e mostrano una solida comprensione della meccanica del corpo. Un braccio di attacco esteso semi-disteso, braccio libero sollevato per un altro attacco / blocco. La gamba posteriore in atto di distensione per generare la catena cinetica dei colpi.

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Boxer a destra in difesa con una guardia di copertura che permette una difesa alta  quasi completa della testa e i gomiti puntati verso l’esterno hanno la possibilità di intercettare e danneggiare le mani dell’avversario.

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Si cui virtus animusque in pectore praesens, adsit et evinctis attollat bracchia palmis

 

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I dipinti della tomba forniscono le prove più estese per le immagini della boxe nell’arte etrusca: delle 198 tombe dipinte in tutta l’Etruria catalogate da S. Steingräber, a Chiusi e Tarquinia conservano scene di pugili e risalgono alla fine del sesto fino al secondo quarto del quinto secolo .
Nella maggior parte di questi casi, due pugili nudi, spesso muscolosi e pesanti, si trovano uno di fronte all’altro con i piedi per terra, a volte con un tallone sollevato; entrambe le braccia sono sollevate e i gomiti sono piegati .
In alcuni casi, uno o entrambi i piedi sono più lontani da terra, in modo che le figure sembrino “danzare” .

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Tomba del Poggio al Moro. Chiusi, 475–450.
Situla, Bologna Arnoaldi Tomb 96. (Per gentile concessione del Museo Civico Archeologico, Bologna.)
Bologna Arnoaldi Tomb 96. (Museo Civico Archeologico, Bologna.)

 

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Il Pugilatore a riposo

 

 

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La Cista Ficoroni è un cofanetto portagioielli, di rame e impropriamente detto in bronzo, decorato di forma cilindrica, finemente cesellato e sormontato da un coperchio ornato da tre sculture, per un’altezza di 77 centimetri. È il migliore reperto conosciuto, per dimensioni, qualità, ricchezza decorativa e stato di conservazione, di cista etrusco-italica.

 

Rappresenta un episodio delle iniziative dei Argonauti .

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I Dioscuri  Polluce  lega Amycus ad un albero mentre suo fratello, Castor,(forse) si allena su un sacco da boxe.
Nell’antica Grecia, il sacco da boxe era conosciuto come il Korykos.

 

Διόσκουροι, Dióskouroi, Dioscuri

 

Càstore Κάστωρ,  Kástōr, Castōr,Pollùce o Polideuce Πολυδεύκης, PolydéukēsPollūx,  detti anche Tindaridi, da Tindaro, re di Sparta, sposo della loro madre Leda.
Diòscuri Διόσκουροι, Diòskuroi, composta da Διός (Diòs, “di Zeus”) e κοῦροι (kùroi,fanciulli) iòscuri ossia “figli di Zeus“.   Detti  CàstoriGemini e Tindaridi detenevano  abilità speciali  Castore era domatore di cavalli e Polluce era ottimo pugilatore, erano anche considerati come protettori dei naviganti durante le tempeste marine e furono associati alla costellazione dei Gemelli e alla comparsa della stella Sirio nel cielo in prossimità dell’equinozio di primavera, poiché propiziava la semina dei campi e l’inizio della primavera stessa

Nell’astronomia moderna Castore dà il nome ad Alpha Geminorum e Polluce a Beta Geminorum.440px-Gemini_Hevelius
Vengono talvolta considerati anche patroni dell’arte poetica, della danza e della musica
Detengono una doppia paternità, nei miti di gemelli di diverse civiltà:

L’incontro di gemelli nella mitologia non è raro poiché, oltre alla presenza dei Diòscuri nella mitologia greca, romana ed etrusca, altre mitologie Indoeuropee hanno i loro equivalenti.
Nel Veda, il libro sacro degli Arii sono citati gli Ashvin che, al pari dei Diòscuri, vengono identificati con la costellazione dei Gemelli, nella mitologia baltica esistono gli Ašvieniai degli antichi Lituani e che prendono il nome di Dieva per gli antichi Lettoni.

Nella mitologia baltica Castore è l’equivalente di Autrympus e Polluce di Potrympus che sono considerati divinità come altri dei del loro Pantheon.
Nella mitologia germanica del popolo dei Naarvali esistono gli Alcis, altrettanto ritenuti divini e da Tacito direttamente associati ai Diòscuri.

presso gli scavi di Pompei è stata fatta un’altra importante scoperta pittorica. Infatti, gli archeologi hanno riportato alla luce un affresco sensuale che raffigura Leda, regina di Sparta e moglie di re Tindaro, ingravidata da un cigno. Secondo la mitologia, come narrato anche nelle Metamorfosi di Ovidio, quest’ultimo era lo stesso Giove. Infatti, il padre degli dei, dopo averla stordita con il profumo dell’ambrosia, aveva assunto le sembianze di un cigno, per accoppiarsi con lei sulle rive del fiume Eurota.
presso gli scavi di Pompei  un affresco sensuale che raffigura Leda, regina di Sparta e moglie di re Tindaro, ingravidata da un cigno. Secondo la mitologia, come narrato anche nelle Metamorfosi di Ovidio, quest’ultimo era lo stesso Giove. Infatti, il padre degli dei, dopo averla stordita con il profumo dell’ambrosia, aveva assunto le sembianze di un cigno, per accoppiarsi con lei sulle rive del fiume Eurota.

Oltre ad un padre “celeste”, Zeus, unitosi a Leda sotto la forma di un cigno, ed un padre terrestre Tindaro ΤυνδάρεοςTyndáreos, re di Sparta.

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ZEUS

 

Il mito di Leda e il cigno rappresenterebbe la potenza sessuale maschile, che non si fa scrupoli a ingannare, pur di raggiungere il proprio scopo.
In molte culture, da quelle mediterranee a quelle nordiche, il cigno è un animale sacro, che incarna saggezza, purezza, potenza e coraggio.

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Lo stesso nome Leda vuol dire genitrice di uomini e dei.
Il cigno e l’uovo rimandano anche ai culti orfici, cerimonie sull’aldilà che si svolgevano nell’antichità, in Grecia e in Egitto.

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Dioscuri come Argonauti, compirono il viaggio verso la Colchide nella ricerca del Vello d’oro e alla caccia al cinghiale calidonio

Il mito più popolare era il ratto delle Leucippidi, in cui Castore fu ucciso dagli Afaridi

Il rapimento delle Leucippidi su sarcofago romano dei Musei Vaticani. I Dioscuri hanno sul capo il Pileo.
Il rapimento delle Leucippidi su sarcofago romano dei Musei Vaticani. I Dioscuri hanno sul capo il Pileo.

Polluce pregò il padre Zeus che mandasse la morte anche a lui, ma Zeus gli concesse di rinunciare a metà della propria immortalità in favore del fratello. Così i due vivono insieme alternativamente un giorno nell’Olimpo e un giorno nel regno dei morti.

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Questa duplicità era miticamente fondata con il racconto della morte di uno di essi e l’offerta dell’immortalità fatta all’altro da Zeus: il superstite rifiutò l’immortalità se non poteva spartirla con il fratello, e allora ottenne che a giorni alterni, a turno, l’uno soggiornasse tra gli dei e l’altro giacesse agli Inferi.

Dettaglio di Nemesis e dei Dioscuri da un dipinto che raffigura il viaggio di Eracle negli inferi. Nemesis, dea della punizione, tiene una spada in una mano e il fodero nell'altra. I gemelli indossano cappelli da viaggio, reggono doghe annodate e sono accompagnati da una stella
Dettaglio di Nemesis e dei Dioscuri da un dipinto che raffigura il viaggio di Eracle negli inferi. Nemesis, dea della punizione, tiene una spada in una mano e il fodero nell’altra. I gemelli indossano cappelli da viaggio, reggono doghe annodate e sono accompagnati da una stella

L’ambigua condizione dei Dioscuri faceva di essi i perfetti mediatori tra la realtà umana e la realtà divina, così che divennero gli dei salvatori per eccellenza a cui si ricorreva nelle situazioni disperate ( pericoli di guerra e della navigazione).

In natura esiste un fenomeno atmosferico raro e sorprendente, noto come fuoco di Sant’Elmo. Tale fenomeno si presenta per lo più prima di un temporale, quando  possono formarsi dei bagliori blu, simili a delle fiamme, in prossimità di oggetti appuntiti. I fuochi di Sant’Elmo sono conosciuti soprattutto dai marinai, gli alti alberi delle imbarcazioni a vela funzionavano come delle antenne, alle cui estremità era più facile che si formassero i bagliori
Le inspiegabili fiammelle blu significavano che la nave era stata raggiunta dai Diòscuri (Διόσκουροι, Diòskuroi), coppia di fratelli divini che avrebbero vigilato sui marinai salvandoli dalla tempesta.

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Il loro culto dall’originaria Laconia si diffuse per tutta la Grecia, e, in epoca ellenistica, le loro caratteristiche soteriologiche assunsero venature più spirituali e mistiche.
A Roma il loro culto fu riconosciuto ufficialmente con la motivazione di un loro intervento decisivo nella battaglia del lago Regillo (496 a. C.).
Il loro ruolo di cavalieri e pugili li ha anche portati a essere considerati i patroni degli atleti e delle gare atletiche.

Dettaglio di uno dei gemelli Dioscuri che combatte contro un Gigante da un dipinto della Gigantomachia (Guerra dei Giganti). Il semidio è raffigurato come un cavaliere che indossa un berretto petasos e brandisce una lancia.
Dettaglio di uno dei gemelli Dioscuri che combatte contro un Gigante da un dipinto della Gigantomachia (Guerra dei Giganti). Il semidio è raffigurato come un cavaliere che indossa un berretto petasos e brandisce una lancia.

Compivano le loro gesta sempre uniti: Fra le gesta loro attribuite, la liberazione della sorella Elena rapita decenne da Teseo; la partecipazione alla spedizione degli Argonauti; la caccia del cinghiale Calidonio.

Dettaglio di uno dei gemelli Dioscuri che combatte contro un Gigante da un dipinto della Gigantomachia (Guerra dei Giganti).
Dettaglio di uno dei gemelli Dioscuri che combatte contro un Gigante

A Sparta i Dioscuri presiedevano alle gare equestri e agli agoni ginnici, ed ebbero feste in tutta la Grecia. Furono venerati anche in ambiente latino-romano col nome di Castori (Castores): ebbero culto speciale a Lavinio, a Tuscolo e in Roma.
La festa annua in Roma in loro onore si celebrava il 15 luglio, anniversario della battaglia del Lago Regillo (499 o 496 a.C.)
Le origini di questa cerimonia religiosa venivano fatte risalire alla battaglia del lago Regillo, nel 499 a.C., in cui i Romani affrontarono una coalizione di Latini.

l gigante di bronzo Talos di Creta viene ucciso dalla strega Medea (estrema sinistra) e dai Dioscuri durante il viaggio degli Argonauti. I gemelli sono montati su cavalli e afferrano il gigante per le braccia. Gli dei Poseidone e Anfitrite (angolo in alto a destra) assistono alla scena.
l gigante di bronzo Talos di Creta viene ucciso dalla strega Medea (estrema sinistra) e dai Dioscuri durante il viaggio degli Argonauti. I gemelli sono montati su cavalli e afferrano il gigante per le braccia. Gli dei Poseidone e Anfitrite (angolo in alto a destra) assistono alla scena.

Nel momento più duro e incerto della battaglia, apparvero nella mischia due cavalieri più alti e belli degli altri, in groppa a cavalli bianchi e vestiti della trabea di porpora, che portarono scompiglio tra le fila dei Latini.

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La sera stessa, due cavalieri vestiti allo stesso modo apparvero nel Foro, fecero abbeverare i cavalli nella fontana di Giuturna (Lacus Iuturnae), annunciarono la vittoria dei Romani e scomparvero. I due cavalieri vennero identificati come i Dioscuri Castore e Polluce, intervenuti in soccorso dell’esercito romano, e nel 484 a.C. gli fu dedicato un tempio nei pressi della fonte di Giuturna.

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I Dioscuri sono raffigurati di solito in nudità eroica,  con mantello dietro le spalle, clamide, chlamys -y̆dis, gr. χλαμύς -ύδος, in testa portano il pileo conico sormontato da una stella;  il pilos (πῖλος), simboleggiava forse i resti dell’uovo da cui erano nati, era un elmo/capello conico di origine greca che riproduce le fattezze di un tipo di berretto molto diffuso.

Apparve nel V secolo a.C., trovando ampia diffusione tra gli Spartani, successivamente utilizzato dal Battaglione Sacro Tebano e poi dagli eserciti ellenistici. Contemporaneamente si diffuse ampiamente anche nella Magna Grecia.
In mano hanno la lancia, e si presentano  sia a cavallo, sia accanto al cavallo mentre lo tengono per il morso.

Dioscuri e Leucippide, anfora ateniese a figure rosse C5 a.C., British Museum
Dioscuri e Leucippide, anfora ateniese a figure rosse C5 a.C., British Museum

Compaiono sia isolati (rilievi arcaici diSparta, statue frontonali di Locri, colossi del Quirinale), sia nei vari episodi del mito, come la nascita dall’uovo di Leda (in diverse figurazioni vascolari), la lotta con gli Afaridi (metopa del tesoro dei Sicioni a Delfi), il ratto delle Leucippidi (idria di Midia, tavolette fittili di Taranto, stucchi della basilica di Porta Maggiore a Roma), la partecipazione all’impresa degli Argonauti .

gemelli Dioscuri, Castor e Polydeuces, marciano sulla Maratona per recuperare la sorella rapita Elena da Teseo. I due sono raffigurati come cavalieri armati di lance.
i gemelli Dioscuri, Castor e Polydeuces, marciano sulla Maratona per recuperare la sorella rapita Elena da Teseo. I due sono raffigurati come cavalieri armati di lance.

Su rilievi votivi sono raffigurati con una varietà di simboli che rappresentano il concetto di gemellaggio, come il dokana (δόκανα )una coppia di anfore , una coppia di scudi o una coppia di serpenti.

 

Numerose le figurazioni monetali (Taranto, Roma, Oriente greco).

 Moneta romana di Massenzio con i Diòscuri sul retro
Moneta romana di Massenzio con i Diòscuri sul retro
Gruppi con dioscuri, acroterio del santuario in contrada Marasà, fine V sec. a.c. o inizio IV sec. a.c.
Gruppi con dioscuri, acroterio del santuario in contrada Marasà, fine V sec. a.c. o inizio IV sec. a.c.
Le tre colonne solitarie che si possono vedere al Foro Romano sono tutto ciò che rimane del Tempio dei Dioscuri, anche detto Tempio dei Càstori.
Le tre colonne solitarie nel Foro Romano sono tutto ciò che rimane del Tempio dei Dioscuri, anche detto Tempio dei Càstori.

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αποτρόπαιος apotropaico ἀποτρᾰγεῖν…

αποτρέπειν, apotrépein  allontanare atto, animale, oggetto, formula monile apotropaico, rito apotropaico o gesto apotropaico, per allontanare  o annullare un’influenza maligna o negativa.

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Nell’antichità si consideravano  formule magiche orientali scritte su tavolette o su oggetti già per sé stessi, pietre rare, rappresentazioni figurate di animali o parti di essi, di mostri, di maschere gorgoniche, di membra umane fra cui specialmente l’occhio, la mano, il fallo.
Spesso gli oggetti apotropici si trovano nelle tombe a difesa del morto.

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Le maschere apotropaiche, utilizzate e conosciute ad ogni latitudine,  retaggio pagano sono presenti ovunque, da nord a sud, nelle antiche masserie di campagna, nei piccoli borghi, come nelle piazze, nelle fontane e nei palazzi più o meno centrali delle grandi città.
Poste sull’architrave delle porte o a ridosso di finestre e balconi queste figure, ricche di significati simbolici, testimonianze antichissime di scalpellini e mastri muratori, ricche di simboli anche esoterici ed iniziatici.
Per riuscire ad allontanare la malasorte le maschere dovevano essere mostruose, in grado di spaventare gli spiriti maligni e tenerli distanti dall’abitazione.


Le forze ostili trovavano così una barriera, e la casa si fondava come spazio protetto, la cui soglia è interdetta. Qualora una di queste forze negative (streghe, spiriti errabondi) riusciva ad oltrepassare la soglia, incontrava, dunque, “ostacoli” apotropaici quali fili di scope, nodi intrecciati, coltelli con la lama rivolta in giù, rametti di palma e di ulivo benedetti. A questo punto, le streghe, dovevano contare minuziosamente i fili della scopa o sciogliere nodi, impiegando così tutta la notte, tempo a loro disposizione per la possibile esplicazione dell’influsso malefico; mentre lo spirito veniva “tagliato” dal coltello, riconfermando la sua importanza nella strumentazione magico-folklorica.
Tutti questi riti sono legati a simbolismi comportamentali legati alla “soglia”: difatti si tramanda che l’ingresso fosse sede di numerose presenze spirituali, controllato da potenti “Guardiani”, custodi dei passaggi tra i Mondi a cui è possibile accedere solo dopo aver superato particolari prove iniziatiche.

Nell’antica religione romana il termine fascinum (o fascinus) poteva riferirsi a differenti cose: al Dio Priapo (nominato anche Fascinus da Plinio il Vecchio),alle effigi ed agli amuleti fallici contro il malocchio ed infine agli incantesimi per stregare qualcuno o qualcosa.
Plinio il Vecchio afferma che il fascinus, inteso come l’amuleto, funge da medicus invidiae, ossia un rimedio per l’invidia ed il malocchio.
La parola italiana “affascinare” deriva dal latino fascinare, derivato da fascinus e complementare al lemma italiano “fascino”.
Il significato originario “malia, influenza malefica che si ritiene possa emanare dallo sguardo degli invidiosi, degli adulatori” è condiviso anche dal termine latino, ma “fascino” ha successivamente originato una connotazione metaforica che indica “potenza di attrazione e di seduzione”

 

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