ᛏ Týr er einhendr áss
ok ulfs leifar
ok hofa hilmir.
Mars tiggi.
antico islandese
Týr è un dio con una mano sola,
e gli avanzi del lupo
e il principe dei templi.
ᛏᛦᚱ Entità della stirpe degli Æsir , nella mitologa norrena, guerriero riflessivo e saggio pronto al sacrificio personale per combattere contro Fenrir, il lupo del Kaos, spesso identificato con Marte , nella cultura romana, si distingue e si sovrappone con il più impetuoso e giovanile Thor, descritto come il più forte di tutti gli dèi.
Tyr sacrifica il braccio, che viene sbranato da Fenrir, per riuscire a farlo avvicinare a sufficienza ed imprigionarlo.
ODINO
Per due volte il possente lupo riesce a liberarsi, costringendo Odino al ricorso delle arti magiche dei nani prepara un laccio, solo in apparenza fragile, e sfida nuovamente il lupo , che intuendo una trappola magica, pretende una mano tra le sue fauci, come pegno, Týr si sacrifica , perdendo il braccio.
Sacrificando la mano destra Tyr salvò dalla sciagura il suo popolo minacciato dal lupo del Kaos sovrannaturale. La runa ᛏ Tyr è simbolo quindi di eroismo e di valore, indispensabili per un “guerriero spirituale”, la disponibilità a sacrificare qualcosa di caro per ristabilire l’equilibrio. Tyr è la runa della volontà, delle motivazioni, della piena abnegazione per qualcosa.
E’ la forza che ci fa proseguire nonostante le avversità.
In Tyr però la volontà deve essere motivata dalla lealtà e non dal avidità personale, dalla consapevolezza che bisogna assumersi la responsabilità delle proprie azioni.
Questa consapevolezza rappresenta l’illuminazione spirituale e la fiducia nel giusto ordine dell’universo.
La più antica testimonianza del dio si trova nel gotico “Tyz” benché il “Teiw” trovato sull’elmo di Negau possa essere un probabile riferimento a Týr, e precede il gotico (e il runico) di molti secoli.Gli elmi sono del tipo Etrusco conosciuti come forma “vetulonica”.Su uno di questi elmi si trova un incisione in alfabeto etrusco che è stata datata 200 a. C. in cui si legge: harigasti teiva\\\ ip
Numerosi studiosi si sono occupati di interpretare l’iscrizione. TL Markey legge l’iscrizione come ‘Harigast il sacerdote’ (da teiwaz, “dio”), come anche un altro elmo inciso trovato nello stesso sito e che riporta vari nomi celtici seguiti da titoli religiosi.
L’importanza del reperto è data dal fatto che il nome Harigast rappresenta la prima deviazione verso la parlata germanica finora rinvenuta, perciò l’elmo è una sorta di anello di congiunzione tra Etrusco e Germanico e ne testimonia il contatto.
Fonte RUNEMAL
Il Grande Libro delle Rune
Umberto Carmignani e Giovanna Bellini Edizioni
L’Età dell’Acquario
Rappresentazione di Týr e Fenrir sul bratteato d’oro all’incirca del V secolo, rinvenuto a Trollhättan, Svezia.
Impara le rune della vittoria, se tu desideri vincere, e scrivi le rune sulla tua elsa; alcune nel solco, ed altre nel piatto, e due volte dovrai invocare Týr ᛏ
Sigrúnar skaltu kunna,
ef þú vilt sigr hafa,
ok rísta á hjalti hjörs,
sumar á véttrimum,
sumar á valböstum,
ok nefna tysvar Tý.
Secondo il runologo Lars Magnar Enoksen, la tiwaz è menzionata in una strofa del Sigrdrífumál, un poema dell’Edda poetica.
Il Sigrdrífumál narra che Sigurðr uccise il drago Fáfnir ed arrivò ad una fortezza sulla vetta di una montagna che bruciava con grandi fuochi Nella fortezza trovò una valchiria che dormiva di un sonno magico, e la svegliò aprendole l’armatura del petto con la spada; la valchiria, di nome Sigrdrífa, gli offrì i segreti delle rune per averla liberata dal sonno, a condizione che mostrasse di non avere paura . La valchiria cominciò ad insegnargli che se avesse voluto ottenere la vittoria in battaglia avrebbe dovuto incidere le “rune della vittoria” sulla spada e dire due volte il nome “Týr” (il nome della tiwaz)
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Nel futhark le rune Perth e Eihwaz sono scambiate di posto, Ansuz e Berkana sono speculari e infondo troviamo la runa Teiwaz multipla: probabilmente si tratta di un’invocazione al dio Tyr
La prima pietra con inciso l’intero futhark antico è la pietra di Kilver, ritrovata a Stanga nel Gotland, datata V secolo.
Oltre aGeri e Freki compagni del dio Odino, si narra di Sköll un lupo, forse colui che incombe, che nella mitologia norrena insegue costantemente Sól (il Sole, divinità femminile), con l’intenzione di divorarla( nel Gylfaginning nel Grímnismál) e di suo fratello Hati che insegue Máni (la Luna); entrambi sono indicati con il patronimico Hróðvitnisson, alludendo che il loro padre fosse il lupo Fenrir.
« Skǫll heitir úlfr, er fylgir eno skirleita goði til varna viðar; en annarr Hati, hann er Hróðvitnis sonr, sá skal fyr heiða brúði himins » « Skǫll si chiama il lupo che insegue la divinità splendente al riparo tra i boschi; ma un secondo, Hati; (lui è di Hróðvitnir il figlio) precederà la chiara sposa del cielo » Durante il Ragnarǫk riuscirà a divorare Sól (mentre suo fratello Hati divorerà Máni), oscurando Cielo e Terra.
Inoltre si narra di Fenrir “Lupo della brughiera”, o “Lupo della palude” un gigantesco lupo nato dall’unione tra il dio Loki e la gigantessa Angrboða, assieme alla regina degli inferi Hel e al Miðgarðsormr.
Fenrir viene generato nella Járnviðr (“foresta di ferro”), luogo da cui provengono anche i due lupi Sköll e Hati, possiede un’intelligenza fuori dal comune e è in grado di parlare è un potente avversario degli dei dell’Ordine.
Stando alla narrazione durante il Ragnarök, posto nel futuro, ma alcune ipotesi potrebbero dare origine ad altre teorie, considerando tale datazione una modificazione postuma, forse influenzata dall’avvento del cristianesimo, le comparazioni effettuate da Georges Dumézil, noto studioso dei miti, hanno messo in luce le forti somiglianze tra i Ragnarǫk e la mitologia hindu, nella battaglia tra Pāndava e Kaurava, narrata nel Mahābhārata, e in area mediterranea la gigantomachia o la titanomachia, in cui si vedono contrapposti, gli dei olimpici guidati da Zeus contro le creature del Caos, in un passato remoto ancestrale.
Nell’era del Caos i legami si spezzano, la magica catena che lega Fenrir si scioglie, è nuovamente libero, e attaccherà gli Dèi, assieme alle altre forze del disordine e dell’oscurità. Crescerà si tanto, che spalancando la bocca la mascella inferiore toccherà il suolo e quella superiore il cielo,Fenrir attaccherà Odino , uccidendolo, ingaggerà lotta mortale con , figlio di Odino, destinato a vendicare il padre.
Víðarr fermerà la mascella inferiore di Fenrir con un piede, e quella superiore con una mano, spezzandogliele e lo ucciderà riportando il Kosmos La rinascita del mondo resterà adombrata dal volo, alto nel cielo, di Níðhǫggr, la serpe di Niðafjoll, misteriosa creatura tra le cui piume trasporterà cadaveri.
« Gera ok Freka
seðr gunntamiðr,
hróðigr Heriaföðr;
en við vín eitt
vápngöfugr
Óðinn æ lifir. »
« Geri e Freki
nutre, avvezzo alla guerra,
Heriaföðr glorioso.
Ma soltanto col vino
fiero nell’armatura,
Odino vive per sempre. »
(Edda poetica – Grímnismál – Il discorso di Grímnir XIX)
Geri e Freki dal norreno spesso tradotti come “avaro” e “ingordo”, talvolta chiamati anche Gere e Freke sono lupi della mitologia norrena, compagni del dio Odino, tali figure potrebbero rappresentare la manifestazione e la rilevanza relativa ai culti delle “bande dei guerrieri lupo” gli Úlfhéðnar.
Si narra di loro nella raccolta del XIII secolo basata a fonti orali precedenti, e nella prima parte della Edda in prosa dello scrittore Snorri Sturluson.
Il Gylfaginning (L’Inganno di Gylfi), è la prima parte dell’Edda in prosa di Snorri Sturluson, una narrazione completa ed organica dei miti norreni, e in particolare tratta della creazione e della distruzione del mondo da parte degli dei e molti altri aspetti della mitologia norrena, si racconta che Odino dia da mangiare ai due lupi la carne quando egli si trova nel Valhalla, giacché la sua alimentazione consiste solo nell’idromele.
Altri animali di chiara derivazione legata a culti sciamanici sono presenti nella mitologia greca, romana e vedica.
Nell’antica Grecia ὕβρις insolenza, tracotanza eccesso”, “superbia”, “orgoglio” è anche personificazione della prevaricazione È un antefatto che vale come causa a priori che condurrà alla catastrofe καταστροϕή, «rivolgimento, rovesciamento», della tragedia e delle vicende umane.Per il pensiero greco, è ogni situazione in cui si assiste ad un oltrepassamento del giusto, una prevaricazione della legge dell’armonia.
Se il pensiero greco, soprattutto presocratico, è la riflessione sul carattere armonico della realtà necessario a mantenere in equilibrio l’intero universo, l’hybris rappresenta allora quella prevaricazione degli elementi che conduce ad uno strappo nel tessuto armonico della realtà.
La ὕβρις è una colpa compiuta da chi offende con prepotenza e tracotanza, è punita dalla “némesis” ( νέμεσις), che significa “vendetta degli dei”, “ira”, “sdegno”.
Fregio nord dell’architrave del Tesoro dei Sifni a Delfi.Archaeological Museum of Delphi,
Gli spartani sono stati efficacemente educati ai ragionamenti filosofici da questo: se qualcuno si trova infatti a conversare con il più stolto degli spartani, troverà che per la maggior parte della conversazione l’uomo appare davvero stolto. Tuttavia, poi, quando gli si presenta un’occasione nel discorso, questa stessa persona è capace di scagliare una frase degna di nota, breve e significativa, come un abile arciere, cosicché il suo interlocutore appare niente più che un bambino. Questo dunque hanno compreso sia i contemporanei sia gli antichi, cioè che imitare gli spartani significa amare la filosofia molto più della ginnastica, consapevoli che pronunciare frasi brevi e significative è proprio di uomini che sono stati educati alla perfezione.
Tra questi c’erano Talete di Mileto, Pittaco di Mitilene, Biante di Briene, il nostro Solone, Cleobulo di Lindo, Misone di Chene, e il settimo tra loro si narra che fosse Chilone di Sparta.
Tutti questi erano ammiratori, amanti e seguaci dell’educazione spartana: chiunque, dai detti brevi e memorabili che ciascuno di loro pronunciò, potrebbe comprendere che la loro sapienza era di origini spartane. Costoro, riunitisi insieme, consacrarono come primizia della loro sapienza ad Apollo nel tempio di Delfi queste iscrizioni che tutti celebrano, «Conosci te stesso» e «Nulla di troppo». Per quale motivo dico queste cose? Perché questo era lo stile della filosofia degli antichi: una brevità spartana.
Un aggregato umano misterioso, austero, silenzioso ”laconico ”, schivo ,duro, dedito all’addestramento permanente , al culto della parola data, che per mantenere il suo status s’impone regole severe di rinuncia e restrizione, il privilegio degli Ὅμοιοι, gli Uguali Σπαρτιάται, Spartiati è essere fedeli e dediti ad un ideale metafisico autoreferenziale.
”l’imbarazzo della storia sta spesso nella permanenza delle parole e nel cambiamento del loro significato. La guerra dei Greci era un privilegio,oltre che una maledizione. combattere era uno dei modi attraverso i quali si definiva un’identità, più ancora uno status…”
(Brodo Nero Sergio Valzania pag.20 )
Era uno spettacolo grandioso e insieme terrificante vederli avanzare al passo cadenzato dai flauti senza aprire la minima frattura nello schieramento o provare turbamento nell’animo, calmi ed allegri, guidati al pericolo dalla musica. Perché non si può pensare che paura o furore smodato s’impossessassero di uomini così composti; ma certo un fermo proposito, sorretto da fiducia e coraggio, come se Dio li accompagnasse.
Plutarco vite Parallele
Πλούταρχος Βίοι Παράλληλοι
Vita di Licurgo
Il corvo è , nella mitologia germanico-norrena, il «fedele compagno» di Odino/Wotan, egualmente dio della profezia come Apollo, nonché, nella tradizione celtica, di Lug, che come Apollo ricopre la funzione di Dio della Luce confer La festività di Lughnasadh/Lammas e il dio celtico Lugh
Huginn e Muninn sono due corvi presenti nella mitologia norrena, associati al dio Odino. Huginn e Muninn viaggiano per il mondo portando notizie e informazioni al loro padrone. Odino li fa uscire all’alba per raccogliere informazioni e ritornano alla sera, siedono sulle spalle del dio e gli sussurrano le notizie nelle orecchie. È da questi corvi che deriva il kenning dio-corvo che rappresenta Odino.
Entrambi i nomi dei corvi derivano dal norreno, Huginn significa pensiero mentre Muninn memoria.
Così è detto nel poema eddico Grímnismál, al XX canto:
(NON)
« Huginn ok Muninn
fliúga hverian dag
iörmungrund yfir;
óumk ek of Hugin
at hann aptr ne komit,
þó siámk meirr um Munin. »
(IT)
« Huginn e Muninn
volano ogni giorno
alti intorno alla terra.
Io ho timore per Huginn
che non ritorni;
ma ho ancora più timore per Muninn. »
(Edda poetica – Grímnismál – Il discorso di Grímnir XX)
ἱερὸςφάνεια ierofania
« Nel mondo proprio dell’uomo greco le forze che dominano la vita umana e che noi conosciamo come disposizioni dell’animo, inclinazioni, entusiasmi, sono figure dell’essere, di natura divina, che come tali, non hanno solo da fare con l’uomo, ma, infinite ed eterne, dominano la terra e il cosmo: Afrodite (l’incanto d’amore), Eros (la forza dell’amore e della procreazione); Aidós (il delicato pudore); Eris la discordia ecc..
I moti dell’anima non sono che l’afferramento da parte di queste forze eterne, che, sotto figura divina, sono ovunque operose. »
(Walter F. Otto. Theophania. Genova, Il Melangolo, 1996, p. 62-3)
Kylix attica a sfondo bianco attribuita al Pittore Pistoxenos con Apollo seduto che indossa una corona di alloro o mirto, un peplo bianco e un mantello rosso. Tiene nella mano sinistra la cetra la cui cassa è un guscio di tartaruga, mentre con la mano destra offre una libagione. Di fronte a lui sta il corvo (Museo Archeologico di Delfi, V secolo. a.C.)
« Socrate diceva che il compito dell’uomo è la cura dell’anima: la psicoterapia, potremmo dire. Che poi oggi l’anima venga interpretata in un altro senso, questo è relativamente importante. Socrate per esempio non si pronunciava sull’immortalità dell’anima, perché non aveva ancora gli elementi per farlo, elementi che solo con Platone emergeranno. Ma, nonostante più di duemila anni, ancora oggi si pensa che l’essenza dell’uomo sia la psyche. Molti, sbagliando, ritengono che il concetto di anima sia una creazione cristiana: è sbagliatissimo. Per certi aspetti il concetto di anima e di immortalità dell’anima è contrario alla dottrina cristiana, che parla invece di risurrezione dei corpi. Che poi i primi pensatori della Patristica abbiano utilizzato categorie filosofiche greche, e che quindi l’apparato concettuale del cristianesimo sia in parte ellenizzante, non deve far dimenticare che il concetto di psyche è una grandiosa creazione dei greci. L’Occidente viene da qui. » (G. Reale, Storia della filosofia antica, Vita e pensiero, Milano 1975)
Il mito del carro e dell’auriga (o della biga alata), tratto dal Fedro di Platone, introduce alla teoria platonica della reminiscenza dell’anima, un fenomeno che durante la reincarnazione produce ricordi legati alla vita precedente. Racconta di una biga su cui si trova un auriga, personificazione della parte razionale o intellettiva dell’anima (logistikòn). La biga è trainata da una coppia di cavalli, uno bianco e uno nero: quello bianco raffigura la parte dell’anima dotata di sentimenti di carattere spirituale (thymeidès), e si dirige verso l’Iperuranio; quello nero raffigura la parte dell’anima concupiscibile (epithymetikòn) l’anima cui appartengono bisogni ed istinti propri per lo più dell’animalità e si dirige verso il mondo sensibile. I due cavalli sono tenuti per le briglie dall’auriga che, come detto, rappresenta la ragione: questa non si muove in modo autonomo ma ha solo il compito di guidare.
« Si raffiguri l’anima come la potenza d’insieme di una pariglia alata e di un auriga. Ora tutti i corsieri degli dèi e i loro aurighi sono buoni e di buona razza, ma quelli degli altri esseri sono un po’ sí e un po’ no. Innanzitutto, per noi uomini, l’auriga conduce la pariglia; poi dei due corsieri uno è nobile e buono, e di buona razza, mentre l’altro è tutto il contrario ed è di razza opposta. Di qui consegue che, nel nostro caso, il compito di tal guida è davvero difficile e penoso.
Il “centauro” è un termine utilizzato da Erikson per definire un’integrazione matura tra mente e corpo, nella quale la “mente umana” e il corpo animale costituiscono un’unità armoniosa. (psichico, sottile, causale e non duale) Nel paradigma olografico il centauro rappresenta il tredicesimo ed ultimo livello, quello che segue il livello magico, mitico e razionale, e si espleta nei quattro stadi di morte rinascita. (Stanislav Grof)
Conflitto tra natura e cultura: Il centauro, metà uomo e metà cavallo, rappresenta un conflitto tra la natura selvaggia e impulsiva (il cavallo) e la ragione e la civiltà (l'uomo). Questo conflitto potrebbe essere collegato alle diverse fasi dello sviluppo psicosociale descritte da Erikson, in cui l'individuo è costantemente chiamato a bilanciare impulsi biologici e richieste sociali. Integrazione di aspetti opposti: La figura del centauro suggerisce l'idea di integrare aspetti apparentemente contraddittori della personalità. Questo concetto potrebbe essere messo in relazione con la ricerca dell'identità, un tema centrale nella teoria di Erikson. Potenziale e limiti umani: Il centauro, con la sua forza bruta e la sua saggezza, rappresenta un simbolo del potenziale umano e dei suoi limiti. Questa dualità potrebbe essere collegata alla concezione eriksoniana dell'ego, che cerca costantemente di mediare tra le diverse istanze psichiche.
Nella riflessione teorica del filosofo Ken Wilber, si richiama al simbolismo del centauro, figura mitologica del mondo greco, figura archetipica della cultura indoeuropea, che in greco antico si designa con “kéntor” (híppon), “colui che stimola (il cavallo)”, intesa nella sua accezione di portatore-promotore di crescita Rappresenta la perfetta unione tra il fisico ed il mentale, poiché il centauro non è un cavaliere che è esperto nell’equitazione, ma un cavaliere che è tutt’ uno con il suo cavallo. Non si presenta come una psiche separata che tenta di controllare il suo corpo, bensì un’unità psicosomatica che governa se stessa. La funzione simbolica del centauro è quella del recupero del rapporto tra corpo e mente ascoltando, mettendosi in movimento con consapevolezza.
Chirone ed Achille
Chirone , Χείρων, Chéirōn, esempio eccelso di centauro si distingueva per la grande saggezza, per la conoscenza delle scienze, in particolare quella medica. Fu pertanto considerato il capostipite di quella scienza in quanto maestro di colui che la mitologia greca considerava il dio della medicina Asclepio, oltre che un importante maestro di Arti Marziali.
Jung narrava dell’archetipo del guaritore ferito, di colui che tiene in sè due poli opposti: il guaritore e il ferito.
Chirone: nella mitologia era un centauro figlio illegittimo di Crono e Fillira, immortale. Più saggio e benevolo di tutti i centauri fu grande esperto dell’arte medica e insegnante perfino di Asclepio.
Chirone fu trovato e allevato da Apollo, che gli insegnò le arti curative, la musica e la profezia, mentre la sorella gemella di Apollo, Artemide, gli insegnò il tiro con l’arco e la caccia. Chirone eccelleva in ogni campo. A volte si dice che abbia inventato la farmacia, la medicina e la chirurgia. In effetti, il nome “Chirone” significa “mano” (greco, kheir χειρ o “abile con le mani”, ed è correlato al nostro “chirurgo” ( kheir + ergon , “artigiano”). Il tocco curativo: La mano, in molte culture, è associata al tocco, alla guarigione e alla trasmissione del sapere. Chirone, con le sue mani esperte, era in grado di alleviare le sofferenze altrui. La parola “chirurgo” deriva proprio dal greco “cheirourgós”, che significa letteralmente “colui che lavora con le mani”. Questo legame etimologico sottolinea l’abilità di Chirone nel curare le ferite e nel manipolare le erbe medicinali. Chirone era un maestro eccezionale, istruendo molti degli eroi greci, tra cui:
Giasone: Lo istruì nella navigazione e nell’uso delle armi.
Achille: Gli insegnò le arti della guerra e della medicina.
Asclepio: A lui trasmise le sue conoscenze mediche, rendendolo il dio della medicina.
istruì Asclepio nell’arte della medicina con mani gentili. του και τον Ασκληπιό μετά από αυτόν του δίδαξε την τέχνη τη θεραπευτική με χέρια ευγενικά. Pindaro
Fu Eracle a uccidere Chirone in seguito della sua terza fatica, quella della cattura del cinghiale di Erimanto, Eracle fece visita al centauro Folo il quale offrì del vino all’eroe aprendo la giara dei centauri che si arrabbiarono e si lanciarono contro Eracle che li respinse e ne uccise alcuni; i centauri, per difesa, si rifugiarono nella grotta di Chirone che, ignaro di ciò che stava succedendo, si fece incontro all’amico Eracle nell’istante esatto in cui questo scagliò una freccia che andò a colpire per errore il ginocchio del centauro. Questa ferita inguaribile provocò molto dolore, e a nulla servirono i propri poteri autocratici al punto che il centauro sarebbe stato costretto ad una vita di sofferenza a causa della sua immortalità. Zeus, però, mosso da compassione, permise a Chirone di donare la sua immortalità a Prometeo salvandolo e salvando con lui tutti gli uomini. E’ proprio attraverso la sofferenza che Chirone impara l’arte della cura e a tenere sempre presente la propria ferita, che è simbolicamente lo spazio attraverso cui il dolore e la sofferenza possono entrare in lui.
Questo è un tipico elemento di fenomenologia sciamanica il processo di ferita e smembramento, a cui si deve sottoporre, l’iniziato, il passaggio, a tratti estremo, può esprimersi nel sacrificioSacrum facere. Come Chirone, così il terapeuta può comprendere la sofferenza dell’altro solo riconoscendo e integrando la propria sofferenza, non come debolezza o fragilità, ma come forza e strumento per poter lasciare entrare ed entrare in contatto con l’altro. Nella figura del centauro, gli uomini cercavano di identificarsi con il cavallo stesso, da sempre considerato come uno degli animali più forti ed eleganti, il ché lo portò a diventare simbolo di nobiltà ed intelligenza, tanto che presso le famiglie aristocratiche greche e romane era uso comune attribuire nomi contenenti la parola ἵππος “hippo”, cavallo in greco: Filippo ed Ippocrate ne sono due esempi. Ippolito, Ippocrate, Filippo, etimologicamente significano colui che lega, che ama, colui che addestra i cavalli.
La ferita come fonte di empatia: Chirone, ferito da una freccia avvelenata, non poteva guarire se stesso, ma divenne un maestro nella medicina, curando gli altri. La sua ferita personale gli conferiva una profonda comprensione della sofferenza altrui, rendendolo un guaritore eccezionale. L'integrazione degli opposti: Il guaritore ferito incarna la dialettica tra luce e ombra, forza e vulnerabilità. È colui che, avendo sperimentato il dolore, è in grado di accedere alle profondità dell'anima e di aiutare gli altri a guarire le proprie ferite. Il percorso di guarigione personale: Il guaritore ferito è un individuo che, attraverso il proprio processo di guarigione, sviluppa una saggezza e una compassione uniche. È colui che ha imparato a trasformare la sofferenza in forza. Riconoscere la propria vulnerabilità: Capire che anche i guaritori hanno le loro ferite ci aiuta a essere più umani e compassionevoli verso noi stessi e gli altri. Sviluppare la resilienza: Il percorso del guaritore ferito ci insegna a trasformare le avversità in opportunità di crescita. Connettersi con gli altri in modo più profondo: La comprensione della sofferenza altrui ci permette di stabilire relazioni più autentiche e significative.
La leggenda narra che il primo ibrido ebbe origine dall’unione di un figlio di Apollo, Centauro appunto, con delle bellissime cavalle. Dalla loro unione nacque una creatura con il corpo di cavallo sul cui tronco erano innestati un torso ed un capo umani. La loro particolarità è che possedevano tutti i pregi e tutti i difetti del genere umano, portati però a livelli elevatissimi, tanto che nella mitologia sono stati riservati loro ruoli completamente contrastanti: dall’estrema saggezza all’incredibile crudeltà. E tale idea perdurò nel tempo.
Simbolo della dualità, il Centauro può rappresentare figure mitologiche positive come Chirone, o negative, come Nesso Nel primo caso il Centauro mira verso l’alto, si avvale di conoscenze esoteriche che mette al servizio degli altri, mentre nel secondo si fa dominare dagli istinti, insidia Deianira, compagna di Ercole, viene ucciso, e contemporaneamente si vendica con uno stratagemma. Nell’agonia, Nesso rivelò a Deianira che se ella avesse raccolto il suo sangue e ne avesse intriso una veste avrebbe potuto contare sull’amore eterno di Eracle.
La ferita come fonte di saggezza: La ferita di Chirone lo trasformò in un maestro della sofferenza, dandogli una profonda comprensione dell’animo umano.
L’integrazione degli opposti: Chirone incarna la dualità tra la natura selvaggia (il cavallo) e la ragione (l’uomo), tra forza e vulnerabilità.
Il sacrificio per gli altri: Nonostante il suo dolore, Chirone continuò a servire gli altri, rinunciando alla propria immortalità per liberare Prometeo.
L’eredità di Chirone
Giasone e Cheiron i centari osservano Anauros
L’eredità di Chirone è ancora oggi viva. Il suo mito ci insegna che:
L’insegnamento è un atto di amore: Condividendo le nostre conoscenze e la nostra esperienza, possiamo fare del bene al mondo.
La sofferenza può essere una fonte di crescita: Anche attraverso il dolore, possiamo trovare un significato più profondo alla vita.
La compassione è una forza potente: Aiutando gli altri a guarire, possiamo guarire noi stessi.
ΟΙ ΜΥΘΟΙ: Φαίνεται πως οι μύθοι για τη μαγεία του Χείρωνα αυξήθηκαν σημαντικά με την πάροδο του χρόνου. Σήμερα, είναι αποδεκτό ότι καθώς μεταβάλλονταν οι ιδέες περί εκπαίδευσης, αναπτύσσονταν και οι ιδέες για τη σοφία του Χείρωνα όπως και οι απόψεις για τον τρόπο με τον οποίο εκπαίδευε τους μαθητές του. Γράφει σχετικά ο Πίνδαρος: “Αλλά ο ξανθός Αχιλλέας, μένοντας στο σπίτι της Φιλύρας ως παιδί, έκανε έργα μεγάλα, συχνά κραδαίνοντας στα χέρια του ένα ακόντιο με μια κοντή λεπίδα, γοργός σαν τον άνεμο, έφερε το θάνατο στα άγρια λιοντάρια στη μάχη, σκότωσε κάπρους άγριους και τα ασθμαίνοντα κουφάρια τους [έφερνε] στον Κένταυρο, τον γιο του Κρόνου”. Ό,τι αφορά στον Χείρωνα, ο Πίνδαρος ξεκαθαρίζει ότι δεν είναι επινόηση δική του. Ο τρόπος που δίδαξε τον Αχιλλέα, για παράδειγμα, είναι ένα γνωστό γεγονός που έμαθε από παλαιότερες ιστορίες. Στην εποχή του οι άνθρωποι ανέπτυξαν άλλες ιδέες για τη γνώση και τις διδασκαλίες του Χείρωνα, τις οποίες και περιγράφει λεπτομερειακά: “Ο Χείρων με τη βαθιά του γνώση, τον Ιάσονα δίδαξε στη λίθινη κατοικία του και τον Ασκληπιό μετά από αυτόν του δίδαξε την τέχνη τη θεραπευτική με χέρια ευγενικά. Συν τω χρόνω, γάμο κανόνισε για την αγλαόκολπη κόρη του Νηρέα [Θέτις], δίδαξε τον γιο της [Αχιλλέα] τον ευγενή τρέφοντας το πνεύμα του με τα πρέποντα. Κι όταν οι άνεμοι τον έσπρωξαν στην Τροία, στάθηκε ανάμεσα στις λόγχες και τις κραυγές της μάχης”. Στην Ιλιάδα μια πρώτη αναφορά συνδέεται με τον Μενέλαο, που πληγώθηκε από τρωικό βέλος. Ο Θεσσαλός γιατρός από τις τάξεις των Αχαιών, ο Μαχάων, γιος του Ασκληπιού, κλήθηκε να “ρουφήξει το δηλητήριο από την πληγή και επιδέξια να επιθέσει πάνω της φάρμακα, που ο Χείρων έδωσε πριν από καιρό στον πατέρα του”! Η δεύτερη αναφορά σχετίζεται έμμεσα με τον Αχιλλέα. Ο Ευρύπυλος ζήτησε από τον σύντροφό του στη μάχη Πάτροκλο να τον βοηθήσει. Διαβάζουμε: “Σώσε με τουλάχιστον τώρα […] κόψε το βέλος από το μηρό μου, ξέπλυνε το μαύρο αίμα με ζεστό νερό και βάλε πάνω του καλά γιατρικά, από αυτά που λένε ότι σου είπε ο Αχιλλέας, αφού ο Χείρων, ο δικαιότερος του μίλησε γι’ αυτά”. Τέτοια ήταν η πίστη στη σοφία του Κένταυρου. Από τέτοιες αναφορές, φαίνεται ότι η πρόσθεση της θεραπείας, της φιλοσοφίας, της μαγείας, κ.ο.κ. στις δεξιότητες που δίδασκε ο Χείρων συνδέεται με τον αυξανόμενο πλούτο της γνώσης των αρχαίων Ελλήνων. Στις αρχαιότερες απεικονίσεις,ο Χείρων φαίνεται να δέχεται τον Αχιλλέα ως μαθητή του ή να παίρνει τον Αχιλλέα σαν παιδί από τα χέρια του Πηλέα, του πατέρα του. Ο ρόλος του Χείρωνα είναι συνδυασμός θετού πατέρα και διδάσκαλου. Οι γονείς του Αχιλλέα αποδίδουν το παιδί στην προστασία του διδάσκαλου για καθοδήγηση, μια καινοτομία που ώθησε την καλλιτεχνική φαντασία σε συγκεκριμένες απεικονίσεις κατά τα τέλη του 6ου αι. π.Χ. Sembra che i miti legati alla magia di Chirone si siano arricchiti notevolmente nel corso del tempo. Oggi è accettato che, man mano che le idee sull’educazione si evolvevano, si sviluppavano anche le idee sulla saggezza di Chirone e le opinioni sul modo in cui educava i suoi discepoli. Pindaro scrive a questo proposito: “Ma l’biondo Achille, soggiornando da bambino nella casa di Filìra, compì grandi imprese, brandendo spesso in mano una lancia dalla punta corta, veloce come il vento, portò la morte ai feroci leoni in battaglia, uccise cinghiali selvatici e ne portava le carcasse ansimanti al Centauro, figlio di Crono”. Per quanto riguarda Chirone, Pindaro chiarisce che non si tratta di una sua invenzione. Il modo in cui ha educato Achille, ad esempio, è un fatto noto che ha appreso da storie più antiche. All’epoca, le persone svilupparono altre idee sulla conoscenza e sugli insegnamenti di Chirone, che egli descrive in dettaglio: “Chirone, con la sua profonda conoscenza, istruì Giasone nella sua dimora di pietra e, dopo di lui, istruì Asclepio nell’arte della medicina con mani gentili. Nel corso del tempo, organizzò il matrimonio della splendida figlia di Nereus [Teti], educò suo figlio [Achille] il nobile, nutrendo il suo spirito con ciò che era giusto. E quando i venti lo spinsero a Troia, si trovò tra le lance e le grida della battaglia”. Nell’Iliade, un primo riferimento è legato a Menelao, ferito da una freccia troiana. Machaone, il medico tessalo tra le file degli Achei, figlio di Asclepio, fu chiamato a “succhiare il veleno dalla ferita e abilmente a porvi sopra farmaci, che Chirone aveva dato molto tempo prima a suo padre”! Il secondo riferimento è indirettamente legato ad Achille. Euripilo chiese al suo compagno in battaglia Patroclo di aiutarlo. Leggiamo: “Salvami almeno ora […] taglia la freccia dalla mia coscia, lava il sangue nero con acqua calda e metti sopra delle buone medicine, di quelle che dicono che ti abbia detto Achille, poiché Chirone, il più giusto, gliene parlò”. Tale era la fiducia nella saggezza del Centauro. Da tali riferimenti, sembra che l’aggiunta della medicina, della filosofia, della magia, ecc. alle abilità insegnate da Chirone sia legata alla crescente ricchezza di conoscenze degli antichi Greci. Nelle rappresentazioni più antiche, Chirone sembra accogliere Achille come suo discepolo o prendere Achille come bambino dalle mani di Peleo, suo padre. Il ruolo di Chirone è una combinazione di padre positivo e maestro. I genitori di Achille affidano il bambino alla protezione del maestro per essere guidato, un’innovazione che ha spinto la fantasia artistica a specifiche rappresentazioni alla fine del VI secolo a.C.
BIBLIOGRAFIA: Eschilo, Prometeo incatenato. Apollodoro, The Library of Greek Mythology, Oxford University Press, 1997. Bagley A., Chiron the Educator, Università del Minnesota (2000). Boardman J., Arte greca, Thames and Hudson, (Londra 1996). Graf F., La magia nel mondo antico, Harvard University Press, (Harvard 1999). Jung CG, I tipi psicologici. Spageira, 1984. Martino, Er. De, Magia e Civiltà, Garzanti, (Milano, 1962). Omero, Iliade, (trad. O. Komninos – I. Kakridis), Zacharopoulos. Pindaro, Odi di Nemea. Odi istmiche. Frammenti, (traduzione di William H. Race), Loeb Classical Library, Harvard (1997). Esiodo, Teogonia, Opere e giorni, Aspis, Herakleus, Hoiai (tradotto da P Lekatsas), Zacharopoulos.
Contatto con la TERRA necessità di essere radicati nella nostro corpo , nella vita quotidiana (Madre Terra ) e di avere ” i piedi per terra” per non indebolirci , per non vivere un’esistenza virtuale , confinata solo ” testa” , o in una parte di essa, che ci proietta lontano da il qui ed ora, hic et nunc.
Una costante ricerca di equilibri tra le componenti che ci danno forma
Anteo Gigante figlio di Poseidone e della Madre Terra , viveva in Libia dove costringeva gli stranieri a lottare con lui finché erano esausti, e poi li uccideva. Non soltanto era abile e forte , ma ogni qual volta toccava terra riprendeva forza.
Conservava i crani delle sue vittime per farne il tetto del tempio di Poseidone. Anteo non era un avversario facile da battere; viveva in una grotta ai piedi di un picco roccioso, dove si nutriva di carne di leone e dormiva sulla nuda terra per conservare e aumentare la sua forza colossale. Eracle ( o Ercole) lo sfidò ( o fu sfidato da lui ) ; preparandosi alla lotta, ambedue i contendenti si liberarono delle loro pelli di leone, ma mentre Eracle si ungeva il corpo con olio alla maniera olimpica, per sfuggire più facilmente alla presa dell’avversario , Anteo si massaggiò le membra con sabbia calda, per timore che il solo contatto delle piante dei piedi con la terra non fosse sufficiente a rinvigorirlo(o per assorbire l’olio di Eracle)
Quando Eracle ebbe messo a terra il Gigante, con grande stupore vide i suoi muscoli gonfiarsi e il sangue scorrergli benefico nelle membra, poiché la Madre Terra gli ridava forza.
I contendenti si avvinghiarono di nuovo l’uno all’altro, e di nuovo Anteo si gettò a terra, questa volta di sua spontanea volontà, senza aspettare che Eracle lo sopraffacesse. Eracle, rendendosi conto di ciò che stava accadendo, sollevò il Gigante alto tra le braccia e gli strizzò le costole, sordo ai profondi gemiti della Madre Terra, finché Anteo morì.
In questa sfida alcuni intravvedono lo scontro tra due civiltà e due modi diversi di approcciare lo scontro fisico la lotta a terra e la lotta in piedi, il matriarcato legato a Gea la Madre Terra e il Patriarcato legato a Zeus (cielo)
Un corteo si recava sull’Aventino in onore di Diana Dea Maga e quindi nelle campagne per festeggiare con un tradizionale pasto all’aperto
In Agosto nelle campagne di Roma, fuori dall’Urbe, si festeggiava la dea Diana, che proteggeva i campi coltivabili e i boschi. Era un rito molto amato poichè la dea proteggeva le erbe salutari e curative e le fonti d’acqua e le sorgenti sacre che facilitavano la cura, era molto considerata tanto da essere denominata Dea Maga il suo culto era associato alla guarigione suscitata dalla Natura.
La Dea Diana porta il corno lunare sul capo con l’avvento dei seguaci del cristianesimo tale rito sarà sostituito con la Madonna, che calpesta il serpente ed anche il corno Lunare, energie psichiche o sottili.
Le sue seguaci si tramandavano i segreti delle erbe curative da madre a figlia. Secoli dopo al termine dei culti dei “gentili” detti pagani, da pagus campgna luogo in cui perdurarono di più gli antichi culti, Paracelso per recuperare le antiche sapienze di cura, represse dall’avvento del cristianesimo, si dovette recare nelle campagne e chiedere di ricevere gli insegnamenti dalle donne, grazie alle quali non solo apprese tali arti ma capì l’importanza del ruolo della madre nel concepimento come matrix matrice delle dimensioni del visibile dell’invisibile, che nasconde in se il segreto della natura, che favorisce l’aspetto animico del futuro figlio.