Poche righe, squisitamente poetiche , il graffito rinvenuto nel secolo scorso da Matteo della Corte, sito sulla parete della Bottega di Successus in via dell’Abbondanza a Pompei: “Nihil durare potest tempore perpetuo: cum bene sol nituit, redditur Oceano, decrescit Phoebe, quae modo plena fuit, ventorum (alcuni epigrafisti riportano Venerum) feritas saepe fit aura levis…“.
Nihil durare potest tempore perpetuo.
Cum bene Sol nituit redditur Oceano;
Decrescita Phoebe quae modo plena fuit.
(Sic) Venerum feritas saepe fit aura levis.
[CIL IV 9123].
X.13.4 Pompei. 1913. Poema di graffiti trovato sulla sinistra della porta.
Secondo Della Corte, trovata sull’intonaco esterno a sinistra della porta, c’era un bel poema triste ma profetico.Questo è stato trovato il 25 febbraio 1913, scritto in rosso. Nell’inverno del 1915, a seguito di piogge torrenziali prolungate, l’originale morì quando cadde il muro.
Vedi Notizie degli Scavi di Antichità, 1927, p. 116, fig. 11.
Vedi Della Corte, M., 1965. Case ed Abitanti di Pompei. Napoli: Fausto Fiorentino. (p.335)
Secondo Garcia y Garcia, questo fu scoperto nel 1913, ma purtroppo presto perso.
Ha anche citato l’ultima parola latina come “l (e) vis”, e nella nota 28, ha affermato che l’interpretazione era stata fortemente contestata (con riferimenti).
La sua traduzione del latino era:
“Niente può durare per sempre: il sole, quando il suo corso è completo, si nasconde dietro il mare; la luna, una volta piena, ora svanisce.
Pertanto, le ferite dell’amore guariranno e le fresche brezze soffieranno ancora una volta ”
CONFER
Garcia y Garcia, L., 2005. Alunni, insegnanti e scuole a Pompei. Roma: Bardi editore. (p.155)
Cooley ha una traduzione simile –
“Niente può durare per sempre:
Quando il Sole ha brillato brillantemente, ritorna sull’Oceano;
La luna cala, che recentemente era piena.
Anche così la ferocia di Venere diventa spesso un soffio di vento ”
Vedi Cooley, A. e MGL, 2004. Pompei: A Sourcebook. Londra: Routledge. (p.72)
ulteriore versione…
NIHIL DURARE POTEST TEMPORE PERPETUO CUM BENE SOL NITUIT REDDITUR OCEANO DECRESCIT PHOEBE QUAE MODO PLENA FUIT VEN[TO]RUM FERITAS SAEPE FIT AURA L[E]VIS
Nulla può durare in eterno: il sole dopo aver ben brillato si getta nell’Oceano, decresce la luna che poco fa era piena, la violenza dei venti spesso diventa brezza leggera
nota:
Phoebe deriva dal greco antico Φοίβη (Phoibe), latinizzato in Phoebe, da φοῖβος (phoibos) che significa “brillante”, “puro”, “luminoso”
E’ uno dei titanidi originata dall’unione di Urano e Gea, è sorella dell’Oceano Titano, Ceo, Kronos, Rea, Tè, Temis, Mnemosina e Teti, era associata alla Luna.
Artemide era spesso chiamata Febe nel suo ruolo di dea della luna e come una coppia femminile del suo fratello gemello Apollo, che si chiamava Foebo (quello splendente).
“Forse un giorno ci farà piacere ricordare anche queste cose”.
(Virgilio, Eneide, I, 203).
Così Enea tentava di suscitare coraggio nei compagni nelle avversità della sorte e nei pericoli, ma non di rado, questa esortazione potrebbe valere per chiunque in un frangente di vita , in cui sfugge il senso, e la presenza mentale sull’Adesso è offuscata
”Ci piace pensare che i pignora fatalia siano ancora celati o custoditi da mani pietose, in attesa di un giorno tanto nuovo che avrà i colori di un giorno antichissimo” Sandro Consolato Urbs Aeterna misteri figure rinascite del paganesimo
Il lato nascosto, la forza metafisica del‘Urbs Aeterna, la potenza esoterica, celata nell’ombra della storia , grazie al saggio di Sandro Consolato possiamo apprezzare il valore della perpetua fonte di riflessione spirituale ed etica dell’antica Roma nello scorrere dei tempi dagli albori sino a frangenti più recenti.
Il libro si apre con il saggio sui Talismani di Roma antica. Nella letteratura antica un solo autore parla di questi sette talismani, il grammatico Servio Onorato, del IV-V secolo, che li definisce pignora, traducibile in “reliquie”. Sacre reliquie, oggetti sacri che tutelavano la storia di Roma e la città e la sua tradizione. Servio indica i talismani nell’ago della Madre degli dei, la quadriga d’argilla dei Veienti, le ceneri di Oreste, lo scettro di Priamo, il velo di Iliona, il Palladio, gli scudi sacri. Oggetti che mostrano come Roma non fu solo potenza politica, economica e militare ma anche una realtà spirituale e religiosa di grande rilievo che ha improntato di sé tutto l’Occidente. Dalle catastrofi del 390 a.C. (sacco di Roma a opera dei Galli di Brenno e del 410 d.C. quello dei Visigoti di Alarico), allo studio in parallelo fra saggezza tibetana e quella romana. Notevole la considerazioni su Orione e la costellazione con digressioni ricche e interessanti. La seconda parte del libro tratta figure romane di particolare rilievo per la romanità come Publio Rutilio Rufo, Velleio Patercolo, Marco Aurelio, Costantino, Virio Nicomaco Flaviano senior. L’ultima parte riguarda la Romanità e il Medioevo e analizza Dante, Gemisto Pletone, Giulio Pomponio Leto, Leon Battista Alberti.
”Natura autem utrumque facere me uoluit, et agere et contemplationi uacare: utrumque facio, quoniam ne contemplatio quidem sine actione est”
«Del resto la natura volle facessi l’una e l’altra cosa, e agire e dedicarmi alla contemplazione: l’una cosa e l’altra faccio, dal momento che neppure la contemplazione è senza azione»
Seneca de otio
L’otium è cura di sé e della propria saggezza, contemplazione e studio.
Graeci non solum ingenio atque doctrina, sed etiam otio studioque plentyantes
“I Greci sono ricchi non solo di doti e dottrine innate, ma anche di Otium e applicazione”
Cicerone
Nunquam se meno otiosum esse quam cum otiosus esset, aut minus solum esse quam cum solus esset
Scipione il Vecchio
“Non fu mai stato così nell’otium come quando permaneva nell’Otium, e mai così solo come quando ha goduto della solitudine ”
“Fino alla fine del paganesimo, il culto privato—diretto dal pater familias—mantenne la sua autonomia e la sua importanza a fianco del culto pubblico … A differenza del culto pubblico, che subì continue modifiche, il culto domestico, compiuto attorno al focolare, non pare aver subìto sensibili cambiamenti durante i dodici secoli della storia romana. Si tratta, senza dubbio, di un sistema cultuale arcaico, in quanto esso è attestato presso altri popoli indoeuropei. Proprio come nell’India aria, anche a Roma il fuoco domestico costituiva il centro del culto … il culto si rivolgeva ai Penati e ai Lari, personificazioni mitico-rituali degli antenati, e al genius, una specie di ‘doppio’ che proteggeva l’individuo.
Mircea Eliade riguardo il culto privato nell’antica Roma [Storia delle credenze e delle idee religiose v.II, p.120]:
Lares da lar(es), “focolare”, derivato dall’etrusco lar, “padre” sono figure della religione romana che rappresentano gli spiriti protettori degli antenati defunti che, secondo le tradizioni romane, vegliavano sul buon andamento della famiglia, della proprietà o delle attività in generale. Sono posti in una nicchia della casa chiamato Larario, vengono rappresentati da statuette chiamate Sigillium (da signum, segno, immagine) e onorati con incensi ed una fiamma accesa.
Insieme a Vesta, la dea del focolare, e ai Penati, gli dei della dispensa. L’origine del culto dei Lari non è però da ricercarsi presso il focolare della famiglia; per quanto incerta sia l’etimologia del loro nome, è abbastanza sicuro che la religione dei Lari ebbe sua prima sede in fundo villaeque in conspectu (Cicerone)
sala dei Misteri (riti iniziatici)
I penati sono gli spiriti protettori di una famiglia e della sua casa onorate nel culto privato in modo esclusivo, gli antenati e spiriti protettori, deriva dal latino penas, ovvero “tutto quello di cui gli uomini si nutrono“, quindi in origine proteggevano il cibo custodito in casa, e il loro posto era il Penitus, ovvero il luogo della casa dove si custodisce il cibo (oggi la cucina o la dispensa). In seguito divennero più genericamente i protettori della famiglia, sovrapponendosi quindi con la funzione dei Lari.
Ogni famiglia aveva i propri Penati che venivano trasmessi in eredità insieme ai beni patrimoniali. Ai Penati, che risiedevano nel Larario insieme ai Lari, si occupava il capofamiglia (pater familias) che puliva regolarmente l’edicola e ad ogni pasto veniva offerto loro del cibo : il sale, che purifica e conserva il cibo, e del farro, il primo cereale coltivato dai romani.
i Mani ( Manes) erano le anime dei defunti, a volte in pace e benevolenti altre volte inquiete ed ostili, talvolta venivano identificate con le divinità dell’oltretomba.
sala dei Misteri (riti iniziatici) Particolare del grande affresco dionisiaco della Villa dei Misteri, Pompei (Napoli), I° sec. a.C. – I° sec. d.C.
La parola Genius deriva dal latino gignere che significa “generare, creare”, era utilizzata per identificare il nume che costituiva una forza creatrice. Al Genius venivano offerti fiori, piante odorose, incensi, profumi, vino ed altro. Nell’antica Roma si riteneva che vi fosse una divinità minore protettrice di un luogo, di chi vi abitava o transitava. Ogni luogo aveva un suo genius che poteva essere ostile o benevolo a seconda dell’atteggiamento dell’individuo verso il luogo. Dissacrare un luogo, o appropriarsi delle sue risorse in modo indiscriminato poteva inimicare Genius Loci, mentre pregarlo, rispettarlo e fargli offerte poteva renderlo propizio.
“Genius loci” si potrebbe intendere come “lo spirito, il nume tutelare” di un determinato luogo. Tale credenza è riconducibile ad un approccio animistico per cui tutto è permeato da un’energia e da un’intelligenza, compresi i luoghi, o gli animali ma anche e lo stesso uomo ( in oriente un esempio esplicito si ritrova nel termine kami 神spiriti ancestrali e divinità dello Shito 神道 )
Post, ubi confecti cursus et dona peregit, ‘nunc, si cui virtus animusque in pectore praesens, adsit et evinctis attollat bracchia palmis’: sic ait, et geminum pugnae proponit honorem, victori velatum auro vittisque iuvencum, allittensem atque insignem galeam solacia victo
Poi, quando furon finite le corse consegnò i doni,Ora, se a qualcuno in petto (c’è) valore e coraggio forte, si presenti ed alzi le braccia con le palme legate: così disse, e propone doppio premio per la gara, al vincitore un giovenco velato d’oro e di bende,una spada ed uno splendido elmo, come consolazioni per il vinto
Virgilio, opera Eneide parte Libro V
Nelle raffigurazioni si possono notare le posizioni di guardia e di offesa con slancio di mani aperte e gomiti in fase difensiva, forse offensiva.
Gli artisti erano abbastanza precisi nelle loro raffigurazioni e mostrano una solida comprensione della meccanica del corpo. Un braccio di attacco esteso semi-disteso, braccio libero sollevato per un altro attacco / blocco. La gamba posteriore in atto di distensione per generare la catena cinetica dei colpi.
Boxer a destra in difesa con una guardia di copertura che permette una difesa alta quasi completa della testa e i gomiti puntati verso l’esterno hanno la possibilità di intercettare e danneggiare le mani dell’avversario.
I dipinti della tomba forniscono le prove più estese per le immagini della boxe nell’arte etrusca: delle 198 tombe dipinte in tutta l’Etruria catalogate da S. Steingräber, a Chiusi e Tarquinia conservano scene di pugili e risalgono alla fine del sesto fino al secondo quarto del quinto secolo .
Nella maggior parte di questi casi, due pugili nudi, spesso muscolosi e pesanti, si trovano uno di fronte all’altro con i piedi per terra, a volte con un tallone sollevato; entrambe le braccia sono sollevate e i gomiti sono piegati .
In alcuni casi, uno o entrambi i piedi sono più lontani da terra, in modo che le figure sembrino “danzare” .
La Cista Ficoroni è un cofanetto portagioielli, di rame e impropriamente detto in bronzo, decorato di forma cilindrica, finemente cesellato e sormontato da un coperchio ornato da tre sculture, per un’altezza di 77 centimetri. È il migliore reperto conosciuto, per dimensioni, qualità, ricchezza decorativa e stato di conservazione, di cista etrusco-italica.
Rappresenta un episodio delle iniziative dei Argonauti .
I Dioscuri Polluce lega Amycus ad un albero mentre suo fratello, Castor,(forse) si allena su un sacco da boxe.
Nell’antica Grecia, il sacco da boxe era conosciuto come il Korykos.
CàstoreΚάστωρ, Kástōr, Castōr,e Pollùce o PolideuceΠολυδεύκης, Polydéukēs, Pollūx, detti anche Tindaridi, da Tindaro, re di Sparta, sposo della loro madre Leda. Diòscuri Διόσκουροι, Diòskuroi, composta da Διός (Diòs, “di Zeus”) e κοῦροι (kùroi,fanciulli) iòscuri ossia “figli di Zeus“. Detti Càstori, Gemini e Tindaridi detenevano abilità speciali Castore era domatore di cavalli e Polluce era ottimo pugilatore, erano anche considerati come protettori dei naviganti durante le tempeste marine e furono associati alla costellazione dei Gemelli e alla comparsa della stella Sirio nel cielo in prossimità dell’equinozio di primavera, poiché propiziava la semina dei campi e l’inizio della primavera stessa
Nell’astronomia moderna Castore dà il nome ad Alpha Geminorum e Polluce a Beta Geminorum. Vengono talvolta considerati anche patroni dell’arte poetica, della danza e della musica Detengono una doppia paternità, nei miti di gemelli di diverse civiltà:
L’incontro di gemelli nella mitologia non è raro poiché, oltre alla presenza dei Diòscuri nella mitologia greca, romana ed etrusca, altre mitologie Indoeuropee hanno i loro equivalenti. Nel Veda, il libro sacro degli Arii sono citati gli Ashvin che, al pari dei Diòscuri, vengono identificati con la costellazione dei Gemelli, nella mitologia baltica esistono gli Ašvieniai degli antichi Lituani e che prendono il nome di Dieva per gli antichi Lettoni.
Nella mitologia baltica Castore è l’equivalente di Autrympus e Polluce di Potrympus che sono considerati divinità come altri dei del loro Pantheon. Nella mitologia germanica del popolo dei Naarvali esistono gli Alcis, altrettanto ritenuti divini e da Tacito direttamente associati ai Diòscuri.
presso gli scavi di Pompei un affresco sensuale che raffigura Leda, regina di Sparta e moglie di re Tindaro, ingravidata da un cigno. Secondo la mitologia, come narrato anche nelle Metamorfosi di Ovidio, quest’ultimo era lo stesso Giove. Infatti, il padre degli dei, dopo averla stordita con il profumo dell’ambrosia, aveva assunto le sembianze di un cigno, per accoppiarsi con lei sulle rive del fiume Eurota.
Oltre ad un padre “celeste”, Zeus, unitosi a Leda sotto la forma di un cigno, ed un padre terrestre Tindaro Τυνδάρεος, Tyndáreos, re di Sparta.
ZEUS
Il mito di Leda e il cigno rappresenterebbe la potenza sessuale maschile, che non si fa scrupoli a ingannare, pur di raggiungere il proprio scopo. In molte culture, da quelle mediterranee a quelle nordiche, il cigno è un animale sacro, che incarna saggezza, purezza, potenza e coraggio.
Lo stesso nome Leda vuol dire genitrice di uomini e dei. Il cigno e l’uovo rimandano anche ai culti orfici, cerimonie sull’aldilà che si svolgevano nell’antichità, in Grecia e in Egitto.
Dioscuri come Argonauti, compirono il viaggio verso la Colchide nella ricerca del Vello d’oro e alla caccia al cinghiale calidonio
Il mito più popolare era il ratto delle Leucippidi, in cui Castore fu ucciso dagli Afaridi
Il rapimento delle Leucippidi su sarcofago romano dei Musei Vaticani. I Dioscuri hanno sul capo il Pileo.
Polluce pregò il padre Zeus che mandasse la morte anche a lui, ma Zeus gli concesse di rinunciare a metà della propria immortalità in favore del fratello. Così i due vivono insieme alternativamente un giorno nell’Olimpo e un giorno nel regno dei morti.
Questa duplicità era miticamente fondata con il racconto della morte di uno di essi e l’offerta dell’immortalità fatta all’altro da Zeus: il superstite rifiutò l’immortalità se non poteva spartirla con il fratello, e allora ottenne che a giorni alterni, a turno, l’uno soggiornasse tra gli dei e l’altro giacesse agli Inferi.
Dettaglio di Nemesis e dei Dioscuri da un dipinto che raffigura il viaggio di Eracle negli inferi. Nemesis, dea della punizione, tiene una spada in una mano e il fodero nell’altra. I gemelli indossano cappelli da viaggio, reggono doghe annodate e sono accompagnati da una stella
L’ambigua condizione dei Dioscuri faceva di essi i perfetti mediatori tra la realtà umana e la realtà divina, così che divennero gli dei salvatori per eccellenza a cui si ricorreva nelle situazioni disperate ( pericoli di guerra e della navigazione).
In natura esiste un fenomeno atmosferico raro e sorprendente, noto come fuoco di Sant’Elmo. Tale fenomeno si presenta per lo più prima di un temporale, quando possono formarsi dei bagliori blu, simili a delle fiamme, in prossimità di oggetti appuntiti. I fuochi di Sant’Elmo sono conosciuti soprattutto dai marinai, gli alti alberi delle imbarcazioni a vela funzionavano come delle antenne, alle cui estremità era più facile che si formassero i bagliori Le inspiegabili fiammelle blu significavano che la nave era stata raggiunta dai Diòscuri (Διόσκουροι, Diòskuroi), coppia di fratelli divini che avrebbero vigilato sui marinai salvandoli dalla tempesta.
Il loro culto dall’originaria Laconia si diffuse per tutta la Grecia, e, in epoca ellenistica, le loro caratteristiche soteriologiche assunsero venature più spirituali e mistiche. A Roma il loro culto fu riconosciuto ufficialmente con la motivazione di un loro intervento decisivo nella battaglia del lago Regillo (496 a. C.). Il loro ruolo di cavalieri e pugili li ha anche portati a essere considerati i patroni degli atleti e delle gare atletiche.
Dettaglio di uno dei gemelli Dioscuri che combatte contro un Gigante da un dipinto della Gigantomachia (Guerra dei Giganti). Il semidio è raffigurato come un cavaliere che indossa un berretto petasos e brandisce una lancia.
Compivano le loro gesta sempre uniti: Fra le gesta loro attribuite, la liberazione della sorella Elena rapita decenne da Teseo; la partecipazione alla spedizione degli Argonauti; la caccia del cinghiale Calidonio.
Dettaglio di uno dei gemelli Dioscuri che combatte contro un Gigante
A Sparta i Dioscuri presiedevano alle gare equestri e agli agoni ginnici, ed ebbero feste in tutta la Grecia. Furono venerati anche in ambiente latino-romano col nome di Castori (Castores): ebbero culto speciale a Lavinio, a Tuscolo e in Roma. La festa annua in Roma in loro onore si celebrava il 15 luglio, anniversario della battaglia del Lago Regillo (499 o 496 a.C.) Le origini di questa cerimonia religiosa venivano fatte risalire alla battaglia del lago Regillo, nel 499 a.C., in cui i Romani affrontarono una coalizione di Latini.
l gigante di bronzo Talos di Creta viene ucciso dalla strega Medea (estrema sinistra) e dai Dioscuri durante il viaggio degli Argonauti. I gemelli sono montati su cavalli e afferrano il gigante per le braccia. Gli dei Poseidone e Anfitrite (angolo in alto a destra) assistono alla scena.
Nel momento più duro e incerto della battaglia, apparvero nella mischia due cavalieri più alti e belli degli altri, in groppa a cavalli bianchi e vestiti della trabea di porpora, che portarono scompiglio tra le fila dei Latini.
La sera stessa, due cavalieri vestiti allo stesso modo apparvero nel Foro, fecero abbeverare i cavalli nella fontana di Giuturna (Lacus Iuturnae), annunciarono la vittoria dei Romani e scomparvero. I due cavalieri vennero identificati come i Dioscuri Castore e Polluce, intervenuti in soccorso dell’esercito romano, e nel 484 a.C. gli fu dedicato un tempio nei pressi della fonte di Giuturna.
I Dioscuri sono raffigurati di solito in nudità eroica, con mantello dietro le spalle, clamide, chlamys -y̆dis, gr. χλαμύς -ύδος, in testa portano il pileo conico sormontato da una stella; il pilos (πῖλος), simboleggiava forse i resti dell’uovo da cui erano nati, era un elmo/capello conico di origine greca che riproduce le fattezze di un tipo di berretto molto diffuso.
Apparve nel V secolo a.C., trovando ampia diffusione tra gli Spartani, successivamente utilizzato dal Battaglione Sacro Tebano e poi dagli eserciti ellenistici. Contemporaneamente si diffuse ampiamente anche nella Magna Grecia. In mano hanno la lancia, e si presentano sia a cavallo, sia accanto al cavallo mentre lo tengono per il morso.
Dioscuri e Leucippide, anfora ateniese a figure rosse C5 a.C., British Museum
Compaiono sia isolati (rilievi arcaici diSparta, statue frontonali di Locri, colossi del Quirinale), sia nei vari episodi del mito, come la nascita dall’uovo di Leda (in diverse figurazioni vascolari), la lotta con gli Afaridi (metopa del tesoro dei Sicioni a Delfi), il ratto delle Leucippidi (idria di Midia, tavolette fittili di Taranto, stucchi della basilica di Porta Maggiore a Roma), la partecipazione all’impresa degli Argonauti .
i gemelli Dioscuri, Castor e Polydeuces, marciano sulla Maratona per recuperare la sorella rapita Elena da Teseo. I due sono raffigurati come cavalieri armati di lance.
Su rilievi votivi sono raffigurati con una varietà di simboli che rappresentano il concetto di gemellaggio, come il dokana (δόκανα )una coppia di anfore , una coppia di scudi o una coppia di serpenti.
Numerose le figurazioni monetali (Taranto, Roma, Oriente greco).
Moneta romana di Massenzio con i Diòscuri sul retro
Gruppi con dioscuri, acroterio del santuario in contrada Marasà, fine V sec. a.c. o inizio IV sec. a.c.
Le tre colonne solitarie nel Foro Romano sono tutto ciò che rimane del Tempio dei Dioscuri, anche detto Tempio dei Càstori.
Lucus significato originario di «radura nel bosco dove arriva la luce del sole» Il bosco sacro è un luogo di culto caratteristico delle antiche religioni indoeuropee, romana, greca, celtica, germanica. Nell’Italia centrale, la città odierna di Nemi richiama nel nome il nemus Aricinum (“bosco di Ariccia”), antica sede del santuario di Diana Nemorensis. Un Bosco Sacro, chiamato Lucus Vestae, era presente a Roma dietro alla Casa delle vergini Vestali sotto la pendice del Palatino
La collinare Lucera era anticamente un bosco sacro etrusco luk bosco, eri sacro, vantava una propria Lex de luco sacro.
Una grande lecceta con esemplari vecchi di oltre 2000 anni, si trova nel Bosco sacro di Monteluco di Spoleto. A fianco dei lecci sempreverdi e delle specie arboree dominanti si trovano aceri, carpini bianchi, noccioli, meli e ciliegi selvatici, maggiociondoli, corbezzoli e arbusti come per esempio il ginepro, la ginestra, il rovo, il biancospino, il corniolo e il viburno. All’interno del bosco è collocata la riproduzione di un cippo lapideo su cui è scritta la “Lex luci Spoletina”, esempio di norma forestale nel mondo romano, iscrizioni su pietra del tardo III secolo a.C., scritte in latino arcaico, che stabiliscono le pene per la profanazione del bosco sacro dedicato a Giove.
Questo bosco sacro nessuno profani, né alcuno asporti su carro o a braccia ciò che al bosco sacro appartenga, né lo tagli, se non nel giorno in cui sarà fatto il sacrificio annuo; in quel giorno sia lecito tagliarlo senza commettere azione illegale in quanto lo si faccia per il sacrificio….