L’aspetto mentale, la motivazione, la voglia, la determinazione stimolano la risposta del sistema nervoso che attiva il sistema fisiologico emettendo sostanze che consentono un maggior livello di sopportazione al dolore rispetto ad uno stato ordinario comune.
utilizzando un linguaggio più arcaico il ki 氣 si esprime nel livello di combattività marziale.
Vincere le proprie resistenze all’atto atletico è una sensazione di vittoria sconosciuta ai più, nel mondo del godimento immediato di ogni piacere, della ricompensa monetaria per ogni sforzo..FARE PER FARE è un lusso per gli aristoi ἄριστοι, i migliori (nobili interiori) coloro che si possono permettere di irridere la logica utilitaristica del profitto immediato..coloro che lavorano duramente senza compenso se non il più grande: COLTIVARSI….
dell’amico Roberto Giacomelli
tratto da Nemeton Guida Pratica agli Sport del Coraggio
Dopo anni di pratica con profonda passione, dedizione i legami tra chi condivide lo stesso sentiero diventano ancestrali gli archetipi per frangenti vibrano di vita irradiando nel Samsara संसार
Praticare la boxe è un’arte, se si trova il luogo adatto con i trainer qualificati… Il Dojo Ruan boxing è uno di questi luoghi, dove tra un mix d’arti d’oriente e discipline d’occidente in una caratteristica struttura vecchia milano si pratica con grande passione la nobile arte, in un’atmosfera di sapore agonistico per tutti…
Secondo lo scrittore Gay Taleseil non sapere è il fascino simbolico di questa opera. A suo parere tutti dobbiamo affrontare pericoli, tutti un giorno ci troveremo ad affrontare il round finale e ci domanderemo cos’è successo?
Così come sembra domandarsi il Pugile…
Forse un stato confusionale dopo la lotta o alla ricerca di energie e motivazioni per battersi ancora fino alla fine usque ad finem
Concentrazione prima del match il confronto poi ed infine la realizzazione che la vita vissuta di ciascuno di noi sta per terminare svuotando la nostra dimensione spaziale… La sfida solitaria del pugile come manifestazione della vita.. Un capolavoro, il Pugile colto forse in un momento di riposo dopo un incontro, le sue mani sono protette dai cesticaestus le quattro dita sono infilate in un pesante anello costituito da tre fasce di cuoio tenute insieme da borchie metalliche. La statua è basata sul contrasto fra la quiete e il contenimento geometrico espressi dalle braccia appoggiate sulle gambe, e l’improvviso scatto della testa
Gli inserti in rame, sulla spalla destra, sull’avambraccio, sui guanti e sulla coscia, rappresentano gocce di sangue colate dalle ferite nell’atto del volgersi della testa. il viso, di cui si notano la cura della barba e della pettinatura, è di un uomo maturo e presenta i segni del tempo e dei numerosi incontri passati, le orecchie a forma di cavolo, tipico dei lottatori in cui lo sfregamento genera tumefazioni
Nell’antico pugilato ci si batteva completamente nudi, fatta eccezione per una sorta di “sospensorio” e per i guantoni di cuoio, corredati da cinghie con inserti metallici e decorati da rifiniture in pelliccitto.
Il pugile mostra tagli sulla fronte, sulle orecchie gonfie e sulle guance e il suo naso porta ancora il segno di una frattura passata.
L’ aspetto più coinvolgente è la torsione del collo, che porta il suo sguardo, provato e serio, verso un punto preciso.
Questo movimento, l’intensità degli occhi che si può intuire nonostante oggi siano andati persi e la bocca socchiusa fanno sembrare il Pugile vivo, come se fosse sul punto di dire qualcosa…
道場Dōjō termine giapponese che indica il luogo ove si svolgono gli allenamenti alle arti marziali, etimologicamente significa luogo 場(jō) dove si segue la via 道(dō). In origine il termine, ereditato dalla tradizione buddhista cinese, indicava il luogo in cui il Buddha ottenne il risveglio e per estensione i luoghi deputati alla pratica religiosa nei templi buddhisti. Il termine venne poi adottato nel mondo militare e nella pratica del Bujutsu, 武術che durante il periodo Tokugawa fu influenzata dalla tradizione Zen, 禅 a tutt’oggi è una definizione diffuso nell’ambiente delle arti marziali.
In questo spirito, con questa missio operandi, abbiamo generato un luogo nato dalla PASSIONE e determinazione
un luogo ESSENZIALE ring sacchi e sbarre per trazioni, un luogo per scelta spartano nell’intento, dove studiare arti della Tradizione marziale in sintonia con arti di rigenerazione psicofisica e rilassamento profondo DOJO RUAN
KI Combat@ 氣武 (ki Bu in giapponese Qi WU in cinese) è un metodo, una disciplina, una pratica che ha la finalità di integrare tecniche ed esercizi rivolti alla facilitazione dei processi di rilassamento e di rigenerazione psicofisica, nell’intento di ridurre le tensioni accumulate e con lo scopo di generare uno stato di benessere e alcune tecniche e pratiche derivanti dalle discipline di combattimento e le arti marziali, con un prevalente scopo catartico ma senza un confronto fisico d’impatto. Tale insieme di discipline spazia da tecniche quali la ‘callistenia taoista’, che consiste in una serie di esercizi di difficoltà progressiva, che si svolgono attraverso il controllo del corpo (sia in quiete che in movimento), del respiro, del pensiero e delle emozioni, al fine di rigenerare e facilitare un profondo rilassamento e indurre uno stato di benessere ( esercizi diBaduanjin 八段錦Qigong, 氣功, “Maestria del Qi“, ecc..) a tecniche di Do-in e lo Stretching dei Meridiani sono una efficace tecnica,che consente di esercitare un auto trattamento sulle proprie tensioni muscolari e sui propri squilibri energetici o i cinque tibetani (derivazione delle asana dello yoga) oltre a tecniche di sensibilizzazione nella distanza del trapping (distanza ravvicinata) tui shou 推手 mani che spingono i黐手 mani appiccicose, si riferisce a uno degli esercizi più importanti nella pratica dello stile di kung-fu Wing Chun, e consente di sviluppare una reattività tattile immediata ed istintiva in risposta all’azione dell’compagno di allenamento, UBAD del Panantukan ed altro.
Tecniche di preparatorie della boxe della thai e del Keysi Fighting Method.
Vegvísir, è considerato un simbolo magico, avente lo scopo di aiutare il portatore a trovare la giusta strada lungo il percorso della vita fisica e di quella metafisica. La parola deriva da due termini islandesi: Veg e Vísir. Veg è un abbreviativo di “Vegur” e significa “strada” o “percorso”, e “Vísir” sta per “guida” o “guide”. Le leggende narrano che i vichinghi islandesi, già intorno alla fine del IX° sec., lo tracciassero abitualmente sulle navi per non perdere la rotta e sapersi orientare anche nelle peggiori condizioni meteorologiche. In molti casi veniva tracciato con la saliva, con un carboncino o con il sangue anche sulla fronte o nella parte interna dell’elmo. L’attestazione più importante si riscontra nel cosiddetto “Manoscritto Huld”. L’“HULD MANUSCRIPT”, ossia il Manoscritto Oscuro è il nome dato ad un grimorio islandese, una raccolta di racconti e incantesimi, compilato da Geir Vigfusson (Geir Vigfússyni ) nel 1847. Dalle poche fonti disponibili sembra che per tale redazione egli abbia attinto da altri tre codici più antichi, di cui uno proveniente da Seltjarnarnesi, vicino Reykjavik (1810), un altro era intitolato “Galdrastafir og Náttúra þeirra” ossia “Magia e Natura”, e conteneva i sigilli magici ma non le iscrizioni; del terzo , invece, a parte la citazione non sappiamo nulla. Huld è anche il nome di una maga e veggente che compare in due saghe norrene: la “Yngling”e “Sturlunga” In un racconto islandese di Snorri Sturlusson (1178-1241) scopriamo che era un’amante di Odino e genitrice di due semi-dee, che presero il nome Þorgerðr e Irpa. Se guardiamo l’etimologia, “Huld” significa “nascosto” o “Segreto” e deriva dal norreno “Hulda”: è una radice presente anche in molti altri termini di derivazione germanica. In una pagina del manoscritto, nel quale viene mostrato, oltre al nome è riportata la seguente frase: “if this sign is carried, one will never lose one’s way in storms or bad weather, even when the way is not known” (Se qualcuno porta con sé questo simbolo, non perderà mai la propria strada nella tempesta o nel cattivo tempo, anche se percorre una strada a lui sconosciuta). Il simbolo a cui si riferisce la frase è probabilmente il Vegvisir, un antico simbolo magico norreno, spesso associato ai vichinghi. Significato: La frase attribuisce al Vegvisir un potere protettivo, quasi mistico. Chi lo porta con sé, secondo la credenza, sarà guidato e protetto dagli elementi naturali, in particolare durante tempeste e maltempo, anche in terre sconosciute. Interpretazioni:
Spirituale: Alcuni lo considerano un simbolo di connessione con le forze della natura e con una guida superiore.
Letterale: Potrebbe essere inteso come un augurio di buon viaggio e protezione per i marinai che affrontavano mari burrascosi.
Metaforico: Può essere interpretato come una metafora per la vita, suggerendo che chi porta il Vegvisir troverà sempre la giusta direzione, anche nei momenti più bui e incerti.
Aegishjalmur, ‘elmo di terrore’, è un simbolo norreno a forma di mani intrecciate, palme rivolte verso il basso, una sopra l’altra. Aegishjalmur è uno dei galdrastafir (simboli magici islandesi) più conosciuti.
si dice che venisse usata per proteggere i guerrieri e instillare paura nei loro nemici. Il nome si può suddividere in due parti: ‘ægis-’, che significa terrore/ammirazione, e ‘-hjálmr’, che significa elmo o copertura. Secondo le credenze popolari, l’Aegishjalmur veniva inciso su amuleti, armi o addirittura tatuato sul corpo per ottenere protezione e successo in battaglia.
È composto da otto punte simili a tridenti con denti curvi, tutti rivolti verso l’esterno, e un cerchio al centro. Un ipotesi potrebbe essere che Le braccia dell’Elmo di Terrore formano rune Elhaz, che significano protezione fisica, mentale e spirituale. È stato menzionato in una raccolta di antichi poemi norreni conosciuta come la Poesia Edda, di Snorri Sturluson.
Fáfnir kvað:“Ægishjalm bar ek of alda sonum,meðan ek of menjum lák;einn rammari hugðumk öllum vera,fannk-a ek svá marga mögu.”
Sigurðr kvað:“Ægishjalmr bergr einungi,hvar skulu vreiðir vega;þá þat finnr, er með fleirum kemr,at engi er einna hvatastr.” Fafnir disse :L’elmo della paura che indossavo per spaventare l’umanità, Mentre custodivo il mio oro giacevo; Mi sembrava più potente di qualsiasi uomo, Non ne ho mai trovato uno più feroce.
Sigurth disse:”L’elmo della paura sicuramente nessun uomo protegge Quando affronta un nemico valoroso; Spesso si scopre, quando si incontra il nemico, Che non è il più coraggioso di tutti.”
Nel poema, l’Elmo di Terrore era un oggetto fisico preso dal tesoro del drago Fáfnir, benchè non vi sia certezza si tratti di un oggetto o una forma pura di potere magico non è nemmeno certo che si collegato esclusivamente con credenze pagane precristiane.
Fáfnir fu una volta un nano, che si trasformò in un drago dopo essere stato maledetto dal tesoro che custodiva. Usò Ægishjálmur per difendere il suo tesoro da coloro che avrebbero cercato di rubarlo. L’eroe conosciuto come Sigurd uccise il drago e gli tolse Ægishjálmur.
Il simbolo è stato utilizzato nei secoli successivi e veniva indossato tra le sopracciglia dei guerrieri per aiutarli in battaglia.
Il Galdrabók ( pronuncia islandese: [ˈkaltraˌpouːk] , Libro della Magia ) è un grimorio islandese datato intorno al 1600. [ 1 ] È un piccolo manoscritto contenente una raccolta di 47 incantesimi e sigilli/bastoni. [ 2 ]
Il grimorio fu compilato da quattro persone, probabilmente a partire dalla fine del XVI secolo e fino alla metà del XVII secolo. I primi tre scribi erano islandesi e il quarto era un danese che lavorava con materiale islandese. [ 3 ] I vari incantesimi sono costituiti da materiale latino e runico , nonché da bastoni magici islandesi , invocazioni a entità cristiane, demoni e divinità norrene , nonché istruzioni per l’uso di erbe e oggetti magici. Alcuni degli incantesimi sono protettivi, intesi a lavorare contro problemi come difficoltà con la gravidanza , mal di testa, insonnia, incantesimi precedenti, pestilenza , sofferenza e disagio in mare. Altri sono intesi a causare paura, uccidere animali, trovare ladri, far addormentare qualcuno, causare flatulenza o ammaliare le donne.
Il libro fu pubblicato per la prima volta nel 1921 da Natan Lindqvist in un’edizione diplomatica e con una traduzione svedese. Una traduzione inglese fu pubblicata nel 1989 da Stephen Flowers e un’edizione facsimile con un commento dettagliato di Matthías Viðar Sæmundsson [ is ] nel 1992. Nel 1995 Flowers produsse una seconda edizione con un nuovo titolo del suo libro e con l’assistenza di Sæmundsson corresse molte traduzioni e aggiunse molte altre note e commenti.