Simulacri e simulazione è un trattato filosofico del 1981 di Jean Baudrillard, in cui l’autore cerca di esaminare le relazioni tra realtà, simboli e società, in particolare i significati e il simbolismo della cultura e dei media coinvolti nella costruzione di una comprensione di esistenza condivisa.
“Il simulacro non è mai ciò che nasconde la verità; ma è la verità che nasconde il fatto che non c’è alcuna verità. Il simulacro è vero”.
Il trattato discute sui simboli, sui segni e come si relazionano con la contemporaneità (esistenza simultanea).
Baudrillard afferma che la società attuale ha sostituito il significato della realtà con Simboli e Segni e che l’esperienza umana è una simulazione della realtà. Inoltre, questi simulacri non sono semplicemente mediazioni della realtà e nemmeno mediazioni ingannevoli della realtà: non si basano su una realtà né nascondono una realtà, nascondono semplicemente che niente come la realtà è rilevante per la comprensione delle nostre vite. I simulacri a cui Baudrillard fa riferimento sono i significati e il simbolismo della cultura e dei media che costruiscono la realtà percepita, la comprensione acquisita con cui le nostre vite e le nostre esistenze sono rese leggibili. Baudrillard crede che le nostre vite siano sature di simulacri costruiti dalla società e che quindi ogni significato è divenuto insignificante perché infinitamente mutevole e definisce questo fenomeno “precessione del simulacro”, intendendo per precessione cambiamento della direzione.
Una analogia specifica che Baudrillard usa è un racconto di Jorge Luis Borges che parla di un grande impero che creò una mappa così dettagliata da essere grande quanto l’impero stesso. La mappa attuale fu ampliata e distrutta quando l’impero conquistò o perse territorio. Quando l’impero si sgretolò, tutto ciò che rimase fu la mappa. Nell’interpretazione di Baudrillard le persone vivono nella mappa, ossia nella simulazione della realtà in cui la gente dell’impero passa la vita garantendo che, il loro posto nella rappresentazione, sia adeguatamente circoscritto e dettagliato dai cartografi che hanno creato la mappa; di contro la realtà si sgretola dal disuso, infatti ciò che non si usa si atrofizza e ciò che si atrofizza si perde. La transizione da segni che nascondono qualcosa a segni che nascondono che non c’è nulla è la svolta decisiva: la prima implica una teologia della verità e della segretezza (a cui appartiene ancora la nozione di ideologia); la seconda inaugura una era di simulacri e simulazioni in cui non c’è più nessun dio a riconoscere il proprio sé, né un ultimo giudizio per separare la verità dal falso, il reale dalla sua resurrezione artificiale, poiché tutto è già morto e risorto in anticipo.
Dal 1999, quando uscì “The Matrix”, passando per il 2003, l’anno di “The Matrix Reloaded” e “The Matrix Revolutions”, fino al 2022 e al recente “The Matrix Resurrections”, la saga cinematografica di Neo non ha smesso di interessare e affascinare un pubblico sempre più esteso, incidendo profondamente sull’immaginario collettivo. Per la grande maggioranza degli spettatori il visionario racconto delineato dalle sorelle Wachowski parla di sinistre intelligenze artificiali, software, virus, astronavi e mondi virtuali così avanzati da risultare quasi indistinguibili dalla realtà. Ma siamo davvero sicuri che “The Matrix” sia soltanto l’ennesimo erede cinematografico dei racconti futuristici di Orwell, Asimov e Gibson? E se le registe non stessero affatto guardando a un oscuro domani, bensì al passato, e alla fiorente tradizione mitologica, religiosa ed esoterica dell’umanità? Muovendosi tra archetipi, mitologemi, vangeli gnostici, religiosità buddhista, sciamanesimo e simbologia massonica, l’agile saggio di Riberi conduce il lettore alla scoperta di ciò che realmente si cela nelle profondità della tana del Bianconiglio…
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