“Coincidenza dei contrari” coincidentia oppositorum Eliade

« […] Eliade descrive, con un linguaggio fortemente impregnato di terminologia esistenzialista, l’originario sentimento di deiezione, di caduta e angoscia, fondamento ultimo sia della visione del divino come totalizzazione dei contrari, sia del desiderio di reintegrazione nell’Assoluto indifferenziato, che è alla base di ogni atto religioso. L’idea della bi-unità divina risponde infatti, secondo lo studioso romeno, a un bisogno fondamentale dell’uomo, dal momento in cui questi prende coscienza della sua posizione nel Cosmo. Da questa coscienza della sua posizione nel Cosmo, deriva anche il dramma dell’uomo e la sua metafisica. Questa coscienza è, infatti, in un certo senso una “caduta”. L’uomo si sente “separato” da qualcosa e questa separazione è una fonte di ininterrotto dolore, timore e disperazione […].

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Si sente separato da qualcosa, “spezzato” — e intuisce la potenza (la divinità) come un intero, come una grande unità impermeabile, sufficiente a se stessa. Tutto ciò che l’uomo pensa coerentemente e tutto ciò che compie con un certo senso […] è diretto verso un unico obiettivo: sopprimere questa “separazione”, rifare l’unità primordiale, reintegrarsi nel tutto […]. Ogni atto religioso […] è un tentativo di rifacimento dell’unità cosmica e di reintegrazione dell’uomo. In ogni atto religioso si realizza, infatti, un paradosso, si attua la “coincidenza dei contrari”. »

Paola Pisi, “I ‘tradizionalisti’ e la formazione del pensiero di Eliade”, in “Confronto con Mircea Eliade. Archetipi mitici e identità storica”.

 

Il sapiente Väinämöinen entità fuori dal tempo…Вяйнямёйнeн

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Il sapiente Väinämöinen è un’entità fuori dal tempo, anziano sciamano. chiamato anche Vanemuine in estone e Vjajnjamëjnen (Вяйнямёйнeн) in russo, è un personaggio della mitologia ugro-finnica e uno dei protagonisti del poema Kalevala, significa letteralmente “Terra di Kaleva”, ossia la Finlandia: Kaleva è infatti il nome del mitico progenitore e patriarca della stirpe finnica, ricordato sia in questo testo che nella saga estone del Kalevipoeg. Il Kalevala è dunque l’epopea nazionale finlandese.

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I personaggi principali sono Väinämöinen, eroe saggio e scaldo divino nato dalla Vergine dell’aria Ilmatar, il fabbro Ilmarinen, che rappresenta l’eterna ingegnosità, e il guerriero seduttore Lemminkäinen, simbolicamente il lato guerresco e sensuale dell’uomo. In breve, il Kalevala racconta della lotta dei tre protagonisti contro Louhi, signora del paese di Pohjola (la Terra del Nord, rivale di Kalevala, la Terra del Sud), per il possesso del Sampo, magico mulino forgiato da Ilmarinen, portatore di benessere e prosperità.

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Nelle buie sere invernali, i convenuti si accomodavano su una panca ed ascoltavano le gesta dei vari eroi, creatori del mondo e della cultura di quel popolo. Il racconto, in metrica, veniva cantato dallo scaldo aiutato dal ritmo battuto su un tamburo col bordo di betulla e la pelle di renna. L’effetto era ipnotico ed atto a riprodurre uno stato di trance. Seppur in maniera non dichiarata, l’incontro portava in sé valenze sciamaniche e contenuti esoterici.

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Con l’aiuto  di Sampsa Pellervoinen, il Figlio del Campo,  genio del campo e guardiano della fecondità della terra, stanco di vedere l’isola senza nome spoglia e senza vegetazione, iniziò a chiedersi come poterla rendere prospera.piantò i semi di tutti gli alberi esistenti e creò i primi campi coltivati, disboscando una fitta foresta.

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Il saggio sciamano però lasciò in piedi un’alta betulla, perché sapeva che gli uccelli avevano bisogno di un riparo, e che tra le forze della civilizzazione e quelle della natura deve sempre esserci un equilibrio.

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L’aquila, il re degli uccelli, gli fu grata di aver pensato anche al popolo piumato, perciò, quando Väinämöinen finì in mare, rischiando di annegare in mezzo alle gelide acque del nord, si ricordò di lui e scese in suo aiuto, prendendolo sul proprio dorso e portandolo fino alla sua meta.

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Tolkien amava molto il Kalevala, poema epico finlandese, fu una delle numerose fonti d’ispirazione che lo aiutarono a dar forma alla Terra di Mezzo e ai suoi abitanti.

“DE UMBRIS IDEARUM”

Umbra profunda sumus, ne nos vexetis inepti, Non vos, sed doctos tam grave quaerit opus.
Ombra profonda siamo. Non tormentateci, voi che non siete degni : non voi richiede un’opera così importante, ma coloro che sono idonei
”Ad internam scripturam, et non vulgares per memoriam operationes explicatis”.
Giordano Bruno
Ombre che sono state “estese” (explicatis), o che si sono “allungate”, oltre la superficie, costituita dalle “solite operazioni mnemoniche” (vulgares per memoriam operationes), fino ad una “scrittura interna” (ad internam scripturam), fino a comprendere il senso “riposto” delle cose.
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“tutto ciò che si conosce, si conosce via anima, cioè viene trasmesso attraverso immagini psichiche che sono la nostra realtà prima”
Carl Gustav Jung 

(Collected Works, 11 par. 769).

 

”Ogni processo psichico è un’immagine e un «immaginare» senza cui non esisterebbe alcuna coscienza.”
Carl Gustav Jung 
CW, 11 par. 889)

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Gli ermetisti neoplatonici come Marsilio Ficino e Pico della Mirandola credevano che le idee fossero modelli eterni ed immutabili.
Il mondo reale secondo tale dottrina è frutto di una “progressiva emanazione”: le idee dell’Iperuranio   (dal greco hyper, “sopra, al di sopra di”, e ouranòs, “celeste”) si riverberano nelle corrispondenti immagini e forme nello spirito del mondo, e da questo esse sono di nuovo riflesse nelle forme materiali.
Questo pensiero comporta una “visione”, cioè una rappresentazione mentale dello sviluppo ideale.
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Giordano Bruno conosceva tali principi e li fece suoi uniformandoli con l’arte di cui era maestro: la mnemotecnica.
L’esperienza ermetica della riflessione dell’universo nella mente è, infatti, alla base di tale tecnica “magica”, che rispetto alla mnemotecnica classica, basata su luoghi e immagini, viene concepita come un sistema per conseguire l’esperienza spirituale, attraverso l’impressione nella memoria di immagini archetipe, “magicamente” attivate.
Servendosi di immagini archetipe come di immagini mnemoniche,l’iniziato a tale tecnica mirava a conseguire la conoscenza e poteri universali sulla materia, che derivavano dalla comprensione e dalla sintonia con le sfere più elevate del cosmo.
Fissando indelebilmente nella mente tali immagini, secondo Bruno, si otteneva il riflesso mentale dell’intero cosmo, acquisendo un enorme potenziamento della memoria e dell’intelletto.
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Il lavoro dell’iniziato alla mnemotecnica consiste nel sentire tali figurazioni come simboli-ponte per raggiungere la comprensione delle idee divine seguendo un processo di elevazione verso L’Assoluto
Le idee creano il mondo, se l’uomo riesce ad arrivare all’“iperuranio” dove sono le idee e da li all’origine di queste, li da dove Tutto emana da Uno, allora egli potrà essere partecipe della forza creativa dell’Assoluto.
 L’archetipo è un agente psichico da intendere come principio attivo. Pare che per Jung, non esistano immagini innate bensì una «facoltà» – ‘facultas praeformandi’ – umana in grado di cogliere gli archetipi, e che rende possibile il loro emergere e sorgere come immagini . Ciò significa inequivocabilmente che, nella psicologia di Jung, la psiche di ogni individuo – la cui modalità è fatta d’immagini – partecipa, sottilmente, alla vita archetipica; ciò significa pure che le collettività ne sono un catalizzatore potente.
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«Egli [Simonide], pertanto, a quanti esercitino questa facoltà dello spirito, consiglia di fissare nel cervello dei luoghi e di disporvi quindi le immagini delle cose che vogliono ricordare. Con questo sistema l’ordine dei luoghi conserverà l’ordine delle idee, le immagini delle cose richiameranno le cose stesse, i luoghi fungeranno da tavolette per scriverci sopra e le immagini serviranno da lettere con cui scrivere.»
(M. T. Cicerone, Dell’oratore, a cura di A. Pacitti, 3 voll., Zanichelli, Bologna 1974, vol. II, libro II, LXXXVI, 354.)
«Ben vide Simonide o chiunque ne sia stato l’inventore che le impressioni trasmesse dai nostri sensi rimangono scolpite nelle nostre menti e che di tutti i sensi il più acuto è quello della vista. Per cui dedusse che la memoria conserva molto più facilmente il possesso di quanto si ascolta o si pensa quando le loro sensazioni entrano nel cervello con l’aiuto della vista. In questo modo la rappresentazione con immagini e simboli concretizza le cose astratte ed invisibili con tanta efficacia, che riusciamo quasi a vedere realmente mediante immagini concrete quel che non siano capaci di percepire col pensiero.»
(M. T. Cicerone, Dell’oratore, cit., II, LXXXVII, 357)

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Lares,Penates, Manes, Genius loci…

 “Fino alla fine del paganesimo, il culto privato—diretto dal pater familias—mantenne la sua autonomia e la sua importanza a fianco del culto pubblico … A differenza del culto pubblico, che subì continue modifiche, il culto domestico, compiuto attorno al focolare, non pare aver subìto sensibili cambiamenti durante i dodici secoli della storia romana.
Si tratta, senza dubbio, di un sistema cultuale arcaico, in quanto esso è attestato presso altri popoli indoeuropei.
Proprio come nell’India aria, anche a Roma il fuoco domestico costituiva il centro del culto …
il culto si rivolgeva ai Penati e ai Lari, personificazioni mitico-rituali degli antenati, e al genius, una specie di ‘doppio’ che proteggeva l’individuo.

Mircea Eliade riguardo il culto privato nell’antica Roma
[Storia delle credenze e delle idee religiose v.II, p.120]:

 

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Lares da lar(es), “focolare”, derivato dall’etrusco lar, “padre” sono figure della religione romana che rappresentano gli spiriti protettori degli antenati defunti che, secondo le tradizioni romane, vegliavano sul buon andamento della famiglia, della proprietà o delle attività in generale. Sono posti in una nicchia della casa chiamato Larario, vengono rappresentati da statuette chiamate Sigillium (da signum, segno, immagine) e onorati con incensi ed una fiamma accesa.

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Insieme a Vesta, la dea del focolare, e ai Penati, gli dei della dispensa. L’origine del culto dei Lari non è però da ricercarsi presso il focolare della famiglia; per quanto incerta sia l’etimologia del loro nome, è abbastanza sicuro che la religione dei Lari ebbe sua prima sede in fundo villaeque in conspectu (Cicerone)

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I penati sono gli spiriti protettori di una famiglia e della sua casa onorate nel culto privato in modo esclusivo, gli antenati e spiriti protettori, deriva dal latino penas, ovvero “tutto quello di cui gli uomini si nutrono“, quindi in origine proteggevano il cibo custodito in casa, e il loro posto era il Penitus, ovvero il luogo della casa dove si custodisce il cibo (oggi la cucina o la dispensa).
In seguito divennero più genericamente i protettori della famiglia, sovrapponendosi quindi con la funzione dei Lari.

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Ogni famiglia aveva i propri Penati che venivano trasmessi in eredità insieme ai beni patrimoniali. Ai Penati, che risiedevano nel Larario insieme ai Lari, si occupava il capofamiglia (pater familias) che puliva regolarmente l’edicola e ad ogni pasto veniva offerto loro del cibo : il sale, che purifica e conserva il cibo, e del farro, il primo cereale coltivato dai romani.
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 i Mani ( Manes) erano le anime dei defunti, a volte in pace e benevolenti altre volte inquiete ed ostili,  talvolta venivano identificate con le divinità dell’oltretomba.

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sala dei Misteri (riti iniziatici) Particolare del grande affresco dionisiaco della Villa dei Misteri, Pompei (Napoli), I° sec. a.C. – I° sec. d.C.

Genius loci come sosteneva Servio

“nessun luogo è senza un genio”

nullus locus sine Genio

“Genius loci” si potrebbe intendere come  “lo spirito, il nume tutelare”
di un determinato luogo.
Tale credenza è riconducibile  ad un approccio animistico per cui tutto è permeato da un’energia e da un’intelligenza, compresi i luoghi, o gli animali ma anche e lo stesso uomo
( in oriente un esempio esplicito si ritrova nel termine kami 神spiriti ancestrali e divinità  dello Shito 神道 )

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La parola Genius deriva  dal latino gignere che significa “generare, creare”, era utilizzata per identificare il nume che costituiva una forza creatrice.
Al Genius venivano offerti fiori, piante odorose, incensi, profumi, vino ed altro.
Nell’antica Roma si riteneva che vi fosse una divinità minore protettrice di un luogo, di chi vi abitava o transitava.
Ogni luogo aveva un suo genius che poteva essere ostile o benevolo a seconda dell’atteggiamento dell’individuo verso il luogo.
Dissacrare un luogo, o appropriate delle sue risorse in modo indiscriminato poteva inimicare Genius Loci, mentre  pregarlo, rispettarlo e fargli offerte poteva renderlo propizio.

Mithra archetipo del cacciatore ermetico

”Il mitraismo ha lasciato un importante messaggio.
I misteri di Mithra 
ci pongono in contatto con la presenza radicale e archetipica di forze terribili che, se ignorate e negate, immancabilmente ci travolgono; dobbiamo, invece, conoscere e apprendere la loro costituzione e divenire pronti e capaci di cavalcarle e domarle, fino al punto in cui la mano ferma sappia trarne la vita…”

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”I Misteri introducevano a quel sapere e a quell’arte.
Si trattava, 
beninteso, di un sapere arduo e di un’arte severa che aspiravano ad aprire una strada di speranza in un periodo di angoscia.
Tuttavia le religioni, anche dopo il loro tramonto, lasciano un insegnamento valido per ogni analogo tempo di smarrimento e di inquietudine.
Sta a noi 
ascoltarlo e adattarlo alla nuova forma dei problemi…”

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”La figura di Mithra si apre sullo sfondo dell’universo religioso, culturale, psicologico dei cacciatoriper i quali l’uccisione stabilisce nel tempo stesso la propria identità, istituisce la comunità ,garantisce la vita.

L’uccisione del toro o del Grande vivente rappresenta, in essa, l’inizio e insieme la conclusione.

Dal sangue che sgorga prende inizio una nuova umanità salva

et nos seruasti aeternali sanguine fuso

si leggeva nel mitreo di Santa Prisca a Roma.

Ma nessuno si salva se non sa percorrere il duro itinerario iniziatico, se non riesce ad avviare la trasformazione e il sacrificio di sé.

L’uccisione per eccellenza vede l’uomo al centro, vittima e sacrificatore, animale e cacciatore, morto e vivo.

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Le forze elementari che spingono alla caccia e ad aggredire la vittima in fuga sono le stesse che spingono a nutrirsi e a stringere il patto fra solidali che condividono il destino.
Sussiste un circolo inscindibile tra istinto di vita e istinto di

morte, tra creazione della morte e creazione della vita.

Il tema è l’incontro con la morte, e arcaicamente ogni morte è un’uccisione.
La morte, la morte data, è l’atto eminentemente sacro e creativo, che investe l’essere realissimo.
Su questo 
scenario si è sviluppata l’immensa problematica del sacrificio…
Il punto cruciale è rappresentato dal sacrificio, costituito da un atto di sangue, un atto di morte.
Al centro del mitraismo sta il tema formidabile del sacrificio del toro, cavalcato, sfiancato e infine iugulato senza tracotanza dal dio sereno e forte.

Nel sacrificio, la morte non si presenta volgare decadenza subìta, ma atto di creazione e di intensa padronanza della vita.”

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”Il culto mitriaco propone un itinerario di liberazione dal destino basato sulla capacità di sacrificio di sé.”
”I gradi dell’iniziazione mitriaca rappresenterebbero simbolicamente le tappe di un viaggio interiore che fornisce una chiave per affrontare e risolvere l’ordine dei pianeti e, mediante successive integrazioni, abilita al dominio delle potenze esterne.”
”I pianeti, grazie alla credenza in uno stretto rapporto analogico tra macrocosmo(l’universo) e microcosmo (l’uomo), non sono vissuti come realtà esclusivamente esterne e oggettive; decifrati in esperienze interne, ad essi corrispondono suoni, colori, emozioni, passioni, immagini.
Un discorso affine, in estrema sintesi, tornerà con l’astrologia esoterica  di
Bruno pensa che un severo e complesso esercizio di controllo della mente metta l’uomo in grado di controllare il mondo in cui vive.
In particolare egli si 
dedicò all’esercizio evocativo della memoria.

Le immagini che vivono nell’uomo  non sarebbero eventi puramente interiori bensì proiezioni del cosmo, e colui che le sa governare può anche governare il cosmo e rendersi libero. ”
”Colui che abbia raggiunto il controllo di sé per mezzo del sacrificio e della trasformazione acquista il potere di governare il destino e raggiunge la liberazione e la salvezza dal male.
Il punto cruciale è rappresentato dal sacrificio, costituito da un atto di sangue, un atto di morte.
Al centro del mitraismo sta il tema 
formidabile del sacrificio del toro, cavalcato, sfiancato e infine iugulato senza tracotanza dal dio sereno e forte.
Nel sacrificio, la morte non si presenta volgare decadenza subìta, ma atto di creazione e di intensa padronanza della vita.”
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”Il culto di Mithra si diffonde particolarmente in ambito militare
attecchisce tra coloro che praticano giochi ad 
alto rischio
(gladiatura, corse nei circhi ed altro)

Il culto di 
Mithra viene introdotto a Roma tramite i soldati di Pompeo che ne erano venuti in contatto durante le spedizioni in oriente nel I secolo a.C

Mithra  è una divinità minore del Pantheon persiano, i persiani con cui Roma si scontrò erano gli eredi d’una delle più importanti civiltà indoeuropee
Nel mitraismo non c’è ombra del sentimento della colpa.
L’eroe divino non è un dio che muore.
La salvezza che da lui promana verso gli uomini non dipende dalla sua morte, ma dal fatto che egli dà la morte.
Dalla vittima che lui sacrifica scaturisce la vita e la salute.
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Per i mitriaci, in breve, si instaura un circuito in cui l’uomo capace di compiere il gesto sacrificale si trasforma e libera, e reciprocamente è capace di compiere il gesto supremo solo chi si trasforma e libera.

In ultima analisi, si libera solo chi è disposto a essere sacrificato
(una similitudine fortemente presente nei culti arcaici sciamanici)

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Un’ideologia severa, da reggitori e da soldati: il supremo atto di dare la morte – atto per eccellenza sacro – presuppone un’ascesi rigorosa per raggiungere la riappropriazione e la reintegrazione di sé.Le doti di equilibrio, dominio di sé,coraggio, attenzione non disincarnata e lunare per il mondo della laboriosa prassi,erano e sono le doti dei reggitori, tipiche di coloro che sono consapevoli che l’autentica arte del governo comporta un combattimento tra bene e male.

La civiltà morale di Roma pagana va disciolta dalle sovrapposizioni cristiane che l’hanno inquadrata in una prospettiva rovesciata rispetto a quella stoica.
Il dominio di sé e l’attitudine alla sobrietà  non ha niente a che vedere con il sentimento della colpa del vivere e con la mortificazione, al contrario essi celebrano un gusto pieno della libertà nel mondo per il mondo e certo non dal mondo.
Il Marco Aurelio che elogia la temperanza non è un moralista e un intimista, è un uomo di stato( vir agendi)

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”La temperantia è la severità, la sobrietà, l’operosità efficace e equilibrata di colui che tempera.
La temperanza si riferisce al lavorìo del tempo; essa è l’arte del tempo, la sua capacità di cuocere, rifondere, ridistribuire, preparare nel suo vaso.”

Il tempo si basa sul ritmo e sull’ordine.
E’ temperante colui che ha il sentimento del tempo.
Nessuna lentezza, nessuna fretta, nessuna eccitazione; piuttosto l’azione pacata e ferma che scaturisce dal dominio degli impulsi interni e degli impulsi esterni, dall’educazione a non cedere alle emozioni e alle passioni.

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”E non deve nemmeno riferirsi a un tempo estraneo e oggettivo, al giro degli astri di fronte al quale si sta passivi e che si subisce; il tempo deve essere governato e riavviato con creatività e originalità.”

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Confer
Maria Pia Rosati  e Giuseppe Lampis«átopon» rivista di Psicoantropologia
simbolica e Tradizioni religiose.

Storia di un Culto
Le prime notizie circa il Dio Mithra pervengono dall’arcaica tradizione dei Veda indù e precisamente dal più antico, il Rig-veda, risalente ad un epoca di diverse migliaia di anni fa più remota dalla nascita dell’età volgare, che inquadrano la divinità in questione come reggente di un mondo perfetto delle origini ormai dimenticato, protettore dell’Ordine Universale insieme al dio Varuna.

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Ritroviamo Mithra, poi, in un’altra tradizione di origine indoeuropea, precisamente in quella iranica, ove, oltre che nell’antico Iran, anche in zone come la Cappadocia, Commagene, del Ponto e le terra dei Mitanni-hurriti, assume la valenza del Numen Tutelare del Patto, del Giuramento: tale caratteristica, non solo valse l’acquisizione di un crisma prettamente guerriero, ma anche, nell’antica Persia, permise che il suo culto diventasse la base del sistema feudale dell’impero.

Il contatto con il mondo occidentale e quindi con la Romanità avvenne, con l’espandersi della stessa, ad opera dei legionari, anche se Plutarco nella “Vita di Pompeo” narra di “strani riti” celebrati dai pirati della Licia; il culto entrerà ufficialmente a Roma, poi, solo nel 66 d.C., portatovi da Tiridate, re dell’Armenia, in visita a Nerone.

Il contatto con il mondo greco-romano, con le sue istituzioni misteriche
(molte sono le similitudini con i Misteri di Eleusi) e con la filosofia neoplatonica – come dimostrano varie opere di Porfirio -forgiarono una vera e propria via iniziatica ermetica, riservata a pochi eletti, sempre al riparo nei suoi mitrei, nelle sue grotte sotterranee riservate al culto, che simbolicamente possiamo associare al mito platonico della caverna
Mithra nasce alchemicamente dalla pietra, come la vera Luce cova e si manifesta nell’oscurità della notte.
Solo una tarda volgarizzazione potè assimilargli il ruolo di Soter, Salvatore, spesso confuso erroneamente col Cristo, e una statalizzazione , voluta da Diocleziano, Galerio e Licino lo proclamò “Deo Soli Invicto Mithrae fautori imperii sui”, assimilando il culto a quello ufficiale ed imperiale di Helios, introdotto a Roma, da Emesa, da Aureliano.

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Il mito e la tradizione fanno ricordare Mithra per due momenti salienti del suo decorso esoterico, cioè per la sua nascita dalla roccia e per l’uccisione del toro sacrificale, che non assume il solo valore rinnovatore del cosmo, ma possiede una ben più alta e precisa valenza spirituale.

Tutto si inquadra in una visione del mondo prettamente solare, concepita tradizionalmente, militando, l’iniziato o il neofita, per lo schieramento avversario irriducibile delle Tenebre, di Arimanne, di Tifone-Seth, di Vediovis, ma anche di tutta la spiritualità lunare delle madri come Iside, Demetra e Astarte, quindi per lo schieramento di Eracle, del Marte romano, di Horus…naturalmente di Mithra.
Poco o nulla si potrà comprendere di tale culto misterico se non si farà propria tale prospettiva polare, tale atteggiamento guerriero, di superamento magico, quindi di superamento attivo.

confer Luca Valentini
Redattore del sito web EreticaMente, cultore di filosofia antica, di dottrina ermetico-alchimica e di misteriosofia arcaica e mediterranea

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