“Perciò una parola o un’immagine è simbolica quando implica qualcosa che sta al di là del suo significato ovvio e immediato. Essa possiede un aspetto più ampio, “inconscio”, che non è mai definito con precisione o compiutamente spiegato. Né si può sperare di definirlo o spiegarlo. Quando la mente esplora il simbolo, essa viene portata a contatto con idee che stanno al di là delle capacità razionali”
derivano da ciò che il dottor Jung ha definito «l’inconscio collettivo» – cioè quella parte della psiche che trattiene e trasmette l’eredità psicologica comune all’intero genere umano. […] Il paziente deve essere possibilmente liberato dall’ingombro dei simboli che siano diventati decrepiti e inadeguati, oppure deve essere assistito a scoprire il persistente valore di qualche antico simbolo che, lungi dall’essersi esaurito, anela ad essere fatto rivivere in forma moderna. […] In tempo di guerra, per esempio, si registra un accresciuto interesse per le opere di Omero, di Shakespeare o di Tolstoj […] A Natale noi possiamo esprimere il nostro sentimento interiore per la nascita mitologica di un fanciullo semidivino anche se non crediamo nella dottrina della verginità della madre di Cristo o non possediamo alcuna fede religiosa cosciente. Senza saperlo, ci siamo imbattuti nel simbolismo della rinascita. Si tratta della sopravvivenza di un’antichissima festa solstiziale, recante la speranza che le terre intristite dall’inverno dell’emisfero settentrionale tornino a rinnovarsi.” (pp. 92-93)
”La cosiddetta coscienza civilizzata si è nettamente separata dagli istinti di fondo senza, però, che questi ultimi siano scomparsi. Essi hanno semplicemente perduto ogni contatto con la nostra coscienza e perciò sono costretti ad affermarsi in maniera indiretta. Ciò può verificarsi per mezzo di sintomi fisici nel caso della nevrosi, o attraverso inconvenienti di vario tipo, come stati d’animo inspiegabili, improvvise dimenticanze o errori di linguaggio.” pag.66
Pur essendo l’ultima opera di Jung, “L’uomo e i suoi simboli” rappresenta anche la più valida introduzione al suo pensiero poiché si tratta dell’unico testo a carattere dichiaratamente divulgativo pubblicato dal grande psicologo svizzero. Oltre al saggio di Jung, “Introduzione all’inconscio”, il volume raccoglie quattro contributi dei suoi più stretti collaboratori. Ne deriva una trattazione a più voci, chiara ed essenziale, della «psicologia analitica», una limpida esposizione di cosa è l’«inconscio collettivo» e di come si manifesta. Un testo fondamentale, alla portata di tutti, per capire l’uomo moderno, le sue angosce, i suoi traumi, i suoi impulsi. Carl Gustav Jung (1875-1961), psicologo svizzero, aderì dapprima alle teorie di Sigmund Freud, allontanandosene nel 1913 per fondare la scuola della «psicologia analitica», o «psicologia del profondo». Fra le sue opere maggiori si ricordano: “Tipi psicologici” (1921), “L’Io e l’inconscio” (1928), “Psicologia e alchimia” (1944), “La psicologia del transfert” ( 1946).
“esprimere le proprie visioni interiori, individuare il fondo spirituale della vita” (p. 238)
“…quella che potrebbe a prima vista sembrare al lettore una certa indeterminatezza delle sue [di Jung] idee, è invece una caratteristica che deriva da questo atteggiamento di modestia scientifica – un atteggiamento che non esclude (con pseudospiegazioni, o ultrasemplificazioni avventate e superficiali) la possibilità di nuove scoperte, ma che rispetta la complessità del fenomeno della vita. […] Le idee creative, secondo me, rivelano il loro valore per il fatto che, come chiavi, servono a «dissuggellare» connessioni di fatti prima incomprensibili, e consentono quindi all’uomo di penetrare più a fondo nel mistero della vita.” (pp. 316-317)
“Fintanto che un simbolo è vivo, è espressione di una cosa che non si può caratterizzare in modo migliore. Il simbolo è vivo soltanto finché è pregno di significato. Ma quando ha dato alla luce il suo significato, quando cioè è stata trovata quell’espressione che formula la cosa ricercata, attesa o presentita ancor meglio del simbolo in uso fino a quel momento, il simbolo muore, vale a dire che esso conserva ancora soltanto un valore storico. ” (…) così che esso diviene un mero segno convenzionale” (Tipi psicologici – C.G.Jung)
“Bensì un simbolo può dirsi vivo solo quando è, anche per chi osserva, l’espressione migliore e più alta possibile di qualcosa di presentito e non ancora conosciuto. Solo così esso provoca una partecipazione inconscia, e giunge a generare e promuovere la vita.” (Tipi psicologici – C.G.Jung)
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