Deae Artioni Licinia Sabinilla ARTIO Dea dell’Orso

Dea dell’orso
Corpus Inscriptionum Latinarum XIII 5160 (da Muri, Canton Berna, Svizzera, II secolo d.C.?):
Dea Artioni Licinia Sabinilla

Licinia Sabinilla per la Dea Artio
L’iscrizione si trova sulla base di un gruppo statuario in bronzo conservato nel Museo storico di Berna con il numero di inventario 16170/16210. Le seguenti fotografie di Stefan Rebsamen compaiono in Annemarie Kaufmann-Heinimann, Dea Artio, the Bear Goddess of Muri: Roman Bronze Statuettes from a Country Sanctuary (Berna: Museo storico di Berna, 2002):

  • La statuetta bronzea di Artio rinvenuta a Muri, in Svizzera, è la prova più nota del culto di questa dea.
  • Questa statua la raffigura come una figura femminile che tiene in mano frutti e fiori e una tazza, mentre un’orsa avanza con il muso proteso verso di lei.
  • Questa immagine della dea in sintonia con l’animale è stata la ragione per cui Artio è stata definita da alcuni la “dea degli orsi”.

Berna è una località appropriata per il gruppo di statue, poiché secondo l’etimologia popolare deriva dal tedesco Bär e presenta un orso sullo stemma.

Il termine arto- ‘orso’ ha una ricca storia etimologica nelle lingue indoeuropee, riflettendo sia il suo significato letterale che il suo valore culturale. Ecco una sintesi basata sui dati forniti:
Goidelico (Antico Irlandese): art [o m], significa ‘orso’, ma anche ‘eroe’ o ‘guerriero’, suggerendo un’associazione metaforica tra la forza dell’orso e le qualità eroiche.
Gallese (Gallese Medio): arth [m e f], significa direttamente ‘orso’.
Bretone: Il Bretone Antico usa Ard- o Arth- come prefissi, mentre il Bretone Moderno usa arzh [m] per ‘orso’.
Gallico: Artio, un teonimo (nome divino), probabilmente legato a una dea-orso, indicando l’importanza culturale o religiosa dell’animale.
Proto-Indoeuropeo (PIE): Ricostruito come h₂rtko- ‘orso’ (Pokorny, IEW: 845), la radice da cui derivano questi termini.
Cognati: Avestico: tauruna- (forse correlato, anche se non citato direttamente nella query).
Sanscrito: ṛkṣa- ‘orso’.
Greco: arktos ‘orso’.
Latino: ursus ‘orso’.
Albanese: ari ‘orso’.

Ranko Matasović, Dizionario Etimologico del Proto-Celtico (Leida: Brill, 2009), pp. 42-43:

Artio ( Dea Artio nella religione gallo-romana ) è una dea celtica raffigurante l’orso . Prove del suo culto sono state trovate in particolare a Berna , in Svizzera. Il suo nome deriva dalla parola gallica per “orso”, artos . 

Il teonimo gallico Artiō deriva dalla parola celtica per ‘orso’, artos (cfr. antico irlandese art , medio gallese arth , antico bretone ard ), a sua volta dal protoindoeuropeo * h₂ŕ̥tḱos (‘orso’). Una forma celtica ricostruita come * Arto-rix (‘Re Orso’) potrebbe essere la fonte del nome Artù , tramite una forma latinizzata * Artori(u)s . Si presume anche che il basco hartz (‘orso’) sia un prestito celtico. [ 2 ] [ 3 ]

Era così pure provata la parentela linguistica tra la designazione dell’orso in greco, in latino e in celtico: arktos in greco, ursus in latino, arthos in celtico erano tutti imparentati con la radice sanscrita *rksas, che significa “distruggere”, in cui il nome dell’agente suona *rks-os (“distruttore”, sottinteso del favo di miele), come aveva dimostrato il grande linguista Emile Benveniste
.All’origine del nome di orso in greco, latino e celtico vi era stata dunque una perifrasi, una circonlocuzione per dire l’animale, così come rintracciata in molte altre lingue: behr o bëro in antico tedesco, bera in anglosassone, björn in norvegese e islandese, bjorn in svedese, Bär in tedesco moderno, bear in inglese rimandano tutti al colore del manto lucente e al significato di “bruno”, a sua volta nome proprio dell’orso nel Roman de Renart; presso gli Slavi l’orso è “il mangiatore, il ladro di miele”: medvèdi in slavo antico, medved in russo e ceco, medvjed in serbo; “il leccatore” è per Lituani (loki lituano antico, lokys lituano moderno) e Lettoni (lacis). In questo gioco della perifrasi i più creativi risultano tuttavia essere i Lapponi, presso i quali maggiormente si può avvertire la tonalità del tabù, vale a dire del nome che non si deve pronunciare, ricorrendo per questo a immagini che sottolineano il misterioso rapporto con l’orso, capace, come l’uomo, di tenere la stazione eretta e sentito pure per questo come un “doppio” selvatico: questo alter-ego lappone è così designato come “il nonno”, “l’antenato”, “il vecchio della foresta”, “il vecchio con la pelliccia”, “colui che dorme d’inverno”, “quello che cammina con passo leggero”….. Proprio in relazione al greco e al celtico, un’altra parentela ha tuttavia attirato l’attenzione degli studiosi, una volta appurata l’esistenza di una dea Artio:
è cioè possibile stabilire un rapporto linguistico tra Artio e Artemide?
In altre parole, potrebbe Artemide, la “signora degli animali” (potnia theron) avere per così dire generato storicamente la celtica Artio? Posto che non tutti ritengono accettabile la radice linguistica comune (fa problema la sparizione della lettera k di arktos in greco nel nome della dea-orsa Artemide, perché di questo si tratterebbe), l’ipotesi è stata addirittura ribaltata: la dea greca deriverebbe da una dea celto-illirica o dacio-illirica introdotta in Grecia dai Dori, che nel corso delle loro migrazioni l’avrebbero mutuata da quelle popolazioni….
L’orso nelle religioni dell’antichità, nel quale intuiva per primo l’unità del gruppo bronzeo di Muri e ricollegava appunto il tema dell’orso, anzi dell’orsa, alla sua più generale teoria, quella di una fase prestorica di diritto materno le cui tracce si potevano riscontrare nel mito, un mondo nel quale – per dirla con Claude Lévi-Strauss – l’uomo e l’animale non sono ancora differenziati. In questo mondo del mito le dee dai caratteri ursini sostanziavano una delle configurazioni di un motivo cruciale:

il contatto con realtà marginali, liminali e transitorie, ma non per questo meno pericolose e bisognose dunque di particolari cautele. Nelle vesti di orse, Artio e Artemide si presentavano cioè al confine tra cultura e natura, tra lo spazio disciplinato e la foresta, tra l’umano e il bestiale, tra la vita e la morte, e si prestavano per questo pure a proteggere le partorienti.
Ancora nelle fonti medievali l’attitudine materna dell’orsa è del resto condivisa, dal momento che il giudizio degli antichi (Aristotele, Plinio) era passato al medioevo attraverso il libro XII (De animalibus) delle Etimologie di Isidoro di Siviglia: «ursus fertur dictus quod ore suo formet fetus, quasi orsus. Nam aiunt eos informes generare partus, et carnem quandam nasci quam mater lambendo in membra conponit. Unde est illud: “Sic format lingua fetum cum protulit ursa”». Insistendo su una terminologia “morfologica” – formet, informes, conponit, format – Isidoro rendeva conto dell’idea che l’orsa crea, modella la propria progenie e dà forma all’informe: in essenza e simbolicamente, la sua appare essere una funzione ordinatrice contro il caos della natura indisciplinata.
Non è allora un caso se, andando alla ricerca della genesi enigmatica del sabba stregonesco, Carlo Ginzburg abbia identificato in queste dee orse un tramite riconosciuto, e di lunga durata, nell’universo mentale degli adepti di un culto estatico volto a entrare in contatto con l’alterità e con l’alterità per eccellenza, il mondo dei morti: nel meraviglioso itinerario percorso in Storia notturna, Ginzburg individuava infatti una costellazione riconducibile a esperienze sciamaniche di viaggio nell’aldilà, un viaggio spesso in forma di animale con l’eroe che, ad esempio e «semplicemente, come in un racconto siberiano, scavalca un tronco d’albero abbattuto e si trasforma in orso, entrando nel mondo dei morti», e questo perché «tra animali e anime, animali e morti, animali e aldilà esiste una connessione profonda».


Gli orsi e le orse che abbiamo incontrato sono stati, ontologicamente e nello stesso tempo, vicini e lontani rispetto a uomini e donne e hanno rappresentato a volte un modo per “passare” nell’altro mondo o per avere rapporti con esso: forse anche per questo conservano ancora qualche eco di antiche tonalità affettive.


Confer L’orso nelle tradizioni celtiche e germaniche Germana Gandino
Università del Piemonte Orientale

BLATTER PER LA STORIA, L’ARTE E L’ANTICHITÀ BERNESE.

In area “germanica”, vi fosse spazio per modelli simbolici di regalità non riconducibili a un unico tipo, quello dell’orso quale re indiscusso delle selve e dell’orizzonte gerarchico mentale.
In secondo luogo è da rilevare che nella visione compare l’associazione tra orsi e lupi, animali che spesso viaggiano insieme nei dossier relativi al germanesimo primitivo in quanto “impersonati” dai berserkir, i guerrieri dalla pelle d’orso, e dagli ulfedhnar, i guerrieri dalla veste di lupo,

Ginzburg: «in primo luogo, la Weiser aveva accostato l’estasi degli sciamani eurasiatici alla scatenata frenesia guerriera (Raserei) dei berserkir. In secondo luogo, aveva segnalato la presenza di divinità femminili alla testa della “caccia selvaggia”, interrogandosi sul rapporto tra la germanica Perchta e la mediterranea Artemide.
Al primo punto andava fatta risalire verosimilmente l’ipotesi cautamente avanzata che il complesso mitico-rurale analizzato avesse radici non solo indoeuropee ma addirittura pre-indoeuropee.
Al secondo punto gli accenni alle connessioni con i temi della fertilità.
Dietro le associazioni guerriere germaniche s’intravedeva qualcosa di più vasto e complicato non specificamente guerriero né specificamente germanico».
Combattere in estasi in Ginzburg 1989
Anche lo stesso G. Dumezil nella sua opera ” Gli dei dei germani ” sottolinea l’aspetto sciamanico relativamente ad Odino e dunque i suoi seguaci

Il Wilde Mändle Tanz Danza degli uomini selvaggi

Questo spettacolo straordinario è eseguito da uomini, che devono essere residenti di lunga data a Oberstdorf, in costumi impressionanti.
Sono ricoperti di barba di abete, un lichene che cresce sulle conifere nelle Alpi a oltre 1.500 metri sul livello del mare. Il costume è completato da un copricapo, una corona di foglie di agrifoglio e una cintura di verde di abete e foglie.
La musica per la danza veniva suonata anticamente con tamburi, zufoli e altri strumenti a percussione in un Allegro e Andante estremamente strani.
Nel 1822 questa musica fu messa per iscritto da Josef Anton Bach, un insegnante di scuola di Oberstdorf.

Sulle note della stessa musica vengono mostrate 17 diverse figure di danza, con movimenti faticosi, piramidi e combattimenti.
I Mändle battono i piedi e saltano ritmicamente nella danza di omaggio, che un tempo aveva lo scopo di avvicinare le persone alle forze della natura, del sole, del mondo delle stelle e degli dei. Prima della danza, suona la banda musicale ed eseguono balli folcloristici Plattler.

Tra i personaggi leggendari più famosi dell’Algovia ci sono i cosiddetti “Wilden Mändle”. Nella raccolta di leggende di Reiser ci sono circa 20 pagine che trattano esclusivamente di queste figure.
Nel Medioevo facevano parte della vita delle persone e apparivano non solo in molti racconti, ma soprattutto in varie rappresentazioni (figure, immagini nei libri e sugli arazzi). “Nel dizionario di studi medievali e nel lessico del Medioevo si può trovare una definizione estremamente interessante: “Sono persone primitive che vivono nella foresta, hanno il corpo peloso e sono solitamente armati di mazze. Si dice anche che siano cannibali. È possibile che l’idea dei demoni germanici delle foreste si fonda con quella degli antichi satiri. Anche in altre tradizioni, le “persone selvagge” e gli “uomini selvaggi” sono descritti come amichevoli verso gli umani. Si dice anche che esistessero relazioni da cui nascesse una prole. Questa prole venne chiamata “changeling”. “


Solo gli uomini le cui famiglie vivono a Oberstdorf da molte generazioni sono autorizzati a ballare. Indossano un costume fatto interamente di barba d’abete, un lichene arboreo.

Ogni cinque anni l’associazione dei costumi tradizionali di Oberstdorf esegue la danza Wilde Mändle .
È considerata la danza di culto più antica della Germania.
La prima descrizione completa della danza si trova in una vita scritta dall’abate Colombano nel 613 d.C. In 17 diverse scene di danza viene rappresentato principalmente l’omaggio agli dei.
L’abbigliamento è misterioso tanto quanto la danza. È ricavato dal muschio di abete, un tipo di lichene che si trova solo nelle foreste montane ad altitudini superiori ai 1.500 metri.

Secondo la storia, gli annuali Bärbel e Klausentreiben, rispettivamente il 4 e il 6 dicembre, hanno lo scopo di scacciare gli spiriti maligni dell’inverno che hanno causato sventure e sofferenze alle persone. Giovani donne vestite da streghe e uomini travestiti da pellicce e con corna di cervo in testa corrono per i vicoli e le strade armati di bastoni.

Gli Uomini Selvaggi erano effettivamente diffusi in tutta Europa e si ritrovavano anche nell’arte e nella letteratura del Medioevo. Tuttavia, trovarono posto nelle leggende soprattutto nella regione dell’Algovia.

Molte parti delle loro leggende contengono motivi che erano originariamente nativi delle leggende dei nani o di Schrättle. Ad esempio, scomparivano quando venivano ricompensati troppo o avevano bisogno di assistenza umana per partorire.

Rappresentazione di un uomo selvaggio.

La danza Wilde-Mändle ha una sequenza fissa. Si tratta di potenti e ritmici salti e durante l’esibizione vengono mostrate 17 diverse figure di danza.
All’inizio, gli Uomini Selvaggi emergono solo timidamente dallo sfondo della foresta.
All’inizio si vede solo un singolo piede o una mano, poi le figure appaiono in tutta la loro gigantesca grandezza.
Segue un saluto reciproco tra i ballerini, che si presentano in due gruppi di sei uomini ciascuno.
Questo si fa, tra le altre cose, battendo le mani.
Poi inizia la prima parte della danza.
Tra queste rientrano ghirlande oscillanti, danze rotonde, verticali e la formazione di piccole e grandi piramidi.
Nella seconda parte, Wilde Mändle ha allestito dodici pannelli di legno, ognuno dei quali raffigura la stessa testa di Wilde Mändle.
Le figure si inchinano ripetutamente davanti a questo.
Poi arriva la fase di furtività e il ballo in discoteca, che alla fine si conclude su una doppia fila di sedili. Ora dallo sfondo emerge un tredicesimo Uomo Selvaggio, che è il Re dell’Uomo Selvaggio.
Le altre dodici figure gli porgono le loro coppe.
Poi il re li riempie di birra dal suo grande boccale di legno.
La pièce si conclude infine con la canzone Wilden-Mändle.


Origini e diffusione: Storie di uomini selvaggi erano diffuse in tutta Europa, ma hanno trovato un particolare radicamento nella regione dell’Allgäu.
La danza non è un’esclusiva di Oberstdorf, ma è qui che è stata conservata nella sua forma più antica. La danza potrebbe essere il risultato della mescolanza di diverse popolazioni come Illiri, Celti, Ladini, Reto-romani, Romani, Alamanni, e in seguito, coloni Walser.
Leggende sugli uomini selvaggi: Nel folklore dell’Allgäu, gli uomini selvaggi sono spesso descritti come esseri benevoli che aiutavano i pastori e conoscevano le proprietà curative degli animali
Si diceva che vivessero in povertà e si vestissero di stracci.
La leggenda degli uomini selvaggi potrebbe essere legata a popolazioni montane reto-romane, che si ritirarono sulle montagne a seguito dell’arrivo degli Alamanni
Significato del ballo: La danza simboleggia la fine dell’inverno e l’arrivo della primavera, e include elementi di riti di fertilità pagani. I partecipanti alla danza indossano costumi verdi fatti di materiali naturali, che richiamano il potere della natura. Si ritiene che originariamente il ballo avesse una funzione rituale e di contatto con la natura, ma oggi è visto principalmente come una forma di intrattenimento, mantenendo la tradizione viva.

Elementi della danza:
I ballerini indossano costumi di muschio e rami di abete….
La danza include 17 diverse scene con elementi acrobatici e movimenti simbolici.
Alcune coreografie raffigurano la disposizione del sole durante l’anno e le solstizi d’inverno ed estate.
La danza si conclude con una scena di bevuta in gruppo.
Conservazione della tradizione: Il ballo è organizzato dal Trachtenverein di Oberstdorf, che è molto restio alla divulgazione per preservare l’aspetto misterioso e sacro della danza9. I danzatori sono sempre persone di Oberstdorf e appartengono a vecchie famiglie e la trasmissione del ruolo avviene di padre in figlio. L’orgoglio e il senso di responsabilità per questa tradizione sono molto forti nella comunità….
Rapporto con la Chiesa: La Chiesa non ha ostacolato la tradizione, probabilmente a causa della posizione isolata di Oberstdorf nel sud della Baviera.
Il costume: Il costume dei ballerini, chiamato “Häs”, è fatto di materiali naturali come muschio, rami di abete e agrifoglio….
L’agrifoglio è considerato protettivo contro fulmini e spiriti maligni.
Il costume è sempre ricostruito per ogni generazione
La danza dei “Wilde Mändle” è quindi molto più di una semplice rappresentazione: è un legame con il passato, con la natura, e con le credenze e tradizioni degli antichi abitanti delle montagne.

Il ballo dei “Wilde Mändle” presenta diversi elementi che rimandano al paganesimo e alle antiche credenze legate alla natura.
Origini precristiane: La tradizione dei “Wilde Mändle” affonda le sue radici in tempi precristiani, quando le popolazioni montane vivevano in stretto contatto con la natura….
Le storie di uomini selvaggi erano diffuse in tutta Europa fin dal primo Medioevo e potrebbero derivare da antiche figure mitologiche legate ai boschi e alle montagne.
Legame con la natura: Il ballo e i costumi dei “Wilde Mändle” sono fortemente legati al mondo naturale. I costumi sono realizzati interamente con materiali naturali come muschio, rami di abete, agrifoglio….
Il colore verde, predominante nei costumi, simboleggia la rinascita della natura e la fertilità….
Questi elementi richiamano le antiche credenze che attribuivano poteri magici alle piante e ai boschi.
Riti di fertilità: Si ritiene che la danza includa elementi di antichi riti di fertilità.
Il ballo celebra la fine dell’inverno e l’arrivo della primavera, un tema ricorrente nelle festività pagane.
Simbolismo solare: Alcune coreografie del ballo rappresentano il movimento del sole durante l’anno e le solstizi d’inverno ed estate. La formazione della piramide umana durante la danza è interpretata come una rappresentazione del percorso del sole e delle sue fasi, legando la danza ad antichi culti solari.
Rapporto con le divinità: Un elemento significativo è la presenza, durante la danza, della figura di un dio montano, che potrebbe essere associato al dio celtico Dagda o al dio del tuono Dona.


L’omaggio a questa figura richiama antichi riti pagani dove si celebravano le divinità e le forze della natura. La figura del “Bergkönig” (re della montagna) che offre da bere a tutti i partecipanti alla fine della danza potrebbe derivare anche da queste tradizioni.
Elementi protettivi: L’agrifoglio, usato per realizzare le corone che i ballerini portano sul capo, era considerato un elemento di protezione contro i fulmini e le forze maligne. Anche la cintura di rami di abete indossata durante la danza era ritenuta protettiva contro gli spiriti maligni e portatrice di forza e salute.
Resistenza alla cristianizzazione: La tradizione dei “Wilde Mändle” è sopravvissuta in una regione isolata come quella dell’Allgäu, in parte grazie alla sua capacità di integrarsi con la cultura locale…. Nonostante la forte presenza della Chiesa cattolica in Baviera, la danza è riuscita a mantenersi viva, suggerendo una certa tolleranza o indifferenza da parte delle autorità religiose, probabilmente grazie alla sua integrazione nel tessuto sociale e culturale.

In sintesi, il ballo dei “Wilde Mändle” è un esempio di sincretismo culturale in cui elementi di antichi culti pagani si sono fusi con tradizioni e credenze locali, mantenendo viva una connessione con il mondo naturale e con le divinità che si riteneva lo abitassero….

CONFER AXIS MUNDI di Marco Maculotti

Ma l’archetipo dell’uomo selvatico vive ancora oggi: si pensi, ad esempio, al celebre Bigfoot americano, o allo Yeti degli altipiani himalayani, che può vantare tra i sostenitori della sua esistenza anche il celebre alpinista Reinhold Messner. Sulle Alpi, poi, l’uomo selvatico si riverbera in una ricchissima serie di manifestazioni folkloriche. Nell’impossibilità di fornire un elenco esaustivo, ci limiteremo a ricordarne alcune: le maschere dell’“Orso” nella tradizione carnevalesca piemontese, il Krampus in Trentino e Sud Tirolo, i Mammuthones in Sardegna, l’Uomo Cervo (Gl’ Cierv’) in Abruzzo, e così via. In Lombardia, nel paese di Sacco, c’è una camera picta cinquecentesca con uno straordinario affresco dell’uomo selvatico, con tanto di pelo irsuto e clava. Il cartiglio che lo affianca ne riassume le caratteristiche:

Ego sonto un homo selvadego per natura, chi me ofende ge fo paura.”

L’uomo e i suoi simboli Carl Gustav Jung

“Perciò una parola o un’immagine è simbolica quando implica qualcosa che sta al di là del suo significato ovvio e immediato. Essa possiede un aspetto più ampio, “inconscio”, che non è mai definito con precisione o compiutamente spiegato. Né si può sperare di definirlo o spiegarlo. Quando la mente esplora il simbolo, essa viene portata a contatto con idee che stanno al di là delle capacità razionali”

“esprimere le proprie visioni interiori, individuare il fondo spirituale della vita” (p. 238)

derivano da ciò che il dottor Jung ha definito «l’inconscio collettivo» – cioè quella parte della psiche che trattiene e trasmette l’eredità psicologica comune all’intero genere umano. […] Il paziente deve essere possibilmente liberato dall’ingombro dei simboli che siano diventati decrepiti e inadeguati, oppure deve essere assistito a scoprire il persistente valore di qualche antico simbolo che, lungi dall’essersi esaurito, anela ad essere fatto rivivere in forma moderna. […] In tempo di guerra, per esempio, si registra un accresciuto interesse per le opere di Omero, di Shakespeare o di Tolstoj […] A Natale noi possiamo esprimere il nostro sentimento interiore per la nascita mitologica di un fanciullo semidivino anche se non crediamo nella dottrina della verginità della madre di Cristo o non possediamo alcuna fede religiosa cosciente. Senza saperlo, ci siamo imbattuti nel simbolismo della rinascita. Si tratta della sopravvivenza di un’antichissima festa solstiziale, recante la speranza che le terre intristite dall’inverno dell’emisfero settentrionale tornino a rinnovarsi.” (pp. 92-93)

”La cosiddetta coscienza civilizzata si è nettamente separata dagli istinti di fondo
senza, però, che questi ultimi siano scomparsi. Essi hanno semplicemente perduto
ogni contatto con la nostra coscienza e perciò sono costretti ad affermarsi in
maniera indiretta. Ciò può verificarsi per mezzo di sintomi fisici nel caso della
nevrosi, o attraverso inconvenienti di vario tipo, come stati d’animo inspiegabili,
improvvise dimenticanze o errori di linguaggio.” pag.66

Pur essendo l’ultima opera di Jung, “L’uomo e i suoi simboli” rappresenta anche la
più valida introduzione al suo pensiero poiché si tratta dell’unico testo a carattere
dichiaratamente divulgativo pubblicato dal grande psicologo svizzero. Oltre al
saggio di Jung, “Introduzione all’inconscio”, il volume raccoglie quattro contributi
dei suoi più stretti collaboratori. Ne deriva una trattazione a più voci, chiara ed
essenziale, della «psicologia analitica», una limpida esposizione di cosa è
l’«inconscio collettivo» e di come si manifesta. Un testo fondamentale, alla portata
di tutti, per capire l’uomo moderno, le sue angosce, i suoi traumi, i suoi impulsi.
Carl Gustav Jung (1875-1961), psicologo svizzero, aderì dapprima alle teorie di
Sigmund Freud, allontanandosene nel 1913 per fondare la scuola della «psicologia
analitica», o «psicologia del profondo». Fra le sue opere maggiori si ricordano:
“Tipi psicologici” (1921), “L’Io e l’inconscio” (1928), “Psicologia e alchimia” (1944),
“La psicologia del transfert” ( 1946).

“esprimere le proprie visioni interiori, individuare il fondo spirituale della vita” (p. 238)

“…quella che potrebbe a prima vista sembrare al lettore una certa indeterminatezza delle sue [di Jung] idee, è invece una caratteristica che deriva da questo atteggiamento di modestia scientifica – un atteggiamento che non esclude (con pseudospiegazioni, o ultrasemplificazioni avventate e superficiali) la possibilità di nuove scoperte, ma che rispetta la complessità del fenomeno della vita. […] Le idee creative, secondo me, rivelano il loro valore per il fatto che, come chiavi, servono a «dissuggellare» connessioni di fatti prima incomprensibili, e consentono quindi all’uomo di penetrare più a fondo nel mistero della vita.” (pp. 316-317)

“Fintanto che un simbolo è vivo, è espressione di una cosa che non si può caratterizzare in modo migliore. Il simbolo è vivo soltanto finché è pregno di significato. Ma quando ha dato alla luce il suo significato, quando cioè è stata trovata quell’espressione che formula la cosa ricercata, attesa o presentita ancor meglio del simbolo in uso fino a quel momento, il simbolo muore, vale a dire che esso conserva ancora soltanto un valore storico. ” (…) così che esso diviene un mero segno convenzionale” (Tipi psicologici – C.G.Jung)

“Bensì un simbolo può dirsi vivo solo quando è, anche per chi osserva, l’espressione migliore e più alta possibile di qualcosa di presentito e non ancora conosciuto.
Solo così esso provoca una partecipazione inconscia, e giunge a generare e promuovere la vita.”
(Tipi psicologici – C.G.Jung)

Marco Maculotti “OLTRE: Ufologia & Esoterismo.” con Società dello Zolfo

Quando oggi si usa il termine «alieno», lo si utilizza sempre nell’accezione di «extraterrestre». Ma l’«alio» latino, da cui deriva l’«alieno» italiano, indica più generalmente una situazione di alterità rispetto all’essere umano, o meglio agli esseri umani viventi. «Alii» erano quindi, per gli antichi Romani, gli spiriti dei morti, nonché tutte quelle entità dell’Altro Mondo che esulavano dalla «norma» umana, e quindi, semplificando, sia gli dèi che i demoni. In questa sede, partendo dall’ipotesi parafisica di John Keel e Jacques Vallée, vogliamo analizzare i numerosi aspetti del moderno fenomeno UFO (e soprattutto delle «abduction») che appaiono correlati con le antiche tradizioni e con il folklore riguardante le entità fatate e “sottili” dell’Altro Mondo, dal rapimento di esseri umani da parte di questi ultimi al «Changeling», dal misterioso fenomeno del «Missing Time» a quello altrettanto enigmatico dei «cerchi nel grano».
ARTICOLI RILEVANTI DELL’AUTORE: – Il culto dei Fairies nei paesi celtici: una escatologia di morte e rinascita, su Arthos n.29 – Chi si nasconde dietro la maschera? Le visite dall’Altrove e l’ipotesi parafisica https://axismundi.blog/2018/06/06/chi… – I rapimenti dei fairies: il “changeling” e il “rinnovamento della stirpe” https://axismundi.blog/2017/10/31/i-r… – I rapimenti dei Fairies e il mistero dei “Missing 411” https://axismundi.blog/2020/01/14/i-r… – Fairies, streghe e dee: il “nutrimento sottile” e il “rinnovamento delle ossa” https://axismundi.blog/2019/03/20/fai… – “Il ritorno dei Popoli delle Stelle”: gli X-Files delle Riserve Indiane https://axismundi.blog/2021/03/07/il-… – L’accesso all’Altro Mondo nella tradizione sciamanica, nel folklore e nelle “abduction” https://axismundi.blog/2018/01/05/lac… – Il fenomeno della paralisi nel sonno: interpretazioni folkloriche e ipotesi recenti https://axismundi.blog/2016/04/07/il-… LIBRI RILEVANTI E/O CITATI NELLA PRESENTAZIONE: – W.Y Evans-Wentz, The Fairy Faith in Celtic Countries, 1911 (it. Fate: una fede celtica) – L. Spence, British Fairy Origins, 1946 – R. Kirk, The Secret Commonwealth… (it. Il Regno Segreto) – W. Sikes, British Goblins, 1880 (it. Elfi, Fate e Pooka) – G. Hancock, Supernatural. Meetings with the Ancient Teachers of Mankind (it. Sciamani) – J. Bord, Fairies. Real Encounters with Little People (it. Fate) – J. Vallée, Passport to Magonia. From Folklore to Flying Saucers (it. Passaporto per Magonia) – J. Keel, U.F.O.s Operation Trojan Horse (it. UFO: Operazione Cavallo di Troia) – J. Mack, Passport to the Cosmos (it. Passaporto per il cosmo) – W. Strieber, Communion – B. Hopkins, Intruders – B. Hopkins, Missing Time – M. Conese, La malattia delle fate – W.B. Yeats, The Celtic Twilight (it. Il crepuscolo celtico) – M. Eliade, Le chamanisme et les techniques archaïques de l’extase (it. Lo sciamanismo e le tecniche dell’estasi) – W. Deonna, Télesphore et le “genius cucullatus” celtique (it. Dèi, geni e demoni incappucciati) – A. Machen, The Novel of the Black Seal (it. La storia del sigillo nero) – A. Machen, The White People/A Fragment of Life (it. Un frammento di vita/Il popolo bianco) – W. Irving, Rip van Winkle – A. Blackwood, May Day Eve (it. La Vigilia del Primo Maggio) VISIONI: – Communion (1989) – Intruders (1992) – Nightmare (2015) – Enquete sur le Monde Invisible (2002) – Fire in the Sky (it. Bagliori nel buio, 1993)

Si ringrazia Marco Maculotti e Società dello Zolfo

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