Sin dagli albori più ancestrali i cacciatori raccoglitori, guerrieri tentarono di impossessarsi di una “speciale forza esclusiva” mattr,megin might,Macht, Furor, Freg, Wut,lyssa Λύσσα menos μένος,manteia μαντεία…. forse in queste antiche pratiche si cela un insegnamento eterno…

Mattr, megin, might, Macht

Berserker e Ulfhednar

Guerrieri delle Tibù germaniche

Tacito Germania Libro I 14, 15 

Nihil autem neque publicae neque privatae rei nisi armati agunt.
Sed arma sumere non ante cuiquam moris, quam civitas suffecturum probaverit.
Tum in ipso concilio vel principum aliquis vel pater vel propinqui scuto frameaque iuvenem ornant: haec apud illos toga, hic primus iuventae honos; ante hoc domus pars videntur, mox rei publicae. Insignis nobilitas aut magna patrum merita principis dignationem etiam adulescentulis adsignant: ceteris robustioribus ac iam pridem probatis adgregantur, nec rubor inter comites adspici.


Gradus quin etiam ipse comitatus habet, iudicio eius quem sectantur; magnaque et comitum aemulatio, quibus primus apud principem suum locus, et principum, cui plurimi et acerrimi comites.
Haec dignitas, hae vires, magno semper et electorum iuvenum globo circumdari, in pace decus, in bello praesidium.
Nec solum in sua gente cuique, sed apud finitimas quoque civitates id nomen, ea gloria est, si numero ac virtute comitatus emineat; expetuntur enim legationibus et muneribus ornantur et ipsa plerumque fama bella profligant.

Nessun affare trattano, né pubblico né privato, se non armati ma, per
consuetudine, nessuno prende le armi se non quando la comunità l’ha
giudicato idoneo.
Allora, in assemblea, uno dei capi o il padre o un
parente ornano il giovane dello scudo e della framea: questa è per loro la
toga, questo il primo attestato d’onore per i giovani: prima di quel
momento sono considerati parte della famiglia, poi dello stato.
Il titolo di nobiltà o le grandi benemerenze degli antenati conferiscono dignità di
capo anche agli adolescenti; gli altri si aggregano ai capi più maturi e
già sperimentati, senza vergognarsi di figurare nel seguito che, secondo
il giudizio di chi comanda, comporta una gerarchia.


Di conseguenza esiste
una grande emulazione per conquistare il primo posto presso il capo, e,
fra i capi, per avere i seguaci più numerosi e combattivi.
Questo è il prestigio, questa la potenza dei capi: essere attorniati sempre da una
folta schiera di giovani scelti dà decoro in tempo di pace e in guerra.
Ed è motivo di gloria e di rinomanza, non solo presso la propria gente, ma
anche agli occhi delle popolazioni vicine, segnalarsi per il numero e il
valore del seguito.
I capi sono ricercati nelle ambascerie, colmati di
doni e spesso con la loro fama decidono le sorti della guerra.

Cum ventum in aciem, turpe principi virtute vinci, turpe comitatui virtutem principis non adaequare.
Iam vero infame in omnem vitam ac probrosum superstitem principi suo ex acie recessisse. Illum defendere, tueri, sua quoque fortia facta gloriae eius adsignare praecipuum sacramentum est.
Principes pro victoria pugnant, comites pro principe.
Si civitas, in qua orti sunt, longa pace et otio torpeat, plerique nobilium adulescentium petunt ultro eas nationes, quae tum bellum aliquod gerunt, quia et ingrata genti quies et facilius inter ancipitia clarescunt magnumque comitatum non nisi vi belloque tueare; exigunt enim principis sui liberalitate illum bellatorem equum, illam cruentam victricemque frameam.
Nam epulae et quamquam incompti, largi tamen apparatus pro stipendio cedunt.
Materia munificentiae per bella et raptus.
Nec arare terram aut exspectare annum tam facile persuaseris quam vocare hostem et vulnera mereri.
Pigrum quin immo et iners videtur sudore adquirere quod possis sanguine parare.

Quando si viene a battaglia, è disonorevole per un principe [dei germani] essere battuto in valore dal suo seguito, ma è anche disonorevole per i membri del seguito non uguagliare il valore del principe.
Costituisce poi motivo di infame obbrobrio ritornare dalla battaglia, sopravvivendo al proprio principe.
Il più forte obbligo morale sta nel difendere e proteggere il principe, nell’ascrivere a gloria sua anche i propri atti di coraggio: i principi combattono per la vittoria, i gregari per il loro principe. Se la tribù in cui sono nati si intorpidisce in una pace lunga e oziosa, molti giovani nobili, di loro iniziativa, raggiungono altre tribù, che sono in stato di guerra.
L’inerzia reca fastidio a questo popolo perché sono i pericoli a rendere più facilmente famosi e solo la violenza di una guerra consente di mantenere un seguito numeroso.
Infatti è la liberalità del capo a conferire quel famoso cavallo da guerra, quella famosa framea insanguinata e vittoriosa.
E come stipendio vale l’imbandigione di banchetti, non certo raffinati ma sicuramente abbondanti.
Guerre e saccheggi consentono tale liberalità.
Non si potrebbe certo indurre facilmente questi giovani ad arare la terra e ad aspettare le stagioni; preferiscono provocare il nemico e andare in cerca di ferite.
È anzi segno di inerzia e di pigrizia acquistare col sudore ciò che si può ottenere col sangue.

Quotiens bella non ineunt, non multum venatibus, plus per otium transigunt, dediti somno ciboque, fortissimus quisque ac bellicosissimus nihil agens, delegata domus et penatium et agrorum cura feminis senibusque et infirmissimo cuique ex familia; ipsi hebent, mira diversitate naturae, cum idem homines sic ament inertiam et oderint quietem.
Mos est civitatibus ultro ac viritim conferre principibus vel armentorum vel frugum, quod pro honore acceptum etiam necessitatibus subvenit. Gaudent praecipue finitimarum gentium donis, quae non modo a singulis, sed et publice mittuntur, electi equi, magna arma, phalerae torquesque; iam et pecuniam accipere docuimus.


Quando non fanno la guerra, passano molto tempo a cacciare e ancor di più nell’ozio, dediti al sonno e al cibo.
I più forti e bellicosi non fanno nulla, mentre la cura della casa, dei penati e dei campi è demandata alle donne, ai vecchi e a tutti quelli che non sono in grado di portare armi.
Essi poltriscono: si tratta di una ben strana contraddizione della natura che gli stessi uomini amino l’inerzia e odino la pace.⁣
E’ usanza che, nelle tribù, ciascuno porti volontariamente ai capi una quota di bestiame o di prodotti della terra e tutto accettato come segno di onore, serve anche ai loro bisogni.
Si compiacciono soprattutto dei doni dei popoli confinanti, mandati da privati ma anche dalla collettività: cavalli scelti, belle armi, decorazioni metalliche e collane; ma ormai abbiamo loro insegnato a prendere anche denaro.

Duello ancestrale indoeuropeo




Se ipsum simul circulus ed obis est C.Gustav Jung

Esso mi dimostrò  che si può arrivare al centro partendo da qualsiasi punto della circonferenza.

Se ipsum simul circulus ed obis est …
Il sé é allo stesso tempo cerchio e circonferenza
C.Gustav Jung

Si poteva partire da alcune lettere cirilliche, da una meditazione su una sfera di cristallo, una ruota di preghiera o un dipinto moderno o anche prendendo le mosse da una conversazione casuale su qualche banale avvenimento…


L’uomo e i suoi simboli
C.G.Jung

Il segreto del sogno giace ”Nelle sfere delle antiche mitologie o nelle leggende primordiali della foresta” C.G JUNG

“Non possiamo permetterci di essere ingenui nell’interpretazione dei sogni. Essi hanno un origine in uno spirito che non è affatto umano, ma che costituisce piuttosto un respiro della natura: uno spirito di questa divinità altrettanto bella e generosa quanto crudele. Se vogliamo caratterizzare questo spirito, dovremmo andarlo a studiare, più che nella coscienza dell’uomo moderno, nelle sfere delle antiche mitologie o nelle leggende primordiali della foresta”.
(C.G. Jung, L’uomo e i suoi simboli)

Non ordinario…

La soglia dell’ignoto, l’implicito non visibile, una dimensione inesplorata

Il Non Ordinario parla con il linguaggio dei simboli e delle immagini…
un’esperienza non descrivibile, accompagnata, innescata dal magico evocativo suono del tamburo sciamanico.
Un momento per perdersi e ritrovarsi con qualcosa in più…
un messaggio, un’immagine, un’emozione…

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