Antiche pratiche marziali millenarie sia occidentali che orientali..
se insegnate da personale competente e qualificato, permettono di acquisire consapevolezza di sé e delle proprie abilità, consapevolezza della propria corporeità, permettono di instaurare un significativo ed equilibrato rapporto tra mente e corpo.
Offrono l’occasione di sviluppare una sensibilità tra il movimento fisico e l’atteggiamento mentale, favorendo nel individuo la concentrazione, l’autocontrollo, il concetto di sé e al contempo accrescendone il senso di maggiore sicurezza ed autostima.Offrono, inoltre, la possibilità di prendere consapevolezza della propria emotività, imparando a gestire l’istintività, e di esprimere l’aggressività in un contesto protetto e secondo modalità prestabilite. Costituiscono un ottimo strumento di espressione catartica di sfogo e di rigenerazione, favoriscono lo scaricamento delle tensioni apportando benefici al sistema cardiocircolatorio e in senso più ampio al sistema psicofisico, favorendo un valido supporto sul piano motivazionale.
Le parole latine periculum (pericolo) ed experiri (sperimentare, provare) condividono una radice comune che svela un’affascinante connessione concettuale tra l’idea di rischio e quella di esperienza. Il loro legame etimologico risiede nel verbo perior, un termine arcaico che significa “tentare” o “provare”.
Periculum, che in latino significa “prova, esperimento, rischio”, si è evoluto nell’italiano “pericolo”. La sua struttura morfologica è composta dal suffisso -culum, che indica uno strumento o un mezzo, attaccato alla radice peri-, derivata appunto da perior. In origine, quindi, il periculum non era altro che l’atto di tentare, di mettere alla prova, un’azione che intrinsecamente comporta un elemento di incertezza e, di conseguenza, di potenziale rischio.
Dall’altra parte, il verbo deponente experiri si traduce con “sperimentare, mettere alla prova, fare esperienza”. La sua composizione è trasparente: il prefisso ex-, che indica un movimento da, un’uscita, si unisce alla stessa radice peri- di perior. L’experiri è quindi letteralmente un “trarre fuori dalla prova”, un apprendere attraverso il tentativo e l’esposizione a una determinata situazione. Da experiri derivano parole italiane come “esperienza” ed “esperto”.
L’analisi etimologica rivela dunque una profonda verità: non può esserci esperienza senza una qualche forma di “pericolo” o, più neutralmente, di “prova”. Ogni tentativo di acquisire conoscenza o abilità (l’experiri) implica necessariamente un’esposizione a un periculum, a un rischio, seppur minimo. È attraverso il superamento della prova, l’affrontare il rischio, che si forgia l’esperienza.
In sintesi, la connessione tra periculum ed experiri ci insegna che il concetto di pericolo non è unicamente negativo, ma è intrinsecamente legato al processo di apprendimento e di crescita. L’esperienza non è altro che la conoscenza distillata dal rischio che si è corso e dalla prova che si è superata.
L’essenza di un Uomo è di giocare, rischiare (vivere, lottare non soltanto per vivere o far sopravvivere la specie); a differenza degli animali l’uomo è homo ludens. Dunque egli fa delle cose ”inutili” ovverossia contrario alla propria stessa esistenza: la morale è esattamente questo. L’uomo è un giocatore ed ogni esperienza autentica umana è una messa in gioco, talvolta pericolosa l’ “esperienza”-è etimologicamente legata al “pericolo”; in latino experiri = sperimentare, ha la medesima radice di periculum = pericolo).
OMAR VECCHIO
Pakistan – 31 luglio 2000 – quota 5700m
CONFER
Homo ludens è una locuzione latina che si traduce come “Uomo che gioca” o “Uomo ludico”.
Il termine è stato reso celebre dallo storico e teorico della cultura olandese Johan Huizinga nel suo influente libro del 1938, intitolato appunto Homo Ludens.
L’Idea Centrale
L’argomento centrale di Huizinga è che la capacità umana di giocare non è un’attività banale o secondaria, ma una condizione primaria e fondamentale che dà origine alla cultura umana. Egli contrappone l’ Homo ludens ad altre definizioni dell’essere umano, come:
Homo sapiens: Uomo saggio
Homo faber: Uomo artefice (o fabbricante)
Huizinga credeva che, prima ancora di essere saggio o artefice, l’uomo fosse un giocatore. Per lui, il gioco non è qualcosa che avviene all’interno della cultura; piuttosto, la cultura stessa nasce e si sviluppa come e nel gioco.
La Definizione di Gioco secondo Huizinga
Secondo Huizinga, il gioco è un’attività distinta con diverse caratteristiche chiave:
Carattere Non Materialistico: Nella sua forma più pura, il gioco non è produttivo. È fine a se stesso, non è volto al guadagno materiale o alla produzione di beni (Huizinga riconosceva che questo principio si complica con lo sport professionistico, ma l’essenza dello spirito ludico non è il profitto).
Volontarietà: Il gioco è un’attività scelta liberamente. Non è mai un compito o un dovere. Se è forzato, cessa di essere gioco.
Separazione dalla Vita “Ordinaria”: Si svolge al di fuori della realtà quotidiana. Costituisce una fuga temporanea in una sfera a parte.
Limiti di Tempo e Spazio: Il gioco ha un inizio e una fine precisi. Avviene all’interno di un’area designata: un campo da gioco, una scacchiera, un palcoscenico. Huizinga chiamò questo concetto il “cerchio magico”, un mondo temporaneo all’interno del quale si applicano le regole del gioco.
Creazione di Ordine: Il gioco ha le proprie regole, che sono assolutamente vincolanti all’interno del cerchio magico. Crea un mondo temporaneo, perfetto e ordinato. Il “guastafeste” (in inglese, spoilsport) non è solo un cattivo perdente; è colui che frantuma questo fragile mondo rifiutando di rispettarne le regole.
Presenza di Tensione: Il gioco include un elemento di incertezza e di caso. C’è una sfida da superare e una risoluzione, ed è questo che lo rende coinvolgente.
Agire come se ogni atto fosse l’ultimo , fosse necessario, inevitabile, fondamentale, totale pur sapendo in cuor suo , come rammentava don Juan a Castaneda che è solo un compito inutile rispetto all’Assoluto, nonostante i paradossi dell’esistenza, nonostante la dualità apparente, ma greve, ruvida non di rado tagliente.
柳生殿は『人に勝つ道は分かりません。自分に勝つ道は分かりました。』 Il samurai avanza giorno dopo giorno: oggi diventa più abile di ieri, domani più abile di oggi. L’addestramento non finisce mai.
Ecco i punti chiave sulla meditazione secondo Jiri Prochazka:
Consiglio per chi non ama la solitudine: Suggerisce di iniziare a meditare per coloro che hanno difficoltà a stare da soli e godersi la propria compagnia.
Scopo della meditazione: La meditazione serve a riconoscere se stessi, la propria mente e i propri “demoni” interiori. Aiuta a conoscere la voce nella propria testa e a realizzare che i pensieri negativi non sono reali.
“Qui e Ora” e Gioia Pura: Attraverso la meditazione, si può raggiungere una comprensione del puro “qui e ora”, che Jiri associa alla gioia pura.
Consapevolezza: Meditare significa riconoscere se stessi, la propria mente, i sentimenti, i pensieri e le cose che ci circondano, come il respiro e gli odori.
Esercizio con un Fiore: Jiri descrive un esercizio di meditazione in cui si pone un oggetto, come un fiore, di fronte a sé e lo si osserva per circa 10 minuti. Durante questo tempo, ci si immerge completamente nel momento presente, osservando solo l’oggetto e prendendo coscienza dei pensieri che sopraggiungono.
Disciplina Mentale: L’obiettivo di questo esercizio è disciplinare la mente a rimanere focalizzata su un unico punto e a ritornarvi ogni volta che viene distratta.
Libertà e Gratitudine: Dopo aver disciplinato la mente, si può godere della libertà di osservare ciò che ci circonda ed essere grati per tutte le cose che si hanno. Questa disciplina si può estendere anche alle scelte quotidiane, come quelle alimentari, portando a una maggiore apprezzamento delle decisioni consapevoli.
Connessione con il Combattimento: Jiri paragona la disciplina e la concentrazione sviluppate con la meditazione alla capacità di godersi il combattimento, rimanendo presenti nel momento invece di essere preda della paura o delle reazioni istintive.
Secondo Jiri Prochazka, il “flow” è di fondamentale importanza nel combattimento. Ecco i punti chiave che emergono dalle sue interazioni:
Non perdere il flow: Jiri esorta a non perdere il flusso durante il combattimento. Questo è cruciale indipendentemente dalla situazione in cui ci si trova.
Rimanere nel flow anche in situazioni difficili: È importante sapere come entrare nel flusso e rimanerci, anche durante esercizi difficili o situazioni complicate, che si stia vincendo o perdendo.
Il flow quando si vince: Spesso, quando si sta vincendo e si sente che l’avversario è vicino alla sconfitta, si viene sopraffatti dall’emozione e dal desiderio di finire l’incontro rapidamente. Invece, Prochazka raccomanda di rimanere nel “qui e ora”, di essere nel flusso.
Il flow quando si perde: Anche quando si sta perdendo, si viene colpiti o si è feriti, è essenziale realizzare e mantenere una mentalità positiva, respirare e procedere passo dopo passo, con la convinzione di poter vincere. Questo è strettamente legato al rimanere nel flusso.
Connessione con l’essere nel momento: Essere nel flusso è collegato all’essere nel “qui e ora”.
In sintesi, per Jiri Prochazka, il “flow” rappresenta uno stato mentale di presenza e continuità nell’azione, che permette di rimanere efficaci e lucidi sia nei momenti favorevoli che in quelli avversi del combattimento. Non perdere il flusso significa non farsi sopraffare dalle emozioni o dalle difficoltà, ma rimanere concentrati sul momento presente e sull’obiettivo di vincere.
Jiri Prochazka descrive il suo stile di combattimento enfatizzando diversi principi e approcci. Inizialmente, viene presentato come un combattente che è diventato campione UFC “combattendo come nessun altro”. Viene notato il suo stile unico, con “mani basse, mento in avanti”, che inizialmente potrebbe sembrare inefficace, ma che in realtà lo rende molto bravo.
Un elemento fondamentale del suo stile è la capacità di “rendere confortevole ciò che è scomodo”. Questo suggerisce una mentalità di adattamento e di superamento delle difficoltà.
Prochazka sottolinea anche l’importanza di essere adattabili e di usare la tecnica dell’avversario come propria tecnica. Questa filosofia è paragonata al concetto di Bruce Lee dell’acqua che si adatta al contenitore, evidenziando la sua capacità di adattarsi a ogni momento. Sostiene di poter “vedere l’avversario veloce come lento e l’avversario lento come veramente veloce” con la sua mente, e di poter “rallentare un avversario veloce o velocizzare uno lento” per poi “cogliere il momento giusto”.
Un altro aspetto cruciale è la distanza, che lui considera la sua “protezione”. Spiega che il suo obiettivo principale è connettersi con l’avversario e sentire il ritmo. Il controllo della distanza gli permette di decidere quando può essere colpito e quando può allontanarsi. Durante lo sparring, cerca attivamente la distanza e applica pressione.
Prochazka descrive il suo approccio al combattimento come semplice, riducendolo a “boom e vincere”. Crede che le persone tendano a “eccessiva intellettualizzazione” e che la chiave sia essere nel “qui e ora” e agire in modo diretto. Afferma che se si è “leggeri” e “calmi”, si possono vedere le opportunità e godersi il combattimento.
Durante l’allenamento, emerge anche l’idea di “giocare con la pressione” e di controllare la tensione e l’atteggiamento mentale dell’avversario, per anticiparne le reazioni.
Nel contesto dello sparring, viene definito un “savage striker” Attaccante selvaggio” e viene evidenziato come cerchi di trovare la distanza rapidamente. La sua capacità di passare rapidamente da attacchi in piedi a tentativi di takedown, e viceversa, dimostra la sua natura imprevedibile.
Amico mio, dedicati all’arte che hai imparato; e il resto della tua vita trascorrila come se avessi affidato tutto te stesso agli dèi con tutta l’anima, senza renderti né tiranno né schiavo di nessun uomo.”
Spirito ardito e un po’ ribelle, il suo desiderio di attaccare il nemico con il cannone , ‘‘guardandolo in faccia e non silurandolo nell’ombra” , rievocava il comportamento cavalleresco , carismatico, magnetico, era guidato da un profondo senso di umanità e compassione, che andava oltre i doveri militari e le convenzioni della guerra, appassionato di filosofie orientali, esoterismo e yoga, i suoi compagni di corso lo chiamavano Zoroastro , il suo equipaggio lo soprannominò Mago Baku, un asceta, un mistico, che seguiva il culto della sacralità del mare , rito del duello Altri dicono che era come un antico spartano: sobrio, schivo, introverso, solitario, con un portamento fiero e un’andatura rigida, quasi altera. In realtà quell’andatura era dovuta al fatto che Todaro portava il busto, a causa di una frattura alla colonna vertebrale, come nei riti di smembramento sciamanici, riportata quando volava sugli idrovolanti come osservatore aereo, non riuscì più a rimettersi completamente, poichè la spina dorsale era lesionata.
”Già in Accademia si era esercitato in esperimenti di suggestione ipnotica. Vi è chi, come il comandante Walter Auconi e il comandante De Grossi Mazzorin, ha parlato di “spiritismo”, ma a quanto è dato capire solo per indicare esperimenti di metapsichica, e doti particolari del nostro ufficiale, scaturite dalle sue pratiche ascetiche, come emerse durante la guerra con “l’episodio del tenente Stiepovich morto, in seguito all’asportazione di una gamba per un colpo di artiglieria, quasi senza accusare dolore proprio ”
confer Sandro Consolato
Questa menomazione, tuttavia non riuscì a frenare lo spirito, l’attività del capitano, che durante lunghe ore di rieducazione trascorse a La Spezia, …. si dedicò a letture e discussioni, sopratutto scritti di psicoanalisi, pare fosse un appassionato di Jung, e praticava ipnosi , esprimendo capacità medianiche, con effetti sorprendenti. Predisse la sua morte in guerra, ma non da sveglio. Come riferiva il comandante Lenzi ” il comandante Todaro credeva , in termine generale nelle scienze occulte. Mi aveva insegnato, per esempio a girare, a passeggiare intono al nostro ”Cappellini” ( il noto sommergibile) quando era in porto perchè , diceva, ” bisogna imparare a riuscire a sentire quello di cui abbisogni, tu credi di pensarlo tu, invece è lui che te lo suggerisce, se sai ascoltarlo” in Atlantico cercavamo sulle carte nautiche con il pendolino i convogli nemici. Ho anche visto con i miei occhi far cessare il dolor di denti a un operaio francese passandogli sulla guancia due volte con ilpalmo di una mano. – […] Lo ho sentito dire più volte che da sveglio nessuno lo avrebbe mai… beccato. Così è stato”. Una volta mandò in licenza il suo mitragliere più fido, che non voleva saperne di lasciare i suoi compagni. “E’ un ordine!”, gli disse con perentorietà il comandante Todaro . Poi confidò ad un amico che il giovane marinaio aveva il destino segnato. “ Che si goda qualche giorno in famiglia prima di quel giorno”. Un mese dopo il marinaio rimase ucciso, mentre si trovava alla sua mitragliera da uno scoppio di granata che frantumò la torretta del sommergibile. Fu infallibile fino a quel giorno ”Un suo compagno di corso, Walter Ghetti, così ne parla: “Todaro era differente da noi, non solo per alcune peculiarità, come la pratica dello yoga, il non mangiare mai carne, il carattere chiuso e un po’ melanconico; tuttavia, provammo per lui una grande amicizia, malgrado questo essere differente, che era superiorità: probabilmente perché lo sentivamo sincero. E sentivamo anche la necessità, pur non potendo ancora misurare la forma di tale differenza, di rispettare una personalità già delineata”.
A Bordeaux, fra una missione di guerra e l’altra, passava lunghe giornate chiuso nel suo camerino a leggere, studiare, sperimentare. Si narra, a proposito di aneddoti, che una volta, per gioco, riuscì ad ipnotizzare una signora con estrema facilità. E così la sua fama di corsaro gentiluomo si colorò di altri aspetti, assunse toni accesi e istrioneschi. In effetti c’era, in quel suo pizzetto di barba nerissima, nel suo sguardo obliquo, magnetico, indagatore, c’era un che di stregonesco. Leggeva un po’ di tutto, dalla filosofia alla parapsicologia, ai libri sulle pratiche magiche. E così a bordo cominciarono a chiamarlo Mago Bakù. Si dice, in effetti, che avesse una sorta di preveggenza. C’è chi giura di averlo sentito fare delle previsioni che si sono avverate fin nei minimi particolari. Una volta lasciò a terra un marinaio perché prevedeva che ci sarebbero stati pericoli solo per lui, infatti il marinaio in questione fu colto da un violento attacco di appendicite, con pericolo di peritonite, e si salvò solo perché poté essere prontamente ricoverato in ospedale e trasportato in sala operatoria.
sulle iniziazioni sciamaniche: solitamente questo «ferimento rituale» sfocia in uno smembramento vero e proprio, a cui fa seguito la rinascita iniziatica dell’aspirante sciamano, che si risveglia dotato di poteri soprannaturali (conferiti,si pensa,dall’azione degli spiriti). Mircea EliadeLo Sciamanesimo e le tecniche dell’estasi (1951) Jung narrava dell’archetipo del guaritore ferito, di colui che tiene in sè due poli opposti: il guaritore e il ferito.
Il comandante consapevole del potere evocativo dei simboli forniva ai suoi marinai dei pugnali, per indurre uno spirito combattivo, come se dovessero andare all’arrembaggio, così come aveva congeniato di rafforzare la prua del sottomarino con una forte lamiera tagliente per emergere nella caccia nemica in estremo gesto di speronamento, in una chiave ”magico animistica” , si prendeva cura del suo equipaggio e delle sue imbarcazioni apportando innovazioni ingegnose, dopo innumerevoli sperimenti, attuò a proprie spese, un innovativo sistema interfonico o l’ideazione dei barchini ”SMA” (Silurante Modificato Allargato).
CONFER da Sandro Consolato “Arthos”, n.s., a. III, n° 6 , luglio-dicembre 1999
In questo testo il Professor Consolato intravvede una forte connessione dello stile di vita del comandante e gli insegnamenti contenuti nella Bhagavad-gita indirizzati agli Kshatrya, la casta guerriera.
''l’orizzonte di una via ascetica dell’azione avente, rispetto alla via ascetica della contemplazione, “in primo piano [...] un processo immanente, volto a destare le forze più profonde dell’entità umana e a portarle a superare sé stesse, a far sì che, in un’intensità-limite, dalla vita stessa si liberi l’apice della supervita”. Di tale via eroica Evola ricordava la culminazione spirituale della Bhagavad-gîtâ, con i suoi insegnamenti rivolti agli kshatriya, ai guerrieri: “Mettendo al pari piacere e dolore, profitto e perdita, vittoria e sconfitta, àrmati per la battaglia: in tal modo, non avrai colpa” (III, 38); “Non v’è [possibilità di] esistenza per l’irreale o [possibilità di] non-esistenza per il reale: coloro che sanno, percepiscono la verità rispettiva di entrambi... Sappi essere indistruttibile ciò che tutto compenetra. Colui che lo considera come uccisore e colui che lo considera come ucciso, sono entrambi ignoranti: esso non uccide e non è ucciso. Non è ucciso, quando il corpo è ucciso. Questi corpi dello spirito eterno, indistruttibile, illimitato, valgono come perituri: quindi sorgi, e combatti” (II, 16, 17, 19, 20, 18). ''
Il marinaio Vittorio Marcon racconta: “Ricordo che era avvenuto che il Comandante col pensiero avesse chiamato qualcuno dell’equipaggio, e questi fosse arrivato come se lo avessero richiesto ad alta voce. Una volta ero con lui, nello stesso locale, che era un locale perfettamente chiuso, isolato dagli altri, ed egli disse il nome di un sottufficiale. Non era passato forse un minuto che quel sottufficiale bussò alla porta, proprio come avesse sentito di essere chiamato dal Comandante”.
L’ammiraglio Vittorio E. Tognelli ebbe a dire di Todaro: “La sua tattica preferita era quella più ardita e pericolosa: attacco di giorno con cannone, anche se sconfessata dai suoi superiori per il grave rischio cui sottoponeva l’unità e per le perdite che inevitabilmente subiva in combattimento”. Ma i suoi uomini non temevano di morire, perché sapevano che il primo ad esporre la propria vita era il loro comandante. Sul suo sommergibile regnava un cameratesco egualitarismo: uguale vestiario, uguale vitto, uguale tempo libero per tutti, obbligo di ginnastica giornaliera. Scriverà l’ammiraglio tedesco Dönitz sul temperamento e le qualità militari dei sommergibilisti italiani: “Essi sono perfettamente capaci di attaccare il nemico con ardimento e abnegazione. Anzi, in certe circostanze, possono, nello slancio dell’azione, comportarsi più audacemente di noi che non ci lasciamo trascinare così dall’entusiasmo della battaglia”.
Borghese volle Todaro, alla testa del Reparto di superficie, che venne intitolato a “Vittorio Moccagatta”, mentre quello subacquei lo fu a “Teseo Tesei”. Così il principe romano ritrasse poi Todaro nel suo Decima Flottiglia Mas: “Di statura normale, appariva più piccolo per l’abbandono delle spalle sempre un po’ curve; lo sguardo vivissimo negli occhi scuri, il volto affilato e incorniciato da un pizzetto nero; acuto psicologo, chiaroveggente e singolarmente iniziato nei problemi teosofistici, dotato di un coraggio freddo e cosciente e di una volontà e capacità di lavoro eccezionali”.
Salvatore Todaro a destra con a fianco Valerio Borghese, a sinistra è l’ammiraglio Aimone di Savoia Aosta, al centro Ernesto Forza
Sebastopoli capitolò il 2 luglio del ’42. I tedeschi, le cui forze di terra avevano certamente determinato la vittoria sui russi, volevano accapparrarsi anche i meriti dell’assedio dal mare, e più concretamente sottrarre agli alleati rumeni, che pure avevano combattuto valorosamente, ogni pretesa sul porto di Balaclava. Il 1° luglio i rumeni, contrariamente al volere dei tedeschi, decisero di entrare per primi a Balaclava da terra, facendosi strada “con un valoroso assalto all’arma bianca”, e Todaro, di sua iniziativa, senza avvertire il suo superiore Mimbelli per non essere intercettato dagli alleati, decise a sua volta che i cinque motoscafi italiani sarebbero entrati nel porto a bandiere spiegate prima dei mas germanici. E così fu, sotto gli ultimi fuochi dell’artiglieria costiera sovietica. Il colonnello rumeno Dimitrescu accolse felice i fratelli latini giunti dal mare, festeggiando con… cipolle e champagne!
Il 4 luglio ’42 Todaro tornava in Italia dal Mar Nero, dove aveva compiuto tredici missioni di guerra. Il comandante Auconi testimonia che Todaro “sentiva” che sarebbe caduto in guerra e che parlava di ciò senza commozione, con assoluta naturalezza. A ottobre visitò per l’ultima volta la famiglia a Sottomarina. Si recò dal monsignor Voltolina e, malgrado anche la sua famiglia stentasse a far quadrare il bilancio, fece, come era solito, generosa beneficienza anonima ai poveri assistiti dal buon prete. L’amico Armando Boscolo, che lo vide allora per l’ultima volta, racconta: “di quell’ultimo incontro ha lasciato l’immagine di un volto soffuso di misticismo oggi quasi inverosimile, di uno sguardo di una soavità serafica, di una voce dolce e fatta soltanto per dire parole buone”.
motopeschereccio armato Cefalo
”La mattina del 14 dicembre ’42, nell’isolotto di La Galite, mentre riposava a bordo del Cefalo, il piropeschereccio nave-appoggio dei moto-siluranti della Xª, con i quali si preparava ad attaccare il porto tunisino di Bona, Todaro morì durante l’attacco di due caccia inglesi. Un proiettile trapassò il ponte e una scheggia colpì la sua testa. Lo trovarono nella sua cuccetta, che pareva continuasse a dormire. Si avverava così la sua profezia: “Io morirò quando il mio spirito sarà lontano da me”. Fu seppellito a La Galite. Il duca Aimone di Savoia-Aosta scriverà alla vedova ricordando Todaro quale “Valoroso tra i valorosi, incarnazione dello spirito guerriero”. Medaglia d’oro al Valor Militare alla memoria, in guerra il comandante Todaro aveva ottenuto due medaglie di bronzo, tre d’argento e, dall’alleato germanico, la croce di ferro di prima classe.”
“Anche in un solo minuto, se si decide fermamente nel proprio cuore di seguire la via della disciplina marziale, senza dubitare e con piena consapevolezza, in qualsiasi situazione si verrà naturalmente scelti per primi. Questo si manifesta chiaramente nei comportamenti quotidiani e nel modo di esprimersi. In particolare, una singola parola può fare la differenza. Non si tratta di mostrare il proprio animo, ma piuttosto di far sì che gli altri conoscano già da tempo chi siamo veramente.” Hagakure 葉隠聞書
“武を自分の心に決め置く”: “Decidere fermamente nel proprio cuore di seguire la via della disciplina marziale”. L’espressione originale sottolinea la necessità di una decisione interiore profonda e stabile. “疑うことなく覚悟していれば”: “Senza dubitare e con piena consapevolezza”. Enfatizza l’importanza di una convinzione ferma e senza incertezze. “自然に、最初に選ばれることになる”: “Si verrà naturalmente scelti per primi”. Suggerisce che la scelta sarà quasi automatica, come una conseguenza naturale della preparazione interiore. “一言が大事です”: “Una singola parola può fare la differenza”. Sottolinea il potere delle parole e dell’espressione di sé. “自分の心を見せるというのではなく、前々から人が知る、ということです”: “Non si tratta di mostrare il proprio animo, ma piuttosto di far sì che gli altri conoscano già da tempo chi siamo veramente”. Indica che la vera autenticità si manifesta in modo spontaneo e coerente nel tempo, non attraverso dimostrazioni esteriori.