Ignis aurum probat….

Ignis aurum probatmiseria fortes viros

Il fuoco è la prova dell’oro, la sventura quella dell’uomo forte
De providentia Lucio Anneo Seneca.

Il legno che non bruci ad Ercolano”, mobili, suppellettili e strumenti che raccontano la vita quotidiana degli abitanti dell’epoca, sopravvissuti all’eruzione del Vesuvio grazie al particolare processo di carbonizzazione del legno,

Se ti si presenterà un bosco fitto di alberi vetusti  Si tibi occurrerit vetustis arboribs  Seneca, Lettere a Lucilio

Scatti Matteo Scarpitti Giappone

Seneca saluta il suo Lucilio.
Tu fai una cosa assai saggia e per te salutare se, come mi scrivi, persisti nell’indirizzarti verso la saggezza ed è cosa sciocca implorare la saggezza dal momento che potresti ottenerla da te stesso.
Non si devono levare le mani al cielo né invocare i custodi dei templi per poterci meglio accostare alle orecchie delle statue, quasi potessimo essere ascoltati meglio:
il divino è presso di te, è con te, è dentro di te.
È così come ti dico, Lucilio in noi c’è uno spirito divino che osserva e controlla il male ed il bene delle nostre azioni; egli ci tratta così come è stato trattato da noi.
In verità un uomo virtuoso non è nessuno senza dio: forse che alcuno potrebbe assurgere al di sopra della sorte se non fosse aiutato da lui?
Quello ci da consigli splendidi ed eroici. In ciascuno degli uomini virtuosi

Se ti si presenterà un bosco fitto di alberi vetusti e che hanno superato l’altezza normale e che per la densità dei rami che coprono gli uni gli altri impedisce la vista del cielo, quell’altezza del bosco e l’isolamento del luogo e l’ammirazione di un’ombra così densa e ininterrotta in un luogo aperto ti garantirà la certezza di una divinità. 
Se qualche grotta dalle rocce profondamente corrose terrà sospeso un monte, non fatta da mano umana, ma scavata fino a così grande ampiezza da cause naturali, colpirà il tuo animo con una specie di sensazione di religiosità. 


Noi veneriamo le fonti dei grandi fiumi; l’improvviso scaturire di un vasto fiume dal sottosuolo ha degli altari; le fonti di acque calde vengono venerate, anche alcuni stagni o l’opacità 
l’immensa profondità ha reso sacri. 
Se vedrai un uomo non spaventato dai pericoli, non toccato dalle passioni, felice in mezzo alle avversità, tranquillo in mezzo alle tempeste, che guarda gli uomini da una posizione superiore, gli dei da pari livello, non ti subentrerà venerazione nei suoi confronti? 
Non dirai “questa realtà è troppo grande e troppo elevata per poter essere ritenuta simile a questo piccolo corpo in cui si trova”? 


Là una forza divina discendeun animo straordinario, equilibrato, che passa oltre a tutte le cose come più piccole, che sorride di tutto ciò che temiamo e desideriamo, lo spinge una potenza celeste. 

Non può una cosa così grande stare in piedi senza il sostegno di una divinità; e quindi per la maggior parte di sé è lì donde discende. 
Come i raggi del sole toccano in verità la terra ma sono lì donde vengono mandati, così un animo grande e sacro e inviato a questo scopo, affiché conoscessimo [in verità] più da vicino le cose divine, conversa in verità con noi, ma rimane attaccato alla propria origine; da lì dipende, lì guarda e si appoggia, alle nostre cose partecipa in quanto migliore. 

Chi è dunque questo animo? 
Quello che risplende per nessun bene se non suo. 

Che cos’è infatti più stolto che lodare in un uomo cose altrui? Che cosa più demente di colui che ammira quelle cose che possono essere trasferite immediatamente ad un altro? 
Non rendono migliore un cavallo dei morsi d’oro. 


Diversamente viene spinto fuori un leone dalla criniera dorata, mentre viene ammaestrato e, stanco, viene costretto alla sopportazione dell’accettare l’ornamento, diversamente quello selvaggio, di spirito integro: questo evidentemente aggressivo nella sua furia, quale la natura volle che egli fosse, bello in séguito al suo aspetto terrificante, il cui decoro è questo, (cioè) esser visto non senza paura, viene preferito a quello languido e ingioiellato. 
Nessuno deve gloriarsi se non del proprio. 
Apprezziamo una vite se carica di frutto i tralci, se essa stessa abbassa [fino a terra] per il peso i sostegni di quei frutti che ha prodotto: qualcuno forse preferirebbe a questa quella vite dalla quale pendono grappoli d’oro, foglie d’oro?
 In una vite la qualità propria è la fertilità; anche in un uomo è da lodare ciò che è di lui stesso. 
Ha una bella servitù e una casa elegante? 
Semina molto, compie moti affari : nessuna di queste cose è in lui, ma attorno a lui. 
Loda in lui ciò che non può né essere tolto né essere dato, ciò che è proprio dell’uomo. 
Chiedi che cosa sia? 
L’animo e, nell’animo, la ragione perfetta. 

Ammira in lui ciò che nessuno gli può togliere: la sua anima e la sua capacità di ragionare.

(L’uomo è un essere razionale. La sua felicità si raggiunge quando riesce a sviluppare appieno le sue potenzialità.”)
L’uomo è infatti un animale razionale; si realizza dunque il suo bene, se ha completato ciò per cui nasce. Cos’è d’altra parte quello che questa ragione può esigere da lui? 

Una cosa facilissima, vivere secondo la propria natura. 
Ma questa cosa la rende difficile la comune follia: ci spingiamo l’un l’altro nei vizi. 
Come d’altra parte possono essere richiamati alla salvezza coloro che nessuno trattiene, la folla spinge? 
Stammi bene.
Seneca, Lettere a Lucilio, libro IV 41

Seneca Lucilio suo salutem
Facis rem optimam et tibi salutarem si, ut scribis, perseveras ire ad bonam mentem, quam stultum est optare cum possis a te impetrare.
Non sunt ad caelum elevandae manus nec exorandus aedituus ut nos ad aurem simulacri, quasi magis exaudiri possimus, admittat: prope est a te deus, tecum est, intus est.
Ita dico, Lucili: sacer intra nos spiritus sedet, malorum bonorumque nostrorum observator et custos; hic prout a nobis tractatus est, ita nos ipse tractat. 
Bonus vero vir sine deo nemo est: an potest aliquis supra fortunam nisi ab illo adiutus exsurgere?
Ille dat consilia magnifica et erecta.
In unoquoque virorum bonorum
Si tibi occurrerit vetustis arboribus et 
solitam altitudinem egressis frequens lucus 
et conspectum caeli densitate 
ramorum aliorum alios protegentium summovens, 
illa proceritas silvae et 
secretum loci et admiratio umbrae
 in aperto tam densae 
atque continuae fidem tibi numinis faciet. 
Si quis specus saxis penitus exesis montem suspenderit, 
non manu factus, 
sed naturalibus causis in tantam laxitatem excavatus, 
animum tuum quādam religionis suspicione percutiet. 
Magnorum fluminum capita veneramur; 
subita ex abdito vasti amnis eruptio aras habet; 
coluntur aquarum calentium fontes, 
et stagna quaedam vel opacitas vel immensa 
altitudo sacravit. 
Si hominem videris interritum periculis, 
intactum cupiditatibus, inter adversa felicem, 
in mediis tempestatibus placidum, 
ex superiore loco homines videntem,
 ex aequo deos, 
non subibit te veneratio eius? 
Non dices, “ista res maior est altiorque quam ut credi similis huic in quo est corpusculo possit”? 


Vis isto divina descendit; animum excellentem, moderatum, 
omnia tamquam minora transeuntem, 
quidquid timemus optamusque ridentem, 
caelestis potentia agitat. 
Non potest res tanta sine adminiculo numinis stare; 
itaque maiore sui parte illic est unde descendit. 
Quemadmodum radii solis contingunt quidem terram 
sed ibi sunt unde mittuntur, 
sic animus magnus ac sacer et in hoc demissus, 
ut propius [quidem] divina nossemus, 

conversatur quidem nobiscum 
sed haeret origini suae; illinc pendet, 
illuc spectat ac nititur, 
nostris tamquam melior interest. 
Quis est ergo hic animus? 
Qui nullo bono nisi suo nitet. 
Quid enim est stultius quam in homine aliena laudare? 
Quid eo dementius qui ea miratur 
quae ad alium transferri protinus possunt? 
Non faciunt meliorem equum aurei freni. 
Aliter leo auratā iubā mittitur, dum contractatur 
et ad patientiam recipiendi ornamenti 
cogitur fatigatus, aliter incultus, 
integri spiritus: hic scilicet impetu acer, 
qualem illum natura esse voluit, 
speciosus ex horrido, 
cuius hic decor est, non sine timore 
aspici, praefertur illi languido et bratteato. 
Nemo gloriari nisi suo debet. 
Vitem laudamus si fructu palmites onerat, 
si ipsa pondere 
[ad terram] eorum quae tulit adminicula deducit: 
num quis huic illam praeferret vitem cui aureae uvae, aurea folia dependent? 
Propria virtus est in vite fertilitas;


in homine quoque id laudandum est quod ipsius est. 
Familiam formonsam habet et domum pulchram? 
Multum serit, multum fenerat: 
nihil horum in ipso est sed circa ipsum. 
Lauda in illo quod nec eripi potest nec dari, 
quod proprium hominis est. 
Quaeris quid sit? 
Animus et ratio in animo perfecta. 
Rationale enim animal est homo; 
consummatur itaque bonum eius, 
si id inplevit cui nascitur. 
Quid est autem quod ab illo ratio haec exigat? 
Rem facillimam, secundum naturam suam vivere
Sed hanc difficilem facit communis insania:
 in vitia alter alterum trudimus. 
Quomodo autem revocari ad salutem possunt quos nemo retinet, populus inpellit? 
Vale.
Seneca-Epistula ad Lucilium XLI (Sen. Ep. Luc. XLI)

Nam vita humana prope uti ferrum est: si exerceas, conteritur; si non exerceas, tamen robigo interficit… La vita umana è come il ferro: se te ne servi si usura; se non te ne servi, arrugginisce

“Nam vita humana prope uti ferrum est: si exerceas, conteritur; si non exerceas, tamen robigo interficit. Item homines exercendo videmus conteri; si nihil exerceas, inertia atque torpedo plus detrimenti facit quam exercitio.”
La vita umana è come il ferro: se te ne servi si usura; se non te ne servi, arrugginisce. Così vediamo che gli uomini si consumano con il lavoro; ma se non fanno nulla, l’inerzia e il torpore saranno loro ancor più danno del lavoro.

Catone il Censore citato in Aulo Gellio, 11, 2, 6.

Devotio

 In hac trepidatione Decius consul M. Valerium magna uoce inclamat. “Deorum” inquit “ope, M. Valeri, opus est; agedum, pontifex publicus populi Romani, praei uerba quibus me pro legionibus devoveam.”

In questo momento di smarrimento, il console Decio chiamò Marco Valerio a gran voce e gli gridò

Abbiamo bisogno dell’aiuto degli dèi, Marco Valerio Avanti, pubblico pontefice del popolo romano, dettami le parole di rito con le quali devo offrire la mia vita in sacrificio per salvare le legioni

Pontifex eum togam praetextam sumere iussit et velato capite, manu subter togam ad mentum exserta, super telum subiectum pedibus stantem sic dicere: “Iane, Iuppiter, Mars pater, Quirine, Bellona, Lares, Divi Novensiles, Di Indigetes, divi, quorum est potestas nostrorum hostiumque, dique Manes, vos precor veneror, veniam peto feroque, uti populo Romano Quiritium vim victoriam prosperetis hostesque populi Romani Quiritium terrore formidine morteque adficiatis. Sicut verbis nuncupavi, ita pro re publica <populi Romani> Quiritium, exercitu, legionibus, auxiliis populi Romani Quiritium, legiones auxiliaque hostium mecum deis Manibus Tellurique deuoueo”.


Il pontefice gli ordinò di indossare la toga pretesta, di coprirsi il capo e, toccandosi il mento con una mano fatta uscire da sotto la toga, di pronunciare le seguenti parole, ritto, con i piedi su un giavellotto: Giano, Giove, padre Marte, Qvirino, Bellona, Lari, dèi Novensili, dèi Indigeti, dèi nelle cui mani ci troviamo noi e i nostri nemici, dèi Mani, io vi invoco, vi imploro e vi chiedo umilmente la grazia: concedete benigni ai Romani la vittoria e la forza necessaria e gettate paura, terrore e morte tra i nemici del popolo romano e dei Qviriti

Tito Livio, opera Ab urbe condita parte Libro 39; 31 – 35

«”Quid ultra moror familiare fatum? datum hoc nostro generi est ut luendis periculis publicis piacula simus. Iam ego mecum hostium legiones mactandas Telluri ac Dis Manibus dabo.” haec locutus M. Livium pontificem, quem descendens in aciem digredi vetuerat ab se, praeire iussit verba quibus se legionesque hostium pro exercitu populi Romani Quiritium devoveret. Devotus inde eadem precatione eodemque habitu quo pater P. Decius ad Veserim bello Latino se iusserat devoveri, cum secundum sollemnes precationes adiecisset prae se agere sese formidinem ac fugam caedemque ac cruorem, caelestium inferorum iras, contacturum funebribus diris signa tela arma hostium, locumque eundem suae pestis ac Gallorum ac Samnitium fore,—haec exsecratus in se hostesque, qua confertissimam cernebat Gallorum aciem, concitat equum inferensque se ipse infestis telis est interfectus.»

«Perché ritardo il destino della mia famiglia? È questa la sorte data alla nostra stirpe, di esser vittime espiatorie nei pericoli dello Stato. Ora offrirò con me le legioni nemiche in sacrificio alla Terra e agli dei Mani!”. Pronunciate queste parole, ordinò al pontefice Marco Livio, al quale aveva ingiunto di non allontanarsi da lui mentre scendevano in campo, di recitargli la formula con cui offrire sé stesso e le legioni nemiche per l’esercito romano dei Quiriti. Si consacrò in voto recitando la stessa preghiera, indossando lo stesso abbigliamento con cui presso il fiume Vesseri si era consacrato il padre Publio Decio durante la guerra contro i Latini, e avendo aggiunto alla formula di rito la propria intenzione di gettare di fronte a sé la paura, la fuga, il massacro, il sangue, il risentimento degli dei celesti e di quelli infernali, e quella di funestare con imprecazioni di morte le insegne, le armi e le difese dei nemici, e aggiungendo ancora che lo stesso luogo avrebbe unito la sua rovina e quella di Galli e Sanniti, lanciate dunque tutte queste maledizioni sulla propria persona e sui nemici, spronò il cavallo là dove vedeva che le schiere dei Galli erano più compatte, e trovò la morte offrendo il proprio corpo alle frecce nemiche.»

Lucus numen inest

lucus Aventino suberat niger ilicis umbra,
quo posses viso dicere ‘numen inest’.

Ai piedi dell’Aventino c’era un bosco buio, fitto di lecci; solo a vederlo avresti detto:
“Qui dimorano delle divinità”
 Ov. Fasti III 295-296

Il Pugile a riposo e la Vittoria

“L’esposizione congiunta di questi due straordinari bronzi permetterà di dar vita a un dialogo ‘impossibile’ tra il mondo ellenistico e il mondo romano, offrendoci una preziosa narrazione sul polimorfo simbolismo della Vittoria, da Nike sportiva ad emblema della pax latina, qui rappresentate da due capolavori dell’arte universale. Il Pugilatore in riposo, incarna alcuni dei valori nei quali il mondo romano affondò le proprie radici culturali”, commenta la Presidente Fondazione Brescia Musei Francesca Bazoli. “Il Pugile e la Vittoria, visitabile sino al 29 Ottobre 2023 nel Parco Archeologico di Brescia Romana con uno spettacolare allestimento curato dall’architetto Juan Navarro Baldeweg, sarà l’occasione per ridurre la distanza cronologica, che ha separato le due opere in antico, traendo forza dalla relazione che intercorre tra esse. Nello spazio dell’aula del tempio romano di Brescia, con contrappunti armonici, si dipanerà una narrazione concettuale e poetica sui valori assoluti che queste sculture rappresentano e che mantengono ancora intatti nel nostro tempo”.

Giacomo Boni, geniale archeologo simbolista , Flamen Floralis, ultimo custode degli arcana Urbis

«Uno degli uomini più singolari e affascinanti di questo secolo»
Ugo Ojetti  
scrittore, critico d’arte, giornalista e aforista italiano.

Giacomo Boni. Scavi, misteri e utopie della Terza Roma
Sandro Consolato edito da Alfaforte.

Attraverso una denso saggio, scorrevole come un romanzo storico, come sempre accurato e dettagliato con un poderoso apparato di note , l’autore ci conduce sulle tracce di un personaggio d’eccellenza della nostra storia.
Giacomo Boni ha segnato  la storia dell’archeologia romana con notevoli scoperte nel Foro e sul Palatino che lo resero celebre in tutto il mondo, nonostante  fosse considerato un outsider dal mondo accademico,fu anche letterato e botanico (riorganizzò gli Orti Farnesiani, sul Palatino, dove oggi è sepolto) figura originalissima e poliedrica, nazionalista mistico e nostalgico del paganesimo, inseguì l’utopia di una Terza Roma che ridesse un primato all’Italia nel mondo.
 Sapiente erudito «completo»,  sensitivo degli scavi , geniale archeologo vate e architetto che rinnovò completamente la metodologia di scavo e studio dei siti stabilendo la necessità di tutelare e valorizzare i monumenti archeologici, concepì l’archeologia come 
«una disciplina che può condurre alla scoperta e alla conoscenza delle leggi che regolano la vita umana nel suo complesso».

”Esplorai il centro di irradiazione della civiltà nostra per ricercare la vita nelle stratificazioni più profonde. Nelle antichissime leggi tradizionali vidi luce di vita molto maggiore che nei modernissimi ordinamenti. ”

Era un suo principio rispettare l’integrità dei complessi riportati in luce, considerando importanti tutti i materiali: manufatti, resti antropologici, botanici, faunistici, fu pioniere di operazioni fotografia archeologica dall’alto. Boni implementò l’uso della fotografia aerea su mongolfiera che gli permise di portare alla luce siti straordinari, come il Tempio di Vesta e il complesso della fonte di Giuturna. Introdusse nella metodologia archeologica lo scavo stratigrafico: una rivoluzione per la professione, testimoniata da molti dettagliati disegni esposti nella mostra Giacomo Boni. L’Alba della modernità.

Alle sue ricerche nel Foro Romano si devono la scoperta del Lapis niger, della Regia, del Lacus Curtius, dei cunicoli cesariani nel sottosuolo della piazza, della necropoli arcaica presso il tempio di Antonino e Faustina e della chiesa di Santa Maria Antiqua. Sul Palatino portò alla luce una cisterna arcaica a thòlos, che erroneamente identificò con il Mundus Cereris, i ricchi ambienti della “Casa dei Grifi” e della cosiddetta “Aula isiaca” al di sotto del palazzo imperiale di età flavia, l’Aedes Vestae, il Sepolcreto Arcaico della via Sacra, confutò le teorie, che negavano ogni valore alla tradizione storica sulle origini di Roma.

Foro Romano, sepolcreto presso il Tempio di Antonino e Faustina durante gli scavi Boni (archivio fotografico PA- Colosseo).

Oltre il lato biografico accurato l’autore ritiene rilevante al fine di comprendere appieno la personalità del Boni e la complessità delle sue idee:
‘l’attrazione per la spiritualità dell’India e dell’estremo Oriente e il nesso tra questa attrazione e la su aspirazione ad attingere ” l ‘Originario”,in termini di civiltà come di razza, la presenza, in lui di una forte dimensione mistica che mette in relazione con coeve pulsioni verso un ritorno al paganesimo…”

Tanaka Mazutaro nel Foro Romano.
Il tiro è effettuato nella Basilica di Massenzio.
Giacomo Boni ospitò nella sua casa Tanaka Mazutaro, proveniente da Tokyo, che gli fu presentato dallo scultore suo amico Moriyoshi Naganuma 

Mentre insegnavo all’ospite i primi rudimenti di alcune lingue europee, egli mi decifrava i cinquemila ideogrammi del Tao-te-king di Lao-tze, pensatore più antico e più universale di Socrate. Tale puro lavacro intellettuale mi schiuse gli occhi alla Via suprema delle umane cogitazioni e, scendendo, nel 1898, nella valle del Foro, per cercarvi la Via Sacra ed il Sepolcreto Romuleo ed i sacrari di stato ed altri monumenti delle origini nostre, li seppi raggiungere evitando per quanto era possibile di scomporre le pieghe misteriose e permalose al grave involucro patentato della scienza accademica“.
Eva Tea

Sandro Consolato, nato a Bagnara Calabra nel 1959, è laureato in Filosofia e docente di Discipline letterarie e Latino nei licei.Si occupa prevalentemente della presenza del mito di Roma, dell’esoterismo e dell’orientalismo nella storia culturale e politica dell’Italia.In relazione a questi temi ha curato la rivista La Cittadella (2001-2012) e pubblicato i saggi Julius Evola e il buddhismo (1995), Dell’elmo di Scipio. Risorgimento, storia d’Italia e memoria di Roma (2012), Evola e Dante. Ghibellinismo ed esoterismo (2014), Leggere la Tradizione (2018), Quindici-Diciotto. Tra storia e metastoria (2018), Urbs Aeterna. Misteri, figure, rinascite del paganesimo (2019), Le tre soluzioni di Julius Evola (2020)A ovest con René Guénon (2023).

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