Ora nelle copie terrene di giustizia e temperanza e nelle altre idee che sono preziose per le anime non c’è luce, ma solo alcune, avvicinandosi alle immagini attraverso gli oscuri organi di senso, vedono in esse la natura di ciò che imitano, e questi pochi lo fanno con difficoltà. Ma in quel momento videro la bellezza splendere di luminosità, quando, con un coro beato – seguiamo Zeus, ed altri qualche altro dio – videro l’apparizione e la visione benedette e furono iniziatia ciò che è giustamente
il più benedetto dei misteri, che abbiamo celebrato in uno stato di perfezione, quando non avevamo esperienza dei mali che ci attendevano nel tempo a venire, essendo ammessi come iniziati alla vista di apparizioni perfette, semplici, calme e felici, che abbiamo visto nella luce pura, essendo noi stessi puri e non sepolti in ciò che portiamo con noi e chiamiamo il corpo, in cui siamo imprigionati come un’ostrica nel suo guscio.
“Potremmo ipotizzare che l’epopteiafosse un approfondimento nella forma della luce dell’esperienza dell’unità di tutte le cose già assaporata nella telete/myesis un consolidamento noetico di questo stato di coscienza,deputato dal tumulto emozionale, che contrasegnava il primo livello di iniziazione, tutto fondato sulla trance dinamica sollecitata dalla musica dal canto, dalla danza,dal caos: Tutti modi per destrutturare, dionisicamente, l’ego ordinario e consentire un viaggio ad interiora terrae che è condito sine qua non di un effettivo percorso di illuminazione mistica e sapienziale..”
Confer Angelo Tonelli in Attraverso Oltre pag. 38 Eleusis
L’iniziazione ai misteri di Eleusi difatti culminava in una εποπτεία “epopteia”, in una visione mistica di beatitudine e purificazione, che in qualche modo può venir chiamata conoscenza. Tuttavia l’estasi misterica, in quanto si raggiunge attraverso un completo spogliarsi dalle condizioni dell’individuo, in quanto cioè in essa il soggetto conoscente non si distingue dall’oggetto conosciuto, si deve considerare come il presupposto della conoscenza, anziché conoscenza essa stessa.”
Giorgio Colli
note
La cerimonia dell’iniziazione teleté (τελετή) collegata significativamente di télos (τέλος) che significa ‘fine’, ‘compimento’, ‘realizzazione’, ma anche ‘pieno sviluppo’, ‘perfezione’, e dunque, di nuovo: rito, festa, mistero.(τελευτή), in oltre ‘fine’, ‘compimento’ ma anche ‘morte’: per questo dire ‘iniziazione’ era come dire ‘morte’, cioè passaggio (e ritorno) della psiche al mondo che le è proprio, cioè alla dimensione metafisica.
L’esperienza mistica culminante di tutto il processo iniziatico, il più alto grado dei misteri eleusini, era indicata col termine epoptéia (εποπτεία) composto da epí (επί), preposizione che significa: ‘su’, ‘sopra’, ‘in alto’, e dal verbo optéuo (οπτεύω) che significa ‘vedere’ l’epóptes (επόπτης) era sia l’officiante dei misteri che l’iniziato del grado più elevato. L’aggettivo epoptikós (εποπτικός) significava ‘concernente i misteri’, ‘esoterico’, ‘contemplativo’ ed ‘epoptiche’ erano definite in Grecia le filosofie che assumevano come loro compito specifico l’introdurre a quella diretta conoscenza/esperienza metafisica che è lo scopo esplicito dei misteri.
Colui che veniva iniziato veniva chiamato mystes (μύστης) ed era introdotto alla sacra conoscenza dai mystagogòi (μυσταγογόι, termine composto con il verbo άγω che significa: conduco
Confer
Attilio Quattrocchi ”Le parole del sacro nella tradizione misterica”
CàstoreΚάστωρ, Kástōr, Castōr,e Pollùce o PolideuceΠολυδεύκης, Polydéukēs, Pollūx, detti anche Tindaridi, da Tindaro, re di Sparta, sposo della loro madre Leda. Diòscuri Διόσκουροι, Diòskuroi, composta da Διός (Diòs, “di Zeus”) e κοῦροι (kùroi,fanciulli) iòscuri ossia “figli di Zeus“. Detti Càstori, Gemini e Tindaridi detenevano abilità speciali Castore era domatore di cavalli e Polluce era ottimo pugilatore, erano anche considerati come protettori dei naviganti durante le tempeste marine e furono associati alla costellazione dei Gemelli e alla comparsa della stella Sirio nel cielo in prossimità dell’equinozio di primavera, poiché propiziava la semina dei campi e l’inizio della primavera stessa
Nell’astronomia moderna Castore dà il nome ad Alpha Geminorum e Polluce a Beta Geminorum. Vengono talvolta considerati anche patroni dell’arte poetica, della danza e della musica Detengono una doppia paternità, nei miti di gemelli di diverse civiltà:
L’incontro di gemelli nella mitologia non è raro poiché, oltre alla presenza dei Diòscuri nella mitologia greca, romana ed etrusca, altre mitologie Indoeuropee hanno i loro equivalenti. Nel Veda, il libro sacro degli Arii sono citati gli Ashvin che, al pari dei Diòscuri, vengono identificati con la costellazione dei Gemelli, nella mitologia baltica esistono gli Ašvieniai degli antichi Lituani e che prendono il nome di Dieva per gli antichi Lettoni.
Nella mitologia baltica Castore è l’equivalente di Autrympus e Polluce di Potrympus che sono considerati divinità come altri dei del loro Pantheon. Nella mitologia germanica del popolo dei Naarvali esistono gli Alcis, altrettanto ritenuti divini e da Tacito direttamente associati ai Diòscuri.
presso gli scavi di Pompei un affresco sensuale che raffigura Leda, regina di Sparta e moglie di re Tindaro, ingravidata da un cigno. Secondo la mitologia, come narrato anche nelle Metamorfosi di Ovidio, quest’ultimo era lo stesso Giove. Infatti, il padre degli dei, dopo averla stordita con il profumo dell’ambrosia, aveva assunto le sembianze di un cigno, per accoppiarsi con lei sulle rive del fiume Eurota.
Oltre ad un padre “celeste”, Zeus, unitosi a Leda sotto la forma di un cigno, ed un padre terrestre Tindaro Τυνδάρεος, Tyndáreos, re di Sparta.
ZEUS
Il mito di Leda e il cigno rappresenterebbe la potenza sessuale maschile, che non si fa scrupoli a ingannare, pur di raggiungere il proprio scopo. In molte culture, da quelle mediterranee a quelle nordiche, il cigno è un animale sacro, che incarna saggezza, purezza, potenza e coraggio.
Lo stesso nome Leda vuol dire genitrice di uomini e dei. Il cigno e l’uovo rimandano anche ai culti orfici, cerimonie sull’aldilà che si svolgevano nell’antichità, in Grecia e in Egitto.
Dioscuri come Argonauti, compirono il viaggio verso la Colchide nella ricerca del Vello d’oro e alla caccia al cinghiale calidonio
Il mito più popolare era il ratto delle Leucippidi, in cui Castore fu ucciso dagli Afaridi
Il rapimento delle Leucippidi su sarcofago romano dei Musei Vaticani. I Dioscuri hanno sul capo il Pileo.
Polluce pregò il padre Zeus che mandasse la morte anche a lui, ma Zeus gli concesse di rinunciare a metà della propria immortalità in favore del fratello. Così i due vivono insieme alternativamente un giorno nell’Olimpo e un giorno nel regno dei morti.
Questa duplicità era miticamente fondata con il racconto della morte di uno di essi e l’offerta dell’immortalità fatta all’altro da Zeus: il superstite rifiutò l’immortalità se non poteva spartirla con il fratello, e allora ottenne che a giorni alterni, a turno, l’uno soggiornasse tra gli dei e l’altro giacesse agli Inferi.
Dettaglio di Nemesis e dei Dioscuri da un dipinto che raffigura il viaggio di Eracle negli inferi. Nemesis, dea della punizione, tiene una spada in una mano e il fodero nell’altra. I gemelli indossano cappelli da viaggio, reggono doghe annodate e sono accompagnati da una stella
L’ambigua condizione dei Dioscuri faceva di essi i perfetti mediatori tra la realtà umana e la realtà divina, così che divennero gli dei salvatori per eccellenza a cui si ricorreva nelle situazioni disperate ( pericoli di guerra e della navigazione).
In natura esiste un fenomeno atmosferico raro e sorprendente, noto come fuoco di Sant’Elmo. Tale fenomeno si presenta per lo più prima di un temporale, quando possono formarsi dei bagliori blu, simili a delle fiamme, in prossimità di oggetti appuntiti. I fuochi di Sant’Elmo sono conosciuti soprattutto dai marinai, gli alti alberi delle imbarcazioni a vela funzionavano come delle antenne, alle cui estremità era più facile che si formassero i bagliori Le inspiegabili fiammelle blu significavano che la nave era stata raggiunta dai Diòscuri (Διόσκουροι, Diòskuroi), coppia di fratelli divini che avrebbero vigilato sui marinai salvandoli dalla tempesta.
Il loro culto dall’originaria Laconia si diffuse per tutta la Grecia, e, in epoca ellenistica, le loro caratteristiche soteriologiche assunsero venature più spirituali e mistiche. A Roma il loro culto fu riconosciuto ufficialmente con la motivazione di un loro intervento decisivo nella battaglia del lago Regillo (496 a. C.). Il loro ruolo di cavalieri e pugili li ha anche portati a essere considerati i patroni degli atleti e delle gare atletiche.
Dettaglio di uno dei gemelli Dioscuri che combatte contro un Gigante da un dipinto della Gigantomachia (Guerra dei Giganti). Il semidio è raffigurato come un cavaliere che indossa un berretto petasos e brandisce una lancia.
Compivano le loro gesta sempre uniti: Fra le gesta loro attribuite, la liberazione della sorella Elena rapita decenne da Teseo; la partecipazione alla spedizione degli Argonauti; la caccia del cinghiale Calidonio.
Dettaglio di uno dei gemelli Dioscuri che combatte contro un Gigante
A Sparta i Dioscuri presiedevano alle gare equestri e agli agoni ginnici, ed ebbero feste in tutta la Grecia. Furono venerati anche in ambiente latino-romano col nome di Castori (Castores): ebbero culto speciale a Lavinio, a Tuscolo e in Roma. La festa annua in Roma in loro onore si celebrava il 15 luglio, anniversario della battaglia del Lago Regillo (499 o 496 a.C.) Le origini di questa cerimonia religiosa venivano fatte risalire alla battaglia del lago Regillo, nel 499 a.C., in cui i Romani affrontarono una coalizione di Latini.
l gigante di bronzo Talos di Creta viene ucciso dalla strega Medea (estrema sinistra) e dai Dioscuri durante il viaggio degli Argonauti. I gemelli sono montati su cavalli e afferrano il gigante per le braccia. Gli dei Poseidone e Anfitrite (angolo in alto a destra) assistono alla scena.
Nel momento più duro e incerto della battaglia, apparvero nella mischia due cavalieri più alti e belli degli altri, in groppa a cavalli bianchi e vestiti della trabea di porpora, che portarono scompiglio tra le fila dei Latini.
La sera stessa, due cavalieri vestiti allo stesso modo apparvero nel Foro, fecero abbeverare i cavalli nella fontana di Giuturna (Lacus Iuturnae), annunciarono la vittoria dei Romani e scomparvero. I due cavalieri vennero identificati come i Dioscuri Castore e Polluce, intervenuti in soccorso dell’esercito romano, e nel 484 a.C. gli fu dedicato un tempio nei pressi della fonte di Giuturna.
I Dioscuri sono raffigurati di solito in nudità eroica, con mantello dietro le spalle, clamide, chlamys -y̆dis, gr. χλαμύς -ύδος, in testa portano il pileo conico sormontato da una stella; il pilos (πῖλος), simboleggiava forse i resti dell’uovo da cui erano nati, era un elmo/capello conico di origine greca che riproduce le fattezze di un tipo di berretto molto diffuso.
Apparve nel V secolo a.C., trovando ampia diffusione tra gli Spartani, successivamente utilizzato dal Battaglione Sacro Tebano e poi dagli eserciti ellenistici. Contemporaneamente si diffuse ampiamente anche nella Magna Grecia. In mano hanno la lancia, e si presentano sia a cavallo, sia accanto al cavallo mentre lo tengono per il morso.
Dioscuri e Leucippide, anfora ateniese a figure rosse C5 a.C., British Museum
Compaiono sia isolati (rilievi arcaici diSparta, statue frontonali di Locri, colossi del Quirinale), sia nei vari episodi del mito, come la nascita dall’uovo di Leda (in diverse figurazioni vascolari), la lotta con gli Afaridi (metopa del tesoro dei Sicioni a Delfi), il ratto delle Leucippidi (idria di Midia, tavolette fittili di Taranto, stucchi della basilica di Porta Maggiore a Roma), la partecipazione all’impresa degli Argonauti .
i gemelli Dioscuri, Castor e Polydeuces, marciano sulla Maratona per recuperare la sorella rapita Elena da Teseo. I due sono raffigurati come cavalieri armati di lance.
Su rilievi votivi sono raffigurati con una varietà di simboli che rappresentano il concetto di gemellaggio, come il dokana (δόκανα )una coppia di anfore , una coppia di scudi o una coppia di serpenti.
Numerose le figurazioni monetali (Taranto, Roma, Oriente greco).
Moneta romana di Massenzio con i Diòscuri sul retro
Gruppi con dioscuri, acroterio del santuario in contrada Marasà, fine V sec. a.c. o inizio IV sec. a.c.
Le tre colonne solitarie nel Foro Romano sono tutto ciò che rimane del Tempio dei Dioscuri, anche detto Tempio dei Càstori.
Divinità Femminile minore della mitologia greca, personificazione del grido di battaglia degli opliti. Figlia di Polemos, Alalà accompagnava in battaglia il dio della guerra Ares: secondo le tradizioni degli Antichi, il grido di battaglia del Dio greco consisteva infatti nel suo nome “Alale alala”, si suppone che l’utilizzo di questa parola sia derivato per onomatopea dall’inquietante gracchiare emesso dai corvi che, all’epoca, sorvolavano a migliaia i campi di battaglia, per cibarsi dei cadaveri insepolti
“Harken! O Alala , figlia di Polemos ! Preludio di lance! A cui i soldati vengono sacrificati per amore della loro città nel santo sacrificio della morte “
Ares, dio Greco della Guerra. Poi rinominato Marte dagli Antichi Romani.
Gli spiriti Homados, Alala, Proioxis Palioxis Ioke , Alke e Kydoimos erano probabilmente annoverati tra i Makhai.
“Ma aborrendo Eris nuda dolorosa Ponos , Lethe , e Limos , e l’Algea , pieni di pianto, l’Hysminai e il Makhai , il Phonoi e l’Androktasiai , il Neikea , lo Pseudo-Logoi , l’Amphilogiai e Dysnomia e Ate , che condividono la natura dell’altro, e Horkos ”
Esiodo, Teogonia 226 segg. (epica greca C8 o C7 a.C.)
Ἄρης, Ares ( Mars Marte nella religione e cultura romana), figlio di Zeus ed Era, dio della guerra. Fratellastro della dea Atena, entrambi sono dei della guerra, Ares predilige della guerra gli aspetti più sanguinari e violenti, Atena è dea della guerra intesa come strategia e scaltrezza,sorella di Ares è Eris, dea della discordia.
Marte nel culto dell’antica Roma assume tratti più temperati e virtuosi (MOS MAIORUM )
Ares nasce in Tracia da Zeus ed Era. In Tracia Ares fugge una volta che viene scoperto da Efesto insieme alla moglie di quest’ultimo, Afrodite.
Secondo alcuni mitografi, Ares viveva in un tempio protetto dalle Amazzoni, e andava in battaglia indossando un’armatura di bronzo ed impugnando una lancia.
Spesso in battaglia era accompagnato da temibili presenze, il demone del frastuono e lo spirito della battaglia e dell’omicidio.
Altri dei suoi compagni di lotta erano , Deimos Δεῖμος, o anche Demo o Dimo la divinizzazione del terrore che suscita la guerra, la Paura, Fobos, e la Discordia Eris (o Epis); talvolta erano anche presenti Polemos Πόλεμος ed anche sua figlia Alalà, personificazione dell’urlo di battaglia.
I MAKHAI (Machae) Μαχη Μαχαι erano gli spiriti personificati ( demoni ) della battaglia e del combattimento.
Le Hysminai ( ὑσμῖναι; singolare: hysmine ὑσμίνη) Discendenti di Eris, Ἔρις, «conflitto, lite, contesa sono personificazioni della battaglia.
Palioxis Παλίωξις era il simbolo della ritirata in battaglia
Proioxis Προΐωξις era la personificazione dell’impeto in battaglia
Cidoimo Κυδοιμός del frastuono della battaglia, della confusione, del trambusto e del tumulto.
Tra i suoi compagni/e di avventura vi era Κῆρα la Morte violenta nata da Nyx (Nύξ, la Notte) per partenogenesi, poi, al verso 217 è menzionata in plurale, le Keres (Κῆρας), sempre figlie di Nyx, da intendersi come inviate del Destino. Queste ultime a volte sono identificate con le Moire.
«La Notte a luce die’ l’odïoso Destino la Parca
negra la Morte il Sonno fu madre alla stirpe dei Sogni
(né con alcuno giacque per dar loro vita l’Ombrosa).
Poi Momo partorí la sempre dogliosa Miseria
l’Espèridi che cura di là dall’immenso Oceàno
hanno degli aurei pomi degli alberi gravi di frutti
e le dogliose Moire che infliggono crudi tormenti.»
(Teogonia, versi 212-222)
Nell’Iliade viene raffigurata, assieme a Eris (Ἔρις, la Discordia) e a Cidoimo (Κυδοιμὸς, il Tumulto) nel campo di battaglia, con un lungo mantello macchiato dal sangue degli uomini uccisi che da lei stessa venivano portati al cancello dell’oltretomba.
«Scorrea nel mezzo Eris, e seco
era il Kydoimos e la terribil Ker
Che un vivo già ferito e un altro illeso
Artiglia colla dritta, e un morto afferra
Ne’ piè coll’altra, e per la strage il tira.
Manto di sangue tutto sozzo e rotto
Le ricopre le spalle: i combattenti
Parean vivi, e traean de’ loro uccisi
I cadaveri in salvo alternamente.»
Eschilo, nella sua tragedia Ψυχοστασία (La pesatura delle vite) descrive la battaglia tra Achille e Memnone, in cui immediatamente prima Zeus ne pesa le Κῆρας (Kères), intese qui quali fati, geni della morte, o appunto, le vite dei guerrieri
In quest’ultima identificazione, come le anime dei morti, è ripresa talvolta nella tradizione popolare, nelle quali necessitano di sacrifici per essere placate.
Kerostasia – La decisione della sorte della battaglia tra Achille e Memnone. Schizzo da urna cineraria, sud Italia, 330 a.C. Rijksmuseum, Amsterdam
Colui che veniva iniziato veniva chiamato mystes (μύστης) ed era introdotto alla sacra conoscenza dai mystagogòi (μυσταγογόι, termine composto con il verbo άγω che significa condurre). myesis (μύησις) iniziazione deriva mystikòs (μυστικός) utilizato per designare colui che cerca il contatto diretto col con il Sacro, con il Divino, con ‘l’invisibile o l’implicito attraverso i culti misterici, con il termine misteri (dal greco μυστήριον mysterion, poi in latino mysterium) si vogliono indicare i culti di carattere esoterico che affondano le loro radici nelle antiche iniziazioni primitive, di origine sciamanico-rituali, e che si diffusero in tutto il mondo antico greco e medio-orientale, euroasiatico con un particolare sviluppo in età ellenistica e successivamente in epoca romana.
”L’iniziazione ai misteri di Eleusi difatti culminava in una εποπτεία “epopteia”, in una visione mistica di beatitudine e purificazione, che in qualche modo può venir chiamata conoscenza. Tuttavia l’estasi misterica, in quanto si raggiunge attraverso un completo spogliarsi dalle condizioni dell’individuo, in quanto cioè in essa il soggetto conoscente non si distingue dall’oggetto conosciuto, si deve considerare come il presupposto della conoscenza, anziché conoscenza essa stessa.”
Giorgio Colli
I misteri più famosi del mondo greco erano senz’altro i misteri eleusini, legati al culto di Demetra e Persefone, al culto di Dioniso, a quello di Orfeo, nei misteri orfici, a quello del dio frigio Sabazio e i misteri dei Cabiri a Samotracia.
Nel sincretismo religioso tipico dell’età ellenistica e più tardi romana ebbero notevole importanza le realtà misteriche di origine orientale.
I culti misterici della Grande Madre Cibele con Attis dall’Asia minore, quelli di Serapide, Iside e Osiride della mitologia egizia, e quelli di Mitra dalla Persia permearono la facies religiosa della cultura romana imperiale, che vide il proliferare di templi, isei e mitrei in tutto il mondo allora conosciuto.
”Che l’evento misterico di Eleusi – uno dei vertici della vita greca, celebrato annualmente alla fine dell’estate – fosse una festa della conoscenza, risulta chiaro dalle testimonianze antiche, ma i moderni, all’infuori di qualche timido accenno in contrario, non vogliono ammetterlo… se di conoscenza si vuol parlare, dovrebbe trattarsi di conoscenza mistica … quando si ascolta la precisione di Pindaro: «Felice chi entra sotto la terra dopo aver visto quelle cose: conosce la fine della vita, conosce anche il principio dato da Zeus»…
Eppure, allargando un po’ lo sguardo, non dovrebbe sfuggire che l’uso astratto del pronome dimostrativo,per indicare l’oggetto della conoscenza, è nello stile del grande misticismo speculativo – basta rivolgersi al linguaggio delle Upanishad – proprio perché la paradossalità grammaticale allude alla sconvolgente immediatezza di ciò che è lontanissimo dai sensi.
E rimanendo alla Grecia, nell’epoca della sapienza come in quella della filosofia, è facile verificare la frequenza con cui l’atto della conoscenza suprema è chiamato un «vedere».( col termine epoptéia (εποπτεία) composto da epí (επί), preposizione che significa: ‘su’, ‘sopra’, ‘in alto’, e dal verbo optéuo (οπτεύω) che significa ‘vedere’)
Riguardo a Platone poi è possibile documentare, quando si avventura a descrivere l’esperienza conoscitiva delle idee, l’uso di una terminologia eleusina, cosicché si può suggerire l’ipotesi che la teoria delle idee, nel suo sorgere, fosse un tentativo di divulgazione letteraria dei misteri eleusini, in cui l’accusa di empietà veniva prevenuta con l’evitare qualsiasi riferimento ai contenuti mitici dell’iniziazione. E ancora in Aristotele, che non è certo il più mistico tra i filosofi, la cosa viene ribadita, e in termini del tutto espliciti.
GIORGIO COLLI “La sapienza greca”, Adelphi, Milano
I latini derivarono il loro mysticum, oltre che mysta, mystagogus e, naturalmente,mysterium, il termine initiatio-initiationis, in collegamento con il verbo initio-initiare e col sostantivo initium, ( in genere usato anch’esso al plurale: initia, come nell’espressione: initia Cereris per indicare quelli di origine greca) sottolineando così il concetto che il rito esoterico introduce alla percezione metafisica e ne dà la prima esperienza.
Il segreto iniziatico era ‘esoterikós’ εσωτερικός , termine composto da éso=dentro ed il suffisso téros che, caratterizzando il grado comparativo di un aggettivo, significa: ‘più’ accessibile cioè solo ad una ristretta cerchi di adepti si contrapponeva a ciò che è e può essere divulgato: ‘essoterico’ o ‘exoterico’ (εξωτερικός, da έξω = fuori).
Il termine latinoinitium indica oltre che ‘il primo passo’ anche ‘l’origine’, ‘il fondamento’, è evidente che la initiatio poteva essere intesa come una ‘nuova nascita’ e l’iniziato stesso indicato come un re-natus, un essere diverso dal precedente perché mutato interiormente dalla potenza dell’esperienza misterica.
Lo stesso termine ‘adeptus’ con cui i Latini indicavano l’iniziato (oltre che, più genericamente il seguace di una dottrina, di una setta), essendo participio passato di ‘adipisci’, significava ‘che ha raggiunto’, ‘che ha conseguito’.
”Summum munus homini datum arbores silvaeque intelligebantur ”
”Alberi e foreste deve essere inteso come sommo dono dato all’uomo”
Grande Quercia
Plinio il Vecchio, « Naturalis Historiae », proemio del XII volume
Haec fuere numinum templa, priscoque ritu simplicia rura etiam nunc deo praecellentem arborem dicant. nec magis auro fulgentia atque ebore simulacra quam lucos et in iis silentia ipsa adoramus. arborum genera numinibus suis dicata perpetuo servantur, ut Iovi aesculus, Apollini laurus, Minervae olea, Veneri myrtus, Herculi populus. quin et Silvanos Faunosque et dearum genera silvis ac sua numina tamquam e caelo attributa credimus.
Questi furono i templi dei numi, e secondo l’antico rito i semplici campi anche ora dedicano l’albero più importante a un dio Non adoriamo le statue splendenti di oro ed avorio più dei boschi e in essi gli stessi silenzi Le specie di alberi dedicate a divinità proprie sono tramandate in eterno, come la quercia a Giove, il lauro ad Apollo, l’ulivo a Minerva, il mirto a Venere, il pioppo ad Ercole Anzi crediamo attribuiti alle selve come dal cielo anche i Silvani e i Fauni e le specie di dee e i loro poteri divini
Plinio il Vecchio, Naturalis Historia
Non meno che le statue divine dove splendono oro e avorio, adoriamo i boschi sacri e, in questi boschi, il silenzio.
La Foresta blu di Halle – Hallerbos
L’albero, sua espressione, rappresentò il sacro, anche se mai venne adorato per sè … ma piuttosto “per quello che si rivelava per suo mezzo” (Mircea Eliade).
«L’umana grandezza va conquistata lottando» (Ernst Jünger, Trattato del Ribelle)
«L’ultimo filosofo, che coincide con l’ultimo uomo, “sopporta il dolore come un titano”, non distoglie lo sguardo da esso, anzi ne utilizza l’energia decostruttiva in vista della Umwertung aller Werte di tutti i valori:
“Il grado della sofferenza di cui un uomo è capace determina la sua profondità e la sua serietà, ma anche la sua gioia” , è sempre l’esperienza del dolore a rendere possibile la grande salute che rigenera e seduce alla vita.
L’emblema di questa filosofia tragica, che esprime una “verità che non conosce riguardi”, è il quadro di Albrecht Dürer “col cavaliere, la morte e il diavolo, come simbolo della nostra esistenza” (M. Vozza, Postfazione, in F. Nietzsche, Il libro del filosofo, cit., p. 141.)
«un solitario sconsolato non potrebbe scegliersi un simbolo migliore del cavaliere con la morte e il diavolo come lo ha disegnato Dürer, il cavaliere con l’armatura, dallo sguardo di bronzo, duro, che sa prendere il suo cammino terribile, imperturbato dai suoi orrendi compagni, e tuttavia privo di speranza, solo col destriero e il cane. Un tale cavaliere di Dürer fu il nostro Schopenhauer; gli mancò ogni speranza, ma volle la verità. Non esiste il suo pari». Nietzsche
Nietzshe ne regalerà una copia a Wagner
Il coraggio, passione, solitudine, disperazione, eroismo, sacrificio, vis vitalis e speranza si fondevano insieme all’accettazione del proprio destino. Nella figura dell’intrepido cavaliere, Nietzsche scorgeva se stesso e la sua ferrea volontà di osare l’inosabile – la sfida con la morte e il diavolo – sapendo che il prezzo da pagare era l’isolamento e la solitudine
«Un patrizio di qui mi ha fatto un regalo importante, una stampa di Dürer originale; è raro che una rappresentazione figurata mi dia piacere, ma questa immagine, Il cavaliere, la morte e il diavolo, mi tocca, non so nemmeno dire come».
Il cavaliere epigonale Nel “passaggio al bosco” Ernst Jünger affidava la possibilità di guardare con occhio freddo e distaccato da osservatore “epigonale”il mondo fasullo da cui prendere le distanze. Ma prendere le distanze – osservare da lontano una realtà che neghiamo o consideriamo criticamente, pur sapendo di esserne parte – suscita un sano senso di ribellione contro l’esistente. Induce un passionale e razionale moto di ribellione contro l’esistente, in nome della propria dignità e dei propri valori. Coincide con la scelta di diventare un “nuovo cavaliere”:intrepido, indomito e coraggioso come quello dell’icona düreriana. Identificandosi in essa, non si opta solo per una radicale scontro con il negativo che circonda l’uomo contemporaneo ma anche con quell’aspetto d’Ombra che fa del negativo esteriore il proprio dio interiore: e viceversa. In questo modo, il “ribelle” fattosi Ritter accetta il conflitto con l’Ombra individuale e collettiva – paragonabile, se non coincidente, con i “tristi compagni di viaggio” dell’icona düreriana – e riscopre, in se stesso,quell’archetipo eroico che è presente, anche se dormiente, in lui Riscopre di essere da sempre quel Ritter – il cavaliere eroe che rappresenta il Sé,la totalità, la pienezza che ciascuno deve raggiungere – che Dürer ha proposto all’attenzione di una epoca perché diventasse universale e metastorico
L’Ombra – termine ripreso nel suo significato più pregnante dalla psicologia analitica junghiana – si identifica con quella parte inconscia, presente nell’uomo e nella collettività, che venendo rimossa non viene mai alla luce. Per questo, essa agisce nell’uomo facendone un essere fragile, pavido, insicuro, eterodiretto ed incapace di fronteggiare le lusinghe e le delusioni interiori ed esteriori di cui l’Ombra è portatrice e moltiplica. È in virtù della potenza dell’Ombra che l’uomo non riesce ad affrontare il proprio destino e cade preda dei suoi “compagni di viaggio” che diventano i demoni che manovrano i fili dell’esistenza sua e dell’intera società (cfr. in merito. C. Bonvecchio – C. Risé, L’Ombra del potere. Il lato oscuro della società: elogio del politicamente scorretto, RED, Como, 1998).
Sull’immagine archetipica dell’eroe, cfr. J. Campbell, L’eroe dai mille volti, trad. it., Guanda, Parma, 2000. Sintomatico ed indicativo del risveglio dell’eroe dormiente è il mito nordico del mitico eroe danese Holger che “dorme” nei sotterranei del castello danese di Kronburg, pronto a ridestarsi nel momento del bisogno, per aiutare il suo popolo. Il Sé è ciò che unifica, in una superiore sintesi, il maschile e il femminile, il paterno e il materno, il razionale e l’irrazionale, il terreno ed il celeste. È stato considerato come la perfetta immagine della totalità e simbolo del divino presente nell’uomo, sino ad essere identificata con l’archetipo di totalità, cfr. C. G. Jung, Aion: ricerche sul simbolismo del Sé in Opere, vol. 9, tomo II, trad. it., Boringhieri, Torino, 1991, p. 5 ss.
Il cavallo primo e principale attributo simbolico del cavaliere è, il cavallo che fa corpo unico con lui. Anzi, quasi si umanizza al punto che – molto spesso – gli viene dato un nome proprio. Come scrive Maurice Keen: «Il cavallo, il cavaliere e l’asta costituivano così un tutto compatto». In tal modo, il cavaliere faceva propri anche i valori simbolici di cui il cavallo era portatore: vita, forza, abilità, destrezza, valore e coraggio uniti al desiderio, alla sfrenatezza e alla passione sessuale . Tuttavia – nel caso del maestoso cavallo dell’incisione düreriana – appare più plausibile che il suo autore si sia ispirato alla mitologia nordica (diffusa a livello popolare) in cui il cavallo è associato al sole: considerato l’espressione di virtù spirituali e guerriere, segnate dalla luce. Il cavallo è, dunque, un animale sacro al pari del leggendario cavallo di Odino chiamato Sleipnir (quello che scivola velocemente), i cui denti portavano incise le rune e che poteva cavalcare sia nel regno dei vivi che in quello dei morti, il cavallo di Dagr ᛞ il giorno si chiama, in antico norreno, Skinfaxi (criniera splendente) o anche Glaor (luminoso), così come i cavalli degli dei Asi hanno nomi nei quali la ricorrenza dell’attributo aureo ne esalta la splendente solarità: come Gullfaxi (criniera d’oro), Gulltoppor (ciuffo d’oro) e così via (cfr.G. Chiesa Isnardi, I miti nordici, Milano, 1991, p. 559 ss. e anche B. Branston, Gli Dei del Nord, trad. it., Mondadori, Milano, 1991, p. 77 ss.
Il cane – probabilmente un levriero – dalla figura elegante e slanciata che, insieme alla fedeltà, simboleggia «tre virtù non meno necessarie, anche se meno basilari: zelo instancabile, sapere e ragionamento veritiero» Il cane – pur appartenendo al mondo infero e sotterraneo – svolge anche il positivo ruolo di eroe ancestrale (come portatore del fuoco), di psicopompo e di protettore degli uomini: ossia di guida dell’anima nell’aldilà e di fedele difensore dell’uomo. (cfr. Cane in J. Chevalier – A.Gheerbrant, Dizionario dei simboli, op. cit., vol. I, pp. 185-191)
La Spada Come ricorda Jung – rifacendosi al simbolismo alchemico – la spada non diversamente dall’acqua «permanens sive mercurialis» (dal Mercurio alchemico, spirito penetrante, mediatore ed icona macrocosmica del Salvatore) «occidit et vivificat» (C. G.Jung, Il simbolo della trasformazione nella messa in Opere, vol. 11, op. cit., pp. 226–227).
A livello simbolico–esoterico, la spada è interpretata come il simbolo della perfetta conoscenza in cui il pomo dell’elsa è la complexio oppositorum dell’universo, il paracolpi è la materia, mentre la lama è “l’universo della linearità”: anima della materia, espressione della spiritualità e dell’interiorità (cfr. L. Bessi, La spada sacra, op. cit., p. 37 ss.).
La lancia Esprime la forza della verità di cui il cavaliere dovrebbe essere l’invitto testimone. «La lancia» scrive Raimondo Lullo «sta a significare la verità; infatti la verità è diritta e non può essere piegata e rifugge da ogni falsità». Chiaramente, il valore fallico della lancia è tutt’uno con l’immagine dell’axis mundi: ossia esprime il collegamento tra cielo e terra. Collegamento che incarna la totalità e la creatività, ma anche la forza del divino: come mostra la determinante presenza della lancia accanto al Graal. Portare la lancia equivale, di conseguenza, a diventare agente attivo della salvezza propria ed altrui: come si evince dall’Ordo Romanus che stabilisce, minutamente, le fasi della consacrazione del nuovo cavaliere. Più precisamente, scrive ancora Lullo: «La lancia sta a significare la verità; infatti la verità è diritta e non può essere piegata e rifugge da ogni falsità. L’acciaio della lancia significa la forza della verità sulla menzogna…La verità è il sostegno della speranza»R. Lullo, Libro dell’Ordine della Cavalleria, parte V, 3, a cura di G. Allegra, Arktos, Torino, 19942, pp. 198–199.
La Salamandra in J. Chevalier – A.Gheerbrant, Dizionario dei simboli, op. cit., vol. II, p. 318. la salamandra – abituata a resistere a qualsiasi fuoco – simboleggia la forza che supera qualsiasi ostacolo e quindi il coraggio che nessun avvenimento può turbare (cfr. Salamandra in J. C. Cooper,Dizionario degli animali mitologici e simbolici, op. cit., p. 292).
La Morte è rappresentata dalla clessidra «Sed fugit interea, fugit irreparabile tempus» ”Ma fugge intanto, fugge irreparabilmente il tempo” Virgilio Marone, Georgiche, lib. III, v. 284 Il tempus fugit è anche una filosofia di vita paragonabile al Carpe diem nelle Odi di Orazio
Il Diavolo un misto di elementi animali dove il lupo, il caprone, il maiale si fondono insieme. Quasi a dimostrare che nel demonio si manifesta la natura animale dell’uomo: in tutta la sua incontrollata virulenza istintuale, egoistica e distruttiva.
Confer IL CAVALIERE, LA MORTE E IL DIAVOLO: UNA ANALISI SIMBOLICA di Claudio Bonvecchio (Università degli Studi dell’Insubria, Varese- Como).
IgeaὙγίεια hygìeia, con il significato di “salute”, “rimedio”, “medicina è una figura della mitologia greca e successivamente romana. Figlia di Asclepio e di Epione (o Lampezia), è la dea della salute e dell’igiene. Nella religione greca e romana, il culto di Igea è associato strettamente a quello del padre Asclepio, tutelando in questo modo l’intero stato di salute dell’individuo. Igea viene invocata per prevenire malattie e danni fisici; Asclepio per la cura delle malattie e il ristabilimento della salute persa. Igea era raffigurata sotto l’aspetto di una giovane donna prosperosa, nell’atto di dissetare in una coppa un serpente, in un’altra raffigurazione era seduta su un seggio, con la mano sinistra appoggiata ad un’asta, mentre con la mano destra porge una patera ad un serpente che, lambendola, si innalza da un’ara posta davanti alla dea.
Coppa di Igea. In mezzo: Asta di Asclepio. Destra: Dio greco Asclepio (Esculapio)
Eir è una dea della quale si sa che apparteneva alla stirpe degli Asi, ed è abilissima nella medicina. Il nome, in accordo con la sua funzione significa “aiuto”, “grazia”. Eir potrebbe forse trovare una connessione con le divinità femminili dette Alaisiagae , citate su sue iscrizioni sacre del III secolo, che si trovano sul vallo di Adriano presso Housesteads in Gran Bretagna, La seconda parte di questo nome, che può significare “dee soccorrevoli” o “degne di venerazione”, risalirebbe un verbo germanico *aizjan che corrisponde al nordico eira “essere di vantaggio” “aver cura”. Le Alaisiagae erano dee adorate in coppia. Probabilmente c’erano due Alaisiagae, che avevano più nomi. Come dee della giustizia e/o della battaglia, accompagnavano Marte Thingsus. Potrebbero anche essere imparentati con le Valchirie della mitologia norrena. Erano venerati dai soldati dei Tuihanti e dei Frisii, che vivevano nei Paesi Bassi settentrionali e orientali.
Galadriel- personaggio di lord-of-the-rings forse ispirata Eir ed altre Alaisiagae
Una delle iscrizioni votive dedicate a queste dee recita: DEO MARTI THINCSO ET DVABVS ALAISAGIS BEDE ET FIMMILENE ET N AVG GERM CIVES TVIHANTI VSLM”Al dio Marte Thincsus e ai due Alaisagae, Beda e Fimmilena, e allo spirito divino dell’imperatore, gli uomini delle tribù germaniche di Tuihantis adempiono volentieri e meritatamente al loro voto.”
Deabus Alaisiagis Baudihillie et Friaga- bi et N(umini) Aug(usti) n(umerus) Hnaudifridi v(otum) s(olvit) l(ibens) m(erito) Alle dee Alaisiagae, Baudihillia e Friagabi e alla divinità dell’imperatore l’unità di Hnaudifridus adempì volentieri e meritatamente il suo voto.
Marte Thincsus è correlato al dio germanico della guerra Týr . Quest’ultimo era associato al giuramento e al Thing , un’assemblea locale di uomini liberi. Si discutevano questioni politiche, si prendevano decisioni giudiziarie e si tenevano riti religiosi. [ 1 ] Scherer suggerisce che provenissero dal distretto di Twenthe (da qui la menzione di ” cives Tvihantis “) nella provincia di Overijssel, nei Paesi Bassi. Le dee chiamate Alaisiagae sono nominate su pietre d’altare trovate nei santuari lungo il Vallo di Adriano: Beda, Baudihille, Fimmilena e Friagabis. Queste dee celtiche avevano parallelismi con dee frisone con nomi simili che potrebbero essere arrivate sul suolo germanico attraverso la Francia gallica. Non si sa se queste dee fossero romane . Beda potrebbe essere stata un’abbreviazione di Ricagambeda poiché i due nomi condividono una semantica simile . I soldati celtici romanizzati che prestarono servizio lungo il Vallo di Adriano molto probabilmente introdussero le Alaisiagae alle loro controparti romane, diffondendo così il culto di queste dee della vittoria
Eir è assimilabile con Igea, figlia di Asclepio, nella mitologia Greca e Romana.
La medicina, scienza sacra. E’ l’arte di riconoscere e utilizzare tutti gli elementi nei quali agisce la potenza vivificante e risanatrice del dio. E’ la scienza del mondo come capacita di discernere ogni cosa in due principi della vita – bene e male- e il loro equilibrio-contrapposizione indispensabile all’esistenza. Sa perciò richiamare e concentrare le forze vivificanti e indirizza la loro azione verso il ristabilire dell’ equilibrio del corpo. E’ scienza del corpo ma anche dello spirito, piche la globalità della conoscenza dell’essere è necessaria alla sua azione. Nel mito Nordico è ricordata la dea Eir, abilissima alla medicina alla cui figura si ispirano talune donne-medico ricordate nelle saghe La qualità sovrannaturale dell’ arte medica risalta sopratutto là dove essa viene messa in relazione con la conoscenza dei canti magici particolari o delle rune, nelle quali è racchiusa e simboleggiata l’essenza segreta della diverse entità del mondo. CONFER I miti nordici – G. C. Isnardi
Eir blíð ok heilagr, læknir goð, sár sefr ok mein bægir. Heilagr hönd, meiðsl bindi ok veiki færi. Lífi þú gef heilsubót, bani hræð þú. bani hræð þú. Eir, gentile e sacra, Dea della guarigione, lenisci ferite e allontana il dolore. Mano santa, fascia le ferite e rimuovi la malattia. Concedi vita e salute, bandisci morte e paura. bandisci morte e paura.
Sebbene il suo culto possa essere stato meno diffuso di quello di altre divinità norrene, l’importanza di Eir nella mitologia norrena risiede nel suo ruolo cruciale di protettrice e guaritrice. La sua eredità sopravvive nelle storie e nelle tradizioni norrene, dove rimane una figura venerata per il suo potere curativo e la compassione verso i mortali.
Nella mitologia norrena, Eir brilla come una figura iconica di guarigione e compassione. Il suo ruolo cruciale di protettrice e guaritrice la rende una divinità venerata, la cui influenza persiste nelle storie e nelle tradizioni norrene. Che si tratti di invocare il suo nome in caso di malattia o di onorare la sua benevolenza attraverso rituali di guarigione, Eir rimane una figura vitale nel pantheon nordico, ricordando ai mortali il potere confortante della guarigione e della compassione.
Nella mitologia norrena una Valchiria (dall’antico norreno Valkyrja, “Colei che sceglie gli uccisi”) era una figura femminile che decideva chi sarebbe morto in battaglia. Metà di quelli che morivano in battaglia, (l’altra metà andava nel mondo dell’aldilà Fólkvangr con Freyja), veniva portata dalle valchirie nel Valhalla, dove regnava Odino. Qui i guerrieri defunti diventavano einherjar, cioè spiriti dei guerrieri valorosi che si sarebbero battuti al fianco di Odino durante la battaglia finale del Ragnarök Cavalcavano dei lupi e infatti nell’antico inglese “valkyrie’s horse” era un sinonimo di lupo. Stando sui campi di battaglia, venivano spesso associate o identificate con corvi e lupi, spesso accompagnate da corvi o da cigni.
Le valchirie sono attestate nell’Edda poetica, opera che riporta miti e leggende più antichi, nell’Edda in prosa e nell’ Heimskringla (composti da Snorri Sturluson) e nella Njáls saga, una saga degli Islandesi, tutte scritte nel XIII secolo. Esse appaiono anche in tutta la poesia degli scaldi, (poeti scandinavi e islandesi), in una formula magica del XIV secolo e in varie iscrizioni runiche.
Il nurikabe 塗 り 壁 o 塗 壁 è uno Yōkai妖怪 , “fantasma”; “strana apparizione” sono una classe di mostri ,spiriti e demoni soprannaturali nel folclore giapponese 民間伝承 minkan denshō, letteralmente “comunicazione tra la gente” è una parte fondamentale ed integrante della civiltà giapponese.
Il suo nome si traduce in “muro di gesso” e si dice che si manifesti come un muro invisibile che impedisce o trascura i viaggiatori che camminano di notte.
A volte indicato in inglese come “The Wall” o “Mr. Wall”, questo yōkai è descritto come piuttosto alto, per impedire alle persone di arrampicarsi su di esso, e abbastanza largo da smorzare qualsiasi tentativo di aggirarlo, sbarrano la strada alle loro vittime, spingendole a credere di essersi perse. Spesso si divertono a tormentare un essere umano fino a portarlo alla disperazione. È difficile riconoscerli, poiché possono diventare invisibili quando sono in pericolo.
L’Uomo venuto dal ghiaccio morto durante l’Età del Rame fra il 3100 e il 3300 a.C., a seguito di una ferita procurata da una freccia, sul corpo di Ötzi sono stati ritrovati ben 61 tatuaggi, per la maggior parte punti, linee e crocette,difficili da individuare a occhio nudo, innanzitutto a causa dello stato di deterioramento della pelle, e poi perché collocati in uno strato profondo della cute. Bisogna infatti tenere presente che la tecnica utilizzata all’epoca non prevedeva l’uso di aghi: si praticavano delle piccole incisioni nella pelle e quindi si ricopriva l’incavo con il carbone vegetale. In alcuni sono stati ritrovati anche cristalli di silice (come il quarzo) e cenere, motivo per cui gli studiosi ipotizzano che la materia prima per i tatuaggi derivasse dai fuochi domestici. “Immaginiamo che abbiano utilizzato delle spine intinte nella fuliggine per penetrare la pelle, o che producessero i fori e mettessero poi la fuliggine nella ferita, in modo che il materiale colorato rimanesse sotto pelle dopo la rimarginazione”, ha dichiarato Maria Anna Pabst, uno degli autori della ricerca. I tatuaggi si trovano in parti del corpo che durante la vita dell’Uomo venuto dal ghiaccio devono avergli provocato dolori: avevano quindi, molto probabilmente, funzioni di tipo curativo medicamentoso.
Il gruppo di ricerca guidato da Marco Samadelli ha utilizzato un metodo di imaging non invasivo (nello specifico una tecnica di ripresa multispettrale messa a punto da Profilocolore, una società di Roma) capace di mettere in risalto le più impercettibili sfumature della pelle. Questo particolare procedimento fotografico ha permesso di catturare la luce dall’infrarosso all’ultravioletto, facendo emergere in modo nitido tutti i disegni scolpiti sulla mummia. La mappa, pubblicata sul Journal of Cultural Heritage, conta 61 tatuaggi, classificati in 19 gruppi. A eccezione di due croci, sono quasi sempre brevi segmenti lineari lunghi dai 7 millimetri ai 4 centimetri, di solito disposti parallelamente come le righe di un quadernino. La maggior parte dei tatuaggi di cui si aveva già prova sono posizionati in prossimità delle articolazioni: questa peculiarità aveva accreditato l’ipotesi che si trattasse di una pratica terapeutica affine all’agopuntura. I tatuaggi, di colore blu scuro, rappresentano quasi esclusivamente gruppi di linee disposte parallelamente all’asse longitudinale del corpo; questo orientamento corrisponde a quello dei meridiani dell’agopuntura cinese. L’unico altro simbolo rappresentato è una croce, anche in questo caso localizzata in punti fondamentali per l’agopuntura: il ginocchio e la caviglia sinistra. I ricercatori hanno, perciò, ipotizzato che l’usanza di tatuare il corpo avesse una funzione curativa più che estetica, anche perché i tatuaggi sono spesso posti in luoghi non facilmente visibili. Inoltre, studi precedenti avevano rivelato che Oetzi soffriva di una serie di disturbi che lo avrebbero reso il paziente perfetto degli agopuntori preistorici. Per ora si tratta di speculazioni, ma non si può escludere che le pratiche dell’agopuntura possano essere comparse indipendentemente in diverse culture asiatiche ed europee.
Secondo il prof. Giovanna Salvioni, docente di antropologia culturale ed etnologia all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano:” in alcuni casi i tatuaggi potevano avere un valore terapeutico. Già il segno che veniva inciso sulla pelle poteva essere considerato curativo perché dotato di potere magico. Inoltre durante la tatuatura potevano forse essere introdotte sotto pelle delle sostanze vegetali dotate di un certo effetto terapeutico. Ad oggi non sappiamo esattamente quali fossero le conoscenze di medicina empirica di questi nostri antenati: possiamo pensare però che usassero già piante specifiche per combattere dolori come il mal di testa o per indurre uno stato di ebbrezza.”
Tra gli oggetti ritrovati accanto alla mummia c’erano, infatti, due gusci simili sughero infilati in laccetti di cuoio. Ogni nodulo era forato e legato a una stringa, forse per fissarlo a una parte del suo abbigliamento o della cintura. Inizialmente, si pensava si trattasse di un acciarino rudimentale, ma alcuni microbiologi austriaci hanno identificato i grumi, rinvenendo tracce del fungo di betulla, il Piptoporus betulinus, comune negli ambienti alpini e in altri ambienti freddi. Luigi Capasso, antropologo del Museo Archeologico Nazionale di Chieti, ha esaminato le prove e ha concluso: “La scoperta del fungo suggerisce che l’Uomo venuto dal ghiaccio fosse a conoscenza della presenza nel suo intestino dei parassiti e li ha combattuti con dosaggi misurati di Piptoporus betulinus”. Come ha rilevato Capasso, il fungo di betulla contiene resine tossiche che attaccano i parassiti come i tricocefali e un altro composto, l’acido agarico, che è un potente lassativo. Le proprietà combinate del fungo avrebbero potuto almeno dare un sollievo temporaneo spurgando il suo intestino dai vermi e dalle loro uova. “Il fungo di betulla – scrive Capasso – era probabilmente l’unico rimedio disponibile in Europa prima dell’introduzione dell’olio di chenopodio, molto più tossico, un arbusto tipico degli ambienti aridi del Sud America”.
CONFER Journal of Archaeological Science
M.A. Pabst, I. Letofsky-Papst, E. Bock, M. Moser, L. Dorfer, E. Egarter-Vigl, F. Hofer. The tattoos of the Tyrolean Iceman: a light microscopical, ultrastructural and element analytical study, Journal of Archaeological Science, In Press
Ötzi fu un capo tribù importante, o uno sciamano, o un guerriero in fuga. Ferito fu costretto a vagare nei ghiacci per tanto tempo con la ferita sanguinante, sfiancato, crollò, e restò sotto la neve e nel ghiaccio per cinquemila anni. Resta un mistero, ma ebbe degna sepoltura. Di più, fu portato in montagna dai suoi compagni e lì interrato con un cerimoniale che di solito spettava a un capo. A sostenerlo è una ricerca condotta dal professor Luca Bondioli, del Museo di Preistoria ed Etnologia di Roma, insieme con un team statunitense e pubblicata su Antiquity. “Da molto tempo”, ha spiegato Bondioli, “ci si poneva il problema delle contraddizioni emerse nel corso delle ricerche. Ötzi è stato ucciso, ma non lì dove è stato trovato il corpo. Vi sono delle evidenze che contraddicono la tesi che fosse un fuggiasco”. Bondioli si riferisce , innanzitutto, all’arco e alle frecce: “E’ improbabile -afferma- che un uomo si metta in fuga con arco e frecce non finite”.
L’ascia di Ötzi, perfettamente conservata, è unica al mondo. Il manico con testata a gomito è in legno di tasso e ha una lunghezza di circa 60 cm. La lama trapezoidale, costituita quasi al 99,7% da rame puro, è incuneata nella forcella della testata, alla quale è stata dapprima incollata con catrame di betulla e poi ulteriormente assicurata con sottili strisce di pelle. La lama è stata ottenuta colando il metallo fuso in una matrice e affilata a martello dopo il raffreddamento. Le tracce di usura documentano un utilizzo frequente dello strumento che, per questo motivo, ha dovuto essere riaffilato. Il rame della lama non viene dalle Alpi ma dal centro Italia. Un gruppo di ricercatori ha scoperto che il rame proviene da giacimenti di minerale nel sud della Toscana.
Il rame fu il primo metallo con cui gli uomini produssero armi e utensili. Le conoscenze legate alla sua estrazione e lavorazione si diffusero dall’Asia anteriore e raggiunsero l’Europa centrale intorno al 4000 a.C. A partire dal 3000 a.C. circa personaggi di rango elevato possedevano un’ascia di rame, che spesso li accompagnava anche dopo la morte come corredo funebre. Non serviva soltanto per lavorare il legno e per abbattere gli alberi ma era anche una potente arma per i combattimenti corpo a corpo.