”Quam lucos et in iis silentia ipsa adoramus” Gaius Plinius Secundus ”adoriamo i boschi sacri e, in questi boschi, il silenzio”…. Plinio il vecchio

”Summum munus homini datum arbores silvaeque intelligebantur ”

”Alberi e foreste deve essere inteso come sommo dono dato all’uomo”

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Grande Quercia

Plinio il Vecchio, « Naturalis Historiae »,  proemio del XII volume

Haec fuere numinum templa, priscoque ritu simplicia rura etiam nunc deo praecellentem arborem dicant. nec magis auro fulgentia atque ebore simulacra quam lucos et in iis silentia ipsa adoramus. arborum genera numinibus suis dicata perpetuo servantur, ut Iovi aesculus, Apollini laurus, Minervae olea, Veneri myrtus, Herculi populus. quin et Silvanos Faunosque et dearum genera silvis ac sua numina tamquam e caelo attributa credimus.

Questi furono i templi dei numi, e secondo l’antico rito i semplici campi anche ora dedicano l’albero più importante a un dio
Non adoriamo le statue splendenti di oro ed avorio più dei boschi e in essi gli stessi silenzi
Le specie di alberi dedicate a divinità proprie sono tramandate in eterno, come la quercia a Giove, il lauro ad Apollo, l’ulivo a Minerva, il mirto a Venere, il pioppo ad Ercole
Anzi crediamo attribuiti alle selve come dal cielo anche i Silvani e i Fauni e le specie di dee e i loro poteri divini

Plinio il Vecchio, Naturalis Historia

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Non meno che le statue divine dove splendono oro e avorio, adoriamo i boschi sacri e, in questi boschi, il silenzio.

La Foresta Blu Hallerbos
La Foresta blu di Halle – Hallerbos

 

L’alberosua espressionerappresentò il sacroanche se mai venne adorato per  … ma piuttosto “per quello che si rivelava per suo mezzo
(Mircea Eliade).
 
 
 

 

Albrecht Dürer “Ritter” il cavaliere, la morte e il diavolo

«L’umana grandezza va conquistata lottando»
(Ernst Jünger, Trattato del Ribelle)

«L’ultimo filosofo, che coincide con l’ultimo uomo, “sopporta il dolore come un titano”, non distoglie lo sguardo da esso, anzi ne utilizza l’energia decostruttiva in vista della Umwertung aller Werte di tutti i valori:

“Il grado della sofferenza di cui un uomo è capace determina la sua profondità e la sua serietà, ma anche la sua gioia” , è sempre l’esperienza del dolore a rendere possibile la grande salute che rigenera e seduce alla vita.

L’emblema di questa filosofia tragica, che esprime una “verità che non conosce riguardi”, è il quadro di Albrecht Dürer
“col cavaliere, la morte e il diavolo, come simbolo della nostra esistenza”
(M. Vozza, Postfazione, in F. Nietzsche, Il libro del filosofo, cit., p. 141.)

«un solitario sconsolato non potrebbe scegliersi un simbolo migliore del
cavaliere con la morte e il diavolo come lo ha disegnato Dürer, il cavaliere con l’armatura, dallo sguardo di bronzo, duro, che sa prendere il suo cammino terribile, imperturbato dai suoi orrendi compagni, e tuttavia privo di speranza, solo col destriero e il cane. Un tale cavaliere di Dürer fu il nostro Schopenhauer; gli mancò ogni speranza, ma volle la verità. Non esiste il suo pari». Nietzsche

Nietzshe ne regalerà una copia a Wagner

Il  coraggio, passione, solitudine, disperazione, eroismo, sacrificio, vis vitalis e speranza si fondevano insieme all’accettazione del proprio destino.
Nella figura dell’intrepido cavaliere, Nietzsche scorgeva se stesso e la sua ferrea volontà di osare l’inosabile – la sfida con la morte e il diavolo – sapendo che il prezzo da pagare era l’isolamento e la solitudine

«Un patrizio di qui  mi ha fatto un regalo importante, una stampa di Dürer originale; è raro che una rappresentazione figurata mi dia piacere, ma questa immagine, Il cavaliere, la morte e il diavolo, mi tocca, non so nemmeno dire come». 

Il cavaliere epigonale
 Nel “passaggio al bosco”  Ernst Jünger affidava la possibilità di guardare con occhio freddo e distaccato  da osservatore “epigonale” il mondo fasullo da cui prendere le distanze.
Ma prendere le distanze – osservare da lontano una realtà che neghiamo o consideriamo criticamente, pur sapendo di esserne parte – suscita un sano senso di ribellione contro l’esistente.
Induce un passionale e razionale moto di ribellione contro l’esistente, in nome della propria dignità e dei propri valori. Coincide con la scelta di diventare un “nuovo cavaliere”:intrepido, indomito e coraggioso come quello dell’icona düreriana. Identificandosi in essa, non si opta solo per una radicale scontro con il negativo che circonda l’uomo contemporaneo ma anche con quell’aspetto d’Ombra che fa del negativo esteriore il proprio dio interiore: e viceversa. In questo modo, il “ribelle” fattosi Ritter accetta il conflitto con l’Ombra individuale e collettiva – paragonabile, se non coincidente, con i “tristi compagni di viaggio” dell’icona düreriana – e riscopre, in se stesso, quell’archetipo eroico che è presente, anche se dormiente, in lui Riscopre di essere da sempre quel Ritter – il cavaliere eroe che rappresenta il Sé, la totalità, la pienezza che ciascuno deve raggiungere – che Dürer ha proposto all’attenzione di una epoca perché diventasse universale e metastorico

 L’Ombra – termine ripreso nel suo significato più pregnante dalla psicologia analitica junghiana – si identifica con quella parte inconscia, presente nell’uomo e nella collettività, che venendo rimossa non viene mai alla luce. Per questo, essa agisce nell’uomo facendone un essere fragile, pavido, insicuro, eterodiretto
ed incapace di fronteggiare le lusinghe e le delusioni interiori ed esteriori di cui l’Ombra è portatrice e moltiplica. È in virtù della potenza dell’Ombra che l’uomo non riesce ad affrontare il proprio destino e cade preda dei suoi “compagni di viaggio” che diventano i demoni che manovrano i fili dell’esistenza sua e
dell’intera società
(cfr. in merito. C. Bonvecchio – C. Risé, L’Ombra del potere. Il lato oscuro della società: elogio del politicamente scorretto, RED, Como, 1998).

Sull’immagine archetipica dell’eroe, cfr. J. Campbell, L’eroe dai mille volti, trad. it., Guanda, Parma, 2000. Sintomatico ed indicativo del risveglio dell’eroe dormiente è il mito nordico del mitico eroe danese Holger che “dorme” nei sotterranei del castello danese di Kronburg, pronto a ridestarsi nel momento del bisogno, per aiutare il suo popolo.
Il Sé è ciò che unifica, in una superiore sintesi, il maschile e il femminile, il paterno e il materno, il razionale e l’irrazionale, il terreno ed il celeste. È stato considerato come la perfetta immagine della totalità e simbolo del divino presente nell’uomo, sino ad essere identificata con l’archetipo di totalità,
cfr. C. G. Jung, Aion: ricerche sul simbolismo del Sé in Opere, vol. 9, tomo II, trad. it., Boringhieri, Torino, 1991, p. 5 ss.

Il cavallo primo e principale attributo simbolico del cavaliere è, il cavallo che fa corpo unico con lui. Anzi, quasi si umanizza al punto che – molto spesso – gli viene
dato un nome proprio. Come scrive Maurice Keen: «Il cavallo, il cavaliere e l’asta
costituivano così un tutto compatto». In tal modo, il cavaliere faceva propri anche i valori simbolici di cui il cavallo era portatore: vita, forza, abilità, destrezza, valore e coraggio uniti al desiderio, alla sfrenatezza e alla passione sessuale . Tuttavia – nel caso del maestoso cavallo dell’incisione düreriana – appare più plausibile che il suo autore si sia ispirato alla mitologia nordica (diffusa a livello popolare) in cui il cavallo è associato al sole: considerato l’espressione di virtù spirituali e guerriere, segnate dalla luce. Il cavallo è, dunque, un animale sacro al pari del leggendario cavallo di Odino chiamato Sleipnir (quello che scivola velocemente), i cui denti portavano incise le rune e che poteva cavalcare sia nel regno dei vivi che in quello dei morti, il cavallo di Dagr ᛞ il giorno si chiama, in antico norreno, Skinfaxi (criniera splendente) o anche Glaor (luminoso), così come i cavalli degli dei Asi hanno nomi nei quali la ricorrenza dell’attributo aureo ne esalta la splendente solarità: come Gullfaxi (criniera d’oro), Gulltoppor (ciuffo d’oro) e così via
(cfr.G. Chiesa Isnardi, I miti nordici, Milano, 1991, p. 559 ss. e anche B. Branston, Gli Dei del Nord, trad. it.,
Mondadori, Milano, 1991, p. 77 ss.

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Il cane – probabilmente un levriero – dalla figura elegante e slanciata che, insieme alla fedeltà, simboleggia «tre virtù non meno necessarie, anche se meno basilari: zelo instancabile, sapere e ragionamento veritiero»
Il cane – pur appartenendo al mondo infero e sotterraneo – svolge anche il positivo ruolo di eroe ancestrale (come portatore del fuoco), di psicopompo e di protettore degli uomini: ossia di guida dell’anima nell’aldilà e di fedele difensore dell’uomo.  (cfr. Cane in J. Chevalier – A.Gheerbrant, Dizionario dei
simboli, op. cit., vol. I, pp. 185-191)

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La Spada Come ricorda Jung – rifacendosi al simbolismo alchemico – la spada non diversamente dall’acqua «permanens sive mercurialis» (dal Mercurio alchemico, spirito penetrante, mediatore ed icona macrocosmica del Salvatore) «occidit et vivificat» (C. G.Jung, Il simbolo della trasformazione nella messa in
Opere, vol. 11, op. cit., pp. 226–227).

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A livello simbolico–esoterico, la spada è interpretata come il simbolo della perfetta conoscenza in cui il pomo dell’elsa è la complexio oppositorum dell’universo, il paracolpi è la materia, mentre la lama è “l’universo della linearità”: anima della materia, espressione della spiritualità e dell’interiorità
(cfr. L. Bessi, La spada sacra, op. cit., p. 37 ss.).

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La lancia
Esprime la forza della verità di cui il cavaliere dovrebbe essere l’invitto testimone. «La lancia» scrive Raimondo Lullo «sta a significare la verità; infatti la verità è diritta e non può essere piegata e rifugge da ogni falsità». Chiaramente, il valore fallico della lancia è tutt’uno con l’immagine dell’axis mundi: ossia esprime il collegamento tra cielo e terra. Collegamento che incarna la totalità e la creatività, ma anche la forza del divino: come mostra la determinante presenza della lancia accanto al Graal. Portare la lancia equivale, di conseguenza, a diventare agente attivo della salvezza propria ed altrui: come si evince dall’Ordo Romanus che stabilisce, minutamente, le fasi della consacrazione del nuovo cavaliere. Più precisamente, scrive ancora Lullo: «La lancia sta a significare la verità;
infatti la verità è diritta e non può essere piegata e rifugge da ogni falsità. L’acciaio della lancia significa la forza della verità sulla menzogna…La verità è il sostegno della speranza»R. Lullo, Libro dell’Ordine della Cavalleria, parte V, 3, a cura di G. Allegra, Arktos, Torino, 19942, pp. 198–199.

La  Salamandra in J. Chevalier – A.Gheerbrant, Dizionario dei simboli, op. cit., vol. II, p. 318.  la salamandra – abituata a resistere a qualsiasi fuoco – simboleggia la forza che supera qualsiasi ostacolo e quindi il coraggio che nessun avvenimento può turbare (cfr. Salamandra in J. C. Cooper,Dizionario degli animali mitologici e simbolici, op. cit., p. 292).

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La Morte  è rappresentata dalla clessidra
«Sed fugit interea, fugit irreparabile tempus»
”Ma fugge intanto, fugge irreparabilmente il tempo”
Virgilio Marone, Georgiche, lib. III, v. 284
Il tempus fugit è anche una filosofia di vita paragonabile al Carpe diem nelle Odi di Orazio

«Dum loquimur fugerit invida
aetas: carpe diem, quam minimum credula postero.»
«Mentre parliamo il tempo è già in fuga, come se provasse invidia di noi. Afferra la giornata sperando il meno possibile nel domani.»

Agisci come fosse l’ultima azione della tua vita, ποριεῖς δέ ἂν ὡς ἐσχάτην τοῦ βίου ἑκάστην πρᾶξιν ἐνεργῇ Perfice Omnia facta vitae quasi haec postrema essent

Marco Aurelio

Il Diavolo un misto di elementi animali dove il lupo, il
caprone, il maiale si fondono insieme. Quasi a dimostrare che nel demonio si manifesta la natura animale dell’uomo: in tutta la sua incontrollata virulenza istintuale, egoistica e distruttiva.

Confer IL CAVALIERE, LA MORTE E IL DIAVOLO: UNA ANALISI SIMBOLICA
di Claudio Bonvecchio
(Università degli Studi dell’Insubria, Varese- Como).

Agisci come fosse l’ultima azione della tua vita, ποριεῖς δέ ἂν ὡς ἐσχάτην τοῦ βίου ἑκάστην πρᾶξιν ἐνεργῇ Perfice Omnia facta vitae quasi haec postrema essent

Πάσης ὥρας φρόντιζε στιβαρῶς ὡς Ῥωμαῖος καὶ ἄῤῥην τὸ ἐν χερσὶ μετὰ τῆς ἀκριβοῦς .. καὶ ἀπλάστου σεμνότητος καὶ φιλοστοργίας καὶ ἐλευθερίας καὶ δικαιότητος πράσσειν καὶ σχολὴν ἑαυτῷ ἀπὸ πασῶν τῶν ἄλλων φαντασιῶν πορίζειν. ποριεῖς δέ, ἂν ὡς ἐσχάτην τοῦ βίου ἑκάστην πρᾶξιν ἐνεργῇς, ἀπηλλαγμένος πάσης εἰκαιότητος καὶ ἐμπαθοῦς ἀποστροφῆς ἀπὸ τοῦ αἱροῦντος λόγου καὶ ὑποκρίσεως καὶ φιλαυτίας καὶ δυσαρεστήσεως πρὸς τὰ συμμεμοιραμένα. ὁρᾷς πῶς ὀλίγα ἐστίν, ὧν κρατήσας τις δύναται εὔρουν καὶ θεουδῆ βιῶσαι βίον˙ καὶ γὰρ οἱ θεοὶ πλέον οὐδὲν ἀπαιτήσουσι παρὰ τοῦ ταῦτα φυλάσσοντος.

Τὰ εἰς ἑαυτόν
Συγγραφέας: Μάρκος Αυρήλιος

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Ad ogni istante pensa con fermezza, da Romano e maschio quale sei, a compiere ciò che hai per le mani con serietà scrupolosa e non fittizia, con amore, con libertà, con giustizia, e cerca di affrancarti da ogni altro pensiero.
Te ne affrancherai compiendo ogni singola azione come fosse l’ultima della tua vita, lontano da ogni superficialità e da ogni
avversione passionale alle scelte della ragione e da ogni finzione, egoismo e malcontento per la tua sorte.
Vedi come sono poche le condizioni che uno deve assicurarsi per poter vivere una vita che scorra agevolmente e nel rispetto degli dèi: perché gli dèi non chiederanno nulla di più a chi osserva queste condizioni

Marco Aurelio
A se stesso
(pensieri)

Ὑγίεια Igea divinità della guarigione

Igea  Ὑγίεια hygìeia, con il significato di “salute”, “rimedio”, “medicina è una figura della mitologia greca e successivamente romana. 
Figlia di Asclepio e di Epione (o Lampezia), è la dea della salute e dell’igiene. Nella religione greca e romana, il culto di Igea è associato strettamente a quello del padre Asclepio, tutelando in questo modo l’intero stato di salute dell’individuo. Igea viene invocata per prevenire malattie e danni fisici; Asclepio per la cura delle malattie e il ristabilimento della salute persa.
Igea era raffigurata sotto l’aspetto di una giovane donna prosperosa, nell’atto di dissetare in una coppa un serpente, in un’altra raffigurazione era seduta su un seggio, con la mano sinistra appoggiata ad un’asta, mentre con la mano destra porge una patera ad un serpente che, lambendola, si innalza da un’ara posta davanti alla dea.

Coppa di Igea. In mezzo: Asta di Asclepio. Destra: Dio greco Asclepio (Esculapio)

ASCLEPIO: GENESI E MITO, DA EROE A DIO confer Axis Mundi

L’ERA DEL SERPENTE”: “IL SERPENTE E IL DRAGO: MORFOLOGIA DEL SIMBOLISMO OFIDICO”
confer Axis Mundi

Ἡ Πότνια Θηρῶν, “Signora degli animali

Simboli misteriosi i Tatu dell’“Uomo del Similaun”curativi o evocativi.

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L’Uomo venuto dal ghiaccio morto durante l’Età del Rame fra il 3100 e il 3300 a.C., a seguito di una ferita procurata da una freccia, sul corpo di Ötzi sono stati ritrovati ben 61 tatuaggi, per la maggior parte punti, linee e crocette,difficili da individuare a occhio nudo, innanzitutto a causa dello stato di deterioramento della pelle, e poi perché collocati in uno strato profondo della cute.
Bisogna infatti tenere presente che la tecnica utilizzata all’epoca non prevedeva l’uso di aghi: si praticavano delle piccole incisioni nella pelle e quindi si ricopriva l’incavo con il carbone vegetale.
In alcuni sono stati ritrovati anche cristalli di silice (come il quarzo) e cenere, motivo per cui gli studiosi ipotizzano che la materia prima per i tatuaggi derivasse dai fuochi domestici. “Immaginiamo che abbiano utilizzato delle spine intinte nella fuliggine per penetrare la pelle, o che producessero i fori e mettessero poi la fuliggine nella ferita, in modo che il materiale colorato rimanesse sotto pelle dopo la rimarginazione”, ha dichiarato  Maria Anna Pabst, uno degli autori della ricerca.
I tatuaggi si trovano in parti del corpo che durante la vita dell’Uomo venuto dal ghiaccio devono avergli provocato dolori: avevano quindi, molto probabilmente, funzioni di tipo curativo medicamentoso.

Il gruppo di ricerca guidato da Marco Samadelli ha utilizzato un metodo di imaging non invasivo (nello specifico una tecnica di ripresa multispettrale messa a punto da Profilocolore, una società di Roma) capace di mettere in risalto le più impercettibili sfumature della pelle. Questo particolare procedimento fotografico ha permesso di catturare la luce dall’infrarosso all’ultravioletto, facendo emergere in modo nitido tutti i disegni scolpiti sulla mummia. La mappa, pubblicata sul Journal of Cultural Heritage, conta 61 tatuaggi, classificati in 19 gruppi.
A eccezione di due croci, sono quasi sempre brevi segmenti lineari lunghi dai 7 millimetri ai 4 centimetri, di solito disposti parallelamente come le righe di un quadernino.
La maggior parte dei tatuaggi di cui si aveva già prova sono posizionati in prossimità delle articolazioni: questa peculiarità aveva accreditato l’ipotesi che si trattasse di una pratica terapeutica affine all’agopuntura. I tatuaggi, di colore blu scuro, rappresentano quasi esclusivamente gruppi di linee disposte parallelamente all’asse longitudinale del corpo; questo orientamento corrisponde a quello dei meridiani dell’agopuntura cinese. L’unico altro simbolo rappresentato è una croce, anche in questo caso localizzata in punti fondamentali per l’agopuntura: il ginocchio e la caviglia sinistra. I ricercatori hanno, perciò, ipotizzato che l’usanza di tatuare il corpo avesse una funzione curativa più che estetica, anche perché i tatuaggi sono spesso posti in luoghi non facilmente visibili. Inoltre, studi precedenti avevano rivelato che Oetzi soffriva di una serie di disturbi che lo avrebbero reso il paziente perfetto degli agopuntori preistorici.
Per ora si tratta di speculazioni, ma non si può escludere che le pratiche dell’agopuntura possano essere comparse indipendentemente in diverse culture asiatiche ed europee.

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Secondo il prof. Giovanna Salvioni, docente di antropologia culturale ed etnologia all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano:” in  alcuni casi i tatuaggi potevano avere un valore terapeutico. Già il segno che veniva inciso sulla pelle poteva essere considerato curativo perché dotato di potere magico. Inoltre durante la tatuatura potevano forse essere introdotte sotto pelle delle sostanze vegetali dotate di un certo effetto terapeutico. Ad oggi non sappiamo esattamente quali fossero le conoscenze di medicina empirica di questi nostri antenati: possiamo pensare però che usassero già piante specifiche per combattere dolori come il mal di testa o per indurre uno stato di ebbrezza.”

Tra gli oggetti ritrovati accanto alla mummia c’erano, infatti, due gusci simili sughero infilati in laccetti di cuoio. Ogni nodulo era forato e legato a una stringa, forse per fissarlo a una parte del suo abbigliamento o della cintura. Inizialmente, si pensava si trattasse di un acciarino rudimentale, ma alcuni microbiologi austriaci hanno identificato i grumi, rinvenendo tracce del fungo di betulla, il Piptoporus betulinus, comune negli ambienti alpini e in altri ambienti freddi. Luigi Capasso, antropologo del Museo Archeologico Nazionale di Chieti, ha esaminato le prove e ha concluso: “La scoperta del fungo suggerisce che l’Uomo venuto dal ghiaccio fosse a conoscenza della presenza nel suo intestino dei parassiti e li ha combattuti con dosaggi misurati di Piptoporus betulinus”. Come ha rilevato Capasso, il fungo di betulla contiene resine tossiche che attaccano i parassiti come  i tricocefali e un altro composto, l’acido agarico, che è un potente lassativo. Le proprietà combinate del fungo avrebbero potuto almeno dare un sollievo temporaneo spurgando il suo intestino dai vermi e dalle loro uova. “Il fungo di betulla – scrive Capasso – era probabilmente l’unico rimedio disponibile in Europa prima dell’introduzione dell’olio di chenopodio, molto più tossico, un arbusto tipico degli ambienti aridi del Sud America”. 

CONFER  Journal of Archaeological Science

M.A. Pabst, I. Letofsky-Papst, E. Bock, M. Moser, L. Dorfer, E. Egarter-Vigl, F. Hofer. The tattoos of the Tyrolean Iceman: a light microscopical, ultrastructural and element analytical study, Journal of Archaeological Science, In Press

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Ötzi fu un capo tribù importante, o uno sciamano, o un guerriero in fuga.
Ferito fu costretto a vagare nei ghiacci per tanto tempo con la ferita sanguinante, sfiancato, crollò, e restò sotto la neve e nel ghiaccio per cinquemila anni.
Resta un mistero, ma ebbe degna sepoltura.
Di più, fu portato in montagna dai suoi compagni e lì interrato con un cerimoniale che di solito spettava a un capo.
A sostenerlo è una ricerca condotta dal professor Luca Bondioli, del Museo di Preistoria ed Etnologia di Roma, insieme con un team statunitense e pubblicata su Antiquity. “Da molto tempo”, ha spiegato Bondioli, “ci si poneva il problema delle contraddizioni emerse nel corso delle ricerche. Ötzi è stato ucciso, ma non lì dove è stato trovato il corpo. Vi sono delle evidenze che contraddicono la tesi che fosse un fuggiasco”. Bondioli si riferisce , innanzitutto, all’arco e alle frecce: “E’ improbabile -afferma- che un uomo si metta in fuga con arco e frecce non finite”.

L’ascia di Ötzi, perfettamente conservata, è unica al mondo.
Il manico con testata a gomito è in legno di tasso e ha una lunghezza di circa 60 cm. La lama trapezoidale, costituita quasi al 99,7% da rame puro, è incuneata nella forcella della testata, alla quale è stata dapprima incollata con catrame di betulla e poi ulteriormente assicurata con sottili strisce di pelle.
La lama è stata ottenuta colando il metallo fuso in una matrice e affilata a martello dopo il raffreddamento.
Le tracce di usura documentano un utilizzo frequente dello strumento che, per questo motivo, ha dovuto essere riaffilato.
Il rame della lama non viene dalle Alpi ma dal centro Italia.
Un gruppo di ricercatori ha scoperto che il rame proviene da giacimenti di minerale nel sud della Toscana.

Il rame fu il primo metallo con cui gli uomini produssero armi e utensili.
Le conoscenze legate alla sua estrazione e lavorazione si diffusero dall’Asia anteriore e raggiunsero l’Europa centrale intorno al 4000 a.C. A partire dal 3000 a.C. circa personaggi di rango elevato possedevano un’ascia di rame, che spesso li accompagnava anche dopo la morte come corredo funebre.
Non serviva soltanto per lavorare il legno e per abbattere gli alberi ma era anche una potente arma per i combattimenti corpo a corpo.

Simbolismo REIKI 靈氣 SEI HEIKI 聖平氣

Molte possono essere le interpretazioni del simbolismo REIKI 靈氣 poichè esistono differenti stratificazioni filosofiche e culturali, e molteplici visioni esperienziali e non pochi dissidi tra scuole differenti.

Notevole scoglio interpretativo è indubbiamente la trascrizione dei fonemi ,dall’origine di un concetto-semantico alla traslitterazione,  come per esempio per ciò che concerne la traslitterazione fonetica dai kanji 漢字 ai Kana  termine generico per indicare i due sillabari fonetici giapponesi hiragana (平仮名) e 
katakana(片仮名).
Si svilupparono dagli ideogrammi di origine cinese conosciuti in Giappone con il nome di kanji (漢字, pronuncia cinese “hanzi”), in alternativa o in aggiunta a questi; la parola kana significa “carattere prestato”, perché derivato dal kanji.
L’invenzione dei kana è tradizionalmente attribuita a Kūkai, monaco buddista vissuto tra l’ottavo e il nono secolo d.C.空海), ricordato dopo la sua morte anche con il titolo onorifico di Kōbō-Daishi (弘法大師) (774 – 835) artista, fondatore in Giappone della scuola buddista Shingon 真言( dal cinese “vera parola”, traduzione del sanscrito mantra) una delle principale scuole Mikkyo 密教 (traduzione Insegnamenti segreti) buddhismo esoterico/segreto gli insegnamenti segreti  possono essere rivelati unicamente a iniziati.
La raccolta di insegnamenti e pratiche che alla fine divennero noti come Mikkyo ebbe i suoi primi inizi nelle tradizioni esoteriche dell’India e della Cina ,Tibet, include pratiche sciamaniche, meditative, riti e mantra, sutra e formule tantriche magico-religiose jumon 呪文 e molto altro.

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Mantra devanāgarī: मन्त्र che indica, nel suo significato proprio, il “veicolo o strumento del pensiero o del pensare”, ovvero una “espressione sacra” e corrisponde ad un verso del Veda, ad una formula sacra indirizzata ad un deva, ad una formula mistica o magica, ad una preghiera, ad un canto sacro o a una pratica meditativa e religiosa.
La nozione di mantra ha origine dalle credenze religiose dell’India ed è proprio delle culture religiose che vanno sotto il nome di Vedismo, Brahmanesimo, Buddhismo, Giainismo, Induismo e Sikhismo.

Seiheiki 聖平氣

聖 sei  ( hiragana せ い , rōmaji sei )

santo, sacro

平 気 (氣) heiki   Hiragana へいき

calma

             ‘una possibile interpretazione ”spirito imperturbabile” condizione che la pratica Reiki induce favorendo la chiarezza di visione”
Giuseppe Perteghella

透過溫柔的雙手自己與親愛之人

Abbi cura di te e delle persone care con le mani gentili

Sono presenti altre interpretazioni formalmente molto diverse come quella proposta da Di Nicholas Pearson ed altri in cui si pone l’accento sulla correzione di comportamenti ”inadeguati” tramite un mantra o un kototama evocativo.

confer Reiki Ryoho: Manuale di Shoden e Okuden Di Nicholas Pearson

Una fonte PROBABILE di questo simbolo è frequente nei templi buddisti.
‘Kiriku ‘ – uno  shuji o ‘seme’ shittan 悉曇 bonji 梵字 sillabe-seme बीज bīja usati dai buddhisti Mikkyo come facilitatori  meditativi.

Si suppone che nella simbologia靈氣 Il bijia ह्रीः  hrih, associato sia ad Amitabha (Amida) che ad Avalokiteshvara (Kannon) indichi la completezza derivante dall’unione di Saggezza e Compassione, che conduce alla Corretta Azione.

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Le sei sillabe del mantra Oṃ Maṇi Padme Hūṃ nei caratteri della lingua tibetana posti come petali di un fiore di loto. I colori corrispondenti hanno dei profondi significati religiosi. Al centro del fiore è posta la sillaba Hrīḥ sillaba della compassione.

ཨོཾ་མ་ཎི་པ་དྨེ་ཧཱུྃ   

Oṃ Maṇi Padme Hūṃ è strettamente relazionato alla figura del bodhisattva della compassione Avalokiteśvara (cinese Guānyīn, giapponese Kannon, tibetano Chenrezig).

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Questo mantra è formato da una sequenza di sei sillabe sacre (tib. ཡིག་དྲུག་, yig drug) che vengono pronunciate dal praticante, profondamente concentrato sull’essenza del bodhisattva che sta per invocare. Queste sei sillabe sono accompagnate ad una settima, Hrīḥ, sillaba della compassione.

Il suo significato è fortemente simbolico al di là della sua traduzione letterale e viene raccomandato in tutte le situazioni di pericolo o di sofferenza, o per aiutare gli altri esseri senzienti in condizioni di sofferenza.

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Amitābha Buddha  sanscrito Amitābhaḥ (अमिताभ), letteralmente
Luce ābhā senza fine amita
Amitābha è un Buddha che possiede infiniti meriti in virtù delle numerose buone azioni compiute durante le sue innumerevoli vite come bodhisattva (è quindi un Buddha completo, come il Gautama Buddha); ormai da tempo al di fuori del saṃsāra, vive nella “Pura Terra” (sanscrito Sukhāvatī, cinese 净土 pinyin Jìngtŭ) che si trova oltre l’Occidente, al di là dei confini di questo mondo.
Grazie alla forza dei Voti da lui giurati quando era un bodhisattva, Amitābha conserva la possibilità di far rinascere coloro che lo invocano in questo Paradiso Occidentale, dove possono studiare il Dharma sotto la sua guida e quindi diventare bodhisattva e poi Buddha a loro volta, scopo finale di ogni anima nel buddhismo Mahāyāna.

Moola Mantra

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ॐ सच्चिदानंद परब्रह्म

. पुरुषोत्तम परमात्मा |

. श्री भगवती समेत

. श्री भगवते नमः ||

. (हरी ओम् तत् सत्)

Om Sat-Chit-Ananda Parabrahma

Purushothama Paramatma

Sri Bhagavathi Sametha

Sri Bhagavathe Namaha

 

OM ha 100 diversi significati. Si dice che, “in principio era il Verbo, e il Verbo ha creato ogni cosa”. Quel verbo, quella parola è OM. Se tu mediti in silenzio, profondamente, puoi sentire il suono OM dentro di te. L’intera creazione è emersa dal suono OM. E’ il suono primordiale o suono universale da cui ha cominciato a vibrare l’intero universo. OM significa anche invitare l’Energia Superiore. Questo suono divino ha il potere di creare, sostenere e distruggere, dando vita e movimento a tutto ciò che esiste.

SAT significa esistenza che pervade ogni cosa, che è senza forma, senza confini, onnipresente, quell’aspetto dell’Universo senza attributi e senza qualità. E’ l’Immanifesto. Viene sperimentato come il vuoto dell’Universo. Potremmo dire che è il corpo dell’Universo che è statico. Ogni cosa che ha una forma e che si può sentire è nata da questo Non-manifesto. E’ talmente sottile che è al di là di ogni percezione. Si può vedere soltanto quando diventa grossolano e prende una forma. Noi siamo nell’Universo e l’Universo è in noi. Noi siamo l’effetto e l’Universo è la causa e la causa si manifesta come effetto.

CHIT è la Pura Coscienza dell’Universo che è infinita, il potere onnipresente dell’Universo che si manifesta. Da qui si è evoluta ogni cosa che chiamiamo Energia Dinamica o forza. Si può manifestare in qualsiasi forma o profilo. E’ la coscienza che si manifesta come moto, come gravità, come magnetismo, etc. Si manifesta anche come azioni del corpo, come forza del pensiero. E’ lo Spirito Supremo.

ANANDA significa beatitudine, amore e amicizia, natura dell’Universo.
Quando fai l’esperienza dell’Energia Suprema di questa Creazione (SAT) e diventi uno con l’Esistenza oppure fai l’esperienza dell’aspetto della Pura Coscienza (CHIT), entri in uno stato di Beatitudine Divina e di Felicità Eterna (ANANDA). Questa è la caratteristica primordiale dell’Universo, che è lo stato di estasi più profondo e grande che tu possa mai sperimentare quando ti rapporti alla tua coscienza Superiore.

PARABRAHMA è l’Essere Supremo nel suo aspetto Assoluto; colui che è al di là dello spazio e del tempo. E’ l’essenza dell’Universo che ha una forma e che è anche senza forma. E’ il Creatore Supremo.

PURUSHOTHAMA ha diversi significati. Purusha significa anima e Uthama significa il supremo: lo Spirito Supremo. Significa anche l’energia suprema della forza che ci guida dal mondo superiore. Purusha significa anche Uomo, e PURUSHOTHAMA è l’energia che si incarna come Avatar per aiutare e guidare l’Umanità e rapportarsi da vicino alla beneamata Creazione.

PARAMATMA significa l’energia suprema interiore che è immanente in ogni creatura ed ogni essere, vivente e non vivente. E’ colui/colei che abita dentro di noi, l’Antaryamin, che risiede in noi senza nessuna forma o con la forma che desideriamo dargli. E’ la forza che può venire da te ogni volta che vuoi e ovunque tu voglia, per guidarti e aiutarti.

SRI BHAGAVATI è l’aspetto Femminile, che è caratterizzato come Intelligenza Suprema in azione, l’Energia (la Shakti) . Ci si rivolge a Lei quale aspetto della Creazione come Madre Terra (la Madre Divina).

SAMETHA significa insieme o in comunione con.

SRI BHAGAVATHE è l’aspetto Maschile della Creazione, che è immutevole e permanente.

NAMAHA è saluti o prostrazioni all’Universo che è OM e che ha anche le qualità di SAT-CHIT-ANANDA, che è onnipresente, immutevole e mutevole allo stesso tempo, spirito supremo in forma umana e senza forma, colui che risiede in noi e che può guidare ed aiutare con la suprema intelligenza nelle sue forme femminile e maschile.

 

Si cui virtus animusque in pectore praesens, adsit et evinctis attollat bracchia palmis

Il Pugilatore a riposo

 

Virgilio, Eneide: Libro 06 – RITI PER GLI DEI DEGLI INFERI
quaeritur huic alius; nec quisquam ex agmine tanto audet adire virum manibusque inducere caestus Si cerca un altro per costui; e nessuno tra tanta folla osa affrontare l’uomo portare i cesti alle mani

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Post, ubi confecti cursus et dona peregit, ‘nunc, si cui virtus animusque in pectore praesens, adsit et evinctis attollat bracchia palmis’: sic ait, et geminum pugnae proponit honorem, victori velatum auro vittisque iuvencum, allittensem atque insignem galeam solacia victo Poi, quando furon finite le corse consegnò i doni,Ora, se a qualcuno in petto (c’è) valore e coraggio forte, si presenti ed alzi le braccia con le palme legate: così disse, e propone doppio premio per la gara, al vincitore un giovenco velato d’oro e di bende,una spada ed uno splendido elmo, come consolazioni per il vinto

Virgilio, opera Eneide parte Libro V

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Il Pugilatore a riposo

Flora Floralia Ludi Florales

Chloris eram, quae Flora vocor: corrupta Latino/ nominis est nostri littera Graeca sono./Chloris eram, nymphe campi felicis, ubi audis/rem fortunatis ante fuisse viris./Quae fuerit mihi forma, grave est narrare modestae;/sed generum matri repperit illa Deum./Ver erat, errabam; Zephyros conspexit,

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abibam;/insequitur, fugio: fortior ille fuit./Et dederant fratri Boreas ius omne rapinae,/ausus Erecthea praemia ferre domo/Vim tamen emendat dando mihi nomina nuptae,/inque meo non est ulla querella toro/Vere fruor semper: semper nitidissimus annus,/arbor habet frondes, pabula semper humus./Est mihi fecundus dotalibus hortus in agris;/aura fovet, liquidae fonte rigatur aquae:/hunc meus implevit generoso flore maritus,/atque ait “arbitrium tu, dea, floris habe”.

Ovidio, Fasti V, 195-212

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Oggi son detta Flora, ma ero una volta Clori
nella pronuncia latina fu alterata la forma greca del mio nome.
E, Clori, ero una Ninfa delle Isole Fortunate, ove tu sai che
felicemente visse gente fortunata.
È difficile alla mia modestia dire quanta fosse la mia bellezza
essa donò a mia madre per genero un Dio.
Si era di primavera, e io me ne andava errando; mi vide Zèfiro,

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e io mi allontanai; prese a inseguirmi, e io a fuggire.
Ma fu più forte di me.
Borea, come aveva osato prendersi una donna nella casa di
Eretteo, aveva dato al fratello ogni diritto di rapina.
Ma Zefiro fece ammenda della violenza dandomi il nome di
sposa; non v’è alcun motivo di lamento nel mio letto coniugale.
Io godo di eterna primavera; l’anno è sempre fulgido di luce,
gli alberi son ricchi di fronde la terra rivestita di verzura.

Possiedo un fiorente giardino nei campi dotali,
l’aria lo accarezza, lo irriga una fonte di limpida acqua:
il mio sposo lo ha riempito di copiose corolle, e ha detto:
“Abbi tu, o dea, piena signoria sui fiori”.

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