Die Wut FUROR

«Die Wut in Hagens Herzen brannte heiß und klar, als er das Schwert zog, um Rache zu vollenden.»
— Nibelungenlied, Avventura 36
«Il furore nel cuore di Hagen ardeva caldo e chiaro, mentre estraeva la spada per compiere la vendetta.»

In questo contesto, “Wut” rappresenta la furia guerresca di Hagen, un personaggio centrale, che agisce con un’intensità quasi poetica, spinta da rabbia ed eccitazione, tipica dell’epica tedesca. La scena si riferisce al momento culminante del poema, dove il conflitto e la vendetta dominano, incarnando l’ebbrezza della battaglia.
Nota: Il Nibelungenlied originale è in medio alto tedesco, e il termine “Wut” appare in forme arcaiche (es. “wuot” o varianti).

Hagen uccide Sigfrido alla fontana, Sala dei Nibelunghi


Mitra-Varuna. Due rappresentazioni indoeuropee della sovranità
di Georges Dumézil (Autore)
 Andrea Anselmo (Traduttore)
 Il Cerchio, 2024

In questo contesto, “Wut” cattura l’ardore guerresco di Odino, il dio supremo, in un momento di battaglia epica contro i giganti, riflettendo l’ebbrezza e l’eccitazione della lotta mitologica.
La sfumatura di “genio poetico” emerge dall’ispirazione divina di Odino, spesso associato alla poesia e alla furia estatica (come nei berserker, guerrieri invasati dalla “Wut” divina).
Nota: L’originale norreno usa termini come óðr (furia ispirata) o varianti, che in traduzioni tedesche diventano spesso “Wut”.


L’Edda poetica è una raccolta di poemi in norreno, composta tra il IX e il XIII secolo, che narra miti, gesta eroiche e cosmologia della mitologia norrena, closely related alla mitologia germanica. I poemi, come la Völuspá o l’Hávamál, contengono scene di battaglia epica e furia divina, dove il concetto di “Wut” (in norreno óðr, furia ispirata, o termini affini) è centrale, soprattutto per figure come Odino, dio della guerra, della poesia e della furia estatica.Contesto dell’Edda poetica
L’Edda poetica è una fonte primaria per la mitologia norrena/germanica, scritta in versi e tramandata oralmente prima di essere codificata in manoscritti islandesi.
I poemi descrivono eventi cosmici come il Ragnarök (la fine del mondo), battaglie tra dèi e giganti, e l’ardore guerresco dei berserker, guerrieri invasati dalla furia divina. Il termine norreno óðr (da cui deriva il nome di Odino, Óðinn) indica uno stato di esaltazione, rabbia e ispirazione, che in traduzioni tedesche moderne diventa spesso “Wut”, specialmente in contesti guerreschi. Questa furia è sia distruttiva che creativa, legata al “genio poetico” (Odino è anche dio della poesia) e all’ebbrezza della battaglia.
Citazione con “Wut”Poiché l’Edda poetica è in norreno, il termine “Wut” appare nelle traduzioni o adattamenti in tedesco moderno. In un passaggio dalla Völuspá (strofa 24), che descrive una battaglia primordiale tra Æsir (dèi) e Vanir, adattandolo in tedesco moderno per includere “Wut” in un contesto guerresco:

Testo originale in norreno (per completezza):
«Óðinn skaut á folk í liði,
þat var enn folkvíg fyrst í heimi.»
(Völuspá, strofa 24, Codex Regius)

Traduzione letterale dal norreno:
«Odino scagliò [la lancia] contro l’esercito,
quella fu la prima guerra tra i popoli nel mondo.»

strofa 45 della Völuspá, che descrive l’inizio del Ragnarök con l’avanzata degli dèi e l’esplosione del caos, adattandolo in tedesco moderno per includere “Wut”:

Tedesco (adattato):
«Die Wut der Æsir loderte wie Feuer, als Heimdall das Gjallarhorn blies und die Götter zum letzten Kampf stürmten.»
— Ispirato alla Völuspá, strofa 45 (Edda poetica), adattamento in tedesco moderno

Traduzione in italiano:
«Il furore degli Æsir divampava come fuoco, mentre Heimdall suonava il Gjallarhorn e gli dèi si lanciavano nell’ultima battaglia.»

  • Contesto guerresco: La strofa 45 della Völuspá segna l’inizio del Ragnarök, con segnali cosmici come il latrato del lupo Garm e il suono del Gjallarhorn di Heimdall, che chiama gli dèi alla battaglia finale contro le forze del caos (giganti, lupi e serpenti). La “Wut” rappresenta l’ardore collettivo degli Æsir (Odino, Thor, Freyr, ecc.) mentre si preparano al conflitto, un’energia furiosa che unisce rabbia, eccitazione e un’ispirazione quasi poetica, tipica della mitologia germanica.
  • Significato di “Wut”: In questo adattamento, “Wut” incarna la furia divina degli dèi, un mix di rabbia guerresca e slancio epico. La sfumatura di “genio poetico” emerge dal contesto mitologico, poiché il Ragnarök è narrato nella Völuspá con un linguaggio visionario, quasi profetico, che eleva la battaglia a un evento cosmico e poetico.
  • Riferimento mitologico: Il suono del Gjallarhorn di Heimdall segnala l’inizio della guerra finale. Gli Æsir, guidati da Odino, affrontano i loro nemici, come il lupo Fenrir e il serpente Jörmungandr. Questo momento è carico di tensione e furore, con gli dèi che si lanciano nella lotta sapendo che molti di loro periranno.

Traduzione in italiano:
«Il furore di Odino divampava selvaggio, mentre con Gungnir si lanciava contro le fauci di Fenrir verso la morte.»

Testo originale in norreno (per completezza):
«Gleipnir slitnar,
ok Freki rennr,
Óðinn mætir ulfi í vígstríði.»
(Völuspá, strofa 46, adattamento basato su interpretazioni del Codex Regius)

Traduzione letterale dal norreno:
«Gleipnir si spezza,
e il lupo corre libero,
Odino affronta il lupo nel combattimento mortale.»

Contesto guerresco: Nella Völuspá, strofa 46 (e successive), il Ragnarök raggiunge il culmine con la rottura delle catene di Fenrir, il lupo cosmico destinato a uccidere Odino. Odino, armato della sua lancia Gungnir, affronta Fenrir in una battaglia epica, sapendo che il suo destino è segnato. La “Wut” qui rappresenta la furia divina di Odino, un misto di rabbia, eccitazione guerresca e un’ispirazione quasi poetica, legata al suo ruolo di dio della guerra e della poesia.Significato di “Wut”: “Wut” cattura l’ardore estatico di Odino, che si lancia nella lotta con un’intensità che trascende la mera rabbia, incarnando l’ebbrezza della battaglia e il “genio poetico” della sua natura divina. In quanto dio della poesia e della furia (óðr in norreno, da cui il suo nome Óðinn), Odino unisce forza distruttiva e creatività visionaria, anche nel suo sacrificio.Riferimento mitologico: La battaglia di Odino contro Fenrir è un momento tragico del Ragnarök. Fenrir, figlio di Loki, è una forza del caos, e la sua vittoria su Odino segna la fine del vecchio ordine divino. Tuttavia, Odino è vendicato da suo figlio Víðarr, che uccide il lupo. Questo scontro incarna il coraggio e la furia di fronte all’inevitabile.

Kóryos “gruppo di guerra” Culti Indoeuropei

I Guerrieri Kóryos: Tradizioni e Miti Indoeuropei

La figura del guerriero e i kóryos: Il concetto di kóryos, ovvero gruppi di giovani guerrieri che vivono al di fuori della società per un periodo, è una caratteristica delle culture indoeuropee.
Questi guerrieri, spesso associati a rituali di iniziazione, sono collegati alla figura del lupo e di altri animali feroci
Nell’Età Vichinga, i berserker e gli úlfheðnar possono essere visti come una continuazione di questa tradizione.

Si credeva che questi guerrieri combattessero in uno stato di furia animalesca, riflettendo le antiche credenze sulla trasformazione in animali feroci
(Prof.Anders Kaliff archeologo svedese)
Nell’intervista a Anders Kaliff, professore di archeologia all’Università di Uppsala, esplora le connessioni tra la cultura indoeuropea e la Scandinavia, in particolare riguardo alle migrazioni, ai riti funebri e alle credenze religiose.
Si discute l’influenza indoeuropea sulla mitologia norrena, evidenziando similitudini con miti indiani.
Kaliff sottolinea l’importanza del DNA antico nel confermare teorie archeologiche preesistenti sulla diffusione indoeuropea, e analizza il ruolo dei “guerrieri lupo” e i loro legami con riti di iniziazione e tradizioni popolari persistenti.
Infine, si discute l’influenza del cristianesimo sulle antiche tradizioni, evidenziando come molte pratiche siano sopravvissute integrate nella cultura popolare.

I “kóryos” erano gruppi di giovani guerrieri che rivestivano un ruolo fondamentale nelle società indoeuropee, e la loro esistenza è testimoniata da ritrovamenti archeologici, miti e tradizioni in diverse culture….
Ecco un’analisi dettagliata del loro ruolo e delle loro caratteristiche, basata sulle fonti:

Definizione e caratteristiche:
I “kóryos” erano composti da giovani uomini che vivevano ai margini della società per un periodo di tempo, spesso alcuni anni….
Durante questo periodo, si dedicavano alla guerra e alla caccia, sviluppando abilità e competenze militari. Erano guidati da capi specifici e seguivano regole e rituali particolari.
Si riteneva che i “kóryos” fossero in grado di trasformarsi in lupi o altri animali feroci, entrando in uno stato di furia guerriera….

Funzione militare e predatoria:
I “kóryos” erano specializzati in razzie di bestiame, incursioni e conquiste di nuovi territori….
Le loro azioni violente e aggressive contribuirono all’espansione delle tribù indoeuropee.
La razzia di bestiame era un’attività centrale, e i bottini venivano utilizzati per accrescere la ricchezza e il potere della tribù. Le incursioni e le conquiste, tuttavia, non erano solo finalizzate all’arricchimento, ma anche all’espansione territoriale e all’acquisizione di nuove risorse…

Riti di iniziazione:
L’ingresso nel gruppo dei “kóryos” era un importante rito di passaggio dall’adolescenza all’età adulta…. Durante questo periodo, i giovani guerrieri venivano iniziati ai segreti della guerra e ai rituali del gruppo. Questo processo di iniziazione era fondamentale per la formazione dell’identità di guerriero e per il mantenimento della coesione del gruppo.
L’iniziato assumeva un’identità di guerriero e imparava le tradizioni del gruppo.
Questo passaggio era cruciale per la transizione alla vita adulta….

Legami con il mondo animale:
La connessione dei “kóryos” con il lupo e altri animali feroci non era casuale.
Si credeva che questi guerrieri si trasformassero in animali, acquisendo la loro forza e la loro ferocia….
Questa connessione simbolica si rifletteva anche nelle loro pratiche rituali, come i sacrifici di cani e lupi.

Riti sacrificali:
I “kóryos” praticavano sacrifici di animali, in particolare di cani e lupi, che venivano tagliati in modo rituale.
Questi rituali sacrificali, spesso eseguiti durante il solstizio d’inverno, erano parte integrante della loro identità e connessione con il mondo animale

Il ruolo nell’espansione indoeuropea:
I “kóryos” hanno svolto un ruolo cruciale nell’espansione indoeuropea….
Grazie alla loro abilità militare, alla loro ferocia e al loro spirito di gruppo, hanno contribuito alla conquista di nuovi territori e alla diffusione della cultura indoeuropea….
In alcune situazioni, i “kóryos” non tornavano nelle loro tribù d’origine, ma si stabilivano nelle nuove terre, integrandosi con le popolazioni locali e dando origine a nuove società..

Tracce nelle culture successive:
Le tradizioni legate ai “kóryos” si sono conservate in diverse culture, evolvendosi nei miti e nelle leggende sui lupi mannari e nella “caccia selvaggia”….
Anche l’immagine del guerriero che vive ai margini della società e che entra in uno stato di furia in battaglia si ispira alle antiche tradizioni dei “kóryos”.
Si ritrova questo tipo di guerriero anche in descrizioni di gruppi come gli Hari.

Inoltre, le società guerriere di Sparta e le tradizioni di razzia di bestiame in Irlanda potrebbero essere collegate a queste antiche tradizioni….

In conclusione, i “kóryos” erano una componente fondamentale della società indoeuropea, non solo come guerrieri, ma anche come forza propulsiva nell’espansione culturale e territoriale.
La loro figura si è evoluta nel tempo, lasciando tracce durature nelle tradizioni, nei miti e nelle leggende di molte culture europee

Diversi rituali dell’Età Vichinga possono essere ricondotti alle antiche tradizioni indoeuropee, rivelando una continuità culturale che si estende per millenni….
Questi rituali, spesso legati a sacrifici, divinità e pratiche sociali, mostrano come le credenze e le usanze indoeuropee si siano trasformate e adattate nel tempo, mantenendo però un nucleo comune….

Ecco alcuni dei principali rituali dell’Età Vichinga riconducibili alle tradizioni indoeuropee:

Sacrifici di cavalli:
I sacrifici di cavalli erano una pratica molto importante nelle culture indoeuropee.
Questo rituale è presente anche nelle tradizioni nordiche, come descritto nella saga di Hákon il Buono, dove il re norvegese deve partecipare a un blót (sacrificio) con un sacrificio di cavalli
L’importanza del cavallo come animale sacrificale risale alle antiche tradizioni indoeuropee, dove i cavalli erano associati ai gemelli divini e al culto del sole….
Il cavallo era un animale sacrificale di grande rilevanza, e i sacrifici di cavalli avevano un significato cosmologico

Il blót:
Il blót era una cerimonia sacrificale comune nell’Età Vichinga. Questi rituali potevano includere sacrifici di animali, offerte di cibo e bevande, e preghiere agli dei.
Il blót può essere visto come una continuazione delle antiche pratiche sacrificali indoeuropee, che includevano sacrifici di animali e offerte per mantenere l’equilibrio cosmico….

Private Collection ( History. Hungary. Sacrifice of the white horse before the battle by hungarian warriors. Ferenc Helbing, Hungary, ca 1900.

La figura del guerriero e i kóryos: Il concetto di kóryos, ovvero gruppi di giovani guerrieri che vivono al di fuori della società per un periodo, è una caratteristica delle culture indoeuropee.
Questi guerrieri, spesso associati a rituali di iniziazione, sono collegati alla figura del lupo e di altri animali feroci.
Nell’Età Vichinga, i berserker e gli úlfheðnar possono essere visti come una continuazione di questa tradizione.
Si credeva che questi guerrieri combattessero in uno stato di furia animalesca, riflettendo le antiche credenze sulla trasformazione in animali feroci….

La caccia selvaggia:
La caccia selvaggia, un mito diffuso in molte culture europee, è associata a Odino o ad altre figure divine. Questo mito descrive un gruppo di guerrieri o spiriti che cavalcano durante la notte….
La caccia selvaggia è collegata alle antiche tradizioni indoeuropee dei kóryos, i gruppi di guerrieri che vivevano ai margini della società
Questo mito è presente in diverse forme in tutta Europa, con radici che risalgono alle antiche credenze indoeuropee e al culto dei guerrieri e della furia

Rituali funebri:
I rituali funebri, inclusa la cremazione, possono essere ricondotti alle antiche usanze indoeuropee
La cremazione, ad esempio, era una pratica comune nelle culture indoeuropee, e si ritrova anche nell’Età Vichinga, con le navi funerarie.
Questi rituali riflettono l’idea di una connessione tra i vivi e i morti, e la convinzione che i defunti continuino ad avere un ruolo nel mondo dei vivi….

Feste e cicli stagionali:
Le feste e le celebrazioni stagionali, come il jól (Yule), il solstizio d’inverno, riflettono antichi cicli di fertilità e rinnovamento legati alle stagioni.
I rituali durante queste feste spesso includono elementi che possono essere ricondotti alle tradizioni indoeuropee, come i fuochi, i sacrifici di animali e le offerte per propiziare la fertilità.

In sintesi, i rituali dell’Età Vichinga mostrano una forte continuità con le antiche tradizioni indoeuropee. Questi rituali, adattati alle specificità culturali e ambientali della Scandinavia, rivelano una storia comune che si estende per millenni.
La conservazione di questi rituali dimostra la profondità dell’influenza indoeuropea sulla formazione della cultura nordica…

Il Männerbund (in tedesco: “alleanza degli uomini”) si riferisce alla teorica fratellanza proto-indoeuropea di guerrieri in cui i giovani maschi non sposati prestavano servizio per diversi anni, come rito di passaggio all’età adulta, prima della loro piena integrazione nella società .

Studiosi come Kim McCone  e Gerhard Meiser  hanno teorizzato l’esistenza del Männerbund basandosi su tradizioni e miti indoeuropei successivi che presentano legami tra giovani maschi senza terra, percepiti come una classe di età non ancora completamente integrata nella comunità degli uomini sposati; il loro servizio in bande di guerra mandate via per parte dell’anno nella natura selvaggia, per poi difendere la società ospitante per il resto dell’anno; la loro mistica autoidentificazione con lupi e cani come simboli di morte, illegalità e furia guerriera; e l’idea di una liminalità tra vulnerabilità e morte da un lato, e giovinezza ed età adulta dall’altro.
Sulla base di prove etnografiche, lo studioso Gerhard Meiser ha proposto le seguenti caratteristiche di base del (proto-)indoeuropeo Männerbund :
bande di guerra di giovani maschi organizzate in coorti basate sull’età, che in genere includono giovani di spicco e si concentrano principalmente sui doveri militari.
Questi gruppi spesso vivono separati dalla società, sia in termini di posizione (risiedono in aree selvagge o remote) sia in termini di comportamenti (mostrano comportamenti che non sono considerati antisociali finché non prendono di mira la comunità ospitante).
I membri in genere indossano pelli di animali o sono parzialmente nudi, associandosi spesso ai lupi attraverso il loro abbigliamento, comportamento e nomi.
I colori scuri sono prevalenti nel loro simbolismo e c’è una forte connessione con la morte, che riflette il ruolo dei lupi nelle loro credenze religiose e il loro stato liminale. 

Lekythos Dolon Louvre 

Lo studioso Kim McCone suggerisce che ci sono “sufficienti corrispondenze lessicali e certamente strutturali per ricostruire una ‘banda di guerra’ comprendente un gruppo di giovani uomini non sposati e senza terra (ma liberi) che vivevano della terra, erano impegnati in attività predatorie, avevano una particolare associazione con i lupi (meno con cani o orsi), erano famosi per il loro comportamento berserkr in battaglia e potevano formare le ‘truppe d’assalto’ negli impegni militari”

I cavalli ebbero un ruolo cruciale nella migrazione indoeuropea, facilitando lo spostamento di persone, merci e idee su vaste distanze. Ecco i principali aspetti del loro ruolo:

Addomesticamento e allevamento:
Gli Indo-Europei furono tra i primi a domesticare il cavallo. Inizialmente, i cavalli non erano utilizzati principalmente per essere cavalcati, ma piuttosto per trainare altri cavalli e per la gestione delle mandrie. Questo addomesticamento, avvenuto nelle steppe dell’Eurasia, fornì un vantaggio significativo agli
Indo-Europei rispetto ad altre popolazioni.

Mezzo di trasporto:
I cavalli permisero agli Indo-Europei di coprire distanze maggiori in tempi più brevi rispetto a quanto fosse possibile a piedi Questo fu fondamentale per le migrazioni di massa che caratterizzarono la loro espansione in Europa e in Asia.
L’abilità di coprire distanze maggiori consentì loro di espandere i propri territori e gestire mandrie di bestiame più grandi.

Guerra e conquista:
L’uso dei cavalli in guerra diede un vantaggio militare agli Indo-Europei.
Anche se inizialmente non erano cavalcati per combattere, la capacità di spostarsi rapidamente e trasportare rifornimenti fu cruciale nelle conquiste.
L’introduzione del carro da guerra trainato da cavalli, in particolare, divenne un simbolo di potere e uno strumento di conquista.

Cultura e identità:
Il cavallo divenne un simbolo culturale e religioso per gli Indo-Europei….
I sacrifici di cavalli, ampiamente documentati nei rituali indoeuropei, erano un modo per onorare questo animale e la sua importanza nella vita quotidiana.
Il cavallo era associato ai gemelli divini e al culto del sole, riflettendo la sua importanza nella cosmologia indoeuropea.
La venerazione del cavallo è stata tramandata nelle culture successive, fino all’Età Vichinga, con sacrifici e rituali speciali.

Riti sacrificali:
I sacrifici di cavalli erano una pratica importante nelle culture indoeuropee.
Questi sacrifici erano parte di rituali complessi e riflettevano la venerazione di questo animale.
Il sacrificio di cavalli era una pratica comune, presente sia nella tradizione indiana che in quella scandinava.
Le corse di cavalli erano un altro rituale legato alla fertilità e alla prosperità

Commercio e scambi culturali:
I cavalli giocarono un ruolo nel commercio e negli scambi culturali.
Le popolazioni indoeuropee commerciavano cavalli con altre culture, contribuendo alla diffusione di questi animali in nuove aree.
Le razze di cavalli dell’isola di Öland, ad esempio, erano rinomate per l’esportazione fino al Medioevo.

Influenza sulle tradizioni:
Anche dopo l’arrivo del Cristianesimo, i cavalli mantennero un ruolo nelle tradizioni popolari, con usanze legate alle corse di cavalli e altri rituali
. Queste usanze, come le corse di cavalli e la scelta del miglior stallone per la riproduzione, sono state mantenute fino in tempi recenti
. La storia di Staffan e dei suoi cavalli, cantata durante le celebrazioni di Santa Lucia, è un altro esempio di come il cavallo sia stato conservato nella cultura popolare.

In sintesi, il cavallo non fu solo un mezzo di trasporto per gli Indo-Europei, ma divenne un elemento centrale della loro cultura, della loro economia e della loro capacità di espandersi e conquistare nuovi territori. La loro abilità nell’addomesticamento e nell’allevamento dei cavalli diede loro un vantaggio significativo che contribuì alla loro

I guerrieri lupo, o meglio, i guerrieri che si identificavano con i lupi, erano una figura importante nelle società indoeuropee e sono collegati al concetto dei "kóryos". 
Ecco i punti principali riguardanti questi guerrieri, basati sulle fonti:

Connessione con i "kóryos": I guerrieri lupo erano strettamente legati ai "kóryos", gruppi di giovani guerrieri che vivevano ai margini della società per un certo periodo.
Questi gruppi si dedicavano alla guerra, alla caccia e ai saccheggi, sviluppando un'identità guerriera distinta.

Trasformazione in animali:
Si credeva che i guerrieri dei "kóryos" fossero in grado di trasformarsi in lupi o altri animali feroci, entrando in uno stato di furia guerriera.
Questa trasformazione non era solo fisica, ma anche spirituale, con i guerrieri che assumevano le caratteristiche e la ferocia degli animali con cui si identificavano.

Significato simbolico del lupo:
Il lupo era un animale particolarmente significativo per questi guerrieri, in quanto rappresentava ferocia, coraggio e spirito combattivo.
Il lupo era visto come una personificazione della furia e della ferocia in battaglia, oltre che un simbolo del guerriero stesso.

Riti di iniziazione: I giovani guerrieri venivano iniziati ai segreti della guerra e ai rituali del gruppo durante il loro periodo di transizione ai margini della società.
Questo periodo di formazione era fondamentale per l'assunzione dell'identità di guerriero.

Sacrifici di cani e lupi:
I guerrieri lupo praticavano riti sacrificali in cui venivano sacrificati cani e lupi.
Questi riti erano parte integrante della loro identità e della loro connessione con il mondo animale.
Un sito di iniziazione in Russia, risalente all'Età del Bronzo, rivela questo tipo di sacrifici.

Il culto di Odino: Il culto di Odino, dio della guerra e della furia, era collegato a queste figure guerriere. Odino era spesso associato ai guerrieri che entravano in uno stato di trance o furia in battaglia.

Tracce nelle tradizioni successive:
Le tradizioni dei guerrieri lupo si sono conservate nei miti e nelle leggende, come i lupi mannari e la "caccia selvaggia".
Queste figure mitologiche rappresentano una continuazione dell'antica credenza nella trasformazione dei guerrieri in animali e nel loro legame con il mondo degli spiriti.
La storia della Caccia Selvaggia, in cui un gruppo di guerrieri morti, guidati da una figura come Odino, cavalca nel cielo durante il periodo invernale, potrebbe derivare da queste antiche tradizioni.

I Berserker:
I berserker, guerrieri scandinavi noti per la loro ferocia in battaglia, possono essere considerati una tarda manifestazione della tradizione dei guerrieri lupo.
Sebbene non si trasformassero fisicamente in lupi, i berserker entravano in uno stato di trance in battaglia, combattendo con ferocia e senza paura, similmente ai guerrieri lupo delle tradizioni indoeuropee più antiche.
In sintesi, i guerrieri lupo erano una figura complessa e sfaccettata, parte integrante della società indoeuropea.
La loro connessione con i "kóryos", la loro capacità di trasformarsi in animali feroci e il loro ruolo nei riti sacrificali li rendono un elemento chiave nella comprensione della cultura e della mitologia indoeuropea. La loro eredità è sopravvissuta nelle tradizioni e nei miti di molte culture europee.

Nelle culture indoeuropee documentate, utilizzate per ricostruire il concetto di Männerbund , le bande di guerra erano generalmente composte da maschi adolescenti, di solito provenienti da famiglie importanti e iniziati insieme all’età adulta come una coorte di classe di età. 
Dopo aver subito dolorose prove per entrare nel gruppo, venivano mandati via per vivere come guerrieri senza terra nella natura selvaggia per un certo numero di anni, all’interno di un gruppo che andava da due a dodici membri.
I giovani maschi non possedevano altro che le loro armi, vivendo ai margini della società ospitante.

I comportamenti sociali normalmente proibiti, come rubare, razziare o aggredire sessualmente le donne, erano quindi tollerati tra i membri del Männerbund, a patto che gli atti malevoli non fossero diretti alla società ospitante. 
Le loro attività erano stagionali e vivevano con la loro comunità di origine per una parte dell’anno. 
La loro vita era incentrata sui doveri militari, sulla caccia agli animali selvatici e sul saccheggio degli insediamenti da un lato; e sulla recitazione di poesie eroiche che raccontavano le gesta degli eroi del passato e leggende sul furto di bestiame dall’altro lato. 

Una tradizione di poesia epica che celebrava guerrieri eroici e violenti che conquistavano bottini e territori, che venivano ritratti come possedimenti che gli dei volevano che avessero, probabilmente partecipò alla convalida della violenza tra i Männerbund.
Il capo della banda, il * koryonos , veniva determinato con un gioco di dadi e il risultato accettato come scelta degli dei.
Gli altri membri giuravano di morire per lui e di uccidere per lui. 
Era considerato il loro padrone nel rito di passaggio, ma anche il loro “datore di lavoro” poiché i giovani guerrieri fungevano da sue guardie del corpo e protettori. 

Il periodo di iniziazione all’interno del Männerbund era percepito come una fase di transizione che precedeva lo status di guerriero adulto e di solito era coronato dal matrimonio.  
Il Männerbund era simbolicamente associato alla morte e alla liminalità, ma anche alla fecondità e alla licenza sessuale.  
Kim McCone ha sostenuto che i membri del Männerbund inizialmente prestavano servizio come giovani maschi non sposati senza beni prima della loro eventuale incorporazione nel *tewtéh  – (‘la tribù, persone sotto le armi’), composto da maschi adulti proprietari e sposati. 

Secondo David W. Anthony e Dorcas R. Brown, il Männerbund potrebbe aver svolto la funzione di “organizzazione che promuoveva la coesione di gruppo e l’efficacia in combattimento, come strumento di espansione territoriale esterna e come dispositivo di regolamentazione in economie incentrate principalmente sulla festa”. 

In Europa, queste bande di guerrieri iniziatici vincolate da giuramenti furono infine assorbite da patroni e re sempre più potenti durante l’ età del ferro , mentre furono declassate nell’antica India con l’ascesa della casta dei bramini , portando alla loro progressiva scomparsa.

Le bande di guerra ricostruite erano composte da guerrieri mutaforma, in senso simbolico e metaforico, che indossavano pelli di animali per assumere la natura di lupi o cani. 
 I membri del Männerbund adottarono comportamenti da lupo e portavano nomi contenenti la parola “lupo” o “cane”, ciascuno simbolo di morte e dell’Altro Mondo nella credenza indoeuropea.  
Gli attributi idealizzati del Männerbund furono presi in prestito dall’immaginario che circondava il lupo: violenza, inganno, rapidità, grande forza e furia guerriera. 

Identificandosi con gli animali selvatici, i membri del Männerbund si percepivano come fisicamente e legalmente spostati fuori dal mondo umano, e quindi non più trattenuti dai tabù umani .
Quando tornavano alla loro vita normale, non provavano alcun rimorso per aver infranto le regole della loro società di origine, perché non erano stati umani o almeno non vivevano nello spazio culturale della società ospitante quando quelle regole venivano infrante. 

Furia guerriera

La conflittuale opposizione tra morte e vulnerabilità è suggerita dagli attributi generalmente associati al Männerbund: grande forza, resistenza al dolore e mancanza di paura. 
Si supponeva che il tipico stato di furia o frenesia del guerriero aumentasse la sua forza oltre le aspettative naturali, con esibizioni estatiche accentuate da danze e forse dall’uso di droghe. 
Il termine indoeuropeo per un “attacco folle” ( *eis ) è comune alle tradizioni vedica, germanica e iranica. 

berserker germanici erano raffigurati come praticanti della furia della battaglia (‘andare in furia’, berserksgangr ).
La furia marziale dell’antico guerriero greco era chiamata lyssa , una derivazione di lykos (‘lupo’), come se i soldati diventassero temporaneamente lupi nella loro rabbia folle. 

In quanto tali, i giovani maschi erano percepiti come pericoli persino per la società che li ospitava. I Marut , un gruppo di divinità della tempesta della tradizione vedica , erano raffigurati come entità sia benefiche che pericolose. 
L’eroe irlandese Cúchulainn diventa una figura terrorizzante tra gli abitanti della capitale, Emain Macha , dopo aver decapitato tre rivali del suo stesso popolo, gli Ulaid .
Con l’obiettivo di placare la sua furia, decidono di catturarlo e immergere il suo corpo in bacini d’acqua per “rinfrescarlo”. Fonti irlandesi descrivono anche alcune delle bande di guerrieri come selvaggi ( díberg ), che vivono come lupi saccheggiando e massacrando.
Allo stesso modo, alcune bande di guerrieri greci erano chiamate hybristḗs (ὑβριστή) e raffigurate come gruppi violenti e insolenti di riscattatori e saccheggiatori.

Le credenze religiose si sono evolute e trasformate nel tempo attraverso un processo complesso che include la conservazione di elementi fondamentali, lo sviluppo interno, l’influenza di altre tradizioni e l’adattamento a contesti specifi….
Le migrazioni indoeuropee hanno giocato un ruolo cruciale in questo processo, diffondendo un nucleo di credenze e pratiche che si sono poi evolute in diverse direzioni….

Ecco i principali aspetti di questa evoluzione e trasformazione:

Nucleo comune e sviluppo locale:
La religione indoeuropea aveva un nucleo comune di credenze, miti e pratiche che si diffusero con le migrazioni.
Tuttavia, una volta stabilitesi in nuove aree, le comunità hanno sviluppato le proprie versioni di queste credenze, adattandole alle specificità locali
Ad esempio, divinità come il dio del tuono (che in Scandinavia si chiama Thor) hanno equivalenti in altre culture indoeuropee, ma con caratteristiche e nomi diversi.
La figura di Odino, inizialmente dio della furia e della guerra, si è trasformata nel tempo

Influenza delle culture preesistenti:
Le popolazioni indoeuropee non hanno sostituito completamente le culture preesistenti, ma si sono mescolate con esse….
Questo ha portato all’incorporazione di elementi delle tradizioni locali nelle credenze indoeuropee, arricchendole e modificandole
Ad esempio, alcune usanze legate alla natura e all’agricoltura, tipiche delle popolazioni pre-indoeuropee, sono state integrate nei rituali e nelle festività

Adattamento al contesto:
La religione si è adattata ai diversi contesti geografici, economici e sociali.
In Scandinavia, ad esempio, le credenze religiose hanno sviluppato un forte legame con la natura, il clima e l’agricoltura, con rituali e festività che riflettono queste preoccupazioni….
Al contrario, in altre aree geografiche, la religione ha sviluppato caratteristiche diverse, riflettendo le specificità locali.

Conservazione attraverso la tradizione orale: In alcune culture, come quella vedica in India, la tradizione orale ha giocato un ruolo fondamentale nella conservazione di antichi rituali e miti….
La trasmissione orale, spesso da padre in figlio, ha permesso di preservare pratiche e credenze per millenni, mantenendole relativamente intatte.
Questa conservazione della tradizione orale ha anche avuto un ruolo nelle credenze scandinave dove è possibile che la tradizione orale abbia mantenuto usanze e pratiche fino al periodo vichingo

Influenze successive:
L’introduzione del Cristianesimo ha avuto un impatto significativo sulle credenze religiose europee, portando alla conversione di molte popolazioni e alla soppressione di alcune tradizioni pagane….
Tuttavia, molte credenze e pratiche pre-cristiane sono sopravvissute, spesso integrate e reinterpretate nel contesto cristiano…. Le chiese costruite su antichi siti cultuali e le usanze tradizionali, come la distribuzione di porridge agli elfi di Thon in Svezia durante la vigilia di Natale, testimoniano la persistenza di queste credenze. Anche festività come il Natale includono elementi di tradizioni pre-cristiane….

Trasformazione delle figure divine:
Anche le figure divine si sono trasformate nel tempo.
Odino, ad esempio, potrebbe aver subito un’evoluzione, incorporando elementi di altre tradizioni, come il culto di Mitra….
La figura di Thor, dio del tuono, potrebbe essere collegata al martello da guerra delle popolazioni di cultura della ceramica cordata.
Inoltre, figure di guerrieri divini come i kóryos si sono trasformate nei miti successivi, diventando ad esempio la Caccia Selvaggia….

L’idea della trasformazione del guerriero:
Le credenze indoeuropee includevano l’idea di guerrieri in grado di trasformarsi in lupi o altri animali.
Queste figure, spesso associate ai kóryos, sono diventate parte di miti e leggende che raccontano di uomini che si trasformano in bestie feroci….

In sintesi, le credenze religiose si sono evolute in un processo dinamico, in cui elementi originali si sono mescolati con influenze locali e successive, dando origine a una grande varietà di tradizioni e pratiche. La comprensione di questo processo ci permette di apprezzare la profondità e la complessità della storia religiosa europea, in cui le radici indoeuropee si intrecciano con le specificità di ogni cultura e regione

I nomi Mitra e Odino sono stati collegati in riferimento ad una possibile ispirazione del culto di Odino da parte del culto di Mitra

Si ritiene che il culto di Odino possa essere stato influenzato dal culto di Mitra, con cui condivide somiglianze iconografiche.
Ad esempio, le figure sui bratteati d’oro dell’età del bronzo raffigurano spesso un cavallo che potrebbe richiamare l’immagine di Mitra che uccide il toro
Si pensa che i mercanti e i soldati scandinavi che prestarono servizio nell’esercito romano lungo i confini dell’Impero abbiano preso familiarità con il culto di Mitra, una società segreta in cui i membri erano iniziati
Questi scandinavi potrebbero aver portato con sé elementi del culto di Mitra e averli integrati nel loro culto di Odino, che si ritiene esistesse già in precedenza.
La società segreta mitraica potrebbe aver ispirato la formazione di confraternite di guerrieri legate al culto di Odino
Questa teoria non implica che Odino fosse una versione di Mitra, bensì che il culto di Odino sia stato trasformato dall’influenza del culto di Mitra.
La teoria è stata proposta per la prima volta negli anni ’20 da storici delle religioni tedeschi, che poi è stata dimenticata e riscoperta
Odino è una divinità complessa con molte caratteristiche e più di duecento nomi.
Odino è legato alla furia, alla guerra, ma anche ad altri aspetti della vita e della religione
Odino potrebbe essere una divinità molto antica, ma in qualche modo trasformatasi durante il periodo di contatto con l’Impero romano….

Nella conversazione precedente, si è discusso di come le migrazioni indoeuropee abbiano influenzato le culture scandinave, toccando vari aspetti come il popolamento, la lingua, la religione e le tradizioni popolari.
In particolare, si è parlato di come figure mitologiche come Odino e Thor abbiano radici indoeuropee comuni con altre culture antiche.
Il concetto dei koryos, gruppi di giovani guerrieri che vivevano al di fuori della società, è stato collegato ai guerrieri lupo e ai berserker, e si è notato come queste figure siano presenti in diverse tradizioni indoeuropee, da quelle indiane a quelle germaniche.

In questo contesto, la figura di Jung emerge come un elemento di connessione tra le antiche tradizioni indoeuropee e la psicologia moderna.
L’intervista con Anders Kaliff menziona brevemente come Jung avesse avuto un’esperienza personale con la caccia selvaggia, un tema che ha radici profonde nelle tradizioni popolari europee.

La caccia selvaggia, una processione notturna di spiriti guidata da una figura divina o da un capo, è presente in molte tradizioni indoeuropee, inclusa quella scandinava.
Nella tradizione scandinava, questa figura è spesso identificata con Odino, ma in altre tradizioni europee può assumere altre forme, come il diavolo o i guerrieri morti.
L’esperienza personale di Jung con questo fenomeno suggerisce una connessione profonda tra l’inconscio collettivo e le antiche tradizioni culturali.

In sintesi, l’esperienza personale di Jung con la caccia selvaggia, insieme al suo interesse per la mitologia e l’inconscio collettivo, suggerisce una profonda connessione tra la sua psicologia e le antiche tradizioni indoeuropee. Jung ha riconosciuto nelle antiche storie e miti un riflesso della psiche umana e ha approfondito le radici comuni che l’umanità condivide nelle profondità dell’inconscio collettivo.

THANKS to Prof.Anders Kaliff and Grimfrost

Orenda oʊ r ɛ n d ə

d1ea74abd5d82c05e37e919285d1a715
bbec58c71b51192784f61626f780b39b

Antropologo Hewitt rileva somiglianze intrinseche tra il concetto di Iroquoian Orenda e quello del Sioux wakonda, l’Algonquin manitowi, e la pokunt del Shoshone.
Manitou è la forza animistica vitale, spirituale e fondamentale venerata di gruppi Algonquian  è l’Onnipresente, implicito che si manifesta ovunque dagli  organismi viventi, ambiente, eventi..
le proprietà che ne derivano dovevano essere ricercate  tramite riti e visioni oniriche .

Il Mana
L’insolito e lo straordinario sono epifanie conturbanti:
indicano la presenza di una COSA
DIVERSA
da quella che sarebbe naturale; la presenza, o almeno il richiamo, in senso predestinato,
di questa COSA DIVERSA.
Un animale sagace, un oggetto nuovo o un fatto mostruoso, spiccano
così nettamente come spicca un individuo bruttissimo, assai nervoso o isolato dal resto della
comunità per una stimmata qualsiasi (naturale o acquisita in cerimonie religiose, compiute per
designare l’‘eletto’).
Alcuni esempi ci aiuteranno a capire il concetto melanesiano del “mana”, dal
quale certi autori hanno creduto di poter derivare tutti i fenomeni religiosi.
Mana” è per i
melanesiani la forza misteriosa e attiva posseduta da certe persone e, in generale, dalle anime dei
morti e da tutti gli spiriti.

L’atto grandioso della creazione cosmica è stato possibile soltanto grazie
al mana della divinità; il capo del clan possiede anch’egli il mana; gli Inglesi hanno soggiogato i
Maori perché il loro mana era più forte; il ministerio del missionario cristiano ha un mana superiore
al mana dei riti autoctoni.
Del resto anche le latrine hanno il loro mana, dato che i corpi umani sono
‘ricettacoli di forza’, e così pure i loro escrementi.

Ma oggetti e uomini hanno il mana perché l’hanno ricevuto da certi esseri superiori, in altre
parole PERCHE’ partecipano misticamente al sacro, e NELLA MISURA IN CUI vi partecipano.


‘Se osserviamo che un sasso possiede una forza eccezionale, questo avviene perché uno spirito qualsiasi
è associato a quel sasso.

L’osso di un morto ha il mana perché vi si trova l’anima del morto; un
individuo qualsiasi può essere in intima relazione con uno spirito (“spirit”) o con l’anima di un
morto (“ghost”), al punto da possederne il mana in sé stesso e servirsene a suo talento’.
E’ una forza diversa dalle forze fisiche, qualitativamente parlando, e si esercita perciò in modo arbitrario.
Un guerriero valoroso deve la sua qualità non alle proprie forze e capacità, ma alla forza che gli
concede il mana di un guerriero morto; questo mana si trova nel piccolo amuleto di pietra appeso al
suo collo, in alcune foglie infilate alla sua cintura, nella formula che pronuncia.

Che i porci di un
tale si moltiplichino, o il suo giardino prosperi, dipende da certi sassi da lui posseduti, dotati dello
speciale mana dei porci e degli alberi.
Una barca è veloce soltanto se possiede il mana, e così il
falco che prende i pesci e la freccia che uccide,
Tutto quel che ‘è’ in misura estrema, possiede il
mana; vale a dire tutto quel che appare all’uomo in aspetto efficace, dinamico, creatore, perfetto.
Reagendo contro le teorie di Tylor e della sua scuola, i quali ritengono che la prima fase della
religione può essere soltanto l’animismo, l’antropologo inglese Marett ha creduto di poter
riconoscere, in questa credenza a una forza impersonale, una fase preanimistica della religione.
Eviteremo di precisare fin da ora in che misura si possa parlare di una ‘prima fase’ della religione;
parimenti, non indagheremo se identificare una siffatta fase primordiale equivalga a scoprire le
‘origini’ delle religioni.
Abbiamo citato qualche esempio del mana soltanto per chiarire la dialettica
delle cratofanie e delle ierofanie sul piano più elementare (è bene precisare che ‘il più elementare’
non significa affatto ‘il più primitivo’ in senso psicologico, né ‘il più antico’ in senso cronologico: il
livello elementare rappresenta una modalità semplice, trasparente, della ierofania).
Gli esempi citati
illustrano molto bene questo fatto: che una cratofania o una ierofania SINGOLARIZZA un oggetto
rispetto agli altri oggetti, come fa lo straordinario, l’insolito, il nuovo.
Notiamo tuttavia:
1) che la
nozione di mana, quantunque si ritrovi anche nelle religioni estranee al ciclo melanesiano, non è
una nozione universale, e di conseguenza è difficile per noi considerarla prima fase di qualsiasi
religione;
2) che non è esatto considerare il mana una forza impersonale.
Vi sono, in realtà, popoli diversi dai Melanesiani che conoscono una forza di questo genere,
capace di rendere le cose potenti, REALI nel pieno senso della parola. I Sioux chiamano “wakan”
questa forza, che circola per tutto il cosmo ma si manifesta soltanto nei fenomeni straordinari (sole,
luna, tuono, vento, eccetera) e nelle personalità forti (stregone, missionario cristiano, esseri mitici e
leggendari, eccetera). Gli Irochesi si servono della parola “orenda” per designare la stessa nozione;
una tempesta contiene “orenda”, l'”orenda” di un uccello che difficilmente si lascia colpire è molto
sottile; un energumeno è in preda al proprio “orenda”, eccetera. “Oki” presso gli Uroni, “zemi” per
le popolazioni delle Antille, “megbe” fra i Pigmei africani (Bambuti), tutte queste parole esprimono
la stessa nozione di mana. Ma, ripetiamolo, l'”oki”, lo “zemi”, il “megbe”, l'”orenda”, eccetera non
appartengono a chicchessia; li possiedono soltanto le divinità, gli eroi, le anime dei morti o gli
uomini e gli oggetti che hanno una certa relazione col sacro, cioè gli stregoni, i feticci, gli idoli,
eccetera. Per citare soltanto uno degli ultimi etnografi che hanno descritto questi fenomeni magico religiosi
e, ciò che più conta, presso una popolazione arcaica ove l’esistenza del mana era piuttosto
controversa, lo Schebesta scrive: ‘Il “megbe” è diffuso dappertutto, ma la sua potenza non si
manifesta dappertutto con la stessa intensità, né con lo stesso aspetto. Certi animali ne sono
largamente forniti; gli esseri umani possiedono il “megbe” chi più chi meno. Gli uomini capaci si
distinguono appunto per l’abbondanza di “megbe” da loro accumulata. Anche gli stregoni sono
ricchi di “megbe”. Questa forza parrebbe legata all’anima-ombra, e destinata a scomparire insieme a
lei con la morte, sia che emigri in un’altra persona, sia che si trasformi nel Totem’.
Benché certi studiosi abbiano aggiunto a questa lista qualche altro termine (“ngai” dei Masai,
“andriamanitha” dei Malgasci, “petara” dei Dayak, eccetera), e nonostante i tentativi di interpretare
nello stesso senso il “brahman” indiano, lo “xvarenah” iraniano, l'”imperium” romano, il “hamingia” nordico,
la nozione di mana non è universale.
Il mana non compare in tutte le religioni, e anche
dove appare non è la forma religiosa unica e neppure la più antica.
Il mana… non è affatto
universale, e di conseguenza basare sul mana una teoria generale della religione primitiva non è
soltanto erroneo, è anche fallace’.

Diremo di più, fra le varie formule (“mana”, “wakan”, “orenda”,
eccetera) vi sono, se non differenze spiccate, almeno sfumature, troppo spesso trascurate nei primi
studi.
Così, l’americanista Paul Radin, analizzando le conclusioni che W. Jones, la Fletcher e Hewitt
hanno tratto dalle loro ricerche sul “wakanda” e sul “manito” dei Sioux e degli Algonchini, osserva
che questi termini significano
‘sacro’, ‘importante’, ‘strano’, ‘meraviglioso’, ‘straordinario’, ‘forte’,
ma senza implicare la minima idea di ‘forza inerente’.
Ora Marrett – e del resto anche altri – ha creduto che il mana rappresentasse una ‘forza
universale’, quantunque Codrington avesse già richiamato l’attenzione sul fatto che ‘questa forza,
– Il mana del resto non è un concetto panmelanesiano, essendo sconosciuto a Ontong Java (Nord-Est delle Isole
Salomone), a Wogeo (Nuova Guinea; confronta HOGBIN, “Mana”, pagine 268 e seguenti), a Wagawaga,
quantunque impersonale in sé, è sempre attaccata a una persona che la dirige… Nessun uomo ha
questa forza di per sé stesso; tutto quel che fa, è fatto con l’aiuto di esseri personali, spiriti della
natura o antenati’.32 Ricerche recenti (Hocart, Hogbin, Capell) hanno precisato queste distinzioni
stabilite da Codrington. ‘Come potrebbe essere impersonale, se è sempre legata a esseri personali?’
si domandava Hocart ironicamente. A Guadacanal e Malaita, per esempio, possiedono il “nanama”
esclusivamente gli spiriti e le anime dei morti, quantunque possano utilizzare questa forza a
vantaggio dell’uomo. ‘Un uomo può lavorare d’impegno, ma se non ottiene l’approvazione degli
spiriti, che esercitano il loro potere a suo vantaggio, non sarà mai ricco’.
‘Tutti gli sforzi sono
compiuti per assicurarsi il favore degli spiriti, in modo che il mana sia sempre disponibile.
I sacrifici
sono il mezzo più usato per ottenere la loro benevolenza, ma certe altre cerimonie sono parimenti
credute di loro gradimento’.
Radin notava a sua volta che gli Indiani non contrappongono PERSONALE a IMPERSONALE,
CORPOREO a INCORPOREO.

‘Quel che sembra attirare la loro attenzione è, anzitutto, la
questione dell’esistenza reale; tutto quel che può essere percepito dai sensi, tutto quel che è
pensabile, esiste’.
Bisogna dunque porre il problema in termini ontologici: quel che ESISTE, quel
che è REALE, quel che NON ESISTE, e non in termini di PERSONALE-IMPERSONALE,
CORPOREO-INCORPOREO; concetti che, nella coscienza dei ‘primitivi’, non hanno la precisione
acquisita nelle culture storiche.
Ciò che è fornito di mana esiste sul piano ontologico, e di
conseguenza è efficace, fecondo, fertile.
Non si potrebbe perciò affermare l’‘impersonalità’ del
mana, dato che questa nozione non ha senso sull’orizzonte mentale arcaico.
D’altra parte non si
trova in nessun luogo il mana ipostasiato, staccato dagli oggetti, dagli avvenimenti cosmici, dagli
esseri o dagli uomini.
Meglio ancora, l’analisi approfondita dimostra che un oggetto, un fenomeno
cosmico, un essere qualsiasi eccetera, possiedono il mana grazie all’intervento di uno spirito o alla
confusione con l’epifania di un qualsiasi essere divino.
Ne consegue che la teoria del mana come forza magica impersonale non è affatto giustificata.
Immaginare, su questo fondamento, un periodo prereligioso (dominato unicamente dalla magia) è
implicitamente errato.
Tale teoria, del resto, è intaccata dal fatto che non tutti i popoli (specie i più
primitivi) conoscono il mana, e anche dal fatto che la magia, quantunque si ritrovi un po’
dappertutto, non compare mai scompagnata dalla religione.
Ancor più: la magia non domina
dappertutto la vita spirituale delle società ‘primitive’;
anzi si sviluppa in modo predominante nelle
società più evolute
(ad esempio: la pratica della magia è debolissima presso i Kurnai australiani e
presso i Fuegini; in certe società di Eschimesi e di Koryak, è meno praticata che non presso gli Ainu
e Samoiedi loro vicini, a loro superiori come civiltà, eccetera).

CONFER TRATTATO DI
STORIA DELLE RELIGIONI
Mircea Eliade

Titolo originale:
“Traité d’histoire des religions”.
Payot, Parigi, 1948.
Traduzione di Virginia Vacca.

Creato su WordPress.com.

Su ↑