La forza della loro musica risiede nel recupero di strumenti “antichi ” con ricercati testi scritti in diverse lingue, dal tedesco, latino, islandese antico, ungherese, ladino e finlandese. Fra gli strumenti usati si annoverano l’arpa celtica, la nyckelharpa svedese, la ghironda, la cornamusa, il flauto ed altri ancora.
Unda attingit Te et abducit Te in profunda Sicut es unda
Un progetto musicale che evoca arcaiche atmosfere cariche di intense emozioni, una ricerca del suono ipnotico ancestrale, catartico, il gruppo si chiama , cura, indubbiamente cura sciamanica un’esperienza turbolenta e intimidatoriacon l’intento di squotere gli animi antichi.
Il gruppo musicale dichiara di aver usato tutto, dall’acqua corrente, alle ossa umane, alle spade ricostruite e agli scudi fino ai tamburi dell’antichità.
I testi contengono contenuti originali provenienti da incisioni su pietre, scritti runici , poesie, che si occupano di eventi storici o sono traduzioni / interpretazioni degli originali.
Heilung significa guarigione in tedesco e descrive il nucleo del suono, cura, passando per la dolorosa catarsi.
Un viaggio musicale talvolta turbolento, talvolta cruento nelle sue evocazioni
È gruppo di professionisti di taiko太鼓 grandi tamburi della tradizione giapponese.
Questo gruppo di percussionisti conducono una vita spartana e permeata di
spiritualità , in perfetta armonia con la natura selvaggia
della piccola isola di Sado, dove trascorrono molti mesi dell’anno in un ritiro praticando estenuanti esercizi fisici, yoga, meditazione e studio della musica tradizionale.
Al fine di suonare gli o-daiko,太鼓 può raggiungere i due metri e
mezzo di diametro e un peso di 400 chili, devono tenersi in grande forma psicofisica
conservare corpi perfetti e soprattutto la forma necessaria a
battere per ore lo strumento durante gli allenamenti e le esibizioni.
Dopo quattro anni di intenso studio i kodo divengono esperti della percussione e di altri strumenti musicali della tradizione giapponese ed intraprendono tournè in tutto il mondo e far conoscere il potere espressivo dei loro tamburi.
VǫluspáLa profezia della veggente una delle fonti primarie per lo studio della mitologia norrena e più famoso poema dell’Edda poetica.
Narra la storia della creazione del mondo e la sua fine narrata da una vǫlva o veggente che parla ad Odino.
La veggente inizia a narrare la storia della creazione del mondo in una forma ridotta. Spiega come abbia ottenuto la sua conoscenza, infatti conosce l’origine dell’onniscienza di Odino, ed altri segreti degli dèi di Ásgarðr.
La veggente parla di avvenimenti passati e futuri, toccando la maggior parte dei miti norreni, come la morte di Baldr avvenuta per mano di Hǫðr, architettata con l’inganno da Loki. Alla fine racconta la fine del mondo, il Ragnarǫk, e la sua seconda venuta.
Il poema è interamente conservato nel Codex Regius (1270 circa) e nei manoscritti dell’Hauksbók (1334 circa), mentre buone parti di esso vengono citate nell’Edda in prosa di Snorri Sturluson (del 1220 circa). Il codex Regius è composto da 63 strofe fornyrðislag.
“Lei ricorda la guerra
prima nel mondo,
quando loro tessevano enigmi
e la bruciavano per tre volte,
Gullveig stringeva la lancia
quando la bruciavano per la terza volta
ma lei continuava a vivere.
Nella sala di Har,
spesso la chiamavano Heith
una völva abile nell’uso della spà
lavorava come seithr quando poteva
e ne era sempre lieta:
in ogni casa che visitava
lei incantava i pali;
per mezzo della magia seithr lei giocava
con le menti delle donne malvagie.”
Voluspà
Il misogi 禊 è un’antica pratica di abluzione e di meditazione sotto una cascata tipica dello Shintoismo.
La cerimonia ha generalmente luogo sotto l’acqua fredda, prima dell’alba, e il particolare abbigliamento da indossare prevede un kimono bianco con una fascia in vita 帯, おび per le donne, ed un perizoma con una fascia verticale anteriore, detto fundoshi 褌 per gli uomini, che hanno anche una bandana legata in fronte.
La purezza viene ritenuta una caratteristica indispensabile per il contatto con il divino e per questo motivo le cerimonie di purificazione assumono un ruolo centrale nella liturgia scintoista, con altri rituali sacri, fra i quali la meditazione, il digiuno ed esercizi di respirazione.
“colui che si trova o si nasconde tra le montagne” riguardo agli yamabushi 山臥 si narra che fossero gruppi o individui dediti alla ricerca e alla pratica ascetica (askesis esercizio addestramento ) eremiti, sciamani delle montagne, seguaci della la via dello Shugendō 修験道 una commistione di credenze, filosofie, dottrine e sistemi rituali tratti da pratiche popolari-religiose locali, il culto della montagna pre-buddhista, di origine sciamanica , elementi scintoisti , Taoisti e di Buddismo esoterico mikkyo 密教 (in prevalenza setta Shingon)
La pratica includeva ricerca di poteri spirituali, mistici o soprannaturali ottenuti mediante l’ascetismo, i monaci studiavano non solo la natura e testi e immagini religiosi o spirituali, ma anche una varietà di arti marziali Gli yamabushi monaci guerrieri, erano abili nell’uso di molteplici armi, combattevano con arco e freccia, o con spada e pugnale, soprattutto con il naginata.
La montagna (yama 山) in Giappone è una dimensione spaziale unitaria, contrapposta al villaggio e la campagna coltivata che lo circonda (definito collettivamente sato 里), la montagna è il regno di ciò che non è umano, del selvatico e del caos. La montagna è il regno degli spiriti dei morti, dei mostri e degli dei. E’ una dimensione spaziale di silenzio e solitudine, e solenne, che ispira timore. La montagna in qualità di simbolo di immutabilità dello spazio e di eternità nel tempo, è vissuta come una dimensione che può svelare un’esperienza di assoluto. La non-umanità della montagna è resa positiva dall’esperienza del divino: è il punto di congiunzione fra cielo e terra, fra divino e umano, il luogo dove si può passare da uno spazio cosmico all’altro. Alla base di famose montagne sacre, come il Monte Akagi, Nantai e Miwa, sono stati trovati reperti archeologici di carattere religioso. Si tratta di oggetti rituali quali specchi e gioielli magatama 勾玉, usati dalle sciamane come strumenti per indurre la possessione del dio. (Nota: si tratta di oggetti usati nello sciamanesimo legato allo shintoismo e consistente nel rito del kamigakari 神繋り, la possessione divina.
Salire la montagna è, dal punto di vista religioso, un’ascesi, un percorso nello spazio cui corrisponde una trasformazione interiore dell’individuo. Voler raggiungere ciò che è nascosto nei recessi della sommità esige una scelta che pochi compiono. Andare oltre il limite posto dal primo tempio (alla base della montagna) significa abbandonare la zona del coltivato, dell’uomo e dei rapporti sociali consueti. Nel recinto di molti templi alle falde della montagna si può scoprire, proprio nel punto in cui la collina diventa ripido pendio e la boscaglia si infittisce, un tracciato di sassi bianchi: è una simbolica ricostruzione del Sanzukawa 三途川, il fiume buddhista che divide il mondo dei vivi e l’altro mondo (in Giappone si ritiene si trovi nei pressi del Monte Osore). Spesso questa linea simbolica è attraversata da un ponte ad arco di legno rosso, il ponte che porta al paradiso. Nell’ascesi avviene una progressiva disumanizzazione, una dissoluzione lenta del sé attraverso le pratiche iniziatiche. Isolarsi dal mondo, rompere con la società del proprio tempo, pensare, come hanno fatto questi eremiti, che solo lontano dagli uomini si trovi la risposta ai problemi del dolore e del destino, è un’attitudine conosciuta in tante tradizioni religiose.
La parola anachorèsis significa una partenza, un abbandono: come si dice anche del morire. Vestito di bianco, che è il colore della purezza e della morte (nella simbologia buddhista), lo yamabushi si incammina in solitudine verso la montagna.
“Itinerari nel sacro – L’esperienza religiosa giapponese” del Professor Massimo Raveri, Edizione Cafoscarina.
L’antico substrato della cultura sciamanica, presente in Thailandia, dove la cultura buddhismo theravāda थेरवाद ha assimilato elementi preesistenti, si riscontra fortemente nelle ritualità presenti nella Muay thai มวยไทย , sia la danza propiziatoria Ram Muay natura mistico-religiosa si tratta di una danza rituale che i pugili eseguono prima del combattimento e che viene accompagnata da una musica caratteristica, lo Dontree Muay, e che inizia sempre con il Wai Kruh (omaggio al Maestro) con cui il thai-boxer si inginocchia in direzione della sua Scuola compiendo tre profondi inchini in segno di rispetto e devozione, eseguita con movimenti lenti e simbolici con il quale il praticante gira attorno al ring con l’intento di scacciare gli spiriti (elemento riconducibile all’animismo) maligni dal terreno dello scontro e al fine di assicurarsi lo protezione degli spiriti favorevoli , l’esecuzione viene accompagnata dalla recitazione silenziosa di preghiere (mantra) e formule magiche propiziatorie. I movimenti della Ram Muay possono differire notevolmente a seconda della Scuola di origine e della personalità del singolo atleta.
Alcuni combattenti utilizzano il rituale per indurre soggezione nel proprio avversario, ma l’intento principale e la devozione religiosa, l’umiltà e la gratitudine
nei confronti del Re e del proprio mentore, o dell’organizzatore dell’incontro e dell’allenatore.
La stessa oggettistica rituale è legata con il mondo sciamanico in cui il guerriero cacciatore si sottoponeva ad un iniziazione per affrontare una buona caccia o un combattimento favorevole tramite simboli e talismani protettivi o finalizzati ad aumentane il mana individuale o del proprio klan.
Ne sono un esempio i bracciali di stoffa, di corda intrecciata o di qualsiasi altro tessuto, composto dal proprio maestro, ritualizzato spesso dai monaci buddisti e nell’antichità dagli sciamani, portati singolarmente o su entrambe le braccia del combattente, al suo interno possono essere incorporati simboli e/o piccoli oggetti apotropaici
ed anche il Mongkon มงคล di forma circolare che si indossa sul capo prima del combattimento apposto sul capo dell’atleta dal suo maestro e solo da lui rimosso con rito propiziatorio prima dell’inizio del match.
Il significato di questo oggetto apotropaico è il legame energetico-magico-simbolico con il proprio maestro, il campo di appartenenza, gli insegnamenti ricevuti e tutti praticanti del campo, un evidente riferimento al culto del klan, una fenomenologia sciamanica di prossimità tra il guerriero e gli spiriti animali predatori e l’appartenenza la klan.
Nella mitologia norrena,Huginn e Muninn, pensiero e memoria, sono due corvi associati al dio Odino. i due corvi viaggiano per il mondo portando notizie e informazioni al loro padrone. Odino li fa uscire all’alba per raccogliere informazioni e ritornano alla sera, siedono sulle spalle del dio e gli sussurrano le notizie nelle orecchie.
È da questi corvi che deriva il kenning dio-corvo che rappresenta Odino. Nella sua biografia su Tolkien, Humphrey Carpenter descrive un dettaglio importantissimo riguardo a un viaggio dell’autore in Svizzera nell’estate del 1911 nel quale avrebbe preso l’ispirazione del personaggio dopo aver acquistato una cartolina intitolata Der Berggeist« Prima di tornare in Inghilterra, Tolkien acquistò alcune cartoline illustrate, tra cui la riproduzione di un quadro di un artista tedesco, Josef Madlener. Il suo titolo è Der Berggeist (Lo spirito della montagna) e raffigura un vecchio con una lunga barba bianca seduto su una roccia sotto un pino, con indosso un cappello rotondo a tesa larga e un lungo mantello.
Josef Madlener. Der Berggeist
Tolkien conservò questa cartolina con ogni cura, e molto tempo dopo scrisse, sul frontespizio della cartellina in cui la conservava, “Ispirazione di Gandalf” » In una lettera del 1946, Tolkien afferma di aver concepito Gandalf come un “Vagabondo odinico” Altri autori hanno paragonato Gandalf al dio nordico Odino nella sua forma di Vagabondo, un vecchio uomo con un occhio solo, una lunga barba bianca, un ampio cappello bianco stropicciato, e un bastone. Gandalf viene anche denominato Corvotempesta (Stormcrow) da re Théoden.
Così è detto nel poema eddico Grímnismál, al XX canto: Huginn significa pensiero mentre Muninn memoria
« Huginn ok Muninn fliúga hverian dag iörmungrund yfir; óumk ek of Hugin at hann aptr ne komit, þó siámk meirr um Munin. »
« Huginn e Muninn volano ogni giorno alti intorno alla terra. Io ho timore per Huginn che non ritorni; ma ho ancora più timore per Muninn. »