”Ci piace pensare che i pignora fatalia siano ancora celati o custoditi da mani pietose, in attesa di un giorno tanto nuovo che avrà i colori di un giorno antichissimo” Sandro Consolato Urbs Aeterna misteri figure rinascite del paganesimo
Il lato nascosto, la forza metafisica del‘Urbs Aeterna, la potenza esoterica, celata nell’ombra della storia , grazie al saggio di Sandro Consolato possiamo apprezzare il valore della perpetua fonte di riflessione spirituale ed etica dell’antica Roma nello scorrere dei tempi dagli albori sino a frangenti più recenti.
Il libro si apre con il saggio sui Talismani di Roma antica. Nella letteratura antica un solo autore parla di questi sette talismani, il grammatico Servio Onorato, del IV-V secolo, che li definisce pignora, traducibile in “reliquie”. Sacre reliquie, oggetti sacri che tutelavano la storia di Roma e la città e la sua tradizione. Servio indica i talismani nell’ago della Madre degli dei, la quadriga d’argilla dei Veienti, le ceneri di Oreste, lo scettro di Priamo, il velo di Iliona, il Palladio, gli scudi sacri. Oggetti che mostrano come Roma non fu solo potenza politica, economica e militare ma anche una realtà spirituale e religiosa di grande rilievo che ha improntato di sé tutto l’Occidente. Dalle catastrofi del 390 a.C. (sacco di Roma a opera dei Galli di Brenno e del 410 d.C. quello dei Visigoti di Alarico), allo studio in parallelo fra saggezza tibetana e quella romana. Notevole la considerazioni su Orione e la costellazione con digressioni ricche e interessanti. La seconda parte del libro tratta figure romane di particolare rilievo per la romanità come Publio Rutilio Rufo, Velleio Patercolo, Marco Aurelio, Costantino, Virio Nicomaco Flaviano senior. L’ultima parte riguarda la Romanità e il Medioevo e analizza Dante, Gemisto Pletone, Giulio Pomponio Leto, Leon Battista Alberti.
Nel De origine et situ Germanorum, comunemente conosciuta come Germania, opera etnografica Publio Cornelio Tacito ,attorno al 98 d.C., narra delle usanze delle tribù germaniche che vivevano al di fuori dei confini romani. Tra queste usanze vi era la consuetudine di formare comitatusgruppi di combattenti legati da giuramento di reciproca fedeltà, che accompagnavano un capo nelle sue imprese di guerra, questi manipoli erano detti anche manierbunde,bund significa “legare insieme”.
I Romani rimasero molto colpiti dalla combattività di alcuni guerrieri celto-germani, che si gettavano nella mischia arditamente e quasi sembravano immuni ai colpi, alle ferite, combattendo furiosamente. Chiamarono questo stato mentale e fisico che portava i guerrieri celti oltre comuni limiti umani, “Furor”. Il mito del guerriero in preda al furor, è precisamente definito in termini epici e letterari dalla leggenda di Cu Chulainn e dal “Riastrad”, lo stato di furore da cui veniva preso e che gli consentiva di divenire imbattibile ed invulnerabile. La forza di questa possessione divina era tale da trasfigurarlo trasformandolo in uno spaventoso mostro antropomorfo.
Nelle Saghe norrene si fa riferimento a dei particolari guerrieri che, addestrati con tecniche sciamaniche, formavano gruppi di combattenti particolarmente potenti e temuti dagli avversari.
Attraverso tali rituali i guerrieri venivano pervasi da una furia sovrumana poiché era lo spirito stesso di Odino-Wotan che scendeva dentro di loro facendoli diventare forti come orsi o lupi o cinghiali , insensibili al ferro e al fuoco, tale stato di wodhiz era definito anche “berserksgangr”.
Votati a Odino/Wotan, questi Guerrieri Sacri, erano in grado di canalizzare quella potente energia conosciuta come Ond e, tramite particolari rituali, ad entrare nella condizione di “Wodhiz” (furore guerresco ispirato).
Si suppone che i guerrieri totemici scandinavi e germanici, per ottenere questi effetti, assumessero prima della battaglia birra e amanita muscaria, un potente fungo allucinogeno, oltre che un notevole stimolatore dell’attività psico-fisica.
Per quanto alcuni studi abbiano messo in evidenza il fatto che nel combattimento sia necessario comunque un certo livello di lucidità e reattività, non tutti gli studiosi concordano perciò sulla teoria dell’uso di sostanze psicotrope, dati gli effetti che risulterebbero quasi annichilenti dell’azione combattiva. Saxo Grammaticus, inoltre, ci parla della loro assunzione di sangue di orso o lupo, come “droga” per acquisirne la forza: è dunque possibile confinare in una dimensione simbolica le proprietà allucinogene di tale sostanza. Di fatto i Berserker e gli Ulfhednar erano Guerrieri Sacri ad Odino/Wotan, e secondo il mito era proprio lui ad indurre l’estatico stato di Furia, fino a provocare delle vere e proprie trasformazioni sul piano fisico.
Per comprendere maggiormente l’aspetto del Wodhiz è necessario innanzitutto analizzare la sfera semantica della radice indoeuropea di Wotan che è “wat” e che sta ad indicare la “furia divina” (di cui anche l’antico irlandese “faith” cioè “veggente, profeta”). Wat è la dimensione sovrumana alla quale si apre appunto il Guerriero Sacro e attraverso la quale egli raggiunge lo stato di estasi guerriera chiamato appunto Wodhiz. Georges Dumézil storico delle religioni, linguista e filologo francese interpretò la radice Wut come sostantivo che significa “ebbrezza”, “eccitazione”, e “genio poetico”, ma anche come il movimento terribile del mare, del fuoco e del temporale, come aggettivo che significa “violento”, “furioso” e “rapido. Si narra che per canalizzare questo stato, si effettuasse un rito chiamato “Hamrammr”, “mutamento di forma”. La “furia dei berserkir” – detta anche berserksgangr – poteva giungere in un qualunque momento della quotidianità. Incominciava con un tremolio, il battere dei denti e una sensazione di freddo nel corpo. La faccia si gonfiava e cambiava colore. Seguiva una grande rabbia e il desiderio di assalire il prossimo.
Pare che i berserkir facessero parte di sette segrete o società di guerrieri. Alcune saghe parlano di gruppi di berserkir con dodici membri dove coloro che desideravano entrare a farne parte dovevano sostenere un combattimento (rituale o reale). Alcuni berserkr cambiavano i loro nomi in björn o biorn, come riferimento all’orso. Il soprannome che adottavano e la loro inaudita ferocia in battaglia generò infatti una leggenda secondo la quale essi si trasformavano letteralmente in enormi orsi durante la battaglia e si diceva che non potessero essere sconfitti, in quanto insensibili al dolore e alla paura, senza ricorrere all’asportazione di parti vitali, quali cuore o testa.
Snorri Sturluson parla di berserker nella Saga di Egil, nella Hrólfs saga kraka ok kappa hans e nella Saga degli Ynglingar. Molte saghe descrivono i berserkir come assassini, ladri, saccheggiatori. Erik il Rosso era forse un berserkr. Harald Bellachioma, fondatore del regno di Norvegia, usava i berserkir come truppe d’élite.
La Saga di Grettir narra che questi guerrieri erano conosciuti anche come Úlfheðinn o “mantello di lupo”, poiché indossavano le pelli di questo animale.
Nel capitolo VI della Saga degli Ynglingar i compagni di Odino erano così presentati: «Andavano senza corazza, selvaggi come dei cani o dei lupi. Mordevano i loro scudi ed erano forti come degli orsi e dei tori. Massacravano gli uomini e né il ferro né l’acciaio potevano niente contro di loro. Questo si chiamava furore di berserkir»
Dove si dirige l’attenzione/intenzione si dirige il Qi/KI (un certo tipo particolare di energia)
導引 DaoYin e QI GONG kiko氣功
Il daoyin導引dǎoyǐn è un metodo ginnico cinese per la cura della salute basato sull’integrazione di esercizio respiratorio, mentale, fisico e automassaggio. Il termine daoyin è composto dalle parole dǎo 導 – “guidare, condurre” – e yǐn 引 – “tirare, tendere”. Secondo Li Yi 李頤, commentatore del Zhuangzi d’epoca Jin (265-420), il termine è da intendere come “guidare l’energia vitale per armonizzarla” e “tirare il corpo per ammorbidirlo”
Nell’antichità il qìgōng lo si chiamava dǎoyǐn (lett. “condurre e attirare”), 彭祖 Péng Zǔ (leggendario personaggio taoista che secondo la tradizione visse 800 anni) era noto come “il maestro del dǎoyǐn”, il Zhuāngzǐ di ciò scrisse: “condurre il qì induce all’armonia, attirare/guidare il corpo induce alla cedevolezza”. Il simbolo nell’illustrazione in basso nr. 33 rappresenta il carattere 導 in epoca 商 Shāng, allora 導 dǎo e 道 dào avevano lo stesso significato.
Conduire; guider (p. ex. : les souffles, en thérapeutique); rétablir ou maintenir les circulations vitales. 導 invece “condurre, guidare”, ma anche “istruire”, “nutrire”… l’immagine suggerita dall’insieme di semantoforo e fonoforo rimanda a una mano con il pollice che indica la via da seguire. In 導引 dǎo yǐn l’idea è di guidare/attirare il qì, ristabilendo o mantenendo la circolazione dell’energia vitale.
Confer consulenza
dr. Daniele Cologna sinologo
esercizi statici (jinggong 静功), che consistono nel mantenere una posizione immobile del corpo guidando mente e respiro secondo metodi particolari;
esercizi dinamici (donggong 动功), che consistono nell’esecuzione di gesti atti a favorire e migliorare lo scorrimento dell’energia vitale (qi 氣 ) e del sangue nel corpo, mantenere attivi muscoli, tendini e ossa;
esercizi di concentrazione tramite la focalizzazione su punti specifici del corpo o la visualizzazione di particolari percorsi interni o esterni al corpo: esercizi di respirazione (tuna 吐纳), tecniche di automassaggio (zimo 自磨), esercizi di allungamento (yinti 引体), ecc
氣功
Il termine Qi gong /kiko si riferisce a una serie di pratiche e di esercizi collegati alla medicina tradizionale cinese e in parte alle arti marziali che prevedono la meditazione, la concentrazione mentale, il controllo della respirazione e particolari movimenti di esercizio fisico. Tale disciplina si pratica generalmente per il mantenimento della buona salute e del benessere sia fisici sia psicologici, tramite la cura e l’accrescimento della propria energia interna 氣 qi ki.
“Fino alla fine del paganesimo, il culto privato—diretto dal pater familias—mantenne la sua autonomia e la sua importanza a fianco del culto pubblico … A differenza del culto pubblico, che subì continue modifiche, il culto domestico, compiuto attorno al focolare, non pare aver subìto sensibili cambiamenti durante i dodici secoli della storia romana. Si tratta, senza dubbio, di un sistema cultuale arcaico, in quanto esso è attestato presso altri popoli indoeuropei. Proprio come nell’India aria, anche a Roma il fuoco domestico costituiva il centro del culto … il culto si rivolgeva ai Penati e ai Lari, personificazioni mitico-rituali degli antenati, e al genius, una specie di ‘doppio’ che proteggeva l’individuo.
Mircea Eliade riguardo il culto privato nell’antica Roma [Storia delle credenze e delle idee religiose v.II, p.120]:
Lares da lar(es), “focolare”, derivato dall’etrusco lar, “padre” sono figure della religione romana che rappresentano gli spiriti protettori degli antenati defunti che, secondo le tradizioni romane, vegliavano sul buon andamento della famiglia, della proprietà o delle attività in generale. Sono posti in una nicchia della casa chiamato Larario, vengono rappresentati da statuette chiamate Sigillium (da signum, segno, immagine) e onorati con incensi ed una fiamma accesa.
Insieme a Vesta, la dea del focolare, e ai Penati, gli dei della dispensa. L’origine del culto dei Lari non è però da ricercarsi presso il focolare della famiglia; per quanto incerta sia l’etimologia del loro nome, è abbastanza sicuro che la religione dei Lari ebbe sua prima sede in fundo villaeque in conspectu (Cicerone)
sala dei Misteri (riti iniziatici)
I penati sono gli spiriti protettori di una famiglia e della sua casa onorate nel culto privato in modo esclusivo, gli antenati e spiriti protettori, deriva dal latino penas, ovvero “tutto quello di cui gli uomini si nutrono“, quindi in origine proteggevano il cibo custodito in casa, e il loro posto era il Penitus, ovvero il luogo della casa dove si custodisce il cibo (oggi la cucina o la dispensa). In seguito divennero più genericamente i protettori della famiglia, sovrapponendosi quindi con la funzione dei Lari.
Ogni famiglia aveva i propri Penati che venivano trasmessi in eredità insieme ai beni patrimoniali. Ai Penati, che risiedevano nel Larario insieme ai Lari, si occupava il capofamiglia (pater familias) che puliva regolarmente l’edicola e ad ogni pasto veniva offerto loro del cibo : il sale, che purifica e conserva il cibo, e del farro, il primo cereale coltivato dai romani.
i Mani ( Manes) erano le anime dei defunti, a volte in pace e benevolenti altre volte inquiete ed ostili, talvolta venivano identificate con le divinità dell’oltretomba.
sala dei Misteri (riti iniziatici) Particolare del grande affresco dionisiaco della Villa dei Misteri, Pompei (Napoli), I° sec. a.C. – I° sec. d.C.
La parola Genius deriva dal latino gignere che significa “generare, creare”, era utilizzata per identificare il nume che costituiva una forza creatrice. Al Genius venivano offerti fiori, piante odorose, incensi, profumi, vino ed altro. Nell’antica Roma si riteneva che vi fosse una divinità minore protettrice di un luogo, di chi vi abitava o transitava. Ogni luogo aveva un suo genius che poteva essere ostile o benevolo a seconda dell’atteggiamento dell’individuo verso il luogo. Dissacrare un luogo, o appropriarsi delle sue risorse in modo indiscriminato poteva inimicare Genius Loci, mentre pregarlo, rispettarlo e fargli offerte poteva renderlo propizio.
“Genius loci” si potrebbe intendere come “lo spirito, il nume tutelare” di un determinato luogo. Tale credenza è riconducibile ad un approccio animistico per cui tutto è permeato da un’energia e da un’intelligenza, compresi i luoghi, o gli animali ma anche e lo stesso uomo ( in oriente un esempio esplicito si ritrova nel termine kami 神spiriti ancestrali e divinità dello Shito 神道 )
“L’uomo potrebbe sfuggire da ogni cosa, meno che dalle sue intuizioni archetipiche, create nel momento in cui ha preso coscienza della sua posizione nel Cosmo. […] La spiritualità arcaica, così come l’abbiamo decifrata, assetata di ontico,continuafino ai giorni nostri” I riti del costruire, Mircea Eliade
Le sue composizioni si basano su antichi strumenti folk (lira, cetra, langeleik … ecc.), tamburo, chitarra o talvolta solo una melodia che le arriva mentre canta liberamente. Alcune canzoni sono improvvisate per canalizzare ed esprimere energie, atmosfera ed emozioni crude; creando un paesaggio sonoro che le dia una sensazione naturale.
I ritmi estatici del tamburo trascendono l’anima e il flusso crescente di energia si apre a visioni, come un paesaggio interiore che viene disegnato davanti all’anima, invitando a vagare all’interno del regno etereo.
Ora nelle copie terrene di giustizia e temperanza e nelle altre idee che sono preziose per le anime non c’è luce, ma solo alcune, avvicinandosi alle immagini attraverso gli oscuri organi di senso, vedono in esse la natura di ciò che imitano, e questi pochi lo fanno con difficoltà. Ma in quel momento videro la bellezza splendere di luminosità, quando, con un coro beato – seguiamo Zeus, ed altri qualche altro dio – videro l’apparizione e la visione benedette e furono iniziatia ciò che è giustamente
il più benedetto dei misteri, che abbiamo celebrato in uno stato di perfezione, quando non avevamo esperienza dei mali che ci attendevano nel tempo a venire, essendo ammessi come iniziati alla vista di apparizioni perfette, semplici, calme e felici, che abbiamo visto nella luce pura, essendo noi stessi puri e non sepolti in ciò che portiamo con noi e chiamiamo il corpo, in cui siamo imprigionati come un’ostrica nel suo guscio.
“Potremmo ipotizzare che l’epopteiafosse un approfondimento nella forma della luce dell’esperienza dell’unità di tutte le cose già assaporata nella telete/myesis un consolidamento noetico di questo stato di coscienza,deputato dal tumulto emozionale, che contrasegnava il primo livello di iniziazione, tutto fondato sulla trance dinamica sollecitata dalla musica dal canto, dalla danza,dal caos: Tutti modi per destrutturare, dionisicamente, l’ego ordinario e consentire un viaggio ad interiora terrae che è condito sine qua non di un effettivo percorso di illuminazione mistica e sapienziale..”
Confer Angelo Tonelli in Attraverso Oltre pag. 38 Eleusis
L’iniziazione ai misteri di Eleusi difatti culminava in una εποπτεία “epopteia”, in una visione mistica di beatitudine e purificazione, che in qualche modo può venir chiamata conoscenza. Tuttavia l’estasi misterica, in quanto si raggiunge attraverso un completo spogliarsi dalle condizioni dell’individuo, in quanto cioè in essa il soggetto conoscente non si distingue dall’oggetto conosciuto, si deve considerare come il presupposto della conoscenza, anziché conoscenza essa stessa.”
Giorgio Colli
note
La cerimonia dell’iniziazione teleté (τελετή) collegata significativamente di télos (τέλος) che significa ‘fine’, ‘compimento’, ‘realizzazione’, ma anche ‘pieno sviluppo’, ‘perfezione’, e dunque, di nuovo: rito, festa, mistero.(τελευτή), in oltre ‘fine’, ‘compimento’ ma anche ‘morte’: per questo dire ‘iniziazione’ era come dire ‘morte’, cioè passaggio (e ritorno) della psiche al mondo che le è proprio, cioè alla dimensione metafisica.
L’esperienza mistica culminante di tutto il processo iniziatico, il più alto grado dei misteri eleusini, era indicata col termine epoptéia (εποπτεία) composto da epí (επί), preposizione che significa: ‘su’, ‘sopra’, ‘in alto’, e dal verbo optéuo (οπτεύω) che significa ‘vedere’ l’epóptes (επόπτης) era sia l’officiante dei misteri che l’iniziato del grado più elevato. L’aggettivo epoptikós (εποπτικός) significava ‘concernente i misteri’, ‘esoterico’, ‘contemplativo’ ed ‘epoptiche’ erano definite in Grecia le filosofie che assumevano come loro compito specifico l’introdurre a quella diretta conoscenza/esperienza metafisica che è lo scopo esplicito dei misteri.
Colui che veniva iniziato veniva chiamato mystes (μύστης) ed era introdotto alla sacra conoscenza dai mystagogòi (μυσταγογόι, termine composto con il verbo άγω che significa: conduco
Confer
Attilio Quattrocchi ”Le parole del sacro nella tradizione misterica”
* traustaz” fermo, forte ” Proto-Indo-europeo* deru- , * drew- , * drū-” essere solido, duro, solido; albero ” From Old Norsetraust (“confidence, trust, security, help, shelter, safe abode”), from Proto-Germanic*traustą (“trust, shelter”), from Proto-Indo-European*deru-, *dreu-, *drū- (“to be firm, be solid”). See also treysta (“to trust”).
Evocazioni benedizioni tratte dal vecchio poema islandese “Grogaldr”. Un galdr , galdrar plurale , è un antico norreno che indica un incantesimo nell’antica cultura germanica. È associato a determinati riti ed eseguito da donne e uomini. La parola galdr nell’antico norreno deriva dal vecchio gala alto tedesco che significa “canto, incantesimo”.
Þann gel ek þér fyrstan Þann kveða fjölnýtan Þann gól Rindi Rani At þú of öxl skjótir Því er þér atalt þykkir Sjalfr leið þú sjalfan þik
“Then first I will chant thee | the charm oft-tried, That Rani taught to Rind; From the shoulder whate’er | mislikes thee shake, For helper thyself shalt thou have.
“Allora prima ti canterò | il fascino spesso provato, Che Rani insegnò a Rind; Dalla spalla, più | non ti piace agitare, Perché tu stesso ti aiuterai.
Fjón þvæ ég af mér fjanda minna rán og reiði ríkra manna
Þann gel ek þér annan Ef þú árna skalt Viljalauss á vegum Urðar lokur Haldi þér öllum megum Er þú á sinnum sér
“Then next I will chant thee, | if needs thou must travel, And wander a purposeless way: The bolts of Urth | shall on every side Be thy guards on the road thou goest
“Allora ti canterò, se hai bisogno devi viaggiare, E vagare in un modo senza scopo: Le viti di Urth | deve da ogni parte Sii la tua guardia sulla strada che vai
Fjón þvæ ég af mér fjanda minna rán og reiði ríkra manna
Þann gel ek þér inn þriðja Ef þér þjóðáar Falla at fjörlotum Horn ok Ruðr Snúisk til heljar meðan En þverri æ fyr þér
“Then third I will chant thee, | if threatening streams The danger of death shall bring: Yet to Hel shall turn | both Horn and Ruth, And before thee the waters shall fail.
“Poi in terzo luogo ti canterò, se minacce minacciose Il pericolo di morte comporta: Eppure Hel si rivolge | sia Horn che Ruth, E davanti a te le acque si guasteranno.
Fjón þvæ ég af mér fjanda minna rán og reiði ríkra manna
Þann gel ek þér inn fjórða Ef þik fjándr standa Görvir á galgvegi Hugr þeim hverfi Til handa þér Ok snúisk þeim til sátta sefi
“Then fourth I will chant thee, | if come thy foes On the gallows-way against thee: Into thine hands | shall their hearts be given, And peace shall the warriors wish.
“Allora quarto ti canterò, | se verranno i tuoi nemici Sulla forca contro di te: Nelle tue mani | i loro cuori saranno dati, E la pace vorranno i guerrieri.
Fjón þvæ ég af mér fjanda minna rán og reiði ríkra manna
Þann gel ek þér inn fimmta Ef þér fjöturr verðr Borinn at boglimum Leysigaldr læt ek Þér fyr legg of kveðinn Ok stökkr þá láss af af fótum fjöturr
“Then fifth I will chant thee, | if fetters perchance Shall bind thy bending limbs: O’er thy thighs do I chant | a loosening-charm, And the lock is burst from the limbs, And the fetters fall from the feet
“Poi, quinto, ti canterò, se ce ne fosse per caso Legherà i tuoi arti flettenti: Io canto le tue cosce | un fascino allentato, E la serratura è scoppiata dagli arti, E le catene cadono dai piedi
Ægishjalmur Elmo di Awe elmo del timore o elmo dell’irresistibilità e invincibilità
Accidenti, lavo via la mia ”dannata” rapina e la rabbia dei ricchi.
Fjón þvæ ég af mér fjanda minna rán og reiði ríkra manna
Þann gel ek þér inn sétta Ef þú á sjó kemr Meira en menn viti Logn ok lögr Gangi þér í lúðr saman Ok léi þér æ friðdrjúgrar farar
Fjón þvæ ég af mér fjanda minna rán og reiði ríkra manna
Þann gel ek þér inn sjaunda Ef þik sækja kemr Frost á fjalli háu Hræva kulði Megi-t þínu holdi fara Ok haldisk æ lík at liðum
Fjón þvæ ég af mér fjanda minna rán og reiði ríkra manna
Þann gel ek þér inn átta Ef þik úti nemr Nótt á niflvegi At því firr megi Þér til meins gera Kristin dauð kona
Fjón þvæ ég af mér fjanda minna rán og reiði ríkra manna
Þann gel ek þér inn níunda Ef þú við inn naddgöfga Orðum skiptir jötun Máls ok mannvits Sé þér á minni ok hjarta Gnóga of gefit
Fjón þvæ ég af mér fjanda minna rán og reiði ríkra manna
Il primo incantesimo è un “Lösesegen” (benedizione della liberazione), che descrive come un certo numero di ” Idisen “liberano loro guerrieri in catene catturati durante la battaglia. Le ultime due righe contengono le parole magiche
“Salta fuori dalle catene, scappa dai nemici” che hanno lo scopo di liberare i guerrieri.
Eiris sazun idisi, sazun hera duoder;
suma hapt heptidun, suma heri lezidun,
suma clubodun umbi cuoniouuidi:
insprinc haptbandun, inuar uigandun.
Una volta sedevano le donne,
Si sedettero qui, poi lì.
Alcuni legami fissi,
Alcuni hanno impedito un esercito,
Alcune catene svelate:
Sfuggire ai legami,
fuggire il nemico!
Idisen spiriti e le divinità femminili associati alla battaglia sotto la classe di idis, dis, valkyrie e altri nomi come sigewif (donne-vittoria, associate dagli anglosassoni con uno sciame di api) e trovano i punti in comune sia linguisticamente che nei miti sopravvissuti e negli incantesimi magici .
In molte culture, sistemi di credenze, discipline e pratiche s’individua ciò che ostacola la consapevolezza con una configurazione e definizione differente, per alcuni è un entità energetica, per altri una proiezione psichica, un archetipo, un’ afflizione della mente , un ‘illusione ipnotica efficace, una forza respingente che ci depotenzia, vampirizzandoci, assorbendo le nostre energie vitali.
spetta all’archetipo del guerriero l’arduo compito di lottare per liberare l’anima che deve ricongiungersi con lo Spirito è tornare Essenza.
αποτρέπειν, apotrépein allontanare atto, animale, oggetto, formula monile apotropaico, rito apotropaico o gesto apotropaico, per allontanare o annullare un’influenza maligna o negativa.
Nell’antichità si consideravano formule magiche orientali scritte su tavolette o su oggetti già per sé stessi, pietre rare, rappresentazioni figurate di animali o parti di essi, di mostri, di maschere gorgoniche, di membra umane fra cui specialmente l’occhio, la mano, il fallo. Spesso gli oggetti apotropici si trovano nelle tombe a difesa del morto.
Le maschere apotropaiche, utilizzate e conosciute ad ogni latitudine, retaggio pagano sono presenti ovunque, da nord a sud, nelle antiche masserie di campagna, nei piccoli borghi, come nelle piazze, nelle fontane e nei palazzi più o meno centrali delle grandi città. Poste sull’architrave delle porte o a ridosso di finestre e balconi queste figure, ricche di significati simbolici, testimonianze antichissime di scalpellini e mastri muratori, ricche di simboli anche esoterici ed iniziatici. Per riuscire ad allontanare la malasorte le maschere dovevano essere mostruose, in grado di spaventare gli spiriti maligni e tenerli distanti dall’abitazione.
Le forze ostili trovavano così una barriera, e la casa si fondava come spazio protetto, la cui soglia è interdetta. Qualora una di queste forze negative (streghe, spiriti errabondi) riusciva ad oltrepassare la soglia, incontrava, dunque, “ostacoli” apotropaici quali fili di scope, nodi intrecciati, coltelli con la lama rivolta in giù, rametti di palma e di ulivo benedetti. A questo punto, le streghe, dovevano contare minuziosamente i fili della scopa o sciogliere nodi, impiegando così tutta la notte, tempo a loro disposizione per la possibile esplicazione dell’influsso malefico; mentre lo spirito veniva “tagliato” dal coltello, riconfermando la sua importanza nella strumentazione magico-folklorica. Tutti questi riti sono legati a simbolismi comportamentali legati alla “soglia”: difatti si tramanda che l’ingresso fosse sede di numerose presenze spirituali, controllato da potenti “Guardiani”, custodi dei passaggi tra i Mondi a cui è possibile accedere solo dopo aver superato particolari prove iniziatiche.
Nell’antica religione romana il termine fascinum (o fascinus) poteva riferirsi a differenti cose: al Dio Priapo (nominato anche Fascinus da Plinio il Vecchio),alle effigi ed agli amuleti fallici contro il malocchio ed infine agli incantesimi per stregare qualcuno o qualcosa. Plinio il Vecchio afferma che il fascinus, inteso come l’amuleto, funge da medicus invidiae, ossia un rimedio per l’invidia ed il malocchio. La parola italiana “affascinare” deriva dal latino fascinare, derivato da fascinus e complementare al lemma italiano “fascino”. Il significato originario “malia, influenza malefica che si ritiene possa emanare dallo sguardo degli invidiosi, degli adulatori” è condiviso anche dal termine latino, ma “fascino” ha successivamente originato una connotazione metaforica che indica “potenza di attrazione e di seduzione”