Da πύρριχος "rosso", a sua volta da πυρρός "rosso fiammeggiante" (cfr. πῦρ "fuoco") dal proto-greco *purwo- dal proto-indoeuropeo *peh 2 -ur"fuoco" (vediRSP Beekes , Etymological Dictionary of Greek , Brill, 2009, pp. 1260 e 1264).
Secondo una tradizione riportata da Aristotele , l’ideatore della pirrica fu Achille , che la danzò attorno alla pira funebre di Patroclo . La danza era amata in tutta la Grecia e in particolar modo dagli Spartani , che la consideravano un leggero addestramento bellico. Questa convinzione spinse gli Spartani a insegnare la danza ai loro figli quando erano ancora piccoli.
I giovani ateniesi eseguivano la danza nella palestra come parte dell’allenamento in ginnastica. La danza veniva eseguita anche nei Giochi Panatenaici . C’erano tre classi di concorrenti: uomini, giovani e ragazzi.
Lastra Campana in terracotta con rilievo di Zeus bambino protetto dai Cureti – da Cerveteri, Etruria, Italia – 51,40×46,35 cm – I secolo a.C. / I secolo d.C. – The British Museum, London, UK – acquisizione nel 1891 Tre Cureti con spade e scudi proteggono il bambino Zeus con un fulmine dietro di lui e il suo nome iscritto. La scena è ambientata in una grotta sul Monte Ida a Creta. Curèti – Divinità minori della mitologia greca che costituivano il seguito di Rea, al cui parto assistettero, in numero di tre, eseguendo una danza guerresca con la quale vollero coprire i vagiti del neonato divino (cioè Zeus) per impedire che giungessero all’orecchio del padre Crono che lo avrebbe divorato.
Un riferimento alla danza di guerra di Ares si trova nell’Iliade , composta circa 2700 anni fa. In risposta alle provocazioni dell’eroe greco Aiaces sul campo di battaglia della guerra di Troia , l’eroe troiano Ettore ammonì Aiace:
Ebbene, io stesso so come combattere e uccidere gli uomini in battaglia. So bene come voltare a destra, come voltare a sinistra la pelle di bue stagionata in uno scudo robusto da brandire nella lotta. So come caricare in carri clamorosi e scontranti guidati da cavalli che si lanciano. So nel combattimento ravvicinato come calpestare la misura del furioso dio della guerra Ares.
La danza romana che i migliori nati tra i Romani, quelli chiamati Salii, nome di un sacerdozio, eseguono in onore di Ares, il più bellicoso degli dei. È una danza che è allo stesso tempo molto maestosa e molto sacra. Priapo, una divinità guerriera , uno dei Titani, si occupava di dare lezioni di scherma, aveva affidato Ares alle sue cure da Era . Ciò accadde quando Ares era ancora un ragazzo, sebbene fosse muscoloso e smisuratamente virile. Priapo non insegnò ad Ares a maneggiare le armi finché non lo ebbe reso un ballerino perfetto. Infatti, Priapo ottenne persino una pensione da Era per questo. Gli fu assegnato di ricevere da Ares in perpetuo un decimo di tutto il bottino che era stato accumulato da Ares in guerra.
el distinguere le danze di guerra da quelle pacifiche, Platone descrisse una danza di guerra pirrica come la danza di Ettore per Ares:
La divisione della danza guerriera, essendo distinta da quella pacifica, si può giustamente chiamare Pirrica. Rappresenta modi di eludere tutti i tipi di colpi e colpi deviando e abbassandosi e saltando lateralmente verso l’alto o accovacciandosi. Rappresenta anche i tipi opposti di movimento, che portano a posture attive di offesa, quando si sforza di rappresentare i movimenti coinvolti nel tiro con archi o freccette e colpi di ogni tipo.
Platone, Leggi { Νόμοι } 815A (Libro 7), testo in greco antico e Le citazioni successive delle Leggi di Platone hanno una fonte simile. Sulla “danza di Pirro {πυρρίχιος / πυρρίχη}” vedere Luciano di Samosata, Sulla danza { De Saltatione / Περὶ Ὀρχήσεως } 9, disponibile in Harmon (1936) e Carvajal (2024).
Marzo, nell’antica Roma, era uno dei due mesi dedicati ai riti compiuti dai Salii, uno dei più antichi collegi sacerdotali dell’Urbe, probabilmente antecedente alla nascita stessa della città, il cui nome, secondo un verso dei Fasti di Ovidio
iam dederat Saliis a saltu nomina ducta armaque et ad certos verba canenda modos Aveva già dato ai Salii i nomi derivati dal salto e aveva fatto in modo che le armi e le parole da cantare fossero portate secondo precisi ritmi.
et ad certos verba canenda modos traduci: e le parole da cantare fossero portate (o condotte) secondo precisi ritmi.
iam dederat: aveva già dato
Saliis: ai Salii (un collegio di sacerdoti romani)
a saltu nomina ducta: i nomi derivati dal salto (si riferisce ai loro rituali di danza)
armaque: e le armi
deriverebbe dal verbo latino salire, cioè saltare, per via della particolare andatura saltellante che tenevano durante le processioni sacre, ossia, eseguendo probabilmente una sorta di antica danza tribale. I Salii risiedevano nella Curia Saliorum, posta sul Palatino e ancora non bene identificata, ed erano distinti in due collegi, i cui membri erano scelti tra le gens patrizie: i Salii Palatini, istituiti da Numa Pompilio e i Salii Quirinales istituiti da Tullo Ostilio.
Salii erano un antico collegio sacerdotale romano dedicato al dio Marte. La loro principale funzione era eseguire una danza rituale in onore del dio, durante la quale portavano armi sacre e cantavano antichi inni. La frase descrive l’istituzione di questo collegio e dei suoi rituali.
Il loro compito primario era custodire i Pignora imperii erano i sette oggetti sacri che garantivano, secondo le credenze dei romani, il potere e la salvezza di Roma, ossia secondo il grammatico e commentatore di Virgilio Servio Mario Onorato, tra l’altro uno dei protagonisti delle Notti Attiche di Aulo Gellio
septem fuerunt pignora, quae imperium Romanum tenent: acus matris deum, quadriga fictilis Veientanorum, cineres Orestis, sceptrum Priami, velum Ilionae, palladium, ancilia
C’erano sette pegni, che mantenevano l’impero romano: l’ago della madre degli dei, la quadriga di terracotta dei Veienti, le ceneri di Oreste, lo scettro di Priamo, il velo di Iliona, il Palladio, gli ancilia.
I “pignora imperii” erano sette oggetti sacri che, secondo la tradizione romana, garantivano la potenza e l’invincibilità di Roma. Essi erano:
Acus Matris Deum (l’ago della madre degli dei):
Si riferisce alla pietra nera, simbolo della dea Cibele, portata a Roma durante la seconda guerra punica.
Quadriga fictilis Veientanorum (la quadriga di terracotta dei Veienti):
Una statua di terracotta raffigurante una quadriga, proveniente dalla città etrusca di Veio.
Cineres Orestis (le ceneri di Oreste):
Le ceneri del mitico Oreste, figlio di Agamennone, che secondo la leggenda furono portate a Roma.
Sceptrum Priami (lo scettro di Priamo):
Lo scettro del re di Troia, Priamo.
Velum Ilionae (il velo di Iliona):
Velo di Iliona, figlia di priamo.
Palladium (il Palladio):
Una statua di Pallade Atena, considerata un talismano protettivo per la città.
Ancilia (gli ancilia):
Dodici scudi sacri, uno dei quali si credeva fosse caduto dal cielo, a protezione di Roma.
Ossia, il betilo di Cibele, una pietra conica nera, forse un meteorite, trasferito a Roma durante le guerre puniche, la quadriga di Veio, opera in terracotta dello scultore etrusco Vulca che ornava il tempio di Giove sul Campidoglio, le ceneri di Oreste, dato che, secondo una variante del mito, narrata per esempio da Iginio, dopo essere sbarcato a Reggio, risalì l’Italia sino a giungere nel celebre bosco dedicato a Diana Aricina, per essere liberato dalla Erinni ed espiare il matricidio (lo stesso luogo legato al mito di Ippolito Virbio, che implica una precoce ellenizzazione del santuario, e alla figura del rex nemorensis, su cui Frazer basò il suo Ramo d’oro), lo scettro di Priamo, ultimo re di Troia, il velo di Iliona, sua figlia suicida, il Palladio, ovvero la scultura fatta da Atena per l’amica Pallade, custodita secondo la leggenda nella rocca di Ilio e restituita in Calabria a Enea da Diomede, e gli ancilia, gli scudi sacri, gli oggetti più arcaici e per usare un termine caro a Mircea Eliade, più ricchi di mana.
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