Travolto dalle onde, sbattuto dai mulinelli, inghiottito dai gorghi, cosa temi ? cosa tremi ? non capisci che questo è il gioco dell’esistenza e vedi solo i fili contorti dell’arazzo alzati girati e combatti etiam si cecidit de genu pugnat anche se cade a terra combatti in ginocchio e nella mischia che batte il cuore forte e nella paura che trovi il vero volto…. Abbandona ogni illusione e come fuggire da una prigione ventorum ferita sape fit aura levis la violenza del vento spesso diviene una brezza leggera medita, prega, combatti ,senza paura, senza attaccamento ne repulsione e alla fine torni un leone
In questo intervento al Festival della Cosapevolezza, Selene Calloni Williams esplora la fusione tra le sue radici nello sciamanismo e nel buddismo Theravada per guidare gli ascoltatori verso l’intelligenza spirituale. L’autrice descrive lo sciamanismo come una tecnica dell’estasi che utilizza il ritmo dei tamburi e il respiro circolare per risvegliare l’energia vitale e superare i confini dell’io. Parallelamente, introduce la pratica della meditazione Vipassana, focalizzata sulla consapevolezza dell’attimo presente, sull’osservazione dell’impermanenza e sull’accoglienza delle proprie emozioni senza giudizio. Attraverso formule meditative poetiche, la relatrice insegna a percepire il corpo e gli eventi come fenomeni di relazione privi di un io solido, invitando a una vita libera dalla paura. L’obiettivo finale del percorso è raggiungere il Samadhi, ovvero l’unione con il tutto, ricordando la propria natura autentica di esseri risvegliati.
L’approccio di Selene Calloni Williams si fonda su due pilastri fondamentali:
• Lo sciamanismo: Definito come la “tecnica dell’estasi”, è una forma di yoga arcaico e primordiale attraverso cui l’uomo può conoscere veramente la realtà In questa prospettiva, l’intelligenza spirituale coincide con l’estasi.
• Il buddismo Theravada: Appreso durante sei anni di vita in un romitaggio nella foresta in Sri Lanka, dove l’autrice ha ricevuto gli ordini monastici. Qui, l’intelligenza spirituale è intesa come consapevolezza e attenzione cosciente nell’attimo presente, senza giudizio o analisi razionale.
La Pratica Sciamanica: Il Tamburo e il Respiro
L’esperienza inizia con il risveglio dell’energia attraverso strumenti e tecniche fisiche:
• Il Tamburo: È considerato il linguaggio della natura e dell’anima. Selene utilizza diversi tamburi: uno triangolare per risvegliare la Kundalini (l’energia vitale) e uno di pelle di lupo (sognato secondo la tradizione turco-mongola) per indurre il ricordo di sé….
• Il Respiro Circolare e di Fuoco: Una tecnica di respirazione veloce, continua e senza pause che mira a raggiungere un livello energetico superiore. Il cosiddetto “respiro di fuoco” serve a far salire l’aria nella testa per “bruciare la mente” razionale e lasciare andare pensieri e identità Dalle fonti emerge che, in una prospettiva sciamanica, l’intelligenza spirituale è definita come estasi1.
Questa visione si fonda su diversi concetti chiave espressi dall’autrice:
• La tecnica dell’estasi: Lo sciamanismo è descritto come uno yoga arcaico, primitivo e primordiale che trova la sua essenza proprio nel fenomeno dell’estasi. Citando Mircea Eliade, l’autrice sottolinea che è solo nell’estasi che l’uomo conosce veramente la realtà, superando i limiti della filosofia razionale.
• Identità tra coscienza ed energia: Nello sciamanismo, l’intelligenza spirituale è legata alla consapevolezza che la coscienza è energia e l’energia è coscienza. Per questo motivo, la pratica sciamanica utilizza strumenti come il tamburo e tecniche di respirazione circolare per innalzare il livello energetico del praticante, conducendolo verso lo stato estatico.
• Superamento della mente razionale: L’estasi sciamanica permette di accedere a una “mente più vasta” o “sovramente”, che l’autrice paragona al “pensiero del cuore” di James Hillman o alla capacità di “pensare come la foresta”.
• Il ruolo del tamburo: Il tamburo è considerato il linguaggio della natura e dell’anima; il suo suono è lo strumento principale per condurre l’individuo nell’estasi, permettendo all’anima di parlare prima della ragione.
• La paura come ostacolo: Viene esplicitamente affermato che la paura è l’unico vero ostacolo all’intelligenza spirituale e all’estasi. Solo dissolvendo la paura e ricordando la propria natura profonda (attraverso il concetto di Sammasati) è possibile accedere pienamente a questa forma di intelligenza
In sintesi, mentre nel buddismo l’intelligenza spirituale è associata all’attenzione cosciente nel presente, nello sciamanismo essa coincide con la capacità di uscire da sé attraverso l’estasi per attingere a una conoscenza superiore e primordiale
La Meditazione Buddistha: Satipattana e Anapanasati
La sessione prosegue con la meditazione seduta, focalizzata sulla piena attenzione cosciente (Vipassana):
• Asana Samadhi: Il primo livello di unione con il tutto si raggiunge attraverso l’immobilità e la nobiltà della postura.
• Anapanasati: L’attenzione al respiro spontaneo. Il respiro è descritto come un ponte che collega l’individuo a tutti gli esseri e al cosmo intero.
• Anicca (Impermanenza): La pratica di osservare come ogni cellula e ogni fenomeno “appaia e svanisca” incessantemente, come luce di lampo. Comprendere che vita e morte sono simultanee permette di dissolvere la paura
Concetti Chiave e Trasformazione Interiore
• Cittamaia (Inganno della Coscienza): La mente crea l’illusione di un “io” separato e di oggetti materiali solidi per esercitare controllo, ma in realtà siamo onde in un oceano infinito
• Il Dharma: È la legge o la corrente che muove gli eventi. Comprendere il proprio Dharma significa non subire più gli eventi, ma imparare a co-creare con essi, trasformando la vita in una “suprema protezione”
• Gestione delle Emozioni e dei “Demoni”: Selene insegna a non respingere le emozioni negative o i disagi fisici, ma ad accoglierli come “dei antichi” o “alleati”… Respirare dentro il fastidio e offrirgli un posto permette di andare oltre la mente egoica.
• Sammasati: È il mantra finale, l’ultima parola del Buddha, che significa “ricorda chi sei”. L’invito è ricordare la propria natura di “Buddha”, ovvero di essere risvegliato e privo di paura.
Per chiarire il concetto di Cittamaia e del superamento dell’io, si può pensare alla materia come a una danza di Shiva o a un’onda: proprio come non è possibile separare un’onda dall’oceano, non è possibile separare il corpo o l’individuo dal resto del cosmo, sebbene i nostri sensi ci ingannino facendoci credere il contrario
Nella visione sciamanica di Selene Calloni Williams, il tamburo non è un semplice strumento musicale, ma un elemento sacro e funzionale che riveste molteplici significati profondi:
• Linguaggio dell’anima e della natura: Il tamburo è definito esplicitamente come il linguaggio della natura e dell’anima. Esso viene utilizzato per far parlare queste parti profonde prima di ogni altra cosa.
• Strumento per l’estasi: Coerentemente con la definizione di sciamanismo come “tecnica dell’estasi”, il tamburo rappresenta il mezzo principale che conduce il praticante nello stato estatico. È solo attraverso l’estasi, infatti, che l’essere umano può conoscere veramente la realtà.
• Risveglio dell’energia (Kundalini): Esistono diverse tipologie di tamburi con funzioni specifiche. Ad esempio, il tamburo triangolare ha lo scopo di risvegliare la Kundalini, ovvero l’energia vitale, partendo dal presupposto che la coscienza è energia e viceversa.
• Guida per l’inconscio e gli antenati: Il suono del tamburo funge da guida per evocare gli spiriti, gli antenati, le forze inconsce e la propria ombra. Aiuta il praticante a navigare in dimensioni che vanno oltre la mente razionale.
• Dissoluzione dell’identità: Durante pratiche come il “respiro di fuoco”, il tamburo (come quello di pelle di wapiti) sostiene il processo di “bruciare la mente”, permettendo di lasciare andare i pensieri, la pesantezza e persino la propria identità individuale.
• Oggetto sognato e sacro: Secondo la tradizione turco-mongola citata dall’autrice, lo sciamano non costruisce il tamburo arbitrariamente, ma lo sogna, insieme all’animale che ne donerà la pelle (come nel caso del lupo). Questi strumenti possono recare incisioni di figure mitologiche, come Amirani, il primo sciamano sulla terra, rafforzando il legame con l’origine della pratica6.
• Richiamo al Ricordo di Sé: Il suono del tamburo accompagna il mantra Sammasati, che significa “ricorda chi sei”. In questo contesto, rappresenta un invito a non avere paura e a ricordare la propria natura di “Buddha” o essere risvegliato.
In sintesi, il tamburo agisce come un ponte vibrazionale che scardina i limiti della ragione per connettere l’individuo alla vastità del cosmo e alla verità del proprio essere.
Nel contesto del Satipattana Sutta, definito dall’autrice come “il cammino della piena attenzione cosciente”, i quattro fondamenti della consapevolezza sono i seguenti:
1. Il Corpo: Questo primo fondamento riguarda la consapevolezza della postura fisica, che deve ispirare nobiltà e dignità (Asana Samadhi), e l’attenzione al respiro spontaneo (Anapanasati)…. L’autrice invita a vedere il corpo non come un’entità solida o un “io” separato, ma come un’onda dell’oceano che nasce e svanisce, o come una “danza di elementi” (acqua, aria, terra e fuoco) in costante aggregazione e disgregazione. Include anche la visualizzazione degli organi interni, considerati “dei” che la mente tenta di oggettivare per esercitare controllo.
2. Le Sensazioni: La pratica consiste nell’osservare ciò che si prova a livello fisico (dolore, fastidio, calore, formicolio) senza definirlo o giudicarlo. Queste sensazioni sono descritte come pura energia o “vibrazioni” nello stato della non-mente. L’istruzione è quella di respirare dentro il disagio, offrendo “un posto al proprio demone” invece di respingerlo.
3. Gli Stati Mentali: Questo pilastro riguarda l’osservazione delle emozioni e dei sentimenti (come rabbia, frustrazione, eccitazione o serenità). L’autrice suggerisce di accogliere ogni emozione come un “Dio antico” che bussa alla porta, permettendo a tale forza di bruciare ciò che non siamo più affinché possa emergere la nostra vera natura.
4. I Fenomeni (o Eventi): L’ultimo fondamento riguarda la comprensione che gli eventi della vita non hanno un “io” come soggetto, ma accadono in virtù di una relazione universale guidata dal Dharma (la legge o corrente universale). Comprendere questo fondamento significa smettere di essere vittime degli eventi e imparare a “cavalcare la corrente” insieme ad essi.
Attraverso la meditazione su questi quattro elementi, si realizza l’Anicca (l’impermanenza), comprendendo che tutto “appare e svanisce” come luce di lampo, il che permette di dissolvere la paura e raggiungere una mente liberata….
Per comprendere meglio questa visione, si può immaginare la realtà come un grande oceano: i quattro fondamenti ci insegnano a non identificarci con la singola onda (il corpo o l’evento passeggero), ma a riconoscere che siamo l’intero oceano in movimento, dove ogni vibrazione è parte di un’unica, incessante relazione
Ci sono eventi nella vita che non ci cambiano, ma ci rivelano. Selene, ragazzina persa in una provincia italiana degli anni Ottanta che insegue esclusivamente valori materiali, si ritrova a fuggire – piena di ferite e di nevrosi, dovute anche alla morte di suo padre – in Sri Lanka, per lavorare in un villaggio turistico italiano. In questa terra martoriata da una sanguinosa guerra civile, Selene incontra e perde altri padri, maestri spirituali come Michael Williams, colui che le insegna le pratiche arcaiche dello yoga e delle arti marziali e che le lascia in eredità il sigillo sciamanico; come Gatha Thera, il maestro di meditazione con il quale vive in un eremo nella giungla, dove viene iniziata monaco, poiché il lignaggio femminile, scomparso da tempo, sarà ripristinato solo negli anni Novanta. Come James Hillman, il grande psicoanalista, che diventa suo maestro in Occidente. Il mito di Selene si consuma nel flusso delle iniziazioni, ogni perdita è un rito di passaggio, un’occasione di ascolto del legame con l’universo sotto nuove forme. La natura diventa sua interlocutrice silenziosa e viva, rifugio e guida, facendole ritrovare la sua integrità e dissolvendo il suo Io, fino al ritorno in Europa. Con parole intense e luminose, l’autrice racconta il suo percorso interiore: fino al tentativo di suicidio e all’emergere dalla depressione. Tutto si compie e anche la ricerca dell’amore si rivela un espediente della grande avventura dell’anima verso l’invincibilità. Selene Calloni Williams, tra le counselor più famose e accreditate nel mondo del buddismo internazionale, seguitissima sui social, racconta per la prima volta la sua storia in questo nuovo libro, che lascia un’impronta nell’anima e apre porte che non si possono più richiudere.
Nel buddismo Theravada, secondo quanto spiegato da Selene Calloni Williams, l’intelligenza spirituale è definita come consapevolezza e attenzione cosciente.
Questa forma di intelligenza si manifesta attraverso le seguenti caratteristiche:
• Presenza nell’attimo: Essere pienamente attenti nel momento presente, evitando di analizzare, giudicare o ragionare.
• Oltre la mente razionale: L’analisi e il giudizio sono visti come ostacoli perché portano la mente nel passato o nel futuro, inducendo a fare comparazioni e facendo perdere il contatto con l’istante attuale1.
• Accesso a una “sovramente”: Praticare questa consapevolezza permette di accedere a una mente più vasta, che l’autrice definisce anche come “sovramente” (overmind) o “pensiero del cuore”.
• Istinto risvegliato: Tale stato è descritto come un istinto risvegliato e consapevole, paragonabile alla capacità di “pensare come la foresta”.
• Assenza di paura: La paura è identificata come l’unico vero ostacolo al raggiungimento della piena attenzione cosciente e dell’intelligenza spirituale.
Per comprendere meglio questo concetto, si può immaginare l’intelligenza spirituale come uno specchio d’acqua perfettamente immobile: se l’acqua è agitata dal vento del giudizio o dell’analisi, l’immagine riflessa (la realtà) risulta distorta; solo quando l’acqua è ferma e silente può riflettere le cose esattamente come sono nell’attimo presente.
Nel Satipattana Sutta, definito dall’autrice come “il cammino della piena attenzione cosciente”, vengono individuati quattro fondamenti della consapevolezza: il corpo, le sensazioni, gli stati mentali e i fenomeni (o eventi).
Ecco un’analisi dettagliata di ciascun fondamento basata sulle fonti:
• Il Corpo: La pratica inizia con la consapevolezza della postura, che deve essere nobile e dignitosa per raggiungere l’asana samadhi, ovvero l’unione con il tutto attraverso l’immobilità…. Il corpo non è visto come un’entità solida o un “io” separato, ma come un’onda dell’oceano che appare e svanisce, una danza di elementi (acqua, aria, terra e fuoco) in costante aggregazione e disgregazione. La consapevolezza include anche l’anapanasati (attenzione al respiro spontaneo) e la visualizzazione degli organi interni, considerati “dei” che la mente tenta di oggettivare per esercitare controllo….
• Le Sensazioni: Questo livello riguarda l’osservazione di ciò che si prova fisicamente, come dolore, fastidio o calore, senza definirlo o giudicarlo…. L’autrice suggerisce di non respingere il disagio, ma di “offrire un posto al proprio demone”, riconoscendo che ogni sensazione, se non definita dalla mente, è pura energia e vibrazione
• Gli Stati Mentali: Si tratta di accogliere le emozioni (rabbia, frustrazione, serenità) come “dei antichi” che bussano alla porta. Invece di analizzarle, bisogna lasciare che queste forze “brucino ciò che non siamo più” affinché possa emergere la nostra vera natura, trasformando l’emozione in una via verso una mente liberata.
• I Fenomeni (o Eventi): L’ultimo fondamento insegna che gli eventi della vita non hanno un “io” come soggetto, ma accadono in virtù di una relazione universale…. Essi sono guidati dal Dharma, la legge o corrente che muove le onde dell’oceano. Comprendere questo significa smettere di subire gli eventi per imparare a “cavalcare la corrente”, trasformando la comprensione del proprio Dharma in una “suprema protezione”.
Attraverso la meditazione su questi quattro pilastri, il praticante realizza l’Anicca (l’impermanenza): la comprensione che ogni cellula, pensiero o evento “appare e svanisce” incessantemente come luce di lampo. Questa consapevolezza profonda permette di lasciare andare la paura, che è descritta come l’unico vero ostacolo all’intelligenza spirituale.
Per comprendere questa visione, si può immaginare la realtà come un grande oceano: i quattro fondamenti ci insegnano a non identificarci con la singola onda (il corpo o l’evento passeggero), ma a riconoscere che siamo l’intero oceano in movimento, dove ogni vibrazione è parte di un’unica, incessante relazione
• Il primo livello: L’autrice identifica il gradino iniziale di questo stato come asana samadi, ovvero il samadi della postura.
• Il ruolo dell’immobilità: Questo primo livello si raggiunge attraverso l’immobilità del corpo durante la meditazione; il testo afferma infatti che “non c’è libertà senza immobilità”.
• Esperienza personale: Selene Calloni Williams racconta di aver sperimentato il suo primo samadi quando, seguendo il consiglio del suo maestro, è riuscita finalmente a “pensare come la foresta”.
• Superamento dell’io: Il samadi è strettamente legato alla comprensione che il corpo non ha un’individualità separata, ma è come un’onda dell’oceano che non può essere divisa dalla vastità dell’acqua stessa.
In sintesi, il samadi rappresenta il momento in cui la percezione di essere un “io” separato svanisce per lasciare posto alla consapevolezza di essere parte di un’unica realtà universale.
Per visualizzare meglio questo concetto, si può immaginare il samadi come il momento in cui una goccia di pioggia cade nel mare: in quell’istante, la goccia non smette di esistere, ma smette di essere solo una goccia per diventare l’intero oceano.
Una pratica comune è la ripetizione mentale di “Buddho” (che significa “il Risvegliato”): si dice “Bud-” sull’inspirazione e “-dho” sull’espirazione, sincronizzata con il respiro. Questo aiuta a focalizzare la mente ed è insegnata nella tradizione della Foresta Thailandese (es. da maestri come Ajahn Chah o Ajahn Mun) jahn Mun (1870–1949): Il Pioniere Solitario
Ajahn Mun Bhuridatta è considerato il padre della moderna tradizione della foresta. In un’epoca in cui il buddismo tailandese era diventato molto accademico e cerimoniale, lui scelse di tornare alle origini: vivere nella giungla come il Buddha.
L’Eredità: Non scrisse libri. La sua vita ci è nota grazie ai racconti dei suoi discepoli. È visto come un santo (Arhat) con capacità intuitive e spirituali quasi leggendarie.
Lo Stile: Estremamente austero e rigoroso. Passò quasi tutta la vita camminando nelle giungle più remote di Thailandia e Laos.
L’Insegnamento: Si concentrava sulla lotta diretta contro le impurità della mente (kilesas) attraverso una disciplina ferrea e la meditazione profonda. L’Eredità: Non scrisse libri. La sua vita ci è nota grazie ai racconti dei suoi discepoli. È visto come un santo (Arhat) con capacità intuitive e spirituali quasi leggendarie. Ajahn Chah (1918–1992): Il Grande Comunicatore
Ajahn Chah fu un discepolo della stirpe di Ajahn Mun (lo incontrò brevemente, ricevendo istruzioni che cambiarono la sua vita). È probabilmente il monaco della foresta più amato e conosciuto in Occidente.
L’Eredità: Fondò il monastero Wat Pah Nanachat appositamente per gli stranieri, permettendo alla saggezza della foresta di arrivare in Europa e America.
Lo Stile: Estremamente semplice, diretto e dotato di un grande senso dell’umorismo. Sapeva spiegare concetti metafisici complessi usando metafore quotidiane (come “il bicchiere rotto” o “l’albero che cresce”).
L’Insegnamento: Il suo focus era la consapevolezza nella vita quotidiana e l’arte del lasciar andare. A differenza di Ajahn Mun, che era più solitario, Ajahn Chah creò grandi comunità monastiche. L’Eredità: Fondò il monastero Wat Pah Nanachat appositamente per gli stranieri, permettendo alla saggezza della foresta di arrivare in Europa e America.
Poiché Ajahn Mun non ha mai scritto libri (preferiva insegnare oralmente nella giungla), i “testi” che abbiamo sono trascrizioni dei suoi discorsi raccolte dai suoi discepoli. Il testo più famoso che racchiude l’essenza del suo insegnamento è intitolato “Muttodaya” (che significa Un Cuore Liberato).
Ecco un estratto significativo che riassume la sua filosofia della pratica:
L’Essenza del Cuore (dal “Muttodaya”)
“Tutti i Dharma (insegnamenti) scaturiscono dal cuore. Il cuore è il precursore, il cuore è il capo. Se si comprende chiaramente il proprio cuore, si comprende tutto.
Il mondo esterno è un riflesso della mente. Non cercate la verità lontano da voi stessi. Il corpo è come una città, i sensi sono le sue porte, e la mente è il re che vi risiede. Se il re è saggio e vigile, la città è sicura. Se il re è ottenebrato dal desiderio e dall’illusione, la città cade nel caos.
La pratica non consiste nel leggere molti libri, ma nel guardare direttamente il ‘Sapiente’ (la consapevolezza) dentro di sé. Usate la parola ‘Buddho’ (Sveglio) come un’ancora. Inspirate ‘Bud-‘, espirate ‘dho’. Fatelo finché la mente non diventa una cosa sola con la consapevolezza, ferma come una roccia e chiara come l’acqua di sorgente.”
Punti chiave di questo testo:
Centralità della Mente (Citta): Per Ajahn Mun, la mente non addestrata è la fonte di ogni sofferenza, ma la mente illuminata è la fonte della liberazione.
Pratica Diretta: Esortava a non perdersi nella teoria accademica, ma a “leggere il proprio cuore” attraverso la meditazione.
Il Mantra “Buddho”: È la tecnica distintiva che ha tramandato: ripetere mentalmente “Buddho” per focalizzare l’attenzione e calmare i pensieri.
L’Austerità: Il testo sottolinea che la vera saggezza nasce dalla disciplina e dalla rinuncia alle distrazioni mondane.
Un consiglio pratico di Ajahn Chah per la mente: Lui diceva spesso: "Se lasci andare un po', avrai un po' di pace. Se lasci andare molto, avrai molta pace. Se lasci andare completamente, avrai una pace completa." La metafora del bicchiere già rotto "Potresti chiedere: 'Perché dovremmo praticare la consapevolezza?'.
Guarda questo bicchiere. Per me questo bicchiere è già rotto. Mi piace, lo uso, ci bevo l'acqua e apprezzo come riflette la luce. Ma, nella mia mente, questo bicchiere è già rotto.
Un giorno il vento lo farà cadere, o qualcuno lo urterà con il gomito e lui finirà in mille pezzi. In quel momento, se io non avessi capito la sua natura, proverei rabbia o dolore. Direi: 'Perché è successo al mio bicchiere preferito?'.
Ma poiché lo vedo come 'già rotto', quando succede davvero, dico semplicemente: 'Certo, è naturale'.
Quando comprendi che il bicchiere è già rotto, ogni momento che passi con lui è prezioso. Lo usi, ti serve, e quando non c'è più, non c'è sofferenza. La vita è così."
Sul corpo: (a) Due atleti che praticano il pugilato, nudi e barbuti, con un caestus sulle mani; quello a sinistra sanguina copiosamente dal naso; l’altro per una ferita alla fronte. Tra di loro è scritto: NIKOΣΘENEΣEΠOIEΣEN, Νικοσθένης εποίησεν. (b) Due lottatori, ciascuno che afferra il braccio destro dell’altro, nudi e barbuti.
Era il tempo del monsone, la stagione delle piogge, e anche se Bangkok era all’asciutto, il Nord non lo era. Le piogge arrivavano spesso, accompagnate prima da una brezza e poi da un vento che correva fra gli alberi, che frullava e mulinava il fogliame in potenti turbini, mentre il cielo si raffreddava e si oscurava. A volte c’era il tuono, altre volte no, solo la pioggia, che poteva trasformarsi in un rovescio spettacolare, o restare per ore un picchiettio costante, che gocciolava fra le foglie larghe e pesanti.
Da solo nella mia stanza, con i sensi acuiti, sentivo le lucertole sul tetto mentre pattugliavano i bordi delle finestre, in cerca di insetti attratti dalla luce. A volte, dalle finestre filtrava chiaramente della musica rock o pop thailandese, e all’inizio pensavo che provenisse dal paese sottostante. «Oh no, qualcuno ha messo a palla quella schifezza» pensavo. Un giorno, appena terminata la mia mezz’ora di meditazione, era partita la techno e mi ero precipitato fuori, per capire da dove provenisse, scoprendo che veniva dal seminterrato del mio cottage. Bussai alla porta ma non ricevetti risposta. Più tardi, Ajahn si mostrò contrito quando glielo raccontai: «Ah, sì, è un monaco, è mio cugino».
«Puoi chiedergli di usare le cuffie o qualcosa del genere?» Ajahn mi guardò a lungo. «Ti spostiamo» disse poi. «Lui è un po’ disturbato.»
Se dovessi mai fare un monologo di cabaret sulla mia permanenza in un centro di meditazione buddhista nel Nord della Thailandia, ci sarebbe di sicuro un pezzo chiamato “Il monaco nel sottoscala”. Un altro monaco, un thailandese che aveva frequentato l’università nell’Indiana, mi accompagnò nel cammino del giorno seguente e mi diede la sua solidarietà. «È terribile, disturbarti così» disse. «Sei venuto per l’isolamento più totale e quello ti spara la techno. E che cazzo!»
Il quarto giorno, dopo il canto serale, quando tutti lentamente si erano alzati e iniziavano a camminare, Panyavudo mi si avvicinò e mi chiese, senza giri di parole: «Ti hanno mai fatto un rito di magia nera?» nello stesso modo con cui avrebbe potuto chiedere a un ubriaco se aveva bevuto.
«Non credo proprio» risposi io. «Vedo delle strisce rosse intorno al tuo petto, proprio qui, sopra le costole» e mi passò le mani sopra le costole, dove mi ero fatto male. Fui piuttosto scioccato.
Le costole mi stavano dando fastidio, e forse aveva notato che le massaggiavo, ma di certo non ne avevo parlato con nessuno. Mi condusse in un angolo tranquillo, mi sedetti e lui sedette dietro di me, mi poggiò i piedi contro la schiena, concentrando l’energia su di me per sciogliere i nodi e – chi lo sa? – forse mi sentii meglio.
Devi stare attento» mi disse poi. «Capita a volte, prima di un incontro, che a un combattente diano qualcosa di strano da mangiare o da bere o che gli lancino una maledizione». Avevo mangiato qualcosa che mi aveva fatto sentire strano? Non era un evento raro, in Thailandia.
Ci volle tempo, ma alla fine convinsi Panyavudo a parlarmi della magia nera. C’erano alcuni monaci che praticavano la magia, la capivano e la usavano per contrastare la magia negativa che incontravano, quelli che realizzavano amuleti benedetti e che lavoravano con i thailandesi più superstiziosi. A quanto pare, Panyavudo era uno di loro. Certamente Ajahn Suthep non lo era, invece. Rideva e poi raccontava la storia di un famoso monaco mago, che faceva potenti incantesimi. «Ma quando era malato, andava comunque all’ospedale. Perché? Morirà comunque. Non ci credo, alla magia». E Ajahn rideva, un bambino grasso e soddisfatto di sé.
A Panyavudo era stato detto di ignorare la magia e per quattro anni aveva seguito l’indicazione. Di recente aveva deciso che doveva invece abbracciarla e conoscerla, per poterla lasciare in seguito e proseguire nel cammino verso l’illuminazione. Aveva percepito che il comprenderla, ora, faceva parte del suo dovere, un concetto molto importante per i monaci.
«La magia è frutto di intensa concentrazione» mi spiegò, sbattendo le palpebre dietro le lenti (spesse, ma non quanto quelle di Ajahn). Un esperto di arti magiche può concentrarsi, entrare in contatto con la tua mente e influenzarla con pensieri estranei.Per combatterlo bisogna ricorrere alla coscienza e alla consapevolezza, e mantenere forte la mente in modo che sia in grado di difendersi, riconoscendo i pensieri che le sono propri rispetto a quelli che potrebbero esservi stati introdotti da qualcun altro. Non devi dire l’ora della tua nascita a nessuno» mi disse Panyavudo, perché questo dato, stando a lui, poteva aiutarli a individuarti.
Per contrattaccare dovevi essere consapevole e conoscere te stesso, avere fiducia nelle tue sensazioni. Se una persona ti passa qualcosa da mangiare, prova a sentirlo per qualche minuto, avverti che tipo di vibrazione trasmette.
Spiegò che la pratica del tai chi mi avrebbe aiutato, come la meditazione e la consapevolezza. Potevo anche sperimentare la “meditazione compassionevole”, in cui dirigi pensieri positivi sulle persone che ami, che ti piacciono, che ti sono indifferenti, che non ti piacciono, purché siano del tuo stesso sesso. «Ma non sui defunti, perché quello può attirare gli spiriti». Il dolore può essere il residuo di spiriti che sono stati feriti – quello delle formiche che avevo…
eliminato dal bagno, per esempio, o di qualcuno a cui avevo fatto un torto. Quest’ultima cosa mi diede da pensare.
«Le energie negative possono ritorcersi contro di noi e abbiamo a disposizione ottant’anni di vita» lo disse come se fosse un dato assodato «per cui sii cauto, perché possono accumularsi e farti del male. Sii gentile e dimostra il tuo amore».
Panyavudo era un uomo intelligente e colto, che aveva vissuto in Olanda e in Germania fra i ventidue e i ventiquattro anni, per poi lavorare nel settore dell’import-export e al parlamento di Bangkok. Non era uno sciocco contadino superstizioso, faceva parte a pieno titolo del mondo moderno.
Mi guardò a lungo, e poi disse: «C’è una fascia di metallo intorno alla tua testa e alla tua fronte, una stretta fascia d’oro». Si passò le dita intorno al capo, per farmi capire cosa intendeva. «Significa qualcosa, per te?»
Scossi il capo.
«Allora forse dovresti occupartene» disse, sorridente come sempre. «Hai bisogno di vedere il lato spirituale del combattimento e dell’autodifesa, oltre al lato fisico e mentale. Le persone si allenano per costruire la volontà di combattere, ma la magia nera può distruggerla».
A partire dal sesto giorno si era verificata una specie di svolta e i miei attacchi di noia assoluta stavano sparendo. In fondo, che cos’è la noia? È solo un’altra sensazione, solo un’emozione, un’illusione – non è reale. La noia è come il dolore, arriva per farti vedere il carattere della noia stessa. Il dolore insorge per insegnarti il dolore. Una volta sedetti per quarantacinque minuti e smisi più per via dello shock che per la sofferenza. Quando Ajahn s’immergeva profondamente nella meditazione, stava seduto per sei ore e mezza. La mia consapevolezza stava crescendo e mi riusciva più facile accostarmi a essa, potevo caderci dentro e sentirla più familiare. Le cose incominciarono a diventare più chiare. Potevo vedere i miei pensieri da più punti di vista – stavo incominciando a vedere i miei problemi a trecentosessanta gradi.
Mi ero anche adattato alla mancanza di cibo e alle sei ore di sonno, e mi sentivo energico e forte per tutto il giorno senza il sostegno del caffè. In parte l’appagamento derivava anche dalla mancanza di tutte le intrusioni tecnologiche che avevano fatto parte della mia vita, l’interminabile brusio di sottofondo dei microchip che mi circondavano. Era come essere di nuovo bambino. Avevo la sensazione che quella situazione si sarebbe potuta protrarre all’infinito, ma fuori dalla finestra, attraverso la giungla, mi giungeva anche il richiamo del mondo. Il vento sibilava insinuandosi fra gli…alberi e nel folto dei bambù, le gocce incontravano le foglie. C’era un rumore costante, il rombo di motori lontani, uno scooter per strada, il vento, le cicale, i ragazzi alla porta accanto che chiacchieravano in un fluido thailandese, i monaci solitari che camminavano appena fuori dalla mia finestra.
Il decimo giorno, nel buio del primo mattino, salii in macchina, indossando di nuovo i miei soliti indumenti scuri, e non più quelli bianchi e puri, così comodi, così rilassanti per la mente. Mi ero messo il deodorante, il cui pungente odore filtrava dalla T-shirt di Bruce Lee. Tutte le catene e gli ammennicoli della società – tecnologia, denaro e carte di credito, biglietti e passaporti, un cellulare prestatomi da un amico: tante cose, ognuna più pesante dell’altra. Ajahn mi invitò a tornare per scrivere un libro su ciò che lui stava facendo, la meditazione e le esperienze dei farang in diversi templi. Penso che mi stesse invitando nel senso in cui i monaci buddhisti a volte invitano i laici a lavorare con loro, per costruire templi e cose del genere, per conquistarsi dei meriti.
«La consapevolezza può arrivare a incidere su tutto, può essere una parte di ogni cosa, del tuo allenamento e della tua lotta» mi disse Ajahn. Per i monaci non costituiva un problema il fatto che io fossi, anche solo a volte, un combattente. «Se usi la consapevolezza nella boxe, puoi essere conscio e non prigioniero dello stesso movimento, puoi essere senza forma, e ciò che è privo di forma non può essere sconfitto, finché sei forte dentro e hai i piedi ben radicati» mi spiegò Ajahn. Virgil si sarebbe sicuramente trovato d’accordo.
Mentre viaggiavamo attraverso la campagna nebbiosa, incontrando di tanto in tanto membri delle tribù delle colline, nei loro abiti tradizionali, che camminavano lungo la strada, Ajahn, che sedeva davanti, si voltò e mi disse: «La consapevolezza ti aiuterà a vedere libero da illusioni».
Annuii. «Hemingway parlava sempre di scrivere la frase “autentica”» dissi, quasi a me stesso.
«Il vecchio e il mare» mi disse Ajahn, e sorrise. «Una bella storia».
Sic verus ille animus et in alienum non venturus arbitrium probatur
Così si sperimenta il coraggio vero, che non è sottoposto all’arbitrio altrui. è la prova del fuoco.
Un atleta non può combattere con accanimento se non è già livido per le percosse: chi ha visto il proprio sangue e ha sentito i denti scricchiolare sotto i pugni, chi è stato messo a terra e schiacciato dall’avversario e, umiliato, non si è perso d’animo, chi si è rialzato più fiero, dopo ogni caduta, va a combattere con buone speranze di vittoria.
Quindi, per continuare con questo paragone, molte volte ormai hai subito l’assalto del destino; tu, però non ti sei arreso, ma sei balzato in piedi e hai resistito con maggior fermezza: il valore, quando è sfidato, si moltiplica.
Omnia fert aetas, sed nondum
tutto porta via il tempo ma non ancora
Plura sunt, Lucili, quae nos terrent quam quae premunt, et saepius opinione quam re laboramus.
Sono più le cose che ci spaventano di quelle che ci minacciano effettivamente, Lucilio mio, e spesso soffriamo più per le nostre paure che per la realtà
Omnia fert aetas, sed nondum
tutto porta via il tempo ma non ancora
Omnia, aliena sunt, tempus tantum nostrum est.. nulla ci appartiene soltanto il tempo è nostro il resto è solo una goccia nell’oceano
Omnia fert aetas, animum quoque” (tradotta come “Il tempo porta via tutto, anche l’anima” o, più precisamente nel contesto, “Il tempo porta via tutto, anche la memoria/la mente”) si trova nell’Egloga IX delle Bucoliche di Virgilio, ed è pronunciata dal pastore Meri (Moeris) al verso 51. Egloga IX, vv. 49-56 (Il lamento di Meri)
Testo Latino (Virgilio)
Traduzione (circa)
LYCIDAS. Quid, quae te pura solum sub nocte canentem
LICIDA. E quelli che ti avevo udito cantare da solo
audieram? memini numeros, si uerba tenerem.
sotto la notte serena? Ricordo il ritmo, se solo ricordassi le parole.
MOERIS.‘Daphni, quid antiquos signorum suspicis ortus?
MERI.“Dafni, perché osservi l’antico sorgere degli astri?
Ecce Dionaei processit Caesaris astrum,
Ecco, è apparsa la stella di Cesare, figlio di Dione,
astrum quo segetes gauderent frugibus et quo
stella per cui i campi si rallegrino per le messi e per cui
uiuida per uiridis fundet color uua colles.
l’uva viva si colori sui colli verdeggianti.
Insere, Daphni, piros: carpent tua poma nepotes.’
Innesta, Dafni, i peri: i nipoti coglieranno i tuoi frutti.”
Omnia fert aetas, animum quoque; saepe ego longos
Il tempo porta via tutto, anche la memoria; spesso io ricordo
cantando puerum memini me condere soles;
di aver trascorso lunghe giornate cantando quando ero ragazzo;
nunc oblita mihi tot carmina, uox quoque Moerim
ora ho dimenticato tanti canti; persino la voce
iam fugit ipsa: lupi Moerim uidere priores.
abbandona Meri; i lupi hanno visto per primi Meri.
Sed tamen ista canat tibi saepe Menalcas.
Ma tuttavia questi canti te li potrà ripetere spesso Menalca.
Tingila dunque con la continuità di tali impressioni: per esempio, [il pensiero] che dove c’è la possibilità di vivere, lì c’è anche la possibilità di vivere bene; e nella corte (imperiale) c’è la possibilità di vivere; dunque c’è anche la possibilità di vivere bene nella corte.
E ancora, [il pensiero] che in vista di ciò per cui ogni cosa è stata costruita, per quello è stata costruita; e verso ciò per cui è stata costruita, verso questo si muove; e in ciò verso cui si muove, in questo è il suo fine; e dove è il fine, lì è anche il vantaggio e il bene di ciascuna cosa.
Dunque il bene dell’essere razionale è la società. Infatti, che siamo nati per la società, è stato dimostrato da tempo; o non era evidente che le cose inferiori esistono in funzione delle superiori, e le superiori in funzione reciproca? Sono superiori tra le cose inanimate quelle animate, e tra le animate quelle razionali.
Onora la tenebra rispetta le radici affonda nella Terra ferrosa ma torna alla Luce guerriero respirando le stelle… con tutto il tuo Cuore…. Nella tempesta….tra le fitte nebbie, nel crepaccio, dove ogni cosa appare dolorosamente inevitabile, densamente univoca…. la trama si nasconde, aggrovigliandosi e dell’arazzo si vedono solo fili contorti si sentono solo tempie pulsanti…. è la terra, che nutre, ma toglie il respiro ….. l’Aria è più in alto, lo Spazio Altrove…. stai quieta anima stai nella mischia e fai ciò che puoi… il resto è fragore di Marte non il Cosmo
Intervista con Selene Calloni Williams, ‘https://linktr.ee/symposium.podcast, dove l’autrice e studiosa condivide la sua profonda esperienza con lo sciamanesimo, lo yoga sciamanico e il buddismo Teravada, pratiche che ha abbracciato dopo aver affrontato una grave ”depressione” seguita alla morte del padre. L’intervista si concentra sui due pilastri comuni a tutte le tradizioni sapienziali: il riassorbimento del reale (ritiro delle proiezioni o realizzazione dello stato di sogno) e il matrimonio mistico (unione dell’umano e del divino). Selene spiega anche la sua visione della psicologia immaginale e l’importanza del coraggio e dell’esperienza per vivere una vita autentica, citando il concetto di malattia sciamanica come risorsa e descrivendo il digiuno immaginale come strumento per il viaggio interiore. L’intervista si chiude con una discussione sul Diamon come guida spirituale e l’importanza del tamburonello sciamanesimo.
Per la studiosa di yoga sciamanico e psicologia immaginale Selene Calloni Williams, “vivere per davvero” significa innanzitutto significa innanzitutto “esserci”, ovvero “essere nell’attimo presente” e “non essere nella mente”. Questo concetto implica un’esperienza profonda e coraggiosa dell’esistenza: 1. Uscire dalla Mente e Abbracciare l’Esperienza Vivere per davvero richiede di uscire dalla mente. La mente, infatti, confina l’individuo nelle credenze, nei concetti e nelle teorie, impedendo l’esperienza vera e reale. • Superare il Pensiero Razionale: Non significa smettere di pensare, ma superare la mente meramente logica, razionale e analitica, entrando in una mente “enormemente più vasta e vera”. • La Mente Poetica (o Pensiero del Cuore): Questa mente più vasta è chiamata, tra gli altri, “il pensiero del cuore” (secondo James Hillman) o “Overmind” (secondo Sri Aurobindo), ma l’autrice preferisce definirla la “mente poetica”. • Istinto Consapevole: In sostanza, si tratta di risvegliare l’istinto consapevole. Significa “pensare come la foresta”, essere “terra foresta che pensa”, e quindi fare esperienza vera, come la fanno un albero o un animale. 2. Il Coraggio di Essere Presenti Per fare reale esperienza della vita è necessaria una sola cosa: non avere paura, ovvero avere coraggio. • Essere nel Cuore: Fare esperienza vera significa essere nel cuore, il che vuol dire “amare” e “darsi, offrirsi”. • Presenza Totale: Se si è veramente vivi e presenti nell’attimo, si accede a “tutto il tempo e tutto lo spazio”, perché “tutto è nel qui e ora”. Se si respira fino in fondo il momento in totale libertà, ci si accorge che in quell’istante ci sono tutti i momenti. • Trascendere la Paura: La mente, con i suoi continui calcoli su ciò che è giusto o sbagliato, possibile o impossibile, e sui pericoli, impedisce di essere veramente nel qui e ora, e di respirare il momento in totale libertà. Vivere per davvero, quindi, è avere il coraggio di essere davvero qui e ora. 3. La Libertà e il Ricordo di Sé Vivere per davvero è strettamente legato al raggiungimento della libertà, che è il valore più grande, e al ricordo della propria vera identità. • Il Mantra del Risveglio: L’autrice cita il mantra Samasati, che significa “ricorda chi sei”, e si dice sia stata l’ultima parola pronunciata dal Buddha prima di morire. Questo implica il ricordo di essere un Buddha, un risvegliato. • Non Essere Prigionieri: Il non vivere per davvero, al contrario, è restare prigionieri della mente in una “sospensione della vita”, in un inganno o in un’illusione generata dalla mente e sostenuta dalla paura. “vivere per davvero” è un atto di coraggio e consapevolezza che permette di trascendere i limiti della mente razionale per abbracciare l’istinto e la presenza totale nel momento, ritrovando la propria essenza e libertà.
“E cos’è, monaci, la retta consapevolezza? Qui, un monaco dimora contemplando il corpo nel corpo, ardente, chiaramente comprendente, consapevole, avendo rimosso bramosia e afflizione riguardo al mondo…”
Le Quattro Fondamenta della Consapevolezza (Satipaṭṭhāna):
Kāyānupassanā – Consapevolezza del corpo
Vedanānupassanā – Consapevolezza delle sensazioni
Cittānupassanā – Consapevolezza della mente/coscienza
Dhammānupassanā – Consapevolezza degli oggetti mentali/dhamma
Qualità chiave della sammasati:
Ātāpī – ardente/energico
Sampajāno – chiaramente comprendente
Satimā – consapevole
Vineyya loke abhijjhādomanassaṃ – avendo abbandonato desiderio e avversione verso il mondo
In breve: Sammasati = consapevolezza attenta del momento presente con chiarezza, energia ed equanimità, radicata nelle quattro fondamenta.