La Muay Thai, conosciuta in tutto il mondo come Thai Boxe, non è semplicemente uno sport da combattimento o un sistema di difesa personale. In Thailandia è considerata una vera e propria estensione della cultura, della spiritualità e della storia di un popolo.
Viene chiamata “L’Arte delle Otto Armi” perché, a differenza della boxe occidentale (che usa solo i pugni) o della Kickboxing (pugni e calci), la Muay Thai permette l’uso combinato di otto punti di contatto: due pugni, due calci (tibiata), due ginocchiate e due gomitate. Le Origini: Nata per la Sopravvivenza
Le radici della Muay Thai affondano nel Muay Boran (l’antico pugilato), un sistema di combattimento corpo a corpo sviluppato nei secoli passati dai soldati siamesi. Quando in guerra si perdevano le armi tradizionali come spade o lance, il corpo stesso doveva trasformarsi in un’arma.
I due pugni (Mani): หมัด (Mat) – Usati come spade o giavellotti.
I due gomiti: ศอก (Sok) – Taglienti come accette per colpire a distanza ravvicinata.
Le due ginocchia: เข่า (Khao) – Potenti come lance o mazze per sfondare la difesa.
I due tibie/piedi (Gambe): แข้ง / เท้า (Khaeng / Thao) – Utilizzati come bastoni pesanti o scudi nei calci.
In passato, nel Muay Boran (la forma antica e militare della disciplina), si parlava a volte di “Nove Armi” (นวอาวุธ – Nawa Awut), includendo anche la testa (Chon) per dare testate, pratica oggi vietata nel regolamento sportivo moderno per motivi di sicurezza.
L’origine è strettamente legata alla difesa del Regno del Siam (l’odierna Thailandia) dalle costanti invasioni dei regni vicini, in particolare dei birmani. Una delle figure leggendarie più venerate è Nai Khanom Tom, un prigioniero di guerra che nel 1774, secondo la leggenda, sconfisse dieci dei migliori schermidori birmani uno dopo l’altro usando solo il proprio corpo, guadagnandosi la libertà e lo status di eroe nazionale.
“Il mio vecchio professore Gregory Nagy, studioso di storia antica, sosteneva che nell’antichità gli atleti subivano una trasformazione durante le competizioni e perché ciò avvenisse, l’atleta doveva esser unito a qualcosa più grande di lui, di lei.” Come molti maestri insegnano, in un momento inaspettato, giunge la quiete nella caos dello scontro, è il centro dell’uragano, attimo di pura consapevolezza, in cui si è totalmente presenti a se stessi nel “potere dell’adesso”
Le Tradizioni Sacre sul Ring
Per capire l’essenza della Thai Boxe bisogna guardare cosa succede prima che inizi il combattimento vero e proprio. Ogni match è intriso di rituali sacri:
Il Mongkhon: È una corona di corda sacra che l’atleta indossa sulla testa entrando sul ring. Viene benedetta dai monaci buddisti o dal maestro (Kru) e serve a proteggere il guerriero dagli spiriti maligni e a portargli fortuna. Viene tolta dal maestro solo dopo i rituali pre-gara.
Il Prajiad: Sono fasce di stoffa legate intorno ai bicipiti. Anticamente contenevano amuleti o preghiere scritti dalle madri o dai monaci per proteggere i soldati in battaglia. Oggi rimangono sul braccio del nak muay (il combattente) per tutta la durata del match.
La Wai Kru Ram Muay: È la danza rituale eseguita dai combattenti prima del suono della campana. La Wai Kru mostra rispetto e gratitudine verso i genitori, i maestri e gli antenati; la Ram Muay mostra l’abilità dell’atleta e serve a “marcare il territorio” sul ring, oltre che come riscaldamento psicofisico.
La Musica Sarama: I match sono accompagnati dal vivo da una musica ipnotica suonata con strumenti tradizionali. Il ritmo accelera man mano che l’intensità del combattimento aumenta, guidando l’energia e i colpi degli atleti sul ring.
1. Hanuman (หนุมาn) – Il Re Scimmia È senza dubbio la figura mitologica più iconica per un Nak Muay. Nel poema epico Ramakien, Hanuman è il comandante dell’esercito delle scimmie: un guerriero immortale, incredibilmente forte, agile, astuto e leale. Cosa rappresenta: Forza fisica, agilità suprema, invulnerabilità e lo spirito combattivo indomito. Molti lottatori si tatuano Hanuman (tatuaggi sacri Sak Yant) proprio per assorbire la sua energia e la sua protezione in battaglia. 2. Phra Mae Thorani (พระแม่ธรณี) – La Dea della Terra È la dea della Terra nel buddismo thailandese. È colei che, testimoniando le azioni del Buddha, strizzò i suoi lunghi capelli creando un’alluvione che spazzò via le armate del demone Mara. Cosa rappresenta: Protezione assoluta contro il male, stabilità e fermezza. I lottatori spesso toccano il suolo del ring e si portano la mano al capo per rendere omaggio alla terra e chiedere la sua protezione. 3. I Maestri del Passato (Khru Muay – ครูมวย) e Re Naresuan Nella Muay Thai, lo spirito dei maestri defunti e degli antenati ha un valore divino. Un ruolo centrale è occupato da figure storiche divinizzate come il Re Naresuan il Grande (che usò la Muay Thai per liberare il paese) e Nai Khanom Tom (il padre della Muay Thai, che sconfisse dieci schermidori birmani consecutivamente). A loro vengono dedicati altari e preghiere per ricevere la benedizione prima di combattere.
Il Senso Più Profondo: L’Arte del Cuore (Heart)
Se ci si ferma all’apparenza, la Muay Thai può sembrare brutale. Le gomitate possono tagliare il viso e i calci alla tibia richiedono un condizionamento osseo dolorosissimo. Tuttavia, il suo senso più profondo risiede in tre pilastri etici:
1. Rispetto e Umiltà
In Thailandia, la testa è la parte più sacra del corpo e i piedi quella più umile. Nonostante si usino i piedi per colpire, l’atteggiamento mentale del combattente deve essere di assoluto rispetto. Finire un match significa inchinarsi davanti all’avversario e al suo angolo, indipendentemente dal risultato. L’arroganza non appartiene alla vera Muay Thai.
2. Lo Spirito del Nak Muay นักมวย lottatore
In Occidente si parla spesso di tecnica o di forza fisica. In Thailandia si parla di “Cuore” (Jai). Un combattente può anche essere tecnicamente inferiore, ma se dimostra Cuore – ovvero la capacità di non arrendersi di fronte al dolore, di avanzare con calma olimpica anche sotto una tempesta di colpi – guadagnerà il rispetto eterno del pubblico e dei maestri. I maestri e i commentatori nei grandi stadi come il Lumpinee o il Rajadamnern usano espressioni precise per definire lo spirito di un lottatore:
นิ่ง (Ning): Non contiene la parola cuore, ma descrive quella “calma olimpica” di cui parlavi. È la capacità di rimanere lucidi, impassibili e imperturbabili nel bel mezzo della tempesta.
หัวใจ (Hua Jai): Il cuore fisico, ma usato anche per definire il “cuore” inteso come coraggio profondo.
ใจสู้ (Jai Soo): Traducibile letteralmente come “Cuore che combatte”. È lo spirito indomito, la determinazione assoluta a non mollare mai, indipendentemente dal dolore o dallo svantaggio.
ใจเพชร (Jai Phet): Significa “Cuore di diamante”. Descrive un lottatore indistruttibile, la cui mente non si spezza sotto i colpi dell’avversario.
3. La Calma nella Tempesta (Sabai Sabai) สบายสบาย
Il concetto di Sabai (rilassato/tranquillo) è fondamentale. Un vero artista della Muay Thai non combatte guidato dalla rabbia. La rabbia consuma energia e offusca la mente. Il nak muay ideale combatte con un sorriso accennato, gli occhi lucidi e una mente immobile come quella di un monaco in meditazione, muovendosi con una grazia fluida che si trasforma in violenta efficacia solo nell’esatto millesimo di secondo del guardare l’impatto.
La Muay Thai è una forma di meditazione in movimento dove il corpo diventa arte, il dolore diventa maestro e il ring diventa lo specchio della propria anima.
Era il tempo del monsone, la stagione delle piogge, e anche se Bangkok era all’asciutto, il Nord non lo era. Le piogge arrivavano spesso, accompagnate prima da una brezza e poi da un vento che correva fra gli alberi, che frullava e mulinava il fogliame in potenti turbini, mentre il cielo si raffreddava e si oscurava. A volte c’era il tuono, altre volte no, solo la pioggia, che poteva trasformarsi in un rovescio spettacolare, o restare per ore un picchiettio costante, che gocciolava fra le foglie larghe e pesanti.
Da solo nella mia stanza, con i sensi acuiti, sentivo le lucertole sul tetto mentre pattugliavano i bordi delle finestre, in cerca di insetti attratti dalla luce. A volte, dalle finestre filtrava chiaramente della musica rock o pop thailandese, e all’inizio pensavo che provenisse dal paese sottostante. «Oh no, qualcuno ha messo a palla quella schifezza» pensavo. Un giorno, appena terminata la mia mezz’ora di meditazione, era partita la techno e mi ero precipitato fuori, per capire da dove provenisse, scoprendo che veniva dal seminterrato del mio cottage. Bussai alla porta ma non ricevetti risposta. Più tardi, Ajahn si mostrò contrito quando glielo raccontai: «Ah, sì, è un monaco, è mio cugino».
«Puoi chiedergli di usare le cuffie o qualcosa del genere?» Ajahn mi guardò a lungo. «Ti spostiamo» disse poi. «Lui è un po’ disturbato.»
Se dovessi mai fare un monologo di cabaret sulla mia permanenza in un centro di meditazione buddhista nel Nord della Thailandia, ci sarebbe di sicuro un pezzo chiamato “Il monaco nel sottoscala”. Un altro monaco, un thailandese che aveva frequentato l’università nell’Indiana, mi accompagnò nel cammino del giorno seguente e mi diede la sua solidarietà. «È terribile, disturbarti così» disse. «Sei venuto per l’isolamento più totale e quello ti spara la techno. E che cazzo!»
Il quarto giorno, dopo il canto serale, quando tutti lentamente si erano alzati e iniziavano a camminare, Panyavudo mi si avvicinò e mi chiese, senza giri di parole: «Ti hanno mai fatto un rito di magia nera?» nello stesso modo con cui avrebbe potuto chiedere a un ubriaco se aveva bevuto.
«Non credo proprio» risposi io. «Vedo delle strisce rosse intorno al tuo petto, proprio qui, sopra le costole» e mi passò le mani sopra le costole, dove mi ero fatto male. Fui piuttosto scioccato.
Le costole mi stavano dando fastidio, e forse aveva notato che le massaggiavo, ma di certo non ne avevo parlato con nessuno. Mi condusse in un angolo tranquillo, mi sedetti e lui sedette dietro di me, mi poggiò i piedi contro la schiena, concentrando l’energia su di me per sciogliere i nodi e – chi lo sa? – forse mi sentii meglio.
Devi stare attento» mi disse poi. «Capita a volte, prima di un incontro, che a un combattente diano qualcosa di strano da mangiare o da bere o che gli lancino una maledizione». Avevo mangiato qualcosa che mi aveva fatto sentire strano? Non era un evento raro, in Thailandia.
Ci volle tempo, ma alla fine convinsi Panyavudo a parlarmi della magia nera. C’erano alcuni monaci che praticavano la magia, la capivano e la usavano per contrastare la magia negativa che incontravano, quelli che realizzavano amuleti benedetti e che lavoravano con i thailandesi più superstiziosi. A quanto pare, Panyavudo era uno di loro. Certamente Ajahn Suthep non lo era, invece. Rideva e poi raccontava la storia di un famoso monaco mago, che faceva potenti incantesimi. «Ma quando era malato, andava comunque all’ospedale. Perché? Morirà comunque. Non ci credo, alla magia». E Ajahn rideva, un bambino grasso e soddisfatto di sé.
A Panyavudo era stato detto di ignorare la magia e per quattro anni aveva seguito l’indicazione. Di recente aveva deciso che doveva invece abbracciarla e conoscerla, per poterla lasciare in seguito e proseguire nel cammino verso l’illuminazione. Aveva percepito che il comprenderla, ora, faceva parte del suo dovere, un concetto molto importante per i monaci.
«La magia è frutto di intensa concentrazione» mi spiegò, sbattendo le palpebre dietro le lenti (spesse, ma non quanto quelle di Ajahn). Un esperto di arti magiche può concentrarsi, entrare in contatto con la tua mente e influenzarla con pensieri estranei.Per combatterlo bisogna ricorrere alla coscienza e alla consapevolezza, e mantenere forte la mente in modo che sia in grado di difendersi, riconoscendo i pensieri che le sono propri rispetto a quelli che potrebbero esservi stati introdotti da qualcun altro. Non devi dire l’ora della tua nascita a nessuno» mi disse Panyavudo, perché questo dato, stando a lui, poteva aiutarli a individuarti.
Per contrattaccare dovevi essere consapevole e conoscere te stesso, avere fiducia nelle tue sensazioni. Se una persona ti passa qualcosa da mangiare, prova a sentirlo per qualche minuto, avverti che tipo di vibrazione trasmette.
Spiegò che la pratica del tai chi mi avrebbe aiutato, come la meditazione e la consapevolezza. Potevo anche sperimentare la “meditazione compassionevole”, in cui dirigi pensieri positivi sulle persone che ami, che ti piacciono, che ti sono indifferenti, che non ti piacciono, purché siano del tuo stesso sesso. «Ma non sui defunti, perché quello può attirare gli spiriti». Il dolore può essere il residuo di spiriti che sono stati feriti – quello delle formiche che avevo…
eliminato dal bagno, per esempio, o di qualcuno a cui avevo fatto un torto. Quest’ultima cosa mi diede da pensare.
«Le energie negative possono ritorcersi contro di noi e abbiamo a disposizione ottant’anni di vita» lo disse come se fosse un dato assodato «per cui sii cauto, perché possono accumularsi e farti del male. Sii gentile e dimostra il tuo amore».
Panyavudo era un uomo intelligente e colto, che aveva vissuto in Olanda e in Germania fra i ventidue e i ventiquattro anni, per poi lavorare nel settore dell’import-export e al parlamento di Bangkok. Non era uno sciocco contadino superstizioso, faceva parte a pieno titolo del mondo moderno.
Mi guardò a lungo, e poi disse: «C’è una fascia di metallo intorno alla tua testa e alla tua fronte, una stretta fascia d’oro». Si passò le dita intorno al capo, per farmi capire cosa intendeva. «Significa qualcosa, per te?»
Scossi il capo.
«Allora forse dovresti occupartene» disse, sorridente come sempre. «Hai bisogno di vedere il lato spirituale del combattimento e dell’autodifesa, oltre al lato fisico e mentale. Le persone si allenano per costruire la volontà di combattere, ma la magia nera può distruggerla».
A partire dal sesto giorno si era verificata una specie di svolta e i miei attacchi di noia assoluta stavano sparendo. In fondo, che cos’è la noia? È solo un’altra sensazione, solo un’emozione, un’illusione – non è reale. La noia è come il dolore, arriva per farti vedere il carattere della noia stessa. Il dolore insorge per insegnarti il dolore. Una volta sedetti per quarantacinque minuti e smisi più per via dello shock che per la sofferenza. Quando Ajahn s’immergeva profondamente nella meditazione, stava seduto per sei ore e mezza. La mia consapevolezza stava crescendo e mi riusciva più facile accostarmi a essa, potevo caderci dentro e sentirla più familiare. Le cose incominciarono a diventare più chiare. Potevo vedere i miei pensieri da più punti di vista – stavo incominciando a vedere i miei problemi a trecentosessanta gradi.
Mi ero anche adattato alla mancanza di cibo e alle sei ore di sonno, e mi sentivo energico e forte per tutto il giorno senza il sostegno del caffè. In parte l’appagamento derivava anche dalla mancanza di tutte le intrusioni tecnologiche che avevano fatto parte della mia vita, l’interminabile brusio di sottofondo dei microchip che mi circondavano. Era come essere di nuovo bambino. Avevo la sensazione che quella situazione si sarebbe potuta protrarre all’infinito, ma fuori dalla finestra, attraverso la giungla, mi giungeva anche il richiamo del mondo. Il vento sibilava insinuandosi fra gli…alberi e nel folto dei bambù, le gocce incontravano le foglie. C’era un rumore costante, il rombo di motori lontani, uno scooter per strada, il vento, le cicale, i ragazzi alla porta accanto che chiacchieravano in un fluido thailandese, i monaci solitari che camminavano appena fuori dalla mia finestra.
Il decimo giorno, nel buio del primo mattino, salii in macchina, indossando di nuovo i miei soliti indumenti scuri, e non più quelli bianchi e puri, così comodi, così rilassanti per la mente. Mi ero messo il deodorante, il cui pungente odore filtrava dalla T-shirt di Bruce Lee. Tutte le catene e gli ammennicoli della società – tecnologia, denaro e carte di credito, biglietti e passaporti, un cellulare prestatomi da un amico: tante cose, ognuna più pesante dell’altra. Ajahn mi invitò a tornare per scrivere un libro su ciò che lui stava facendo, la meditazione e le esperienze dei farang in diversi templi. Penso che mi stesse invitando nel senso in cui i monaci buddhisti a volte invitano i laici a lavorare con loro, per costruire templi e cose del genere, per conquistarsi dei meriti.
«La consapevolezza può arrivare a incidere su tutto, può essere una parte di ogni cosa, del tuo allenamento e della tua lotta» mi disse Ajahn. Per i monaci non costituiva un problema il fatto che io fossi, anche solo a volte, un combattente. «Se usi la consapevolezza nella boxe, puoi essere conscio e non prigioniero dello stesso movimento, puoi essere senza forma, e ciò che è privo di forma non può essere sconfitto, finché sei forte dentro e hai i piedi ben radicati» mi spiegò Ajahn. Virgil si sarebbe sicuramente trovato d’accordo.
Mentre viaggiavamo attraverso la campagna nebbiosa, incontrando di tanto in tanto membri delle tribù delle colline, nei loro abiti tradizionali, che camminavano lungo la strada, Ajahn, che sedeva davanti, si voltò e mi disse: «La consapevolezza ti aiuterà a vedere libero da illusioni».
Annuii. «Hemingway parlava sempre di scrivere la frase “autentica”» dissi, quasi a me stesso.
«Il vecchio e il mare» mi disse Ajahn, e sorrise. «Una bella storia».
Un maestro di spada, ormai anziano, dichiaro: “Nella vita, ci sono diversi gradi di apprendimento. Al primo si studia, ma non si ricava niente e ci si sente inesperti. Al livello intermedio l’uomo è ancora inesperto, ma consapevole delle proprie mancanze e riesce anche a vedere quelle altrui. Al livello superiore diventa orgoglioso della propria abilità, si rallegra nel ricevere lodi e deplora la mancanza di perizia dei compagni. Costui ha valore e si comporta come se non sapesse nulla. “Questi sono i livelli in generale. Ma ce n’è uno che li trascende, ed è il più eccellente di tutti. Chi penetra profondamente in questa Via è consapevole che non finirà mai di percorrerla. Egli conosce veramente le proprie lacune e non crede mai, per tutta la vita, di aver raggiunto la perfezione. Senza orgoglio, ma con modestia, arriva a conoscere la Via”. Si dice che una volta il maestro Yagyu osservò:
“Io non conosco il modo di sconfiggere gli altri, ma la Via per sconfiggere me stesso”.
柳生殿は『人に勝つ道は分かりません。自分に勝つ道は分かりました。』 Il samurai avanza giorno dopo giorno: oggi diventa più abile di ieri, domani più abile di oggi. L’addestramento non finisce mai.
Milano sempre di più si distingue come metropoli con una predilezione per gli sport da ring… Sembrano riemergere da un lontano e atavico passato carico di simbolismi ed archetipi , o forse sono rimaste sempre vive galleggiando nell’immaginario collettivo, se pur retaggio di pochi audaci…Sono le disciplina da combattimento o più comunemente dette sport da ring, come la nobile arte pugilisticao Boxe, la Boxe thailandese( il cui nome originale Muay Thai) o la più diffusa Kick-boxing, con le sue varianti, eredi di antiche pratiche marziali millenarie sia occidentali che orientali.. se insegnate da personale competente e qualificato, permettono di acquisire consapevolezza di sé e delle proprie abilità, consapevolezza della propria corporeità, permettono di instaurare un significativo ed equilibrato rapporto tra mente e corpo.