“Non muovere l’anima senza il corpo, né il corpo senza l’anima, affinché, combattendo l’uno contro l’altro, queste due parti preservino l’equilibrio e la salute” Platone, Timeo

Non sarà un demone a scegliervi, ma voi sceglierete il vostro demone… Mito di Er Platone

“Ἀνάγκης θυγατρὸς κόρης Λαχέσεως λόγος. Ψυχαὶ ἐφήμεροι, ἀρχὴ ἄλλης περιόδου θνητοῦ γένους θανατηφόρου.

[e] οὐχ ὑμᾶς δαίμων λήξεται, ἀλλ’ ὑμεῖς δαίμονα αἱρήσεσθε. πρῶτος δ’ ὁ λαχὼν πρῶτος αἱρείσθω βίον ᾧ συνέσται ἐξ ἀνάγκης. ἀρετὴ δὲ ἀδέσποτον, ἣν τιμῶν καὶ ἀτιμάζων πλέον καὶ ἔλαττον αὐτῆς ἕκαστος ἕξει. αἰτία ἑλομένου· θεὸς ἀναίτιος.”

tratto dal Mito di Er nella Repubblica di Platone (X, 617d-e)
Testo Greco integrale

“Parola di Lachesi, figlia della Necessità. (Anake )Anime effimere, inizia un nuovo ciclo del genere mortale, soggetto alla morte.
Non sarà un demone a scegliervi, ma voi sceglierete il vostro demone.
Il primo che ha sorteggiato scelga per primo la vita a cui sarà legato per necessità.
La virtù, invece, non ha padrone: ciascuno ne avrà in misura maggiore o minore a seconda che la onori o la disprezzi.
La responsabilità è di chi sceglie; il dio non ha colpa.”

Cloto:
È la moira che fila il filo della vita. Il suo nome deriva dal greco “klotho”, che significa “io filo”. 
Lachesi:
È la moira che misura la lunghezza del filo della vita, decidendo quanto a lungo vivrà ogni individuo. Il suo nome deriva dal greco “lachesis”, che significa “sorte” o “destino”. 
Atropo:
È la moira che taglia il filo della vita, determinando la fine dell’esistenza di una persona. Il suo nome deriva dal greco “atropos”, che significa “inflessibile” o “inevitabile

Al termine della vita, ed una volta giunti al momento in cui bisogna scegliere in quale corpo reincarnarsi, le anime dopo un lungo viaggio, al termine del quale viene concesso loro di vedere l’Origine dell’universo, un immensa colonna di Luce, che discende dall’alto, attraversa tutto il celo e la terra, al cui interno si scorgono le catene del cielo, che mantengono in equilibrio l’universo , le anime pervengono al fuso della Necessità, Ἀνάγκης, origine di tutti i legami che reggono i moti del cielo, l’eternità della struttura dell’Universo, accanto a cui sono poste, tra le altre figure, le sirene, le Moire, figlie di Necessità, Lachesi, simbolo del passato, Cloto, simbolo del presente, e Atropo, simbolo del futuro.
Le anime ricevono un numero sorteggiato che determina l’ordine in cui sceglieranno la loro nuova vita. Davanti a loro vengono presentati diversi “modelli di vita” (βίοι), che includono vite di ogni tipo: ricche, povere, nobili, umili, virtuose o malvagie. Tuttavia, la virtù non è imposta: ogni anima è libera di scegliere, e la sua scelta riflette la sua saggezza o ignoranza.

Una volta terminata la fase iniziale, alle anime vengono mostrati i «paradigmi delle vite»  successive che ognuno ha la possibilità di scegliere (Platone, Repubblica X, 618 A).
Se, quindi, in una prima fase vi è un criterio di casualità delle sorti da parte della vergine, la scelta successiva del destino spetta soltanto all’anima del singolo e, come dice la stessa Lachesi, «la responsabilità, pertanto è di chi sceglie. Il dio non ne ha colpa», poiché «non ha padroni la virtù; quanto più di ciascuno di voi l’onora tanto più ne avrà; quanto meno l’onora, tanto meno ne avrà» (ivi, 617 E).


Dopo aver scelto, le anime vengono condotte nella valle di Lete , dove è presente il fiume Lete (oblio)  e s Λήθη pronuncia “Lḗthē”. Il nome deriva dal verbo greco “lanthano” (λανθάνω), che significa “essere nascosto” o “dimenticare e bevono, dal fiume Amelete (non curanza ) per dimenticare la loro esperienza nell’aldilà, e vengono poi mandate nel mondo terreno per vivere la vita scelta.

Le acque del fiume Lete, a cui accorrono una moltitudine di anime assetate (dipinto di John Roddam Spencer Stanhope)

Il concetto greco di felicità, o eudaimonia, ha subito una significativa evoluzione, passando da una dipendenza dalla sorte esterna a una profonda responsabilità individuale, per opera dei filosofi.

Inizialmente, l’eudaimonia significava letteralmente “aver ottenuto un buon demone protettore”. Secondo questa concezione antica, una persona era felice se la sorte aveva voluto che fosse scelta da un demone benevolo, mentre era infelice se scelta da un demone maligno. Questa visione prevalse per secoli nella cultura greca.

La trasformazione di questo concetto iniziò con i filosofi, che ne “corroseno” l’idea originaria:

  • Eraclito fu il primo a proporre un’alternativa, affermando: “Il demone dell’uomo è il suo carattere”. Questo spostò l’attenzione dalla sorte esterna a una qualità intrinseca dell’individuo.
  • Democrito, pur essendo considerato un presocratico ma influenzato anche da Socrate, esplicitò ulteriormente questa idea, sostenendo che la felicità non risiede nelle ricchezze materiali come gli armenti o l’oro. Per Democrito, l’anima (psiché) è la dimora della sorte dell’uomo, il che significa che l’uomo decide la propria sorte e nessun altro.
  • Socrate spiegò in modo molto chiaro che l’uomo si costruisce temperando la sua anima con il logos (ragione o parola), quindi la felicità consiste nell’educazione e nella formazione dell’anima e dello spirito umano, e dunque nella filosofia intesa in senso antico. Questo concetto dell’anima, la psiché, è profondamente greco e non di origine cristiana, essendo presente migliaia di volte in Platone.
  • Platone ha imposto definitivamente questa idea, che è fondamentale anche per la psicologia moderna (psicologia, psicoterapia, psicoanalisi ruotano attorno a questo concetto greco). Nel Gorgia, Socrate afferma che la felicità non è legata alla ricchezza o al potere, come quello del Gran Re di Persia, ma alla formazione interiore e alla giustizia. Per Platone, “chi è onesto e buono, uomo o donna che sia, è felice, e l’ingiusto e il malvagio è infelice”. Inoltre, il benessere fisico, pur appagando una fame iniziale, genera una “fame dello spirito”, che è più difficile da saziare e costituisce un asse importante della Repubblica.
  • Anche Aristotele contribuì a questa evoluzione, distinguendo tra piaceri fisici e piaceri dello spirito, considerando questi ultimi i più alti e affermando che la felicità consiste nella contemplazione del vero.
  • Epicuro sottolineò l’importanza della filosofia per la “salute dell’anima” a qualsiasi età, equiparando l’età di filosofare all’età di essere felici. Lo scopo fondamentale dell’antica filosofia greca era infatti trovare la verità e la felicità.

Il culmine di questa evoluzione verso la responsabilità individuale è espresso nel mito di Er nella Repubblica di Platone. Questo mito narra della reincarnazione delle anime dopo un ciclo di premi o punizioni. Elementi chiave del mito che mostrano la responsabilità individuale includono:

  • Le anime scelgono il proprio destino: Dopo un millennio, le anime si ritrovano su una pianura dove devono decidere il proprio destino. I paradigmi delle vite non vengono imposti, ma proposti, e la scelta è interamente consegnata alla libertà delle anime stesse.
  • La rivoluzione del “demone”: La frase più rivoluzionaria per un greco è: “Non sarà il demone a scegliere voi, ma voi il demone”. Questo rovescia completamente la concezione tradizionale della sorte, affermando che è l’individuo a scegliere il proprio demone (cioè la propria vocazione o destino).
  • La libertà nel gestire la vita: Sebbene l’ordine di scelta delle vite sia dato dal sorteggio, l’uomo non è libero di scegliere la vita che gli viene data (quella gli è imposta alla nascita, ad esempio, il luogo e i genitori), ma è libero di scegliere come vivere moralmente quella vita.
  • La virtù senza padroni: La famosa frase “La virtù non ha padroni; ciascuno di voi la onora e tanto più ne avrà, quanto meno la onora tanto meno ne avrà. La responsabilità pertanto è di chi sceglie, il Dio non ha colpa” afferma chiaramente che la responsabilità della propria condotta e della propria felicità è interamente dell’individuo, non di una divinità o di una forza esterna.
  • Il ruolo della sofferenza e della scelta consapevole: Anche l’ultimo a scegliere, se lo fa con giudizio e filosofia, può avere una vita soddisfacente. L’esperienza del dolore e della sofferenza, ricordata dalle anime nell’aldilà, insegna loro quali scelte sbagliate evitare. L’esempio di Ulisse, che per ultimo sceglie una vita “di un uomo qualunque” rinunciando alla gloria per evitare le sofferenze passate, sottolinea la saggezza derivante dall’esperienza e dalla consapevolezza.
  • Ogni individuo ha la possibilità di essere felice: Chiunque nasca, qualunque sorte gli tocchi, ha la possibilità di vivere in modo corretto ed essere felice; è l’individuo che “butta via” questa possibilità volendo di più o non accontentandosi.

In sintesi, il concetto greco di felicità si è evoluto da un’idea di dipendenza dalla sorte esterna a una visione in cui la felicità è intrinsecamente legata alla formazione dell’anima, alla scelta morale, alla virtù e alla responsabilità individuale, un messaggio che, come notato nel testo, risuona ancora oggi nella psicologia.
Secondo i filosofi greci, la scelta e la gestione della propria vita hanno un’influenza cruciale sulla felicità, in un’evoluzione che ha spostato il concetto di eudaimonia (felicità) dalla dipendenza dalla sorte esterna alla responsabilità individuale.

Inizialmente, l’eudaimonia significava “aver ottenuto un buon demone protettore”, implicando che la felicità fosse determinata dalla sorte che assegnava un demone benevolo o maligno. Questa concezione è stata gradualmente modificata dai filosofi:

  • Eraclito fu il primo a sostenere che “Il demone dell’uomo è il suo carattere”, spostando l’origine della felicità dall’esterno all’interno dell’individuo.
  • Democrito, influenzato anche da Socrate, esplicitò ulteriormente questa idea affermando che la felicità non risiede nelle ricchezze materiali, ma che “l’anima (psiché) è la dimora della sorte dell’uomo, cioè la sorte dell’uomo la decidi tu e nessun altro”.
  • Socrate chiarì che la felicità consiste nell’“educazione e nella formazione dell’anima e dello spirito dell’uomo e quindi nella filosofia”, intesa come temperanza dell’anima attraverso il logos (ragione o parola). Per Socrate, la felicità deriva dalla formazione interiore e dalla giustizia, non dalla ricchezza o dal potere, affermando che “chi è onesto e buono uomo o donna che sia è felice e l’ingiusto è il malvagio è infelice”. Egli osservò come il benessere fisico possa generare una “fame dello spirito” più difficile da saziare.
  • Platone ha imposto in modo definitivo questa idea, che è fondamentale anche per la psicologia moderna. Nel Gorgia, Platone ribadisce che la felicità non è legata alla ricchezza, ma alla virtù e alla giustizia.
  • Aristotele distinse tra piaceri fisici e piaceri dello spirito, considerando questi ultimi i più alti e affermando che la felicità consiste nella contemplazione del vero.
  • Epicuro sottolineò l’importanza della filosofia per la “salute dell’anima” a qualsiasi età, equiparando l’età del filosofare all’età di essere felici, indicando come scopo fondamentale dell’antica filosofia greca la ricerca della verità e della felicità.

Il punto culminante di questa evoluzione verso la responsabilità individuale è il Mito di Er narrato da Platone nella Repubblica, che illustra in che modo la scelta e la gestione della vita influenzano la felicità. Nel mito:

  • Le anime scelgono il proprio destino: Dopo un periodo di premi o punizioni, le anime si ritrovano a scegliere i paradigmi delle vite successive. Questi paradigmi “non vengono imposti all’uomo ma proposti alle anime e la scelta è interamente consegnata alla libertà delle anime stesse”. Questa è una rottura radicale con la tradizione, poiché Platone afferma: “Non sarà il demone a scegliere voi, ma voi il demone”.
  • La libertà nel gestire la vita data: Sebbene l’ordine di scelta e le circostanze della nascita (il luogo, i genitori) siano imposti, l’uomo “non è libero di scegliere la vita […] ma è libero di scegliere come vivere moralmente” quella vita. La gestione e il modo di vivere la vita non sono predeterminati, ma sono una scelta individuale.
  • La virtù non ha padroni: Il mito afferma in modo potente: “La virtù non ha padroni; ciascuno di voi la onora e tanto più ne avrà quanto meno la onora tanto meno ne avrà. La responsabilità pertanto è di chi sceglie, il Dio non ha colpa”. Questo rovescia la tendenza a incolpare le divinità per le proprie azioni.
  • Il valore della scelta consapevole e dell’esperienza della sofferenza: Anche chi sceglie per ultimo può avere una vita soddisfacente e non malvagia, purché scelga “con giudizio con filosofia e viva coerentemente a questa scelta”. L’esperienza del dolore e della sofferenza nell’aldilà serve a ricordare quali scelte sbagliate evitare.
  • L’esempio di Ulisse: Egli, pur essendo l’ultimo a scegliere, opta per “la vita di un uomo qualunque”, rinunciando alla gloria per evitare le sofferenze della sua vita precedente. Questa scelta dimostra la saggezza derivante dall’esperienza e dalla consapevolezza.
  • La possibilità universale di felicità: La conclusione platonica è che “chiunque nasca in questa vita qualunque sorte gli tocca ha le possibilità di vivere in modo corretto ed essere felice ma è lui che poi butta via questo vuole di più non si accontenta di questo o di quest’altro”. La responsabilità della propria felicità è interamente individuale, basata sulla capacità di vivere virtuosamente la vita assegnata.

Questo profondo spostamento concettuale ha avuto un impatto duraturo, tanto che, come notato, alcuni psicologi moderni come James Hillman riprendono il Mito di Er, sostenendo che “il racconto di Platone sull’anima che sceglie il proprio destino […] è un mito che non è mai accaduto ma può sempre accadere perché è eterno”. Hillman afferma che ciascuno di noi “incarna l’idea di sé stesso” e sceglie ciò che vuole essere. Tuttavia, nel riprendere il mito, Hillman non approfondisce la “scelta della virtù come libertà suprema dell’uomo”, che per Platone è cruciale e legata alla comprensione dell’“idea del bene” e all’armonia degli opposti per raggiungere la felicità.
Secondo i filosofi greci, la sofferenza e la verità giocano ruoli fondamentali nella ricerca della felicità umana, influenzando profondamente le scelte individuali e la formazione dell’anima.

Ruolo della Sofferenza nella Ricerca della Felicità:

La sofferenza è presentata come un’esperienza formativa che può guidare le scelte dell’individuo verso una vita più felice e virtuosa, soprattutto attraverso la sua memorizzazione e comprensione.

  • Anamnesi e Lezioni dalla Sofferenza: Nel mito di Er di Platone, le anime, prima di reincarnarsi, compiono una forma di “anamnesi capovolta”. Questa anamnesi implica che l’anima ricorda ciò che ha imparato dalle esperienze passate, in particolare “l’esperienza del dolore e della sofferenza”. Soprattutto, le anime imparano quali dolori e sofferenze sono legati a certe scelte sbagliate, e quindi quali vanno evitate. Questo suggerisce che la sofferenza serve come monito e guida per scelte future più sagge.
  • La Sofferenza come Elemento Plasmatore: Il filosofo Hans Georg Gadamer, citato nel testo, sottolinea che la sofferenza “plasma ed è un punto della esperienza che li fa crescere”. Questo rafforza l’idea che, sebbene difficile, la sofferenza sia essenziale per la crescita personale e per forgiare un carattere più resiliente e consapevole.
  • La Scelta di Ulisse: L’esempio più lampante nel mito di Er è quello di Ulisse. Pur essendo l’ultimo a scegliere la propria vita, memore delle immense sofferenze patite nella vita precedente (che lo avevano reso “il più sfortunato di tutti i mortali”), Ulisse “lasciò da parte ogni desiderio di gloria”. Cercò e scelse “la vita di un uomo qualunque”, una vita semplice e senza preoccupazioni, che era stata trascurata dagli altri. Questa scelta, motivata dal ricordo del dolore, è considerata “meravigliosa” e dimostra come la sofferenza possa portare a una saggezza profonda e a una ricerca di felicità non legata alla grandezza esteriore ma alla serenità interiore.

Ruolo della Verità nella Ricerca della Felicità:

La verità, indagata attraverso la filosofia, è vista come la via maestra per la felicità, in quanto permette all’individuo di comprendere l’essenza delle cose e di vivere in accordo con la ragione e la virtù.

  • Scopo della Filosofia Greca: Per gli antichi Greci, lo scopo fondamentale della filosofia era “trovare la verità e la felicità”. Epicuro afferma che per “acquistare la salute dell’anima” nessuno è troppo giovane o troppo vecchio per filosofare, equiparando l’età del filosofare all’età di essere felici.
  • Contemplazione del Vero: Aristotele, ad esempio, ritiene che la felicità non consista nei piaceri fisici, ma in quelli spirituali, e in particolare nella “contemplazione del vero”. Dio stesso, che possiede la massima felicità, è descritto come “autocontemplazione”.
  • La Verità è Sempre Presente: Platone, come interpretato, suggerisce che la verità “è dunque sempre di fronte a noi e noi ne siamo quindi circondati e fasciati”. La difficoltà nel percepirla non risiede nella verità stessa, ma nell’intelletto umano, che è come gli occhi dei pipistrelli che faticano a vedere la luce del giorno. L’intelletto deve abituarsi a vederla, implicando uno sforzo di purificazione e orientamento.
  • La Virtù e l’Idea del Bene: La capacità di scegliere con giudizio e vivere filosoficamente, che porta a una vita soddisfacente, è strettamente legata alla verità. Platone sostiene che per scegliere la virtù, che “non ha padroni”, è cruciale “l’idea del bene”. Comprendere cos’è il bene, inteso come “l’armonia degli opposti” e la “giusta misura”, permette all’uomo di imporre ordine al disordine delle situazioni e raggiungere la felicità sia in questa vita che nell’aldilà.
  • La Filosofia come Ricerca Costante: La grandezza della filosofia non sta nel trovare una “verità ultimativa definitiva” – perché l’uomo è un “homo viator” (un viaggiatore) – ma nella sua costante “ricerca della verità”. Questo continuo sforzo di comprensione è la ricchezza e la “sorte” dell’uomo.

In conclusione, sia la sofferenza che la ricerca della verità sono strumenti essenziali che, secondo i filosofi greci, permettono all’individuo di esercitare la propria responsabilità morale, formare la propria anima e compiere scelte consapevoli che conducono alla eudaimonia. La sofferenza, se compresa, previene gli errori e guida verso scelte più prudenti, mentre la verità, accessibile tramite la ragione e la filosofia, illumina il percorso verso il bene e la virtù, pilastri della felicità.

Nella filosofia greca, in particolare quella di Platone, i concetti di equilibrio e armonia sono strettamente legati all’idea del bene e sono fondamentali per raggiungere la felicità.

  • L’Idea del Bene come Armonia e Giusta Misura: Il bene è definito come “l’armonia degli opposti” e la “giusta misura“. Questo significa che raggiungere il bene implica trovare un punto di equilibrio tra elementi contrastanti, ponendo ordine dove c’è disordine.
  • Felicità attraverso l’Equilibrio Interiore: Comprendere e applicare l’idea del bene, che implica ricerca di armonia e giusta misura, è quindi la chiave per la felicità. Non si tratta solo di una felicità effimera, ma di una condizione profonda che deriva dalla capacità di ordinare la propria esistenza secondo principi razionali e armoniosi.
  • Imporre Ordine al Disordine: La capacità di imporre “misura” a tutte le situazioni – che per loro natura sono spesso disordinate – e di stabilire “ordine al disordine” è un aspetto cruciale dell’idea del bene. Questa capacità è ciò che permette all’individuo di vivere bene e di essere felice, sia nella vita terrena che nell’aldilà.

James Hillman, nel suo libro “Il codice dell’anima”, riprende fedelmente il mito di Platone, in particolare quello narrato nel mito di Er.

Il concetto centrale che Hillman adotta da Platone è che:

  • L’anima sceglie il proprio destino prima della nascita: Hillman afferma che il racconto di Platone sull’anima che sceglie il proprio destino è una verità. Egli ripropone l’idea che l’anima sia “scortata fin dal sua nascita da un demone”, e che questo mito, sebbene non sia “mai accaduto” in senso letterale, “può sempre accadere perché è eterno” e “c’è da prima dell’inizio della tua stessa vita”.
  • Ciascuno incarna l’idea di sé stesso: Hillman riprende il concetto platonico secondo cui “ciascuno di noi incarna l’idea di sé stesso e questa forma, questa idea, questa immagine non tollera deviazioni”. Questo suggerisce che c’è una sorta di predestinazione o vocazione intrinseca che l’individuo porta con sé.
  • L’importanza della bellezza per la psiche: Hillman recupera anche concetti “oggi dimenticati” di Platone, come l’importanza della bellezza. Afferma che “la bellezza in sé stessa è una cura per il malessere della psiche” e che “la psicologia deve trovare la strada verso la bellezza per non morire”.

Tuttavia, il testo sottolinea anche cosa manca nell’interpretazione di Hillman rispetto a Platone: egli non approfondisce la “scelta della virtù come libertà suprema dell’uomo” e non entra nel merito dell’“idea del bene” intesa come “l’armonia degli opposti” e la “giusta misura”.

La sofferenza riveste un ruolo cruciale nella ricerca della felicità umana secondo la filosofia greca, fungendo da esperienza formativa e da guida per le scelte future.

Ecco come la sofferenza influenza la vita e la felicità:

  • Anamnesi e Lezione dalle Esperienze Passate: Nel mito di Er di Platone, prima di reincarnarsi, le anime compiono una forma di “anamnesi capovolta”. Questa anamnesi implica che l’anima ricorda ciò che ha imparato dalle esperienze vissute, in particolare “l’esperienza del dolore e della sofferenza“. Le anime imparano quali dolori e sofferenze sono legati a certe scelte sbagliate e quali vanno evitate. Questo suggerisce che la sofferenza serve come monito e guida per scelte future più sagge e consapevoli.
  • La Sofferenza come Elemento Plasmatore e di Crescita: Hans Georg Gadamer, uno dei più grandi filosofi del secolo scorso, ha sottolineato che la sofferenza “plasma ed è un punto dell’esperienza che li fa crescere“. Questo concetto ribadisce che, sebbene difficile, la sofferenza è fondamentale per la crescita personale e per forgiare un carattere più resiliente e consapevole. È un elemento che permette agli individui di maturare e di acquisire una comprensione più profonda della vita.
  • L’Esempio di Ulisse: La Scelta Mossa dal Ricordo del Dolore: Un esempio lampante nel mito di Er è quello di Ulisse. Pur essendo l’ultimo a scegliere la propria vita tra i paradigmi disponibili, egli è descritto come “il più sfortunato di tutti i mortali” per le immense sofferenze patite nella vita precedente. A causa di queste esperienze dolorose, Ulisse “lasciò da parte ogni desiderio di gloria” e cercò “la vita di un uomo qualunque“. Scelse una vita semplice, “senza preoccupazioni“, che era stata trascurata dagli altri. Questa scelta, profondamente influenzata dal ricordo del dolore, è considerata “meravigliosa” e dimostra come la sofferenza possa portare a una saggezza profonda e a una ricerca di felicità non legata alla grandezza esteriore ma alla serenità interiore. Ulisse, pur avendo meno opzioni, riesce a fare una scelta giudiziosa che lo conduce a una vita soddisfacente.
  • Impatto sulla Responsabilità Individuale: Il mito di Er, attraverso il ruolo della sofferenza e la libertà di scelta, sottolinea che la “responsabilità pertanto è di chi sceglie. Il Dio non ha colpa“. Questo rovescia la concezione tradizionale greca che attribuiva la felicità o l’infelicità alla sorte o al demone protettore. La sofferenza esperita in una vita diventa un fattore cruciale per guidare una scelta più avveduta nella successiva, ponendo l’individuo al centro del proprio destino morale.

In sintesi, la sofferenza non è vista come una mera punizione, ma come un’esperienza che, se ben compresa e ricordata (anamnesi), può orientare le scelte future dell’individuo verso percorsi di vita più saggi e, in ultima analisi, più felici, come dimostra la scelta “meravigliosa” di Ulisse. È un elemento cruciale che “plasma” la persona e la fa “crescere”.

Va notato che James Hillman, pur riprendendo il mito di Platone e l’idea che l’anima scelga il proprio destino, non approfondisce la dimensione della sofferenza come elemento formativo nel modo in cui lo fa Platone o Gadamer. Il suo focus sembra più orientato all’idea dell’anima che incarna se stessa e all’importanza della bellezza.

Πάθει μάθος – “Col patire, capire”

In Eschilo  ogni uomo soffre in sé e in silenzio e allo stesso modo comprende, vivendo questo avvenimento come una sorta di elevazione personale, scissa dalla società in cui vive.
L’unica cosa che l’uomo può fare è sopportare, poiché gli dei gli hanno fatto questo dono, che è l’unico φάρμακον, (in greco il termine è una vox media, che può intendere sia la cura, sia il veleno) per i dolori umani e “irrimediabili”.
Sopportando si riesce a imparare, imparare a vivere prima di tutto, a conoscere il ritmo, la misura esatta.

 ” γίνωσκε δ’οἷος ῥυσμòς ἀνθρώπους ἔχει”
Archiloco esorta a conoscere il ritmo che governa gli uomini

 επιμελέια εαυτού Cura di sè

Πλάτων στον διάλογο ”Αλκιβιάδης Ι”:
”Όλοι οι άνθρωποι έχουμε ανάγκη την επιμέλεια εαυτού”

come scrive Platone nel dialogo “Alcibiade I”
“Tutte le persone hanno bisogno di cura di sé”

”Eπιμέλεια εαυτού και αυτογνωσία”. Η επιμέλεια εαυτού αποτελεί βασική μέριμνα της πλατωνικής φιλοσοφίας

“Cura di sé e consapevolezza di sé”.
La cura di sé è una preoccupazione fondamentale della filosofia platonica.

Nel vocabolario platonico ed ellenistico, per significare la Cura, compare la parola epimeleia, che designa la Cura come sollecitudine, attenzione, occupazione, ma anche scienza. La cura di sé nel mondo antico significava anche dedicarsi a dare forma etica ed estetica alla propria vita.

Si Narra che nell’attraversare un fiume, l’attenzione della dea Cura ,in italiano «cura», «premura», ma anche «preoccupazione», «inquietudine», sia stata attratta dal fango argilloso.
Pensosa, senza bene rendersi conto di quello che andava facendo, Cura si mise a modellarla, traendone la figura di un uomo.
Fu allora che sopraggiunse Giove, a cui la dea chiese di infondere spirito vitale nella scultura da lei plasmata, cosa a cui Giove acconsentì con facilità.
A questo punto, Cura chiese di poter imporre il proprio nome alla creatura, ma il dio glielo negò, sostenendo che il nome di quell’essere doveva provenire da lui, che gli aveva infuso la vita.
Ne nacque una disputa, che si complicò quando a essa si unì la Terra: questa riteneva, infatti, che il nome avrebbe dovuto essere il suo, essendo sua la materia con cui era stata plasmata la creatura.
Per risolvere la diatriba, fu chiamato a pronunciarsi Saturno, il cui giudizio distribuì le rivendicazioni:
a Giove, che aveva infuso lo spirito sarebbe toccato, alla morte di quell’essere, di rientrare in possesso dell’anima;
alla Terra, della cui materia l’essere era composto, sarebbe tornato il corpo dopo la morte;
ma a possederlo durante tutta la vita sarebbe stata l’Inquietudine, la prima a plasmarlo.
Il nome, invece, non sarebbe toccato a nessuno dei tre contendenti: l’essere si sarebbe chiamato”uomo”, perché creato dall’humus.

confer  Igino,  Gaius Iulius Hyginus Fabulae, CXX

CURA CUM QUENDAM FLUVIUM
TRANSIRET, VIDIT CRETOSUM LUTUM, SUSTULIT COGITABUNDA ET COEPIT FINGERE HOMINEM. DUM DELIBERAT SECUM QUIDNAM FECISSET, INTERVENIT IOVIS; ROGAT EUM CURA, UT EI DARET SPIRITUM, QUOD FACILE AB IOVE IMPETRAVIT. CUI CUM VELLET CURA NOMEN SUUM IMPONERE, IOVIS PROHIBUIT SUUMQUE NOMEN EI DANDUM ESSE DIXIT. DUM DE NOMINE CURA ET IOVIS DISCEPTARENT, SURREXIT ET TELLUS SUUMQUE NOMEN EI IMPONI DEBERE DICEBAT, QUANDOQUIDEM CORPUS SUUM PRAEBUISSET. SUMPSERUNT SATURNUM IUDICEM; QUIBUS SATURNUS AEQUUS VIDETUR IUDICASSE: “TU, IOVIS, QUONIAM SPIRITUM DEDISTI, ANIMAM POST MORTEM ACCIPE; TELLUS, QUONIAM CORPUS PRAEBUIT, CORPUS RECIPITO. CURA QUONIAM PRIMA EUM FINXIT, QUAMDIU VIXERIT, CURA EUM POSSIDEAT; SED QUONIAM DE NOMINE EIUS CONTROVERSIA EST, HOMO VOCETUR, QUONIAM EX HUMO VIDETUR ESSE FACTUS” 

Saturno, in greco Chronos, Κρόνος una il tempo, definisce il possesso di ogni cosa che ci appartiene. La terra alla terra, l’anima agli dei. In mezzo c’è Cura.
Cura accompagna l’uomo per tutta la vita. La morte differenzia gli dei dall’umano, di conseguenza la cura si trasforma nella peculiarità umana per eccellenza.
Il prendersi cura diventa non complemento della vita ma essa stessa parte di ogni vissuto perché ne è la causa.
Questo mito, sconosciuto al grande pubblico fu riscoperto, pare , da Heidegger, si lega all’esigenza di descrivere perché siamo qui.

Socrate estatico e silente medita eretto…Tempra marziale

οἷον δ᾽ αὖ τόδ᾽ ἔρεξε καὶ ἔτλη καρτερὸς ἀνὴρ ἐκεῖ ποτε ἐπὶ στρατιᾶς, ἄξιον ἀκοῦσαι.
Συννοήσας γὰρ αὐτόθι ἕωθέν τι εἱστήκει σκοπῶν, καὶ ἐπειδὴ οὐ προυχώρει αὐτῷ, οὐκ ἀνίει ἀλλὰ εἱστήκει ζητῶν.
Καὶ ἤδη ἦν μεσημβρία, καὶ ἅνθρωποι ᾐσθάνοντο, καὶ θαυμάζοντες ἄλλος ἄλλῳ ἔλεγεν ὅτι Σωκράτης ἐξ ἑωθινοῦ φροντίζων τι ἕστηκε. Τελευτῶντες δέ τινες τῶν Ἰώνων, ἐπειδὴ ἑσπέρα ἦν, δειπνήσαντες — καὶ [220d] γὰρ θέρος τότε γ᾽ ἦν — χαμεύνια ἐξενεγκάμενοι ἅμα μὲν ἐν τῷ ψύχει καθηῦδον, ἅμα δ᾽ ἐφύλαττον αὐτὸν εἰ καὶ τὴν νύκτα ἑστήξοι. Ὁ δὲ εἱστήκει μέχρι ἕως ἐγένετο καὶ ἥλιος ἀνέσχεν· ἔπειτα ᾤχετ᾽ ἀπιὼν προσευξάμενος τῷ ἡλίῳ.
Πλάτω in Συμποσίον
Pl. Symp. 220

Alcibiade, narra come testimone, dell’eccezionale straordinaria capacità di concentrazione meditativa di Socrate , durante una campagna militare
Una tale intensa concentrazione da perdere del tutto il contatto con il mondo esterno, oltre lo spazio e il tempo, immergendosi in uno stato corporeo d’immobilità così prolungata, richiama alle pratiche tradizionali mistico-iniziatiche d’oriente, come lo yoga o le pratiche meditative dell’antica Cina.

一種武術或氣功的鍛煉方法。身體站立, 四肢保持一定姿勢, 借助呼吸的引導, 以加強臟腑、氣血、筋骨的功能。練功時思想集中, 呼吸自然, 站立不動, 上虛下實, 有如樹樁, 故名。


Un metodo d’esercizio del wushu e del Qi gong.
Il corpo è eretto, le quattro membra conservano una specifica posizione, traendo sostegno dal respiro, al fine di rafforzare la funzionalità degli organi interni, della circolazione del sangue e del qi, 氣 dei muscoli e delle ossa.

Ecco anche cosa ha fatto e sostenuto quest’uomo coraggioso durante questa stessa spedizione; vale la pena ascoltarlo.
Socrate tutto assorto in qualche idea ‘era piantato ritto là, fermo dall’alba, meditando; e poiché non ne veniva a capo continuava, ritto in piedi, la sua ricerca: E già era mezzogiorno e alcuni uomini se n’erano accorti e meravigliati dicevano l’un l’altro:

Anche all’inizio del medesimo dialogo, mentre gli invitati arrivano in casa di Agatone, Socrate si raccoglie in meditazione nel vestibolo:

καὶ ἓ μὲν ἔφη ἀπονίζειν τὸν παῖδα ἵνα κατακέοιτο· ἄλλον δέ τινα τῶν παίδων ἥκειν ἀγγέλλοντα ὅτι “Σωκράτης οὗτος ἀναχωρήσας ἐν τῷ τῶν γειτόνων προθύρῳ ἕστηκεν, κἀμοῦ καλοῦντος οὐκ ἐθέλει εἰσιέναι.”

ἄτοπόν γ’, ἔφη, λέγεις· οὔκουν καλεῖς αὐτὸν καὶ μὴ ἀφήσεις;

175bκαὶ ὃς ἔφη εἰπεῖν μηδαμῶς, ἀλλ’ ἐᾶτε αὐτόν. ἔθος γάρ τι τοῦτ’ ἔχει· ἐνίοτε ἀποστὰς ὅποι ἂν τύχῃ ἕστηκεν. ἥξει δ’ αὐτίκα, ὡς ἐγὼ οἶμαι. μὴ οὖν κινεῖτε, ἀλλ’ ἐᾶτε.

Pl. Symp. 175

Così l’inserviente lo lavò e lo preparò per sdraiarsi, quando un altro dei servi entrò con la notizia che il nostro buon Socrate si era ritirato nel portico dei loro vicini; era lì in piedi, e quando gli fu ordinato di entrare, rifiutò.

“Che strano!” disse Agathon, “devi continuare a dirglielo, e non lasciarlo andare”. 175b
Ma questo Aristodemo vietava: “No”, disse, “lascialo stare; è un’abitudine che ha, talvolta si ritira dove gli capita e sta lì ritto , dovunque, ed eccolo lì. Tra poco sarà qui, immagino. Quindi non disturbarlo; lascialo stare. “

Tempra marziale di Socrate

La scena è l’assedio di Potidea (432-430/29).
Agli assedi –con il loro estendersi alla stagione invernale – erano legate condizioni
climatiche particolarmente dure, e alla sofferenza (µόχθος, πόνος) dei
combattenti che le hanno subite sotto le mura di Troia fa eloquente
riferimento Eschilo nell’Agamennone (555-567).
Socrate è superiore nei πόνοι al più giovane Alcibiade e a ogni altro combattente, è capace di καρτερεῖν nel mangiare e nel bere, sopportando la mancanza di cibo, e in grado d’astenersi dal vino o di non cadere nell’ubriachezza se costretto ad assumerne; capace, in particolare, di mirabili prove di resistenza al freddo particolare della Grecia del Nord (τὰς τοῦ χειµῶνος καρτερήσεις, δεινοὶ γὰρ αὐτόθι χειµῶνες), di affrontare il gelo sommariamente coperto del suo solito ἱµάτιον e muoversi a piedi scalzi meglio di tutti gli altri, che erano calzati, e coperti con cura
(Smp. 219d-220b).

Confer Massimo Nafissi, Freddo, caldo e uomini veri.
L’educazione dei giovani spartani e il De aeribus aquis locis

Ταῦτά τε γάρ μοι ἅπαντα προυγεγόνει, καὶ μετὰ ταῦτα στρατεία ἡμῖν εἰς Ποτείδαιαν ἐγένετο κοινὴ καὶ συνεσιτοῦμεν ἐκεῖ. πρῶτον μὲν οὖν τοῖς πόνοις οὐ μόνον ἐμοῦ περιῆν, ἀλλὰ καὶ τῶν ἄλλων ἁπάντων —ὁπότ᾽ ἀναγκασθεῖμεν ἀποληφθέντες που, οἷα δὴ ἐπὶ στρατείας , [220a] ἀσιτεῖν, οὐδὲν ἦσαν οἱ ἄλλοι πρὸς τὸ καρτερεῖν— ἔν τ᾽ αὖ ταῖς εὐωχίαις μόνος ἀπολαύειν οἷός τ᾽ ἦν τά τ᾽ ἄλλα καὶ πίνειν οὐκ ἐθέλων, ὁπότε ἀναγκασθείη, πάντας ἐκράτει, καὶ ὃ πάντων θαυμαστότατον, Σωκράτη μεθύοντα οὐδεὶς πώποτε ἑώρακεν ἀνθρώπων. τούτου μὲν οὖν μοι δοκεῖ καὶ αὐτίκα ὁ ἔλεγχος ἔσεσθαι. πρὸς δὲ αὖ τὰς τοῦ χειμῶνος καρτερήσεις —δεινοὶ γὰρ αὐτόθι χειμῶνες— θαυμάσια ἠργάζετο τά τε [220b] ἄλλα, καί ποτε ὄντος πάγου οἵου δεινοτάτου, καὶ πάντων ἢ οὐκ ἐξιόντων ἔνδοθεν, ἢ εἴ τις ἐξίοι, ἠμφιεσμένων τε θαυμαστὰ δὴ ὅσα καὶ ὑποδεδεμένων καὶ ἐνειλιγμένων τοὺς πόδας εἰς πίλους καὶ ἀρνακίδας, οὗτος δ᾽ ἐν τούτοις ἐξῄει ἔχων ἱμάτιον μὲν τοιοῦτον οἷόνπερ καὶ πρότερον εἰώθει φορεῖν, ἀνυπόδητος δὲ διὰ τοῦ κρυστάλλου ῥᾷον ἐπορεύετο ἢ οἱ ἄλλοι ὑποδεδεμένοι, οἱ δὲ στρατιῶται ὑπέβλεπον [220c] αὐτὸν ὡς καταφρονοῦντα σφῶν. καὶ ταῦτα μὲν δὴ ταῦτα·

Ὀρφεύς Orpheus Orfeo

Artista per eccellenza, ”sciamano, capace di incantare animali e di compiere il viaggio dell’anima lungo gli oscuri sentieri della morte”, fondatore dell’Orfismo, foriero di  Mito Amore, Arte, riti misterici …

misteri orfici

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Pindaro che per primo riporta l’idea della natura divina della vita umana è un frammento, il 131 b, che così recita:

«Il corpo di tutti obbedisce alla morte possente,
e poi rimane ancora vivente un’immagine della vita, poiché solo questa
viene dagli dèi: essa dorme mentre le membra agiscono, ma in molti sogni
mostra ai dormienti ciò che è furtivamente destinato di piacere e sofferenza.»
Traduzione di Giorgio Colli, in La sapienza greca vol.1. Milano, Adelphi, 2005, p.127

Platone su riti Orfici

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Nell’Orfismo si riscontra per la prima volta un inequivocabile riferimento a un'”anima” ψυχή, psyché, contrapposta al corpo σῶμα sōma e di natura divina.

Eric R. Dodds,  filologo classico, antropologo e grecista irlandese, ritiene di individuare questa origine nella colonizzazione greca del Mar Nero avvenuta intorno al VII secolo a.C. che consentì alla cultura greca di venire a contatto con le culture sciamaniche proprie dell’Asia centrale, in particolar modo con quella scita.

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Tale sciamanesimo fondava le proprie credenza sulle pratiche estatiche laddove però non era il dio a “possedere” lo sciamano quanto piuttosto era l'”anima” dello sciamano che aveva esperienze straordinarie separate dal suo corpo.

IPERBOREI

Dodds pone mette in evidenza la rilevanza  degli ἰατρόμαντες (“iatromanti”), veggenti e guide religiose, che, come Abari, giunsero dal Nord in Grecia trasferendo il culto di Apollo Iperboreo; o anche di alcuni Greci come Aristea, il quale, originario dell’Ellesponto, si trasferì, almeno idealmente, nel Nord, sede delle sue percezioni sciamaniche.

«τοῦ καὶ ὰπειρέσιοι ποτῶντο ὄρνιζες ὑπὲρ κεφαλᾶς, ἀνὰ δ’ἰχθύες ὀρθοὶ κνανέου ἐξ ὓδατος ἃλλοντο καλᾶι σὺν ἀοιδᾷι» «Sul suo capo volavano anche innumerevoli uccelli e diritti dalla profondità dell’acqua cerulea i pesci guizzavano in alto al suo bel canto.»
(Simonides fr. 40; PLG III p. 408)

Confer Eric R. Dodds, I Greci e l’irrazionale, Milano, Rizzoli, 2009,
«Ho tentato fin qui di delineare il percorso di un’eredità spirituale, che muove dalla Scizia attraverso l’Ellesponto e passa per la Grecia d’Asia, si combina probabilmente con qualche residuo di tradizione minoica sopravvissuta a Creta, emigra verso il lontano Occidente con Pitagora e trova il suo ultimo autorevole rappresentante nel siciliano Empedocle. Questi uomini diffusero la credenza in un io separabile, che mediante tecniche adatte può staccarsi dal corpo anche durante la vita; in un io più antico del corpo, al quale esso sopravviverà.».

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Confer Giorgio Colli  La Sapienza Greca Dioniso Apollo Eleusi Orfeo

giorgio colli la sapienza greca

 

Sugli Iperborei CONFER Giorgio ColliIPERBOREI

Ventorum feritas saepe fit aura levis…

«Λέει κάπου ο Ηράκλειτος ότι πάντα χωρεῖ καὶ οὐδὲν μένει, και παρομοιάζοντας τα υπάρχοντα πράγματα με τη ροή ενός ποταμού λέει ότι δεν μπορείς να μπεις στο ίδιο ποτάμι δυο φορές» (Κρατύλος 402a)

Platone, nel suo Cratilo  «Dice Eraclito “che tutto si muove e nulla sta fermo” e confrontando gli esseri alla corrente di un fiume, dice che “non potresti entrare due volte nello stesso fiume”»

«Non si può discendere due volte nel medesimo fiume e non si può toccare due volte una sostanza mortale nel medesimo stato, ma a causa dell’impetuosità e della velocità del mutamento essa si disperde e si raccoglie, viene e va.»

αὐγῇ καθαρᾷ visione di Luce Pura  Πλάτων, Platone

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διὰ τὸ μὴ ἱκανῶς διαισθάνεσθαι. δικαιοσύνης μὲν οὖν καὶ σωφροσύνης καὶ ὅσα ἄλλα τίμια ψυχαῖς οὐκ ἔνεστι φέγγος οὐδὲν ἐν τοῖς τῇδε ὁμοιώμασιν, ἀλλὰ δι ‘ἀμυδρῶν ὀργάνων μόγις αὐτῶν καὶ ὀλίγοι ἐπὶ τὰς εἰκόνας ἰόντες θεῶνται τὸ τοῦ εἰκασθέντος γένος: κάλλος δὲ τότ’ ἦν ἰδεῖν λαμπρόν, ὅτε σὺν εὐδαίμονι χορῷ μακαρίαν ὄψιν τε καὶ θέαν, ἑπόμενοι μετὰ μὲν Διὸς ἡμεῖς, ἄλλοι δὲ μετ ‘ἄλλου θεῶν, εἶδόν τεν
 
250b
 
Ora nelle copie terrene di giustizia e temperanza e nelle altre idee che sono preziose per le anime non c’è luce, ma solo alcune, avvicinandosi alle immagini attraverso gli oscuri organi di senso, vedono in esse la natura di ciò che imitano, e questi pochi lo fanno con difficoltà. Ma in quel momento videro la bellezza splendere di luminosità, quando, con un coro beato  – seguiamo  Zeus, ed altri  qualche altro dio – videro l’apparizione e la visione benedette e furono iniziati a ciò che è giustamente
chiamato
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250C
 
μακαριωτάτην, ἣν ὠργιάζομεν ὁλόκληροι μὲν αὐτοὶ ὄντες καὶ ἀπαθεῖς κακῶν ὅσα ἡμᾶς ἐν ὑστέρῳ χρόνῳ ὑπέμενεν, ὁλόκληρα δὲ καὶ ἁπλᾶ καὶ ἀτρεμῆ καὶ εὐδαίμονα φάσματα μυούμενοί τε καὶ ἐποπτεύοντες ἐν αὐγῇ καθαρᾷ, καθαροὶ ὄντες καὶ ἀσήμαντοι τούτου ὃ νῦν δὴ σῶμα περιφέροντες ὀνομάζομεν, ὀστρέου τρόπον δεδεσμευμένοι .
ταῦτα μὲν οὖν μνήμῃ κεχαρίσθω, δι ‘ἣν πόθῳ τῶν τότε νῦν μακρότερα εἴρηται: περὶ δὲ κάλλους, ὥσπεε
 
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250C
 
il più benedetto dei misteri, che abbiamo celebrato in uno stato di perfezione, quando non avevamo esperienza dei mali che ci attendevano nel tempo a venire, essendo ammessi come iniziati alla vista di apparizioni perfette, semplici, calme e felici, che abbiamo visto nella luce pura, essendo noi stessi puri e non sepolti in ciò che portiamo con noi e chiamiamo il corpo, in cui siamo imprigionati come un’ostrica nel suo guscio. 
 
Fedro ΦαῖδροςΠλάτων, Platone
 
 

“Potremmo ipotizzare che l’epopteia fosse un approfondimento nella forma della luce dell’esperienza dell’unità di tutte le cose già assaporata nella telete/myesis un consolidamento noetico di questo stato di coscienza,deputato dal tumulto emozionale, che contrasegnava il primo livello di iniziazione, tutto fondato sulla trance dinamica sollecitata dalla musica dal canto, dalla danza,dal caos:
Tutti modi per destrutturare, dionisicamente, l’ego ordinario e consentire un viaggio ad interiora terrae che è condito sine qua non di un effettivo percorso di illuminazione mistica e sapienziale..”

 Confer
Angelo Tonelli 
in Attraverso Oltre
pag. 38 Eleusis

L’iniziazione ai misteri di Eleusi difatti culminava in una εποπτεία “epopteia”, in una visione mistica di beatitudine e purificazione, che in qualche modo può venir chiamata conoscenza. Tuttavia l’estasi misterica, in quanto si raggiunge attraverso un completo spogliarsi dalle condizioni dell’individuo, in quanto cioè in essa il soggetto conoscente non si distingue dall’oggetto conosciuto, si deve considerare come il presupposto della conoscenza, anziché conoscenza essa stessa.”

Giorgio Colli

note

La cerimonia dell’iniziazione  teleté (τελετή)  collegata significativamente di télos (τέλος) che significa ‘fine’, ‘compimento’, ‘realizzazione’, ma anche ‘pieno sviluppo’, ‘perfezione’, e dunque, di nuovo: rito, festa, mistero.(τελευτή), in oltre ‘fine’, ‘compimento’ ma anche ‘morte’: per questo dire ‘iniziazione’ era come dire ‘morte’, cioè passaggio (e ritorno) della psiche al mondo che le è proprio, cioè alla dimensione metafisica.

L’esperienza mistica culminante di tutto il processo iniziatico, il più alto grado dei misteri eleusini, era indicata col termine epoptéia (εποπτεία) composto da epí (επί), preposizione che significa: ‘su’, ‘sopra’, ‘in alto’, e dal verbo optéuo (οπτεύω) che significa ‘vedere’ l’epóptes (επόπτης) era sia l’officiante dei misteri che l’iniziato del grado più elevato. L’aggettivo epoptikós (εποπτικός) significava  ‘concernente i misteri’, ‘esoterico’, ‘contemplativo’ ed ‘epoptiche’ erano definite in Grecia le filosofie che assumevano come loro compito specifico l’introdurre a quella diretta conoscenza/esperienza metafisica che è lo scopo esplicito dei misteri.

Colui che veniva iniziato veniva chiamato mystes (μύστης) ed era introdotto alla sacra conoscenza dai mystagogòi (μυσταγογόι, termine composto con il verbo άγω che significa: conduco

Confer

Attilio Quattrocchi ”Le parole del sacro nella tradizione misterica”

Accademia Platonica

μύστης mystes iniziati

Colui che veniva iniziato veniva chiamato mystes (μύστης) ed era introdotto alla sacra conoscenza dai mystagogòi (μυσταγογόι, termine composto con il verbo άγω che significa condurre).
myesis (μύησις) iniziazione deriva mystikòs (μυστικός) utilizato per designare colui che cerca il contatto diretto col con il Sacro, con il Divino, con ‘l’invisibile o l’implicito attraverso i culti misterici, con il termine misteri (dal greco μυστήριον mysterion, poi in latino mysterium) si vogliono indicare i culti di carattere esoterico che affondano le loro radici nelle antiche iniziazioni primitive, di origine sciamanico-rituali, e che si diffusero in tutto il mondo antico greco e medio-orientale, euroasiatico con un particolare sviluppo in età ellenistica e successivamente in epoca romana.

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”L’iniziazione ai misteri di Eleusi difatti culminava in una εποπτεία “epopteia”, in una visione mistica di beatitudine e purificazione, che in qualche modo può venir chiamata conoscenza. Tuttavia l’estasi misterica, in quanto si raggiunge attraverso un completo spogliarsi dalle condizioni dell’individuo, in quanto cioè in essa il soggetto conoscente non si distingue dall’oggetto conosciuto, si deve considerare come il presupposto della conoscenza, anziché conoscenza essa stessa.”
Giorgio Colli

I misteri più famosi del mondo greco erano senz’altro i misteri eleusini, legati al culto di Demetra e Persefone, al culto di Dioniso, a quello di Orfeo, nei misteri orfici, a quello del dio frigio Sabazio e i misteri dei Cabiri a Samotracia.
Nel sincretismo religioso tipico dell’età ellenistica e più tardi romana ebbero notevole importanza le realtà misteriche di origine orientale.
I culti misterici della Grande Madre Cibele con Attis dall’Asia minore, quelli di Serapide, Iside e Osiride della mitologia egizia, e quelli di Mitra dalla Persia permearono la facies religiosa della cultura romana imperiale, che vide il proliferare di templi, isei e mitrei in tutto il mondo allora conosciuto.

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Eppure, allargando un po’ lo sguardo, non dovrebbe sfuggire che l’uso astratto del pronome dimostrativo, per indicare l’oggetto della conoscenza, è nello stile del grande misticismo speculativo – basta rivolgersi al linguaggio delle Upanishad – proprio perché la paradossalità grammaticale allude alla sconvolgente immediatezza di ciò che è lontanissimo dai sensi.
E rimanendo alla Grecia, nell’epoca della sapienza come in quella della filosofia, è facile verificare la frequenza con cui l’atto della conoscenza suprema è chiamato un «vedere».( col termine epoptéia (εποπτεία) composto da epí (επί), preposizione che significa: ‘su’, ‘sopra’, ‘in alto’, e dal verbo optéuo (οπτεύω) che significa ‘vedere’)
Riguardo a Platone poi è possibile documentare, quando si avventura a descrivere l’esperienza conoscitiva delle idee, l’uso di una terminologia eleusina, cosicché si può suggerire l’ipotesi che la teoria delle idee, nel suo sorgere, fosse un tentativo di divulgazione letteraria dei misteri eleusini, in cui l’accusa di empietà veniva prevenuta con l’evitare qualsiasi riferimento ai contenuti mitici dell’iniziazione. E ancora in Aristotele, che non è certo il più mistico tra i filosofi, la cosa viene ribadita, e in termini del tutto espliciti.

GIORGIO COLLI “La sapienza greca”, Adelphi, Milano

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I latini derivarono il loro mysticum, oltre che mysta, mystagogus e, naturalmente,mysterium, il termine initiatio-initiationis, in collegamento con il verbo initio-initiare e col sostantivo initium, ( in genere usato anch’esso al plurale: initia, come nell’espressione: initia Cereris per indicare quelli di origine greca) sottolineando così il concetto che il rito esoterico introduce alla percezione metafisica e ne dà la prima esperienza.
Il segreto iniziatico era ‘esoterikós εσωτερικός , termine composto da éso=dentro ed il suffisso téros che, caratterizzando il grado comparativo di un aggettivo, significa: ‘più’ accessibile cioè solo ad una ristretta cerchi di adepti si contrapponeva a ciò che è e può essere divulgato: ‘essoterico’ o ‘exoterico’ (εξωτερικός, da έξω = fuori).

Il termine latino initium indica oltre che ‘il primo passo’ anche ‘l’origine’, ‘il fondamento’, è evidente che la initiatio poteva essere intesa come una ‘nuova nascita’ e l’iniziato stesso indicato come un re-natus, un essere diverso dal precedente perché mutato interiormente dalla potenza dell’esperienza misterica.

Lo stesso termine ‘adeptus’ con cui i Latini indicavano l’iniziato (oltre che, più genericamente il seguace di una dottrina, di una setta), essendo participio passato di ‘adipisci’, significava ‘che ha raggiunto’, ‘che ha conseguito’.

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