Risveglio del dormiente incubazione ἐγκοίμησις, enkoimesis

Ταὐτὸ τ΄ἔνι ζῶν καὶ τεθνηκὸς καὶ ἐγρηγορὸς καὶ καθεῦδον καὶ νέον καὶ γηραιόν· τάδε γὰρ μεταπεσόντα ἐκεινά ἐστι κἀκεῖνα πάλιν μεταπεσόντα ταῦτα.» «È la medesima realtà il vivo e il morto, il desto e il dormiente, il giovane e il vecchio: questi infatti mutando son quelli, e quelli di nuovo mutando son questi.»
Ἡράκλειτος ὁ Ἐφέσιος

(Eraclito, frammento 88)

Rito dal carattere fortemente misterico,

Mistero mystḕrion μυστήριον deriva da  mýstēs  μύστης iniziato derivante da μύω mýo; “celare”, l’atto di socchiudere gli occhi, come le labbra e concentrarsi nel buio e nel silenzio per entrare in una zona intima lontana dal quotidiano

Nell’’incubazione, è una parola latina che proviene dal greco ἐγκοίμησι:dormire nel tempio.

La procedura avvicina alla morte attraverso il sonno con una trance iniziatica atta a volgerla in vita.
L’uomo chiude gli occhi e realizza una trance di tipo sciamanico: si separa dal mondo esterno ed entra in un livello profondo, nascosto ai più, oscurato durante il giorno.
Egli raggiunge uno speciale distacco, lo stato di «sonno visionario», estatico per tornare alla vita rinnovato.

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Zamenis longissimus, conosciuto come serpente del bastone di Asclepio

Asklepieia Ἀσκληπιεῖον era un tempio di guarigione, sacro al dio Asclepio, Ἀσκληπιός il dio greco della medicina.
Questi templi di guarigione erano un luogo in cui i pazienti venivano visitati per ricevere una cura o una sorta di guarigione, sia essa spirituale o fisica, originariamente si realizzarono diverse pratiche di cura e che in seguito si convertirono in luoghi dove si praticava il contatto con il sacro.

L’isola Tiberina tempio di Esculapio Roma
L’isola Tiberina tempio di Esculapio Roma

Asclepio, Ἀσκληπιός Esculapio era rappresentato come un  semidio e dunque uomo mortale per Omero, si diceva fosse stato istruito nella medicina dal centauro Chirone o che avesse ereditato tale proprietà dal padre Apollo

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Kylix attica a sfondo bianco attribuita al Pittore Pistoxenos con Apollo seduto che indossa una corona di alloro o mirto, un peplo bianco e un mantello rosso. Tiene nella mano sinistra la cetra la cui cassa è un guscio di tartaruga, mentre con la mano destra offre una libagione. Di fronte a lui sta il corvo (Museo Archeologico di Delfi, V secolo. a.C.)

Era un  Iatromante ἰατρόμαντις significato letterale “veggente medico” o uomo di medicina“.
Lo iatromante, una forma di 
sciamano greco, è collegato ad altre figure semimitiche come Abaris,AristeaEpimenide, e Hermotimus.

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Secondo Peter Kingsley,  ed altri studiosi tra cui Angelo Tonelli, le figure degli iatromanti appartenevano a una più ampia tradizione sciamanica greca e asiatica con origini in Asia centrale.
La principale pratica estatica e meditativa di questi profeti-guaritori era l’incubazione (ἐγκοίμησις, enkoimesis).

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L’incubazione avrebbe consentito a un essere umano di sperimentare un quarto stato di coscienza diverso dal sonno, dal sogno o dal risveglio normale: uno stato che Kingsley descrive come “coscienza stessa” e paragona al Turīya o Samādhi dell’India delle tradizioni yogiche.

La Māṇḍūkya Upaniṣad definisce la turiya così come segue:

«Il quarto stato non è quello che è conscio dell’oggetto né quello che è conscio del soggetto, né quello che è conscio di entrambi, né la semplice coscienza, né la massa completamente senziente, né quella completamente all’oscuro. È invisibile, trascendente, la sola essenza della coscienza di sé, il completamento del mondo.»

Confer

Peter Kingsley, In the Dark Places of Wisdom, The Golden Sufi Center, 1999, pp. 255, ISBN 1-890350-01-X.

Martin Litchfield West Professore, accademico e autore sostenitore del rapporto della letteratura greca con l’Oriente e, per diversi decenni, culminando con il suo capolavoro The East Face of Helicon (1997), sosteneva la presenza di influssi sciamanici nella primitiva cultura greca.

Platone afferma riguardo Apollo e i suoi seguaci
“in verità scoprì l’arte del tiro con l’arco la medicina, la divinazione”
si pò ricostruire per questi personaggi uno sfondo favoloso, un quadro sciamanico

 Giorgio Colli “La Sapienza Greca”

Angelo Tonelli  Attraverso Oltre (Moretti&Vitali)

 

Nell’incubazione dedicata a Trofonio  Τροϕώνιος appaiono le prime costruzioni dove il praticante pernottava per ricevere la cura durante il sonno.
Consisteva fondamentalmente in un procedimento di “ingresso alle viscere della terra” (Katabasis) e di uscita (Anabasis) alla fine dell’esperienza.
Prima dell’apparizione delle costruzioni si utilizzavano caverne naturali in zone montuose e boscose. Pausania ne descrive una, oggi perfettamente localizzabile in un luogo vicino alla città di Zara, in Croazia.

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Gli attributi di Trofonio erano il nido d’api, la pianta d’alloro, i papaveri e un cigno in volo.

L’incubazione si praticava dopo vari giorni di digiuno e meditazione.
Secondo Plutarco ( nel De genio Socratis), durante l’incubazione, il praticante permaneva in uno stato di semi-incoscienza (dormiveglia) durante il quale si operava la guarigione.
I preliminari dell’incubazione includevano una serie di complicate operazioni e pratiche devozionali orientate a ottenere uno stato di purificazione e la grazia da alcune divinità.
In questa fase la divinazione svolgeva una funzione importante in quanto determinava l’opportunità di entrare o non entrare nella caverna.
Se entrava, l’interessato doveva offrire ai serpenti (un tipo specifico, Zamenis longissimus, conosciuto come serpente di Asclepio) che si trovavano all’interno, parte di un dolce (chiamato “popana” o anche “aidola”) fatto con farina di
orzo, miele, semi di papavero e acqua. esculapio.jpg
La parte che avanzava la mangiava egli stesso.
Il praticante era accompagnato durante tutto il rituale da assistenti che poi interpretavano l’esperienza vissuta dal soggetto.
In alcuni casi l’incubazione poteva durare più di un giorno.
confer

” Le pratiche di incubazione nell’antica Grecia”
Daniel Bustos Centro di Studi Parchi di Studio e Riflessione – Attigliano Marzo 2013

DOKANA ΔΟΚΑΝΑ

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Il simbolo dei Dioscuri: il Dokana, un “π”, rappresentato a modo di tripode stilizzato, con due serpenti laterali.

Diòscuri  ΔιόσκουροιDióskouroi – in latino Dioscuri  Càstore Κάστωρ, -ορος – Kástōr, in latino Castōr, -ŏris e Pollùce o Polideuce  Πολυδεύκης, -ους – Polydéukēs, in latino Pollūx, -ūcis, sono due personaggi della mitologia greca, etrusca e romana, avevano entrambi una propria specificità: Castore era domatore di cavalli e Polluce era ottimo nel pugilato

“Δόκανα”
Δόκανα

”Una struttura in legno composta da due pali paralleli eretti e collegati da una o due travi trasversali, costruita nei luoghi di culto e alle spalle degli altari. M. Nilsson, ad esempio, suggeriva che potesse derivare da un originario culto degli alberi, perpetuando in forme simboliche modi di venerazione ancestrale

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Altri, invece, partendo da alcune indicazioni delle fonti, vi hanno ravvisato una porta rituale, la costruzione di un infisso privo di battenti che poteva rappresentare in maniera ideale il passaggio tra mondo reale e inferi o lo schienale di un trono, del tipo di quelli allestiti per le divinità, troni-altare’attestati nella cultura funeraria dell’Etruria meridionale,
potrebbe  essere una porta destinata allo svolgimento di riti di passaggio e riprende una vecchia proposta che li collega al tigillum sororium di Roma, sottolineando quindi il carattere iniziatico del culto.”
In chiave simbolica, come immagine astratta della philadelpheia tra i due gemelli,dell’amore fraterno espresso dal collegamento indissolubile tra i due montanti.

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Dioscuri


Plutarco afferma esplicitamente, infatti, di riportare una convinzione degli Spartani, non una sua opinione:
”Gli Spartani chiamano 
dokana le antiche immagini dei Dioscuri; consistono in due legni paralleli congiunti da due traverse”

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Presso Sparta  i Dioscuri sono strettamente associati alla doppia regalità che caratterizza la monarchia spartana
 «Quando infine l’esercito era schierato al cospetto dei nemici, il re sgozzava una capra, invitava tutti a incoronarsi di fiori e ordinava ai flautisti di suonare l’inno a Castore; e senz’altro egli stesso intonava una marcia»
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Questa canzone di guerra, nota come Kastòreion,
«il ritmo di marcia che gli Sparta
ni suonano in battaglia» ed era collegato ad una danza ritmata.
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Si narra che i gemelli divini avessero insegnato agli Spartani a ‘danzare la cariatide’karyatìzein e di seguito riporta una descrizione della pratica svolta dagli efebi nella loro agogè ἀγωγή
(era un rigoroso regime di educazione e addestramento basato su disciplina e obbedienza cui era sottoposto ogni cittadino spartano, comprese le due dinastie reali (Agiadi ed Euripontidi), fin dall’età di 7 anni. Comprendeva la separazione dalla famiglia, la coltivazione della lealtà di gruppo, l’allenamento alla guerra e alla pratica militare, caccia, danza e preparazione per la società e per l’attività civile.)
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Giovani spartani che si esercitano (o “L’educazione degli spartiati”), di Edgar Degas. Londra, National Gallery.
«Puoi ancora vedere i loro efebi imparare a danzare non meno che a combattere: quando smettono di lottare con le mani, di colpire ed essere a loro volta colpiti, la loro lotta si conclude con una danza.
Un flautista sta seduto in mezzo a loro, accompagnandoli 
con la musica e battendo il ritmo con i piedi, mentre essi, in fila uno dietro l’altro, camminano seguendo il ritmo e fanno gesti di ogni genere, ora guerreschi, ora corali, graditi a Dioniso e ad Afrodite».
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Questo indirizzo di ricerca, da approfondire anche in considera
zione della complessità rituale e delle figure divine coinvolte, sembra suggerire la possibilità che i due gemelli divini possano anche aver avuto competenze di culto distinguibili e che la differenza tra Castore, militare e cavaliere, e Polluce, efebo e atleta, corrisponda a due aspetti complementari all’ interno dei ruoli sociali primari della comunità maschile spartana.
Non a caso il mito dei due gemelli divini ha costituito anche un paradigma esemplare dal punto di vista educativo e morale:

infatti non bisogna sottovalutare neanche la let
tura di Plutarco  del culto dei dokana dal momento che il modello di philadelpheia Φιλαδέλφεια   (da φιλέω   philéō  “amare” e ἀδελφός   adelphós  “fratello”) spinto sino
all’accettazione della morte costituisce un valore importante nel costume militare arcaico, che puntava proprio sulla costruzione di un forte rapporto di reciprocità tra gli Spartiati, importante soprattutto nella conduzione della guerra.
Confer

       Enzo  Lippolis, Rituali di guerra: i Dioscuri a Sparta e a Taranto

Per la tradizione romana, il Tigillum Sororum (trave della sorella) era un trave di legno, posto tra due pali, sotto il quale fu fatto passare l’Orazio supersiste come rito di espiazione (passare sotto il giogo) per aver ucciso la sorella Camilla. Di fatto, si tratterebbe del primo Arco costruito a Roma.
L’arco sarebbe stato posto vicino agli altari di Giunone Sororia e di Giano Curiazio

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Sotto questo arco ligneo passavano i soldati romani ogni 1º ottobre, quindi al termine della stagione della guerra, come atto di purificazione

Ἀλαλά Alalà spirito della battaglia

Divinità Femminile minore della mitologia greca, personificazione del grido di battaglia degli opliti. Figlia di Polemos, Alalà accompagnava in battaglia il dio della guerra Ares: secondo le tradizioni degli Antichi, il grido di battaglia del Dio greco consisteva infatti nel suo nome “Alale alala”, si suppone che l’utilizzo di questa parola sia derivato per onomatopea dall’inquietante gracchiare emesso dai corvi che, all’epoca, sorvolavano a migliaia i campi di battaglia, per cibarsi dei cadaveri insepolti

“Harken! O Alala , figlia di Polemos ! Preludio di lance! A cui i soldati vengono sacrificati per amore della loro città nel santo sacrificio della morte “

Pindaro, frammento di Dithyrambs 78 (trans. Sandys) (lirica greca C5 a.C.)

Ares, dio Greco della Guerra. Poi rinominato Marte dagli Antichi Romani.
Ares, dio Greco della Guerra. Poi rinominato Marte dagli Antichi Romani.

 

 

Gli spiriti Homados, Alala, Proioxis  Palioxis  Ioke , Alke e Kydoimos erano probabilmente annoverati tra i Makhai.
“Ma aborrendo Eris  nuda dolorosa Ponos , Lethe , e Limos , e l’Algea , pieni di pianto, l’Hysminai  e il Makhai , il Phonoi  e l’Androktasiai , il Neikea , lo Pseudo-Logoi , l’Amphilogiai  e Dysnomia  e Ate , che condividono la natura dell’altro, e Horkos ”

Esiodo, Teogonia 226 segg.  (epica greca C8 o C7 a.C.)

 

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Ἄρης,  Ares ( Mars Marte nella religione e cultura romana),  figlio di Zeus ed Era, dio della guerra. Fratellastro della dea Atena, entrambi sono dei della guerra, Ares predilige della guerra gli aspetti più sanguinari e violenti, Atena è dea della guerra intesa come strategia e scaltrezza,sorella di Ares è Eris, dea della discordia.
Marte nel culto dell’antica Roma assume tratti più temperati e virtuosi (MOS MAIORUM )

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Ares nasce in Tracia da Zeus ed Era. In Tracia Ares fugge una volta che viene scoperto da Efesto insieme alla moglie di quest’ultimo, Afrodite.
Secondo alcuni mitografi, Ares viveva in un tempio protetto dalle Amazzoni, e andava in battaglia indossando un’armatura di bronzo ed impugnando una lancia.
Spesso in battaglia era accompagnato da temibili presenze, il demone del frastuono e lo spirito della battaglia e dell’omicidio.
Altri dei suoi compagni di lotta erano il Terrore, Deimos, la Paura, Fobos, e la Discordia Eris (o Epis); talvolta erano anche presenti Polemos Πόλεμος ed anche sua figlia Alalà, personificazione dell’urlo di battaglia.
I MAKHAI (Machae) Μαχη Μαχαι erano gli spiriti personificati ( demoni ) della battaglia e del combattimento.

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Le Hysminai ( ὑσμῖναι; singolare: hysmine ὑσμίνη) Discendenti di Eris, Ἔρις, «conflitto, lite, contesa sono personificazioni della battaglia.

Palioxis Παλίωξις era il simbolo della ritirata in battaglia

Proioxis  Προΐωξις era la personificazione dell’impeto in battaglia

Cidoimo Κυδοιμός del frastuono della battaglia, della confusione, del trambusto e del tumulto.

Tra i suoi compagni/e di avventura vi era Κῆρα la Morte violenta  nata da Nyx (Nύξ, la Notte) per partenogenesi, poi, al verso 217 è menzionata in plurale, le Keres (Κῆρας), sempre figlie di Nyx, da intendersi come inviate del Destino. Queste ultime a volte sono identificate con le Moire.

«Νὺξ δ᾽ ἔτεκεν στυγερόν τε Μόρον καὶ Κῆρα μέλαιναν
καὶ Θάνατον, τέκε δ᾽ Ὕπνον, ἔτικτε δὲ φῦλον Ὀνείρων·
— οὔ τινι κοιμηθεῖσα θεὰ τέκε Νὺξ ἐρεβεννή, —
δεύτερον αὖ Μῶμον καὶ Ὀιζὺν ἀλγινόεσσαν
Ἑσπερίδας θ᾽, ᾗς μῆλα πέρην κλυτοῦ Ὠκεανοῖο
χρύσεα καλὰ μέλουσι φέροντά τε δένδρεα καρπόν.
Καὶ Μοίρας καὶ Κῆρας ἐγείνατο νηλεοποίνους,
[Κλωθώ τε Λάχεσίν τε καὶ Ἄτροπον, αἵτε βροτοῖσι
γεινομένοισι διδοῦσιν ἔχειν ἀγαθόν τε κακόν τε,]
αἵτ᾽ ἀνδρῶν τε θεῶν τε παραιβασίας ἐφέπουσιν·
οὐδέ ποτε λήγουσι θεαὶ δεινοῖο χόλοιο,
πρίν γ᾽ ἀπὸ τῷ δώωσι κακὴν ὄπιν, ὅς τις ἁμάρτῃ.»
«La Notte a luce die’ l’odïoso Destino la Parca
negra la Morte il Sonno fu madre alla stirpe dei Sogni
(né con alcuno giacque per dar loro vita l’Ombrosa).
Poi Momo partorí la sempre dogliosa Miseria
l’Espèridi che cura di là dall’immenso Oceàno
hanno degli aurei pomi degli alberi gravi di frutti
e le dogliose Moire che infliggono crudi tormenti.»
(Teogonia, versi 212-222)

Nell’Iliade viene raffigurata, assieme a Eris (Ἔρις, la Discordia) e a Cidoimo (Κυδοιμὸς, il Tumulto) nel campo di battaglia, con un lungo mantello macchiato dal sangue degli uomini uccisi che da lei stessa venivano portati al cancello dell’oltretomba.

«ἐν δ’ Ἔρις ἐν δὲ Κυδοιμὸς ὁμίλεον, ἐν δ’ ὀλοὴ Κήρ,
ἄλλον ζωὸν ἔχουσα νεούτατον, ἄλλον ἄουτον,
ἄλλον τεθνηῶτα κατὰ μόθον ἕλκε ποδοῖιν·
εἷμα δ’ ἔχ’ ἀμφ’ ὤμοισι δαφοινεὸν αἵματι φωτῶν.
ὡμίλευν δ’ ὥς τε ζωοὶ βροτοὶ ἠδ’ ἐμάχοντο,
νεκρούς τ’ ἀλλήλων ἔρυον κατατεθνηῶτας.»
«Scorrea nel mezzo Eris, e seco
era il Kydoimos e la terribil Ker
Che un vivo già ferito e un altro illeso
Artiglia colla dritta, e un morto afferra
Ne’ piè coll’altra, e per la strage il tira.
Manto di sangue tutto sozzo e rotto
Le ricopre le spalle: i combattenti
Parean vivi, e traean de’ loro uccisi
I cadaveri in salvo alternamente.»

Eschilo, nella sua tragedia Ψυχοστασία (La pesatura delle vite) descrive la battaglia tra Achille e Memnone, in cui immediatamente prima Zeus ne pesa le Κῆρας (Kères), intese qui quali fatigeni della morte, o appunto, le vite dei guerrieri
In quest’ultima identificazione, come le anime dei morti, è ripresa talvolta nella tradizione popolare, nelle quali necessitano di sacrifici per essere placate.

Kerostasia – La decisione della sorte della battaglia tra Achille e Memnone. Schizzo da urna cineraria, sud Italia, 330 a.C.  Rijksmuseum, Amsterdam

 

 

 

 

τά μυστήρια mysterion μυστήριον i misteri greci

Ψυχὴ πᾶσα ἀθάνατος. τὸ γὰρ ἀεικίνητον ἀθάνατον · τὸ δ᾽ ἄλλο κινοῦν καὶ ὑπ᾽ ἄλλου κινούμενον, παῦλαν ἔχον κινήσεως νἔχῦ μόνον δὴ τὸ αὑτὸ κινοῦν, ἅτε οὐκ ἀπολεῖπον ἑαυτό, οὔποτε λήγει κινούμενον, ἀλλὰ κὅὶλι

Πλάτων, 427-347 π.Χ., Φιλόσοφος

(από τον Φαίδρο)

Ogni anima (è) immortale. Infatti, ciò che si muove sempre (è) immortale; ciò che invece muove altro ed è mosso da altro, quando ha la cessazione del movimento, ha la cessazione della vita.

Platone Fedro 245c 245a

Tutte le anime che non sono state iniziate provando un grande tormento si allontanano dalla visione dell’Essere e, essendosi del tutto distaccate dalla Verità si nutrono con il cibo dell’opinione. Ma a causa di ciò esse provano una grande e tormentosa difficoltà a vedere la pianura della verità e scoprire dov’è: il pascolo che si addice alla parte migliore dell’anima si trae appunto dalla prateria di lassù, e di questa si nutre la natura delle penne e delle piume da cui l’anima, resa leggera, viene sollevata”

Platone, Fedro, 244 e – 245

ΤΑ ΟΡΦΙΚΑ ΜΥΣΤΗΡΙΑ ΕΙΝΑΙ Η ΨΥΧΗ ΤΗΣ ΕΛΛΑΔΟΣ
ΤΑ ΟΡΦΙΚΑ ΜΥΣΤΗΡΙΑ ΕΙΝΑΙ Η ΨΥΧΗ ΤΗΣ ΕΛΛΑΔΟΣ

Misteri’ designa diverse ‘forme’ di culto proprie dell’antichità greca i cui ‘rituali’, le cui ‘dottrine’, le cui ‘esperienze’ erano rigorosamente tenuti segreti, riservate agli  iniziati, i quali avevano l’obbligo di non profanare il segreto, che doveva rimanere ineffabile, l’obbligo del silenzio  esuchìa  ησυχία, definiva anche  i significati di ‘calma’, ‘tranquillità’, ‘quiete’, ‘pace’, ‘riposo’ e si associava il concetto che l’esperienza misterica tale da non poter essere ‘rivelata’ o ‘descritta’ neanche volendolo fare.

Oreste a Delfi, la Pizia, il treppiede. Cratere con figure rosse, circa 330 a.C. AD
Oreste a Delfi, la Pizia, il treppiede. Cratere con figure rosse, circa 330 a.C. AD

 Mysterion μυστήριον, nella consuetudine greca, generalmente usato al plurale tà mystèria (τά μυστήρια), derivare dal verbo myo μύω che significa ‘chiudere gli occhi e le labbra’ ma anche, per traslato, ‘essere calmo’, ‘rimanere silenzioso’, molti sono i riferimenti in variegate culture all’importanza dell’acuire i sensi tramite l’ascolto silenzioso.
Vi è una probabile connessione con arcaica  radice indoeuropea ‘mu’ che indicava il dito posto sulle labbra per intimare il silenzio, radice che è anche alla base dei verbi latini musso e muttio, che vogliono dire appunto ‘tacere’, ‘balbettare’ e dell’aggettivo, usato anche come sostantivo, mutus.

Τα Ελευσίνια Μυστήρια
Τα Ελευσίνια Μυστήρια

 

 

 

μύστης mystes iniziati

Colui che veniva iniziato veniva chiamato mystes (μύστης) ed era introdotto alla sacra conoscenza dai mystagogòi (μυσταγογόι, termine composto con il verbo άγω che significa condurre).
myesis (μύησις) iniziazione deriva mystikòs (μυστικός) utilizato per designare colui che cerca il contatto diretto col con il Sacro, con il Divino, con ‘l’invisibile o l’implicito attraverso i culti misterici, con il termine misteri (dal greco μυστήριον mysterion, poi in latino mysterium) si vogliono indicare i culti di carattere esoterico che affondano le loro radici nelle antiche iniziazioni primitive, di origine sciamanico-rituali, e che si diffusero in tutto il mondo antico greco e medio-orientale, euroasiatico con un particolare sviluppo in età ellenistica e successivamente in epoca romana.

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”L’iniziazione ai misteri di Eleusi difatti culminava in una εποπτεία “epopteia”, in una visione mistica di beatitudine e purificazione, che in qualche modo può venir chiamata conoscenza. Tuttavia l’estasi misterica, in quanto si raggiunge attraverso un completo spogliarsi dalle condizioni dell’individuo, in quanto cioè in essa il soggetto conoscente non si distingue dall’oggetto conosciuto, si deve considerare come il presupposto della conoscenza, anziché conoscenza essa stessa.”
Giorgio Colli

I misteri più famosi del mondo greco erano senz’altro i misteri eleusini, legati al culto di Demetra e Persefone, al culto di Dioniso, a quello di Orfeo, nei misteri orfici, a quello del dio frigio Sabazio e i misteri dei Cabiri a Samotracia.
Nel sincretismo religioso tipico dell’età ellenistica e più tardi romana ebbero notevole importanza le realtà misteriche di origine orientale.
I culti misterici della Grande Madre Cibele con Attis dall’Asia minore, quelli di Serapide, Iside e Osiride della mitologia egizia, e quelli di Mitra dalla Persia permearono la facies religiosa della cultura romana imperiale, che vide il proliferare di templi, isei e mitrei in tutto il mondo allora conosciuto.

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Eppure, allargando un po’ lo sguardo, non dovrebbe sfuggire che l’uso astratto del pronome dimostrativo, per indicare l’oggetto della conoscenza, è nello stile del grande misticismo speculativo – basta rivolgersi al linguaggio delle Upanishad – proprio perché la paradossalità grammaticale allude alla sconvolgente immediatezza di ciò che è lontanissimo dai sensi.
E rimanendo alla Grecia, nell’epoca della sapienza come in quella della filosofia, è facile verificare la frequenza con cui l’atto della conoscenza suprema è chiamato un «vedere».( col termine epoptéia (εποπτεία) composto da epí (επί), preposizione che significa: ‘su’, ‘sopra’, ‘in alto’, e dal verbo optéuo (οπτεύω) che significa ‘vedere’)
Riguardo a Platone poi è possibile documentare, quando si avventura a descrivere l’esperienza conoscitiva delle idee, l’uso di una terminologia eleusina, cosicché si può suggerire l’ipotesi che la teoria delle idee, nel suo sorgere, fosse un tentativo di divulgazione letteraria dei misteri eleusini, in cui l’accusa di empietà veniva prevenuta con l’evitare qualsiasi riferimento ai contenuti mitici dell’iniziazione. E ancora in Aristotele, che non è certo il più mistico tra i filosofi, la cosa viene ribadita, e in termini del tutto espliciti.

GIORGIO COLLI “La sapienza greca”, Adelphi, Milano

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I latini derivarono il loro mysticum, oltre che mysta, mystagogus e, naturalmente,mysterium, il termine initiatio-initiationis, in collegamento con il verbo initio-initiare e col sostantivo initium, ( in genere usato anch’esso al plurale: initia, come nell’espressione: initia Cereris per indicare quelli di origine greca) sottolineando così il concetto che il rito esoterico introduce alla percezione metafisica e ne dà la prima esperienza.
Il segreto iniziatico era ‘esoterikós εσωτερικός , termine composto da éso=dentro ed il suffisso téros che, caratterizzando il grado comparativo di un aggettivo, significa: ‘più’ accessibile cioè solo ad una ristretta cerchi di adepti si contrapponeva a ciò che è e può essere divulgato: ‘essoterico’ o ‘exoterico’ (εξωτερικός, da έξω = fuori).

Il termine latino initium indica oltre che ‘il primo passo’ anche ‘l’origine’, ‘il fondamento’, è evidente che la initiatio poteva essere intesa come una ‘nuova nascita’ e l’iniziato stesso indicato come un re-natus, un essere diverso dal precedente perché mutato interiormente dalla potenza dell’esperienza misterica.

Lo stesso termine ‘adeptus’ con cui i Latini indicavano l’iniziato (oltre che, più genericamente il seguace di una dottrina, di una setta), essendo participio passato di ‘adipisci’, significava ‘che ha raggiunto’, ‘che ha conseguito’.

”Quam lucos et in iis silentia ipsa adoramus” Gaius Plinius Secundus ”adoriamo i boschi sacri e, in questi boschi, il silenzio”…. Plinio il vecchio

”Summum munus homini datum arbores silvaeque intelligebantur ”

”Alberi e foreste deve essere inteso come sommo dono dato all’uomo”

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Grande Quercia

Plinio il Vecchio, « Naturalis Historiae »,  proemio del XII volume

Haec fuere numinum templa, priscoque ritu simplicia rura etiam nunc deo praecellentem arborem dicant. nec magis auro fulgentia atque ebore simulacra quam lucos et in iis silentia ipsa adoramus. arborum genera numinibus suis dicata perpetuo servantur, ut Iovi aesculus, Apollini laurus, Minervae olea, Veneri myrtus, Herculi populus. quin et Silvanos Faunosque et dearum genera silvis ac sua numina tamquam e caelo attributa credimus.

Questi furono i templi dei numi, e secondo l’antico rito i semplici campi anche ora dedicano l’albero più importante a un dio
Non adoriamo le statue splendenti di oro ed avorio più dei boschi e in essi gli stessi silenzi
Le specie di alberi dedicate a divinità proprie sono tramandate in eterno, come la quercia a Giove, il lauro ad Apollo, l’ulivo a Minerva, il mirto a Venere, il pioppo ad Ercole
Anzi crediamo attribuiti alle selve come dal cielo anche i Silvani e i Fauni e le specie di dee e i loro poteri divini

Plinio il Vecchio, Naturalis Historia

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Non meno che le statue divine dove splendono oro e avorio, adoriamo i boschi sacri e, in questi boschi, il silenzio.

La Foresta Blu Hallerbos
La Foresta blu di Halle – Hallerbos

 

L’alberosua espressionerappresentò il sacroanche se mai venne adorato per  … ma piuttosto “per quello che si rivelava per suo mezzo
(Mircea Eliade).
Arnold Böcklin – Il Bosco Sacro – 1882
Arnold Böcklin – Il Bosco Sacro – 1882

 

Albrecht Dürer “Ritter” il cavaliere, la morte e il diavolo

«L’umana grandezza va conquistata lottando»
(Ernst Jünger, Trattato del Ribelle)

«L’ultimo filosofo, che coincide con l’ultimo uomo, “sopporta il dolore come un titano”, non distoglie lo sguardo da esso, anzi ne utilizza l’energia decostruttiva in vista della Umwertung aller Werte di tutti i valori:

“Il grado della sofferenza di cui un uomo è capace determina la sua profondità e la sua serietà, ma anche la sua gioia” , è sempre l’esperienza del dolore a rendere possibile la grande salute che rigenera e seduce alla vita.

L’emblema di questa filosofia tragica, che esprime una “verità che non conosce riguardi”, è il quadro di Albrecht Dürer
“col cavaliere, la morte e il diavolo, come simbolo della nostra esistenza”
(M. Vozza, Postfazione, in F. Nietzsche, Il libro del filosofo, cit., p. 141.)

«un solitario sconsolato non potrebbe scegliersi un simbolo migliore del
cavaliere con la morte e il diavolo come lo ha disegnato Dürer, il cavaliere con l’armatura,dallo sguardo di bronzo, duro, che sa prendere il suo cammino terribile, imperturbato dai suoi orrendi compagni, e tuttavia privo di speranza, solo col destriero e il cane. Un tale cavaliere di Dürer fu il nostro Schopenhauer; gli mancò ogni speranza, ma volle la verità. Non esiste il suo pari». Nietzsche

Nietzshe ne regalerà una copia a Wagner

Il  coraggio, passione, solitudine,disperazione, eroismo, sacrificio, vis vitalis e speranza si fondevano insieme all’accettazione del proprio destino.
Nella figura dell’intrepido cavaliere,Nietzsche scorgeva se stesso e la sua ferrea volontà di osare l’inosabile – la sfida con la morte e il diavolo – sapendo che il prezzo da pagare era l’isolamento e la solitudine

«Un patrizio di qui  mi ha fatto un regalo importante, una stampa di Dürer originale; è raro che una rappresentazione figurata mi dia piacere, ma questa immagine, Il cavaliere, la morte e il diavolo, mi tocca, non so nemmeno dire come». 

Il cavaliere epigonale
 Nel “passaggio al bosco”  Ernst Jünger affidava la possibilità di guardare con occhio freddo e distaccato  da osservatore “epigonale” il mondo fasullo da cui prendere le distanze.
Ma prendere le distanze – osservare da lontano una realtà che neghiamo o consideriamo criticamente, pur sapendo di esserne parte – suscita un sano senso di ribellione contro l’esistente.
Induce un passionale e razionale moto di ribellione contro l’esistente, in nome della propria dignità e dei propri valori. Coincide con la scelta di diventare un “nuovo cavaliere”:intrepido, indomito e coraggioso come quello dell’icona düreriana. Identificandosi in essa, non si opta solo per una radicale scontro con il negativo che circonda l’uomo contemporaneo ma anche con quell’aspetto d’Ombra che fa del negativo esteriore il proprio dio interiore: e viceversa. In questo modo, il “ribelle” fattosi Ritter accetta il conflitto con l’Ombra individuale e collettiva – paragonabile, se non coincidente, con i “tristi compagni di viaggio” dell’icona düreriana – e riscopre, in se stesso, quell’archetipo eroico che è presente, anche se dormiente, in lui Riscopre di essere da sempre quel Ritter – il cavaliere eroe che rappresenta il Sé, la totalità, la pienezza che ciascuno deve raggiungere – che Dürer ha proposto all’attenzione di una epoca perché diventasse universale e metastorico

 L’Ombra – termine ripreso nel suo significato più pregnante dalla psicologia analitica junghiana – si identifica con quella parte inconscia, presente nell’uomo e nella collettività, che venendo rimossa non viene mai alla luce. Per questo, essa agisce nell’uomo facendone un essere fragile, pavido, insicuro, eterodiretto
ed incapace di fronteggiare le lusinghe e le delusioni interiori ed esteriori di cui l’Ombra è portatrice e moltiplica. È in virtù della potenza dell’Ombra che l’uomo non riesce ad affrontare il proprio destino e cade preda dei suoi “compagni di viaggio” che diventano i demoni che manovrano i fili dell’esistenza sua e
dell’intera società
(cfr. in merito. C. Bonvecchio – C. Risé, L’Ombra del potere. Il lato oscuro della società: elogio del politicamente scorretto, RED, Como, 1998).

Sull’immagine archetipica dell’eroe, cfr. J. Campbell, L’eroe dai mille volti, trad. it., Guanda, Parma, 2000. Sintomatico ed indicativo del risveglio dell’eroe dormiente è il mito nordico del mitico eroe danese Holger che “dorme” nei sotterranei del castello danese di Kronburg, pronto a ridestarsi nel momento del bisogno, per aiutare il suo popolo.
Il Sé è ciò che unifica, in una superiore sintesi, il maschile e il femminile, il paterno e il materno, il razionale e l’irrazionale, il terreno ed il celeste. È stato considerato come la perfetta immagine della totalità e simbolo del divino presente nell’uomo, sino ad essere identificata con l’archetipo di totalità,
cfr. C. G. Jung, Aion: ricerche sul simbolismo del Sé in Opere, vol. 9, tomo II, trad. it., Boringhieri, Torino, 1991, p. 5 ss.

Il cavallo primo e principale attributo simbolico del cavaliere è, il cavallo che fa corpo unico con lui. Anzi, quasi si umanizza al punto che – molto spesso – gli viene
dato un nome proprio. Come scrive Maurice Keen: «Il cavallo, il cavaliere e l’asta
costituivano così un tutto compatto». In tal modo, il cavaliere faceva propri anche i valori simbolici di cui il cavallo era portatore: vita, forza, abilità, destrezza, valore e coraggio uniti al desiderio, alla sfrenatezza e alla passione sessuale . Tuttavia – nel caso del maestoso cavallo dell’incisione düreriana – appare più plausibile che il suo autore si sia ispirato alla mitologia nordica (diffusa a livello popolare) in cui il cavallo è associato al sole: considerato l’espressione di virtù spirituali e guerriere, segnate dalla luce. Il cavallo è, dunque, un animale sacro al pari del leggendario cavallo di Odino chiamato Sleipnir (quello che scivola velocemente), i cui denti portavano incise le rune e che poteva cavalcare sia nel regno dei vivi che in quello dei morti, il cavallo di Dagr ᛞ il giorno si chiama, in antico norreno, Skinfaxi (criniera splendente) o anche Glaor (luminoso), così come i cavalli degli dei Asi hanno nomi nei quali la ricorrenza dell’attributo aureo ne esalta la splendente solarità: come Gullfaxi (criniera d’oro), Gulltoppor (ciuffo d’oro) e così via
(cfr.G. Chiesa Isnardi, I miti nordici, Milano, 1991, p. 559 ss. e anche B. Branston, Gli Dei del Nord, trad. it.,
Mondadori, Milano, 1991, p. 77 ss.

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Il cane – probabilmente un levriero – dalla figura elegante e slanciata che, insieme alla fedeltà, simboleggia «tre virtù non meno necessarie, anche se meno basilari: zelo instancabile, sapere e ragionamento veritiero»
Il cane – pur appartenendo al mondo infero e sotterraneo – svolge anche il positivo ruolo di eroe ancestrale (come portatore del fuoco), di psicopompo e di protettore degli uomini: ossia di guida dell’anima nell’aldilà e di fedele difensore dell’uomo.  (cfr. Cane in J. Chevalier – A.Gheerbrant, Dizionario dei
simboli, op. cit., vol. I, pp. 185-191)

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La Spada Come ricorda Jung – rifacendosi al simbolismo alchemico – la spada non diversamente dall’acqua «permanens sive mercurialis» (dal Mercurio alchemico, spirito penetrante, mediatore ed icona macrocosmica del Salvatore) «occidit et vivificat» (C. G.Jung, Il simbolo della trasformazione nella messa in
Opere, vol. 11, op. cit., pp. 226–227).

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A livello simbolico–esoterico, la spada è interpretata come il simbolo della perfetta conoscenza in cui il pomo dell’elsa è la complexio oppositorum dell’universo, il paracolpi è la materia, mentre la lama è “l’universo della linearità”: anima della materia, espressione della spiritualità e dell’interiorità
(cfr. L. Bessi, La spada sacra, op. cit., p. 37 ss.).

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La lancia
Esprime la forza della verità di cui il cavaliere dovrebbe essere l’invitto testimone. «La lancia» scrive Raimondo Lullo «sta a significare la verità; infatti la verità è diritta e non può essere piegata e rifugge da ogni falsità». Chiaramente, il valore fallico della lancia è tutt’uno con l’immagine dell’axis mundi: ossia esprime il collegamento tra cielo e terra. Collegamento che incarna la totalità e la creatività, ma anche la forza del divino: come mostra la determinante presenza della lancia accanto al Graal. Portare la lancia equivale, di conseguenza, a diventare agente attivo della salvezza propria ed altrui: come si evince dall’Ordo Romanus che stabilisce, minutamente, le fasi della consacrazione del nuovo cavaliere. Più precisamente, scrive ancora Lullo: «La lancia sta a significare la verità;
infatti la verità è diritta e non può essere piegata e rifugge da ogni falsità. L’acciaio della lancia significa la forza della verità sulla menzogna…La verità è il sostegno della speranza»R. Lullo, Libro dell’Ordine della Cavalleria, parte V, 3, a cura di G. Allegra, Arktos, Torino, 19942, pp. 198–199.

La  Salamandra in J. Chevalier – A.Gheerbrant, Dizionario dei simboli, op. cit., vol. II, p. 318.  la salamandra – abituata a resistere a qualsiasi fuoco – simboleggia la forza che supera qualsiasi ostacolo e quindi il coraggio che nessun avvenimento può turbare (cfr. Salamandra in J. C. Cooper,Dizionario degli animali mitologici e simbolici, op. cit., p. 292).

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La Morte  è rappresentata dalla clessidra
«Sed fugit interea, fugit irreparabile tempus»
”Ma fugge intanto, fugge irreparabilmente il tempo”
Virgilio Marone, Georgiche, lib. III, v. 284
Il tempus fugit è anche una filosofia di vita paragonabile al Carpe diem nelle Odi di Orazio

«Dum loquimur fugerit invida
aetas: carpe diem, quam minimum credula postero.»
«Mentre parliamo il tempo è già in fuga, come se provasse invidia di noi. Afferra la giornata sperando il meno possibile nel domani.»

Agisci come fosse l’ultima azione della tua vita, ποριεῖς δέ ἂν ὡς ἐσχάτην τοῦ βίου ἑκάστην πρᾶξιν ἐνεργῇ Perfice Omnia facta vitae quasi haec postrema essent

Marco Aurelio

Il Diavolo un misto di elementi animali dove il lupo, il
caprone, il maiale si fondono insieme. Quasi a dimostrare che nel demonio si manifesta la natura animale dell’uomo: in tutta la sua incontrollata virulenza istintuale, egoistica e distruttiva.

Confer IL CAVALIERE, LA MORTE E IL DIAVOLO: UNA ANALISI SIMBOLICA
di Claudio Bonvecchio
(Università degli Studi dell’Insubria, Varese- Como).

 

Agisci come fosse l’ultima azione della tua vita, ποριεῖς δέ ἂν ὡς ἐσχάτην τοῦ βίου ἑκάστην πρᾶξιν ἐνεργῇ Perfice Omnia facta vitae quasi haec postrema essent

Πάσης ὥρας φρόντιζε στιβαρῶς ὡς Ῥωμαῖος καὶ ἄῤῥην τὸ ἐν χερσὶ μετὰ τῆς ἀκριβοῦς .. καὶ ἀπλάστου σεμνότητος καὶ φιλοστοργίας καὶ ἐλευθερίας καὶ δικαιότητος πράσσειν καὶ σχολὴν ἑαυτῷ ἀπὸ πασῶν τῶν ἄλλων φαντασιῶν πορίζειν. ποριεῖς δέ, ἂν ὡς ἐσχάτην τοῦ βίου ἑκάστην πρᾶξιν ἐνεργῇς, ἀπηλλαγμένος πάσης εἰκαιότητος καὶ ἐμπαθοῦς ἀποστροφῆς ἀπὸ τοῦ αἱροῦντος λόγου καὶ ὑποκρίσεως καὶ φιλαυτίας καὶ δυσαρεστήσεως πρὸς τὰ συμμεμοιραμένα. ὁρᾷς πῶς ὀλίγα ἐστίν, ὧν κρατήσας τις δύναται εὔρουν καὶ θεουδῆ βιῶσαι βίον˙ καὶ γὰρ οἱ θεοὶ πλέον οὐδὲν ἀπαιτήσουσι παρὰ τοῦ ταῦτα φυλάσσοντος.

Τὰ εἰς ἑαυτόν
Συγγραφέας: Μάρκος Αυρήλιος

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Ad ogni istante pensa con fermezza, da Romano e maschio quale sei, a compiere ciò che hai per le mani con serietà scrupolosa e non fittizia, con amore, con libertà, con giustizia, e cerca di affrancarti da ogni altro pensiero.
Te ne affrancherai compiendo ogni singola azione come fosse l’ultima della tua vita, lontano da ogni superficialità e da ogni
avversione passionale alle scelte della ragione e da ogni finzione, egoismo e malcontento per la tua sorte.
Vedi come sono poche le condizioni che uno deve assicurarsi per poter vivere una vita che scorra agevolmente e nel rispetto degli dèi: perché gli dèi non chiederanno nulla di più a chi osserva queste condizioni

Marco Aurelio
A se stesso
(pensieri)

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