L’otium, tempo dello spirito, dello studio, della lettura e della riflessione..

”Natura autem utrumque facere me uoluit, et agere et contemplationi uacare: utrumque facio, quoniam ne contemplatio quidem sine actione est” «Del resto la natura volle facessi l’una e l’altra cosa, e agire e dedicarmi alla contemplazione: l’una cosa e l’altra faccio, dal momento che neppure la contemplazione è senza azione»

Seneca de otio

L’otium è  cura di sé e della propria saggezza, contemplazione e  studio. 

Graeci non solum ingenio atque doctrina, sed etiam otio studioque plentyantes
“I Greci sono ricchi non solo di doti e dottrine innate, ma anche di Otium e applicazione”

Cicerone

Nunquam se meno otiosum esse quam cum otiosus esset, aut minus solum esse quam cum solus esset

Scipione il Vecchio

“Non fu mai stato così nell’otium come quando permaneva nell’Otium, e mai così solo come quando ha goduto della solitudine ”

Mithra archetipo del cacciatore ermetico

”Il mitraismo ha lasciato un importante messaggio.
I misteri di Mithra 
ci pongono in contatto con la presenza radicale e archetipica di forze terribili che, se ignorate e negate, immancabilmente ci travolgono; dobbiamo, invece, conoscere e apprendere la loro costituzione e divenire pronti e capaci di cavalcarle e domarle, fino al punto in cui la mano ferma sappia trarne la vita…”

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”I Misteri introducevano a quel sapere e a quell’arte.
Si trattava, 
beninteso, di un sapere arduo e di un’arte severa che aspiravano ad aprire una strada di speranza in un periodo di angoscia.
Tuttavia le religioni, anche dopo il loro tramonto, lasciano un insegnamento valido per ogni analogo tempo di smarrimento e di inquietudine.
Sta a noi 
ascoltarlo e adattarlo alla nuova forma dei problemi…”

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”La figura di Mithra si apre sullo sfondo dell’universo religioso, culturale, psicologico dei cacciatoriper i quali l’uccisione stabilisce nel tempo stesso la propria identità, istituisce la comunità ,garantisce la vita.

L’uccisione del toro o del Grande vivente rappresenta, in essa, l’inizio e insieme la conclusione.

Dal sangue che sgorga prende inizio una nuova umanità salva

et nos seruasti aeternali sanguine fuso

si leggeva nel mitreo di Santa Prisca a Roma.

Ma nessuno si salva se non sa percorrere il duro itinerario iniziatico, se non riesce ad avviare la trasformazione e il sacrificio di sé.

L’uccisione per eccellenza vede l’uomo al centro, vittima e sacrificatore, animale e cacciatore, morto e vivo.

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Le forze elementari che spingono alla caccia e ad aggredire la vittima in fuga sono le stesse che spingono a nutrirsi e a stringere il patto fra solidali che condividono il destino.
Sussiste un circolo inscindibile tra istinto di vita e istinto di

morte, tra creazione della morte e creazione della vita.

Il tema è l’incontro con la morte, e arcaicamente ogni morte è un’uccisione.
La morte, la morte data, è l’atto eminentemente sacro e creativo, che investe l’essere realissimo.
Su questo 
scenario si è sviluppata l’immensa problematica del sacrificio…
Il punto cruciale è rappresentato dal sacrificio, costituito da un atto di sangue, un atto di morte.
Al centro del mitraismo sta il tema formidabile del sacrificio del toro, cavalcato, sfiancato e infine iugulato senza tracotanza dal dio sereno e forte.

Nel sacrificio, la morte non si presenta volgare decadenza subìta, ma atto di creazione e di intensa padronanza della vita.”

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”Il culto mitriaco propone un itinerario di liberazione dal destino basato sulla capacità di sacrificio di sé.”
 
”I gradi dell’iniziazione mitriaca rappresenterebbero simbolicamente le tappe di un viaggio interiore che fornisce una chiave per affrontare e risolvere l’ordine dei pianeti e, mediante successive integrazioni, abilita al dominio delle potenze esterne.”
 
”I pianeti, grazie alla credenza in uno stretto rapporto analogico tra macrocosmo(l’universo) e microcosmo (l’uomo), non sono vissuti come realtà esclusivamente esterne e oggettive; decifrati in esperienze interne, ad essi corrispondono suoni, colori, emozioni, passioni, immagini.
 
Un discorso affine, in estrema sintesi, tornerà con l’astrologia esoterica  di
 
Bruno pensa che un severo e complesso esercizio di controllo della mente metta l’uomo in grado di controllare il mondo in cui vive.
In particolare egli si 
dedicò all’esercizio evocativo della memoria.

Le immagini che vivono nell’uomo  non sarebbero eventi puramente interiori bensì proiezioni del cosmo, e colui che le sa governare può anche governare il cosmo e rendersi libero. ”
 
”Colui che abbia raggiunto il controllo di sé per mezzo del sacrificio e della trasformazione acquista il potere di governare il destino e raggiunge la liberazione e la salvezza dal male.
 
Il punto cruciale è rappresentato dal sacrificio, costituito da un atto di sangue, un atto di morte.
Al centro del mitraismo sta il tema 
formidabile del sacrificio del toro, cavalcato, sfiancato e infine iugulato senza tracotanza dal dio sereno e forte.
Nel sacrificio, la morte non si presenta volgare decadenza subìta, ma atto di creazione e di intensa padronanza della vita.”
 
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”Il culto di Mithra si diffonde particolarmente in ambito militare
attecchisce tra coloro che praticano giochi ad 
alto rischio
(gladiatura, corse nei circhi ed altro)

Il culto di 
Mithra viene introdotto a Roma tramite i soldati di Pompeo che ne erano venuti in contatto durante le spedizioni in oriente nel I secolo a.C

 

Mithra  è una divinità minore del Pantheon persiano, i persiani con cui Roma si scontrò erano gli eredi d’una delle più importanti civiltà indoeuropee
 
Nel mitraismo non c’è ombra del sentimento della colpa.
 
L’eroe divino non è un dio che muore.
La salvezza che da lui promana verso gli uomini non dipende dalla sua morte, ma dal fatto che egli dà la morte.
Dalla vittima che lui sacrifica scaturisce la vita e la salute.
 
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Per i mitriaci, in breve, si instaura un circuito in cui l’uomo capace di compiere il gesto sacrificale si trasforma e libera, e reciprocamente è capace di compiere il gesto supremo solo chi si trasforma e libera.

In ultima analisi, si libera solo chi è disposto a essere sacrificato
(una similitudine fortemente presente nei culti arcaici sciamanici)

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Un’ideologia severa, da reggitori e da soldati: il supremo atto di dare la morte – atto per eccellenza sacro – presuppone un’ascesi rigorosa per raggiungere la riappropriazione e la reintegrazione di sé.Le doti di equilibrio, dominio di sé,coraggio, attenzione non disincarnata e lunare per il mondo della laboriosa prassi,erano e sono le doti dei reggitori, tipiche di coloro che sono consapevoli che l’autentica arte del governo comporta un combattimento tra bene e male.

La civiltà morale di Roma pagana va disciolta dalle sovrapposizioni cristiane che l’hanno inquadrata in una prospettiva rovesciata rispetto a quella stoica.
Il dominio di sé e l’attitudine alla sobrietà  non ha niente a che vedere con il sentimento della colpa del vivere e con la mortificazione, al contrario essi celebrano un gusto pieno della libertà nel mondo per il mondo e certo non dal mondo.
Il Marco Aurelio che elogia la temperanza non è un moralista e un intimista, è un uomo di stato( vir agendi)

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”La temperantia è la severità, la sobrietà, l’operosità efficace e equilibrata di colui che tempera.
La temperanza si riferisce al lavorìo del tempo; essa è l’arte del tempo, la sua capacità di cuocere, rifondere, ridistribuire, preparare nel suo vaso.”

Il tempo si basa sul ritmo e sull’ordine.
E’ temperante colui che ha il sentimento del tempo.
Nessuna lentezza, nessuna fretta, nessuna eccitazione; piuttosto l’azione pacata e ferma che scaturisce dal dominio degli impulsi interni e degli impulsi esterni, dall’educazione a non cedere alle emozioni e alle passioni.

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”E non deve nemmeno riferirsi a un tempo estraneo e oggettivo, al giro degli astri di fronte al quale si sta passivi e che si subisce; il tempo deve essere governato e riavviato con creatività e originalità.”

 
 
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Confer
Maria Pia Rosati  e Giuseppe Lampis«átopon» rivista di Psicoantropologia
simbolica e Tradizioni religiose.

 
Storia di un Culto
 
Le prime notizie circa il Dio Mithra pervengono dall’arcaica tradizione dei Veda indù e precisamente dal più antico, il Rig-veda, risalente ad un epoca di diverse migliaia di anni fa più remota dalla nascita dell’età volgare, che inquadrano la divinità in questione come reggente di un mondo perfetto delle origini ormai dimenticato, protettore dell’Ordine Universale insieme al dio Varuna.
 

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Ritroviamo Mithra, poi, in un’altra tradizione di origine indoeuropea, precisamente in quella iranica, ove, oltre che nell’antico Iran, anche in zone come la Cappadocia, Commagene, del Ponto e le terra dei Mitanni-hurriti, assume la valenza del Numen Tutelare del Patto, del Giuramento: tale caratteristica, non solo valse l’acquisizione di un crisma prettamente guerriero, ma anche, nell’antica Persia, permise che il suo culto diventasse la base del sistema feudale dell’impero.

Il contatto con il mondo occidentale e quindi con la Romanità avvenne, con l’espandersi della stessa, ad opera dei legionari, anche se Plutarco nella “Vita di Pompeo” narra di “strani riti” celebrati dai pirati della Licia; il culto entrerà ufficialmente a Roma, poi, solo nel 66 d.C., portatovi da Tiridate, re dell’Armenia, in visita a Nerone.

Il contatto con il mondo greco-romano, con le sue istituzioni misteriche
(molte sono le similitudini con i Misteri di Eleusi) e con la filosofia neoplatonica – come dimostrano varie opere di Porfirio -forgiarono una vera e propria via iniziatica ermetica, riservata a pochi eletti, sempre al riparo nei suoi mitrei, nelle sue grotte sotterranee riservate al culto, che simbolicamente possiamo associare al mito platonico della caverna
Mithra nasce alchemicamente dalla pietra, come la vera Luce cova e si manifesta nell’oscurità della notte.
Solo una tarda volgarizzazione potè assimilargli il ruolo di Soter, Salvatore, spesso confuso erroneamente col Cristo, e una statalizzazione , voluta da Diocleziano, Galerio e Licino lo proclamò “Deo Soli Invicto Mithrae fautori imperii sui”, assimilando il culto a quello ufficiale ed imperiale di Helios, introdotto a Roma, da Emesa, da Aureliano.
 
 

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Il mito e la tradizione fanno ricordare Mithra per due momenti salienti del suo decorso esoterico, cioè per la sua nascita dalla roccia e per l’uccisione del toro sacrificale, che non assume il solo valore rinnovatore del cosmo, ma possiede una ben più alta e precisa valenza spirituale.

Tutto si inquadra in una visione del mondo prettamente solare, concepita tradizionalmente, militando, l’iniziato o il neofita, per lo schieramento avversario irriducibile delle Tenebre, di Arimanne, di Tifone-Seth, di Vediovis, ma anche di tutta la spiritualità lunare delle madri come Iside, Demetra e Astarte, quindi per lo schieramento di Eracle, del Marte romano, di Horus…naturalmente di Mithra.
Poco o nulla si potrà comprendere di tale culto misterico se non si farà propria tale prospettiva polare, tale atteggiamento guerriero, di superamento magico, quindi di superamento attivo.

 
confer Luca Valentini
Redattore del sito web EreticaMente, cultore di filosofia antica, di dottrina ermetico-alchimica e di misteriosofia arcaica e mediterranea
 
Ulteriori punti di vista

Cheironomia χειρονομία Skiamachia σκιαμαχία nel Pugilato arcaico pigmachia πυμαχία pygmachía, pugilātus

 La skiamachia, σκιαμαχία era  un combattimento simulato o “con l’ombra”

allenarsi in combattimento, combattendo con un avversario fantastico
προπόνηση σε μαχητικούς αγώνες , η μάχη με φανταστικό αντίπαλο

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Guanti da pugilato dell’antica roma

 

 

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Un altro esercizio, una specie di schermaglia con le mani senza avversario, era chiamato cheironomia χειρονομία.
Ambedue i termini sono citati, per esempio, da Pausania (VI, 10, 3) a proposito della statua di Glaukos di Caristo.
Un attrezzo di largo uso per la preparazione dei pugili era il korykos, un sacco di cuoio appeso al soffitto e riempito di cereali, di farina o di sabbia, che veniva utilizzato anche dai pancraziasti, ma era più grande e più pesante di quello dei pugili (Filostrato, 57).

Dai un pugno al korykos. Dettaglio della cista Ficoroni, opera italiana realizzata a Roma da Novios Plautios. Fine del IV secolo a.C., copia di un'immagine greca del IV secolo. Roma, Villa Giulia. Pfuhl, Malerei, iii. 254.
Dai un pugno al korykos. Dettaglio della cista Ficoroni, opera italiana realizzata a Roma da Novios Plautios. Fine del IV secolo a.C., copia di un’immagine greca del IV secolo. Roma, Villa Giulia. Pfuhl, Malerei, iii. 254.

Il korykos è visibile nella Cista Ficoroni e in una raffigurazione caricaturale in un vaso a figure rosse dell’Ermitage (V a.C.). Durante l’allenamento i giovani indossavano dei paraorecchi di lana coperti da cuoio, chiamati amphotides o epotides, che erano legati con sottili strisce di pelle intorno alla testa e sotto il mento.

In un vaso a figure nere (VI secolo a.C.), ora al Metropolitan Museum di New York, vediamo due pugili che si allenano al suono del flauto

Pelike a figure nere del pittore Acheloos, 510 a. C. Due pugili si allenano al suono del flauto. Metropolitan Museum di New York.
Metropolitan Museum di New York Pelike a figure nere del pittore Acheloos, 510 a. C. Due pugili si allenano al suono del flauto.

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La posizione iniziale di guardia assunta dai pugili (probolé) li mostra con il braccio sinistro disteso in alto verso l’avversario, a proteggersi il viso, e il destro piegato all’indietro, spesso più in alto delle spalle, pronto a colpire, ben saldi sulla gamba destra arretrata (la sinistra è talora leggermente piegata).
Come mostra in modo eloquente la tazza a figure rosse del 490 a.C. al British Museum, in cui si vedono due coppie di pugili con l’arbitro in mezzo.
Importantissimo, durante il combattimento, era il gioco delle gambe.
Stazio, infatti, così scrive di Alcimedonte: «Con rapidi movimenti evita mille colpi mortali indirizzati alle tempie; poi, ricorrendo all’aiuto dei piedi, ma pur sempre padrone della sua arte, arretra rivolgendo il volto all’avversario e continuando a parare i colpi» (VI, 792-795).

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Era esclusa qualsiasi presa al corpo dell’avversario per trattenerlo, né si poteva afferrargli le mani (tuttavia Àmico, allo stremo, blocca la mano sinistra di Polluce). Piuttosto che al tronco i pugni erano diretti al volto (fronte, naso, mento, mascelle), dove si causavano danni maggiori. Di colpi sul corpo abbiamo cenni in alcuni scritti, ma non ci sono raffigurazioni artistiche, salvo la scena dipinta in un’anfora a figure nere nel Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia a Roma, in cui un pugile colpisce l’avversario addirittura ai genitali. Poco frequenti erano i colpi alle orecchie: l’esempio più terribile è il pugno con cui Polluce uccide Àmico nel racconto di Apollonio. Si poteva colpire anche con la mano aperta e, per quanto ne sappiamo, non esistevano regole che vietassero di percuotere un avversario già a terra. Gli artisti raffigurarono più volte il diretto e il montante.

 

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Il combattimento non contemplava frazioni di gara o intervalli, ma durava finché uno dei due pugili crollava privo di sensi oppure per resa, dichiarata sollevando l’indice di una mano (apagoreuein).

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Nel racconto di Teocrito (XXII, 105-107):
«Colpito, / cadde riverso tra le erbe fiorenti; ma si rialzò in piedi e l’aspra battaglia si riaccese».
Nell’anfora a figure rosse del pittore Pythokles, conservata al Museo Archeologico Nazionale di Atene (V secolo a.C.), uno dei pugili – colpito da un diretto – si arrende mentre cade alzando il dito indice della mano destra.
Altri esempi, in cui i pugili che si arrendono sono già in ginocchio, ce li offrono due anfore a figure nere, una del “pittore di Michigan” ai Musei Vaticani (VI secolo a.C.) e una al British Museum.

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Poiché non c’erano limiti di tempo, Melankomas della Caria, afferma Dione Crisostomo (Orazione XXIX), rimase sulla difensiva per due giorni interi, sfiancando l’avversario e vincendo il pugilato nel 49 d.C. Se i pugili erano d’accordo, l’arbitro poteva interrompere il combattimento affinché riprendessero le forze. Àmico e Polluce, sfiniti, si concedono una pausa (Apollonio, II, 85-90, e Flacco, IV, 279-283), come fanno Alcidamante e Capaneo (Stazio, VI, 796-801). Quando un incontro durava troppo a lungo, i giudici avevano facoltà di ordinare ai combattenti di scambiarsi colpi alternativamente senza difendersi (klimax). Si sorteggiava chi dovesse cominciare.

Il Pugilatore a riposo

Il Pugilatore a riposo

Virgilio, Eneide: Libro 06 – RITI PER GLI DEI DEGLI INFERI
quaeritur huic alius; nec quisquam ex agmine tanto audet adire virum manibusque inducere caestus Si cerca un altro per costui; e nessuno tra tanta folla osa affrontare l’uomo portare i cesti alle mani

Post, ubi confecti cursus et dona peregit, ‘nunc, si cui virtus animusque in pectore praesens, adsit et evinctis attollat bracchia palmis’: sic ait, et geminum pugnae proponit honorem, victori velatum auro vittisque iuvencum, allittensem atque insignem galeam solacia victo

 

 

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Poi, quando furon finite le corse consegnò i doni,Ora, se a qualcuno in petto (c’è) valore e coraggio forte, si presenti ed alzi le braccia con le palme legate: così disse, e propone doppio premio per la gara, al vincitore un giovenco velato d’oro e di bende,una spada ed uno splendido elmo, come consolazioni per il vinto

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Virgilio, opera Eneide parte Libro V

Per la pratica della disciplina  ARS DIMICANDI

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Διόσκουροι, Dióskouroi, Dioscuri

 

Càstore Κάστωρ,  Kástōr, Castōr,Pollùce o Polideuce Πολυδεύκης, PolydéukēsPollūx,  detti anche Tindaridi, da Tindaro, re di Sparta, sposo della loro madre Leda.
Diòscuri Διόσκουροι, Diòskuroi, composta da Διός (Diòs, “di Zeus”) e κοῦροι (kùroi,fanciulli) iòscuri ossia “figli di Zeus“.   Detti  CàstoriGemini e Tindaridi detenevano  abilità speciali  Castore era domatore di cavalli e Polluce era ottimo pugilatore, erano anche considerati come protettori dei naviganti durante le tempeste marine e furono associati alla costellazione dei Gemelli e alla comparsa della stella Sirio nel cielo in prossimità dell’equinozio di primavera, poiché propiziava la semina dei campi e l’inizio della primavera stessa

Nell’astronomia moderna Castore dà il nome ad Alpha Geminorum e Polluce a Beta Geminorum.440px-Gemini_Hevelius
Vengono talvolta considerati anche patroni dell’arte poetica, della danza e della musica
Detengono una doppia paternità, nei miti di gemelli di diverse civiltà:

L’incontro di gemelli nella mitologia non è raro poiché, oltre alla presenza dei Diòscuri nella mitologia greca, romana ed etrusca, altre mitologie Indoeuropee hanno i loro equivalenti.
Nel Veda, il libro sacro degli Arii sono citati gli Ashvin che, al pari dei Diòscuri, vengono identificati con la costellazione dei Gemelli, nella mitologia baltica esistono gli Ašvieniai degli antichi Lituani e che prendono il nome di Dieva per gli antichi Lettoni.

Nella mitologia baltica Castore è l’equivalente di Autrympus e Polluce di Potrympus che sono considerati divinità come altri dei del loro Pantheon.
Nella mitologia germanica del popolo dei Naarvali esistono gli Alcis, altrettanto ritenuti divini e da Tacito direttamente associati ai Diòscuri.

presso gli scavi di Pompei è stata fatta un’altra importante scoperta pittorica. Infatti, gli archeologi hanno riportato alla luce un affresco sensuale che raffigura Leda, regina di Sparta e moglie di re Tindaro, ingravidata da un cigno. Secondo la mitologia, come narrato anche nelle Metamorfosi di Ovidio, quest’ultimo era lo stesso Giove. Infatti, il padre degli dei, dopo averla stordita con il profumo dell’ambrosia, aveva assunto le sembianze di un cigno, per accoppiarsi con lei sulle rive del fiume Eurota.
presso gli scavi di Pompei  un affresco sensuale che raffigura Leda, regina di Sparta e moglie di re Tindaro, ingravidata da un cigno. Secondo la mitologia, come narrato anche nelle Metamorfosi di Ovidio, quest’ultimo era lo stesso Giove. Infatti, il padre degli dei, dopo averla stordita con il profumo dell’ambrosia, aveva assunto le sembianze di un cigno, per accoppiarsi con lei sulle rive del fiume Eurota.

Oltre ad un padre “celeste”, Zeus, unitosi a Leda sotto la forma di un cigno, ed un padre terrestre Tindaro ΤυνδάρεοςTyndáreos, re di Sparta.

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ZEUS

 

Il mito di Leda e il cigno rappresenterebbe la potenza sessuale maschile, che non si fa scrupoli a ingannare, pur di raggiungere il proprio scopo.
In molte culture, da quelle mediterranee a quelle nordiche, il cigno è un animale sacro, che incarna saggezza, purezza, potenza e coraggio.

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Lo stesso nome Leda vuol dire genitrice di uomini e dei.
Il cigno e l’uovo rimandano anche ai culti orfici, cerimonie sull’aldilà che si svolgevano nell’antichità, in Grecia e in Egitto.

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Dioscuri come Argonauti, compirono il viaggio verso la Colchide nella ricerca del Vello d’oro e alla caccia al cinghiale calidonio

Il mito più popolare era il ratto delle Leucippidi, in cui Castore fu ucciso dagli Afaridi

Il rapimento delle Leucippidi su sarcofago romano dei Musei Vaticani. I Dioscuri hanno sul capo il Pileo.
Il rapimento delle Leucippidi su sarcofago romano dei Musei Vaticani. I Dioscuri hanno sul capo il Pileo.

Polluce pregò il padre Zeus che mandasse la morte anche a lui, ma Zeus gli concesse di rinunciare a metà della propria immortalità in favore del fratello. Così i due vivono insieme alternativamente un giorno nell’Olimpo e un giorno nel regno dei morti.

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Questa duplicità era miticamente fondata con il racconto della morte di uno di essi e l’offerta dell’immortalità fatta all’altro da Zeus: il superstite rifiutò l’immortalità se non poteva spartirla con il fratello, e allora ottenne che a giorni alterni, a turno, l’uno soggiornasse tra gli dei e l’altro giacesse agli Inferi.

Dettaglio di Nemesis e dei Dioscuri da un dipinto che raffigura il viaggio di Eracle negli inferi. Nemesis, dea della punizione, tiene una spada in una mano e il fodero nell'altra. I gemelli indossano cappelli da viaggio, reggono doghe annodate e sono accompagnati da una stella
Dettaglio di Nemesis e dei Dioscuri da un dipinto che raffigura il viaggio di Eracle negli inferi. Nemesis, dea della punizione, tiene una spada in una mano e il fodero nell’altra. I gemelli indossano cappelli da viaggio, reggono doghe annodate e sono accompagnati da una stella

L’ambigua condizione dei Dioscuri faceva di essi i perfetti mediatori tra la realtà umana e la realtà divina, così che divennero gli dei salvatori per eccellenza a cui si ricorreva nelle situazioni disperate ( pericoli di guerra e della navigazione).

In natura esiste un fenomeno atmosferico raro e sorprendente, noto come fuoco di Sant’Elmo. Tale fenomeno si presenta per lo più prima di un temporale, quando  possono formarsi dei bagliori blu, simili a delle fiamme, in prossimità di oggetti appuntiti. I fuochi di Sant’Elmo sono conosciuti soprattutto dai marinai, gli alti alberi delle imbarcazioni a vela funzionavano come delle antenne, alle cui estremità era più facile che si formassero i bagliori
Le inspiegabili fiammelle blu significavano che la nave era stata raggiunta dai Diòscuri (Διόσκουροι, Diòskuroi), coppia di fratelli divini che avrebbero vigilato sui marinai salvandoli dalla tempesta.

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Il loro culto dall’originaria Laconia si diffuse per tutta la Grecia, e, in epoca ellenistica, le loro caratteristiche soteriologiche assunsero venature più spirituali e mistiche.
A Roma il loro culto fu riconosciuto ufficialmente con la motivazione di un loro intervento decisivo nella battaglia del lago Regillo (496 a. C.).
Il loro ruolo di cavalieri e pugili li ha anche portati a essere considerati i patroni degli atleti e delle gare atletiche.

Dettaglio di uno dei gemelli Dioscuri che combatte contro un Gigante da un dipinto della Gigantomachia (Guerra dei Giganti). Il semidio è raffigurato come un cavaliere che indossa un berretto petasos e brandisce una lancia.
Dettaglio di uno dei gemelli Dioscuri che combatte contro un Gigante da un dipinto della Gigantomachia (Guerra dei Giganti). Il semidio è raffigurato come un cavaliere che indossa un berretto petasos e brandisce una lancia.

Compivano le loro gesta sempre uniti: Fra le gesta loro attribuite, la liberazione della sorella Elena rapita decenne da Teseo; la partecipazione alla spedizione degli Argonauti; la caccia del cinghiale Calidonio.

Dettaglio di uno dei gemelli Dioscuri che combatte contro un Gigante da un dipinto della Gigantomachia (Guerra dei Giganti).
Dettaglio di uno dei gemelli Dioscuri che combatte contro un Gigante

A Sparta i Dioscuri presiedevano alle gare equestri e agli agoni ginnici, ed ebbero feste in tutta la Grecia. Furono venerati anche in ambiente latino-romano col nome di Castori (Castores): ebbero culto speciale a Lavinio, a Tuscolo e in Roma.
La festa annua in Roma in loro onore si celebrava il 15 luglio, anniversario della battaglia del Lago Regillo (499 o 496 a.C.)
Le origini di questa cerimonia religiosa venivano fatte risalire alla battaglia del lago Regillo, nel 499 a.C., in cui i Romani affrontarono una coalizione di Latini.

l gigante di bronzo Talos di Creta viene ucciso dalla strega Medea (estrema sinistra) e dai Dioscuri durante il viaggio degli Argonauti. I gemelli sono montati su cavalli e afferrano il gigante per le braccia. Gli dei Poseidone e Anfitrite (angolo in alto a destra) assistono alla scena.
l gigante di bronzo Talos di Creta viene ucciso dalla strega Medea (estrema sinistra) e dai Dioscuri durante il viaggio degli Argonauti. I gemelli sono montati su cavalli e afferrano il gigante per le braccia. Gli dei Poseidone e Anfitrite (angolo in alto a destra) assistono alla scena.

Nel momento più duro e incerto della battaglia, apparvero nella mischia due cavalieri più alti e belli degli altri, in groppa a cavalli bianchi e vestiti della trabea di porpora, che portarono scompiglio tra le fila dei Latini.

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La sera stessa, due cavalieri vestiti allo stesso modo apparvero nel Foro, fecero abbeverare i cavalli nella fontana di Giuturna (Lacus Iuturnae), annunciarono la vittoria dei Romani e scomparvero. I due cavalieri vennero identificati come i Dioscuri Castore e Polluce, intervenuti in soccorso dell’esercito romano, e nel 484 a.C. gli fu dedicato un tempio nei pressi della fonte di Giuturna.

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I Dioscuri sono raffigurati di solito in nudità eroica,  con mantello dietro le spalle, clamide, chlamys -y̆dis, gr. χλαμύς -ύδος, in testa portano il pileo conico sormontato da una stella;  il pilos (πῖλος), simboleggiava forse i resti dell’uovo da cui erano nati, era un elmo/capello conico di origine greca che riproduce le fattezze di un tipo di berretto molto diffuso.

Apparve nel V secolo a.C., trovando ampia diffusione tra gli Spartani, successivamente utilizzato dal Battaglione Sacro Tebano e poi dagli eserciti ellenistici. Contemporaneamente si diffuse ampiamente anche nella Magna Grecia.
In mano hanno la lancia, e si presentano  sia a cavallo, sia accanto al cavallo mentre lo tengono per il morso.

Dioscuri e Leucippide, anfora ateniese a figure rosse C5 a.C., British Museum
Dioscuri e Leucippide, anfora ateniese a figure rosse C5 a.C., British Museum

Compaiono sia isolati (rilievi arcaici diSparta, statue frontonali di Locri, colossi del Quirinale), sia nei vari episodi del mito, come la nascita dall’uovo di Leda (in diverse figurazioni vascolari), la lotta con gli Afaridi (metopa del tesoro dei Sicioni a Delfi), il ratto delle Leucippidi (idria di Midia, tavolette fittili di Taranto, stucchi della basilica di Porta Maggiore a Roma), la partecipazione all’impresa degli Argonauti .

gemelli Dioscuri, Castor e Polydeuces, marciano sulla Maratona per recuperare la sorella rapita Elena da Teseo. I due sono raffigurati come cavalieri armati di lance.
i gemelli Dioscuri, Castor e Polydeuces, marciano sulla Maratona per recuperare la sorella rapita Elena da Teseo. I due sono raffigurati come cavalieri armati di lance.

Su rilievi votivi sono raffigurati con una varietà di simboli che rappresentano il concetto di gemellaggio, come il dokana (δόκανα )una coppia di anfore , una coppia di scudi o una coppia di serpenti.

 

Numerose le figurazioni monetali (Taranto, Roma, Oriente greco).

 Moneta romana di Massenzio con i Diòscuri sul retro
Moneta romana di Massenzio con i Diòscuri sul retro

Gruppi con dioscuri, acroterio del santuario in contrada Marasà, fine V sec. a.c. o inizio IV sec. a.c.
Gruppi con dioscuri, acroterio del santuario in contrada Marasà, fine V sec. a.c. o inizio IV sec. a.c.

Le tre colonne solitarie che si possono vedere al Foro Romano sono tutto ciò che rimane del Tempio dei Dioscuri, anche detto Tempio dei Càstori.
Le tre colonne solitarie nel Foro Romano sono tutto ciò che rimane del Tempio dei Dioscuri, anche detto Tempio dei Càstori.

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αποτρόπαιος apotropaico ἀποτρᾰγεῖν…

αποτρέπειν, apotrépein  allontanare atto, animale, oggetto, formula monile apotropaico, rito apotropaico o gesto apotropaico, per allontanare  o annullare un’influenza maligna o negativa.

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Nell’antichità si consideravano  formule magiche orientali scritte su tavolette o su oggetti già per sé stessi, pietre rare, rappresentazioni figurate di animali o parti di essi, di mostri, di maschere gorgoniche, di membra umane fra cui specialmente l’occhio, la mano, il fallo.
Spesso gli oggetti apotropici si trovano nelle tombe a difesa del morto.

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Le maschere apotropaiche, utilizzate e conosciute ad ogni latitudine,  retaggio pagano sono presenti ovunque, da nord a sud, nelle antiche masserie di campagna, nei piccoli borghi, come nelle piazze, nelle fontane e nei palazzi più o meno centrali delle grandi città.
Poste sull’architrave delle porte o a ridosso di finestre e balconi queste figure, ricche di significati simbolici, testimonianze antichissime di scalpellini e mastri muratori, ricche di simboli anche esoterici ed iniziatici.
Per riuscire ad allontanare la malasorte le maschere dovevano essere mostruose, in grado di spaventare gli spiriti maligni e tenerli distanti dall’abitazione.


Le forze ostili trovavano così una barriera, e la casa si fondava come spazio protetto, la cui soglia è interdetta. Qualora una di queste forze negative (streghe, spiriti errabondi) riusciva ad oltrepassare la soglia, incontrava, dunque, “ostacoli” apotropaici quali fili di scope, nodi intrecciati, coltelli con la lama rivolta in giù, rametti di palma e di ulivo benedetti. A questo punto, le streghe, dovevano contare minuziosamente i fili della scopa o sciogliere nodi, impiegando così tutta la notte, tempo a loro disposizione per la possibile esplicazione dell’influsso malefico; mentre lo spirito veniva “tagliato” dal coltello, riconfermando la sua importanza nella strumentazione magico-folklorica.
Tutti questi riti sono legati a simbolismi comportamentali legati alla “soglia”: difatti si tramanda che l’ingresso fosse sede di numerose presenze spirituali, controllato da potenti “Guardiani”, custodi dei passaggi tra i Mondi a cui è possibile accedere solo dopo aver superato particolari prove iniziatiche.

Nell’antica religione romana il termine fascinum (o fascinus) poteva riferirsi a differenti cose: al Dio Priapo (nominato anche Fascinus da Plinio il Vecchio),alle effigi ed agli amuleti fallici contro il malocchio ed infine agli incantesimi per stregare qualcuno o qualcosa.
Plinio il Vecchio afferma che il fascinus, inteso come l’amuleto, funge da medicus invidiae, ossia un rimedio per l’invidia ed il malocchio.
La parola italiana “affascinare” deriva dal latino fascinare, derivato da fascinus e complementare al lemma italiano “fascino”.
Il significato originario “malia, influenza malefica che si ritiene possa emanare dallo sguardo degli invidiosi, degli adulatori” è condiviso anche dal termine latino, ma “fascino” ha successivamente originato una connotazione metaforica che indica “potenza di attrazione e di seduzione”

 

Ὑγίεια Igea divinità della guarigione

Igea  Ὑγίεια hygìeia, con il significato di “salute”, “rimedio”, “medicina è una figura della mitologia greca e successivamente romana. Figlia di Asclepio e di Epione (o Lampezia), è la dea della salute e dell’igiene. Nella religione greca e romana, il culto di Igea è associato strettamente a quello del padre Asclepio, tutelando in questo modo l’intero stato di salute dell’individuo. Igea viene invocata per prevenire malattiee danni fisici; Asclepio per la cura delle malattie e il ristabilimento della salute persa.Igea era raffigurata sotto l’aspetto di una giovane donna prosperosa, nell’atto di dissetare in una coppa un serpente, in un’altra raffigurazione era seduta su un seggio, con la mano sinistra appoggiata ad un’asta, mentre con la mano destra porge una patera ad un serpente che, lambendola, si innalza da un’ara posta davanti alla dea.

Coppa di Igea. In mezzo: Asta di Asclepio. Destra: Dio greco Asclepio (Esculapio)

 

Flora Floralia Ludi Florales

Chloris eram, quae Flora vocor: corrupta Latino/ nominis est nostri littera Graeca sono./Chloris eram, nymphe campi felicis, ubi audis/rem fortunatis ante fuisse viris./Quae fuerit mihi forma, grave est narrare modestae;/sed generum matri repperit illa Deum./Ver erat, errabam; Zephyros conspexit,

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abibam;/insequitur, fugio: fortior ille fuit./Et dederant fratri Boreas ius omne rapinae,/ausus Erecthea praemia ferre domo/Vim tamen emendat dando mihi nomina nuptae,/inque meo non est ulla querella toro/Vere fruor semper: semper nitidissimus annus,/arbor habet frondes, pabula semper humus./Est mihi fecundus dotalibus hortus in agris;/aura fovet, liquidae fonte rigatur aquae:/hunc meus implevit generoso flore maritus,/atque ait “arbitrium tu, dea, floris habe”.

Ovidio, Fasti V, 195-212

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Oggi son detta Flora, ma ero una volta Clori
nella pronuncia latina fu alterata la forma greca del mio nome.
E, Clori, ero una Ninfa delle Isole Fortunate, ove tu sai che
felicemente visse gente fortunata.
È difficile alla mia modestia dire quanta fosse la mia bellezza
essa donò a mia madre per genero un Dio.
Si era di primavera, e io me ne andava errando; mi vide Zèfiro,

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e io mi allontanai; prese a inseguirmi, e io a fuggire.
Ma fu più forte di me.
Borea, come aveva osato prendersi una donna nella casa di
Eretteo, aveva dato al fratello ogni diritto di rapina.
Ma Zefiro fece ammenda della violenza dandomi il nome di
sposa; non v’è alcun motivo di lamento nel mio letto coniugale.
Io godo di eterna primavera; l’anno è sempre fulgido di luce,
gli alberi son ricchi di fronde la terra rivestita di verzura.

Possiedo un fiorente giardino nei campi dotali,
l’aria lo accarezza, lo irriga una fonte di limpida acqua:
il mio sposo lo ha riempito di copiose corolle, e ha detto:
“Abbi tu, o dea, piena signoria sui fiori”.

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