Veit ek, at ek hekk | Lo so io, fui appeso

Veit ek, at ek hekk | Lo so io, fui appeso

vindgameiði á | al tronco sferzato dal vento

nætr allar níu, | per nove intere notti,

geiri undaðr | ferito di lancia

ok gefinn Óðni, | e consegnato a Óðinn,

sjalfur sjalfum mér, | io stesso a me stesso,

á þeim meiði | su quell’albero

er manngi veit | che nessuno sa

hvers af rótum renn. | dove dalle radici s’innalzi.

Við hleifi mik sældu | Con pane non mi saziarono

né við hornigi, | né con corni [mi dissetarono].

nýsta ek niðr, | Guardai in basso,

nam ek upp rúnar, | feci salire le rune,

æpandi nam, | chiamandole lo feci,

fell ek aftr þaðan. | e caddi di là.

Fimbulljóð níu | Nove terribili incantesimi

nam ek af inum frægja syni | ricevetti dall’illustre figlio

Bǫlþorns, Bestlu fǫður, | di Bǫlþorn, padre di Bestla,

ok ek drykk of gat | e un sorso ottenni

ins dýra mjaðar, | del prezioso idromele

ausin Óðreri. | attinto da Óðrørir.

Þá nam ek frævask | Ecco io presi a fiorire

ok fróðr vera | e diventai saggio,

ok vaxa ok vel hafask, | a crescere e farmi possente.

orð mér af orði | Parola per me da parola

orðs leitaði, | trassi con la parola,

verk mér af verki | opera per me da opera

verks leitaði. | trassi con l’opera.

Rúnar munt þú finna | Rune tu troverai

ok ráðna stafi, | lettere chiare,

mjǫk stóra stafi, | lettere grandi,

mjǫk stinna stafi, | lettere possenti,

er fáði fimbulþulr | che dipinse il terribile vate,

ok gerðu ginnregin | che crearono i supremi numi,

ok reist Hroftr rǫgna. | che incise Hroptr degli dèi.

Óðinn með ásum, | Óðinn tra gli Æsir,

en fyr alfum Dáinn, | ma per gli Álfar Dáinn,

Dvalinn ok dvergum fyrir, | Dvalinn innanzi ai Dvergar,

Ásviðr jǫtnum fyrir, | Ásviðr innanzi ai giganti,

ek reist sjalfr sumar. | io stesso ne ho incisa qualcuna.

Veistu hvé rísta skal? | Tu sai come incidere?

Veistu hvé ráða skal? | Tu sai come interpretare?

Veistu hvé fáa skal? | Tu sai come dipingere?

Veistu hvé freista skal? | Tu sai come provare?

Veistu hvé biðja skal? | Tu sai come invocare?

Veistu hvé blóta skal? | Tu sai come sacrificare?

Veistu hvé senda skal? | Tu sai come mandare?

Veistu hvé sóa skal? | Tu sai come immolare?

Betra er óbeðit | È meglio non essere invocato

en sé ofblótit, | che [ricevere] troppi sacrifici:

ey sér til gildis gjǫf; | un dono è sempre per un compenso.

betra er ósent | È meglio essere senza offerte

en sé ofsóit. | che [ricevere] troppe immolazioni.

Svá Þundr of reist | Così Þundr incise

fyr þjóða rǫk, | prima della storia dei popoli;

þar hann upp of reis, | poi egli si levò su

er hann aftr of kom. | da dove era venuto.

Deae Artioni Licinia Sabinilla ARTIO Dea dell’Orso

Dea dell’orso
Corpus Inscriptionum Latinarum XIII 5160 (da Muri, Canton Berna, Svizzera, II secolo d.C.?):
Dea Artioni Licinia Sabinilla

Licinia Sabinilla per la Dea Artio
L’iscrizione si trova sulla base di un gruppo statuario in bronzo conservato nel Museo storico di Berna con il numero di inventario 16170/16210. Le seguenti fotografie di Stefan Rebsamen compaiono in Annemarie Kaufmann-Heinimann, Dea Artio, the Bear Goddess of Muri: Roman Bronze Statuettes from a Country Sanctuary (Berna: Museo storico di Berna, 2002):

  • La statuetta bronzea di Artio rinvenuta a Muri, in Svizzera, è la prova più nota del culto di questa dea.
  • Questa statua la raffigura come una figura femminile che tiene in mano frutti e fiori e una tazza, mentre un’orsa avanza con il muso proteso verso di lei.
  • Questa immagine della dea in sintonia con l’animale è stata la ragione per cui Artio è stata definita da alcuni la “dea degli orsi”.

Berna è una località appropriata per il gruppo di statue, poiché secondo l’etimologia popolare deriva dal tedesco Bär e presenta un orso sullo stemma.

Il termine arto- ‘orso’ ha una ricca storia etimologica nelle lingue indoeuropee, riflettendo sia il suo significato letterale che il suo valore culturale. Ecco una sintesi basata sui dati forniti:
Goidelico (Antico Irlandese): art [o m], significa ‘orso’, ma anche ‘eroe’ o ‘guerriero’, suggerendo un’associazione metaforica tra la forza dell’orso e le qualità eroiche.
Gallese (Gallese Medio): arth [m e f], significa direttamente ‘orso’.
Bretone: Il Bretone Antico usa Ard- o Arth- come prefissi, mentre il Bretone Moderno usa arzh [m] per ‘orso’.
Gallico: Artio, un teonimo (nome divino), probabilmente legato a una dea-orso, indicando l’importanza culturale o religiosa dell’animale.
Proto-Indoeuropeo (PIE): Ricostruito come h₂rtko- ‘orso’ (Pokorny, IEW: 845), la radice da cui derivano questi termini.
Cognati: Avestico: tauruna- (forse correlato, anche se non citato direttamente nella query).
Sanscrito: ṛkṣa- ‘orso’.
Greco: arktos ‘orso’.
Latino: ursus ‘orso’.
Albanese: ari ‘orso’.

Ranko Matasović, Dizionario Etimologico del Proto-Celtico (Leida: Brill, 2009), pp. 42-43:

Artio ( Dea Artio nella religione gallo-romana ) è una dea celtica raffigurante l’orso . Prove del suo culto sono state trovate in particolare a Berna , in Svizzera. Il suo nome deriva dalla parola gallica per “orso”, artos . 

Il teonimo gallico Artiō deriva dalla parola celtica per ‘orso’, artos (cfr. antico irlandese art , medio gallese arth , antico bretone ard ), a sua volta dal protoindoeuropeo * h₂ŕ̥tḱos (‘orso’). Una forma celtica ricostruita come * Arto-rix (‘Re Orso’) potrebbe essere la fonte del nome Artù , tramite una forma latinizzata * Artori(u)s . Si presume anche che il basco hartz (‘orso’) sia un prestito celtico. [ 2 ] [ 3 ]

Era così pure provata la parentela linguistica tra la designazione dell’orso in greco, in latino e in celtico: arktos in greco, ursus in latino, arthos in celtico erano tutti imparentati con la radice sanscrita *rksas, che significa “distruggere”, in cui il nome dell’agente suona *rks-os (“distruttore”, sottinteso del favo di miele), come aveva dimostrato il grande linguista Emile Benveniste
.All’origine del nome di orso in greco, latino e celtico vi era stata dunque una perifrasi, una circonlocuzione per dire l’animale, così come rintracciata in molte altre lingue: behr o bëro in antico tedesco, bera in anglosassone, björn in norvegese e islandese, bjorn in svedese, Bär in tedesco moderno, bear in inglese rimandano tutti al colore del manto lucente e al significato di “bruno”, a sua volta nome proprio dell’orso nel Roman de Renart; presso gli Slavi l’orso è “il mangiatore, il ladro di miele”: medvèdi in slavo antico, medved in russo e ceco, medvjed in serbo; “il leccatore” è per Lituani (loki lituano antico, lokys lituano moderno) e Lettoni (lacis). In questo gioco della perifrasi i più creativi risultano tuttavia essere i Lapponi, presso i quali maggiormente si può avvertire la tonalità del tabù, vale a dire del nome che non si deve pronunciare, ricorrendo per questo a immagini che sottolineano il misterioso rapporto con l’orso, capace, come l’uomo, di tenere la stazione eretta e sentito pure per questo come un “doppio” selvatico: questo alter-ego lappone è così designato come “il nonno”, “l’antenato”, “il vecchio della foresta”, “il vecchio con la pelliccia”, “colui che dorme d’inverno”, “quello che cammina con passo leggero”….. Proprio in relazione al greco e al celtico, un’altra parentela ha tuttavia attirato l’attenzione degli studiosi, una volta appurata l’esistenza di una dea Artio:
è cioè possibile stabilire un rapporto linguistico tra Artio e Artemide?
In altre parole, potrebbe Artemide, la “signora degli animali” (potnia theron) avere per così dire generato storicamente la celtica Artio? Posto che non tutti ritengono accettabile la radice linguistica comune (fa problema la sparizione della lettera k di arktos in greco nel nome della dea-orsa Artemide, perché di questo si tratterebbe), l’ipotesi è stata addirittura ribaltata: la dea greca deriverebbe da una dea celto-illirica o dacio-illirica introdotta in Grecia dai Dori, che nel corso delle loro migrazioni l’avrebbero mutuata da quelle popolazioni….
L’orso nelle religioni dell’antichità, nel quale intuiva per primo l’unità del gruppo bronzeo di Muri e ricollegava appunto il tema dell’orso, anzi dell’orsa, alla sua più generale teoria, quella di una fase prestorica di diritto materno le cui tracce si potevano riscontrare nel mito, un mondo nel quale – per dirla con Claude Lévi-Strauss – l’uomo e l’animale non sono ancora differenziati. In questo mondo del mito le dee dai caratteri ursini sostanziavano una delle configurazioni di un motivo cruciale:

il contatto con realtà marginali, liminali e transitorie, ma non per questo meno pericolose e bisognose dunque di particolari cautele. Nelle vesti di orse, Artio e Artemide si presentavano cioè al confine tra cultura e natura, tra lo spazio disciplinato e la foresta, tra l’umano e il bestiale, tra la vita e la morte, e si prestavano per questo pure a proteggere le partorienti.
Ancora nelle fonti medievali l’attitudine materna dell’orsa è del resto condivisa, dal momento che il giudizio degli antichi (Aristotele, Plinio) era passato al medioevo attraverso il libro XII (De animalibus) delle Etimologie di Isidoro di Siviglia: «ursus fertur dictus quod ore suo formet fetus, quasi orsus. Nam aiunt eos informes generare partus, et carnem quandam nasci quam mater lambendo in membra conponit. Unde est illud: “Sic format lingua fetum cum protulit ursa”». Insistendo su una terminologia “morfologica” – formet, informes, conponit, format – Isidoro rendeva conto dell’idea che l’orsa crea, modella la propria progenie e dà forma all’informe: in essenza e simbolicamente, la sua appare essere una funzione ordinatrice contro il caos della natura indisciplinata.
Non è allora un caso se, andando alla ricerca della genesi enigmatica del sabba stregonesco, Carlo Ginzburg abbia identificato in queste dee orse un tramite riconosciuto, e di lunga durata, nell’universo mentale degli adepti di un culto estatico volto a entrare in contatto con l’alterità e con l’alterità per eccellenza, il mondo dei morti: nel meraviglioso itinerario percorso in Storia notturna, Ginzburg individuava infatti una costellazione riconducibile a esperienze sciamaniche di viaggio nell’aldilà, un viaggio spesso in forma di animale con l’eroe che, ad esempio e «semplicemente, come in un racconto siberiano, scavalca un tronco d’albero abbattuto e si trasforma in orso, entrando nel mondo dei morti», e questo perché «tra animali e anime, animali e morti, animali e aldilà esiste una connessione profonda».


Gli orsi e le orse che abbiamo incontrato sono stati, ontologicamente e nello stesso tempo, vicini e lontani rispetto a uomini e donne e hanno rappresentato a volte un modo per “passare” nell’altro mondo o per avere rapporti con esso: forse anche per questo conservano ancora qualche eco di antiche tonalità affettive.


Confer L’orso nelle tradizioni celtiche e germaniche Germana Gandino
Università del Piemonte Orientale

BLATTER PER LA STORIA, L’ARTE E L’ANTICHITÀ BERNESE.

In area “germanica”, vi fosse spazio per modelli simbolici di regalità non riconducibili a un unico tipo, quello dell’orso quale re indiscusso delle selve e dell’orizzonte gerarchico mentale.
In secondo luogo è da rilevare che nella visione compare l’associazione tra orsi e lupi, animali che spesso viaggiano insieme nei dossier relativi al germanesimo primitivo in quanto “impersonati” dai berserkir, i guerrieri dalla pelle d’orso, e dagli ulfedhnar, i guerrieri dalla veste di lupo,

Ginzburg: «in primo luogo, la Weiser aveva accostato l’estasi degli sciamani eurasiatici alla scatenata frenesia guerriera (Raserei) dei berserkir. In secondo luogo, aveva segnalato la presenza di divinità femminili alla testa della “caccia selvaggia”, interrogandosi sul rapporto tra la germanica Perchta e la mediterranea Artemide.
Al primo punto andava fatta risalire verosimilmente l’ipotesi cautamente avanzata che il complesso mitico-rurale analizzato avesse radici non solo indoeuropee ma addirittura pre-indoeuropee.
Al secondo punto gli accenni alle connessioni con i temi della fertilità.
Dietro le associazioni guerriere germaniche s’intravedeva qualcosa di più vasto e complicato non specificamente guerriero né specificamente germanico».
Combattere in estasi in Ginzburg 1989
Anche lo stesso G. Dumezil nella sua opera ” Gli dei dei germani ” sottolinea l’aspetto sciamanico relativamente ad Odino e dunque i suoi seguaci

Il Wilde Mändle Tanz Danza degli uomini selvaggi

Questo spettacolo straordinario è eseguito da uomini, che devono essere residenti di lunga data a Oberstdorf, in costumi impressionanti.
Sono ricoperti di barba di abete, un lichene che cresce sulle conifere nelle Alpi a oltre 1.500 metri sul livello del mare. Il costume è completato da un copricapo, una corona di foglie di agrifoglio e una cintura di verde di abete e foglie.
La musica per la danza veniva suonata anticamente con tamburi, zufoli e altri strumenti a percussione in un Allegro e Andante estremamente strani.
Nel 1822 questa musica fu messa per iscritto da Josef Anton Bach, un insegnante di scuola di Oberstdorf.

Sulle note della stessa musica vengono mostrate 17 diverse figure di danza, con movimenti faticosi, piramidi e combattimenti.
I Mändle battono i piedi e saltano ritmicamente nella danza di omaggio, che un tempo aveva lo scopo di avvicinare le persone alle forze della natura, del sole, del mondo delle stelle e degli dei. Prima della danza, suona la banda musicale ed eseguono balli folcloristici Plattler.

Tra i personaggi leggendari più famosi dell’Algovia ci sono i cosiddetti “Wilden Mändle”. Nella raccolta di leggende di Reiser ci sono circa 20 pagine che trattano esclusivamente di queste figure.
Nel Medioevo facevano parte della vita delle persone e apparivano non solo in molti racconti, ma soprattutto in varie rappresentazioni (figure, immagini nei libri e sugli arazzi). “Nel dizionario di studi medievali e nel lessico del Medioevo si può trovare una definizione estremamente interessante: “Sono persone primitive che vivono nella foresta, hanno il corpo peloso e sono solitamente armati di mazze. Si dice anche che siano cannibali. È possibile che l’idea dei demoni germanici delle foreste si fonda con quella degli antichi satiri. Anche in altre tradizioni, le “persone selvagge” e gli “uomini selvaggi” sono descritti come amichevoli verso gli umani. Si dice anche che esistessero relazioni da cui nascesse una prole. Questa prole venne chiamata “changeling”. “


Solo gli uomini le cui famiglie vivono a Oberstdorf da molte generazioni sono autorizzati a ballare. Indossano un costume fatto interamente di barba d’abete, un lichene arboreo.

Ogni cinque anni l’associazione dei costumi tradizionali di Oberstdorf esegue la danza Wilde Mändle .
È considerata la danza di culto più antica della Germania.
La prima descrizione completa della danza si trova in una vita scritta dall’abate Colombano nel 613 d.C. In 17 diverse scene di danza viene rappresentato principalmente l’omaggio agli dei.
L’abbigliamento è misterioso tanto quanto la danza. È ricavato dal muschio di abete, un tipo di lichene che si trova solo nelle foreste montane ad altitudini superiori ai 1.500 metri.

Secondo la storia, gli annuali Bärbel e Klausentreiben, rispettivamente il 4 e il 6 dicembre, hanno lo scopo di scacciare gli spiriti maligni dell’inverno che hanno causato sventure e sofferenze alle persone. Giovani donne vestite da streghe e uomini travestiti da pellicce e con corna di cervo in testa corrono per i vicoli e le strade armati di bastoni.

Gli Uomini Selvaggi erano effettivamente diffusi in tutta Europa e si ritrovavano anche nell’arte e nella letteratura del Medioevo. Tuttavia, trovarono posto nelle leggende soprattutto nella regione dell’Algovia.

Molte parti delle loro leggende contengono motivi che erano originariamente nativi delle leggende dei nani o di Schrättle. Ad esempio, scomparivano quando venivano ricompensati troppo o avevano bisogno di assistenza umana per partorire.

Rappresentazione di un uomo selvaggio.

La danza Wilde-Mändle ha una sequenza fissa. Si tratta di potenti e ritmici salti e durante l’esibizione vengono mostrate 17 diverse figure di danza.
All’inizio, gli Uomini Selvaggi emergono solo timidamente dallo sfondo della foresta.
All’inizio si vede solo un singolo piede o una mano, poi le figure appaiono in tutta la loro gigantesca grandezza.
Segue un saluto reciproco tra i ballerini, che si presentano in due gruppi di sei uomini ciascuno.
Questo si fa, tra le altre cose, battendo le mani.
Poi inizia la prima parte della danza.
Tra queste rientrano ghirlande oscillanti, danze rotonde, verticali e la formazione di piccole e grandi piramidi.
Nella seconda parte, Wilde Mändle ha allestito dodici pannelli di legno, ognuno dei quali raffigura la stessa testa di Wilde Mändle.
Le figure si inchinano ripetutamente davanti a questo.
Poi arriva la fase di furtività e il ballo in discoteca, che alla fine si conclude su una doppia fila di sedili. Ora dallo sfondo emerge un tredicesimo Uomo Selvaggio, che è il Re dell’Uomo Selvaggio.
Le altre dodici figure gli porgono le loro coppe.
Poi il re li riempie di birra dal suo grande boccale di legno.
La pièce si conclude infine con la canzone Wilden-Mändle.


Origini e diffusione: Storie di uomini selvaggi erano diffuse in tutta Europa, ma hanno trovato un particolare radicamento nella regione dell’Allgäu.
La danza non è un’esclusiva di Oberstdorf, ma è qui che è stata conservata nella sua forma più antica. La danza potrebbe essere il risultato della mescolanza di diverse popolazioni come Illiri, Celti, Ladini, Reto-romani, Romani, Alamanni, e in seguito, coloni Walser.
Leggende sugli uomini selvaggi: Nel folklore dell’Allgäu, gli uomini selvaggi sono spesso descritti come esseri benevoli che aiutavano i pastori e conoscevano le proprietà curative degli animali
Si diceva che vivessero in povertà e si vestissero di stracci.
La leggenda degli uomini selvaggi potrebbe essere legata a popolazioni montane reto-romane, che si ritirarono sulle montagne a seguito dell’arrivo degli Alamanni
Significato del ballo: La danza simboleggia la fine dell’inverno e l’arrivo della primavera, e include elementi di riti di fertilità pagani. I partecipanti alla danza indossano costumi verdi fatti di materiali naturali, che richiamano il potere della natura. Si ritiene che originariamente il ballo avesse una funzione rituale e di contatto con la natura, ma oggi è visto principalmente come una forma di intrattenimento, mantenendo la tradizione viva.

Elementi della danza:
I ballerini indossano costumi di muschio e rami di abete….
La danza include 17 diverse scene con elementi acrobatici e movimenti simbolici.
Alcune coreografie raffigurano la disposizione del sole durante l’anno e le solstizi d’inverno ed estate.
La danza si conclude con una scena di bevuta in gruppo.
Conservazione della tradizione: Il ballo è organizzato dal Trachtenverein di Oberstdorf, che è molto restio alla divulgazione per preservare l’aspetto misterioso e sacro della danza9. I danzatori sono sempre persone di Oberstdorf e appartengono a vecchie famiglie e la trasmissione del ruolo avviene di padre in figlio. L’orgoglio e il senso di responsabilità per questa tradizione sono molto forti nella comunità….
Rapporto con la Chiesa: La Chiesa non ha ostacolato la tradizione, probabilmente a causa della posizione isolata di Oberstdorf nel sud della Baviera.
Il costume: Il costume dei ballerini, chiamato “Häs”, è fatto di materiali naturali come muschio, rami di abete e agrifoglio….
L’agrifoglio è considerato protettivo contro fulmini e spiriti maligni.
Il costume è sempre ricostruito per ogni generazione
La danza dei “Wilde Mändle” è quindi molto più di una semplice rappresentazione: è un legame con il passato, con la natura, e con le credenze e tradizioni degli antichi abitanti delle montagne.

Il ballo dei “Wilde Mändle” presenta diversi elementi che rimandano al paganesimo e alle antiche credenze legate alla natura.
Origini precristiane: La tradizione dei “Wilde Mändle” affonda le sue radici in tempi precristiani, quando le popolazioni montane vivevano in stretto contatto con la natura….
Le storie di uomini selvaggi erano diffuse in tutta Europa fin dal primo Medioevo e potrebbero derivare da antiche figure mitologiche legate ai boschi e alle montagne.
Legame con la natura: Il ballo e i costumi dei “Wilde Mändle” sono fortemente legati al mondo naturale. I costumi sono realizzati interamente con materiali naturali come muschio, rami di abete, agrifoglio….
Il colore verde, predominante nei costumi, simboleggia la rinascita della natura e la fertilità….
Questi elementi richiamano le antiche credenze che attribuivano poteri magici alle piante e ai boschi.
Riti di fertilità: Si ritiene che la danza includa elementi di antichi riti di fertilità.
Il ballo celebra la fine dell’inverno e l’arrivo della primavera, un tema ricorrente nelle festività pagane.
Simbolismo solare: Alcune coreografie del ballo rappresentano il movimento del sole durante l’anno e le solstizi d’inverno ed estate. La formazione della piramide umana durante la danza è interpretata come una rappresentazione del percorso del sole e delle sue fasi, legando la danza ad antichi culti solari.
Rapporto con le divinità: Un elemento significativo è la presenza, durante la danza, della figura di un dio montano, che potrebbe essere associato al dio celtico Dagda o al dio del tuono Dona.


L’omaggio a questa figura richiama antichi riti pagani dove si celebravano le divinità e le forze della natura. La figura del “Bergkönig” (re della montagna) che offre da bere a tutti i partecipanti alla fine della danza potrebbe derivare anche da queste tradizioni.
Elementi protettivi: L’agrifoglio, usato per realizzare le corone che i ballerini portano sul capo, era considerato un elemento di protezione contro i fulmini e le forze maligne. Anche la cintura di rami di abete indossata durante la danza era ritenuta protettiva contro gli spiriti maligni e portatrice di forza e salute.
Resistenza alla cristianizzazione: La tradizione dei “Wilde Mändle” è sopravvissuta in una regione isolata come quella dell’Allgäu, in parte grazie alla sua capacità di integrarsi con la cultura locale…. Nonostante la forte presenza della Chiesa cattolica in Baviera, la danza è riuscita a mantenersi viva, suggerendo una certa tolleranza o indifferenza da parte delle autorità religiose, probabilmente grazie alla sua integrazione nel tessuto sociale e culturale.

In sintesi, il ballo dei “Wilde Mändle” è un esempio di sincretismo culturale in cui elementi di antichi culti pagani si sono fusi con tradizioni e credenze locali, mantenendo viva una connessione con il mondo naturale e con le divinità che si riteneva lo abitassero….

CONFER AXIS MUNDI di Marco Maculotti

Ma l’archetipo dell’uomo selvatico vive ancora oggi: si pensi, ad esempio, al celebre Bigfoot americano, o allo Yeti degli altipiani himalayani, che può vantare tra i sostenitori della sua esistenza anche il celebre alpinista Reinhold Messner. Sulle Alpi, poi, l’uomo selvatico si riverbera in una ricchissima serie di manifestazioni folkloriche. Nell’impossibilità di fornire un elenco esaustivo, ci limiteremo a ricordarne alcune: le maschere dell’“Orso” nella tradizione carnevalesca piemontese, il Krampus in Trentino e Sud Tirolo, i Mammuthones in Sardegna, l’Uomo Cervo (Gl’ Cierv’) in Abruzzo, e così via. In Lombardia, nel paese di Sacco, c’è una camera picta cinquecentesca con uno straordinario affresco dell’uomo selvatico, con tanto di pelo irsuto e clava. Il cartiglio che lo affianca ne riassume le caratteristiche:

Ego sonto un homo selvadego per natura, chi me ofende ge fo paura.”

Pietre che sussurrano

Masso del Merlo, Val Tidone
Nei pressi della Rocca d’Olgisio, non lontano da altri siti ricchi di incisioni rupestri e sarcofagi litici, si erge il cosiddetto “Masso del Merlo”, il quale si presenta come una sorta di osservatorio litico, ricco di incisioni a mo’ di coppelle.
Incastonato in un pregevole panorama naturalistico, fornisce sensazioni di uscita dal tempo e dallo spazio, quelle che Zolla direbbe “Uscite dal Mondo”.
megalithicmarvel
Confer DIE HERRSCHAFT Andrea Anselmo

Uscire dallo spazio che su di noi hanno incurvato secoli e secoli è l’atto più bello che si possa compiere.
Elémire Zolla

Disco di Nembra

La più Antica raffigurazione Cosmica risalente a 4.000 anni fa
Nonostante tutte le ipotesi che sono state formulate, il mistero connesso alla rappresentazione astronomica presente su questo reperto archeologico rimane pressoché tale in quanto non esiste alcuna possibilità di verificare tali ipotesi, ne quella dell’eclisse che sembra essere la più probabile, ne quella delle fasi lunari, ne quella del Sole e della Luna. 

Le spade e le asce rinvenute insieme al disco d Nebra sul Mittelberg
Tre fasi di misurazione astronomica con il disco posizionato sul monte Mittelberg, Successivamente: solstizio d’estate; equinozi primavera/autunno; solstizio d’inverno. Opera propria Rainer Zenz. Dominio pubblico.

A 20 chilometri di distanza dal Mittelberg si trova il celebre Cerchio di Goseck che risale al V millennio a. C. Formato da fossati concentrici e da palizzate, era usato come calendario astronomico e testimonia, quindi, la presenza di conoscenze ben definite sui movimenti degli astri nell’Europa del Neolitico.

MITI NORDICI. DÈI E TRADIZIONI DELL’EUROPA SETTENTRIONALE Marco Maculotti

«Disse Óðinn: molto ho viaggiato,
molto ho sperimentato
molto ho messo alla prova gli dèi:
che ne sarà di Óðinn al tramonto dei tempi
quando gli dèi verranno a mancare?»


Il volume fornisce una prospettiva esaustiva sui temi principali della tradizione mitica delle popolazioni
norrene. L’obiettivo che Marco Maculotti e gli altri autori si sono posti, infatti, è quello di offrire una
panoramica complessa sulla religione nordica originaria, proponendo dove possibile parallelismi in un’ottica
comparativa con la più vasta tradizione sacra indoeuropea. Sono analizzati il corpus mitico, la cosmogonia e
l’ordinamento cosmico, i reami ultraterreni, il tema della sapienza occulta e il Ragnarök, ovvero il “Crepuscolo
degli dèi”. Di pari passo è approfondito il pantheon nordico, dalle divinità celesti (Óðinn, Þórr, Baldr,
Heimdallr, Loki) alle potenze garanti della fertilità e della fecondità (Freyr, Freyja, Njorðr-Nerthus), senza
dimenticare le eterogenee entità sovrannaturali conosciute dalla tradizione norrena, dagli spiriti custodi alle
Norne intimamente connesse alla tematica del destino, passando per i giganti. In appendice, infine, sono
affrontate questioni particolari del mito e della tradizione nordica, anche in ottica archeologica.
AUTORE
Marco Maculotti (Cremona, 1988). Fondatore e direttore editoriale di «Axis Mundi», rivista di storia delle
religioni, antropologia del sacro,studi tradizionali, folklore, esoterismo e letteratura del fantastico – in edizione
digitale dal 2015, cartacea dal 2021 – e della neonata casa editrice Axis Mundi Edizioni. Il suo primo saggio
lungo pubblicato, Carcosa svelata. Appunti per una lettura esoterica di True Detective (2021), ha riscontrato
un’unanime attenzione di critica e pubblico, seguito da L’Angelo dell’Abisso. Apollo, Avalon, il Mito Polare e
l’Apocalisse (2022), saggio di storia delle religioni incentrato sull’escatologia apollinea. Negli ultimi anni si è
concentrato sull’opera dello scrittore gallese Arthur Machen, rispetto alla quale ha redatto sette contributi editi
da varie case editrici in pubblicazioni collettanee e riviste. Collabora con diverse riviste di studi tradizionali
(«Arthos», «Atrium», «Golem», «Il Corriere Metapolitico») e letterari («Studi Lovecraftiani», «Zothique»,
«Dimensione Cosmica»).

Melusina e Sheela na gig

Secondo la leggenda le melusine dovrebbero sposare un cavaliere a condizione di un tabù particolare: non essere viste nella loro vera forma, quella di una fata dell'acqua, con la coda di pesce o di serpente, al posto delle gambe. La rottura del tabù della melusina, fonte dell'autorità e della ricchezza cavalleresca, può condurre il cavaliere alla rovina e condannare la fata a rimanere una sirena per sempre.
Le più antiche notizie sulla natura delle melusine risalgono al XII secolo. Possibili origini si trovano già in saghe pre-cristiane, greche, celtiche, così come nella cultura del Vicino Oriente. In qualità di leggenda storico-genealogica, risale alla famiglia Lusignano della regione francese di Poitou


Parco di Bomarzo Melusina Fata appartenete alla specie delle sirene
La sirena bicaudata all’entrata della Pieve a Corsignano
La Melusina di Sant’Ambrogio, a Milano nell’ambone marmoreo, datato inizi del XII secolo, periodo templare.
Il logo della catena ‘Starbucks’
Como
Il simbolismo della Melusina o sirena bicuadata si riferisce alla natura duale della donna che collega mondi tra loro differenti, unendo la terra con l'acqua, sospesa tra carnalità e spiritualità: la cultura occidentale vede nella donna un passaggio tra più mondi, tra la vita e la morte. 
Per questo la donna nelle società celto-germaniche, come quella longobarda, erano sempre molto rispettate e particolarmente tutelate anche dal diritto germanico (vedi Editto di Rotari).

La melusina è rappresentata come una figura chimerica: una sirena che in entrambe le mani tiene le sue due code, nell’architettura e nella geometria del “sacro” rappresenta la vescica piscis, elemento vulvare per eccellenza, come scaturisce dallo stesso nome, vesica in latino vuol dire proprio vagina.

Sin dalla Preistoria l’uomo ha sempre cercato nei simboli sessuali un qualche elemento per allontanare le forze maligne e assicurare fertilità e procreazione a una famiglia o a una comunità intera.
La fecondità veniva spesso rappresentata da donne formose che mostravano i propri genitali in pose provocanti, simboli di lussuria e attrazione fatale.

La doppia natura della melusina di donna e pesce può essere oltretutto interpretata come allegoria della dualità della natura umana: carnale e spirituale.

impressa sull’ambone longobardo della Pieve romanica di San Pietro a Gropina presso Loro Ciuffenna. Rimanda ad antichissimi culti pagani della Terra-madre della tradizione celto-germanica di cui ci parla lo storico romano Tacito nel suo saggio Germania del I sec. d.C. il culto di Nerthus.
descrivendo dettagliatamente il rituale che prevedeva l’immersione della dea nelle acque di una isola del Mar Baltico, dove aveva luogo una misteriosa trasformazione, così segreta che tutti coloro che vi assistevano venivano poi inghiottiti dalle acque.

L’origine di questa storia probabilmente tramandata di padre in figlio fin da epoche primordiali è celtica. Le zone dove sono stati trovati riferimenti culturali a questa leggenda sono tutte aree di cultura celtica, dalla Scozia (Pitti), alla Bretagna, alla Normandia, al Poitou, ai Paesi Bassi. L’iconografia delle sirene bicaudate è particolarmente diffusa in Toscana, in tutte le pievi più antiche del contado tra cui spiccano quelle di San Pietro a Gropina e quella di Corsignano presso Pienza.

Capitello nella navata della chiesa di san Michele a Pavia, anche i cistercensi, pur condannando il bestiario ne riconoscevano l’invincibile attrattiva sui fedeli, la “mira sed perversa delectatio”, il piacere meraviglioso e perverso che esso procurava alla fantasia dei devoti cristiani, culti anteriori con una valenza archetipica non facilmente cancellabili con la repressione.
Sheela na gig
Naga Kanya considerata anche figlia dei Naga, è protettrice dei serpenti, ma come Melusina è anche legata al culto dell’acqua, dei fiumi e della pioggia ed ha un posto d’onore nella religione Indù e Buddista non solo in India. Sheela Na Gig e la divinità indiana della fertilità Lajja Gauri. Sheela Na Gig che si trova nella chiesa di Notre-Dame de Bruyères-et-Montbérault e due sculture di Lajja Gauri in India. 

皇祖皇太神宮 御神刀による御浄め Santuario Kosokotai Purificazione con una spada sacra

KOTOTAMA

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