ARCHEOACUSTICA

Conferenza del prof.agg. Paolo Debertolis sullo stato dell’arte dell’archeoacustica nei luoghi sacri. Viene affrontata anche la stretta relazione esistente tra sito archeologico sacro e attività cerebrale. La conferenza è stata effettuata in data 11 maggio 2018 nella sala convegni del Convento cistercense di S. Spirito d’ Ocre nell’ambito del XIV° Convegno Itinerante organizzato dall’Associazione PANTA REI, CONACREIS ABRUZZO dell’Aquila con il GRUPPO ARCHEOLOGICO SUPEREQUANO di Castelvecchio Subequo, l’Ass. RETE DEI CAMMINI e con il patrocinio del Comune dell’Aquila.
SITO UFFICIALE

L’archeoacustica è una disciplina scientifica e multidisciplinare che studia le proprietà acustiche dei siti archeologici, dei monumenti antichi e dei manufatti. Nata ufficialmente nei primi anni 2000 (il termine è stato coniato nel 2003 durante un convegno all’Università di Cambridge), questa branca unisce l’archeologia, l’architettura, la fisica e l’acustica per comprendere come le antiche civiltà percepivano e interagivano con il suono.

Durante l’intervista, l’esperto (un neurologo/ricercatore) si trova all’interno di un ambiente sotterraneo denominato Sala Persefone (presumibilmente un ipogeo o una struttura museale nel territorio materano o pugliese) e discute di un importante sito archeologico internazionale: l’Ipogeo di Ħal-Saflieni a Malta.

“nell’ambiente più profondo. Noi siamo accompagnati da queste sonorità che non sono casuali. A Malta c’è il tempio preistorico più antico del mondo ed era preistorico eh dell’uomo della clan e dire il luogo dove si emettevano gli oracoli. Un ricercatore americano ha voluto studiare il posto per cercare di capire come mai in questo ambiente sotterraneo possib A questo c’era una sala centrale delle sale collaterali. Ovunque si parlasse e ovunque si emettessero dei suoni, in un buco particolare che era nella sala degli oracoli, le frequenze arrivavano sempre a 110 Hz. Un fatto abbastanza bizzarro. Da neurologo la cosa mi ha appassionato. Siamo andati avanti con le ricerche e abbiamo visto che sottoponendo al l’elettroencefalogramma un soggetto. Se noi emettiamo musiche a frequenze varie, il tracciato è sempre normale. Se ci mettiamo i 110 Hz, invece si attiva una zona del cervello, ce lo dice il tracciato. Questa zona è l’obo temporale sinistro, le cui funzioni sono quelle dell’articolazione della parola e della percezione delle emozioni. La musica 110 Hz inibisce l’attività della parola e amplifica la percezione dell’emozione. Questo significa che ascoltare queste sonorità per ore induce uno stato di transipnosi che è l’elemento fondamentale per l’emissione degli oracoli. Noi abbiamo voluto riprodurre in epoca moderna ciò che l’uomo della pietra aveva intuito già all’epoca.”

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Ecco i punti principali trattati nel suo intervento:

  • Il Tempio Preistorico: Viene menzionato l’Ipogeo di Ħal-Saflieni a Malta, considerato uno dei templi sotterranei preistorici più antichi al mondo.
  • La Frequenza di 110 Hz: L’esperto spiega come, in questa struttura, i suoni e le frequenze non siano casuali. La camera sotterranea (conosciuta come la Camera dell’Oracolo) risuona naturalmente a una frequenza di 110 Hz.
  • Effetti Neurologici: Studi scientifici (come quelli condotti sulle onde cerebrali) hanno dimostrato che questa specifica frequenza stimola il lobo temporale sinistro del cervello.
  • Stati di Trance: L’attivazione di questa specifica area cerebrale inibisce le funzioni legate al linguaggio e amplifica la percezione delle emozioni, inducendo uno stato di trance o pre-ipnosi. Secondo l’ipotesi dell’esperto, nell’antichità questo fenomeno veniva utilizzato durante i riti legati agli oracoli.

Conferenza tenuta dal prof. Paolo Debertolis sulle Domus de Janas sarde viste come strutture capaci di aumentare le nostre capacità percettive. La conferenza è stata tenuta a Corcagnano (Parma) il 10 maggio 2024 su invito dell’organizzazione Galileo Parma. Questa conferenza rappresenta lo stato attuale di conoscenza sulle Domus de Janas in Sardegna dal punto di vista dell’archeoacustica. Questi ipogei costruiti nel periodo Prenuragico (4.400-2.000 aC) di recente sono anche stati riconosciuti come Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO. Riprese di Nina Earl e montaggio SBRG.


archeoacustica condotta dal professor Paolo Debertolis presso le Domus de Janas e altri siti megalitici sardi. Gli interventi evidenziano come queste strutture millenarie siano state progettate per agire come vere e proprie casse di risonanza, capaci di indurre stati alterati di coscienza o favorire processi di guarigione tramite frequenze sonore specifiche. Viene esplorato il legame profondo tra l’uso rituale dei tamburi, il canto armonico e i fenomeni di risonanza magnetica sotterranea che influenzano la biologia umana. Il dialogo approfondisce inoltre la perdita di tali conoscenze tecnologiche nel passaggio tra diverse civiltà, sottolineando l’importanza di un approccio multidisciplinare che unisca scienza e spiritualità. Infine, i relatori collegano le tradizioni popolari dei “brebus” alla fisica quantistica, suggerendo che il suono e l’intenzione possano interagire direttamente con il campo energetico dell’individuo.

La Risonanza Acustica nei Siti Sacri

Le Domus de Janas e i pozzi sacri non erano semplici sepolture, ma veri e propri templi e “macchine sonore” progettati per sfruttare la risonanza. Attraverso l’uso della voce, del canto armonico o di strumenti come i tamburi, queste strutture attivano frequenze in grado di indurre stati alterati di coscienza o favorire la guarigione. Siti come Neodale, Montecrobu o il Pozzo di Santa Cristina sono descritti come luoghi di grande potenza energetica.

Tecnologia Perduta e Coscienza

Debertolis ipotizza che esistesse una tecnologia delle casse di risonanza, basata sulla curvatura delle camere ipogee, andata in gran parte perduta nel passaggio tra la civiltà prenuragica e quella nuragica. Questo declino tecnologico rifletterebbe un’involuzione della coscienza: la società prenuragica, collaborativa e spirituale, è stata sostituita da una società più guerresca e meno focalizzata sul contatto con l'”extra-mondo”.

Vibrazioni della Terra e Salute

La ricerca si focalizza anche sulle vibrazioni naturali del sottosuolo:

  • Frequenza di Schumann: È la vibrazione naturale della Terra su cui è tarata la nostra biologia e che nei siti sacri trasmette un senso di pace.
  • Infrasuoni dannosi: Le frequenze a 18 Hz (spesso legate ad acque sotterranee o faglie) possono invece essere deleterie per la salute, causando insonnia e malessere, tanto da essere state usate come armi non letali.

  • i “percettori nelle mani” a cui si fa riferimento sono i sensori del Meissner. Questi sensori, situati sulle palme delle mani e sulle piante dei piedi, sono in grado di percepire vibrazioni a frequenze molto più basse di quelle rilevabili dall’orecchio umano.
  • Ecco alcuni dettagli chiave su come funzionano e il loro ruolo nell’archeoacustica:
  • Percezione dell’energia: Molte persone, come i “guru” o i sensitivi, che affermano di sentire “energia” in determinati luoghi sacri, stanno in realtà percependo vibrazioni fisiche attraverso questi sensori nelle mani.
  • Infrasuoni naturali: Nei siti antichi (come Delfi), il frizionamento delle faglie geologiche o il movimento di acque sotterranee produce spesso infrasuoni. Questi non sono udibili, ma vengono avvertiti dai sensori del Meissner come piccole scosse o vibrazioni.
  • Reazione istintiva: Questi stessi sensori sono responsabili della sensazione di allarme che proviamo durante un terremoto, portandoci a voler scappare anche quando le scosse sono a frequenze bassissime (livello 0.0 Hz).
  • Esempio moderno: Il professor Debertolis paragona questa sensazione a quella che si prova in discoteca, dove i suoni bassi vengono percepiti fisicamente nel corpo piuttosto che solo con l’udito.
  • In passato, sacerdoti e sciamani fungevano da vere e proprie “antenne” umane, utilizzando la propria sensibilità individuale per individuare luoghi con particolari vibrazioni naturali, prima ancora di costruire siti sacri o templi.

Fisica Quantistica e “Brebus”

Un punto centrale è il legame tra conoscenza antica e fisica moderna:

  • L’intento e i pensieri: È stato verificato che le emozioni e l’intento umano influenzano il campo elettromagnetico e l’aura.
  • I Brebus: Le antiche preghiere sarde (Brebus o Bribos) non agirebbero per il significato letterale, ma per le particolari sonorità e consonanti che creano vibrazioni capaci di interagire con il campo quantistico e forse con il DNA.

Esperienze di Ricerca e SB Research Group

Il gruppo di ricerca S.B. Research Group studia questi fenomeni con un approccio multidisciplinare, utilizzando sia strumentazione scientifica che il supporto di sensitivi. Debertolis cita anche esperienze di confine, come la comparsa di nebbie anomale o contatti con altre dimensioni durante le sollecitazioni acustiche nei siti antichi.

Acropoli di Alatri, porta Maggiore

Principali Ambiti di Ricerca

  • Grotte preistoriche: Studi condotti in Francia e Spagna (come quelli di Iegor Reznikoff) hanno dimostrato una forte correlazione tra le proprietà acustiche delle caverne e la posizione delle pitture rupestri. I punti con maggiore eco e risonanza venivano spesso scelti per realizzare le pitture, suggerendo un uso rituale o di orientamento nel buio.
  • Siti megalitici e Templi: Gli esperti studiano l’acustica di monumenti come Stonehenge o le antiche piramidi (ad esempio le camere di risonanza a Teotihuacán o in Egitto) per capire se le forme e i materiali fossero progettati per amplificare le voci o le percussioni durante i rituali.
  • Teatri antichi: Analisi approfondite mirano a comprendere le capacità di diffusione del suono nei teatri greci e romani, per comprendere come le strutture architettoniche ottimizzassero l’acustica naturale.

Per comprendere a fondo il paesaggio sonoro del passato, i ricercatori utilizzano diverse tecniche:

  1. Misurazioni sul campo: Tramite generatori di suono e microfoni, vengono testati i tempi di riverberazione e le frequenze di risonanza.
  2. Ricostruzioni digitali: Vengono create simulazioni acustiche 3D e modelli in realtà virtuale per valutare l’acustica originale del sito prima di eventuali crolli o modifiche moderne.
  3. Analisi neurofisiologiche: Alcuni ricercatori indagano come le frequenze del sottosuolo o le risonanze a bassa frequenza possano influenzare la percezione e lo stato d’animo dei visitatori.

Esempio di Risonanza: Le Grotte Paleolitiche

Nelle grotte ornate del Paleolitico, la voce umana veniva utilizzata non solo per comunicare, ma come strumento di ecolocalizzazione o per produrre risonanze. Nelle nicchie dove si ottiene il miglior effetto di risonanza (che in alcuni casi imita il muggito di un animale, il cosiddetto “effetto bisonte”), si osserva una maggiore densità di pitture rupestri, indicando una consapevolezza del legame tra suono e spazio sacro.

NOTE

il professor Paolo Debertolis cita Federico Faggin descrivendolo come un suo amico che ha approfondito lo studio di fenomeni che esulano dalla fisica classica.

In particolare, emergono i seguenti dettagli su Faggin:

  • Esperto di processi quantistici: Debertolis suggerisce che per comprendere meglio come certe esperienze extrasensoriali, incontri con “altri mondi” o uscite dal corpo avvengano attraverso processi quantistici piuttosto che per le leggi della fisica classica, Faggin sia la persona di riferimento.
  • Collaborazione: Viene menzionato che Debertolis e Faggin hanno discusso insieme di un progetto di ricerca legato a questi temi.

La menzione di Faggin avviene durante una discussione su come i pensieri e le emozioni possano influenzare i campi elettromagnetici e su come la biologia possa essere legata a ritmi che non rispondono necessariamente alle leggi dello spazio-tempo.

Emilio Del Giudice viene citato dal professor Debertolis come un riferimento scientifico fondamentale per spiegare come i processi biologici e la coscienza interagiscano con la realtà in modi che superano la fisica tradizionale.

Ecco i punti principali che emergono su di lui:

  • Natura dei ritmi biologici: Secondo Del Giudice, il ritmo della frequenza non risponde alle leggi dello spazio-tempo.
  • Sincronizzazione: Proprio a causa di questa indipendenza dalle leggi spazio-temporali, tale frequenza può essere sincronizzata con chiunque in qualunque momento.
  • Fisica Quantistica e Acqua: Sebbene il nome non sia ripetuto esplicitamente in quel passaggio, il discorso si collega alla testimonianza su “due professori napoletani” (riferimento al gruppo di ricerca di Del Giudice) che studiavano la trasmissione di informazioni nell’acqua tramite il suono, unendo la scienza d’avanguardia alla conoscenza antica.

Queste teorie supportano l’idea del professor Debertolis secondo cui i pensieri, le emozioni e l’intento possono influenzare il campo elettromagnetico umano e che le esperienze extrasensoriali seguano processi quantistici anziché le leggi della fisica classica

Willel Raich viene citato nelle fonti come un ricercatore che ha individuato soluzioni per molte malattie attraverso l’uso delle frequenze, ma che è stato successivamente ostacolato o “fatto fuori”. Il professor Debertolis conferma che, con ogni probabilità, egli possedeva conoscenze approfondite sui fenomeni delle vibrazioni provenienti dal sottosuolo.

Debertolis rivela inoltre che il suo gruppo di ricerca sta attualmente sviluppando un progetto quinquennale finanziato proprio in questo campo per verificare quali risultati sia possibile raggiungere oggi. Questo interesse si collega alla teoria più ampia discussa nel materiale, secondo cui l’intento umano, i pensieri e le emozioni possono influenzare il campo elettromagnetico e interagire con la realtà attraverso processi quantistici.

Le Domus de Janas (che nelle fonti vengono tradotte come “case delle fate” o “case delle streghe”) sono strutture ipogee preistoriche diffuse in tutta la Sardegna, ad eccezione della zona di Olbia. Sebbene spesso interpretate solo come tombe, le fonti le descrivono come sofisticati strumenti di archeoacustica progettati per scopi rituali e spirituali.

Ecco le caratteristiche principali delle Domus de Janas secondo il professor Debertolis:

  • Architettura Sonora: Non erano costruite casualmente; funzionavano come la cassa di risonanza di una chitarra. Accanto alla stanza principale erano spesso presenti delle cavità laterali tarate su frequenze specifiche per amplificare il suono.
  • Frequenze e Stati di Coscienza: Queste strutture entravano in risonanza a frequenze straordinarie, capaci di modificare lo stato della mente umana. Lo scopo era raggiungere stati alterati di coscienza che potevano favorire capacità come la preveggenza o la telepatia.
  • Contatto con l’Aldilà: In quasi tutte le Domus de Janas è scolpita sul fondo della camera una “falsa porta”. Questa porta, che dà direttamente sulla roccia, simboleggiava il passaggio verso un altro mondo e serviva per rituali di contatto con gli antenati o il mondo dei morti.
  • Origine Antichissima: Appartengono alla civiltà prenuragica e risalgono a un periodo compreso tra 6.400 e 5.000 anni fa. Secondo le fonti, questa civiltà aveva conoscenze acustiche molto più avanzate rispetto alla successiva civiltà nuragica, che nei suoi nuraghi otteneva principalmente fenomeni di riverbero piuttosto che di risonanza precisa.
  • Stato di Conservazione: Purtroppo, nel corso dei millenni, molte di queste strutture sono state danneggiate, utilizzate come ricoveri per animali o alterate, compromettendo le loro proprietà acustiche originali e facendo perdere la memoria della loro funzione tecnologica.

Questi siti testimoniano una civiltà molto avanzata dal punto di vista spirituale ed empirico, capace di utilizzare le vibrazioni sonore per scopi mistici ben prima dell’invenzione di strumenti moderni.

VIDEO CONFERENZE

Guida all’Europa megalitica. Alla riscoperta di Dolmen, Cromlech e Menhir

Guida all’Europa megalitica. Alla riscoperta di Dolmen, Cromlech e Menhir. L’architettura preistorica e megalitica, diffusa pressoché in tutta Europa, è del tutto ignorata dalla cultura di massa. Non soltanto non è presente a livello di dibattiti, canali di divulgazione ecc. ma soprattutto tende ad essere volutamente cancellata o passata sotto silenzio persino nella cultura locale. Questo volume ha lo scopo di colmare un vuoto nel campo delle guide turistiche e fornire uno strumento per riscoprire il nostro retaggio più antico e dimenticato. È stato pensato come un fedele compagno di viaggio utile nel segnalare e rintracciare i siti della preistoria megalitica d’Europa, quasi sempre ignorati dai percorsi turistici convenzionali. La guida trae interamente origine dalle visite dell’autore presso i principali siti visitati personalmente e fornirà, oltre ad una descrizione del monumento e alle indicazioni per raggiungerlo, anche un inquadramento storico, comprensivo delle valenze sacrali e antropologiche di ciascun megalite.

ORMESI addestramento all’agio nel disagio

Potentissimum esse qui se habet in potestate
Potentissimo è colui che ha potere in se stesso 
Seneca
Epistuale morales ad Lucillum , Liber XIV

Rito invernale solstiziale

Travolto dalle onde, sbattuto dai mulinelli, inghiottito dai gorghi,
cosa temi ? cosa tremi ?
non capisci che questo è il gioco dell’esistenza e vedi solo i fili contorti dell’arazzo alzati girati e combatti etiam si cecidit de genu pugnat
anche se cade a terra combatte in ginocchio
e nella mischia che batte il cuore forte e nella paura che trovi il vero volto….
Abbandona ogni illusione e come fuggire da una prigione
ventorum ferita sape fit aura levis
la violenza del vento spesso diviene una brezza leggera
medita, prega, combatti ,senza paura, senza attaccamento ne repulsione e alla fine torni un leone

“Il respiro (prāṇa) è in verità il più eccellente; poiché attraverso il respiro ogni cosa vive.”

प्राणो वा अङ्गिरसः प्राणेन हि सर्वं प्राणति
Prāṇo vā aṅgirasaḥ prāṇena hi sarvaṃ prāṇati
tratta dalla *Chandogya Upanishad* (5.1.1):
“Il respiro (prāṇa) è in verità il più eccellente; poiché attraverso il respiro ogni cosa vive.”

Forza vitale, m. (da praṇi, vivere a lungo. Pra + ana + a. Agire per mezzo della vita). Brahma.
Questo è il resto del Trikanda. Hrinmaruta. (Come affermato nei Veda, “La forza vitale è situata nel cuore e nel retto, e il respiro è ugualmente situato nell’ombelico.“)
La creatura poetica. Il vento. Forza. (Come menzionato nella dinastia di Hari, 86, 36, “Gli eroi erano pieni della vita delle loro braccia alla presenza dell’assemblea.”) Pūrite, tre.
Questo è il Medini. La coscienza del corpo sottile è il tutto. L’aria che fluisce dalla punta del naso si muove in avanti. Questa è l’essenza del Vedanta. Il suo uscire dall’azione. Questo è Sridharswami. La forma e i luoghi della Suprema Personalità di Dio sono i seguenti: Questo è l’oceano dello yoga. (Come menzionato nel Mahabharata 12:328:35 “Il vento trasporta i movimenti di tutti gli esseri viventi separatamente dalla forza vitale di tutti gli esseri viventi”) Le cinque forze vitali sono anche descritte nella forma plurale della parola ‘prāṇa’ Il figlio del metallo. Come menzionato nella letteratura vedica, “Ayati e Niyati erano le figlie della grande anima Monte Meru e la moglie di Dhātrividhatra. Ebbero due figli di nome Prāṇa e Mṛkaṇḍu, mio ​​padre di grande fama.” Questo è il capitolo sulla creazione di Rudra nel Mārkaṇḍeya Śrīmad-Bhāgavatam. (Come menzionato nel Matsya Purāṇa 5:23-24 “Draviṇa e Havyavāha erano i due figli di Nara, la figlia della Persona Suprema di Dio di nome Kalyanini, di nome Prāṇa, Ramana e Śiśira”)

प्राणः, पुं, (प्राणिति जीवति बहुकालमिति । प्र + अन + अच् । प्राणित्यनेनेति करणे घञ् वा ।) ब्रह्मा । इति त्रिकाण्डशेषः ॥ हृन्मा- रुतः । (यदुक्तम् । “हृदिप्राणो गुदेऽपानः समानो नाभिसंस्थितः ॥”) वोलः । काव्यजीवः । अनिलः । बलम् । (यथा, हरिवंशे । ८६ । ३६ । “बाहुप्राणेन शूराणां समाजोत्सवसन्निधौ ॥”) पूरिते, त्रि । इति मेदिनी ॥ सूक्ष्मशरीरसम- ष्ट्युपहितचैतन्यम् ॥ प्राग्गमनवान् नासाग्रस्थान वर्त्ती वायुः । इति वेदान्तसारः ॥ तस्य कर्म्मबहिर्गमनम् । इति श्रीधरस्वामी ॥ तस्य रूपं स्थानानि च यथा, — “इन्द्रनीलप्रतीकाशं प्राणरूपं प्रकीर्त्तितम् । आस्यनासिकयोर्म्मध्ये हृन्मध्ये नाभिमध्यगे ॥ प्राणालय इति प्राहुः पादाङ्गुष्ठेऽपि केचन ॥” इति योगार्णवः ॥ (यथा, महाभारते । १२ । ३२८ । ३५ । “प्राणिनां सर्व्वतो वायुश्चेष्टां वर्त्तयते पृथक् । प्राणनाच्चैव भूतानां प्राण इत्यभिधीयते ॥”) पञ्चप्राणविवरणं बहुवचनान्तप्राणशब्दे द्रष्ट व्यम् ॥ धातुः पुत्त्रः । यथा, — “आयतिर्नियतिश्चैव मेरोः कन्ये महात्मनः । भार्य्ये धातृविधात्रोस्ते तयोर्जातौ सुतावुभौ ॥ प्राणश्चैव मृकण्डुश्च पिता मम महायशाः ॥” इति मार्कण्डेये रुद्रसर्गाध्यायः ॥ (धरपुत्त्रविशेषः । यथा, मत्स्यपुराणे । ५ । २३-२४ । “द्रविणो हव्यवाहश्च नरपुत्त्रावुभौ स्मृतौ । कल्यानिन्यां ततः प्राणो रमणः शिशिरोऽपि च ॥ मनोहरा धरात् पुत्त्रानवापाथ हरेः सुता ॥”)

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Deae Artioni Licinia Sabinilla ARTIO Dea dell’Orso

Dea dell’orso
Corpus Inscriptionum Latinarum XIII 5160 (da Muri, Canton Berna, Svizzera, II secolo d.C.?):
Dea Artioni Licinia Sabinilla

Licinia Sabinilla per la Dea Artio
L’iscrizione si trova sulla base di un gruppo statuario in bronzo conservato nel Museo storico di Berna con il numero di inventario 16170/16210. Le seguenti fotografie di Stefan Rebsamen compaiono in Annemarie Kaufmann-Heinimann, Dea Artio, the Bear Goddess of Muri: Roman Bronze Statuettes from a Country Sanctuary (Berna: Museo storico di Berna, 2002):

  • La statuetta bronzea di Artio rinvenuta a Muri, in Svizzera, è la prova più nota del culto di questa dea.
  • Questa statua la raffigura come una figura femminile che tiene in mano frutti e fiori e una tazza, mentre un’orsa avanza con il muso proteso verso di lei.
  • Questa immagine della dea in sintonia con l’animale è stata la ragione per cui Artio è stata definita da alcuni la “dea degli orsi”.

Berna è una località appropriata per il gruppo di statue, poiché secondo l’etimologia popolare deriva dal tedesco Bär e presenta un orso sullo stemma.

Il termine arto- ‘orso’ ha una ricca storia etimologica nelle lingue indoeuropee, riflettendo sia il suo significato letterale che il suo valore culturale. Ecco una sintesi basata sui dati forniti:
Goidelico (Antico Irlandese): art [o m], significa ‘orso’, ma anche ‘eroe’ o ‘guerriero’, suggerendo un’associazione metaforica tra la forza dell’orso e le qualità eroiche.
Gallese (Gallese Medio): arth [m e f], significa direttamente ‘orso’.
Bretone: Il Bretone Antico usa Ard- o Arth- come prefissi, mentre il Bretone Moderno usa arzh [m] per ‘orso’.
Gallico: Artio, un teonimo (nome divino), probabilmente legato a una dea-orso, indicando l’importanza culturale o religiosa dell’animale.
Proto-Indoeuropeo (PIE): Ricostruito come h₂rtko- ‘orso’ (Pokorny, IEW: 845), la radice da cui derivano questi termini.
Cognati: Avestico: tauruna- (forse correlato, anche se non citato direttamente nella query).
Sanscrito: ṛkṣa- ‘orso’.
Greco: arktos ‘orso’.
Latino: ursus ‘orso’.
Albanese: ari ‘orso’.

Ranko Matasović, Dizionario Etimologico del Proto-Celtico (Leida: Brill, 2009), pp. 42-43:

Artio ( Dea Artio nella religione gallo-romana ) è una dea celtica raffigurante l’orso . Prove del suo culto sono state trovate in particolare a Berna , in Svizzera. Il suo nome deriva dalla parola gallica per “orso”, artos . 

Il teonimo gallico Artiō deriva dalla parola celtica per ‘orso’, artos (cfr. antico irlandese art , medio gallese arth , antico bretone ard ), a sua volta dal protoindoeuropeo * h₂ŕ̥tḱos (‘orso’). Una forma celtica ricostruita come * Arto-rix (‘Re Orso’) potrebbe essere la fonte del nome Artù , tramite una forma latinizzata * Artori(u)s . Si presume anche che il basco hartz (‘orso’) sia un prestito celtico. [ 2 ] [ 3 ]

Era così pure provata la parentela linguistica tra la designazione dell’orso in greco, in latino e in celtico: arktos in greco, ursus in latino, arthos in celtico erano tutti imparentati con la radice sanscrita *rksas, che significa “distruggere”, in cui il nome dell’agente suona *rks-os (“distruttore”, sottinteso del favo di miele), come aveva dimostrato il grande linguista Emile Benveniste
.All’origine del nome di orso in greco, latino e celtico vi era stata dunque una perifrasi, una circonlocuzione per dire l’animale, così come rintracciata in molte altre lingue: behr o bëro in antico tedesco, bera in anglosassone, björn in norvegese e islandese, bjorn in svedese, Bär in tedesco moderno, bear in inglese rimandano tutti al colore del manto lucente e al significato di “bruno”, a sua volta nome proprio dell’orso nel Roman de Renart; presso gli Slavi l’orso è “il mangiatore, il ladro di miele”: medvèdi in slavo antico, medved in russo e ceco, medvjed in serbo; “il leccatore” è per Lituani (loki lituano antico, lokys lituano moderno) e Lettoni (lacis). In questo gioco della perifrasi i più creativi risultano tuttavia essere i Lapponi, presso i quali maggiormente si può avvertire la tonalità del tabù, vale a dire del nome che non si deve pronunciare, ricorrendo per questo a immagini che sottolineano il misterioso rapporto con l’orso, capace, come l’uomo, di tenere la stazione eretta e sentito pure per questo come un “doppio” selvatico: questo alter-ego lappone è così designato come “il nonno”, “l’antenato”, “il vecchio della foresta”, “il vecchio con la pelliccia”, “colui che dorme d’inverno”, “quello che cammina con passo leggero”….. Proprio in relazione al greco e al celtico, un’altra parentela ha tuttavia attirato l’attenzione degli studiosi, una volta appurata l’esistenza di una dea Artio:
è cioè possibile stabilire un rapporto linguistico tra Artio e Artemide?
In altre parole, potrebbe Artemide, la “signora degli animali” (potnia theron) avere per così dire generato storicamente la celtica Artio? Posto che non tutti ritengono accettabile la radice linguistica comune (fa problema la sparizione della lettera k di arktos in greco nel nome della dea-orsa Artemide, perché di questo si tratterebbe), l’ipotesi è stata addirittura ribaltata: la dea greca deriverebbe da una dea celto-illirica o dacio-illirica introdotta in Grecia dai Dori, che nel corso delle loro migrazioni l’avrebbero mutuata da quelle popolazioni….
L’orso nelle religioni dell’antichità, nel quale intuiva per primo l’unità del gruppo bronzeo di Muri e ricollegava appunto il tema dell’orso, anzi dell’orsa, alla sua più generale teoria, quella di una fase prestorica di diritto materno le cui tracce si potevano riscontrare nel mito, un mondo nel quale – per dirla con Claude Lévi-Strauss – l’uomo e l’animale non sono ancora differenziati. In questo mondo del mito le dee dai caratteri ursini sostanziavano una delle configurazioni di un motivo cruciale:

il contatto con realtà marginali, liminali e transitorie, ma non per questo meno pericolose e bisognose dunque di particolari cautele. Nelle vesti di orse, Artio e Artemide si presentavano cioè al confine tra cultura e natura, tra lo spazio disciplinato e la foresta, tra l’umano e il bestiale, tra la vita e la morte, e si prestavano per questo pure a proteggere le partorienti.
Ancora nelle fonti medievali l’attitudine materna dell’orsa è del resto condivisa, dal momento che il giudizio degli antichi (Aristotele, Plinio) era passato al medioevo attraverso il libro XII (De animalibus) delle Etimologie di Isidoro di Siviglia: «ursus fertur dictus quod ore suo formet fetus, quasi orsus. Nam aiunt eos informes generare partus, et carnem quandam nasci quam mater lambendo in membra conponit. Unde est illud: “Sic format lingua fetum cum protulit ursa”». Insistendo su una terminologia “morfologica” – formet, informes, conponit, format – Isidoro rendeva conto dell’idea che l’orsa crea, modella la propria progenie e dà forma all’informe: in essenza e simbolicamente, la sua appare essere una funzione ordinatrice contro il caos della natura indisciplinata.
Non è allora un caso se, andando alla ricerca della genesi enigmatica del sabba stregonesco, Carlo Ginzburg abbia identificato in queste dee orse un tramite riconosciuto, e di lunga durata, nell’universo mentale degli adepti di un culto estatico volto a entrare in contatto con l’alterità e con l’alterità per eccellenza, il mondo dei morti: nel meraviglioso itinerario percorso in Storia notturna, Ginzburg individuava infatti una costellazione riconducibile a esperienze sciamaniche di viaggio nell’aldilà, un viaggio spesso in forma di animale con l’eroe che, ad esempio e «semplicemente, come in un racconto siberiano, scavalca un tronco d’albero abbattuto e si trasforma in orso, entrando nel mondo dei morti», e questo perché «tra animali e anime, animali e morti, animali e aldilà esiste una connessione profonda».


Gli orsi e le orse che abbiamo incontrato sono stati, ontologicamente e nello stesso tempo, vicini e lontani rispetto a uomini e donne e hanno rappresentato a volte un modo per “passare” nell’altro mondo o per avere rapporti con esso: forse anche per questo conservano ancora qualche eco di antiche tonalità affettive.


Confer L’orso nelle tradizioni celtiche e germaniche Germana Gandino
Università del Piemonte Orientale

BLATTER PER LA STORIA, L’ARTE E L’ANTICHITÀ BERNESE.

In area “germanica”, vi fosse spazio per modelli simbolici di regalità non riconducibili a un unico tipo, quello dell’orso quale re indiscusso delle selve e dell’orizzonte gerarchico mentale.
In secondo luogo è da rilevare che nella visione compare l’associazione tra orsi e lupi, animali che spesso viaggiano insieme nei dossier relativi al germanesimo primitivo in quanto “impersonati” dai berserkir, i guerrieri dalla pelle d’orso, e dagli ulfedhnar, i guerrieri dalla veste di lupo,

Ginzburg: «in primo luogo, la Weiser aveva accostato l’estasi degli sciamani eurasiatici alla scatenata frenesia guerriera (Raserei) dei berserkir. In secondo luogo, aveva segnalato la presenza di divinità femminili alla testa della “caccia selvaggia”, interrogandosi sul rapporto tra la germanica Perchta e la mediterranea Artemide.
Al primo punto andava fatta risalire verosimilmente l’ipotesi cautamente avanzata che il complesso mitico-rurale analizzato avesse radici non solo indoeuropee ma addirittura pre-indoeuropee.
Al secondo punto gli accenni alle connessioni con i temi della fertilità.
Dietro le associazioni guerriere germaniche s’intravedeva qualcosa di più vasto e complicato non specificamente guerriero né specificamente germanico».
Combattere in estasi in Ginzburg 1989
Anche lo stesso G. Dumezil nella sua opera ” Gli dei dei germani ” sottolinea l’aspetto sciamanico relativamente ad Odino e dunque i suoi seguaci

Mannerbund e Kóryos, Marut: Le Confraternite Guerriere Indoeuropee

I concetti di Mannerbund, guerrieri iranici, Marut, Kóryos (gruppo di guerra) e i Culti Indoeuropei sono strettamente collegati all’interno del contesto delle tradizioni guerriere e religiose delle società indoeuropee.
Questi termini riflettono aspetti sociali, mitologici e spirituali legati ai gruppi di giovani guerrieri maschi e al loro ruolo nella cultura antica.Mannerbund e Kóryos: La Fratellanza Guerriera Mannerbund (o Männerbund) è un termine usato negli studi indoeuropei per indicare una confraternita di giovani uomini non sposati che formavano una società guerriera.
Questi gruppi rappresentavano un rito di passaggio: i giovani lasciavano le loro famiglie per vivere insieme, allenarsi e partecipare a guerre, razzie o cacce. Il Kóryos, invece, è un termine proto-indoeuropeo ricostruito che significa “gruppo di guerra” o “banda di guerrieri”.
Esso rappresenta la radice linguistica e sociale di queste formazioni, fondamentali nella struttura delle prime società indoeuropee. I membri del Kóryos dimostravano il loro valore attraverso atti di coraggio prima di stabilirsi come adulti. Questo modello si ritrova in varie culture indoeuropee, come i Germani (es. i berserker) o gli antichi Greci (es. la Crypteia spartana).
Guerrieri Iranici e il Mannerbund
Con “iranica” si fa probabilmente riferimento agli elementi iranici o persiani all’interno del ramo indo-iranico delle culture indoeuropee.
Nelle società iraniche antiche, come quelle dei Persiani, Sciti e Medi, esistevano gruppi di guerrieri che incarnavano il concetto del Mannerbund.
Questi erano spesso giovani guerrieri d’élite, dediti alla guerra e alle razzie. Testi come l’Avesta suggeriscono l’esistenza di tali confraternite, evidenziando l’importanza della prodezza marziale e della fratellanza. Questi gruppi avevano anche una dimensione religiosa, spesso legata al culto di divinità come Mitra, dio degli giuramenti e dei codici guerrieri, che rafforzava il loro senso di coesione e identità.
I Marut: Il Riflesso Mitologico del Gruppo Guerriero
Nella mitologia indù, i Marut sono un gruppo di divinità delle tempeste, compagni di Indra, dio del tuono e della guerra. Descritti come giovani guerrieri vigorosi armati di armi dorate, i Marut rappresentano un’immagine mitologica del Mannerbund o del Kóryos. Sono una fratellanza divina di combattenti feroci, associati alle forze della natura come tempeste e venti, che assistono Indra in battaglie epiche, come quella contro il serpente Vritra. La loro figura riflette le società guerriere umane, dove i giovani venivano iniziati in gruppi che combinavano qualità marziali e divine.
Culti Indoeuropei: La Dimensione ReligiosaI gruppi guerrieri come il Mannerbund e il Kóryos non erano solo istituzioni sociali o militari, ma erano profondamente radicati nei culti indoeuropei. Partecipavano a rituali che invocavano protezione divina o canalizzavano il potere di dèi legati alla guerra e agli elementi naturali. I Marut, ad esempio, non sono solo guerrieri, ma anche esseri divini che dominano le forze della natura, simbolizzando l’unione tra ruolo marziale e spirituale. Nei contesti germanici, i berserker entravano in stati di furia rituale che li rendevano invincibili, un tratto che richiama la “furia guerriera” presente in altre culture indoeuropee, come la lyssa greca o il concetto vedico di eis (frenesia). Nelle tradizioni iraniche, i guerrieri erano spesso legati al culto di Mitra, che presiedeva a giuramenti e contratti, elementi chiave per la lealtà di questi gruppi.
Il Mannerbund, i guerrieri iranici, i Marut e il Kóryos sono espressioni diverse di una stessa tradizione indoeuropea: quella delle società di giovani guerrieri. Il Mannerbund e il Kóryos ne rappresentano le basi sociali e linguistiche; i Marut ne offrono una versione mitologica, incarnando l’archetipo divino del gruppo guerriero; i guerrieri iranici mostrano una specifica manifestazione culturale, spesso intrecciata ai culti religiosi. Insieme, questi elementi evidenziano il ruolo centrale delle confraternite guerriere nelle società indoeuropee, unendo aspetti marziali, sociali e spirituali in un unico quadro culturale.

Non sarà un demone a scegliervi, ma voi sceglierete il vostro demone… Mito di Er Platone

“Ἀνάγκης θυγατρὸς κόρης Λαχέσεως λόγος. Ψυχαὶ ἐφήμεροι, ἀρχὴ ἄλλης περιόδου θνητοῦ γένους θανατηφόρου.

[e] οὐχ ὑμᾶς δαίμων λήξεται, ἀλλ’ ὑμεῖς δαίμονα αἱρήσεσθε. πρῶτος δ’ ὁ λαχὼν πρῶτος αἱρείσθω βίον ᾧ συνέσται ἐξ ἀνάγκης. ἀρετὴ δὲ ἀδέσποτον, ἣν τιμῶν καὶ ἀτιμάζων πλέον καὶ ἔλαττον αὐτῆς ἕκαστος ἕξει. αἰτία ἑλομένου· θεὸς ἀναίτιος.”

tratto dal Mito di Er nella Repubblica di Platone (X, 617d-e)
Testo Greco integrale

“Parola di Lachesi, figlia della Necessità. (Anake )Anime effimere, inizia un nuovo ciclo del genere mortale, soggetto alla morte.
Non sarà un demone a scegliervi, ma voi sceglierete il vostro demone.
Il primo che ha sorteggiato scelga per primo la vita a cui sarà legato per necessità.
La virtù, invece, non ha padrone: ciascuno ne avrà in misura maggiore o minore a seconda che la onori o la disprezzi.
La responsabilità è di chi sceglie; il dio non ha colpa.”

Cloto:
È la moira che fila il filo della vita. Il suo nome deriva dal greco “klotho”, che significa “io filo”. 
Lachesi:
È la moira che misura la lunghezza del filo della vita, decidendo quanto a lungo vivrà ogni individuo. Il suo nome deriva dal greco “lachesis”, che significa “sorte” o “destino”. 
Atropo:
È la moira che taglia il filo della vita, determinando la fine dell’esistenza di una persona. Il suo nome deriva dal greco “atropos”, che significa “inflessibile” o “inevitabile

Al termine della vita, ed una volta giunti al momento in cui bisogna scegliere in quale corpo reincarnarsi, le anime dopo un lungo viaggio, al termine del quale viene concesso loro di vedere l’Origine dell’universo, un immensa colonna di Luce, che discende dall’alto, attraversa tutto il celo e la terra, al cui interno si scorgono le catene del cielo, che mantengono in equilibrio l’universo , le anime pervengono al fuso della Necessità, Ἀνάγκης, origine di tutti i legami che reggono i moti del cielo, l’eternità della struttura dell’Universo, accanto a cui sono poste, tra le altre figure, le sirene, le Moire, figlie di Necessità, Lachesi, simbolo del passato, Cloto, simbolo del presente, e Atropo, simbolo del futuro.
Le anime ricevono un numero sorteggiato che determina l’ordine in cui sceglieranno la loro nuova vita. Davanti a loro vengono presentati diversi “modelli di vita” (βίοι), che includono vite di ogni tipo: ricche, povere, nobili, umili, virtuose o malvagie. Tuttavia, la virtù non è imposta: ogni anima è libera di scegliere, e la sua scelta riflette la sua saggezza o ignoranza.

Una volta terminata la fase iniziale, alle anime vengono mostrati i «paradigmi delle vite»  successive che ognuno ha la possibilità di scegliere (Platone, Repubblica X, 618 A).
Se, quindi, in una prima fase vi è un criterio di casualità delle sorti da parte della vergine, la scelta successiva del destino spetta soltanto all’anima del singolo e, come dice la stessa Lachesi, «la responsabilità, pertanto è di chi sceglie. Il dio non ne ha colpa», poiché «non ha padroni la virtù; quanto più di ciascuno di voi l’onora tanto più ne avrà; quanto meno l’onora, tanto meno ne avrà» (ivi, 617 E).


Dopo aver scelto, le anime vengono condotte nella valle di Lete , dove è presente il fiume Lete (oblio)  e s Λήθη pronuncia “Lḗthē”. Il nome deriva dal verbo greco “lanthano” (λανθάνω), che significa “essere nascosto” o “dimenticare e bevono, dal fiume Amelete (non curanza ) per dimenticare la loro esperienza nell’aldilà, e vengono poi mandate nel mondo terreno per vivere la vita scelta.

Le acque del fiume Lete, a cui accorrono una moltitudine di anime assetate (dipinto di John Roddam Spencer Stanhope)

Il concetto greco di felicità, o eudaimonia, ha subito una significativa evoluzione, passando da una dipendenza dalla sorte esterna a una profonda responsabilità individuale, per opera dei filosofi.

Inizialmente, l’eudaimonia significava letteralmente “aver ottenuto un buon demone protettore”. Secondo questa concezione antica, una persona era felice se la sorte aveva voluto che fosse scelta da un demone benevolo, mentre era infelice se scelta da un demone maligno. Questa visione prevalse per secoli nella cultura greca.

La trasformazione di questo concetto iniziò con i filosofi, che ne “corroseno” l’idea originaria:

  • Eraclito fu il primo a proporre un’alternativa, affermando: “Il demone dell’uomo è il suo carattere”. Questo spostò l’attenzione dalla sorte esterna a una qualità intrinseca dell’individuo.
  • Democrito, pur essendo considerato un presocratico ma influenzato anche da Socrate, esplicitò ulteriormente questa idea, sostenendo che la felicità non risiede nelle ricchezze materiali come gli armenti o l’oro. Per Democrito, l’anima (psiché) è la dimora della sorte dell’uomo, il che significa che l’uomo decide la propria sorte e nessun altro.
  • Socrate spiegò in modo molto chiaro che l’uomo si costruisce temperando la sua anima con il logos (ragione o parola), quindi la felicità consiste nell’educazione e nella formazione dell’anima e dello spirito umano, e dunque nella filosofia intesa in senso antico. Questo concetto dell’anima, la psiché, è profondamente greco e non di origine cristiana, essendo presente migliaia di volte in Platone.
  • Platone ha imposto definitivamente questa idea, che è fondamentale anche per la psicologia moderna (psicologia, psicoterapia, psicoanalisi ruotano attorno a questo concetto greco). Nel Gorgia, Socrate afferma che la felicità non è legata alla ricchezza o al potere, come quello del Gran Re di Persia, ma alla formazione interiore e alla giustizia. Per Platone, “chi è onesto e buono, uomo o donna che sia, è felice, e l’ingiusto e il malvagio è infelice”. Inoltre, il benessere fisico, pur appagando una fame iniziale, genera una “fame dello spirito”, che è più difficile da saziare e costituisce un asse importante della Repubblica.
  • Anche Aristotele contribuì a questa evoluzione, distinguendo tra piaceri fisici e piaceri dello spirito, considerando questi ultimi i più alti e affermando che la felicità consiste nella contemplazione del vero.
  • Epicuro sottolineò l’importanza della filosofia per la “salute dell’anima” a qualsiasi età, equiparando l’età di filosofare all’età di essere felici. Lo scopo fondamentale dell’antica filosofia greca era infatti trovare la verità e la felicità.

Il culmine di questa evoluzione verso la responsabilità individuale è espresso nel mito di Er nella Repubblica di Platone. Questo mito narra della reincarnazione delle anime dopo un ciclo di premi o punizioni. Elementi chiave del mito che mostrano la responsabilità individuale includono:

  • Le anime scelgono il proprio destino: Dopo un millennio, le anime si ritrovano su una pianura dove devono decidere il proprio destino. I paradigmi delle vite non vengono imposti, ma proposti, e la scelta è interamente consegnata alla libertà delle anime stesse.
  • La rivoluzione del “demone”: La frase più rivoluzionaria per un greco è: “Non sarà il demone a scegliere voi, ma voi il demone”. Questo rovescia completamente la concezione tradizionale della sorte, affermando che è l’individuo a scegliere il proprio demone (cioè la propria vocazione o destino).
  • La libertà nel gestire la vita: Sebbene l’ordine di scelta delle vite sia dato dal sorteggio, l’uomo non è libero di scegliere la vita che gli viene data (quella gli è imposta alla nascita, ad esempio, il luogo e i genitori), ma è libero di scegliere come vivere moralmente quella vita.
  • La virtù senza padroni: La famosa frase “La virtù non ha padroni; ciascuno di voi la onora e tanto più ne avrà, quanto meno la onora tanto meno ne avrà. La responsabilità pertanto è di chi sceglie, il Dio non ha colpa” afferma chiaramente che la responsabilità della propria condotta e della propria felicità è interamente dell’individuo, non di una divinità o di una forza esterna.
  • Il ruolo della sofferenza e della scelta consapevole: Anche l’ultimo a scegliere, se lo fa con giudizio e filosofia, può avere una vita soddisfacente. L’esperienza del dolore e della sofferenza, ricordata dalle anime nell’aldilà, insegna loro quali scelte sbagliate evitare. L’esempio di Ulisse, che per ultimo sceglie una vita “di un uomo qualunque” rinunciando alla gloria per evitare le sofferenze passate, sottolinea la saggezza derivante dall’esperienza e dalla consapevolezza.
  • Ogni individuo ha la possibilità di essere felice: Chiunque nasca, qualunque sorte gli tocchi, ha la possibilità di vivere in modo corretto ed essere felice; è l’individuo che “butta via” questa possibilità volendo di più o non accontentandosi.

In sintesi, il concetto greco di felicità si è evoluto da un’idea di dipendenza dalla sorte esterna a una visione in cui la felicità è intrinsecamente legata alla formazione dell’anima, alla scelta morale, alla virtù e alla responsabilità individuale, un messaggio che, come notato nel testo, risuona ancora oggi nella psicologia.
Secondo i filosofi greci, la scelta e la gestione della propria vita hanno un’influenza cruciale sulla felicità, in un’evoluzione che ha spostato il concetto di eudaimonia (felicità) dalla dipendenza dalla sorte esterna alla responsabilità individuale.

Inizialmente, l’eudaimonia significava “aver ottenuto un buon demone protettore”, implicando che la felicità fosse determinata dalla sorte che assegnava un demone benevolo o maligno. Questa concezione è stata gradualmente modificata dai filosofi:

  • Eraclito fu il primo a sostenere che “Il demone dell’uomo è il suo carattere”, spostando l’origine della felicità dall’esterno all’interno dell’individuo.
  • Democrito, influenzato anche da Socrate, esplicitò ulteriormente questa idea affermando che la felicità non risiede nelle ricchezze materiali, ma che “l’anima (psiché) è la dimora della sorte dell’uomo, cioè la sorte dell’uomo la decidi tu e nessun altro”.
  • Socrate chiarì che la felicità consiste nell’“educazione e nella formazione dell’anima e dello spirito dell’uomo e quindi nella filosofia”, intesa come temperanza dell’anima attraverso il logos (ragione o parola). Per Socrate, la felicità deriva dalla formazione interiore e dalla giustizia, non dalla ricchezza o dal potere, affermando che “chi è onesto e buono uomo o donna che sia è felice e l’ingiusto è il malvagio è infelice”. Egli osservò come il benessere fisico possa generare una “fame dello spirito” più difficile da saziare.
  • Platone ha imposto in modo definitivo questa idea, che è fondamentale anche per la psicologia moderna. Nel Gorgia, Platone ribadisce che la felicità non è legata alla ricchezza, ma alla virtù e alla giustizia.
  • Aristotele distinse tra piaceri fisici e piaceri dello spirito, considerando questi ultimi i più alti e affermando che la felicità consiste nella contemplazione del vero.
  • Epicuro sottolineò l’importanza della filosofia per la “salute dell’anima” a qualsiasi età, equiparando l’età del filosofare all’età di essere felici, indicando come scopo fondamentale dell’antica filosofia greca la ricerca della verità e della felicità.

Il punto culminante di questa evoluzione verso la responsabilità individuale è il Mito di Er narrato da Platone nella Repubblica, che illustra in che modo la scelta e la gestione della vita influenzano la felicità. Nel mito:

  • Le anime scelgono il proprio destino: Dopo un periodo di premi o punizioni, le anime si ritrovano a scegliere i paradigmi delle vite successive. Questi paradigmi “non vengono imposti all’uomo ma proposti alle anime e la scelta è interamente consegnata alla libertà delle anime stesse”. Questa è una rottura radicale con la tradizione, poiché Platone afferma: “Non sarà il demone a scegliere voi, ma voi il demone”.
  • La libertà nel gestire la vita data: Sebbene l’ordine di scelta e le circostanze della nascita (il luogo, i genitori) siano imposti, l’uomo “non è libero di scegliere la vita […] ma è libero di scegliere come vivere moralmente” quella vita. La gestione e il modo di vivere la vita non sono predeterminati, ma sono una scelta individuale.
  • La virtù non ha padroni: Il mito afferma in modo potente: “La virtù non ha padroni; ciascuno di voi la onora e tanto più ne avrà quanto meno la onora tanto meno ne avrà. La responsabilità pertanto è di chi sceglie, il Dio non ha colpa”. Questo rovescia la tendenza a incolpare le divinità per le proprie azioni.
  • Il valore della scelta consapevole e dell’esperienza della sofferenza: Anche chi sceglie per ultimo può avere una vita soddisfacente e non malvagia, purché scelga “con giudizio con filosofia e viva coerentemente a questa scelta”. L’esperienza del dolore e della sofferenza nell’aldilà serve a ricordare quali scelte sbagliate evitare.
  • L’esempio di Ulisse: Egli, pur essendo l’ultimo a scegliere, opta per “la vita di un uomo qualunque”, rinunciando alla gloria per evitare le sofferenze della sua vita precedente. Questa scelta dimostra la saggezza derivante dall’esperienza e dalla consapevolezza.
  • La possibilità universale di felicità: La conclusione platonica è che “chiunque nasca in questa vita qualunque sorte gli tocca ha le possibilità di vivere in modo corretto ed essere felice ma è lui che poi butta via questo vuole di più non si accontenta di questo o di quest’altro”. La responsabilità della propria felicità è interamente individuale, basata sulla capacità di vivere virtuosamente la vita assegnata.

Questo profondo spostamento concettuale ha avuto un impatto duraturo, tanto che, come notato, alcuni psicologi moderni come James Hillman riprendono il Mito di Er, sostenendo che “il racconto di Platone sull’anima che sceglie il proprio destino […] è un mito che non è mai accaduto ma può sempre accadere perché è eterno”. Hillman afferma che ciascuno di noi “incarna l’idea di sé stesso” e sceglie ciò che vuole essere. Tuttavia, nel riprendere il mito, Hillman non approfondisce la “scelta della virtù come libertà suprema dell’uomo”, che per Platone è cruciale e legata alla comprensione dell’“idea del bene” e all’armonia degli opposti per raggiungere la felicità.
Secondo i filosofi greci, la sofferenza e la verità giocano ruoli fondamentali nella ricerca della felicità umana, influenzando profondamente le scelte individuali e la formazione dell’anima.

Ruolo della Sofferenza nella Ricerca della Felicità:

La sofferenza è presentata come un’esperienza formativa che può guidare le scelte dell’individuo verso una vita più felice e virtuosa, soprattutto attraverso la sua memorizzazione e comprensione.

  • Anamnesi e Lezioni dalla Sofferenza: Nel mito di Er di Platone, le anime, prima di reincarnarsi, compiono una forma di “anamnesi capovolta”. Questa anamnesi implica che l’anima ricorda ciò che ha imparato dalle esperienze passate, in particolare “l’esperienza del dolore e della sofferenza”. Soprattutto, le anime imparano quali dolori e sofferenze sono legati a certe scelte sbagliate, e quindi quali vanno evitate. Questo suggerisce che la sofferenza serve come monito e guida per scelte future più sagge.
  • La Sofferenza come Elemento Plasmatore: Il filosofo Hans Georg Gadamer, citato nel testo, sottolinea che la sofferenza “plasma ed è un punto della esperienza che li fa crescere”. Questo rafforza l’idea che, sebbene difficile, la sofferenza sia essenziale per la crescita personale e per forgiare un carattere più resiliente e consapevole.
  • La Scelta di Ulisse: L’esempio più lampante nel mito di Er è quello di Ulisse. Pur essendo l’ultimo a scegliere la propria vita, memore delle immense sofferenze patite nella vita precedente (che lo avevano reso “il più sfortunato di tutti i mortali”), Ulisse “lasciò da parte ogni desiderio di gloria”. Cercò e scelse “la vita di un uomo qualunque”, una vita semplice e senza preoccupazioni, che era stata trascurata dagli altri. Questa scelta, motivata dal ricordo del dolore, è considerata “meravigliosa” e dimostra come la sofferenza possa portare a una saggezza profonda e a una ricerca di felicità non legata alla grandezza esteriore ma alla serenità interiore.

Ruolo della Verità nella Ricerca della Felicità:

La verità, indagata attraverso la filosofia, è vista come la via maestra per la felicità, in quanto permette all’individuo di comprendere l’essenza delle cose e di vivere in accordo con la ragione e la virtù.

  • Scopo della Filosofia Greca: Per gli antichi Greci, lo scopo fondamentale della filosofia era “trovare la verità e la felicità”. Epicuro afferma che per “acquistare la salute dell’anima” nessuno è troppo giovane o troppo vecchio per filosofare, equiparando l’età del filosofare all’età di essere felici.
  • Contemplazione del Vero: Aristotele, ad esempio, ritiene che la felicità non consista nei piaceri fisici, ma in quelli spirituali, e in particolare nella “contemplazione del vero”. Dio stesso, che possiede la massima felicità, è descritto come “autocontemplazione”.
  • La Verità è Sempre Presente: Platone, come interpretato, suggerisce che la verità “è dunque sempre di fronte a noi e noi ne siamo quindi circondati e fasciati”. La difficoltà nel percepirla non risiede nella verità stessa, ma nell’intelletto umano, che è come gli occhi dei pipistrelli che faticano a vedere la luce del giorno. L’intelletto deve abituarsi a vederla, implicando uno sforzo di purificazione e orientamento.
  • La Virtù e l’Idea del Bene: La capacità di scegliere con giudizio e vivere filosoficamente, che porta a una vita soddisfacente, è strettamente legata alla verità. Platone sostiene che per scegliere la virtù, che “non ha padroni”, è cruciale “l’idea del bene”. Comprendere cos’è il bene, inteso come “l’armonia degli opposti” e la “giusta misura”, permette all’uomo di imporre ordine al disordine delle situazioni e raggiungere la felicità sia in questa vita che nell’aldilà.
  • La Filosofia come Ricerca Costante: La grandezza della filosofia non sta nel trovare una “verità ultimativa definitiva” – perché l’uomo è un “homo viator” (un viaggiatore) – ma nella sua costante “ricerca della verità”. Questo continuo sforzo di comprensione è la ricchezza e la “sorte” dell’uomo.

In conclusione, sia la sofferenza che la ricerca della verità sono strumenti essenziali che, secondo i filosofi greci, permettono all’individuo di esercitare la propria responsabilità morale, formare la propria anima e compiere scelte consapevoli che conducono alla eudaimonia. La sofferenza, se compresa, previene gli errori e guida verso scelte più prudenti, mentre la verità, accessibile tramite la ragione e la filosofia, illumina il percorso verso il bene e la virtù, pilastri della felicità.

Nella filosofia greca, in particolare quella di Platone, i concetti di equilibrio e armonia sono strettamente legati all’idea del bene e sono fondamentali per raggiungere la felicità.

  • L’Idea del Bene come Armonia e Giusta Misura: Il bene è definito come “l’armonia degli opposti” e la “giusta misura“. Questo significa che raggiungere il bene implica trovare un punto di equilibrio tra elementi contrastanti, ponendo ordine dove c’è disordine.
  • Felicità attraverso l’Equilibrio Interiore: Comprendere e applicare l’idea del bene, che implica ricerca di armonia e giusta misura, è quindi la chiave per la felicità. Non si tratta solo di una felicità effimera, ma di una condizione profonda che deriva dalla capacità di ordinare la propria esistenza secondo principi razionali e armoniosi.
  • Imporre Ordine al Disordine: La capacità di imporre “misura” a tutte le situazioni – che per loro natura sono spesso disordinate – e di stabilire “ordine al disordine” è un aspetto cruciale dell’idea del bene. Questa capacità è ciò che permette all’individuo di vivere bene e di essere felice, sia nella vita terrena che nell’aldilà.

James Hillman, nel suo libro “Il codice dell’anima”, riprende fedelmente il mito di Platone, in particolare quello narrato nel mito di Er.

Il concetto centrale che Hillman adotta da Platone è che:

  • L’anima sceglie il proprio destino prima della nascita: Hillman afferma che il racconto di Platone sull’anima che sceglie il proprio destino è una verità. Egli ripropone l’idea che l’anima sia “scortata fin dal sua nascita da un demone”, e che questo mito, sebbene non sia “mai accaduto” in senso letterale, “può sempre accadere perché è eterno” e “c’è da prima dell’inizio della tua stessa vita”.
  • Ciascuno incarna l’idea di sé stesso: Hillman riprende il concetto platonico secondo cui “ciascuno di noi incarna l’idea di sé stesso e questa forma, questa idea, questa immagine non tollera deviazioni”. Questo suggerisce che c’è una sorta di predestinazione o vocazione intrinseca che l’individuo porta con sé.
  • L’importanza della bellezza per la psiche: Hillman recupera anche concetti “oggi dimenticati” di Platone, come l’importanza della bellezza. Afferma che “la bellezza in sé stessa è una cura per il malessere della psiche” e che “la psicologia deve trovare la strada verso la bellezza per non morire”.

Tuttavia, il testo sottolinea anche cosa manca nell’interpretazione di Hillman rispetto a Platone: egli non approfondisce la “scelta della virtù come libertà suprema dell’uomo” e non entra nel merito dell’“idea del bene” intesa come “l’armonia degli opposti” e la “giusta misura”.

La sofferenza riveste un ruolo cruciale nella ricerca della felicità umana secondo la filosofia greca, fungendo da esperienza formativa e da guida per le scelte future.

Ecco come la sofferenza influenza la vita e la felicità:

  • Anamnesi e Lezione dalle Esperienze Passate: Nel mito di Er di Platone, prima di reincarnarsi, le anime compiono una forma di “anamnesi capovolta”. Questa anamnesi implica che l’anima ricorda ciò che ha imparato dalle esperienze vissute, in particolare “l’esperienza del dolore e della sofferenza“. Le anime imparano quali dolori e sofferenze sono legati a certe scelte sbagliate e quali vanno evitate. Questo suggerisce che la sofferenza serve come monito e guida per scelte future più sagge e consapevoli.
  • La Sofferenza come Elemento Plasmatore e di Crescita: Hans Georg Gadamer, uno dei più grandi filosofi del secolo scorso, ha sottolineato che la sofferenza “plasma ed è un punto dell’esperienza che li fa crescere“. Questo concetto ribadisce che, sebbene difficile, la sofferenza è fondamentale per la crescita personale e per forgiare un carattere più resiliente e consapevole. È un elemento che permette agli individui di maturare e di acquisire una comprensione più profonda della vita.
  • L’Esempio di Ulisse: La Scelta Mossa dal Ricordo del Dolore: Un esempio lampante nel mito di Er è quello di Ulisse. Pur essendo l’ultimo a scegliere la propria vita tra i paradigmi disponibili, egli è descritto come “il più sfortunato di tutti i mortali” per le immense sofferenze patite nella vita precedente. A causa di queste esperienze dolorose, Ulisse “lasciò da parte ogni desiderio di gloria” e cercò “la vita di un uomo qualunque“. Scelse una vita semplice, “senza preoccupazioni“, che era stata trascurata dagli altri. Questa scelta, profondamente influenzata dal ricordo del dolore, è considerata “meravigliosa” e dimostra come la sofferenza possa portare a una saggezza profonda e a una ricerca di felicità non legata alla grandezza esteriore ma alla serenità interiore. Ulisse, pur avendo meno opzioni, riesce a fare una scelta giudiziosa che lo conduce a una vita soddisfacente.
  • Impatto sulla Responsabilità Individuale: Il mito di Er, attraverso il ruolo della sofferenza e la libertà di scelta, sottolinea che la “responsabilità pertanto è di chi sceglie. Il Dio non ha colpa“. Questo rovescia la concezione tradizionale greca che attribuiva la felicità o l’infelicità alla sorte o al demone protettore. La sofferenza esperita in una vita diventa un fattore cruciale per guidare una scelta più avveduta nella successiva, ponendo l’individuo al centro del proprio destino morale.

In sintesi, la sofferenza non è vista come una mera punizione, ma come un’esperienza che, se ben compresa e ricordata (anamnesi), può orientare le scelte future dell’individuo verso percorsi di vita più saggi e, in ultima analisi, più felici, come dimostra la scelta “meravigliosa” di Ulisse. È un elemento cruciale che “plasma” la persona e la fa “crescere”.

Va notato che James Hillman, pur riprendendo il mito di Platone e l’idea che l’anima scelga il proprio destino, non approfondisce la dimensione della sofferenza come elemento formativo nel modo in cui lo fa Platone o Gadamer. Il suo focus sembra più orientato all’idea dell’anima che incarna se stessa e all’importanza della bellezza.

Πάθει μάθος – “Col patire, capire”

In Eschilo  ogni uomo soffre in sé e in silenzio e allo stesso modo comprende, vivendo questo avvenimento come una sorta di elevazione personale, scissa dalla società in cui vive.
L’unica cosa che l’uomo può fare è sopportare, poiché gli dei gli hanno fatto questo dono, che è l’unico φάρμακον, (in greco il termine è una vox media, che può intendere sia la cura, sia il veleno) per i dolori umani e “irrimediabili”.
Sopportando si riesce a imparare, imparare a vivere prima di tutto, a conoscere il ritmo, la misura esatta.

 ” γίνωσκε δ’οἷος ῥυσμòς ἀνθρώπους ἔχει”
Archiloco esorta a conoscere il ritmo che governa gli uomini

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