La porta di Dite è sempre aperta Facilis descensus Averno

Facilis descensus Averno: noctes atque dies patet atri ianua Ditis; sed revocare gradum superasque evadere ad auras, hoc opus, hic labor

Virgilio Eneide, VI, 126-129

Scendere agli Inferi è facile: la porta di Dite è aperta notte e giorno; ma risalire i gradini e tornare a vedere il cielo qui sta il difficile, qui la vera fatica.

La Grotta della Sibilla. Prima dimora della celebre sacerdotessa

Il lago d’Averno era considerato dagli antichi la bocca dell’Inferno a causa della sua forma. Esso si trovava, e si trova ancora infatti, all’interno di un cratere vulcanico formatosi quattromila anni fa. Inoltre proprio il termine “Averno” deriva da “a-ornis”, cioé senza uccelli. Proprio perché a causa delle esalazioni sulfuree sprigionate dall’acqua nessun volatile sorvolava la bocca ormai spenta del vulcano.

Nell’Eneide, Virgilio colloca proprio nei pressi del lago di Averno l’ingresso attraverso cui Eneide scese nell’Oltretomba, il Regno dei Morti.

Alcune fonti storico-letterarie, tra cui gli scritti di Plinio e Strabone che a sua volta citava lo storico Eforo, lo individuano anche come il luogo in cui era situato il mitico paese dei Cimmeri, popolazione che viveva sotto terra lì dove si aprivano le porte degli inferi.

Tra il 38 e il 36 a. C., Agrippa e Ottaviano posero un freno alle leggende che si sviluppavano intorno a questa zona decidendo di costruirvi un porto necessario per contrastare i pirati di Sesto Pompeo.

Per realizzare il Portus Iulius vollero unire, tramite un passaggio, l’Averno al lago Lucrino. Quest’ultimo fu inoltre collegato al mare grazie a una frattura realizzata nella duna costiera. Il porto però non fu in uso per molti anni a causa del bradisismo.

Ancora oggi però possiamo osservare i resti di quel periodo in cui furono edificate diverse costruzioni in questa zona. Sulle sponde orientali dell’Averno sono visibili i resti del cosiddetto Tempio di Apollo che in realtà è una grande aula termale.

Sul lato nord vi è lo sbocco della Grotta del Cocceio, galleria militare lunga circa un chilometro, realizzata per collegare il porto con Cuma e che deve il nome al suo costruttore. Oggi è conosciuta anche come Grotta della Pace, dal nome del cavaliere spagnolo don Pedro de la Paz che, secondo gli storiografi, l’avrebbe esplorata nel 1507.

Sulle coste meridionali è situata invece la Grotta della Sibilla, da non confondere con l’Antro individuato a Cuma.

Questa grotta ha origine nel lago di Averno, trapassa il Monte delle Ginestre dove il foro craterico si abbassa, e arriva nel lago di Lucrino.

Fu scoperta durante gli scavi archeologici promossi dai Borbone nel 1750 e 1792.

Il tunnel, scavato nel tufo, si allunga per circa duecento metri.

È largo poco più di tre metri e ne è alto quattro. Coperta da una volta a botte, la grotta manca di un rivestimento murario e di pozzi di luce, visto anche la sua scarsa lunghezza.

Si distinguono però lungo le pareti delle piccole nicchie che potevano servire per ospitare le torce. Solo verso l’estremità della galleria c’è un vestibolo di laterizio e un’opera reticolata lungo il quale si succedono due archi.

Poco prima di arrivare alla fine del tunnel, circa a metà del cammino, sulla destra, si apre una diramazione lunga solo settanta centimetri che porta in un corridoio.

Da questo si possono scendere una trentina di gradini per arrivare ad alcune stanze sotterranee. Queste erano degli ambienti termali, usati per scopi terapeutici, conosciuti nel Medioevo come “Lavacro della Sibilla”, a causa della presenza di falde acquifere calde.

Per i viaggiatori del Grand Tour era qui che dimorava la Sibilla, prima che venisse scoperto il suo “Antro” agli inizi del Novecento con le campagne archeologiche condotte da Gabrici nel 1910 e da Maiuri nel 1932. Oggi queste stanze sono invase dalle acque per il bradisismo e quindi sono inaccessibili.

1 – Jacob Philipp Hackert Lago dAverno

Non est arbor solida nec fortis nisi quam frequens ventus incursat…

Non est arbor solida nec fortis nisi quam frequens ventus incursat; ipsa enim vexatione constringitur et radices certius figit: fragiles sunt quae in aprica valle creverunt.

«Un albero non diventa solido e robusto se non è continuamente investito dal vento e sono queste raffiche che ne fanno il fusto compatto e ne rinsaldano le radici, che si abbarbicano con maggior forza al terreno; fragili sono invece quegli alberi che crescono in una valle tranquilla.»
Lucio Anneo Seneca

Ante rem exerceas Esercitati prima!!! ᛏ ᚢ ᚠ

In ipsa securitate animus ad difficilia se praeparet et contra iniurias fortunae inter beneficia firmetur. Miles in media pace decurrit, sine ullo hoste vallum iacit, et supervacuo labore lassatur ut sufficere necessario possit; quem in ipsa re trepidare nolueris, ante rem exerceas. Hoc secuti sunt qui omnibus mensibus paupertatem imitati prope ad inopiam accesserunt, ne umquam expavescerent quod saepe didicissent.

Anche nei momenti di tranquillità l’animo si prepari ai tempi difficili e quando va tutto bene si rafforzi contro i colpi della sorte. Il soldato fa le esercitazioni in tempo di pace, costruisce trincee quando non ci sono nemici e si sottopone a fatiche inutili per essere in grado di sostenere quelle necessarie; se non vuoi che uno sia in preda al terrore al momento della prova, fallo esercitare prima. Hanno seguito questo metodo quegli uomini che, per un po’ ogni mese, vissero da poveri, quasi fino all’indigenza, così da non temere mai quello stato che avevano conosciuto frequentemente.

L. ANNAEI SENECAE EPISTULARUM MORALIUM AD LUCILIUM II

LETTERE A LUCILIO DI SENECA II
LIBER SECUNDUS – LIBRO SECONDO

Marcet sine adversario vitrus

Marcet sine adversario virtus: tunc apparet quanta sit quantumque polleat, cum quid possit patientia ostendit.

Scias licet idem viris bonis esse faciendum, ut dura ac difficilia non reformident nec de fato querantur, quidquid accidit boni consulant, inbonum vertant; non quid sed quemadmodum feras interest

Senza un avversario, la virtù marcisce: si vede quanto grande essa sia, e quanto valga, solo allorquando mostra il suo potere col sopportar delle prove.

Sappi dunque che gli uomini valorosi debbon far lo stesso: non devono temere ciò che è duro e difficile, non devono lamentarsi del destino, devono considerar come un bene e volgere in bene tutto ciò che accade.

Non interessa ciò che tu sopporti, ma interessa la maniera in cui lo sopporti.

Seneca

Iuste viri antiqui amicitiam donum pretiosum deorum putabant

 L’esser se stessi, lo stile di impersonalità attiva, l’amore per la disciplina, una generica disposizione eroica
L’importante è che di contro ad ogni forma di risentimento e competenza sociale ognuno sappia riconoscere e amare il proprio posto, quello al massimo conforme alla propria natura, riconoscendo cosi anche i limiti entro i quali può sviluppare le sue possibilità, dare un senso organico alla sua vita, conseguire una propria perfezione: perché un artigiano che assolve perfettamente alla sua funzione è certamente superiore a un sovrano che scarti  e non sia all’altezza della sua dignità.”

Gli Uomini e le Rovine, Julius Evola

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