Nella religione giapponese, Hachiman (八幡神, Hachiman-jin o Yahata no kami) Hachiman è una figura sincretica, che unisce elementi shintoisti e buddisti, venerata dai samurai e dai contadini, con circa 25.000 templi dedicati in Giappone. È paragonato a Marte nella mitologia romana.
Sebbene spesso chiamato dio della guerra, è più correttamente definito come il dio tutelare dei guerrieri. È anche il protettore divino del Giappone, del popolo giapponese e della Casa Imperiale; il clan Minamoto (“Genji”) e la maggior parte dei samurai lo veneravano. Il suo nome significa “Dio delle Otto Bandiere”, in riferimento alle otto bandiere celesti che segnalarono la nascita del divino imperatore Ōjin. Il suo animale simbolico e messaggero è la colomba.
Diffusione e Venerazione
Hachiman è estremamente popolare in Giappone, con circa 25.000 templi dedicati, Questi templi, tra cui il famoso Usa Jingū a Kyushu, erano mete di pellegrinaggio per guerrieri e atleti di arti marziali, specialmente durante lo shogunato Kamakura, quando il clan Minamoto consolidò il suo potere. La sua venerazione si estese anche ai contadini e ai pescatori, riflettendo il suo ruolo multisfaccettato nella società giapponese.
Aspetto
Dettaglio
Nome in Italiano
Hachiman
Nome Originale
八幡神 Hachiman-jin / Yahata no kami
Ruolo Principale
Dio tutelare dei guerrieri, protettore del Giappone
Associazione Culturale
Shintoismo e buddismo, venerato dai samurai, contadini e pescatori
Simboli
Colombo (messaggero), staffa di cavallo, arco
Numero di Templi Dedicati
Circa 25.000
Confronto Mitologico
Paragonato a Marte (mitologia romana)
Origine Leggendaria
Identificato con l’imperatore Ōjin, figlio di Jingū, III-IV secolo d.C.
Kami神 La parte sinistra (礻, una forma semplificata di 示) significa “santuario”. La parte destra (申), invece, reca il significato di “parlare”.
Questo ideogramma era proveniente dall’antica Cina, dove 示 rappresentava un altare sacrificale in pietra a tre gambe (come lo stesso ideogramma in parte ci comunica). Per utilizzarlo in ideogrammi composti, 示 si trasforma in 礻, con la riga superiore che diventa una sorta di virgoletta. Spesso, a questo ideogramma si attribuiva la definizione di “manifestazione” o “venerazione”.
Rappresentai gli “dèi”, gli “spiriti”, ma anche “esseri supremi”, ma anche la “mente” e, in generale, “tutto ciò che è venerato”.
Dal momento che nella lingua giapponese non esiste singolare o plurale e nemmeno genere, Kami è un concetto fluido che pervade ogni cosa, abbracciando entità diverse, come tutto ciò che vive ed esiste in natura, dal tuono alla montagna. Possono essere animali, piante, protettori di specifici eventi della vita delle persone, come la nascita o la crescita, ma possono anche essere spiriti di eroi e spiriti degli antenati. Vi sono quelli della casata imperiale, ma anche gli antenati venerati da ogni famiglia.
Quanti sono i Kami? Il concetto di Yaoyorozu-no-kami
C’è un’espressione in lingua giapponese che dovrebbe indicare il numero di Kami venerati. Yaoyorozu-no-kami (八百万の神), letteralmente “8 milioni di Kami”.
Questa espressione, però, non va valutata per il suo significato letterale. L’utilizzo del numero 8 non è affatto un caso e sottende il significato che il numero dei Kami giapponesi sia infinito. Anzi, è in continuo aumento.
Anzi, così come i fedeli devono onorarli, onde evitare spiacevoli conseguenze, anche queste entità sono tenute a onorare chi li venera ottemperando il compito che è parte della loro natura o del contesto in cui vivono.
confer Elisa Borgato in merito all’etimologia degli ideogrammi https://leggimee.it
Amaterasu-Ōmikami (天照大御神)
Significato: Dea del sole e antenata mitologica della famiglia imperiale giapponese.
Ruolo: È la kami più importante nello shintoismo, simbolo di luce, ordine e vita. È venerata principalmente nel santuario di Ise (Ise Jingū).
Caratteristiche: Rappresenta la prosperità e l’armonia. Secondo il mito, si nascose in una grotta, causando l’oscurità nel mondo, finché altri kami la convinsero a uscire.
Susanoo-no-Mikoto (須佐之男命)
Significato: Dio delle tempeste, del mare e, in alcune interpretazioni, dell’agricoltura.
Ruolo: Fratello di Amaterasu, è noto per il suo carattere turbolento. Nel mito, uccise il serpente Yamata-no-Orochi, salvando una fanciulla e trovando la spada Kusanagi, uno dei tre tesori imperiali.
Caratteristiche: Simbolo di forza e caos, ma anche di protezione contro le calamità.
Inari-Ōkami (稲荷大神)
Significato: Divinità del riso, dell’agricoltura, della fertilità e del commercio.
Ruolo: Molto popolare tra agricoltori e commercianti, è associata alle volpi (kitsune), considerate sue messaggere. I santuari dedicati a Inari, come Fushimi Inari a Kyoto, sono famosi per le migliaia di torii rossi.
Caratteristiche: Protettrice della prosperità economica e del raccolto.
Tsukuyomi-no-Mikoto (月読命)
Significato: Dio della luna.
Ruolo: Fratello di Amaterasu e Susanoo, governa la notte e il ciclo lunare. È meno presente nei miti rispetto agli altri due, ma è venerato per il suo ruolo cosmico.
Caratteristiche: Simbolo di calma e mistero, spesso associato alla dualità con Amaterasu (sole/luna).
Hachiman (八幡神)
Significato: Dio della guerra e protettore dei samurai.
Ruolo: Associato all’imperatore Ōjin, è venerato come patrono dei guerrieri e della nazione. Il santuario di Usa a Kyushu e il Tsurugaoka Hachimangū a Kamakura sono tra i più importanti dedicati a lui.
Caratteristiche: Simbolo di coraggio e lealtà.
Tenjin (天神)
Significato: Dio degli studi e della letteratura.
Ruolo: Originariamente lo spirito divinizzato di Sugawara no Michizane, un erudito del periodo Heian. È venerato dagli studenti che pregano per il successo accademico nei santuari Kitano Tenmangū e Dazaifu Tenmangū.
Caratteristiche: Protettore della conoscenza e della giustizia.
Ebisu (恵比寿)
Significato: Dio della pesca, del commercio e della prosperità.
Ruolo: Uno dei sette dèi della fortuna (Shichifukujin), è spesso raffigurato con una canna da pesca e un pesce. È venerato dai pescatori e dai commercianti.
Caratteristiche: Simbolo di abbondanza e buon auspicio.
Contesto dei kami
Ogni kami ha un ruolo specifico, ma la loro venerazione dipende dal contesto locale o dalle necessità personali (es. successo negli studi, protezione, fertilità). I santuari shintoisti (jingū o jinja) sono dedicati a uno o più kami, e i rituali includono offerte (come sake o cibo), preghiere e feste (matsuri) per onorarli. La credenza nei “Yaoyorozu-no-kami” implica che anche kami minori, come gli spiriti di un albero o di un fiume, sono parte integrante della spiritualità shintoista.
Il fuoco è la prova dell’oro, la sventura quella dell’uomo forte De providentia Lucio Anneo Seneca.
”Il legno che non bruci ad Ercolano”, mobili, suppellettili e strumenti che raccontano la vita quotidiana degli abitanti dell’epoca, sopravvissuti all’eruzione del Vesuvio grazie al particolare processo di carbonizzazione del legno,
Il legame tra paesaggio e Genius Loci è profondamente intrecciato secondo le fonti. Il Genius Loci è intrinsecamente legato al paesaggio, tanto che quest’ultimo è il luogo in cui si cela e attraverso cui impariamo a riconoscerlo.
Le fonti sottolineano che il paesaggio non è un mero spazio fisico. È piuttosto un insieme complesso di elementi materiali e immateriali, che includono uno spazio geografico omogeneo, il suo contenuto ecologico, una storia di natura e cultura impressa nel tempo, un immaginario collettivo e la percezione sensoriale dell’osservatore.
Eugenio Turri definisce il paesaggio come territorio abitato, umanizzato e reso riconoscibile alla cultura umana. Egli evidenzia una profonda adesione spirituale degli uomini ai loro luoghi, che si manifesta sia nell’adattamento materiale che nell’interiorizzazione psichica dei caratteri del paesaggio. In quest’ottica, il Genius Loci è descritto da Turri come lo spirito del luogo, una divinità impersonale che incarna il senso del luogo, i suoi odori, colori, apparenze, magie, suoni e parole ad esso legati, perpetuandosi attraverso le generazioni e plasmando uno stile e un modo di vedere e costruire.
Raffaele Milani aggiunge che è attraverso la vista e il sentimento della meraviglia che si può scorgere nel paesaggio la presenza sensibile del Genius Loci. Egli considera il Genius Loci come l’intima facoltà della natura di plasmare un paesaggio pregno di sacralità, capace di stupire l’osservatore.
Vernon Lee descrive il Genius Loci come avente la sostanza del nostro cuore e della nostra mente, e la sua incarnazione è il luogo stesso, manifestandosi in specifici monumenti o tratti del paesaggio.
Le fonti avvertono anche che la perdita di memoria del Genius Loci si verifica quando i luoghi non rappresentano più soluzioni di adattamento e quando l’impronta del sacro non è più visibile nel paesaggio. Alain De Botton suggerisce che certi luoghi nel paesaggio possiedono una forza particolare che ci costringe a osservarli, forse indicando la presenza del Genius Loci attraverso la bellezza. Infine, la percezione del Genius Loci può generare un profondo senso di connessione tra l’anima dell’osservatore e lo spirito del luogo, mediato dalla bellezza del paesaggio stesso.
In sintesi, il paesaggio è il palcoscenico e la manifestazione tangibile del Genius Loci. È attraverso l’esperienza sensoriale e emotiva del paesaggio che possiamo percepire e comprendere lo spirito unico di un luogo.
NULLUS LOCUS SINE GENIO: questa frase di Servio […] diceva ai suoi contemporanei una cosa che per loro era ovvia: «nessun luogo è senza Genio». Laddove per Genio s’intende lo spirito, il nume tutelare del luogo stesso.” “Genius Loci. Il dio dei luoghi perduti” di Francesco Bevilacqua (Rubbettino Editore, 2010)
“In generale la natura costituisce una tonalità estensiva complessa, un luogo che a seconda delle circostanze locali acquista una particolare identità. Questa identità o spirito, può essere descritta con modi concreti.” “Genius Loci. Il dio dei luoghi perduti” di Francesco Bevilacqua
“Genius Loci. Il dio dei luoghi perduti” di Francesco Bevilacqua (Rubbettino Editore, 2010)
Autore: Francesco Bevilacqua
Data di Pubblicazione: 2010
Parole Chiave: Genius Loci, paesaggio, ninfe, fate, architettura moderna, pianificazione, identità dei luoghi, sacralità, processo di individuazione, spopolamento, atopia, Mente Locale, bellezza, essenzialità dello sguardo.
Sommario:
Questo documento di briefing analizza i temi principali e le idee più importanti presenti negli estratti del libro “Genius Loci. Il dio dei luoghi perduti” di Francesco Bevilacqua. L’autore esplora il concetto di Genius Loci, la sua progressiva perdita nella modernità a causa di una pianificazione omologante e di un’architettura che ignora l’identità dei luoghi, e la sua connessione con figure mitologiche come ninfe e fate. Bevilacqua sottolinea l’importanza di recuperare una sensibilità verso lo “spirito del luogo” per restituire dignità e sacralità al paesaggio, evidenziando il legame intrinseco tra l’anima individuale e i luoghi vissuti.
Temi Principali e Idee Chiave:
1. La Perdita del Genius Loci nella Modernità:
Critica alla pianificazione e all’architettura moderna: Bevilacqua critica aspramente l’attuale modo di pianificare e costruire, definito come “sparare cemento e asfalto sul paesaggio valutato economicamente”. Sostiene che la pianificazione è diventata sinonimo di omologazione, trasformando i luoghi in generici “spazi” e annullando la loro identità.
“Pianificare ormai equivale a omologare. Si aspira al globale e ci si rifugia nel locale, usando gli stessi stilemi progettuali. Si trasformano i luoghi in generici «spazi». Annullando la loro identità, si banalizzano. Si distruggono.”
“I «pianificatori» spesso sono diventati killer del paesaggio.”
Ossimoro tra tutela e valorizzazione: L’autore evidenzia come il tentativo di “tutelare per valorizzare” (o viceversa) il paesaggio sia un ossimoro, in quanto un bene immateriale e inestimabile non può essere calcolato come un bene economico qualsiasi.
“Tutelare per valorizzare (o viceversa) è un ossimoro condiviso dalla collettività. Due operazioni parallele e contrapposte. Non si tradurranno mai in realtà perché un bene immateriale, inestimabile non può essere valorizzato – calcolato – come un bene economico qualsiasi.”
Incapacità di riconoscere il paesaggio: A causa della devastazione del territorio, non si riesce più a riconoscere il paesaggio nella sua autenticità.
“In molti casi, il territorio devastato – la terra bruciata – degrada l’ambiente e uccide il paesaggio. Pur con leggi, decreti, dotte sentenze e tante buone intenzioni, il paesaggio, in non poche zone, non esiste più e – ciò è grave – non si riesce più a riconoscerlo.”
Scomparsa delle figure mitologiche: La difficoltà nel percepire il Genius Loci è collegata alla perdita della capacità di vedere le “ninfe” e le “fate”, figure che incarnavano lo spirito dei luoghi.
“Turba e non poco, non riuscire più a vedere le ninfe. Non riconoscere il Genius Loci. Inquieta vederli confusi con personaggi di Walt Disney.”
2. La Natura e il Significato del Genius Loci:
Nullus locus sine Genio: Riprendendo l’antica saggezza latina, Bevilacqua ricorda che “nessun luogo è senza Genio”, intendendo lo spirito, il nume tutelare del luogo stesso.
“NULLUS LOCUS SINE GENIO: questa frase di Servio […] diceva ai suoi contemporanei una cosa che per loro era ovvia: «nessun luogo è senza Genio». Laddove per Genio s’intende lo spirito, il nume tutelare del luogo stesso.”
Connessione con le ninfe e le fate: L’autore esplora il legame tra il Genius Loci e le figure mitologiche delle ninfe greche e delle fate, considerate divinità dei luoghi e incarnazioni delle forze della natura.
“Quel che conta, a questo punto della nostra ricerca, è l’aver compreso che sia le ninfe che le fate sono divinità legate ai luoghi, anzi, divinità dei luoghi, al punto da condividerne la sorte.”
“Le fate sono, infatti, figure dell’immaginario collettivo note in quasi tutte le culture e le religioni del mondo, seppure con nomi diversi e con varianti più o meno accentuate. Si tratta, come per le ninfe, di spiriti intermedi tra l’uomo e le divinità ufficiali e nascono anch’esse dalla necessità degli uomini di personificare i luoghi o gli elementi della natura.”
Sacralità dei luoghi: Il Genius Loci è intrinsecamente legato all’idea di sacralità dei luoghi, percepiti come “numinosi”, colmi della presenza di un nume.
“Se volessimo tentare di spiegare oggi, con semplicità, ad una persona qualunque, come può applicarsi questo concetto ad un luogo particolare, potremmo forse dire che quel luogo, propriamente, è «numinoso», è cioè colmo della presenza di un nume, pervaso da un’aura di sacralità.”
3. L’Architettura Moderna e la Dimenticanza del Genius Loci:
Critica a Norberg-Schulz: Pur riconoscendo il suo tentativo di recuperare la dimensione esistenziale del luogo, Bevilacqua riporta l’obiezione antropologica secondo cui il rapporto tra uomo e luogo è bidirezionale, con un’osmosi e talvolta una simbiosi.
Identità del luogo: Norberg-Schultz sottolinea come il luogo sia la manifestazione concreta dell’abitare umano e come l’identità dell’uomo dipenda dall’appartenenza ai luoghi.
“Il luogo rappresenta quella parte di verità che appartiene all’architettura: esso è la manifestazione concreta dell’abitare dell’uomo, la cui identità dipende dall’appartenenza ai luoghi.”
Critiche di Hillman e Turri: Psicoanalisti e geografi concordano nel denunciare come l’architettura moderna abbia dimenticato il Genius Loci, spesso privilegiando la “genialità” del progettista o gli interessi speculativi.
Hillman: “C’è un’inflazione, una sorta di megalomania tipica degli architetti, come se fossero investiti dell’archetipo dell’eroe.”
Turri: “mancanza di una auscultazione del Genius Loci e delle voci che i paesaggi raccontano, la storia della natura e le storie degli uomini, le loro memorie, le loro fatiche, quelle presenze e assenze”
4. Il Paesaggio come Silenzio Eloquente e la Ricerca del Senso:
Definizione complessa di paesaggio: Bevilacqua sottolinea che il paesaggio non è solo spazio fisico, ma un insieme di elementi materiali e immateriali, tra cui storia, cultura, immaginario collettivo e percezione sensoriale.
Atopia e Amnesia dei Luoghi: L’autore riprende i concetti di Turri e Augé per descrivere la perdita di identità dei luoghi (atopia) e la disconnessione delle persone dal proprio ambiente (amnesia), portando alla creazione di “non-luoghi”.
Augé: “Il luogo antropologico è simultaneamente principio di senso per coloro che l’abitano e principio di intelligibilità per colui che l’osserva.”
Augé: “se un luogo può definirsi come identitario, relazionale, storico, uno spazio che non può definirsi né identitario, né razionale, né storico si definirà un non-luogo”
Mente Locale: Bevilacqua introduce il concetto di Franco La Cecla di “Mente Locale”, sottolineando come l’adattamento tra individuo, gruppo e luogo sia una costruzione complessa e fragile, legata alla sopravvivenza sociale e culturale.
La Cecla: “Solo oggi, dopo molti anni di mito sul villaggio globale e sui nuovi cittadini del mondo si comincia a capire che il processo di adattamento tra un individuo, un gruppo ed un luogo è una costruzione di una complessità affascinante e fragile insieme.”
Ritorno del represso: Citando Hillman, l’autore avverte che il Genius Loci negato o dimenticato ritorna sotto forma di “malattie” e “patologie” sociali e individuali.
5. L’Essenzialità dello Sguardo e la Riscoperta della Bellezza:
Luoghi dimenticati: Bevilacqua descrive l’esistenza di luoghi appartati in Europa che hanno resistito alla modernizzazione e che possono risvegliare una “vertigine” interiore, sintomo della presenza del Genius Loci.
Bisogno psichico di bellezza: Riprendendo Hillman, l’autore sottolinea il fondamentale bisogno della psiche di bellezza, con la natura come rifugio per l’anima.
Hillman: “Il bisogno che ha la psiche della bellezza è fondamentale”
Comunicazione tra anima e spirito del luogo: La bellezza del luogo è il tramite per una profonda comunicazione tra l’anima dell’osservatore e lo spirito del luogo.
Ricerca iniziatica: La ricerca del Genius Loci è descritta come un “viaggio iniziatico” che richiede cautela, discrezione e tatto per interrogare il paesaggio.
6. Genius Loci come Luogo Originario e Processo di Individuazione:
Legame tra anima e terra: Bevilacqua esplora la prospettiva psicologica di Jung, secondo cui la terra forgia il carattere e l’indole dell’uomo. Il luogo in cui si è vissuti a lungo ha un valore fondante per la psicologia dell’individuo.
Luogo prenatale: Il grembo materno è identificato come il primo “luogo originario” dell’individuo, con un proprio Genius Loci, che lascia tracce profonde nella psiche.
Amore per i luoghi d’origine: Il Genius Loci, inteso come insieme di suoni, odori, sapori, colori, tradizioni e affetti legati al luogo originario, contribuisce a far nascere l’amore per questi luoghi.
Necessità di pathos e poiesis: In conclusione, Bevilacqua sottolinea che senza una disposizione interiore fatta di “pathos”, “poiesis” e “mania”, il Genius Loci non potrà mai essere percepito o ascoltato.
Citazioni Significative:
“Il paesaggio è sempre stato oggetto di riflessioni e interessi a volte contrapposti. Ha coinvolto saperi diversi e chi pianifica ha tentato di coordinarli, fallendo – specie in Italia – gli obiettivi prefissati.”
“La situazione rischia di diventare drammatica. La denuncia scivola in sterili polemiche fra fautori e detrattori, catastrofisti e negazionisti.”
“Bevilacqua non è un esploratore: è un rabdomante della bellezza, un cacciatore d’immagini e d’emozioni.”
“In generale la natura costituisce una tonalità estensiva complessa, un luogo che a seconda delle circostanze locali acquista una particolare identità. Questa identità o spirito, può essere descritta con modi concreti.”
“Il paesaggio, un tempo era impregnato di usi e di memorie che esprimevano per intero la società, che sussistevano al di fuori di fatti e personaggi precisi, perché il tempo cancellava le date e i personaggi e lasciava emergere tutto ciò che era spirito del luogo, Genius Loci…”
“Chi non conosce il bosco cileno non conosce questo pianeta. Da quelle terre, da quel fango, da quel silenzio, io sono uscito ad andare, a cantare per il mondo.” (Pablo Neruda)
“Senza un pathos, senza una poiesis, senza una mania, il Genius Loci non potrà mai essere percepito né tampoco auscultato.”
Conclusioni:
Gli estratti di “Genius Loci. Il dio dei luoghi perduti” offrono una profonda riflessione sulla relazione tra l’uomo e i luoghi, sulla perdita di sensibilità verso lo spirito dei luoghi nella modernità e sulla necessità di recuperare una connessione autentica con il paesaggio. Attraverso un’analisi che spazia dalla mitologia alla psicologia, dall’architettura all’antropologia, Bevilacqua invita il lettore a riscoprire la sacralità intrinseca dei luoghi e il loro ruolo fondamentale nel processo di individuazione individuale e collettiva. La riscoperta del Genius Loci non è solo un atto di consapevolezza estetica, ma una necessità per ritrovare un’armonia perduta tra l’uomo e l’ambiente che lo circonda.
Nella mitologia norrena, Fáfnir, noto anche come Frænir, era un nano, figlio del re dei nani Hreidmar. Aveva diversi fratelli, tra cui Regin, Ótr, Lyngheiðr e Lofnheiðr. La storia di Fáfnir è strettamente legata alla sua trasformazione in drago e alla sua morte per mano di Sigurd.
In origine, Fáfnir era descritto come un nano dotato di grande forza fisica e di uno spirito impavido. Custodiva il tesoro del padre, composto da gemme preziose e oro. Tra i tre fratelli, Fáfnir era il più forte e aggressivo.
Il racconto sulla maledizione e la trasformazione di Fáfnir è il seguente: Regin raccontò a Sigfrido di come Odino, Loki e Hœnir avessero incontrato Ótr, che durante il giorno appariva come una lontra. Loki uccise la lontra con una pietra e i tre dei scuoiarono l’animale. Quella sera, giunsero alla dimora di Hreidmar e mostrarono la pelle della lontra. Hreidmar e i suoi due figli rimasti catturarono gli dei, tenendoli prigionieri. Loki fu incaricato di raccogliere il riscatto, che consisteva nell’imbottire la pelle della lontra d’oro e ricoprirla di oro rosso. Loki raccolse l’oro maledetto di Andvari, insieme all’anello Andvaranaut, entrambi noti per causare la morte dei loro possessori.
Fáfnir, spinto dall’avidità e dal desiderio di impossessarsi di tutto il tesoro, uccise Hreidmar per impossessarsene. Tuttavia, accumulando ricchezze, diventò sempre più perfido e paranoico. Per proteggere le sue ricchezze, Fáfnir si trasformò in un serpente o drago, custodendo il tesoro e soffiando veleno nella terra circostante. Questo veleno creò un’aura terrificante che dissuadeva chiunque dall’avvicinarsi al suo tesoro, seminando il terrore tra gli abitanti della regione.
La trasformazione di Fáfnir in un drago e le sue azioni successive segnarono una svolta significativa nella sua storia, portando al suo incontro finale con l’eroe Sigfrido, che avrebbe avuto un ruolo fondamentale nel suo destino.
Enn helt ulfa brynnir— esempio di grammatica eiskaldiforme lievi di eldi —austrǫr þaðan gǫrva.
Di nuovo il dissetante dei lupi (guerriero) si imbarcò in una spedizione ben preparata verso est;il generoso sovrano spostò il cuore amaro del serpente attraverso il fuoco.
Geisli si ferma a terraGunnar jarðar munna;ofan fellr blóð á báðarbenskeiðr, en gramr reiðisk.Hristisk hjǫrr í brjóstihringi grœnna lyngva,un folkþorinn fylkirferr vede steik e liika.
Il raggio di sole della terra di Gunnr (spada)conficca nel terreno le fauci (testa)il sangue scorre su entrambe le navi ferite (spade),e il principe si arrabbia.La spada trema nel petto dell’anello di eriche verdi (serpente),e il condottiero audace comincia a divertirsi con l’arrosto.
egin pianificò vendetta per impossessarsi del tesoro e mandò il suo figlio adottivo Sigfrido a uccidere il drago. Regin ordinò a Sigfrido di scavare una fossa in cui avrebbe potuto appostarsi sotto il sentiero usato da Fáfnir per raggiungere un ruscello e lì conficcare la sua spada, Gram, nel cuore di Fafnir mentre strisciava sopra la fossa fino all’acqua. Regin scappò via impaurito, lasciando Sigfrido al compito. Mentre Sigfrido scavava, Odino apparve sotto forma di un vecchio con una lunga barba, consigliando al guerriero di scavare altre trincee in cui far scorrere il sangue di Fafnir, presumibilmente affinché Sigfrido non annegasse nel sangue. La terra tremò e il terreno circostante tremò all’apparizione di Fafnir, che soffiò veleno sul suo cammino mentre si dirigeva verso il ruscello. Sigfrido, imperterrito, pugnalò Fafnir alla spalla sinistra mentre strisciava sopra il fossato in cui giaceva e riuscì a ferire mortalmente il drago. Mentre la creatura giaceva morente, parlò a Sigfrido e gli chiese il suo nome, la sua discendenza e chi lo avesse mandato in una missione così pericolosa. Fafnir capì che era stato suo fratello Regin a tramare e predisse che Regin avrebbe causato anche la morte di Sigfrido. Sigfrido disse a Fafnir che sarebbe tornato alla tana del drago e avrebbe preso tutto il suo tesoro. Fafnir avvertì Sigfrido che chiunque possedesse l’oro sarebbe stato destinato a morire, ma Sigfrido rispose che tutti gli uomini un giorno sarebbero comunque morti, ed è il sogno di molti uomini essere ricchi fino a quel giorno della loro morte, quindi avrebbe preso l’oro senza timore.
Fáfnir kvað:“Ægishjalm bar ek of alda sonum,meðan ek of menjum lák;einn rammari hugðumk öllum vera,fannk-a ek svá marga mögu.”
Sigurðr kvað:“Ægishjalmr bergr einungi,hvar skulu vreiðir vega;þá þat finnr, er með fleirum kemr,at engi er einna hvatastr.” Fafnir disse :L’elmo della paura che indossavo per spaventare l’umanità, Mentre custodivo il mio oro giacevo; Mi sembrava più potente di qualsiasi uomo, Non ne ho mai trovato uno più feroce.
Sigurth disse:”L’elmo della paura sicuramente nessun uomo protegge Quando affronta un nemico valoroso; Spesso si scopre, quando si incontra il nemico, Che non è il più coraggioso di tutti.” Nel poema, l’Elmo di Terrore era un oggetto fisico preso dal tesoro del drago Fáfnir, benchè non vi sia certezza si tratti di un oggetto o una forma pura di potere magico non è nemmeno certo che si collegato esclusivamente con credenze pagane precristiane.
Fáfnir fu una volta un nano, che si trasformò in un drago dopo essere stato maledetto dal tesoro che custodiva. Usò Ægishjálmur per difendere il suo tesoro da coloro che avrebbero cercato di rubarlo. L’eroe conosciuto come Sigurd uccise il drago e gli tolse Ægishjálmur.
Il simbolo è stato utilizzato nei secoli successivi e veniva indossato tra le sopracciglia dei guerrieri per aiutarli in battaglia.
Regin tornò quindi da Sigfrido dopo che Fafnir fu ucciso. Corrotto dall’avidità, Regin progettò di uccidere Sigfrido dopo che questi gli avesse cucinato il cuore di Fafnir, e di prendere tutto il tesoro per sé. Tuttavia, Sigfrido, avendo assaggiato il sangue di Fafnir mentre cucinava il cuore, acquisì la conoscenza del linguaggio degli uccelli e venne a conoscenza dell’imminente attacco di Sigfrido dalla discussione tra gli uccelli oðinnici (di Odino) e uccise Regfrido decapitandolo con Gram. Sigfrido mangiò quindi parte del cuore di Fafnir e tenne il resto, che sarebbe poi stato dato a Gudrun dopo il loro matrimonio.
Alcune versioni sono più specifiche riguardo al tesoro di Fáfnir, menzionando le spade Ridill e Hrotti, l’elmo del terrore e una cotta di maglia dorata.
In Wagner
Fafnir custodisce il tesoro d’oro in questa illustrazione di Arthur Rackham tratta dal Sigfrido di Richard Wagner.
Fafnir appare (come “Fafner”) nel ciclo operistico epico di Richard Wagner, L’anello del Nibelungo (1848-1874), sebbene all’inizio della sua vita fosse un gigante anziché un nano. Nella prima opera, L’oro del Reno (1869), che trae spunto dal Gylfaginning, Fafner e suo fratello Fasolt cercano di impossessarsi della dea Freia, ispirata a Idun, promessa loro da Wotan, il re degli dei, in cambio della costruzione del castello del Valhalla. Fasolt è innamorato di lei, mentre Fafner la desidera perché senza le sue mele d’oro gli dei perderebbero la loro giovinezza. I giganti, principalmente Fafner, accettano di accettare in cambio un enorme tesoro rubato al nano Alberich. Il tesoro include l’elmo magico Tarnhelm e un anello magico del potere. Mentre si dividono il tesoro, i fratelli litigano e Fafner uccide Fasolt e prende l’anello per sé. Fuggito sulla Terra, usa l’Elmo del Tarn per trasformarsi in un drago e custodisce il tesoro in una grotta per molti anni, prima di essere infine ucciso dal nipote mortale di Wotan, Sigfrido, come raffigurato nell’opera omonima. Si pensa che i giganti rappresentino la classe operaia. Tuttavia, mentre Fasolt è un rivoluzionario romantico, Fafner è una figura più violenta e gelosa, che trama per rovesciare gli dei. In molte produzioni, viene mostrato mentre torna alla sua forma originale di gigante mentre pronuncia il suo discorso di morte a Sigfrido.
In Tolkien
È chiaro che gran parte dell’opera di Tolkien sia stata ispirata dal Mito Nordico. Si possono tracciare molti parallelismi tra Fafnir e Smaug, ne Lo Hobbit, così come tra Fafnir e Glaurung, il primo drago della Terra di Mezzo, che viene ucciso da Túrin. Lo scambio di battute tra Bilbo e Smaug rispecchia quasi quello tra Fafnir e Sigfrido. La differenza principale è che la conversazione con Sigfrido avviene dopo che il colpo mortale è stato inferto. Ciò è molto probabilmente dovuto all’effetto drammatico, poiché Bilbo ha una posta in gioco molto più alta quando parla con Smaug. Anche l’altro drago, Glaurung, presenta molte somiglianze. Nel Libro dei Racconti Perduti di Tolkien, Glaurung è descritto come un drago incapace di volare che accumula oro, respira veleno e possiede “grande astuzia e saggezza”. Nel libro di Tolkien I Figli di Húrin, viene ucciso da Túrin dal basso, proprio come Fafnir. Anche Turin e Glaurung hanno uno scambio di battute dopo che è stato inferto il colpo mortale.
Amico mio, dedicati all’arte che hai imparato; e il resto della tua vita trascorrila come se avessi affidato tutto te stesso agli dèi con tutta l’anima, senza renderti né tiranno né schiavo di nessun uomo.”
Un maestro di spada, ormai anziano, dichiaro: “Nella vita, ci sono diversi gradi di apprendimento. Al primo si studia, ma non si ricava niente e ci si sente inesperti. Al livello intermedio l’uomo è ancora inesperto, ma consapevole delle proprie mancanze e riesce anche a vedere quelle altrui. Al livello superiore diventa orgoglioso della propria abilità, si rallegra nel ricevere lodi e deplora la mancanza di perizia dei compagni. Costui ha valore e si comporta come se non sapesse nulla. “Questi sono i livelli in generale. Ma ce n’è uno che li trascende, ed è il più eccellente di tutti. Chi penetra profondamente in questa Via è consapevole che non finirà mai di percorrerla. Egli conosce veramente le proprie lacune e non crede mai, per tutta la vita, di aver raggiunto la perfezione. Senza orgoglio, ma con modestia, arriva a conoscere la Via”. Si dice che una volta il maestro Yagyu osservò:
“Io non conosco il modo di sconfiggere gli altri, ma la Via per sconfiggere me stesso”.
柳生殿は『人に勝つ道は分かりません。自分に勝つ道は分かりました。』 Il samurai avanza giorno dopo giorno: oggi diventa più abile di ieri, domani più abile di oggi. L’addestramento non finisce mai.