“Aequam memento rebus in arduis servare mentem” Orazio

Orazio invita a praticare l’equilibrio stoico, mantenendo una mente calma e composta sia nelle avversità sia nei momenti di prosperità, evitando eccessi emotivi. È un’esortazione alla moderazione e alla forza interiore, valori centrali nella filosofia oraziana.
In questo passo risulta evidente la filosofia dell’aurea mediocritas, di cui l’autore fu un profondo assertore, nell’invito a mantenere la tranquillità e la serenità, senza lasciarsi travolgere dalle situazioni, buone o cattive che siano.

“aurea via di mezzo” AUREA MEDIOCRITAS

L’espressione “aurea mediocritas”, tradotta come “aurea moderazione” o “aurea via di mezzo”, è un concetto filosofico e letterario coniato da Quinto Orazio Flacco (Orazio)
nelle sue Odi (Libro II, Ode 10, v. 5)
“Auream quisquis mediocritatem diligit, tutus caret obsoleti sordibus tecti, caret invidenda sobrius aula”
“Chiunque ami l’aurea moderazione, vive sicuro, lontano dalla miseria di una casa fatiscente e, con sobrietà, lontano dal fasto invidiato di una reggia”.
L’aurea mediocritas rappresenta l’ideale della moderazione come virtù suprema, un equilibrio tra gli estremi che garantisce una vita serena, stabile e soddisfacente.
Orazio, influenzato dalla filosofia stoica ed epicurea, promuove uno stile di vita che evita sia l’eccesso
(ad esempio, l’ambizione sfrenata o la ricchezza ostentata) sia la privazione estrema (come la povertà o l’ascetismo rigido).
La parola “aurea” (dorata) sottolinea la preziosità di questa via di mezzo, che non è mediocrità nel senso moderno di banalità o mancanza di eccellenza, ma piuttosto una scelta consapevole di equilibrio e saggezza.

  • Filosofia stoica ed epicurea: L’aurea mediocritas riflette l’idea stoica di controllare le passioni e vivere secondo ragione, combinata con il principio epicureo di cercare un piacere moderato e sostenibile, evitando turbamenti.
  • Contesto oraziano: Nelle Odi, Orazio spesso contrappone la tranquillità della vita semplice (ad esempio, in campagna) alla frenesia e ai pericoli dell’ambizione e del lusso. La moderazione è vista come un modo per raggiungere la felicità e la sicurezza interiore, lontano dagli estremi che portano insoddisfazione o invidia.
  • Similitudini: Il concetto richiama l’idea aristotelica del “giusto mezzo” (mesotes), secondo cui la virtù risiede nell’equilibrio tra due estremi (ad esempio, il coraggio sta tra la codardia e la temerarietà).

Ne quid nimis ”Nulla di troppo” μηδὲν ἄγαν «niente di troppo», scolpito, secondo la tradizione, nel tempio di Apollo in Delfi e attribuito al dio stesso o a vari sapienti dell’antichità,  ciò che l’uomo deve fare è semplicemente attendere una sorte più propizia, agendo μὴ λίην, senza sorpassare il confine , per evitare commettere ὕβρις superbia e tracotanza.

Ignis aurum probat….

Ignis aurum probatmiseria fortes viros

Il fuoco è la prova dell’oro, la sventura quella dell’uomo forte
De providentia Lucio Anneo Seneca.

Il legno che non bruci ad Ercolano”, mobili, suppellettili e strumenti che raccontano la vita quotidiana degli abitanti dell’epoca, sopravvissuti all’eruzione del Vesuvio grazie al particolare processo di carbonizzazione del legno,

Renditi veramente padrone di te e custodisci con ogni cura il tempo Seneca

SENECA LUCILIO SUO SALUTEM

Ita fac, mi Lucili: vindica te tibi, et tempus quod adhuc aut auferebatur aut subripiebatur aut excidebat collige et serva. 
Persuade tibi hoc sic esse ut scribo: 
quaedam tempora eripiuntur nobis, quaedam 
subducuntur, quaedam effluunt. 
Turpissima tamen est iactura quae per neglegentiam fit.
 Et si volueris attendere, magna pars vitae elabitur male agentibus, 
maxima nihil agentibus, 
tota vita aliud agentibus. 
Quem mihi dabis qui aliquod pretium tempori ponat, 
qui diem aestimet, qui intellegat se cotidie mori? 
In hoc enim fallimur, quod mortem prospicimus: 
magna pars eius iam praeterit; quidquid aetatis retro est mors tenet. 
Fac ergo, mi Lucili, quod facere te scribis, omnes horas complectere; 
sic fiet ut minus ex crastino pendeas, si hodierno manum inieceris. 
Dum differtur vita transcurrit. 
Omnia, Lucili, aliena sunt, tempus tantum nostrum est;
 in huius rei unius fugacis ac lubricae 
possessionem natura nos misit, ex qua expellit quicumque vult. 
Et tanta stultitia mortalium est ut quae minima et vilissima sunt, certe reparabilia,
 imputari sibi cum 
impetravere patiantur, nemo se iudicet quicquam debere qui tempus accepit, 
cum interim hoc unum est 
quod  ne gratus quidem potest reddere. 
Interrogabis fortasse quid ego faciam qui tibi ista praecipio. 
Fatebor ingenue: 
quod apud luxuriosum sed diligentem evenit, 
ratio mihi constat impensae. 
Non possum dicere nihil perdere, sed quid perdam 
et quare et quemadmodum dicam; 
causas paupertatis meae reddam. 
Sed evenit mihi quod plerisque non suo vitio 
ad inopiam redactis: 
omnes ignoscunt, nemo succurrit. 
Quid ergo est?
 non puto pauperem cui quantulumcumque superest sat est; 
tu tamen malo serves tua, 
et bono tempore incipies.
Nam ut visum est maioribus nostris, ‘sera parsimonia in fundo est’; 
non enim tantum minimum in imo sed pessimum remanet. 
Vale.

SENECA, Lettere a Lucilio, I secolo d.C.
Il valore del tempo – Seneca Lucilio suo salutem
Fa’ così, caro Lucilio: renditi veramente padrone di te e custodisci con ogni
cura quel tempo che finora ti era portato via, o ti sfuggiva.

Persuaditi che le
cose stanno come io ti scrivo:
alcune ore ci vengono sottratte da vane
occupazioni, altre ci scappano quasi di mano; ma la perdita per noi più
vergognosa è quella che avviene per nostra negligenza.

Se badi bene, una
gran parte della vita ci sfugge nel fare il male, la maggior parte nel non fare
nulla, tutta quanta nel fare altro da quello che dovremmo.
Puoi indicarmi
qualcuno che dia un giusto valore al suo tempo e alla sua giornata, e che si
renda conto com’egli muoia giorno per giorno?
In questo c’inganniamo, nel
vedere la morte avanti a noi, come un avvenimento futuro, mentre gran parte
di essa è già alle nostre spalle.

Ogni ora del’ nostro passato appartiene al
dominio della morte.

Dunque, caro Lucilio, fa’ ciò che mi scrivi; fa’ tesoro di
tutto il tempo che hai.
Sarai meno schiavo del domani, se ti sarai reso
padrone dell’oggi.
Mentre rinviamo i nostri impegni, la vita passa.
Tutto, o
Lucilio, dipende dagli altri; solo il tempo è nostro.
Abbiamo avuto dalla natura
il possesso di questo solo bene sommamente fuggevole, ma ce lo lasciamo
togliere dal primo venuto.
E l’uomo è tanto stolto che, quando acquista beni di
nessun valore, e in ogni caso compensabili, accetta che gli vengano messi in
conto; ma nessuno, che abbia cagionato perdita di tempo agli altri, pensa di
essere debitore di qualcosa, mentre è questo l’unico bene che l’uomo non
può restituire, neppure con tutta la sua buona volontà.
Mi domanderai forse come mi comporti io che ti dò questi consigli.
Te lo dirò
francamente: il mio caso è quello di un uomo che spende con liberalità, ma
tiene in ordine la sua amministrazione; anch’io tengo i conti esatti della
spesa.
Non posso dire che nulla vada perduto, ma sono in grado di dire
quanto tempo perdo, perché e come lo perdo; posso cioè spiegare i motivi
della mia povertà.
Capita anche a me, come alla maggior parte della gente
caduta in miseria senza sua colpa: tutti sono disposti a scusare, ma nessuno
viene in aiuto.
E che dunque? Per me non è povero del tutto colui che, per
quanto poco gli resti, se lo fa bastare.
Ma tu, fin d’ora, serba gelosamente
tutto quello che possiedi; e avrai cominciato a buon punto, poiché
– ci ammoniscono i nostri vecchi –
«è troppo tardi per risparmiare il vino, quando
si è giunti alla feccia»
.
Nel fondo del vaso resta non solo la parte più scarsa,
ma anche la peggiore. Addio.
Da Lucio Anneo Seneca – Lettere a Lucilio

Nam vita humana prope uti ferrum est: si exerceas, conteritur; si non exerceas, tamen robigo interficit… La vita umana è come il ferro: se te ne servi si usura; se non te ne servi, arrugginisce

“Nam vita humana prope uti ferrum est: si exerceas, conteritur; si non exerceas, tamen robigo interficit. Item homines exercendo videmus conteri; si nihil exerceas, inertia atque torpedo plus detrimenti facit quam exercitio.”
La vita umana è come il ferro: se te ne servi si usura; se non te ne servi, arrugginisce. Così vediamo che gli uomini si consumano con il lavoro; ma se non fanno nulla, l’inerzia e il torpore saranno loro ancor più danno del lavoro.

Catone il Censore citato in Aulo Gellio, 11, 2, 6.

Come il fuoco sprigiona a migliaia le infuocate scintille….

Mo Kalache Sol Vir

Mundaka Upanishad 

La Mundaka Up., che appartiene all’Atharvaveda, è una delle Upanisad più celebrate e commentate nell’India.
Il titolo sembra significare che essa si rivolge a un ordine di asceti che seguivano il voto della «rasatura» del capo; ma potrebbe pure alludere all’effetto dell’insegnamento in essa impartito, che è tale da «radere», ossia distruggere, l’errore.
La conoscenza dell’identità tra Atman e Brahman, che si raggiunge quando si sia purificato l’animo per mezzo dell’ascesi e della condotta moralmente pura, conferisce la liberazione dal ciclo delle esistenze, l’assorbimento e, a quanto sembra, la dissoluzione nell’Assoluto; il rito e il sacrificio, in quanto ancorati alle cose terrene, permettono soltanto una felicità transitoria. L’Assoluto è l’origine di tutto. si muove nell’intimo di ognuno, ma tutto trascende ed è il traguardo da raggiungere [chiamato BrahmanAtmanPurusa («spirito universale») e Tat; ma non c’è equivalenza completa fra i termini, se è vero che il Purusa in 3, 1, 3 è detto matrice del Brahman. Frequenti sono i contatti e le derivazioni da altre Upanisad, cosicché la Mund. Up. deve essere considerata tra le più recenti delle Upanisad vediche.


PRIMO KHANDA
1. Brahma fu il primo degli dei. Creatore dell’universo, protettore del mondo, egli espose la scienza del Brahman, fondamento d’ogni altra scienza, al figlio maggiore Atharvan.
2. La scienza del Brahman, che Brahma aveva rivelato ad Atharvan, Atharvan a sua volta l’espose ad Angir, questi a Bharadvaja Satyavaha, Bharadvaja ad Angiras, sia la superiore, sia l’inferiore.
3. Saunaka, possessore di grandi ricchezze, avvicinatosi secondo il dovuto ad Angiras, gli chiese:
«O signore, qual è la cosa che, conosciuta, permette di conoscere tutto?».
4. A lui quegli rispose: I conoscitori del Brahman dicono che bisogna conoscere due scienze, la superiore e l’inferiore.
5. «Di esse l’inferiore è costituita dal Rgveda, dal Yajurveda, dal Samaveda, dall’Atharvaveda, dalla fonetica, dalla ritualistica, dalla grammatica, dall’etimologia, dalla metrica, dall’astronomia.
La [scienza] superiore è quella per mezzo della quale si raggiunge l’Indistruttibile».
6. «Invisibile, inafferrabile, senza famiglia né casta, senza occhi né orecchie, senza mani né piedi, eterno, onnipresente, onnipervadente, sottilissimo, non soggetto a deterioramento, Esso è ciò che i saggi considerano matrice di tutto il creato».
7. «Come il ragno emette [il filo] e lo riassorbe, come sulla terra crescono le erbe, come da un uomo vivo nascono i capelli e i peli, così dall’Indistruttibile si genera il tutto».
8. «Il Brahman si forma per mezzo dell’ascesi, da esso nasce l’alimento, dall’alimento il respiro vitale, la mente, la verità, i mondi e ciò ch’è immortale nelle azioni».
9. «Da colui che tutto conosce, che sa tutto, per il quale l’ascesi è costituita dalla conoscenza, da costui nasce questo Brahman, ossia l’individualità e l’alimento».

SECONDO KHANDA
Questa è la verità:
1. Le azioni sacrificali, che i poeti videro [e descrissero] nelle raccolte degli inni sacri, sono state ripetutamente realizzate dinanzi ai tre [fuochi del sacrificio]. Effettuatele sempre, voi che bramate il vero: questa è la via che vi condurrà al mondo [che si conquista] con le opere buone.
2. Quando la fiamma balena, essendo stato acceso il fuoco sacrificale, allora in mezzo alle due porzioni di burro liquefatto bisogna gettare le offerte [del sacrificio].
3. Se uno compie l’agnihotra senza accompagnarlo con i riti del novilunio e del plenilunio, [del giorno iniziale] delle tre stagioni, dell’offerta dei primi raccolti, senza [tributare le dovute onoranze agli] ospiti, oppure se non lo compie, o non lo dedica a tutti gli dei, o non lo compie secondo le regole, per costui [le manchevolezze riscontrate] distruggono tutti i mondi fino al settimo
4. La Nera, la Terribile, la Rapida come il pensiero, la Tutta rossa, la Tutta fumosa, la Scintillante e la Divina tutta splendente, queste sono le sette lingue balenanti [del fuoco sacro].
5. Se uno compie il sacrificio quando queste scintillano, porgendo le offerte sacrificali al tempo dovuto, esse, [come] raggi di sole, lo conducono dove risiede l’unico signore degli dei.
6. Dicendogli «Vieni! vieni!», le risplendenti offerte scortano il sacrificatore su per i raggi del sole, rivolgendogli parole gentili e onorandolo: «Questo è il mondo del Brahman, puro e perfetto, a te [riservato]».
7. [Simili a] instabili barche sono le diciotto forme di sacrificio nelle quali s’esprime l’opera inferiore (l’atto rituale). Gli sciocchi che considerano questa come il sommo bene, ricadono nella vecchiezza e nella morte.
8. Trovandosi immersi nell’ignoranza, sicuri di sé, ritenendosi saggi, gli sciocchi s’aggirano urtandosi a vicenda, come ciechi guidati da un cieco.
9. Variamente immersi nell’ignoranza, puerilmente essi pensano: «Abbiamo raggiunto il nostro scopo!». Legati all’azione, oppressi da ciò che non comprendono a causa della passione, una volta che hanno esaurito [il frutto dell’azione e] il mondo [che quella ha determinato], precipitano [di nuovo nel samsara].
10. Convinti che il sacrificio e le azioni meritorie siano il meglio, quegli sciocchi non conoscono null’altro di superiore. Dopo aver goduto sulla cima dell’universo del loro buon agire, cadono in questo mondo o [anche] in uno più basso.
11. Coloro invece che nella foresta sono dediti all’ascesi e alla fede, sereni, saggi, vivendo d’elemosina, puri, attraverso la porta del sole giungono là dove sta lo Spirito Universale, l’immortale, l’immutabile Atman.
12. Un brahmano, considerando che [l’acquisizione dei] mondi [ultraterreni] è fondata sull’azione, può essere preso dalla disperazione al pensiero che ciò che è increato non può discendere da ciò che è creato. Per aver la conoscenza, allora, deve rivolgersi, con il combustibile in mano [come un alunno], a un maestro, esperto delle dottrine sacre, assorto nel Brahman.
13. S’avvicina a lui con rispetto, con lo spirito placato, del tutto sereno, e il saggio a lui rivela secondo verità questa scienza del Brahman, per la quale giunge a comprendere l’indistruttibile Spirito Universale, la verità.

SECONDO MUNDAKA
PRIMO KHANDA
Ecco la verità:
1. Come da un fuoco ben acceso a migliaia si dipartono scintille che hanno la stessa natura, così dall’Indistruttibile, o caro, diverse creature nascono e in esso poi ritornano.
2. Divino, incorporeo è lo Spirito Universale; esso comprende ciò che è esteriore e ciò che è interiore, è innato. Senza respiro, senza intelletto, puro, è superiore all’Indistruttibile, che a sua volta tutto trascende.
3. Da Lui nascono il respiro vitale, l’intelletto e tutti gli organi dei sensi, l’etere, il vento, la luce, le acque, la terra, sostegno di tutto.
4. Il fuoco è la [sua] testa, la luna e il sole sono i [suoi] occhi, i punti cardinali sono le [sue] orecchie, i Veda rivelati son la [sua] voce, il vento il [suo] respiro, il mondo è il [suo] cuore, la terra [procede] dai [suoi] piedi, egli è l’anima interiore di tutte le cose create.
5. Da Lui [proviene] il fuoco, per il quale il sole costituisce il combustibile, dalla luna [vien] la pioggia, [dalla pioggia nascono] le piante sulla terra, quindi il maschio versa il seme nella femmina: dallo Spirito Universale sono state generate molte creature
6. Da Lui [derivano] gli inni, la melodia, le formule sacrificali, l’iniziazione, i sacrifici, tutti i riti e le offerte sacrificali, l’anno, il sacrificatore e i mondi dove brilla la luna e dove brilla il sole.
7. Da Lui sono stati in varia guisa generati gli dei, gli esseri celesti, gli uomini, le bestie, gli uccelli, il prana e l’apana, il riso e l’orzo, l’ascesi, la fede, la verità, la castità e le regole.
8. Da Lui derivano i sette prana, le sette fiamme, il combustibile, le sette oblazioni, i sette mondi dove si muovono i prana, che stanno nell’intimo [d’ognuno] disposti a sette a sette
9. Da Lui [procedono] gli oceani e tutte le montagne, originati da Lui scorrono i fiumi d’ogni tipo, da Lui [provengono] tutte le piante e la linfa vitale, cosicché può dirsi che Egli, come anima interiore, dimora in ogni creatura.
10. Lo Spirito Universale è l’universo: azione, ascesi, Brahman, immortalità suprema. Colui che lo riconosce riposto nel profondo [del cuore], costui quaggiù scioglie i nodi dell’ignoranza, o caro.

SECONDO KHANDA
1. Il rifugio supremo (ossia il Brahman) s’è manifestato, esso che porta il nome di  «moventesi nel profondo». Ciò che si muove e respira e palpita negli occhi in Esso è fissato. Sappiate che Esso è migliore dell’Essere e del non Essere, che è superiore alla conoscenza, che è il meglio per le creature.
2. Esso è fulgente, più sottile del sottile, in Esso risiedono i mondi e i loro abitanti, Esso è l’indistruttibile Brahman, è il respiro, la parola, l’intelletto, Esso è la verità, l’immortale. Sappi, o caro, che Esso è il [bersaglio] da colpire.
3. Avendo preso per arco la grande arma costituita dalle Upanisad, e avendola tirata con la mente che è giunta a [comprendere] la natura del Tat, s’incocchi la freccia acuita dalla meditazione. Sappi che questo eterno è il [bersaglio] da colpire, o caro.
4. Si dice che la sillaba Om è l’arco l’Atman è la freccia, il Brahman è il traguardo. Senza distrazioni, questo bisogna colpire. Come la freccia [s’immedesima nel bersaglio, in egual modo] l’uomo otterrà l’identità con il Tat.
5. In Esso sono tessuti il cielo, la terra e l’atmosfera, la mente insieme con tutti gli organi di senso: riconoscetelo come l’Atman unico-esistente. Lasciate ogni altro discorso. Questo è il ponte dell’immortalità.
6. In Esso, come i raggi nel mozzo della ruota, si congiungono le arterie; Esso si muove [celato] all’interno, pur manifestandosi in varie guise. Meditate sull’Atman, considerandolo come la sillaba Om. La fortuna vi assista nel passaggio al di là delle tenebre.
7. Colui che tutto conosce, tutto sa, del quale sulla terra si contempla la grandezza, questo Atman è fisso nel firmamento, nella celeste cittadella del Brahman
8. Esso è fatto di pensiero, regge lo spirito vitale e il corpo, risiede nell’alimento. Controllando il cuore i saggi lo contemplano per mezzo della conoscenza, Esso che risplende immortale, costituito di felicità.
9. Si spezza il nodo del cuore, si sciolgono tutti i dubbi, si dissolvono tutte le azioni quando si riconosce il [Brahman nelle sue due forme] superiore e inferiore.
10. Dietro un aureo sublime velo risiede il Brahman puro, indiviso, brillante, luce delle luci: Esso è quello che conobbero i conoscitori dell’Atman.”
11. Là non riluce il sole, non la luna e le stelle, non brillano i lampi, per non parlar del fuoco; tutto l’universo risplende se Esso risplende, tutto questo universo brilla della sua luce
12. Questo è il Brahman immortale. Il Brahman si distende a oriente e a occidente, a Sud e a Nord, in alto e in basso. Il Brahman è il Tutto, è l’ottimo.

TERZO MUNDAKA
PRIMO KHANDA
1. Due alati, stretti amici, sono attaccati allo stesso albero. L’un d’essi mangia i dolci fichi, l’altro senza mangiare guarda attentamente.
2. Su un albero eguale lo spirito individuale, imprigionato, soffre, accecato dalla sua impotenza; quando vede l’altro, il signore sovrano nella sua soddisfazione e nella sua maestà, è libero dal dolore.
3. Quando il meditante distingue l’aureo creatore, il sovrano, lo Spirito Universale, che è matrice del Brahman, allora, raggiunta la conoscenza, dopo essersi liberato del bene e del male, senza macchia, raggiunge l’identità suprema.
4. Esso è il soffio vitale che risplende in tutte le creature. Colui che comprende, colui che conosce, non parla senza criterio. Si compiace dell’Atman, gode dell’Atman, e, pur compiendo le azioni sacrificali, diventa il migliore dei conoscitori del Brahman.
5. Con la verità, con l’ascesi, con la retta conoscenza, con la castità continua è possibile [cercare di] ottenere questo Atman. Costituito di luce, puro, Esso abita dentro il corpo. Gli asceti lo contemplano quando hanno cancellato le loro colpe.
6. La verità vince, non la menzogna; attraverso la verità passa la via che porta al mondo degli dei. Lungo di essa i veggenti che hanno realizzato i loro desideri giungono là dove si trova il Tat, la suprema dimora della verità.
7. Il Tat risplende, grande, divino, inconcepibile nella sua forma, più sottile del sottile; lontanissimo, distante, Esso è pur qui vicino sulla terra, nascosto nell’intimo [del cuore] per coloro che [rettamente] vedono.
8. Non è possibile raggiungerlo con l’occhio, né con le parole, né con gli altri organi dei sensi, o con l’ascesi o con l’azione sacrificale. Chi ha l’animo puro per la luce della conoscenza lo vede nella sua interezza quando medita.
9. Questo Atman sottile può essere conosciuto [soltanto] con il pensiero, nel quale il respiro è penetrato con le sue cinque forme: tutto il pensiero delle creature è [infatti] intessuto con i soffi vitali Quando [il pensiero] è purificato, risplende allora l’Atman.
10. Qualsiasi mondo con la mente si formi, qualsiasi desiderio concepisca, chi ha l’animo puro tale mondo conquista e tale desiderio. Chi desidera la felicità onori dunque il conoscitore dell’Atman

SECONDO KHANDA
1. Costui (il conoscitore dell’Atman) conosce la sede suprema del Brahman: fondato su di esso l’intero universo rifulge, puro. I saggi, che, privi di desideri, venerano lo Spirito Universale, passano oltre [ogni] impurità.
2. Colui che nella mente concepisce desideri, costui rinasce ora qui ora là secondo i desideri. Per chi ha placato i desideri e si è preparato interiormente, già qui in terra tutti i desideri si dissolvono.
3. Non è possibile raggiungere l’Atman con l’insegnamento, e neppure con l’intelletto né con molta dottrina. Lo può ottenere soltanto colui che Esso trasceglie; a costui l’Atman medesimo rivela la propria essenza
4. L’Atman non può essere raggiunto da chi non ha forza, e neppure attraverso la distrazione o un’ascesi irregolare. Soltanto l’animo di colui che, saggio, si sforza con i mezzi [adatti], entra nella dimora del Brahman.
5. Avendolo ottenuto, i veggenti che sono soddisfatti della conoscenza, che si sono preparati interiormente, privi di passioni, placati, avendo ottenuto in ogni dove colui che dappertutto penetra, saggi, con lo spirito raccolto, penetrano nel Tutto.
6. Coloro che hanno come scopo ben determinato la conoscenza del Vedanta, gli asceti che si son purificati praticando la rinuncia, tutti costoro, al momento supremo, del tutto immortali, son liberi nei mondi del Brahman.
7. Le quindici parti [della natura umana] ritornano ai loro fondamenti tutti i sensi ritornano agli elementi cosmici corrispondenti. Le azioni e il sé costituito di conoscenza, tutti s’unificano nel principio supremo indistruttibile.
8. Come i fiumi che scorrono si dissolvono nell’oceano perdendo la loro individualità, così il saggio, liberato dall’individualità, s’immerge nel divino Spirito Universale, più alto della cosa più alta.
9. Colui che conosce questo supremo Brahman diventa il Brahman, e nella sua stirpe non nasce chi non conosca il Brahman. Supera il dolore, supera il male, libero dai legami interiori diventa immortale.
10. Ciò è stato dichiarato nel verso sacro: “Coloro che compiono i riti sacri, esperti nei Veda, devoti al Brahman, che, pieni di fede, se stessi sacrificano all’Unico veggente, a costoro, dopo che abbiano secondo il rito praticato il voto [della rasatura] del capo, deve essere insegnata questa scienza del Brahman”.
11. Questa è la verità che un dì proclamò il veggente Angiras. Chi non ha compiuto il sacro voto non può apprenderla. Onore ai sommi veggenti, onore ai sommi veggenti!


 Esistono due scienze, l’inferiore, costituita dai testi sacri e dalla pratica dei riti, e la superiore. Soltanto quest’ultima permette di raggiungere il Brahman, dal quale si genera e nel quale si ricongiunge tutto il creato, in un circolo senza fine: infatti – dice l’Upanisad anticipando le conclusioni – il Brahman si genera dall’ascesi, che è uguale alla conoscenza, e l’ascesi a sua volta si genera dal Brahman individuato, ossia dall’Assoluto che è presente nell’interiorità umana. 
 È questa una delle più antiche enumerazioni dei Vedanga, “”membri del Veda””, e sottolinea la derivazione delle varie scienze dalla considerazione del sacrificio.” 
 Il rito e il culto, rettamente eseguiti, permettono di raggiungere un’esistenza elevata e felice, ma pur sempre transitoria: l’increato non può raggiungersi partendo da ciò che è stato creato. Soltanto il ricorso a un maestro spirituale potrà consentire di superare il mondo con tutte le sue contingenze di bene e di male. Assai brusco è il passaggio dall’esaltazione del sacrificio alla svalutazione del medesimo (str. 7); ma le Upanisad sono opera di poeti e di mistici, i quali procedono per illuminazioni improvvise, per accenni, per antifrasi, non seguono un filo rigoroso di ragionamento. 
 I tre fuochi, garhapatya, ahavaniya e daksina, sono posti rispettivamente a occidente, a oriente e a meridione del luogo del sacrificio, e simboleggiano il sole, la terra, la luna. 
 Secondo una diffusa tradizione i mondi terreni e celesti sono sette. 
 18 è un numero tradizionalmente sacro; qui indica tutte le forme del sacrificio. 
 In questa strofe sono enumerate brevemente le tappe della dottrina dei cinque fuochi.
Vedi Ch.Up., 5, 3-10. 
 Secondo Sankara i sette prana sono gli organi dei sensi nella testa (occhi, orecchie, narici, bocca); le sette fiamme sono prodotte dall’attività di quegli organi; il combustibile è costituito dal complesso degli oggetti dei sensi; le oblazioni sono le percezioni di questi oggetti; i sette mondi infine si formano come risultato della percezione. 
Il battito delle palpebre è caratteristico dei mortali; gli dei hanno l’occhio fisso. 
 La meditazione sulla sillaba Om, simbolo dell’Assoluto, è il fulcro dell’insegnamento delle Upanisad. 
 
 I due uccelli rappresentano uno l’individuo ancor rivolto ai godimenti, l’altro l’asceta che è giunto alla contemplazione del Brahman. Cfr. Svet. Up., 4, 6-7. 
 La contraddizione con la str. 5 è evidente; ma, se l’ascesi è indispensabile premessa, il riconoscimento dell’identità Atman-Brahman supera ogni piano umano, rivelandosi come un’illuminazione mistica che nulla ha a che fare con la morale o la ragione. 
Le forze vitali si riassumono nel pensiero, che, pur da quelle sostenuto, ne è in certo modo l’espressione più alta. Quindi purificare il pensiero significa purificare completamente l’individuo. 
Come ad es. in Ch.Up., 8, 2, lo, anche qui alla raggiunta conoscenza viene attribuito un valore pratico: residuo dell’antica concezione che attribuisce alla verità e alla conoscenza il carattere magico di forza operante di per sé, o, forse meglio, indizio d’un attaccamento alla vita che l’idealismo prevalente non riesce del tutto ad annullare. 
 Non può prescindersi dalla condotta pura, come più volte è stato ripetuto; ma al Brahman giungono soltanto gli eletti dal Brahman stesso. In questa affermazione è da vedersi il primo spunto della posteriore dottrina della grazia divina salvatrice del devoto fedele. Cfr. Kath. Up., 1, 2, 23. 

Devotio

 In hac trepidatione Decius consul M. Valerium magna uoce inclamat. “Deorum” inquit “ope, M. Valeri, opus est; agedum, pontifex publicus populi Romani, praei uerba quibus me pro legionibus devoveam.”

In questo momento di smarrimento, il console Decio chiamò Marco Valerio a gran voce e gli gridò

Abbiamo bisogno dell’aiuto degli dèi, Marco Valerio Avanti, pubblico pontefice del popolo romano, dettami le parole di rito con le quali devo offrire la mia vita in sacrificio per salvare le legioni

Pontifex eum togam praetextam sumere iussit et velato capite, manu subter togam ad mentum exserta, super telum subiectum pedibus stantem sic dicere: “Iane, Iuppiter, Mars pater, Quirine, Bellona, Lares, Divi Novensiles, Di Indigetes, divi, quorum est potestas nostrorum hostiumque, dique Manes, vos precor veneror, veniam peto feroque, uti populo Romano Quiritium vim victoriam prosperetis hostesque populi Romani Quiritium terrore formidine morteque adficiatis. Sicut verbis nuncupavi, ita pro re publica <populi Romani> Quiritium, exercitu, legionibus, auxiliis populi Romani Quiritium, legiones auxiliaque hostium mecum deis Manibus Tellurique deuoueo”.


Il pontefice gli ordinò di indossare la toga pretesta, di coprirsi il capo e, toccandosi il mento con una mano fatta uscire da sotto la toga, di pronunciare le seguenti parole, ritto, con i piedi su un giavellotto: Giano, Giove, padre Marte, Qvirino, Bellona, Lari, dèi Novensili, dèi Indigeti, dèi nelle cui mani ci troviamo noi e i nostri nemici, dèi Mani, io vi invoco, vi imploro e vi chiedo umilmente la grazia: concedete benigni ai Romani la vittoria e la forza necessaria e gettate paura, terrore e morte tra i nemici del popolo romano e dei Qviriti

Tito Livio, opera Ab urbe condita parte Libro 39; 31 – 35

«”Quid ultra moror familiare fatum? datum hoc nostro generi est ut luendis periculis publicis piacula simus. Iam ego mecum hostium legiones mactandas Telluri ac Dis Manibus dabo.” haec locutus M. Livium pontificem, quem descendens in aciem digredi vetuerat ab se, praeire iussit verba quibus se legionesque hostium pro exercitu populi Romani Quiritium devoveret. Devotus inde eadem precatione eodemque habitu quo pater P. Decius ad Veserim bello Latino se iusserat devoveri, cum secundum sollemnes precationes adiecisset prae se agere sese formidinem ac fugam caedemque ac cruorem, caelestium inferorum iras, contacturum funebribus diris signa tela arma hostium, locumque eundem suae pestis ac Gallorum ac Samnitium fore,—haec exsecratus in se hostesque, qua confertissimam cernebat Gallorum aciem, concitat equum inferensque se ipse infestis telis est interfectus.»

«Perché ritardo il destino della mia famiglia? È questa la sorte data alla nostra stirpe, di esser vittime espiatorie nei pericoli dello Stato. Ora offrirò con me le legioni nemiche in sacrificio alla Terra e agli dei Mani!”. Pronunciate queste parole, ordinò al pontefice Marco Livio, al quale aveva ingiunto di non allontanarsi da lui mentre scendevano in campo, di recitargli la formula con cui offrire sé stesso e le legioni nemiche per l’esercito romano dei Quiriti. Si consacrò in voto recitando la stessa preghiera, indossando lo stesso abbigliamento con cui presso il fiume Vesseri si era consacrato il padre Publio Decio durante la guerra contro i Latini, e avendo aggiunto alla formula di rito la propria intenzione di gettare di fronte a sé la paura, la fuga, il massacro, il sangue, il risentimento degli dei celesti e di quelli infernali, e quella di funestare con imprecazioni di morte le insegne, le armi e le difese dei nemici, e aggiungendo ancora che lo stesso luogo avrebbe unito la sua rovina e quella di Galli e Sanniti, lanciate dunque tutte queste maledizioni sulla propria persona e sui nemici, spronò il cavallo là dove vedeva che le schiere dei Galli erano più compatte, e trovò la morte offrendo il proprio corpo alle frecce nemiche.»

Lucus numen inest

lucus Aventino suberat niger ilicis umbra,
quo posses viso dicere ‘numen inest’.

Ai piedi dell’Aventino c’era un bosco buio, fitto di lecci; solo a vederlo avresti detto:
“Qui dimorano delle divinità”
 Ov. Fasti III 295-296

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