«Ricordati che il tuo principio direttivo diventa invincibile quando, rinserrato in se stesso, si contenta di sé e non fa niente che non voglia […] La mente libera da passioni è una fortezza [akrópolis]: l’essere umano non ha niente di più forte dove rifugiarsi ed essere sempre inespugnabile».
dai Pensieri (Ta eis heauton) di Marco Aurelio, precisamente dal libro VIII, paragrafo 48. I «Μέμνησο ὅτι τὸ ἡγεμονικόν σου ἀνίκητον γίνεται, ὅταν εἰς ἑαυτὸ συσταλῇ καὶ ἀρκεῖται ἑαυτῷ, μηδὲν ποιῶν ὃ μὴ θέλει, κἂν ἀλόγως ἀντιτάσσηται. […] Ἀπαθὴς νοῦς ἀκρόπολις· οὐ γὰρ ἔχει ἄνθρωπος οὐδὲν ἰσχυρότερον τούτου, εἰς ὃ καταφυγὼν ἀνάλωτος ἔσται.» Traduzione in latino (approssimativa, poiché non esiste una versione latina originale): «Memento quod principatus tuus invictus fit, cum in se ipsum contractus sibi sufficit, nihil faciens quod nolit, etiam si irrationabiliter resistat. […] Mens sine passionibus arx est; nihil enim homo fortius habet, in quod confugiens inexpugnabilis sit.»
“Non considerare mai come vantaggioso per te ciò che ti potrebbe costringere un giorno a tradire la tua fede, ad abbandonare la tua dignità, a odiare qualcuno, a sospettare, a maledire, a fingere, o a desiderare qualcosa che richiede mura e tende. Perché chi ha scelto la propria mente, il proprio demone e i riti della sua virtù non recita tragedie, non si lamenta, non ha bisogno né di solitudine né di folla. La cosa più grande è vivere senza inseguire né fuggire, e non gli importa se la sua anima rimarrà più o meno a lungo nel corpo; e anche se deve già andarsene, se ne va con facilità, come farebbe qualsiasi altra cosa che può essere compiuta con decenza e ordine, preoccupandosi per tutta la vita solo di questo: che la sua mente non si trovi in una condizione estranea alla natura di un essere razionale e sociale.”
“Ogni cosa è opinione, e questa dipende da te. Dunque, eliminala quando vuoi l’opinione, e come quando si doppia un promontorio si trova la bonaccia, così ogni cosa sarà stabile e un golfo senza onde.” libro XII , 22 MARCO AURELIO
Seneca saluta il suo Lucilio. Tu fai una cosa assai saggia e per te salutare se, come mi scrivi, persisti nell’indirizzarti verso la saggezza ed è cosa sciocca implorare la saggezza dal momento che potresti ottenerla da te stesso. Non si devono levare le mani al cielo né invocare i custodi dei templi per poterci meglio accostare alle orecchie delle statue, quasi potessimo essere ascoltati meglio: il divino è presso di te, è con te, è dentro di te. È così come ti dico, Lucilio in noi c’è uno spirito divino che osserva e controlla il male ed il bene delle nostre azioni; egli ci tratta così come è stato trattato da noi. In verità un uomo virtuoso non è nessuno senza dio: forse che alcuno potrebbe assurgere al di sopra della sorte se non fosse aiutato da lui? Quello ci da consigli splendidi ed eroici. In ciascuno degli uomini virtuosi
Se ti si presenterà un bosco fitto di alberi vetusti e che hanno superato l’altezza normale e che per la densità dei rami che coprono gli uni gli altri impedisce la vista del cielo, quell’altezza del bosco e l’isolamento del luogo e l’ammirazione di un’ombra così densa e ininterrotta in un luogo aperto ti garantirà la certezza di una divinità. Se qualche grotta dalle rocce profondamente corrose terrà sospeso un monte, non fatta da mano umana, ma scavata fino a così grande ampiezza da cause naturali, colpirà il tuo animo con una specie di sensazione di religiosità.
Noi veneriamo le fonti dei grandi fiumi; l’improvviso scaturire di un vasto fiume dal sottosuolo ha degli altari; le fonti di acque calde vengono venerate, anche alcuni stagni o l’opacità o l’immensa profondità ha reso sacri. Se vedrai un uomo non spaventato dai pericoli, non toccato dalle passioni, felice in mezzo alle avversità, tranquillo in mezzo alle tempeste, che guarda gli uomini da una posizione superiore, gli dei da pari livello, non ti subentrerà venerazione nei suoi confronti? Non dirai “questa realtà è troppo grande e troppo elevata per poter essere ritenuta simile a questo piccolo corpo in cui si trova”?
Là una forza divina discende; un animo straordinario, equilibrato, che passa oltre a tutte le cose come più piccole, che sorride di tutto ciò che temiamo e desideriamo, lo spinge una potenza celeste.
Non può una cosa così grande stare in piedi senza il sostegno di una divinità; e quindi per la maggior parte di sé è lì donde discende. Come i raggi del sole toccano in verità la terra ma sono lì donde vengono mandati, così un animo grande e sacro e inviato a questo scopo, affiché conoscessimo [in verità] più da vicino le cose divine, conversa in verità con noi, ma rimane attaccato alla propria origine; da lì dipende, lì guarda e si appoggia, alle nostre cose partecipa in quanto migliore. Chi è dunque questo animo? Quello che risplende per nessun bene se non suo. Che cos’è infatti più stolto che lodare in un uomo cose altrui? Che cosa più demente di colui che ammira quelle cose che possono essere trasferite immediatamente ad un altro? Non rendono migliore un cavallo dei morsi d’oro.
Diversamente viene spinto fuori un leone dalla criniera dorata, mentre viene ammaestrato e, stanco, viene costretto alla sopportazione dell’accettare l’ornamento, diversamente quello selvaggio, di spirito integro: questo evidentemente aggressivo nella sua furia, quale la natura volle che egli fosse, bello in séguito al suo aspetto terrificante, il cui decoro è questo, (cioè) esser visto non senza paura, viene preferito a quello languido e ingioiellato. Nessuno deve gloriarsi se non del proprio. Apprezziamo una vite se carica di frutto i tralci, se essa stessa abbassa [fino a terra] per il peso i sostegni di quei frutti che ha prodotto: qualcuno forse preferirebbe a questa quella vite dalla quale pendono grappoli d’oro, foglie d’oro? In una vite la qualità propria è la fertilità; anche in un uomo è da lodare ciò che è di lui stesso. Ha una bella servitù e una casa elegante? Semina molto, compie moti affari : nessuna di queste cose è in lui, ma attorno a lui. Loda in lui ciò che non può né essere tolto né essere dato, ciò che è proprio dell’uomo. Chiedi che cosa sia? L’animo e, nell’animo, la ragione perfetta.
Ammira in lui ciò che nessuno gli può togliere: la sua anima e la sua capacità di ragionare.
(L’uomo è un essere razionale. La sua felicità si raggiunge quando riesce a sviluppare appieno le sue potenzialità.”) L’uomo è infatti un animale razionale; si realizza dunque il suo bene, se ha completato ciò per cui nasce. Cos’è d’altra parte quello che questa ragione può esigere da lui?
Una cosa facilissima, vivere secondo la propria natura. Ma questa cosa la rende difficile la comune follia: ci spingiamo l’un l’altro nei vizi. Come d’altra parte possono essere richiamati alla salvezza coloro che nessuno trattiene, la folla spinge? Stammi bene. Seneca, Lettere a Lucilio, libro IV 41
Seneca Lucilio suo salutem Facis rem optimam et tibi salutarem si, ut scribis, perseveras ire ad bonam mentem, quam stultum est optare cum possis a te impetrare. Non sunt ad caelum elevandae manus nec exorandus aedituus ut nos ad aurem simulacri, quasi magis exaudiri possimus, admittat: prope est a te deus, tecum est, intus est. Ita dico, Lucili: sacer intra nos spiritus sedet, malorum bonorumque nostrorum observator et custos; hic prout a nobis tractatus est, ita nos ipse tractat. Bonus vero vir sine deo nemo est: an potest aliquis supra fortunam nisi ab illo adiutus exsurgere? Ille dat consilia magnifica et erecta. In unoquoque virorum bonorum Si tibi occurrerit vetustis arboribus et solitam altitudinem egressis frequens lucus et conspectum caeli densitate ramorum aliorum alios protegentium summovens, illa proceritas silvae et secretum loci et admiratio umbrae in aperto tam densae atque continuae fidem tibi numinis faciet. Si quis specus saxis penitus exesis montem suspenderit, non manu factus, sed naturalibus causis in tantam laxitatem excavatus, animum tuum quādam religionis suspicione percutiet. Magnorum fluminum capita veneramur; subita ex abdito vasti amnis eruptio aras habet; coluntur aquarum calentium fontes, et stagna quaedam vel opacitas vel immensa altitudo sacravit. Si hominem videris interritum periculis, intactum cupiditatibus, inter adversa felicem, in mediis tempestatibus placidum, ex superiore loco homines videntem, ex aequo deos, non subibit te veneratio eius? Non dices, “ista res maior est altiorque quam ut credi similis huic in quo est corpusculo possit”?
Vis isto divina descendit; animum excellentem, moderatum, omnia tamquam minora transeuntem, quidquid timemus optamusque ridentem, caelestis potentia agitat. Non potest res tanta sine adminiculo numinis stare; itaque maiore sui parte illic est unde descendit. Quemadmodum radii solis contingunt quidem terram sed ibi sunt unde mittuntur, sic animus magnus ac sacer et in hoc demissus, ut propius [quidem] divina nossemus, conversatur quidem nobiscum sed haeret origini suae; illinc pendet, illuc spectat ac nititur, nostris tamquam melior interest. Quis est ergo hic animus? Qui nullo bono nisi suo nitet. Quid enim est stultius quam in homine aliena laudare? Quid eo dementius qui ea miratur quae ad alium transferri protinus possunt? Non faciunt meliorem equum aurei freni. Aliter leo auratā iubā mittitur, dum contractatur et ad patientiam recipiendi ornamenti cogitur fatigatus, aliter incultus, integri spiritus: hic scilicet impetu acer, qualem illum natura esse voluit, speciosus ex horrido, cuius hic decor est, non sine timore aspici, praefertur illi languido et bratteato. Nemo gloriari nisi suo debet. Vitem laudamus si fructu palmites onerat, si ipsa pondere [ad terram] eorum quae tulit adminicula deducit: num quis huic illam praeferret vitem cui aureae uvae, aurea folia dependent? Propria virtus est in vite fertilitas;
in homine quoque id laudandum est quod ipsius est. Familiam formonsam habet et domum pulchram? Multum serit, multum fenerat: nihil horum in ipso est sed circa ipsum. Lauda in illo quod nec eripi potest nec dari, quod proprium hominis est. Quaeris quid sit? Animus et ratio in animo perfecta. Rationale enim animal est homo; consummatur itaque bonum eius, si id inplevit cui nascitur. Quid est autem quod ab illo ratio haec exigat? Rem facillimam, secundum naturam suam vivere Sed hanc difficilem facit communis insania: in vitia alter alterum trudimus. Quomodo autem revocari ad salutem possunt quos nemo retinet, populus inpellit? Vale. Seneca-Epistula ad Lucilium XLI (Sen. Ep. Luc. XLI)
Ὅ τι ἄν σοι συμβαίνῃ, τοῦτό σοι ἐξ αἰῶνος προκατεσκευάζετο καὶ ἡ ἐπιπλοκὴ τῶν αἰτίων συνέκλωθε τήν τε σὴν ὑπόστασιν ἐξ ἀιδίου καὶ τὴν τούτου σύμβασιν. MARCUS AURELIUS – V libro Τὰ εἰς ἑαυτόν X
Qualsiasi cosa ti capiti , è stata prestabilita per te fin dall’eternità, e un fitto intreccio di cause da sempre ha legato alla tua esistenza a quell’evento
Amico mio, dedicati all’arte che hai imparato; e il resto della tua vita trascorrila come se avessi affidato tutto te stesso agli dèi con tutta l’anima, senza renderti né tiranno né schiavo di nessun uomo.”
Le cose sono di due maniere: alcune in nostro potere, altre no. Sono in nostro potere: l’opinione, il volere, il desiderio, l’avversione, in breve tutte quelle cose che dipendono dalla nostra volontà. Non sono in nostro potere: il corpo, le ricchezze, gli onori, le dignità pubbliche, e in breve tutte quelle cose che non dipendono da noi. Le cose poste in nostro potere sono per natura libere, non possono essere impedite né avversate. Quelle altre sono deboli, schiave, sottoposte a ricevere impedimento, e per ultimo non sono cose nostre. Ricordati dunque che se reputerai per libere, quelle cose che sono per natura schiave, e per proprie quelle che sono di altri, ti capiterà di trovare ora un ostacolo, ora un altro, di essere afflitto, turbato, di dolerti degli uomini e degli Dei. Se invece stimerai tuo ciò che é tuo veramente, e capirai quali sono le cose che non sono in tuo potere, mai nessuno ti potrà forzare, nessuno impedire, non ti lamenterai di nessuno, non incolperai alcuno, non avrai nessun nemico, nessuno ti nuocerà, perché nessuno in effetti ti potrà fare del male. Ora, se hai desiderio di raggiungere questo felice stato, sappi che ciò richiede sforzo e concentrazione d’animo non comune, e che, certe cose esteriori, devono essere eliminate dalla mente, altre pensate al tempo giusto, e devi dedicarti sopra tutto alla cura di te stesso. Perché, se vorrai ad un tempo ottenere i predetti beni ed insieme dignità e ricchezze, è possibile che non otterrai nulla, perché se starai dietro alle ricchezze senza preoccuparti di accrescerti interiormente, senza dubbio ne sarai privato, perché solo attraverso l’accrescimento di se stessi si può godere beatitudine e libertà.
Pertanto a ciascuna apparenza che ti capiterà nella vita, innanzi tutto abituati a dire: questa é un'apparenza, e non é proprio quello che sembra di essere.
Poi comincia ad esaminarla e inquadrarla nella tua mente, e cioè vedere se essa appartiene alle cose che sono in nostra facoltà, ovvero a quelle che non lo sono. Ed appartenendo a quelle che non lo sono, dal tuo cuore venga questa sentenza: – Ciò a me non importa.
Ricordati che l’egemonico (principio direttivo, sovrano interiore) diventa invincibile, quando si rivolge a sè stesso e si accontenta di sè, e non faccia niente che non voglia, anche se la suo opposizione è irragionevole . Quanto più lo sarà , allora esprimerà un giudizio con razionalità e ponderatezza? per questo la mente libera da passioni è un baluardo: l’uomo non ha niente di più forte dove rifugiarsi ed essere per sempre inespugnabile.
Chi non l’ha inteso è ignorante, chi l’ha inteso e non vi si rifugia, un infelice.
Affrettati a ricorrere alla tua facoltà sovrana, a quello dell’universo, e quello di costui.
Al tuo per farne una mente giusta , a quello dell’Universo , per ricordarti di che cosa tu sei parte, a quello di quest’uomo ,per sapere se la sua ignoranza o ragionata deliberazione, e insieme per tener conto del fatto che è un tuo parente. (IX, 22)
“Penetra pure entro le loro facoltà sovrane e vedrai chi sono i giudici che ti fanno paura; e che genere di giudici sono per sè stessi IX, 18
ἡγεμονικόν EGEMONICON principio sovrano forza interiore cosciente e dominatrice, capacità di calmo autodominio, di equanimità e di distacco, rifugio interiore.
”L’egemonikòn è concepito come un foro interiore, uno spazio interno in cui trovare rifugio e, in analogia, tale rifugio può trovarsi nell’egemonikòn universale.”
”La correlazione fra i due princìpi ha una netta somiglianza con quella vedica e delle Upanishad fra àtman e bràhman, fra scintilla divina individuale e principio spirituale universale. ”
“Non considerare le cose assenti come se ci fossero già, ma, fra le presenti, scegli quelle più favorevoli e grazie a queste ricordati di come le cercheresti, se non ci fossero.”
“Se sei afflitto da qualche causa esterna, non è questa ciò che ti molesta veramente, ma il giudizio che ne dai, e questo sì, puoi annullarlo immediatamente”.
“Le nostre azioni possono essere ostacolate, ma non può esserci impedimento alle nostre intenzioni o alla nostra disposizione d’animo. Perché possiamo modificarci e adattarci. La mente adatta e converte ai suoi scopi gli ostacoli al nostro agire. L’impedimento all’azione fa progredire l’azione. Ciò che sta sulla strada diventa la strada”.
XX,Libro V
Sotto certi aspetti, l’uomo è per noi tutto ciò che ci è più vicino, perché, nei nostri rapporti con i nostri simili, dobbiamo far loro del bene e tollerarli; ma poiché l’uomo ostacola l’adempimento dei miei doveri personali, allora l’uomo diventa per me un essere indifferente, ogni cosa, come potrebbe essere, sia il sole, sia il vento, sia qualsiasi animale.
Anche loro, in certi casi, possono fermare la mia attività; ma, in fondo, questi non sono veri ostacoli alla mia volontà e alle mie disposizioni morali, perché posso sempre o astrarmi dalle cose o dar loro un’altra svolta. Il pensiero, infatti, trasforma tutto ciò che ostacolava la nostra attività e lo utilizza per il suo primo scopo; e allora ciò che ti ha impedito di agire facilita la tua azione; ciò che ti ha ostacolato ti aiuta a percorrere quella stessa strada.
“E ricordati inoltre che ognuno di noi vive solo questo breve istante che è il presente, il resto è già vita passata, o incerto avvenire. Breve è quindi il tempo che ognuno di noi vive”. (Libro III, 10)
“Alcuni vanno alla ricerca di luoghi in cui ritirarsi, in campagna, al mare o sui monti, e anche tu hai l’abitudine di desiderare ardentemente tutto questo. Però è quanto mai sciocco, dato che puoi in ogni momento tu lo voglia, ritirarti in te stesso.Perché in nessun luogo più tranquillo e calmo della propria anima ci si può ritirare; soprattutto se si hanno dentro di sé i principi tali, che , al solo contemplarli, si acquista una perfetta serenità” (Libro IV, 3)