μολὼν λαβέ Molòn labé

Secondo lo storico Plutarco re di Sparta Leonida I la pronunciò in risposta alla richiesta di consegnare le armi avanzata dal re persiano Serse durante la battaglia delle Termopili.

πάλινδὲ τοῦ Ξέρξου γράψαντος, ‘πέμψον τὰ ὅπλα,’ ἀντέγραψε, ‘μολὼν λαβέ.’ 

Quando Serse ha scritto di nuovo,” Consegnate le armi “, ha risposto:
” Vieni a prenderle!”

Plutarco cita la frase nel suo Apophthegmata Laconica (“Detti degli Spartani”). Lo scambio tra Leonida e Serse avviene per iscritto, alla vigilia della battaglia delle Termopili (480 a.C.):

Vocatus Atque Non Vocatus Deus Aderit

Chiamato o non chiamato, il dio sarà presente!

”καλούμενός τε κἄκλητος θεὸς παρέσται ‘”

Questa iscrizione è stata incisa sopra la porta d’ingresso della casa che Carl Gustav Jung  a Küsnacht, in Svizzera vicino Zurigo.
E’ tratta dall’Oracolo di Delfi e costituisce la risposta che ottennero gli spartani, quando consultarono l’oracolo, prima di portare la guerra ad Atene, chiesero al dio Apollo presso Delphi
“se fosse meglio entrare in guerra”e ricevettero la risposta:

”..che se avessero messo tutta la loro forza nella guerra, la vittoria sarebbe stata loro e la promessa che lui stesso sarebbe stato con loro, sia invocato che non invocato.”

La versione latina “Vocatus atque invocatus deus aderit”pare si  diffuse grazie a  Erasmo da Rotterdam

“per esprimere  qualcosa, che anche se non lo si chiede e non si è intenzionati a farlo, si verificherà comunque, che ci piaccia o no.
Si dice che ,  Jung  sostenesse che questa frase  volesse
esprimere il mio senso di precarietà, la sensazione di trovarmi sempre immerso in possibilità che trascendono la mia volontà“ ma anche che  fosse un promemoria per se stesso e per i suoi pazienti,  l’inizio della saggezza è il timore del Divino: “timor dei initium sapientiae”.

Tucidide , La guerra del Peloponneso 1.118.3

” αὐτὸς ἔφη ξυλλήψεσθαι καὶ παρακαλούμενος καὶ ἄκλητος. 


 Lui stesso, ha detto, sarebbe intervenuto per aiutare, sia chiamato che non invitato. “

1.118.3
αὐτοῖς μὲν οὖν τοῖς Λακεδαιμονίοις διέγνωστο λελύσθαι τε τὰς σπονδὰς καὶ τοὺς Ἀθηναίους ἀδικεῖν, πέμψαντες δὲ ἐς Δελφοὺς ἐπηρώτων τὸν θεὸν εἰ πολεμοῦσιν ἄμεινον ἔσται· ὁ δὲ ἀνεῖλεν αὐτοῖς, ὡς λέγεται, κατὰ κράτος πολεμοῦσι νίκην ἔσεσθαι, καὶ αὐτὸς ἔφη ξυλλήψεσθαι καὶ παρακαλούμενος καὶ ἄκλητος.

E sebbene i Lacedemoni avessero deciso sul fatto della violazione del trattato e della colpa degli ateniesi, tuttavia inviarono a Delphi per chiedere al dio se avrebbe avuto un buon esito  se fossero andati in guerra; e, come si dice, ricevettero da lui la risposta che se avessero messo tutta la loro forza nella guerra, la vittoria sarebbe stata loro e la promessa che lui stesso sarebbe stato con loro, sia invocato che non invocato.

alcuni si addestravano, altri che si acconciavano le chiome. La calma spartana prima della battaglia

1 Ταῦτα βουλευομένων σφέων, ἔπεμπε Ξέρξης κατάσκοπον ἱππέα ἰδέσθαι ὁκόσοι εἰσὶ καὶ ὅ τι ποιέοιεν. Ἀκηκόεε δὲ ἔτι ἐὼν ἐν Θεσσαλίῃ ὡς ἁλισμένη εἴη ταύτῃ στρατιὴ ὀλίγη, καὶ τοὺς ἡγεμόνας ὡς εἴησαν Λακεδαιμόνιοί τε καὶ Λεωνίδης ἐὼν γένος Ἡρακλείδης.

2 Ὡς δὲ προσήλασε ὁ ἱππεὺς πρὸς τὸ στρατόπεδον, ἐθηεῖτό τε καὶ κατώρα πᾶν μὲν οὒ τὸ στρατόπεδον· τοὺς γὰρ ἔσω τεταγμένους τοῦ τείχεος, τὸ ἀνορθώσαντες εἶχον ἐν φυλακῇ, οὐκ οἷά τε ἦν κατιδέσθαι· ὁ δὲ τοὺς ἔξω ἐμάνθανε, τοῖσι πρὸ τοῦ τείχεος τὰ ὅπλα ἔκειτο· ἔτυχον δὲ τοῦτον τὸν χρόνον Λακεδαιμόνιοι ἔξω τεταγμένοι.

3 Τοὺς μὲν δὴ ὥρα γυμναζομένους τῶν ἀνδρῶν, τοὺς δὲ τὰς κόμας κτενιζομένους. Ταῦτα δὴ θεώμενος ἐθώμαζε καὶ τὸ πλῆθος ἐμάνθανε. Μαθὼν δὲ πάντα ἀτρεκέως ἀπήλαυνε ὀπίσω κατ᾽ ἡσυχίην· οὔτε γάρ τις ἐδίωκε ἀλογίης τε ἐνεκύρησε πολλῆς· ἀπελθών τε ἔλεγε πρὸς Ξέρξην τά περ ὀπώπεε πάντα.

Erodoto TERMOPILI (VII, 207-217)

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Mentre essi decidevano queste cose, Serse mandava come esploratore un cavaliere a vedere quanti erano e cosa facevano. Quando era ancora in Tessaglia aveva sentito dire che lì era stato adunato un piccolo esercito e che i comandanti erano gli Spartani e Leonida, che era della stirpe di Eracle.

2 Quando il cavaliere si avvicinò all’accampamento, osservava e non vedeva tutto l’esercito; infatti quelli schierati dietro il muro, che proteggevano dopo averlo riparato, non era in grado di vederli; egli osservava quelli fuori, le cui armi giacevano davanti al muro; per caso in quella circostanza erano schierati fuori gli Spartani.

3 Vedeva quindi alcuni degli uomini che si addestravano, altri che si acconciavano le chiome. Si meravigliava vedendo queste cose e notava il numero. Dopo aver osservato ogni cosa senza timore galoppava indietro tranquillamente; nessuno infatti l’inseguiva né lo tenne in molta considerazione. Ritornato riferiva a Serse tutto ciò che aveva visto.

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Il portare i capelli lunghi era un tratto distintivo della condizione di uomo libero.
Nella Vita di Lisandro plutarchea (1,2), nella quale l’ accento è posto sull’abitudine degli Spartani a farsi crescere i capelli, adottata secondo Erodoto in occasione della Battaglia dei Campioni e simmetrica alla rasatura degli Argivi; alla capigliatura degli Spartani si fa riferimento in polemica contrapposizione a Erodoto: mentre questi ascrive la chioma lunga all’esito della Battaglia dei Campioni, Plutarco, prendendo spunto dalla capigliatura di Lisandro, la fa risalire a Licurgo.
Non è vero, secondo Plutarco, che «quando gli Argivi, dopo la grande disfatta, si rasero il capo in segno di lutto, gli Spartiati, esaltati dal successo, decisero all’opposto di lasciarsi crescere i capelli […] anche questa, invece, è un’usanza introdotta da Licurgo» –

Plutarco afferma che gli uomini spartani si prendevano particolarmente cura dei loro capelli soprattutto vicino alle battaglie e fa riferimento a una presunta citazione di Licurgo secondo cui i capelli lunghi erano preferiti perché rendevano un bell’uomo ancora più bello, e uno brutto più spaventoso.

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Se le ciocche raffigurate nella scultura antica fossero in realtà intrecciate non è possibile dirlo, data la natura stilizzata delle prove. Tuttavia, è fisicamente impossibile mantenere i capelli lunghi ordinati in ciocche quando si praticano sport e altre attività faticose, a meno che non siano tenuti fermi in qualche modo. Quindi, l’esperienza moderna suggerisce che gli uomini spartani si intrecciassero i capelli, cosa che è coerente con le prove archeologiche.

1 Ἀκούων δὲ Ξέρξης οὐκ εἶχε συμβαλέσθαι τὸ ἐόν, 1 ὅτι παρασκευάζοιντο ὡς ἀπολεόμενοί τε καὶ ἀπολέοντες κατὰ δύναμιν· ἀλλ᾽ αὐτῷ γελοῖα γὰρ ἐφαίνοντο ποιέειν, μετεπέμψατο Δημάρητον τὸν Ἀρίστωνος ἐόντα ἐν τῷ στρατοπέδῳ·
2 ἀπικόμενον δέ μιν εἰρώτα Ξέρξης ἕκαστα τούτων, ἐθέλων μαθεῖν τὸ ποιεύμενον πρὸς τῶν Λακεδαιμονίων. Ὁ δὲ εἶπε «Ἤκουσας μὲν καὶ πρότερόν μευ, εὖτε ὁρμῶμεν ἐπὶ τὴν Ἑλλάδα, περὶ τῶν ἀνδρῶν τούτων, ἀκούσας δὲ γέλωτά με ἔθευ λέγοντα τῇ περ ὥρων ἐκβησόμενα πρήγματα ταῦτα· ἐμοὶ γὰρ τὴν ἀληθείην ἀσκέειν ἀντία σεῦ βασιλεῦ ἀγὼν μέγιστος ἐστί.
3 ἄκουσον δὲ καὶ νῦν· οἱ ἄνδρες οὗτοι ἀπίκαται μαχησόμενοι ἡμῖν περὶ τῆς ἐσόδου, καὶ ταῦτα παρασκευάζονται. Νόμος γάρ σφι ἔχων οὕτω ἐστί· ἐπεὰν μέλλωσι κινδυνεύειν τῇ ψυχῇ, τότε τὰς κεφαλὰς κοσμέονται.
4 Ἔπίστασο δέ, εἰ τούτους γε καὶ τὸ ὑπομένον ἐν Σπάρτῃ καταστρέψεαι, ἔστι οὐδὲν ἄλλο ἔθνος ἀνθρώπων τὸ σὲ βασιλεῦ ὑπομενέει χεῖρας ἀνταειρόμενον· νῦν γὰρ πρὸς βασιληίην τε καὶ καλλίστην πόλιν τῶν ἐν Ἕλλησι προσφέρεαι καὶ ἄνδρας ἀρίστους».
5 Κάρτα τε δὴ Ξέρξῃ ἄπιστα ἐφαίνετο τὰ λεγόμενα εἶναι, καὶ δεύτερα ἐπειρώτα ὅντινα τρόπον τοσοῦτοι ἐόντες τῇ ἑωυτοῦ στρατιῇ μαχήσονται. Ὁ δὲ εἶπε «Ὦ βασιλεῦ, ἐμοὶ χρᾶσθαι ὡς ἀνδρὶ ψεύστῃ, ἢν μὴ ταῦτά τοι ταύτῃ ἐκβῇ τῇ ἐγὼ λέγω».

1 Ascoltandolo Serse non riusciva a comprendere ciò che era, che si preparassero ad essere uccisi e a uccidere secondo le loro forze, ma poiché gli sembrava che facessero cose ridicole, mandò a chiamare Demarato, figlio di Aristone, che era nell’accampamento.

2 Una volta giunto, Serse lo interrogava su ognuna di queste cose, volendo sapere quello che si faceva da parte degli Spartani. Ed egli disse: “Mi hai sentito parlare anche prima, quando muovevamo contro la Grecia, a proposito di questi uomini, e dopo avermi ascoltato mi facevi oggetto di riso perché dicevo in che modo, vedendolo, sarebbero andate a finire queste cose; per me infatti esercitare la verità di fronte a te, o re, è uno sforzo grandissimo.

3 Ascoltami anche ora: questi uomini sono giunti con l’intento di combatterci per il passo, e a questo si preparano.
C’è infatti per loro un’usanza così: qualora stiano per rischiare la vita, allora si acconciano le chiome.

4 E sappi che, se sconfiggerai costoro e chi resta a Sparta, non c’è nessun’altra schiera d’uomini che oserà levare le mani contro di te, o re. Ora infatti ti muovi contro il regno e la città più bella tra quelle in Grecia e contro gli uomini migliori”.

5 Senza dubbio a Serse le cose dette sembravano essere incredibili, e di nuovo chiedeva in che modo, pur essendo così pochi, avrebbero combattuto contro il suo esercito.
Ed egli disse: “O re, trattami come un uomo bugiardo se queste cose non andranno così come io dico”.

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“meglio, combatteremo nell’ombra. υπό σκιή εσοίμην προς ημάς η μάχη in umbra enim proeliabimur

 Λακεδαιμονίων δὲ καὶ Θεσπιέων τοιούτων γενομένων ὅμως λέγεται ἀνὴρ ἄριστος γενέσθαι Σπαρτιήτης Διηνέκης· τὸν τόδε φασὶ εἰπεῖν τὸ ἔπος πρὶν ἢ συμμεῖξαί σφεας τοῖσι Μήδοισι, πυθόμενον πρός τευ τῶν Τρηχινίων ὡς ἐπεὰν οἱ βάρβαροι ἀπίωσι τὰ τοξεύματα, τὸν ἥλιον ὑπὸ τοῦ πλήθεος τῶν ὀϊστῶν ἀποκρύπτουσι· τοσοῦτο πλῆθος αὐτῶν εἶναι· τὸν δὲ οὐκ ἐκπλαγέντα τούτοισι εἰπεῖν, ἐν ἀλογίῃ ποιεύμενον τὸ τῶν Μήδων πλῆθος, ὡς πάντα σφι ἀγαθὰ ὁ Τρηχίνιος ξεῖνος ἀγγέλλοι, εἰ ἀποκρυπτόντων τῶν Μήδων τὸν ἥλιον ὑπὸ σκιῇ ἔσοιτο πρὸς αὐτοὺς ἡ μάχη καὶ οὐκ ἐν ἡλίῳ. ταῦτα μὲν καὶ ἄλλα τοιουτότροπα ἔπεά φασι Διηνέκεα τὸν Λακεδαιμόνιον λιπέσθαι μνημόσυνα.

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Erodoto

Tra i Lacedemoniani (Spartani) e Thespiani, l’uomo migliore fu chiamato lo Spartano Dienekes., prima dell’inizio della battaglia, i medi (persiani) mandarono un emissario al fianco di Dienekes (Trichinion), per vantarsi delle frecce dei barbari, dicendo che sarebbero stati così tanti, che avrebbero oscurato il  sole. Ma i messaggeri stranieri furono sorpresi nel sentire Dienekes rispondere, che sarebbe stato bello se i persiani avessero cancellato il sole, perché avrebbero condotto la battaglia all’ombra .

Questo è in terza persona plurale. Quindi, se vuoi dire “combatteremo all’ombra”:

υπό σκιή εσοίμην προς ημάς η μάχη (και ουκ εν ήλιω)

Il modo laconico di dire che sarebbe probabilmente:

υπό σκιή η μάχη (la battaglia sarà all’ombra) o υπό σκιή μαχόμεσθα

(combatteremo all’ombra)

La ” frase laconica “ “allora noi combatteremo all’ombra” è stato citato , da Cicerone ( in umbra igitur pugnabimus , tuscolani Dispute I.42) e Valerio Massimo ( in umbra enim proeliabimur , III.7, ext. 8).

Διόσκουροι, Dióskouroi, Dioscuri

 

Càstore Κάστωρ,  Kástōr, Castōr,Pollùce o Polideuce Πολυδεύκης, PolydéukēsPollūx,  detti anche Tindaridi, da Tindaro, re di Sparta, sposo della loro madre Leda.
Diòscuri Διόσκουροι, Diòskuroi, composta da Διός (Diòs, “di Zeus”) e κοῦροι (kùroi,fanciulli) iòscuri ossia “figli di Zeus“.   Detti  CàstoriGemini e Tindaridi detenevano  abilità speciali  Castore era domatore di cavalli e Polluce era ottimo pugilatore, erano anche considerati come protettori dei naviganti durante le tempeste marine e furono associati alla costellazione dei Gemelli e alla comparsa della stella Sirio nel cielo in prossimità dell’equinozio di primavera, poiché propiziava la semina dei campi e l’inizio della primavera stessa

Nell’astronomia moderna Castore dà il nome ad Alpha Geminorum e Polluce a Beta Geminorum.440px-Gemini_Hevelius
Vengono talvolta considerati anche patroni dell’arte poetica, della danza e della musica
Detengono una doppia paternità, nei miti di gemelli di diverse civiltà:

L’incontro di gemelli nella mitologia non è raro poiché, oltre alla presenza dei Diòscuri nella mitologia greca, romana ed etrusca, altre mitologie Indoeuropee hanno i loro equivalenti.
Nel Veda, il libro sacro degli Arii sono citati gli Ashvin che, al pari dei Diòscuri, vengono identificati con la costellazione dei Gemelli, nella mitologia baltica esistono gli Ašvieniai degli antichi Lituani e che prendono il nome di Dieva per gli antichi Lettoni.

Nella mitologia baltica Castore è l’equivalente di Autrympus e Polluce di Potrympus che sono considerati divinità come altri dei del loro Pantheon.
Nella mitologia germanica del popolo dei Naarvali esistono gli Alcis, altrettanto ritenuti divini e da Tacito direttamente associati ai Diòscuri.

presso gli scavi di Pompei è stata fatta un’altra importante scoperta pittorica. Infatti, gli archeologi hanno riportato alla luce un affresco sensuale che raffigura Leda, regina di Sparta e moglie di re Tindaro, ingravidata da un cigno. Secondo la mitologia, come narrato anche nelle Metamorfosi di Ovidio, quest’ultimo era lo stesso Giove. Infatti, il padre degli dei, dopo averla stordita con il profumo dell’ambrosia, aveva assunto le sembianze di un cigno, per accoppiarsi con lei sulle rive del fiume Eurota.
presso gli scavi di Pompei  un affresco sensuale che raffigura Leda, regina di Sparta e moglie di re Tindaro, ingravidata da un cigno. Secondo la mitologia, come narrato anche nelle Metamorfosi di Ovidio, quest’ultimo era lo stesso Giove. Infatti, il padre degli dei, dopo averla stordita con il profumo dell’ambrosia, aveva assunto le sembianze di un cigno, per accoppiarsi con lei sulle rive del fiume Eurota.

Oltre ad un padre “celeste”, Zeus, unitosi a Leda sotto la forma di un cigno, ed un padre terrestre Tindaro ΤυνδάρεοςTyndáreos, re di Sparta.

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ZEUS

 

Il mito di Leda e il cigno rappresenterebbe la potenza sessuale maschile, che non si fa scrupoli a ingannare, pur di raggiungere il proprio scopo.
In molte culture, da quelle mediterranee a quelle nordiche, il cigno è un animale sacro, che incarna saggezza, purezza, potenza e coraggio.

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Lo stesso nome Leda vuol dire genitrice di uomini e dei.
Il cigno e l’uovo rimandano anche ai culti orfici, cerimonie sull’aldilà che si svolgevano nell’antichità, in Grecia e in Egitto.

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Dioscuri come Argonauti, compirono il viaggio verso la Colchide nella ricerca del Vello d’oro e alla caccia al cinghiale calidonio

Il mito più popolare era il ratto delle Leucippidi, in cui Castore fu ucciso dagli Afaridi

Il rapimento delle Leucippidi su sarcofago romano dei Musei Vaticani. I Dioscuri hanno sul capo il Pileo.
Il rapimento delle Leucippidi su sarcofago romano dei Musei Vaticani. I Dioscuri hanno sul capo il Pileo.

Polluce pregò il padre Zeus che mandasse la morte anche a lui, ma Zeus gli concesse di rinunciare a metà della propria immortalità in favore del fratello. Così i due vivono insieme alternativamente un giorno nell’Olimpo e un giorno nel regno dei morti.

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Questa duplicità era miticamente fondata con il racconto della morte di uno di essi e l’offerta dell’immortalità fatta all’altro da Zeus: il superstite rifiutò l’immortalità se non poteva spartirla con il fratello, e allora ottenne che a giorni alterni, a turno, l’uno soggiornasse tra gli dei e l’altro giacesse agli Inferi.

Dettaglio di Nemesis e dei Dioscuri da un dipinto che raffigura il viaggio di Eracle negli inferi. Nemesis, dea della punizione, tiene una spada in una mano e il fodero nell'altra. I gemelli indossano cappelli da viaggio, reggono doghe annodate e sono accompagnati da una stella
Dettaglio di Nemesis e dei Dioscuri da un dipinto che raffigura il viaggio di Eracle negli inferi. Nemesis, dea della punizione, tiene una spada in una mano e il fodero nell’altra. I gemelli indossano cappelli da viaggio, reggono doghe annodate e sono accompagnati da una stella

L’ambigua condizione dei Dioscuri faceva di essi i perfetti mediatori tra la realtà umana e la realtà divina, così che divennero gli dei salvatori per eccellenza a cui si ricorreva nelle situazioni disperate ( pericoli di guerra e della navigazione).

In natura esiste un fenomeno atmosferico raro e sorprendente, noto come fuoco di Sant’Elmo. Tale fenomeno si presenta per lo più prima di un temporale, quando  possono formarsi dei bagliori blu, simili a delle fiamme, in prossimità di oggetti appuntiti. I fuochi di Sant’Elmo sono conosciuti soprattutto dai marinai, gli alti alberi delle imbarcazioni a vela funzionavano come delle antenne, alle cui estremità era più facile che si formassero i bagliori
Le inspiegabili fiammelle blu significavano che la nave era stata raggiunta dai Diòscuri (Διόσκουροι, Diòskuroi), coppia di fratelli divini che avrebbero vigilato sui marinai salvandoli dalla tempesta.

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Il loro culto dall’originaria Laconia si diffuse per tutta la Grecia, e, in epoca ellenistica, le loro caratteristiche soteriologiche assunsero venature più spirituali e mistiche.
A Roma il loro culto fu riconosciuto ufficialmente con la motivazione di un loro intervento decisivo nella battaglia del lago Regillo (496 a. C.).
Il loro ruolo di cavalieri e pugili li ha anche portati a essere considerati i patroni degli atleti e delle gare atletiche.

Dettaglio di uno dei gemelli Dioscuri che combatte contro un Gigante da un dipinto della Gigantomachia (Guerra dei Giganti). Il semidio è raffigurato come un cavaliere che indossa un berretto petasos e brandisce una lancia.
Dettaglio di uno dei gemelli Dioscuri che combatte contro un Gigante da un dipinto della Gigantomachia (Guerra dei Giganti). Il semidio è raffigurato come un cavaliere che indossa un berretto petasos e brandisce una lancia.

Compivano le loro gesta sempre uniti: Fra le gesta loro attribuite, la liberazione della sorella Elena rapita decenne da Teseo; la partecipazione alla spedizione degli Argonauti; la caccia del cinghiale Calidonio.

Dettaglio di uno dei gemelli Dioscuri che combatte contro un Gigante da un dipinto della Gigantomachia (Guerra dei Giganti).
Dettaglio di uno dei gemelli Dioscuri che combatte contro un Gigante

A Sparta i Dioscuri presiedevano alle gare equestri e agli agoni ginnici, ed ebbero feste in tutta la Grecia. Furono venerati anche in ambiente latino-romano col nome di Castori (Castores): ebbero culto speciale a Lavinio, a Tuscolo e in Roma.
La festa annua in Roma in loro onore si celebrava il 15 luglio, anniversario della battaglia del Lago Regillo (499 o 496 a.C.)
Le origini di questa cerimonia religiosa venivano fatte risalire alla battaglia del lago Regillo, nel 499 a.C., in cui i Romani affrontarono una coalizione di Latini.

l gigante di bronzo Talos di Creta viene ucciso dalla strega Medea (estrema sinistra) e dai Dioscuri durante il viaggio degli Argonauti. I gemelli sono montati su cavalli e afferrano il gigante per le braccia. Gli dei Poseidone e Anfitrite (angolo in alto a destra) assistono alla scena.
l gigante di bronzo Talos di Creta viene ucciso dalla strega Medea (estrema sinistra) e dai Dioscuri durante il viaggio degli Argonauti. I gemelli sono montati su cavalli e afferrano il gigante per le braccia. Gli dei Poseidone e Anfitrite (angolo in alto a destra) assistono alla scena.

Nel momento più duro e incerto della battaglia, apparvero nella mischia due cavalieri più alti e belli degli altri, in groppa a cavalli bianchi e vestiti della trabea di porpora, che portarono scompiglio tra le fila dei Latini.

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La sera stessa, due cavalieri vestiti allo stesso modo apparvero nel Foro, fecero abbeverare i cavalli nella fontana di Giuturna (Lacus Iuturnae), annunciarono la vittoria dei Romani e scomparvero. I due cavalieri vennero identificati come i Dioscuri Castore e Polluce, intervenuti in soccorso dell’esercito romano, e nel 484 a.C. gli fu dedicato un tempio nei pressi della fonte di Giuturna.

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I Dioscuri sono raffigurati di solito in nudità eroica,  con mantello dietro le spalle, clamide, chlamys -y̆dis, gr. χλαμύς -ύδος, in testa portano il pileo conico sormontato da una stella;  il pilos (πῖλος), simboleggiava forse i resti dell’uovo da cui erano nati, era un elmo/capello conico di origine greca che riproduce le fattezze di un tipo di berretto molto diffuso.

Apparve nel V secolo a.C., trovando ampia diffusione tra gli Spartani, successivamente utilizzato dal Battaglione Sacro Tebano e poi dagli eserciti ellenistici. Contemporaneamente si diffuse ampiamente anche nella Magna Grecia.
In mano hanno la lancia, e si presentano  sia a cavallo, sia accanto al cavallo mentre lo tengono per il morso.

Dioscuri e Leucippide, anfora ateniese a figure rosse C5 a.C., British Museum
Dioscuri e Leucippide, anfora ateniese a figure rosse C5 a.C., British Museum

Compaiono sia isolati (rilievi arcaici diSparta, statue frontonali di Locri, colossi del Quirinale), sia nei vari episodi del mito, come la nascita dall’uovo di Leda (in diverse figurazioni vascolari), la lotta con gli Afaridi (metopa del tesoro dei Sicioni a Delfi), il ratto delle Leucippidi (idria di Midia, tavolette fittili di Taranto, stucchi della basilica di Porta Maggiore a Roma), la partecipazione all’impresa degli Argonauti .

gemelli Dioscuri, Castor e Polydeuces, marciano sulla Maratona per recuperare la sorella rapita Elena da Teseo. I due sono raffigurati come cavalieri armati di lance.
i gemelli Dioscuri, Castor e Polydeuces, marciano sulla Maratona per recuperare la sorella rapita Elena da Teseo. I due sono raffigurati come cavalieri armati di lance.

Su rilievi votivi sono raffigurati con una varietà di simboli che rappresentano il concetto di gemellaggio, come il dokana (δόκανα )una coppia di anfore , una coppia di scudi o una coppia di serpenti.

 

Numerose le figurazioni monetali (Taranto, Roma, Oriente greco).

 Moneta romana di Massenzio con i Diòscuri sul retro
Moneta romana di Massenzio con i Diòscuri sul retro

Gruppi con dioscuri, acroterio del santuario in contrada Marasà, fine V sec. a.c. o inizio IV sec. a.c.
Gruppi con dioscuri, acroterio del santuario in contrada Marasà, fine V sec. a.c. o inizio IV sec. a.c.

Le tre colonne solitarie che si possono vedere al Foro Romano sono tutto ciò che rimane del Tempio dei Dioscuri, anche detto Tempio dei Càstori.
Le tre colonne solitarie nel Foro Romano sono tutto ciò che rimane del Tempio dei Dioscuri, anche detto Tempio dei Càstori.

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DOKANA ΔΟΚΑΝΑ

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Il simbolo dei Dioscuri: il Dokana, un “π”, rappresentato a modo di tripode stilizzato, con due serpenti laterali.

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Diòscuri  ΔιόσκουροιDióskouroi – in latino Dioscuri  Càstore Κάστωρ, -ορος – Kástōr, in latino Castōr, -ŏris e Pollùce o Polideuce  Πολυδεύκης, -ους – Polydéukēs, in latino Pollūx, -ūcis, sono due personaggi della mitologia greca, etrusca e romana, avevano entrambi una propria specificità: Castore era domatore di cavalli e Polluce era ottimo nel pugilato

“Δόκανα”
Δόκανα

”Una struttura in legno composta da due pali paralleli eretti e collegati da una o due travi trasversali, costruita nei luoghi di culto e alle spalle degli altari. M. Nilsson, ad esempio, suggeriva che potesse derivare da un originario culto degli alberi, perpetuando in forme simboliche modi di venerazione ancestrale

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Altri, invece, partendo da alcune indicazioni delle fonti, vi hanno ravvisato una porta rituale, la costruzione di un infisso privo di battenti che poteva rappresentare in maniera ideale il passaggio tra mondo reale e inferi o lo schienale di un trono, del tipo di quelli allestiti per le divinità, troni-altare’attestati nella cultura funeraria dell’Etruria meridionale,
potrebbe  essere una porta destinata allo svolgimento di riti di passaggio e riprende una vecchia proposta che li collega al tigillum sororium di Roma, sottolineando quindi il carattere iniziatico del culto.”
In chiave simbolica, come immagine astratta della philadelpheia tra i due gemelli,dell’amore fraterno espresso dal collegamento indissolubile tra i due montanti.

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Dioscuri


Plutarco afferma esplicitamente, infatti, di riportare una convinzione degli Spartani, non una sua opinione:
”Gli Spartani chiamano 
dokana le antiche immagini dei Dioscuri; consistono in due legni paralleli congiunti da due traverse”

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Presso Sparta  i Dioscuri sono strettamente associati alla doppia regalità che caratterizza la monarchia spartana
 «Quando infine l’esercito era schierato al cospetto dei nemici, il re sgozzava una capra, invitava tutti a incoronarsi di fiori e ordinava ai flautisti di suonare l’inno a Castore; e senz’altro egli stesso intonava una marcia»
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Questa canzone di guerra, nota come Kastòreion,
«il ritmo di marcia che gli Sparta
ni suonano in battaglia» ed era collegato ad una danza ritmata.
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Si narra che i gemelli divini avessero insegnato agli Spartani a ‘danzare la cariatide’karyatìzein e di seguito riporta una descrizione della pratica svolta dagli efebi nella loro agogè ἀγωγή
(era un rigoroso regime di educazione e addestramento basato su disciplina e obbedienza cui era sottoposto ogni cittadino spartano, comprese le due dinastie reali (Agiadi ed Euripontidi), fin dall’età di 7 anni. Comprendeva la separazione dalla famiglia, la coltivazione della lealtà di gruppo, l’allenamento alla guerra e alla pratica militare, caccia, danza e preparazione per la società e per l’attività civile.)

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Giovani spartani che si esercitano (o “L’educazione degli spartiati”), di Edgar Degas. Londra, National Gallery.

«Puoi ancora vedere i loro efebi imparare a danzare non meno che a combattere: quando smettono di lottare con le mani, di colpire ed essere a loro volta colpiti, la loro lotta si conclude con una danza.
Un flautista sta seduto in mezzo a loro, accompagnandoli 
con la musica e battendo il ritmo con i piedi, mentre essi, in fila uno dietro l’altro, camminano seguendo il ritmo e fanno gesti di ogni genere, ora guerreschi, ora corali, graditi a Dioniso e ad Afrodite».
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Questo indirizzo di ricerca, da approfondire anche in considera
zione della complessità rituale e delle figure divine coinvolte, sembra suggerire la possibilità che i due gemelli divini possano anche aver avuto competenze di culto distinguibili e che la differenza tra Castore, militare e cavaliere, e Polluce, efebo e atleta, corrisponda a due aspetti complementari all’ interno dei ruoli sociali primari della comunità maschile spartana.
Non a caso il mito dei due gemelli divini ha costituito anche un paradigma esemplare dal punto di vista educativo e morale:

infatti non bisogna sottovalutare neanche la let
tura di Plutarco  del culto dei dokana dal momento che il modello di philadelpheia Φιλαδέλφεια   (da φιλέω   philéō  “amare” e ἀδελφός   adelphós  “fratello”) spinto sino
all’accettazione della morte costituisce un valore importante nel costume militare arcaico, che puntava proprio sulla costruzione di un forte rapporto di reciprocità tra gli Spartiati, importante soprattutto nella conduzione della guerra.
Confer

       Enzo  Lippolis, Rituali di guerra: i Dioscuri a Sparta e a Taranto

Per la tradizione romana, il Tigillum Sororum (trave della sorella) era un trave di legno, posto tra due pali, sotto il quale fu fatto passare l’Orazio supersiste come rito di espiazione (passare sotto il giogo) per aver ucciso la sorella Camilla. Di fatto, si tratterebbe del primo Arco costruito a Roma.
L’arco sarebbe stato posto vicino agli altari di Giunone Sororia e di Giano Curiazio

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Sotto questo arco ligneo passavano i soldati romani ogni 1º ottobre, quindi al termine della stagione della guerra, come atto di purificazione

Ἀλαλά Alalà spirito della battaglia

Divinità Femminile minore della mitologia greca, personificazione del grido di battaglia degli opliti. Figlia di Polemos, Alalà accompagnava in battaglia il dio della guerra Ares: secondo le tradizioni degli Antichi, il grido di battaglia del Dio greco consisteva infatti nel suo nome “Alale alala”, si suppone che l’utilizzo di questa parola sia derivato per onomatopea dall’inquietante gracchiare emesso dai corvi che, all’epoca, sorvolavano a migliaia i campi di battaglia, per cibarsi dei cadaveri insepolti

“Harken! O Alala , figlia di Polemos ! Preludio di lance! A cui i soldati vengono sacrificati per amore della loro città nel santo sacrificio della morte “

Pindaro, frammento di Dithyrambs 78 (trans. Sandys) (lirica greca C5 a.C.)

Ares, dio Greco della Guerra. Poi rinominato Marte dagli Antichi Romani.
Ares, dio Greco della Guerra. Poi rinominato Marte dagli Antichi Romani.

 

 

Gli spiriti Homados, Alala, Proioxis  Palioxis  Ioke , Alke e Kydoimos erano probabilmente annoverati tra i Makhai.
“Ma aborrendo Eris  nuda dolorosa Ponos , Lethe , e Limos , e l’Algea , pieni di pianto, l’Hysminai  e il Makhai , il Phonoi  e l’Androktasiai , il Neikea , lo Pseudo-Logoi , l’Amphilogiai  e Dysnomia  e Ate , che condividono la natura dell’altro, e Horkos ”

Esiodo, Teogonia 226 segg.  (epica greca C8 o C7 a.C.)

 

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Ἄρης,  Ares ( Mars Marte nella religione e cultura romana),  figlio di Zeus ed Era, dio della guerra. Fratellastro della dea Atena, entrambi sono dei della guerra, Ares predilige della guerra gli aspetti più sanguinari e violenti, Atena è dea della guerra intesa come strategia e scaltrezza,sorella di Ares è Eris, dea della discordia.
Marte nel culto dell’antica Roma assume tratti più temperati e virtuosi (MOS MAIORUM )

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Ares nasce in Tracia da Zeus ed Era. In Tracia Ares fugge una volta che viene scoperto da Efesto insieme alla moglie di quest’ultimo, Afrodite.
Secondo alcuni mitografi, Ares viveva in un tempio protetto dalle Amazzoni, e andava in battaglia indossando un’armatura di bronzo ed impugnando una lancia.
Spesso in battaglia era accompagnato da temibili presenze, il demone del frastuono e lo spirito della battaglia e dell’omicidio.
Altri dei suoi compagni di lotta erano , Deimos Δεῖμος,  o anche Demo o Dimo la divinizzazione del terrore che suscita la guerra, la Paura, Fobos, e la Discordia Eris (o Epis); talvolta erano anche presenti Polemos Πόλεμος ed anche sua figlia Alalà, personificazione dell’urlo di battaglia.
I MAKHAI (Machae) Μαχη Μαχαι erano gli spiriti personificati ( demoni ) della battaglia e del combattimento.

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Le Hysminai ( ὑσμῖναι; singolare: hysmine ὑσμίνη) Discendenti di Eris, Ἔρις, «conflitto, lite, contesa sono personificazioni della battaglia.

Palioxis Παλίωξις era il simbolo della ritirata in battaglia

Proioxis  Προΐωξις era la personificazione dell’impeto in battaglia

Cidoimo Κυδοιμός del frastuono della battaglia, della confusione, del trambusto e del tumulto.

Tra i suoi compagni/e di avventura vi era Κῆρα la Morte violenta  nata da Nyx (Nύξ, la Notte) per partenogenesi, poi, al verso 217 è menzionata in plurale, le Keres (Κῆρας), sempre figlie di Nyx, da intendersi come inviate del Destino. Queste ultime a volte sono identificate con le Moire.

«Νὺξ δ᾽ ἔτεκεν στυγερόν τε Μόρον καὶ Κῆρα μέλαιναν
καὶ Θάνατον, τέκε δ᾽ Ὕπνον, ἔτικτε δὲ φῦλον Ὀνείρων·
— οὔ τινι κοιμηθεῖσα θεὰ τέκε Νὺξ ἐρεβεννή, —
δεύτερον αὖ Μῶμον καὶ Ὀιζὺν ἀλγινόεσσαν
Ἑσπερίδας θ᾽, ᾗς μῆλα πέρην κλυτοῦ Ὠκεανοῖο
χρύσεα καλὰ μέλουσι φέροντά τε δένδρεα καρπόν.
Καὶ Μοίρας καὶ Κῆρας ἐγείνατο νηλεοποίνους,
[Κλωθώ τε Λάχεσίν τε καὶ Ἄτροπον, αἵτε βροτοῖσι
γεινομένοισι διδοῦσιν ἔχειν ἀγαθόν τε κακόν τε,]
αἵτ᾽ ἀνδρῶν τε θεῶν τε παραιβασίας ἐφέπουσιν·
οὐδέ ποτε λήγουσι θεαὶ δεινοῖο χόλοιο,
πρίν γ᾽ ἀπὸ τῷ δώωσι κακὴν ὄπιν, ὅς τις ἁμάρτῃ.»
«La Notte a luce die’ l’odïoso Destino la Parca
negra la Morte il Sonno fu madre alla stirpe dei Sogni
(né con alcuno giacque per dar loro vita l’Ombrosa).
Poi Momo partorí la sempre dogliosa Miseria
l’Espèridi che cura di là dall’immenso Oceàno
hanno degli aurei pomi degli alberi gravi di frutti
e le dogliose Moire che infliggono crudi tormenti.»
(Teogonia, versi 212-222)

Nell’Iliade viene raffigurata, assieme a Eris (Ἔρις, la Discordia) e a Cidoimo (Κυδοιμὸς, il Tumulto) nel campo di battaglia, con un lungo mantello macchiato dal sangue degli uomini uccisi che da lei stessa venivano portati al cancello dell’oltretomba.

«ἐν δ’ Ἔρις ἐν δὲ Κυδοιμὸς ὁμίλεον, ἐν δ’ ὀλοὴ Κήρ,
ἄλλον ζωὸν ἔχουσα νεούτατον, ἄλλον ἄουτον,
ἄλλον τεθνηῶτα κατὰ μόθον ἕλκε ποδοῖιν·
εἷμα δ’ ἔχ’ ἀμφ’ ὤμοισι δαφοινεὸν αἵματι φωτῶν.
ὡμίλευν δ’ ὥς τε ζωοὶ βροτοὶ ἠδ’ ἐμάχοντο,
νεκρούς τ’ ἀλλήλων ἔρυον κατατεθνηῶτας.»
«Scorrea nel mezzo Eris, e seco
era il Kydoimos e la terribil Ker
Che un vivo già ferito e un altro illeso
Artiglia colla dritta, e un morto afferra
Ne’ piè coll’altra, e per la strage il tira.
Manto di sangue tutto sozzo e rotto
Le ricopre le spalle: i combattenti
Parean vivi, e traean de’ loro uccisi
I cadaveri in salvo alternamente.»

Eschilo, nella sua tragedia Ψυχοστασία (La pesatura delle vite) descrive la battaglia tra Achille e Memnone, in cui immediatamente prima Zeus ne pesa le Κῆρας (Kères), intese qui quali fatigeni della morte, o appunto, le vite dei guerrieri
In quest’ultima identificazione, come le anime dei morti, è ripresa talvolta nella tradizione popolare, nelle quali necessitano di sacrifici per essere placate.

Kerostasia – La decisione della sorte della battaglia tra Achille e Memnone. Schizzo da urna cineraria, sud Italia, 330 a.C.  Rijksmuseum, Amsterdam

 

 

 

 

γυναίκα στην αρχαία Σπάρτη La Donna nell’antica Sparta

« εἰπούσης γάρ τινος, ὡς ἔοικε, ξένης πρὸς αὐτὴν ὡς ‘μόναι τῶν ἀνδρῶν ἄρχετε ὑμεῖς αἱ Λάκαιναι,’ ‘μόναι γάρ,’ ἔφη, ‘τίκτομεν ἄνδρας.’ »
« Un giorno una tale, presumibilmente una forestiera, le disse: “
Solo a Sparta le donne comandano gli uomini”, e Gorgo rispose: “Sì, ma solo le donne di Sparta generano veri uomini”. »
Plutarco, Vita di Licurgo, 14, 4

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Nessuna città greca dell’antica Grecia le donne godevano della stessa libertà e dello stesso status sociale come a Sparta, Solo a Sparta le donne avevano il potere e l’influenza finanziaria.

Le ragazze erano impegnate nell’addestramento fisico  e ricevevano un’istruzione pubblica in contrasto con altre città, dove la maggior parte delle donne era completamente analfabeta.

I visitatori di altre città greche erano stupefatti poichè le  spartane, che non solo avevano opinioni che non avevano paura di esprimere pubblicamente, ma in alcuni casi costringevano i loro mariti ad accettarle

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Platone in Protagora (342 d) A Sparta ” Non erano solo gli uomini ma anche le donne a essere orgogliosi della loro coltivazione spirituale “. Non si trattava solo di educazione … era una formazione sistematica nel pensiero retorico e filosofico.

Quando le ragazze hanno raggiunto la maturità sessuale, non hanno fretta di sposarsi, a differenza delle ragazze del resto del mondo antico che hanno sofferto psicologicamente e fisicamente, soffrendo di sesso prematuro e spesso morendo. Al contrario, le leggi spartane affermavano esplicitamente che le ragazze dovevano sposarsi solo se fossero in età avanzata per ” godersi l’amore “.

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Inoltre, le ragazze di Sparta non sposavano uomini molto più anziani, una pratica comune in altre città greche.
Si stima che la maggior parte delle donne spartane avesse solo quattro o cinque anni meno dei loro mariti.
E l’interesse di Sparta a dare alla luce bambini sani non nega la protezione delle ragazze dal matrimonio. Tutti i matrimoni nell’antica Grecia erano finalizzati alla gravidanza, ma in altre città gli uomini erano disposti ad accettare i tassi di mortalità inevitabilmente più alti dal sesso con le ragazze.L’eccezionale sistema sociale di Sparta, completamente incentrato sulla formazione militare, offriva alle loro donne un livello di libertà e di responsabilità non comune nel mondo classico: come generatrici di bambini, erano vitali per rifornire le file di un esercito che subiva quasi continuamente perdite. Con tanti uomini costantemente in guerra, esse erano cruciali per il funzionamento delle famiglie e della comunità in generale.
Le donne di Sparta erano considerate Spartiati, cioè cittadine a pieno titolo. Erano esenti dal lavoro manuale, potevano possedere la terra, accumulare ricchezza e avevano diritto a un’istruzione.

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Gli abiti delle donne spartane erano notoriamente succinti per la loro epoca, permettendo loro di scoprirsi anche le cosce. Questo era ritenuto accettabile in quanto le donne, come gli uomini, avrebbero dovuto essere modelli di forma fisica. Gli Spartani credevano che più forte fosse la madre, più forte era il figlio.

Una famosa citazione di una donna spartana, riportata da Plutarco, è che alla partenza per una battaglia le madri avrebbero detto ai loro figli di tornare “con i loro scudi, o sopra di esso”.
O con lo scudo in mano e trionfante, o trasportato sopra lo scudo, morto.

Plutarco scrive anche di donne spartane che uccidevano i loro figli qualora si fossero dimostrati codardi, o che celebravano i loro morti se questi cadevano sul campo di battaglia. L’ethos di Sparta era chiaramente radicato nella mente delle donne.

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Ἄλλη προσαναδιδοῦσα τῷ παιδὶ τὴν ἀσπίδα καὶ παρακελευομένη, “τέκνον,” ἔφη, “ἢ τὰν ἢ ἐπὶ τᾶς”; cioè, come dovresti facilmente tradurre da solo: “un’altra, consegnando al figlio lo scudo ed esortandolo, disse:

Moralia 241,16,  “Detti degli Spartani”, Άποφθέγματα Λακωνικά, e precisamente alla sezione “Detti delle donne spartane”

ἢ τὰν ἢ ἐπὶ τᾶς.

‘Figlio, o con questo o su questo”

 

C’era un solo modo per cui uno Spartano poteva avere il suo nome inciso nella sua lapide, ed era morire in battaglia.

L’equivalente per una donna era invece di morire adempiendo al suo dovere divino per Sparta: partorire.

Gli uomini spartani erano apertamente incoraggiati ad avere rapporti sessuali con altri uomini e giovani ragazzi come mezzo per rafforzare i legami maschili.
Esso era soggetto a “strani” rituali e regole – una delle quali era che tutte le relazioni tra mariti e mogli dovevano essere condotte in segreto. L’idea era che, dal momento che il contatto sarebbe stato limitato, in questo modo i desideri sessuali si sarebbero intensificati e la “potenza” sarebbe aumentata, con il risultato di avere una prole più sana.

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Cinisca (in greco antico: Κυνίσκα, Kyníska; Sparta, 440 a.C. circa – dopo il 392 a.C.) fu una nobile spartana appartenente alla famiglia degli Euripontidi, figlia del re Archidamo II e sorella di Agide II e di Agesilao II, anch’essi sovrani della stessa città, nota per essere stata la prima donna della storia a vincere una gara delle Olimpiadi: la corsa dei carri con quattro cavalli delle Olimpiadi del 396 a.C.

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Jacqueline Christien, E.H.E.S.S., Anhima Department, Emeritus. Studies Ancient Greek History, Sparta, and Ancient Sparta. University Paris X Nanterre

 

Conferenza sul mito di Sparta

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Conferenza sul Mito e il simbolismo di Sparta
Spartani Σπαρτιάται aristocrazia austera
Un aggregato umano misterioso, austero, silenzioso ”laconico ”, schivo ,duro, dedito all’addestramento permanente , al culto della parola data, che per mantenere il suo status s’impone regole severe di rinuncia e restrizione, il privilegio degli Ὅμοιοι, gli Uguali Σπαρτιάται, Spartiati è essere fedeli e dediti ad un ideale metafisico autoreferenziale.

Ascolta la conferenza

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