Gamle Grå…
Eg hugsar ringen før den brotna
Songen din rørar djupt i meg
Som taumar rakt frå minna dreg
Eg finn ikkje ord, dei er for meg gøymd
Men det er noko gamalt, det er noko gløymd
Eg hugsar når du jaga fritt
Eg hugsar når me jaga saman
Eg hugsar oss, før vegen skildes
Eg hugsar ringen før den brotna
Alltid var på meg, og eg på deg
Alltid var på deg, og du på meg
Berre spring til mine skogar
Berre jag i mine fjell
Før din flokk til mine dalar
Lat oss laga ringen heil
Eg skal syngje deg vegen heil
Eg skal syngje heimat heil
Vecchio grigio
ricordo il legame prima che si rompesse
la tua canzone ( verso) rievoca qualcosa di antico
come accordi che affiorano dalla memoria
non riesco a trovare le parole
sono ancora velate
eppure so che è qualcosa di antico
qualcosa che è stato dimenticato
Ricordo quando vagavi liberamente
quando vagavamo insieme
Mi ricordo di noi due prima che le strade si separassero
ricordo l’anello ( legame) prima che si rompesse
Ora diffido sempre di te e tu di me
ora diffido sempre di te e tu di me
Puoi tornare nelle mie foreste
vagare liberamente tra le mie montagne
porta il tuo branco nelle mie valli
ripristiniamo l’anello
canterò di te sulla tua strada
canterò di te sano e salvo a casa
Nel De origine et situ Germanorum, comunemente conosciuta come Germania, opera etnografica Publio Cornelio Tacito ,attorno al 98 d.C., narra delle usanze delle tribù germaniche che vivevano al di fuori dei confini romani. Tra queste usanze vi era la consuetudine di formare comitatusgruppi di combattenti legati da giuramento di reciproca fedeltà, che accompagnavano un capo nelle sue imprese di guerra, questi manipoli erano detti anche manierbunde,bund significa “legare insieme”.
I Romani rimasero molto colpiti dalla combattività di alcuni guerrieri celto-germani, che si gettavano nella mischia arditamente e quasi sembravano immuni ai colpi, alle ferite, combattendo furiosamente. Chiamarono questo stato mentale e fisico che portava i guerrieri celti oltre comuni limiti umani, “Furor”. Il mito del guerriero in preda al furor, è precisamente definito in termini epici e letterari dalla leggenda di Cu Chulainn e dal “Riastrad”, lo stato di furore da cui veniva preso e che gli consentiva di divenire imbattibile ed invulnerabile. La forza di questa possessione divina era tale da trasfigurarlo trasformandolo in uno spaventoso mostro antropomorfo.
Nelle Saghe norrene si fa riferimento a dei particolari guerrieri che, addestrati con tecniche sciamaniche, formavano gruppi di combattenti particolarmente potenti e temuti dagli avversari.
Attraverso tali rituali i guerrieri venivano pervasi da una furia sovrumana poiché era lo spirito stesso di Odino-Wotan che scendeva dentro di loro facendoli diventare forti come orsi o lupi o cinghiali , insensibili al ferro e al fuoco, tale stato di wodhiz era definito anche “berserksgangr”.
Votati a Odino/Wotan, questi Guerrieri Sacri, erano in grado di canalizzare quella potente energia conosciuta come Ond e, tramite particolari rituali, ad entrare nella condizione di “Wodhiz” (furore guerresco ispirato).
Si suppone che i guerrieri totemici scandinavi e germanici, per ottenere questi effetti, assumessero prima della battaglia birra e amanita muscaria, un potente fungo allucinogeno, oltre che un notevole stimolatore dell’attività psico-fisica. le ricerche tossicologiche hanno delineato chiaramente le differenze chimiche e sintomatologiche tra l’Amanita muscaria (il fungo erroneamente associato ai guerrieri) e il giusquiamo nero (la vera sostanza utilizzata).
Per quanto alcuni studi abbiano messo in evidenza il fatto che nel combattimento sia necessario comunque un certo livello di lucidità e reattività, non tutti gli studiosi concordano perciò sulla teoria dell’uso di sostanze psicotrope, dati gli effetti che risulterebbero quasi annichilenti dell’azione combattiva. Saxo Grammaticus, inoltre, ci parla della loro assunzione di sangue di orso o lupo, come “droga” per acquisirne la forza: è dunque possibile confinare in una dimensione simbolica le proprietà allucinogene di tale sostanza. Di fatto i Berserker e gli Ulfhednar erano Guerrieri Sacri ad Odino/Wotan, e secondo il mito era proprio lui ad indurre l’estatico stato di Furia, fino a provocare delle vere e proprie trasformazioni sul piano fisico.
Per comprendere maggiormente l’aspetto del Wodhiz è necessario innanzitutto analizzare la sfera semantica della radice indoeuropea di Wotan che è “wat” e che sta ad indicare la “furia divina” (di cui anche l’antico irlandese “faith” cioè “veggente, profeta”). Wat è la dimensione sovrumana alla quale si apre appunto il Guerriero Sacro e attraverso la quale egli raggiunge lo stato di estasi guerriera chiamato appunto Wodhiz. Georges Dumézil storico delle religioni, linguista e filologo francese interpretò la radice Wut come sostantivo che significa “ebbrezza”, “eccitazione”, e “genio poetico”, ma anche come il movimento terribile del mare, del fuoco e del temporale, come aggettivo che significa “violento”, “furioso” e “rapido. Si narra che per canalizzare questo stato, si effettuasse un rito chiamato “Hamrammr”, “mutamento di forma”. La “furia dei berserkir” – detta anche berserksgangr – poteva giungere in un qualunque momento della quotidianità. Incominciava con un tremolio, il battere dei denti e una sensazione di freddo nel corpo. La faccia si gonfiava e cambiava colore. Seguiva una grande rabbia e il desiderio di assalire il prossimo.
Pare che i berserkir facessero parte di sette segrete o società di guerrieri. Alcune saghe parlano di gruppi di berserkir con dodici membri dove coloro che desideravano entrare a farne parte dovevano sostenere un combattimento (rituale o reale). Alcuni berserkr cambiavano i loro nomi in björn o biorn, come riferimento all’orso. Il soprannome che adottavano e la loro inaudita ferocia in battaglia generò infatti una leggenda secondo la quale essi si trasformavano letteralmente in enormi orsi durante la battaglia e si diceva che non potessero essere sconfitti, in quanto insensibili al dolore e alla paura, senza ricorrere all’asportazione di parti vitali, quali cuore o testa.
Snorri Sturluson parla di berserker nella Saga di Egil, nella Hrólfs saga kraka ok kappa hans e nella Saga degli Ynglingar. Molte saghe descrivono i berserkir come assassini, ladri, saccheggiatori. Erik il Rosso era forse un berserkr. Harald Bellachioma, fondatore del regno di Norvegia, usava i berserkir come truppe d’élite.
La Saga di Grettir narra che questi guerrieri erano conosciuti anche come Úlfheðinn o “mantello di lupo”, poiché indossavano le pelli di questo animale.
Nel capitolo VI della Saga degli Ynglingar i compagni di Odino erano così presentati: «Andavano senza corazza, selvaggi come dei cani o dei lupi. Mordevano i loro scudi ed erano forti come degli orsi e dei tori. Massacravano gli uomini e né il ferro né l’acciaio potevano niente contro di loro. Questo si chiamava furore di berserkir»
* traustaz” fermo, forte ” Proto-Indo-europeo* deru- , * drew- , * drū-” essere solido, duro, solido; albero ” From Old Norsetraust (“confidence, trust, security, help, shelter, safe abode”), from Proto-Germanic*traustą (“trust, shelter”), from Proto-Indo-European*deru-, *dreu-, *drū- (“to be firm, be solid”). See also treysta (“to trust”).
Evocazioni benedizioni tratte dal vecchio poema islandese “Grogaldr”. Un galdr , galdrar plurale , è un antico norreno che indica un incantesimo nell’antica cultura germanica. È associato a determinati riti ed eseguito da donne e uomini. La parola galdr nell’antico norreno deriva dal vecchio gala alto tedesco che significa “canto, incantesimo”.
Þann gel ek þér fyrstan Þann kveða fjölnýtan Þann gól Rindi Rani At þú of öxl skjótir Því er þér atalt þykkir Sjalfr leið þú sjalfan þik
“Then first I will chant thee | the charm oft-tried, That Rani taught to Rind; From the shoulder whate’er | mislikes thee shake, For helper thyself shalt thou have.
“Allora prima ti canterò | il fascino spesso provato, Che Rani insegnò a Rind; Dalla spalla, più | non ti piace agitare, Perché tu stesso ti aiuterai.
Fjón þvæ ég af mér fjanda minna rán og reiði ríkra manna
Þann gel ek þér annan Ef þú árna skalt Viljalauss á vegum Urðar lokur Haldi þér öllum megum Er þú á sinnum sér
“Then next I will chant thee, | if needs thou must travel, And wander a purposeless way: The bolts of Urth | shall on every side Be thy guards on the road thou goest
“Allora ti canterò, se hai bisogno devi viaggiare, E vagare in un modo senza scopo: Le viti di Urth | deve da ogni parte Sii la tua guardia sulla strada che vai
Fjón þvæ ég af mér fjanda minna rán og reiði ríkra manna
Þann gel ek þér inn þriðja Ef þér þjóðáar Falla at fjörlotum Horn ok Ruðr Snúisk til heljar meðan En þverri æ fyr þér
“Then third I will chant thee, | if threatening streams The danger of death shall bring: Yet to Hel shall turn | both Horn and Ruth, And before thee the waters shall fail.
“Poi in terzo luogo ti canterò, se minacce minacciose Il pericolo di morte comporta: Eppure Hel si rivolge | sia Horn che Ruth, E davanti a te le acque si guasteranno.
Fjón þvæ ég af mér fjanda minna rán og reiði ríkra manna
Þann gel ek þér inn fjórða Ef þik fjándr standa Görvir á galgvegi Hugr þeim hverfi Til handa þér Ok snúisk þeim til sátta sefi
“Then fourth I will chant thee, | if come thy foes On the gallows-way against thee: Into thine hands | shall their hearts be given, And peace shall the warriors wish.
“Allora quarto ti canterò, | se verranno i tuoi nemici Sulla forca contro di te: Nelle tue mani | i loro cuori saranno dati, E la pace vorranno i guerrieri.
Fjón þvæ ég af mér fjanda minna rán og reiði ríkra manna
Þann gel ek þér inn fimmta Ef þér fjöturr verðr Borinn at boglimum Leysigaldr læt ek Þér fyr legg of kveðinn Ok stökkr þá láss af af fótum fjöturr
“Then fifth I will chant thee, | if fetters perchance Shall bind thy bending limbs: O’er thy thighs do I chant | a loosening-charm, And the lock is burst from the limbs, And the fetters fall from the feet
“Poi, quinto, ti canterò, se ce ne fosse per caso Legherà i tuoi arti flettenti: Io canto le tue cosce | un fascino allentato, E la serratura è scoppiata dagli arti, E le catene cadono dai piedi
Ægishjalmur Elmo di Awe elmo del timore o elmo dell’irresistibilità e invincibilità
Accidenti, lavo via la mia ”dannata” rapina e la rabbia dei ricchi.
Fjón þvæ ég af mér fjanda minna rán og reiði ríkra manna
Þann gel ek þér inn sétta Ef þú á sjó kemr Meira en menn viti Logn ok lögr Gangi þér í lúðr saman Ok léi þér æ friðdrjúgrar farar
Fjón þvæ ég af mér fjanda minna rán og reiði ríkra manna
Þann gel ek þér inn sjaunda Ef þik sækja kemr Frost á fjalli háu Hræva kulði Megi-t þínu holdi fara Ok haldisk æ lík at liðum
Fjón þvæ ég af mér fjanda minna rán og reiði ríkra manna
Þann gel ek þér inn átta Ef þik úti nemr Nótt á niflvegi At því firr megi Þér til meins gera Kristin dauð kona
Fjón þvæ ég af mér fjanda minna rán og reiði ríkra manna
Þann gel ek þér inn níunda Ef þú við inn naddgöfga Orðum skiptir jötun Máls ok mannvits Sé þér á minni ok hjarta Gnóga of gefit
Fjón þvæ ég af mér fjanda minna rán og reiði ríkra manna
Il primo incantesimo è un “Lösesegen” (benedizione della liberazione), che descrive come un certo numero di ” Idisen “liberano loro guerrieri in catene catturati durante la battaglia. Le ultime due righe contengono le parole magiche
“Salta fuori dalle catene, scappa dai nemici” che hanno lo scopo di liberare i guerrieri.
Eiris sazun idisi, sazun hera duoder;
suma hapt heptidun, suma heri lezidun,
suma clubodun umbi cuoniouuidi:
insprinc haptbandun, inuar uigandun.
Una volta sedevano le donne,
Si sedettero qui, poi lì.
Alcuni legami fissi,
Alcuni hanno impedito un esercito,
Alcune catene svelate:
Sfuggire ai legami,
fuggire il nemico!
Idisen spiriti e le divinità femminili associati alla battaglia sotto la classe di idis, dis, valkyrie e altri nomi come sigewif (donne-vittoria, associate dagli anglosassoni con uno sciame di api) e trovano i punti in comune sia linguisticamente che nei miti sopravvissuti e negli incantesimi magici .
Eir è una dea della quale si sa che apparteneva alla stirpe degli Asi, ed è abilissima nella medicina. Il nome, in accordo con la sua funzione significa “aiuto”, “grazia”. Eir potrebbe forse trovare una connessione con le divinità femminili dette Alaisiagae , citate su sue iscrizioni sacre del III secolo, che si trovano sul vallo di Adriano presso Housesteads in Gran Bretagna, La seconda parte di questo nome, che può significare “dee soccorrevoli” o “degne di venerazione”, risalirebbe un verbo germanico *aizjan che corrisponde al nordico eira “essere di vantaggio” “aver cura”. Le Alaisiagae erano dee adorate in coppia. Probabilmente c’erano due Alaisiagae, che avevano più nomi. Come dee della giustizia e/o della battaglia, accompagnavano Marte Thingsus. Potrebbero anche essere imparentati con le Valchirie della mitologia norrena. Erano venerati dai soldati dei Tuihanti e dei Frisii, che vivevano nei Paesi Bassi settentrionali e orientali.
Galadriel- personaggio di lord-of-the-rings forse ispirata Eir ed altre Alaisiagae
Una delle iscrizioni votive dedicate a queste dee recita: DEO MARTI THINCSO ET DVABVS ALAISAGIS BEDE ET FIMMILENE ET N AVG GERM CIVES TVIHANTI VSLM”Al dio Marte Thincsus e ai due Alaisagae, Beda e Fimmilena, e allo spirito divino dell’imperatore, gli uomini delle tribù germaniche di Tuihantis adempiono volentieri e meritatamente al loro voto.”
Deabus Alaisiagis Baudihillie et Friaga- bi et N(umini) Aug(usti) n(umerus) Hnaudifridi v(otum) s(olvit) l(ibens) m(erito) Alle dee Alaisiagae, Baudihillia e Friagabi e alla divinità dell’imperatore l’unità di Hnaudifridus adempì volentieri e meritatamente il suo voto.
Marte Thincsus è correlato al dio germanico della guerra Týr . Quest’ultimo era associato al giuramento e al Thing , un’assemblea locale di uomini liberi. Si discutevano questioni politiche, si prendevano decisioni giudiziarie e si tenevano riti religiosi. [ 1 ] Scherer suggerisce che provenissero dal distretto di Twenthe (da qui la menzione di ” cives Tvihantis “) nella provincia di Overijssel, nei Paesi Bassi. Le dee chiamate Alaisiagae sono nominate su pietre d’altare trovate nei santuari lungo il Vallo di Adriano: Beda, Baudihille, Fimmilena e Friagabis. Queste dee celtiche avevano parallelismi con dee frisone con nomi simili che potrebbero essere arrivate sul suolo germanico attraverso la Francia gallica. Non si sa se queste dee fossero romane . Beda potrebbe essere stata un’abbreviazione di Ricagambeda poiché i due nomi condividono una semantica simile . I soldati celtici romanizzati che prestarono servizio lungo il Vallo di Adriano molto probabilmente introdussero le Alaisiagae alle loro controparti romane, diffondendo così il culto di queste dee della vittoria
Eir è assimilabile con Igea, figlia di Asclepio, nella mitologia Greca e Romana.
La medicina, scienza sacra. E’ l’arte di riconoscere e utilizzare tutti gli elementi nei quali agisce la potenza vivificante e risanatrice del dio. E’ la scienza del mondo come capacita di discernere ogni cosa in due principi della vita – bene e male- e il loro equilibrio-contrapposizione indispensabile all’esistenza. Sa perciò richiamare e concentrare le forze vivificanti e indirizza la loro azione verso il ristabilire dell’ equilibrio del corpo. E’ scienza del corpo ma anche dello spirito, piche la globalità della conoscenza dell’essere è necessaria alla sua azione. Nel mito Nordico è ricordata la dea Eir, abilissima alla medicina alla cui figura si ispirano talune donne-medico ricordate nelle saghe La qualità sovrannaturale dell’ arte medica risalta sopratutto là dove essa viene messa in relazione con la conoscenza dei canti magici particolari o delle rune, nelle quali è racchiusa e simboleggiata l’essenza segreta della diverse entità del mondo. CONFER I miti nordici – G. C. Isnardi
Eir blíð ok heilagr, læknir goð, sár sefr ok mein bægir. Heilagr hönd, meiðsl bindi ok veiki færi. Lífi þú gef heilsubót, bani hræð þú. bani hræð þú. Eir, gentile e sacra, Dea della guarigione, lenisci ferite e allontana il dolore. Mano santa, fascia le ferite e rimuovi la malattia. Concedi vita e salute, bandisci morte e paura. bandisci morte e paura.
Sebbene il suo culto possa essere stato meno diffuso di quello di altre divinità norrene, l’importanza di Eir nella mitologia norrena risiede nel suo ruolo cruciale di protettrice e guaritrice. La sua eredità sopravvive nelle storie e nelle tradizioni norrene, dove rimane una figura venerata per il suo potere curativo e la compassione verso i mortali.
Nella mitologia norrena, Eir brilla come una figura iconica di guarigione e compassione. Il suo ruolo cruciale di protettrice e guaritrice la rende una divinità venerata, la cui influenza persiste nelle storie e nelle tradizioni norrene. Che si tratti di invocare il suo nome in caso di malattia o di onorare la sua benevolenza attraverso rituali di guarigione, Eir rimane una figura vitale nel pantheon nordico, ricordando ai mortali il potere confortante della guarigione e della compassione.
Nella mitologia norrena una Valchiria (dall’antico norreno Valkyrja, “Colei che sceglie gli uccisi”) era una figura femminile che decideva chi sarebbe morto in battaglia. Metà di quelli che morivano in battaglia, (l’altra metà andava nel mondo dell’aldilà Fólkvangr con Freyja), veniva portata dalle valchirie nel Valhalla, dove regnava Odino. Qui i guerrieri defunti diventavano einherjar, cioè spiriti dei guerrieri valorosi che si sarebbero battuti al fianco di Odino durante la battaglia finale del Ragnarök Cavalcavano dei lupi e infatti nell’antico inglese “valkyrie’s horse” era un sinonimo di lupo. Stando sui campi di battaglia, venivano spesso associate o identificate con corvi e lupi, spesso accompagnate da corvi o da cigni.
Le valchirie sono attestate nell’Edda poetica, opera che riporta miti e leggende più antichi, nell’Edda in prosa e nell’ Heimskringla (composti da Snorri Sturluson) e nella Njáls saga, una saga degli Islandesi, tutte scritte nel XIII secolo. Esse appaiono anche in tutta la poesia degli scaldi, (poeti scandinavi e islandesi), in una formula magica del XIV secolo e in varie iscrizioni runiche.
Ódhinn kunni thá ithróot , er mestr máttr fylgdhi, ok framdhi sjálfr, er seidhr heitir”
Odino possedeva l’arte da cui scaturisce un grande potere e che egli stesso esercitava, che si chiama magia. Saga degli Ynglingar Snorri Sturluson.
Fritz_Schaper_-_Altgermanische_Wisentjagd
Mattr, megin ‘‘ una forza che si manifesta in ogni essere in modo autonomo”
(1) ”un termine che rappresenta forza fisica , con una connotazione magica soprannaturale ”
Come sostiene Gianna Chiesa Isnardi nei Miti nordici
Mattr, megin si trovano unite in un’ espressione allitterante godlausir menn letteralmente uomini senza dio, termine che appare nell’ultima parte del periodo vichingo, quando alcuni ”uomini avvertendo la progressiva disgregazione del paganesimo” avendo rigettato la fede negli dei dei loro padri ,si dice in diverse occasioni che credevano ”nella propria forza e nel proprio potere a matt sinn ok megin” (2)
Gianna Chiesa Isnardi sostiene ” eccessivo il giudizio per chi vuole vedere in questo atteggiamento una sorta di ateismo, come pure quello di chi suggerisce che questi uomini fossero tornati ad un credo magico di tipo preteistico (3) piuttosto si può affermare che in un era di profondi mutamenti quale fu la fase finale del periodo vichingo, costoro, non trovando nell’antica religione il sostegno di cui avevano bisogno… riposero la loro fiducia in quell’unica forza della cui esistenza avevano certezza, piochè il potere della magia sta accanto agli dei ed è qualcosa di cui anch’essi hanno bisogno quando debbono compiere azioni straordinarie”
In proposito a matt sinn ok megin (“la propria forza e potere”)
La filosofia pagana vien ben descritta dal detto: “ogni uomo ottiene ciò che merita”.
Se si chiede qualcosa di straordinario, qualcosa in più, allora si deve pagarlo, in un modo o nell’altro.
Se non lo si annulla da sé (donando/sacrificando il guadagno extra agli dèi), ciò che è “sbagliato”, l'”ingiustizia” del favore extra verrà in qualche maniera annullata dalla cattiva hamingja – in pieno accordo con la comprensione pagana della giustizia.
Gli dèi restaureranno da sé la giustizia, in un modo o nell’altro, e la cattiva fortuna potrà arrivare quando e dove meno la si aspetta. Ogni uomo ottiene ciò che merita. Non di più, non di meno. Chiedere favori speciali è un affare rischioso. (4)
CONFER
Gianna Chiesa Isnardi nei Miti nordici
(1) Jan de Vries in Altgermanische Religionsgeschichte
(2) confer Gabriel Turville-professore di letteratura e antichità islandesi all’Università di Oxford
(3)confer Anton Gerard van Hamel Ođin Hanging on the Tree. Acta philologica Scandinavica
(4) V. Vikernes, Guide To The Norse Gods And Their Names, 2001, Cymophane Publishing; trad. it. Breviario degli dèi norreni e dei loro nomi, pag. 10: “Mjørðr” ovvero “Mjød”, “Il nutrimento del guerriero”.
La forma corretta è mátt sinn ok megin; nella formula completa ricorre spesso trúa á mátt sinn ok megin, cioè “confidare nella propria forza e potenza”, oppure più liberamente “fare affidamento sulle proprie forze”. Megin significa proprio “forza, potenza, vigore”; la formula è attestata nelle saghe norrene. sinn ok megin, “la propria forza e potenza”, esprime l’idea dell’uomo che trova in sé stesso il primo fondamento dell’azione. Non necessariamente in opposizione all’ordine cosmico, ma come capacità di assumere su di sé la responsabilità del proprio destino. Nella letteratura norrena tale atteggiamento viene attribuito a figure che non affidano la propria sorte all’intervento divino, ma alla forza, al coraggio e alla potenza personale. È tuttavia necessario ricordare che le saghe che ci trasmettono questa formula furono redatte in ambiente cristiano e che la sua interpretazione come autentica professione di “autosufficienza pagana” rimane discussa. La fiducia nel proprio mátt ok megin non implica necessariamente la pretesa di separarsi dall’ordine del cosmo. Può essere letta, piuttosto, come la consapevolezza che l’individuo possiede una propria misura di forza all’interno di quell’ordine e che il suo compito consiste nell’esprimerla pienamente, assumendosi le conseguenze delle proprie azioni. Nell’antico norreno, máttr e megin non sono semplici sinonimi di «forza», ma rappresentano due dimensioni distinte e complementari del potere umano, naturale e divino.Spesso accoppiati nella formula allitterante tradizionale máttr ok megin, questi concetti racchiudono il modo in cui i popoli scandinavi e germanici concepivano l’energia vitale, l’autonomia individuale e la presenza del sacro.
I due termini appartengono al patrimonio linguistico indoeuropeo e germanico comune, e sono sopravvissuti in molte lingue moderne:
Máttr: Deriva dal proto-germanico *mahtiz, a sua volta dalla radice indoeuropea *magh- («essere capace», «avere il potere di»). È il diretto antenato dell’inglese moderno might, del tedesco Macht, dell’olandese macht e delle forme scandinave moderne come lo svedese makt. Indica specificamente l’abilità pratica, la capacità di compiere un’azione e la forza fisica tangibile.
Megin: Deriva dal proto-germanico *maginą («forza sovrana», «vigore essenziale»). È strettamente imparentato con l’antico inglese mæġen, rimasto nell’inglese arcaico o letterario nella formula «with might and main» («con tutte le forze»). In tedesco antico ha dato vita a magan/megin. Indica la sorgente ontologica del potere, l’energia primordiale e innata.
2. La sfumatura concettuale: Forza manifesta vs. Potenza numinosa
Sebbene nel linguaggio comune venissero spesso fusi, la letteratura norrena fa emergere una netta distinzione qualitativa:
Máttr è la forza operativa e funzionale: È la forza muscolare, la prestanza fisica, la destrezza in combattimento o l’abilità tecnica di un artigiano. È un potere che si misura negli effetti visibili e concreti nel mondo materiale.
Megin è la sostanza energetica interiore e magico-sacrale: È una forza quasi metafisica presente nel cosmo, negli dèi, negli elementi naturali e in certi uomini straordinari.
Gli dèi possiedono il proprio megin: per esempio l’ásmegin («il potere divino degli Æsir»).
Il dio Thor indossa la Megingjörð («cintura di forza»): quando la allaccia, essa non aumenta semplicemente i suoi muscoli (máttr), ma raddoppia la sua carica vitale divina (megin) per permettergli di affrontare i giganti (jötnar).
Il megin può risiedere anche nella terra, nelle pietre o negli alberi (jarðarmegin, forza della terra).
3. L’espressione «Á mátt sinn ok megin» e i Goðlausir menn
Nelle saghe islandesi (come il Landnámabók, la Saga di Óláfr Tryggvason o la Saga di Finnbogi il Forte), la frase:
Trúa á mátt sinn ok megin
(«Credere nella propria forza e nel proprio potere»)
è la formula con cui venivano identificati i cosiddetti goðlausir menn («uomini senza dio»).
Perché non si trattava di semplice ateismo moderno?
Nell’Europa settentrionale tra il IX e l’XI secolo, con la progressiva crisi e disgregazione dei culti pagani tradizionali a contatto con il cristianesimo, alcuni individui scelsero di non compiere più i sacrifici (blót) né per gli antichi dèi né per il nuovo Dio cristiano:
Rifiuto del patto sacrificale: La religione norrena si basava sul principio do ut des («dò affinché tu dia»). Gli dèi proteggevano in cambio di doni e sacrifici, ma non garantivano una salvezza morale o un esito favorevole.
Autosufficienza radicale: Davanti all’incertezza e al declino dei vecchi culti, questi guerrieri e coloni preferirono affidarsi all’unica forza di cui avevano certezza empirica: le proprie braccia, il proprio coraggio e la propria determinazione interiore.
Nessun nichilismo: Non negavano che gli dèi o le forze invisibili esistessero; semplicemente sceglievano di non sottomettersi a essi, considerandosi padroni del proprio destino.
4. Integrazione con l’anima e il destino (Hamingja)
Nella psicologia tradizionale norrena, l’individuo non era diviso in un semplice dualismo corpo/anima, ma composto da varie istanze spirituali:
Önd: il soffio vitale.
Hugr: il pensiero, la volontà, il desiderio profondo.
Hamingja: la fortuna personale e familiare, una forza semi-personificata che segue le azioni dell’uomo.
Máttr e megin dovevano rimanere in armonia con la propria hamingja. Chi usava la propria forza in modo smodato o disonorevole consumava la propria fortuna e attirava la rovina. La concezione etica sottostante era inflessibile: l’individuo ha pieno arbitrio e potere personale, ma porta il peso totale delle conseguenze delle proprie azioni, senza la possibilità di invocare il perdono divino per rimediare a un errore di condotta.
Nei culti e nelle pratiche scandinave, la distinzione tra máttr (la forza fisica e misurabile) e megin (l’energia vitale e numinosa) trova la sua massima espressione in due figure chiave: i guerrieri estatici e i praticanti dell’arte magica del seiðr.
In entrambi i casi, l’individuo non si limita a usare la propria forza muscolare ordinaria, ma altera il proprio stato di coscienza per attingere a riserve sovrumane di megin.
1. I Guerrieri Estatici (Berserkir e Úlfhéðnar)
Per il guerriero comune, il combattimento era una questione di addestramento, prontezza e perizia tecnica (máttr). Per i berserkir (coloro che vestivano la pelle d’orso) e gli úlfhéðnar (coloro che vestivano la pelle di lupo), la guerra era invece un’esperienza sacrale legata direttamente al dio Óðinn, dio della sovranità e della furia estatica.
Dalla perizia fisica alla furia (Óðr): La parola stessa Óðinn deriva dalla radice germanica *wōd- (il tedesco Wut, l’anglosassone wōd), che indica l’estasi, la frenesia o la sacra follia. Durante la trance guerriera nota come berserksgangr, l’uomo metteva da parte il controllo razionale e lasciava che un’ondata incontrollata di megin travolgesse la propria forma fisica.
La metamorfosi sottile (Hamr): Secondo la cosmologia norrena, l’uomo possiede un involucro/forma esteriore chiamato hamr. Attraverso il furore estatico, il guerriero modificava il proprio hamr, assumendo la ferocia, l’odore e la letalità dell’animale totemico. Non si trattava sempre di una trasformazione fisica letterale, ma di un’emanazione energetica talmente violenta che le saghe riportano come i nemici venissero paralizzati dal terrore (svimarr) solo incrociandone lo sguardo.
L’effetto collaterale dell’esaurimento: Un corpo umano non può sostenere a lungo un flusso di megin così sproporzionato rispetto al proprio máttr. Le saghe descrivono con precisione la fase post-battaglia: calata l’estasi, i guerrieri cadevano in uno stato di prostrazione totale, febbricitanti e fisicamente inerti per giorni, proprio perché la forza vitale terrena era stata prosciugata per fare spazio all’energia primordiale.
2. La Magia del Seiðr: Manipolare le Trame di Luce e Sorte
Se i guerrieri usavano il megin come un’esplosione distruttiva, i praticanti del seiðr (la forma più potente e complessa di magia nordica) lo utilizzavano per operare sulle trame invisibili della realtà e del destino (örlög).
L’arte di Odino e Freyja: Nella Saga degli Ynglingar, Snorri Sturluson ricorda che fu la dea Vanir Freyja a insegnare il seiðr agli dèi Æsir, e che Óðinn ne divenne il maestro supremo. Snorri scrive che da quest’arte scaturiva un potere immenso (er mestr máttr fylgði), capace di dominare le menti, prevedere il futuro e plasmare la fortuna.
L’antitesi della forza muscolare: A differenza della magia runica (galdr), considerata solare, verbale e adatta all’etica maschile tradizionale, il seiðr richiedeva uno stato di abbandono recettivo, spesso accompagnato da canti rituali (varðlokur) eseguiti su una piattaforma rialzata (seiðhjallr).
Per un uomo della società vichinga praticare il seiðr comportava spesso il rischio dell’accusa di ergi (perdita della virilità o passività), proprio perché questa magia rifiutava il máttr esibito, frontale e belligerante.
Invece di opporre forza alla forza, la sacerdotessa (seiðkona) o lo sciamano (seiðmaðr) usavano una canna o un fuso rituale (seiðstafr) per attingere al jarðarmegin (il potere magico della terra) o all’energia degli spiriti ancestrali, incanalandolo verso la mente del bersaglio o sugli eventi naturali.
Il legame sotterraneo
Guerrieri sciamanici e maestri di magia rappresentavano due facce della stessa intuizione antropologica: l’essere umano, nei suoi limiti fisici (máttr), è una misura finita; ma aprendosi ritualmente a forze cosmiche (megin), è capace di compiere azioni che oltrepassano le leggi ordinarie del corpo e della volontà quotidiana.
Questo manufatto piuttosto macabro è stato trovato durante uno scavo archeologico a Ribe, in Danimarca. Consiste in un frammento di cranio umano successivamente trasformato in un amuleto. Misura circa 6 cm per 8,5 cm e contiene un piccolo foro, che avrebbe permesso di essere indossato su una cravatta. L’amuleto risale alla metà dell’ottavo secolo, epoca in cui la Danimarca era ancora un paese prevalentemente pagano. Contiene un numero di linee di testo runico inscritto e queste forniscono una panoramica della funzione originale dell’oggetto.
Gap var ginnunga Hin fornu Tré Óðinn gaf líf Vili gaf Vit Vé gaf sjón, mál og heyrn Dansk oversættelse: Ulf/ulv og Odin og Høj-Tyr. Hullet/Buri er hjælp mod dette værk (denne smerte). Og dværgen overvundet. Bourr.
English translation: Ulfr/ Wolf and Óðinn and HótiwR/High-Týr. The hole/Buri is help against this ache (pain). And the dwarf overcome. Bourr.
Transskription: UlfuR auk Óðinn auk Hó-TíuR. Hialp buri es viðR þæima værki. Auk dverg unninn. Bóur(r).
Translitteration: ulfuR Auk uþin Auk HutiuR : HiAlb buri(i)s : uiþR | þAiMA uiArki Auk tuirk unin buur
Ulf e Odino,
e l’Alto Tyr,
Questo è l’aiuto contro questo dolore
E il nano ha vinto. Bourr
(MacLeod and Mees 2006, 24)
L’iscrizione runica sembra invocare una tripla forza di protettori per combattere un Nano. Questi sono Ulf o lupo, che può rappresentare Fenrir , poi Odino il dio nordico principale, seguito da Alto-Tyr, che è probabilmente il dio guerriero Tyr .
Questi aiuteranno Bur, che è molto probabilmente Borr / Burri , il padre di Odino (è anche possibile che Ulf / Odino / Alto-Tyr, rappresentino una trinità divina dello stesso dio, Odino).
Nella mitologia norrena si pensava che Odino avesse poteri curativi, mentre i nani erano spesso associati alla malattia. Alla luce di ciò, il ciondolo potrebbe essere stato usato come talismano per proteggersi dalle malattie. L’uso di un teschio umano ha probabilmente infuso l’amuleto con una potenza extra.Riferimenti
MaCleod, M. & Mees B. (2006) Amuleti runici e oggetti magici , Boydell Press, Suffolk
E’ impossibile in modo univoco ed inequivocabile definire esattamente quando, come e sopratutto dove sorsero le prime manifestazioni di queste discipline atte sostanzialmente ad un processo di recupero dell’equilibrio psicofisico e alla ricerca della sensazione di integrità, discipline e pratiche dai mille volti e rivoli definibili con il termine “olotropiche”ὅλος intero e τρεπὲιν”muoversi verso l’interezza”, o bioenergetiche comunque riguardanti la soggettiva energia vitale, che nelle disparate culture assume termini diversi, prana प्राण, Pneuma πνεῦμα, mana, qi,ki 氣
Nell’antica Cina,per quel che si sa’, si é conservata traccia, come citato, da molti autori tra cui, Wang Xuanjie e J.MFFET Nell’arte di nutrire (SoWEN Jaca Book)
Si narra che la Medicina Tradizionale cinese designasse una varietà di denominazioni per definire individui che praticano movimenti rigenerativi nell’alveo della coltivazione del QI氣.
”Agli albori della Medicina Tradizionale Cinese nel periodo delle ossa oracolari dove abbiamo testimonianza della cura attraverso ”esorcismo” tramite tecniche di movimento fisico ed emissione vocale..”
(confer Medicina Cinese la radice e i fiori corso di sinologia per medici e appassionati Giulia Boschi)
(confer Medicina Cinese la radice e i fiori corso di sinologia per medici e appassionati Giulia Boschi)
” È un ritorno dunque all’Uomo-Medicina, all’antica figura da cui il cammino medico dell’umanità prese un tempo avvio. Uomo-Medicina, termine generico questo, che la tradizione medico-esoterica cinese diligentemente valutava in varie e complementari esperienze e sensibilità. Fra queste realtà mediche vanno considerati certo i Wu ( 巫 ), Coloro che curano assumendo adeguate posizioni corporee e danzando, gli Xian ( 僊 ), Coloro che curano saltando e facendo capriole ed alzandosi da terra, e gli Zhu ( 巫 彭 ), Coloro che curano evocando ed esorcizzando, ed i Fang Shi ( 巫 咸 ), il variegato campo degli Stregoni, Coloro che conoscono le formule magiche e che sanno come utilizzarle. In ogni caso, tutti quanti Sha Men ( 沙 門 ), Sciamani. Non si intende qui sostenere che la tradizione medica cinese si sia totalmente svolta nello sciamanesimo. Essa, anzi, bene conobbe sia essoterismo che esoterismo. A volte fra essi regnò l’armonia, non raramente prevalse l’intransigenza.”
Numerosissime sono i diversi approcci, riferimenti e discipline, scuole, ed implicazioni originarie dell’oriente, dove meglio conservate, grazie ad un diverso svolgersi di fattori storici e filosofici, poichè le concezioni tecnologiche riduzioniste e positiviste nonchè le credenze ”monoteiste” e le loro conseguenze sono giunte più tardi .
In occidente, più in era moderna, sono state divulgate discipline in tale direzione, poichè non è dato sapere, in modo certo, di conservazione di antiche tradizioni e pratiche, come quelle che si svolgevano durante i culti riservati agli iniziati si ha memoria di Abari Ἄβᾱρις Ὑπερβόρειος, Ábaris Hyperbóreios e Aristea di Proconneso, Ἀριστέας τοῦ Προκονησίου, leggendari ἱερόμαντές ieromanti , ϑαυματουργόι taumaturgi e sacerdoti di Apollo .
E similmente si può dire per il mondo delle tradizione nordiche germano-celtiche pratiche e culti di cui resta poca testimonianza.
Hado 波動 movimento ondulatorio o vibrazione, percezione di ambienti e persone. 波 (ha / bō): onda, flutto, increspatura. 動 (dō / dòng): movimento, moto, azione.
SEITAI Katsugen Undo Movimento Rigeneratore Katsugen Undo 活元運動 “movimento dall’interno” Secondo Itsuo Tsuda: “Il movimento rigeneratore si pratica mediante la sospensione momentanea del sistema volontario. Non necessita di alcuna conoscenza, né tecnica. Al contrario, bisogna liberarsene. La ricerca di una finalità preliminarmente determinata, non fa che ostacolare l’evoluzione naturale del nostro essere. Il principio che noi abbiamo formulato è dunque: «SENZA CONOSCENZA, SENZA TECNICA, SENZA SCOPO».”
Reiki 靈氣 運動 Undo movimenti spontanei generati dalla liberazione di tensioni psicofisiche
La vibrazione muscolareè un’esperienza somatica primordiale, che si origina nei processi naturali del sistema di memoria procedurale del cervello. E’ metodo naturale che l’organismo utilizza per scaricare l’eccessiva eccitazione. La scarica dell’organismo ha un’origine fisiologica, attraverso l’effetto rilassante sul corpo, il tremore facilita la percezione di sè stessi, rilassando al contempo la mente.
Nota Nel panorama olistico e della cosiddetta medicina vibrazionale, il concetto espresso dal termine hadō (frequenza, risonanza ed energia sottile) affonda le radici nel lavoro di diversi medici, scienziati eterodossi e ricercatori che hanno teorizzato l’interazione tra materia, coscienza e oscillazioni energetiche.
I principali esponenti e filoni collegati includono:
La “Hadō Igaku” (波動医学) in Giappone: Oltre a Emoto, in Giappone studiosi e medici integrativi come il dottor Ryikyu Tsuda e vari divulgatori della medicina complementare hanno utilizzato l’espressione Hadō Igaku (medicina vibrazionale) per descrivere l’uso combinato di agopuntura, biorisonanza e tecniche di consapevolezza mentale per riequilibrare il campo energetico della persona.
Richard Gerber: Medico statunitense autore di Vibrational Medicine (1988), considerato il testo di riferimento della medicina energetica contemporanea. Gerber ha unificato concetti orientali (chakra, meridiani del prana e del qi) con la fisica quantistica ed elettromagnetica, descrivendo l’essere umano come una complessa rete di campi energetici multidimensionali in grado di rispondere a vibrazioni luminose, sonore o floreali.
Albert Abrams e la radionica: Considerato all’inizio del Novecento il fondatore della radionica, Abrams sosteneva che ogni cellula, tessuto e patologia emettesse una specifica frequenza elettromagnetica (chiamata “ERA” o Electronic Reactions of Abrams). La strumentazione di Abrams ha ispirato la maggior parte dei dispositivi di biorisonanza moderni, compreso l’MRA (Magnetic Resonance Analyzer) di Ronald Weinstock, lo strumento su cui Masaru Emoto basò le sue prime rilevazioni di hadō in Giappone.
Georges Lakhovsky: Ingegnere e biologo di origine russa, ideatore dell’Oscillatore a Onde Multiple negli anni ’20. Lakhovsky sosteneva che ogni cellula vivente fungesse da piccolo circuito risonante: secondo la sua teoria, la salute è mantenuta dall’oscillazione armonica cellulare, mentre la malattia subentra quando le frequenze esterne o interne ne alterano il ritmo naturale.
Royal Raymond Rife: Negli anni ’30 sviluppò una teoria basata sulla frequenza di risonanza mortale (Mortal Oscillatory Rate), sostenendo che ogni microrganismo patogeno potesse essere neutralizzato esponendolo alla sua esatta frequenza vibratoria naturale, concetto ripreso da molta medicina alternativa delle frequenze.
Edward Bach: Il medico britannico creatore della floriterapia ha anticipato l’idea che l’acqua possa trattenere “l’impronta vibratoria” delle piante. Secondo Bach, i rimedi floreali non agiscono chimicamente, ma trasmettono una qualità energetica sottile all’organismo per armonizzare gli stati emotivi dissonanti.
Jacques Benveniste e Luc Montagnier: Sul fronte della biologia molecolare , Benveniste (nel 1988 con la contestata “memoria dell’acqua”) e successivamente il premio Nobel Montagnier hanno sostenuto che soluzioni acquose ad altissima diluizione potessero conservare ed emettere onde elettromagnetiche a bassa frequenza tipiche del DNA o delle molecole disciolte in precedenza, offrendo una base teorica spesso adottata sia dall’omeopatia sia dai sostenitori del concetto di hadō.
Il fisico teorico Emilio Del Giudice (1940–2014) rappresenta una delle figure più rilevanti e citate quando si cerca un ponte rigoroso tra fisica teorica, biofisica e paradigmi olistici. Ricercatore dell’INFN (Istituto Nazionale di Fisica Nucleare), Del Giudice ha portato il dibattito sulla memoria dell’acqua e sulle vibrazioni biologiche su un piano matematico e fisico formale.
Insieme a Giuliano Preparata, Del Giudice ha applicato l’Elettrodinamica Quantistica Coerente (QED) alla materia condensata, formulando la teoria dei domini di coerenza dell’acqua. Secondo questo modello, l’acqua liquida non è un insieme caotico di molecole isolate che collidono a caso (il modello puramente chimico-molecolare), ma si organizza spontaneamente in regioni microscopiche in cui le molecole oscillano all’unisono, sintonizzate con un campo elettromagnetico intrappolato.
Questi domini di coerenza agiscono come vere e proprie antenne capaci di ricevere, trattenere e trasmettere segnali elettromagnetici a bassissima intensità. Per Del Giudice la materia vivente è coordinata non tanto da incontri chimici casuali (“chiave-serratura”), quanto da una risonanza di fase: le reazioni biochimiche avvengono perché attratte dalle frequenze elettromagnetiche emesse da questi domini d’acqua coerente, fornendo una spiegazione fisica al concetto di risonanza (hadō). Del Giudice ha poi collaborato strettamente con Luc Montagnier, Alberto Tedeschi e Giuseppe Vitiello proprio per indagare queste tracce elettromagnetiche nei sistemi biologici.
Accanto a Del Giudice, in questa specifica frontiera della biofisica e della biologia quantistica, meritano di essere ricordati:
Giuliano Preparata: Fisico teorico di statura internazionale, è stato il coautore della formulazione teorica della QED coerente e dei domini di coerenza, sostenitore convinto del superamento della visione puramente meccanicistica della chimica biologica.
Fritz-Albert Popp: Biofisico tedesco pioniere nello studio dei biofotoni. Dimostrò sperimentalmente che le cellule viventi emettono costantemente un’emissione ultra-debole di luce coerente (fotoni) che funge da rete di comunicazione intracellulare e intercellulare per orchestrare i processi vitali.
Herbert Fröhlich: Fisico teorico britannico di origine tedesca che già negli anni ’60-’70 teorizzò la “condensazione di Fröhlich”: l’idea che le macromolecole biologiche vibrassero a frequenze coerenti ad altissima velocità (onde di terahertz), coordinando le funzioni metaboliche attraverso campi elettromagnetici endogeni.
Gerald Pollack: Docente di bioingegneria all’Università di Washington, noto per la scoperta dell’acqua EZ (Exclusion Zone, o quarta fase dell’acqua). Ha dimostrato che a contatto con superfici idrofile l’acqua si struttura spontaneamente creando un gel carico negativamente, capace di immagazzinare energia radiante (specialmente luce infrarossa).
Mae-Wan Ho: Genetista e biofisica nota per il testo The Rainbow and the Worm, che ha teorizzato la “coerenza quantistica totale” degli organismi viventi, descrivendo il corpo non come una macchina, ma come un cristallo liquido dinamico sincronizzato da campi elettromagnetici coerenti.
Questi ricercatori, pur provenendo da percorsi e gradi di accoglienza accademica differenti, condividono l’idea che la vita sia coordinata prima da campi, risonanze e informazioni ondulatorie che dalla semplice diffusione chimica, offrendo le fondamenta teoriche occidentali a quello che in Oriente veniva intuitivamente descritto come hadō o circolazione del qi.
La biofisica di frontiera (Del Giudice, Popp, Fröhlich): Questi ricercatori partivano da un problema reale della biologia convenzionale: il modello puramente meccanicistico (molecole che collidono a caso nel citoplasma finché non si incastrano) fatica a spiegare la velocità, la precisione e la sincronizzazione di miliardi di reazioni biochimiche al secondo.
Per questo hanno applicato la fisica quantistica dei campi (QED) e l’ottica per proporre che siano onde, domini di coerenza e campi elettromagnetici a coordinare la materia. Si tratta di ricerca teorica e sperimentale legittima, anche se spesso accolta con cautela o scetticismo dalla comunità accademica tradizionale per via delle difficoltà di replicazione indipendente su larga scala.
“L’uomo potrebbe sfuggire da ogni cosa, meno che dalle sue intuizioni archetipiche, create nel momento in cui ha preso coscienza della sua posizione nel Cosmo. […] La spiritualità arcaica, così come l’abbiamo decifrata, assetata di ontico, continua fino ai giorni nostri”
Mircea Eliade
La Saggezza
non arriva in regalo,
ma deve essere perseguita, rincorsa, conquistata.
Decidere consapevolmente le proprie azioni
Agire senza aspettative
Accogliere in serenità qualsiasi risultato
Se oggi fosse l’ultimo giorno della mia Vita
vorrei fare
quello che sto per fare oggi ?
Arjuna comincia ad agire, a combattere,
e non sa cosa avverrà di lui,
nè dei suoi compagni,
nè dell’esito della battaglia
o del futuro del suo popolo.
Ma sapere questo è il compito del Divino,
del “conoscitore del campo”.
All’essere umano in realtà compete solo di agire,
cioè di vivere,
all’interno della Straordinaria Manifestazione
in cui si dispiega la sua Vita.