Il Genius Loci è intrinsecamente legato al paesaggio. “Genius Loci. Il dio dei luoghi perduti” di Francesco Bevilacqua

Il legame tra paesaggio e Genius Loci è profondamente intrecciato secondo le fonti. Il Genius Loci è intrinsecamente legato al paesaggio, tanto che quest’ultimo è il luogo in cui si cela e attraverso cui impariamo a riconoscerlo.

Le fonti sottolineano che il paesaggio non è un mero spazio fisico. È piuttosto un insieme complesso di elementi materiali e immateriali, che includono uno spazio geografico omogeneo, il suo contenuto ecologico, una storia di natura e cultura impressa nel tempo, un immaginario collettivo e la percezione sensoriale dell’osservatore.

Eugenio Turri definisce il paesaggio come territorio abitato, umanizzato e reso riconoscibile alla cultura umana. Egli evidenzia una profonda adesione spirituale degli uomini ai loro luoghi, che si manifesta sia nell’adattamento materiale che nell’interiorizzazione psichica dei caratteri del paesaggio. In quest’ottica, il Genius Loci è descritto da Turri come lo spirito del luogo, una divinità impersonale che incarna il senso del luogo, i suoi odori, colori, apparenze, magie, suoni e parole ad esso legati, perpetuandosi attraverso le generazioni e plasmando uno stile e un modo di vedere e costruire.

Raffaele Milani aggiunge che è attraverso la vista e il sentimento della meraviglia che si può scorgere nel paesaggio la presenza sensibile del Genius Loci. Egli considera il Genius Loci come l’intima facoltà della natura di plasmare un paesaggio pregno di sacralità, capace di stupire l’osservatore.

Vernon Lee descrive il Genius Loci come avente la sostanza del nostro cuore e della nostra mente, e la sua incarnazione è il luogo stesso, manifestandosi in specifici monumenti o tratti del paesaggio.

Le fonti avvertono anche che la perdita di memoria del Genius Loci si verifica quando i luoghi non rappresentano più soluzioni di adattamento e quando l’impronta del sacro non è più visibile nel paesaggio. Alain De Botton suggerisce che certi luoghi nel paesaggio possiedono una forza particolare che ci costringe a osservarli, forse indicando la presenza del Genius Loci attraverso la bellezza. Infine, la percezione del Genius Loci può generare un profondo senso di connessione tra l’anima dell’osservatore e lo spirito del luogo, mediato dalla bellezza del paesaggio stesso.

In sintesi, il paesaggio è il palcoscenico e la manifestazione tangibile del Genius Loci. È attraverso l’esperienza sensoriale e emotiva del paesaggio che possiamo percepire e comprendere lo spirito unico di un luogo.

NULLUS LOCUS SINE GENIO: questa frase di Servio […] diceva ai suoi contemporanei una cosa che per loro era ovvia: «nessun luogo è senza Genio». Laddove per Genio s’intende lo spirito, il nume tutelare del luogo stesso.”
“Genius Loci. Il dio dei luoghi perduti” di Francesco Bevilacqua (Rubbettino Editore, 2010)

“Genius Loci. Il dio dei luoghi perduti” di Francesco Bevilacqua (Rubbettino Editore, 2010)

Autore: Francesco Bevilacqua

Data di Pubblicazione: 2010

Parole Chiave: Genius Loci, paesaggio, ninfe, fate, architettura moderna, pianificazione, identità dei luoghi, sacralità, processo di individuazione, spopolamento, atopia, Mente Locale, bellezza, essenzialità dello sguardo.

Sommario:

Questo documento di briefing analizza i temi principali e le idee più importanti presenti negli estratti del libro “Genius Loci. Il dio dei luoghi perduti” di Francesco Bevilacqua. L’autore esplora il concetto di Genius Loci, la sua progressiva perdita nella modernità a causa di una pianificazione omologante e di un’architettura che ignora l’identità dei luoghi, e la sua connessione con figure mitologiche come ninfe e fate. Bevilacqua sottolinea l’importanza di recuperare una sensibilità verso lo “spirito del luogo” per restituire dignità e sacralità al paesaggio, evidenziando il legame intrinseco tra l’anima individuale e i luoghi vissuti.

Temi Principali e Idee Chiave:

1. La Perdita del Genius Loci nella Modernità:

  • Critica alla pianificazione e all’architettura moderna: Bevilacqua critica aspramente l’attuale modo di pianificare e costruire, definito come “sparare cemento e asfalto sul paesaggio valutato economicamente”. Sostiene che la pianificazione è diventata sinonimo di omologazione, trasformando i luoghi in generici “spazi” e annullando la loro identità.
  • “Pianificare ormai equivale a omologare. Si aspira al globale e ci si rifugia nel locale, usando gli stessi stilemi progettuali. Si trasformano i luoghi in generici «spazi». Annullando la loro identità, si banalizzano. Si distruggono.”
  • “I «pianificatori» spesso sono diventati killer del paesaggio.”
  • Ossimoro tra tutela e valorizzazione: L’autore evidenzia come il tentativo di “tutelare per valorizzare” (o viceversa) il paesaggio sia un ossimoro, in quanto un bene immateriale e inestimabile non può essere calcolato come un bene economico qualsiasi.
  • “Tutelare per valorizzare (o viceversa) è un ossimoro condiviso dalla collettività. Due operazioni parallele e contrapposte. Non si tradurranno mai in realtà perché un bene immateriale, inestimabile non può essere valorizzato – calcolato – come un bene economico qualsiasi.”
  • Incapacità di riconoscere il paesaggio: A causa della devastazione del territorio, non si riesce più a riconoscere il paesaggio nella sua autenticità.
  • “In molti casi, il territorio devastato – la terra bruciata – degrada l’ambiente e uccide il paesaggio. Pur con leggi, decreti, dotte sentenze e tante buone intenzioni, il paesaggio, in non poche zone, non esiste più e – ciò è grave – non si riesce più a riconoscerlo.”
  • Scomparsa delle figure mitologiche: La difficoltà nel percepire il Genius Loci è collegata alla perdita della capacità di vedere le “ninfe” e le “fate”, figure che incarnavano lo spirito dei luoghi.
  • “Turba e non poco, non riuscire più a vedere le ninfe. Non riconoscere il Genius Loci. Inquieta vederli confusi con personaggi di Walt Disney.”

2. La Natura e il Significato del Genius Loci:

  • Nullus locus sine Genio: Riprendendo l’antica saggezza latina, Bevilacqua ricorda che “nessun luogo è senza Genio”, intendendo lo spirito, il nume tutelare del luogo stesso.
  • “NULLUS LOCUS SINE GENIO: questa frase di Servio […] diceva ai suoi contemporanei una cosa che per loro era ovvia: «nessun luogo è senza Genio». Laddove per Genio s’intende lo spirito, il nume tutelare del luogo stesso.”
  • Connessione con le ninfe e le fate: L’autore esplora il legame tra il Genius Loci e le figure mitologiche delle ninfe greche e delle fate, considerate divinità dei luoghi e incarnazioni delle forze della natura.
  • “Quel che conta, a questo punto della nostra ricerca, è l’aver compreso che sia le ninfe che le fate sono divinità legate ai luoghi, anzi, divinità dei luoghi, al punto da condividerne la sorte.”
  • “Le fate sono, infatti, figure dell’immaginario collettivo note in quasi tutte le culture e le religioni del mondo, seppure con nomi diversi e con varianti più o meno accentuate. Si tratta, come per le ninfe, di spiriti intermedi tra l’uomo e le divinità ufficiali e nascono anch’esse dalla necessità degli uomini di personificare i luoghi o gli elementi della natura.”
  • Sacralità dei luoghi: Il Genius Loci è intrinsecamente legato all’idea di sacralità dei luoghi, percepiti come “numinosi”, colmi della presenza di un nume.
  • “Se volessimo tentare di spiegare oggi, con semplicità, ad una persona qualunque, come può applicarsi questo concetto ad un luogo particolare, potremmo forse dire che quel luogo, propriamente, è «numinoso», è cioè colmo della presenza di un nume, pervaso da un’aura di sacralità.”

3. L’Architettura Moderna e la Dimenticanza del Genius Loci:

  • Critica a Norberg-Schulz: Pur riconoscendo il suo tentativo di recuperare la dimensione esistenziale del luogo, Bevilacqua riporta l’obiezione antropologica secondo cui il rapporto tra uomo e luogo è bidirezionale, con un’osmosi e talvolta una simbiosi.
  • Identità del luogo: Norberg-Schultz sottolinea come il luogo sia la manifestazione concreta dell’abitare umano e come l’identità dell’uomo dipenda dall’appartenenza ai luoghi.
  • “Il luogo rappresenta quella parte di verità che appartiene all’architettura: esso è la manifestazione concreta dell’abitare dell’uomo, la cui identità dipende dall’appartenenza ai luoghi.”
  • Critiche di Hillman e Turri: Psicoanalisti e geografi concordano nel denunciare come l’architettura moderna abbia dimenticato il Genius Loci, spesso privilegiando la “genialità” del progettista o gli interessi speculativi.
  • Hillman: “C’è un’inflazione, una sorta di megalomania tipica degli architetti, come se fossero investiti dell’archetipo dell’eroe.”
  • Turri: “mancanza di una auscultazione del Genius Loci e delle voci che i paesaggi raccontano, la storia della natura e le storie degli uomini, le loro memorie, le loro fatiche, quelle presenze e assenze”

4. Il Paesaggio come Silenzio Eloquente e la Ricerca del Senso:

  • Definizione complessa di paesaggio: Bevilacqua sottolinea che il paesaggio non è solo spazio fisico, ma un insieme di elementi materiali e immateriali, tra cui storia, cultura, immaginario collettivo e percezione sensoriale.
  • Atopia e Amnesia dei Luoghi: L’autore riprende i concetti di Turri e Augé per descrivere la perdita di identità dei luoghi (atopia) e la disconnessione delle persone dal proprio ambiente (amnesia), portando alla creazione di “non-luoghi”.
  • Augé: “Il luogo antropologico è simultaneamente principio di senso per coloro che l’abitano e principio di intelligibilità per colui che l’osserva.”
  • Augé: “se un luogo può definirsi come identitario, relazionale, storico, uno spazio che non può definirsi né identitario, né razionale, né storico si definirà un non-luogo”
  • Mente Locale: Bevilacqua introduce il concetto di Franco La Cecla di “Mente Locale”, sottolineando come l’adattamento tra individuo, gruppo e luogo sia una costruzione complessa e fragile, legata alla sopravvivenza sociale e culturale.
  • La Cecla: “Solo oggi, dopo molti anni di mito sul villaggio globale e sui nuovi cittadini del mondo si comincia a capire che il processo di adattamento tra un individuo, un gruppo ed un luogo è una costruzione di una complessità affascinante e fragile insieme.”
  • Ritorno del represso: Citando Hillman, l’autore avverte che il Genius Loci negato o dimenticato ritorna sotto forma di “malattie” e “patologie” sociali e individuali.

5. L’Essenzialità dello Sguardo e la Riscoperta della Bellezza:

  • Luoghi dimenticati: Bevilacqua descrive l’esistenza di luoghi appartati in Europa che hanno resistito alla modernizzazione e che possono risvegliare una “vertigine” interiore, sintomo della presenza del Genius Loci.
  • Bisogno psichico di bellezza: Riprendendo Hillman, l’autore sottolinea il fondamentale bisogno della psiche di bellezza, con la natura come rifugio per l’anima.
  • Hillman: “Il bisogno che ha la psiche della bellezza è fondamentale”
  • Comunicazione tra anima e spirito del luogo: La bellezza del luogo è il tramite per una profonda comunicazione tra l’anima dell’osservatore e lo spirito del luogo.
  • Ricerca iniziatica: La ricerca del Genius Loci è descritta come un “viaggio iniziatico” che richiede cautela, discrezione e tatto per interrogare il paesaggio.

6. Genius Loci come Luogo Originario e Processo di Individuazione:

  • Legame tra anima e terra: Bevilacqua esplora la prospettiva psicologica di Jung, secondo cui la terra forgia il carattere e l’indole dell’uomo. Il luogo in cui si è vissuti a lungo ha un valore fondante per la psicologia dell’individuo.
  • Luogo prenatale: Il grembo materno è identificato come il primo “luogo originario” dell’individuo, con un proprio Genius Loci, che lascia tracce profonde nella psiche.
  • Amore per i luoghi d’origine: Il Genius Loci, inteso come insieme di suoni, odori, sapori, colori, tradizioni e affetti legati al luogo originario, contribuisce a far nascere l’amore per questi luoghi.
  • Necessità di pathos e poiesis: In conclusione, Bevilacqua sottolinea che senza una disposizione interiore fatta di “pathos”, “poiesis” e “mania”, il Genius Loci non potrà mai essere percepito o ascoltato.

Citazioni Significative:

  • “Il paesaggio è sempre stato oggetto di riflessioni e interessi a volte contrapposti. Ha coinvolto saperi diversi e chi pianifica ha tentato di coordinarli, fallendo – specie in Italia – gli obiettivi prefissati.”
  • “La situazione rischia di diventare drammatica. La denuncia scivola in sterili polemiche fra fautori e detrattori, catastrofisti e negazionisti.”
  • “Bevilacqua non è un esploratore: è un rabdomante della bellezza, un cacciatore d’immagini e d’emozioni.”
  • “In generale la natura costituisce una tonalità estensiva complessa, un luogo che a seconda delle circostanze locali acquista una particolare identità. Questa identità o spirito, può essere descritta con modi concreti.”
  • “Il paesaggio, un tempo era impregnato di usi e di memorie che esprimevano per intero la società, che sussistevano al di fuori di fatti e personaggi precisi, perché il tempo cancellava le date e i personaggi e lasciava emergere tutto ciò che era spirito del luogo, Genius Loci…”
  • “Chi non conosce il bosco cileno non conosce questo pianeta. Da quelle terre, da quel fango, da quel silenzio, io sono uscito ad andare, a cantare per il mondo.” (Pablo Neruda)
  • “Senza un pathos, senza una poiesis, senza una mania, il Genius Loci non potrà mai essere percepito né tampoco auscultato.”

Conclusioni:

Gli estratti di “Genius Loci. Il dio dei luoghi perduti” offrono una profonda riflessione sulla relazione tra l’uomo e i luoghi, sulla perdita di sensibilità verso lo spirito dei luoghi nella modernità e sulla necessità di recuperare una connessione autentica con il paesaggio. Attraverso un’analisi che spazia dalla mitologia alla psicologia, dall’architettura all’antropologia, Bevilacqua invita il lettore a riscoprire la sacralità intrinseca dei luoghi e il loro ruolo fondamentale nel processo di individuazione individuale e collettiva. La riscoperta del Genius Loci non è solo un atto di consapevolezza estetica, ma una necessità per ritrovare un’armonia perduta tra l’uomo e l’ambiente che lo circonda.

Giacomo Boni, geniale archeologo simbolista , Flamen Floralis, ultimo custode degli arcana Urbis

«Uno degli uomini più singolari e affascinanti di questo secolo»
Ugo Ojetti  
scrittore, critico d’arte, giornalista e aforista italiano.

Giacomo Boni. Scavi, misteri e utopie della Terza Roma
Sandro Consolato edito da Alfaforte.

Attraverso una denso saggio, scorrevole come un romanzo storico, come sempre accurato e dettagliato con un poderoso apparato di note , l’autore ci conduce sulle tracce di un personaggio d’eccellenza della nostra storia.
Giacomo Boni ha segnato  la storia dell’archeologia romana con notevoli scoperte nel Foro e sul Palatino che lo resero celebre in tutto il mondo, nonostante  fosse considerato un outsider dal mondo accademico,fu anche letterato e botanico (riorganizzò gli Orti Farnesiani, sul Palatino, dove oggi è sepolto) figura originalissima e poliedrica, nazionalista mistico e nostalgico del paganesimo, inseguì l’utopia di una Terza Roma che ridesse un primato all’Italia nel mondo.
 Sapiente erudito «completo»,  sensitivo degli scavi , geniale archeologo vate e architetto che rinnovò completamente la metodologia di scavo e studio dei siti stabilendo la necessità di tutelare e valorizzare i monumenti archeologici, concepì l’archeologia come 
«una disciplina che può condurre alla scoperta e alla conoscenza delle leggi che regolano la vita umana nel suo complesso».

”Esplorai il centro di irradiazione della civiltà nostra per ricercare la vita nelle stratificazioni più profonde. Nelle antichissime leggi tradizionali vidi luce di vita molto maggiore che nei modernissimi ordinamenti. ”

Era un suo principio rispettare l’integrità dei complessi riportati in luce, considerando importanti tutti i materiali: manufatti, resti antropologici, botanici, faunistici, fu pioniere di operazioni fotografia archeologica dall’alto. Boni implementò l’uso della fotografia aerea su mongolfiera che gli permise di portare alla luce siti straordinari, come il Tempio di Vesta e il complesso della fonte di Giuturna. Introdusse nella metodologia archeologica lo scavo stratigrafico: una rivoluzione per la professione, testimoniata da molti dettagliati disegni esposti nella mostra Giacomo Boni. L’Alba della modernità.

Alle sue ricerche nel Foro Romano si devono la scoperta del Lapis niger, della Regia, del Lacus Curtius, dei cunicoli cesariani nel sottosuolo della piazza, della necropoli arcaica presso il tempio di Antonino e Faustina e della chiesa di Santa Maria Antiqua. Sul Palatino portò alla luce una cisterna arcaica a thòlos, che erroneamente identificò con il Mundus Cereris, i ricchi ambienti della “Casa dei Grifi” e della cosiddetta “Aula isiaca” al di sotto del palazzo imperiale di età flavia, l’Aedes Vestae, il Sepolcreto Arcaico della via Sacra, confutò le teorie, che negavano ogni valore alla tradizione storica sulle origini di Roma.

Foro Romano, sepolcreto presso il Tempio di Antonino e Faustina durante gli scavi Boni (archivio fotografico PA- Colosseo).

Oltre il lato biografico accurato l’autore ritiene rilevante al fine di comprendere appieno la personalità del Boni e la complessità delle sue idee:
‘l’attrazione per la spiritualità dell’India e dell’estremo Oriente e il nesso tra questa attrazione e la su aspirazione ad attingere ” l ‘Originario”,in termini di civiltà come di razza, la presenza, in lui di una forte dimensione mistica che mette in relazione con coeve pulsioni verso un ritorno al paganesimo…”

Tanaka Mazutaro nel Foro Romano.
Il tiro è effettuato nella Basilica di Massenzio.
Giacomo Boni ospitò nella sua casa Tanaka Mazutaro, proveniente da Tokyo, che gli fu presentato dallo scultore suo amico Moriyoshi Naganuma 

Mentre insegnavo all’ospite i primi rudimenti di alcune lingue europee, egli mi decifrava i cinquemila ideogrammi del Tao-te-king di Lao-tze, pensatore più antico e più universale di Socrate. Tale puro lavacro intellettuale mi schiuse gli occhi alla Via suprema delle umane cogitazioni e, scendendo, nel 1898, nella valle del Foro, per cercarvi la Via Sacra ed il Sepolcreto Romuleo ed i sacrari di stato ed altri monumenti delle origini nostre, li seppi raggiungere evitando per quanto era possibile di scomporre le pieghe misteriose e permalose al grave involucro patentato della scienza accademica“.
Eva Tea

Sandro Consolato, nato a Bagnara Calabra nel 1959, è laureato in Filosofia e docente di Discipline letterarie e Latino nei licei.Si occupa prevalentemente della presenza del mito di Roma, dell’esoterismo e dell’orientalismo nella storia culturale e politica dell’Italia.In relazione a questi temi ha curato la rivista La Cittadella (2001-2012) e pubblicato i saggi Julius Evola e il buddhismo (1995), Dell’elmo di Scipio. Risorgimento, storia d’Italia e memoria di Roma (2012), Evola e Dante. Ghibellinismo ed esoterismo (2014), Leggere la Tradizione (2018), Quindici-Diciotto. Tra storia e metastoria (2018), Urbs Aeterna. Misteri, figure, rinascite del paganesimo (2019), Le tre soluzioni di Julius Evola (2020)A ovest con René Guénon (2023).

L’arte dell’impossibile Steven Kotler

”Per quanto ne sò più faticoso che sopportare il carico emozionale del perseguire la vera eccellenza è solo il peso emozionale del non perseguire la vera eccellenza….. più ricco di significato non vuol dire più piacevole.’
Steven Kotler

''Nessuna pressione, nessun Diamante ''
Thomas Carlyle

Un testo molto interessante, per chi sia interessato ad accedere alla maestria in un arte o in una disciplina, narra dei passaggi rigorosi per accedere ad un percorso metodico, secondo l’autore, per giungere al flow.

Un analisi metodica di procedure sistemiche quotidiane, basate su un estremo pragmatismo, che spaziano, nelle tematiche più diffuse nell’ambito della motivazione e nella crescita personale, fino ad arrivare al biohacking, tentativo di modificare il proprio stile di vita, attraverso l’utilizzo di diversi metodi che possano in qualche modo, “hackerare” la biologia del proprio corpo per migliorarsi e sentirsi meglio con se stessi sotto ogni profilo, fisico e mentale.

Kotler tenta di ”decodificare” la motivazione, considerando l’impossibile una forma di ”innovazione estrema” , tale percorso si sviluppa da ciò, che è misurabile:
la biologia, dato che la personalità di un individuo è del tutto individuale, e non è misurabile
(fattori genetico, ambientali)

L’intento è proporre una formula, simile alla scienza informatica, l’algoritmo, sequenza di passi per chiunque voglia ottenere risultati coerenti.
Di fatti il linguaggio utilizzato dall’autore sarà improntato ad una terminologia cognitivistico/informatica, con la quale affronterà la questione delle spinte comportamentali, estrinseche ed intrinseche:

Denaro, fama, sesso, curiosità, passione, significato, scopo.
Maestria, autonomia, in relazione alla neurochimica della ricompensa.

La metodica copre ogni singolo passaggio individuando l’equipaggiamento necessario per giungere ad attuare i propri obbiettivi, quando essi saranno identificati con chiarezza, tramite, idonei fattori come la grinta per ottenere una prestazione di eccellenza , peak performance espressa in tutte le sue sfaccettature dalla forza di volontà al mindset, sino alla passione, il self talking, il dialogo interiore, la gratitudine, la mindfulness, per finire con la paura, come elemento motivatore, come sfida da affrontare e non minaccia da evitare

La seconda parte del libro è dedicata all’apprendimento, la mentalità di crescita, i filtri di verità, passando al metodo per imparare ad acquisire nuove competenze, l’intelligenza emotiva, la creatività, e l’hackeraggio della creatività, come far lavorare la neurobiologia a nostro vantaggio anzichè contro di noi, il tempo e il Flow creativo.

L’analisi rigorosa sfocia nella ricerca della creatività,
” una competenza invisibile nascosta all’interno della nostra abilità più antica: la capacità di esplorare e di mettere in atto piani d’azione…”
”essere disposti a correre rischi.. la creatività è sempre un po’ pericolosa.. ma è sostenuta dalla
“passione” del fare, o dal ”piacere” dalla pratica quotidiana’


l’allenamento è la chiave”:
gratitudine, esercizio fisico, mindfulness, giusto sonno.


Diciamo che la lunga serie metodologica, in sintesi, si risolve in un’operatività ampliamente nota agli appassionati di motivazione, che possono trovare in molti autori, tali temi, proposti ,già, molti anni or sono, anche nell’ambito della criticata, in quanto ”non scientifica” new age.

Anche se la rilevanza delle reazioni neurofisiologiche, talvolta, in chiave un pò riduzionista, sembra escludere l’intuito situazionale non riducibile a schemi e protocolli, insomma pur parlando di entusiasmo , c’è poco di approccio ”poetico” o se si vuole poco emisfero destro e molto sinistro, c’è un insistenza sul fatto biologico pur chiamando in causa il flow, come ” uno stato di coscienza in cui ci sentiamo al meglio e diamo il meglio di noi”, come ben formulato da Mihaly Csikszentmihalyi, indubbiamente l’autore , nella sua ottima esposizione, assolutamente consigliabile , delinea un processo programmatico per giungere alla prestazione massima , abbracciando, prevalentemente il pensiero di William James, come molti altri autori, considera gli essere umani , prevalentemente, come”macchine di abitudini”.

Kotler, nel capitolo la scienza del flow, si lancia in un elaborazione seducente ma assai discutibile sugli accostamenti , tra la ”filosofia della prestazione d’eccellenza” nella sua espressione massima di flusso, e il concetto di ‘Übermensch di Nietzsche, tralasciando la poca simpatia del filosofo tedesco nei riguardi dell’evoluzionismo e del positivismo, connette al darwinismo la ”volontà di potenza” come battaglia di realizzazione del sè, dando per scontato una visione assai contrastante tra forza primordiale non riducibile a rigidi schemi razionalistici, probabilmente per Nietzsche la lotta per la volontà di potenza non è adattamento della specie migliore ma rifiuto eroico o titanismo romantico.

Riduzionismo : il comportamento di un sistema complesso può essere completamente descritto come somma dei componenti di tutte le parti

Su cosa sia Coscienza il dibattito è assai ampio ed aperto, ci piace di più ,come sostiene Federico Faggin’ ritenere la coscienza ‘ una dimensione «privata non riducibile ad algoritmi», pensare che sia la capacità di conoscere attraverso un esperienza fatta di qualia, , cioè mediante la sensazione e i sentimenti che portano il significato di ciò che si conosce.”

Confer I qualia  plurale neutro latino di qualis, qualità, attributo, modo sono, nella filosofia della mente, gli aspetti qualitativi delle esperienze coscienti. Ogni esperienza cosciente ha una sensazione qualitativa diversa da un’altra.
Ad esempio, l’esperienza che proviamo annusare una rosa è qualitativamente diversa da quella che cogliamo quando contempliamo La Gioconda di Leonardo. I qualia sono estremamente specifici e caratterizzano essenzialmente le singole esperienze coscienti.

Creato su WordPress.com.

Su ↑