Addestramento per intercettazione colpi su guardia close kombat/difesa personale la tecnica proviene da una discipline denominata keysi, prevede intercettazione dei colpi su avambracci e gomiti con immediata reazione, in questo addestramento il rientro è limitato .
L’esecutore di difesa cerca di vedere ed intercettare i colpi, slanciati in affondo con il colpitore, impegnadosi a mantenere le geometrie corporee, distanza, tempismo, equilibrio.
Cosa veramente spinga un individuo a combattere,duellare,contendere, rischiare,
Resta un mistero.
A pochissimi è dato guadagnare cifre considerevoli
A pochi è dato il prestigio
Ma molti sentono un spinta interiore irrefrenabile e continuano a praticare….
a volte il limite viene raggiunto e la Dama Nera si presenta…
Rispetto a tutti coloro che osano anche se a volte è una corsa nel baratro…
Metodo ed un programma didattico di addestramento graduale, generato dopo anni di esperienza sul campo dal team dojo ruan boxing, per difesa personale femminile utilizzando tecniche derivate dalle discipline di combattimento e sport da ring.
Le praticanti sperimentano gradualmente l’approccio al contatto fisico e al confronto/scontro con un possibile ed eventuale aggressore, imparando a gestire le proprie emozioni in un processo graduale e sistematico di apprendimento, che include un’ampia parte di preparazione atletica cardiovascolare oltre ad un adeguato risveglio delle potenzialità psicofisiche di reattività e di riattivazione dell’atteggiamento vitale naturale di resilienza e combattività. Le tecniche prevedono l’impostazione pugilistica, l’utilizzo degli arti inferiori calci e ginocchiate, e degli arti superiori gomiti (derivati dalla thai boxe ed altre discipline), svincolamenti da prese e tecniche di base di lotta, simulazione di aggressione e simulazioni di pressing con panico
(provenienti dalle scuole di addestramento militare).
Durante l’apprendimento si utilizzano diversificate strumentazioni guantoni da boxe per imparare a colpire in sicurezza;
guantini da mix martial arts per utilizzare anche la prensilità
approccio alla mano non guantata.
Il metodo prevede l’utilizzo esercitazioni ai sacchi focus dinamici e sessioni di sparring con praticanti esperti di sesso maschile che si prestano a essere bersagliati da colpi, evitando e schivando gli attacchi al fine di far apprendere un reale impatto su un aggressore superando le inibizioni culturali psicologiche del colpire un essere umano.
Sono previste sperimentazioni con pressing psicologico e seminari di
addestramento all’attitudine mentale (teoria del predatore/predato).
道場Dōjō termine giapponese che indica il luogo ove si svolgono gli allenamenti alle arti marziali, etimologicamente significa luogo 場(jō) dove si segue la via 道(dō). In origine il termine, ereditato dalla tradizione buddhista cinese, indicava il luogo in cui il Buddha ottenne il risveglio e per estensione i luoghi deputati alla pratica religiosa nei templi buddhisti. Il termine venne poi adottato nel mondo militare e nella pratica del Bujutsu, 武術che durante il periodo Tokugawa fu influenzata dalla tradizione Zen, 禅 a tutt’oggi è una definizione diffuso nell’ambiente delle arti marziali.
In questo spirito, con questa missio operandi, abbiamo generato un luogo nato dalla PASSIONE e determinazione
un luogo ESSENZIALE ring sacchi e sbarre per trazioni, un luogo per scelta spartano nell’intento, dove studiare arti della Tradizione marziale in sintonia con arti di rigenerazione psicofisica e rilassamento profondo DOJO RUAN
AUTODISCIPLINA secondo un espressione frequente in giappone far sparire la ruggine del corpo….quando l’acqua è alta la barca si solleva…. nelle avversità ci vuole autodisciplina come nel piacere…..
nell’apprezzare il momento presente.
Kisshomaru Ueshiba 植芝 吉祥丸
Nella cultura giapponese, lo Shūgyō (修行) non è un semplice allenamento. Mentre termini come renshū (練習) indicano la pratica standard o la ripetizione meccanica per sviluppare un’abilità fisica, lo Shūgyō si riferisce a una coltivazione profonda della mente, del corpo e dello spirito.
Con radici profonde nell’ascetismo, nel buddismo zen e nelle tradizioni marziali dei samurai, lo Shūgyō è il processo di porsi intenzionalmente in situazioni difficili e scomode per spogliare l’ego e forgiare il proprio carattere.
Il significato dei Kanji
La profondità di questo concetto è racchiusa nei due caratteri giapponesi che compongono la parola:
修 (Shū): Disciplinare, coltivare, studiare, perfezionare. Rappresenta l’atto attivo di migliorare se stessi.
行 (Gyō): Fare, agire, o percorrere un cammino. Nel contesto buddista, indica l’azione spirituale o la pratica ascetica.
Uniti, Shūgyō significa “coltivare la condotta”: un impegno continuo, spesso lungo tutta la vita, in cui l’atto stesso dell’allenamento diventa una forma di meditazione in movimento.
La differenza rispetto alla pratica comune
La lingua giapponese usa parole diverse per definire l’allenamento, ognuna con una sfumatura e un peso specifici:
Termine
Giapponese
Focus della pratica
Renshū
練習
Sviluppo di abilità ripetitive (es. fare ginnastica o ripetere un movimento)
Shūren
修練
Autocoltivazione mirata a affinare il carattere personale
Tanren
鍛錬
“Forgiare” il corpo e lo spirito attraverso un duro sforzo fisico
Shūgyō
修行
Disciplina totale della vita per superare i limiti dell’ego e trasformarsi internamente
“Affinare se stessi nello shūgyō è come forgiare una spada dal ferro grezzo. Il fuoco, l’acqua e il metallo vengono piegati l’uno sull’altro dai colpi del martello, ancora e ancora, per creare la lama perfetta.”
Per capire la profondità di questa frase in lingua originale, è interessante analizzare i termini filosofici utilizzati:
修行 (Shūgyō): Composto da 修 (shū – correggere, disciplinare) e 行 (gyō – agire, camminare). È la pratica ascetica, lo sforzo incessante per superare i limiti del proprio ego.
練磨 (Renma): Significa letteralmente “forgiare e levigare”. Si usa per indicare il perfezionamento del carattere o delle abilità attraverso una disciplina ferrea.
粗鉄 (Sotetsu): Il ferro grezzo o la “fabbrica” di partenza (il tamahagane nella tradizione dei fabbri giapponesi), simbolo della nostra mente non ancora addestrata.
折り重ね (Orikasane): La piegatura. Nel metodo tradizionale kitae (鍛え), il fabbro piega il metallo su se stesso decine di volte per eliminare le impurità e creare migliaia di strati microscopici. Nella vita, rappresenta la resilienza mentale che si sviluppa affrontando e superando ciclicamente le difficoltà.
Questa suggestiva citazione proviene dagli insegnamenti e dalla letteratura del Chozen-ji, un celebre tempio di tradizione Zen Rinzai situato a Honolulu, nelle Hawaii, fondato nel 1972 dal maestro Zen Omori Sogen Roshi e da Tanouye Tenshin Roshi. Nello Zen e nelle arti marziali tradizionali giapponesi (budō), il concetto di shūgyō (修行) indica un addestramento spirituale e fisico estremamente profondo, severo e austero. La frase originale in inglese fa parte del materiale didattico e divulgativo del tempio: “Refining the self in shugyo is like forging a sword from raw iron ore. Fire, water, and iron are folded upon each other by the pounding of the hammer over and over again to create the cutting edge.” Il significato della metafora Nella filosofia del Chozen-ji, lo shūgyō non è una semplice pratica o esercizio fisico (per cui i giapponesi usano termini come keiko o renshū), ma una vera e propria forgiatura dell’anima: Il ferro grezzo rappresenta la nostra condizione di partenza, piena di impurità, debolezze ed egoismo. Il fuoco e l’acqua sono le prove, la fatica, il sudore della pratica quotidiana e il raffreddamento delle nostre emozioni tempestose. I colpi del martello sono le ripetizioni incessanti, la disciplina e i momenti di difficoltà che ci costringono a piegarci, a riflettere e a ricompattarci, rendendoci via via più forti, flessibili e resilienti. Senza questo processo ripetuto all’infinito, qualsiasi intuizione o “illuminazione” passeggera rimarrebbe fragile, proprio come un pezzo di ferro non battuto che si spezzerebbe al primo impatto.
Un tempo, i samurai intraprendevano il Musha Shūgyō (il pellegrinaggio del guerriero), viaggiando per il paese per testare le proprie abilità in condizioni estreme, confrontarsi con altre scuole e cercare la chiarezza spirituale. Oggi non serve stare sotto una cascata gelata per praticarlo: ogni volta che affronti una sfida difficile con il solo scopo di dominare la tua mente e costruire resilienza, stai facendo Shūgyō.
” Lo Zen consiste nel trovare la forza autentica e illimitata nelle profondità dell’essere e obbedendo a questa energia creatrice, divenire attivi.”
Taisen Deshimaru
弟子丸泰仙
Il pancrazio antica arte di combattimento, in greco antico πανκράτιον pankràtion παν tutto e kràtospotere, forza. Era uno agone,ἀγών, agōn, “gara”, “disputa”, combattimento totale dove tutte le tecniche erano ammesse,gli incontri di pancrazio venivano effettuati a mani nude. Questa disciplina era un insieme di tecniche prese dalla lotta Pale πάληe dal pugilatoPygme greco πυγμαχία pygmachía, in latino pugilātus con tecniche sviluppate solo per questo contesto, che permettevano l’uso di qualsiasi abilità in uno scontro totale . Il pancrazio si può considerare l’origine delle contemporanee discipline come il Valetudo e le Arti Marziali Miste
Keysi Fighting Method (KFM) è un sistema di autodifesa istintuale ispirato da tecniche di combattimento e diverse tecniche di combattimento di strada, sviluppato da Justo Dieguez Serrano con la collaborazione di Andy Norman. Caratteristica del keysi è l’uomo pensante (Pensador) e l’attacco dell’uomo pensante (pensataq), che si avvale di una forma di difesa per proteggere la parte più a rischio del corpo : la testa. Il Keysi mantiene protetta la testa utilizzando le braccia, che vengono anche impiegate per infierire colpi potenti e a corto raggio. (codos)